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mercoledì 13 dicembre 2023

Diabolik - Chi sei? (2023)

Vuoi per dovere di completezza, vuoi per voglia di ridere, domenica sono andata a vedere Diabolik - Chi sei?, ispirato all'albo omonimo di Diabolik e diretto e co-sceneggiato dai Manetti Bros.


Trama: Diabolik e l'ispettore Ginko si ritrovano prigionieri di una banda di sanguinosi ladri quando entrambi, ognuno per i propri motivi, decidono di fare irruzione nel loro covo...


Credevo non potesse esserci nulla di peggio di Diabolik - Ginko all'attacco e, probabilmente, lo hanno capito anche i Manetti Bros. visto che Diabolik - Chi sei? è una spanna sopra il suo predecessore. Il che non vuol dire che il terzo ed ultimo capitolo della saga sia un capolavoro, ci mancherebbe, ma almeno non è la sagra del trash ed è dotato di una trama (per quanto semplice) sufficientemente interessante per coinvolgere lo spettatore e portarlo a sorvolare sui molti difetti dell'opera. In Diabolik - Chi sei? le scaramucce amorose tra il personaggio titolare ed Eva Kant vengono ridotte in favore di una minaccia pressante, ovvero una banda di rapinatori che sono riusciti a portarsi via una collezione di monete bramata da Diabolik; da una parte, quindi, abbiamo un protagonista impegnato a recuperare il maltolto, dall'altra c'è invece un Ginko determinato a sgominare la banda, rea di violenti e sanguinosi omicidi annessi ai furti. La presenza di un cast più nutrito serve ai Manetti per omaggiare i poliziotteschi con sequenze violente di sparatorie e inseguimenti d'auto, ma non solo, perché l'unico momento genuinamente emozionante della trilogia si verifica proprio grazie allo snodo narrativo incarnato dalla banda, e offre il fianco ad una seconda, gradevolissima svolta che parla ai cuori teneri degli spettatori come me, che in fondo in fondo a Ginko vogliono bene. Apprezzabile anche, dopo una terrificante sequenza iniziale a base di dialoghi da casalinghe disperate, la scelta di affidare un ruolo forte (ma già accadeva nel primo film) a Eva Kant ed Altea, distanti dall'essere due semplici love interest monodimensionali e pronte ad agire per il bene di due uomini che, in misura diversa, credono di essere il centro dell'universo, totalmente compresi nel loro ruolo di buono e cattivo. A tal proposito, di tutto il legnosissimo confronto tra Diabolik e Ginko (che, di regola, avrebbe dovuto essere il fulcro del film ma è emozionante quanto un documentario sul tufo, e lo stesso vale per la risposta al "chi sei?" del titolo, apprezzabile per altri motivi, non certo per le origini da Gary Stu criminale di Diabolik) è interessante giusto il momento in cui il protagonista sottolinea la loro natura ininfluente in termini di scontro tra bene e male, consapevole che la morte di uno dei due non sposterebbe di un millimetro l'ago della bilancia, né porrebbe fine a una lotta eterna.


A livello di regia, scenografie e costumi, chiamatemi scema ma per me è stato uno spettacolo. Mi è sembrato che i Manetti tornassero ad osare un po' di più, o ad omaggiare meglio se volete, e tra splatter pecoreccio, split screen arroganti, inquadrature strappate come pagine di un fumetto, sceneggiati Rai anni '50 che sfumano in sequenze alla Sin City con tanto di sangue color rubino, ed echi dell'Argento prima maniera mi sono divertita come una bambina. Ciliegina sulla torta è stata la "solita" colonna sonora tra il camp e il genuino fomento, col pezzo (cantato da Alan Sorrenti) Ti chiami Diabolik, messo a mo' di sigla di telefilm/cartone animato, in cima alla lista delle cose più belle viste/sentite al cinema quest'anno. Purtroppo, la vera, terribile nota dolente del film e, per estensione, dell'intera saga, è la recitazione del cast. Da due anni Mirco invocava un crossover con Boris e stavolta i Manetti lo hanno esaudito, in primis omaggiando le due cagne maledette Miriam Leone e Monica Bellucci con la partecipazione di Carolina Crescentini, la Corinna Negri originale (la quale, a scanso di equivoci, se la cava bene nonostante sia penalizzata da un personaggio orribile), e poi offrendo a Paolo Calabresi il ruolo di cattivo bondiano, con risultati egregi. Qui finiscono i pregi e cominciano gli abissi di depravazione, che sono riusciti a trascinare sul fondo persino Mastandrea, la cui mancanza di voglia è talmente palese che avrebbero potuto mettere un cartonato al suo posto. Io lo capisco, povero cristiano. La Bellucci è imbarazzante, piallata da luci che la rendono ancora meno espressiva del solito, forzata in quell'accento orrendo che tocca l'apice in un monologo televisivo di raro disagio (la contessa Wiendelmar però mi ha stesa, giuro. Capovaro!!), e ogni volta che apre bocca provoca mal di pancia, quindi la svogliatezza di Mastandrea, pur ricompensato da piogge di limoni, è comprensibile. Non meno imbarazzanti sono i duetti tra la Leone e orsotto Gianniotti, che sembrano sempre fare a gara a chi ha la voce più da centralinista dell'144, a prescindere che debbano o meno copulare, ma probabilmente l'oscar dello scult lo darei a Massimiliano Rossi, il quale di tanto in tanto viene posseduto dallo spirito della bonanima di Guido Nicheli e decide di mettere in bocca al suo personaggio un improbabile accento meneghino. Sul giovane Diabolik non mi sento di dire nulla, mi trattengo per pietà e perché il suo interprete può e deve migliorare, via, e punto in più per quella carampana piaciona della Bouchet. Se mi costringete, però, a tirare le somme della trilogia, dico con tristezza che il fiasco è stato pressoché totale, tante buone idee e stile naufragate in un delirio di scelte sbagliate, casting pessimi e poracciate della peggior specie. E pensare che a me piacerebbe tanto vedere un Alan Ford su grande schermo, ma stando così le cose incrocio le dita perché non succeda mai!


Dei registi e co-sceneggiatori Antonio e Marco Manetti ho già parlato QUIMiriam Leone (Eva Kant), Valerio Mastandrea (Ginko), Monica Bellucci (Altea di Vallemberg), Paolo Calabresi (King), Barbara Bouchet (Contessa Wiendemar) e Hal Yamanouchi (Cen-Fu) li trovate invece ai rispettivi link.

Giacomo Gianniotti interpreta Diabolik. Nato a Roma, ha partecipato a film come Diabolik - Ginko all'attacco! e a serie quali Grey's Anatomy. Come doppiatore, ha lavorato per il film Luca. Anche produttore e regista, ha 34 anni.


Pier Giorgio Bellocchio
interpreta il sergente Palmer. Nato a Roma, ha partecipato a film come 6 giorni sulla terra, Il traditore, Diabolik, Diabolik - Ginko all'attacco! e a serie quali Camera Café e Il commissario Rex. Anche produttore e regista, ha 49 anni e un film in uscita. 


Carolina Crescentini
interpreta Gabriella Bauer. Nata a Roma, indimenticabile Corinna Negri della serie Boris e di Boris - Il film, ha partecipato a pellicole come Notte prima degli esami - Oggi e altre serie quali Provaci ancora prof!. Ha 43 anni. 


Segnalo il cameo di Max Gazzé nei panni di Giulio Mondan. Ciò detto, se Diabolik - Chi sei? vi fosse piaciuto, recuperate Diabolik e Diabolik - Ginko all'attacco! e... auguri!

mercoledì 22 novembre 2023

C'è ancora domani (2023)

A più di due settimane dalla sua uscita, ho trovato finalmente una sera per andare a vedere C'è ancora domani, diretto e co-sceneggiato dalla regista Paola Cortellesi.


Trama: nel 1946, la casalinga Delia vive sbrigando lavori sottopagati e vivendo come una serva per il marito violento. Ma una misteriosa lettera le porterà un briciolo di speranza...


Fantastico. Sono passate più di due settimane e martedì scorso la sala era zeppa, non a livelli di Barbie e Oppenheimer ma, a memoria, non vedevo tanta folla per un film italiano dai tempi di Benvenuti al sud (e quella volta ero andata di sabato, esperienza che ha talmente scioccato i miei genitori da averli spinti a non ritentare mai più un ritorno in sala!). L'accoglienza tributata all'opera prima di Paola Cortellesi ha dell'incredibile, e non è imputabile solo alla fama che l'attrice si è costruita nel tempo, prima quella televisiva come comica ed imitatrice, poi come comprimaria e protagonista di pellicole di vario genere: il passaparola è impietoso, si veda il destino di Marvels, stroncato ancora prima dell'uscita, ma quello positivo e quasi unanime spinge anche chi non bazzica le sale ad alzare il culo dalla poltrona casalinga, anche solo per la curiosità di vedere rispettate le promesse di un trailer intrigante. Per quanto mi riguarda, C'è ancora domani ha tenuto testa sia alle aspettative sia alle mille recensioni positive sbirciate nel corso delle settimane. L'esordio della Cortellesi è un delizioso omaggio al neorealismo rosa, quel genere a cavallo tra il neorealismo e la commedia all'italiana dove venivano toccate questioni sociali legate all'attualità dell'epoca tingendole con un tocco di leggerezza. Si è nell'immediato dopoguerra, Delia è una casalinga costretta a badare al suocero infermo e a fare lavoretti sottopagati per riuscire a mantenere il marito pocofacente e violento; come se non bastasse, dei tre figli toccatile in sorte, due sono dei piccoli mostriciattoli sboccati destinati a diventare come ogni maschio della famiglia, mentre la più grande, Marcella, vive con lei un rapporto conflittuale, viziato da un senso di superiorità provato dalla giovane, disgustata dalla debolezza di una madre che ama ma di cui non capisce le scelte di vita. Il film descrive una realtà per nulla allegra, eppure ogni sequenza viene stemperata da una situazione paradossale, una battuta, una perla di saggezza popolare che sottolineano la natura grottesca della condizione della donna a quei tempi e riverberano sinistramente in un presente dove qualcosa è cambiato, sì, ma troppo è rimasto immutato. Le protagoniste del film, infatti, anche le più "emancipate", subiscono quotidianamente la violenza di non poter scegliere e dover comunque dipendere dagli uomini, sia nel caso di famiglie povere come quella di Delia, sia nel caso di famiglie più abbienti, dove madri e figlie non sono altro che begli accessori o potenziali, ulteriori fonti di reddito; ancor peggio, anche chi è convinta di essere più "furba" e moderna, rischia di non vedere le insidie celate dietro consuetudini talmente radicate da avere perso ogni sfumatura negativa, e di ricadere in ruoli codificati senza neppure accorgersene.


Il pubblico popolare non è esente da questa "codificazione", io compresa. La Cortellesi lo sa e confeziona un film che prende per mano lo spettatore portandolo verso una direzione ben precisa: d'altronde, la regista gioca molto sulle percezioni errate e sulle bugie che si raccontano le persone per sopravvivere, e lo dimostra l'efficace utilizzo della colonna sonora, che trasforma le scene più violente in musicarelli di confronto tra Delia e Ivano, mentre i lividi compaiono o scompaiono a seconda che familiari, amici o semplici conoscenti vogliano o meno vederli. La stessa "ingenuità" con cui vengono messe in scena situazioni di vita talmente tipiche da sembrare quasi farlocche l'ho percepita come la scelta consapevole di cavalcare l'onda di un omaggio nostalgico, di una memoria condivisa sedimentata da anni di film, romanzi e storie raccontate dai nonni, che spinge lo spettatore ad ignorare tanti piccoli indizi buttati lì en passant, finché sul finale si rimane così, in bilico tra il riso e il pianto, piacevolmente gabbati dalla svolta inaspettata presa dalla storia e con la voglia di ricominciare il film da capo. Forse io non faccio testo, perché la Cortellesi mi è sempre piaciuta, ma ho ovviamente apprezzato sia la sua recitazione sia quella degli altri coinvolti, soprattutto quella di un Giorgio Colangeli semplicemente abietto nell'interpretazione del terrificante nonno Ottorino, e mi sono lasciata trasportare dall'atmosfera dolceamara che permea tutto il film, inghiottendo enormi magoni tra una risata e l'altra. Poi, se volete, posso anche dirvi che C'è ancora domani non è un capolavoro e che è zeppo di ingenuità e momenti che scappano anche troppo di mano nella loro assurdità, ma è piacevole da guardare, fa riflettere e sicuramente riesce a ritagliarsi un piccolo spazio di originalità all'interno di una cinematografia italiana fatta di drammoni pesanti come macigni o cretinate senza capo né coda. Magica Paola, col prossimo film, chissà dove arriverai! (semicit.) Personalmente, sono molto curiosa di scoprirlo! 


Della regista e co-sceneggiatrice Paola Cortellesi, che interpreta anche Delia, ho già parlato QUI. Valerio Mastandrea (Ivano) e Giorgio Colangeli (Ottorino) li trovate invece ai rispettivi link.

venerdì 25 novembre 2022

Diabolik - Ginko all'attacco! (2022)

Non so quale follia mi abbia colta ma, nonostante non avessi apprezzato granché Diabolik, domenica sono andata al cinema col povero Mirco a vedere Diabolik - Ginko all'attacco!, sempre diretto dai Manetti Bros.


Trama: dopo un audace colpo, Diabolik riesce a fuggire ma il suo covo viene presto scoperto dall'ispettore Ginko. Il ladro fugge lasciando indietro la compagna Eva Kant, che giura vendetta e si allea proprio con l'ispettore...


Sono costernata. Non saprei neppure da che parte cominciare a parlare di questo Diabolik - Ginko all'attacco, quindi potrei farlo con le poche cose dignitose e salvabili, premettendo che io ai Manetti Bros. non riesco proprio a volere male (e ammetto, più di una volta, di aver pensato quanto mi piacerebbe vedere un Lupin diretto da loro. Lo so, sono malata) e che tornerò in sala anche per il terzo capitolo. Il motivo di questa mia scelta scellerata è che lo stile mi piace, è inutile, mi piacciono le città di fantasia create mescolando Bologna e Trieste, lo squisito gusto per l'arredamento anni '60 e quegli aggeggi ingenui usciti dritti dal fumetto dell'epoca. Stavolta i realizzatori hanno azzeccato anche il metraggio, senza perdersi in quelle lungaggini che, a mio avviso, affossavano il primo Diabolik, il che mi ha consentito di apprezzare i lenti inseguimenti in macchina e a piedi, quel perdersi in cunicoli tutti uguali per dei minuti, accogliendo senza problemi il fascino del vintage concentrato in quel pugnale che *swish!*, senza fretta ti si pianta nel petto se sei uomo o ti scassa la capa col pomolo se sei donna (che, sia mai, Marinelli avrebbe messo paura persino a Mamma Fratelli, mentre il bietolone nuovo è un morbidone, poi ci torniamo). La scorsa volta avevo trovato molto originale la colonna sonora di Manuel Agnelli, è vero,  ma mi è piaciuto anche l'ingresso a gamba tesa di Pivio e Aldo De Scalzi, con un perfetto omaggio ai Goblin capace di cancellarmi dalle labbra la bestemmia seguita alla comparsa di Diodato come performer di una sigla iniziale così trash a livello di immagini e coreografie (preceduta dal cringissimo monologo di un guitto) che, al confronto, Spy Hard era un capolavoro. Ho apprezzato persino la trama, cosa credete? C'è chi si lamenta della sua prevedibilità ma, figlioli cari, è tratta da uno dei primi albi delle Giussani, non possiamo pretendere che sia machiavellica e, onestamente, non me lo aspettavo neppure. Anzi, devo dire che proprio il suo essere prevedibile e "rilassante", su di me, ha avuto l'effetto di aumentare la suspance, perché pensavo "dai, mica potrà andare come penso!" e io lì, scema, ad aspettare il colpo di scena che non arrivava. Quindi, mi ci sono anche divertita, anche se alla fine sono rimasta lì come l'aratro nel maggese, ovvero come Ginko. Ginko, mio adorato Ginko, povero Valerio Mastandrea che si staglia come unico baluardo di recitazione all'interno di un gruppo di figuranti dotati degli stessi nomi dei poliziotti di Aldo, Giovanni e Giacomo (anche se il baffuto Roller è caruccetto davvero) e che, nonostante indossi le vesti del personaggio attaccante, viene gabbato, perculato e finisce persino in bianco mentre i due criminali limonano felici, ebbri di sole vacanziero e Campari. Di più, gli tocca pure sopportare di dividere la scena con la Bracchetta Umbra. E qui, mi spiace, ma le cose positive finiscono ed inizia il giusto sfogo.


Mirco, tra una risata e l'altra, ha espresso un desiderio. Che facciano una quinta stagione di Boris che sia anche un terzo episodio di Diabolik, con Stannis nei panni del ladro e René Ferretti con tutta la sua troupe a bazzicare nel backstage. Questo perché, se già il primo Diabolik era un po' "Occhi del cuore", qui abbiamo anche il momento love love con tanto di fotografia smarmellata e regina delle Cagne Maledette impegnata a profondersi in un improbabile accento franco/slavo/umbro, grazie al quale l'invocazione reiterata al maggiordomo Osvaldo mi è sembrata quasi un incantesimo atto alla materializzazione di una catasta di Ferrero Rocher sotto cui il povero Mastandrea potesse nascondersi. Ora, io non ho davvero nulla contro Monica Bellucci, povera cristiana, non mi sta antipatica, ci mancherebbe... ma perché si ostina(no) a (farla) recitare? Ho capito, è bellissima, ci mancherebbe, ma allora limitatevi a fotografarla, rispolverate i film muti, però basta torturare gli spettatori con 'sta dizione affaticata e 'ste espressioni vacue, basta!! Anche perché è inutile diminuire drasticamente il tempo sullo schermo di Giacomo Gianniotti, il nuovo Diabolik, in quanto palesemente incapace a recitare, se poi affidi il resto del film ad attrici peggiori di lui. No, non mi vengano a dire che Gianniotti compare poco per evitare allo spettatore di rimanere stranito dal cambiamento di protagonista; Marinelli, povero ragazzo, era legnoso e spaesato perché probabilmente il personaggio di Diabolik non gli era congeniale, mentre questo è legnoso perché sì e, ancor peggio, quando non si profonde in una blue steel degna di Zoolander ha lo stesso sguardo di quei bietoloni da fotoromanzo di Grand Hotel nel momento in cui si trovano davanti la gnocca bionda. A proposito della quale, e dai. Anche la Leone, bella stella, è innaturalmente splendida, d'accordo, ma non puoi darle la direttiva di recitare come se avesse sempre e comunque un palo su per lo sfintere e piccata col mondo, nemmeno Fujiko esce dai tombini con la pomposità di una modella a una sfilata! A farle da contraltare, per inciso, ci sono le ballerine più ruzze del mondo, protagoniste di una scena talmente imbarazzante da farmi richiedere a gran voce, per il prossimo capitolo, la partecipazione di Jerry Calà, per capire se possa essere peggio di un invecchiatissimo Andrea Roncato costretto a pronunciare la frase "Stanno arrivando delle donne nude! E' un sogno!" (cito a braccio ma più o meno... era meglio il "che ci do, che ci do!") prima di farsi "rubare" la scena da un galletto sulla munnezza. E potrei continuare per delle ore, ma anche no. Meglio che mi trattenga per il terzo capitolo!


Dei registi e co-sceneggiatori Antonio e Marco Manetti ho già parlato QUIMiriam Leone (Eva Kant), Valerio Mastandrea (Ginko) e Monica Bellucci (Altea di Vallemberg) li trovate invece ai rispettivi link.


Giacomo Gianniotti, che interpreta Diabolik, è dal 2015 membro del cast di Grey's Anatomy. Se Diabolik - Ginko all'attacco! vi fosse piaciuto recuperate la serie Boris e il primo Diabolik. ENJOY!

martedì 21 dicembre 2021

Diabolik (2021)

Domenica abbiamo saltato a pié pari Spider-Covid e ci siamo infilati in una sala più sicura per vedere un altro dei film che aspettavo da mesi, ovvero Diabolik, diretto e co-sceneggiato dai registi Antonio e Marco Manetti.


Trama: dopo aver tentato di rubarle un diamante, Diabolik si innamora dell'ereditiera Eva Kant, che diventa così complice del re del terrore, aiutandolo a fuggire dall'ispettore Ginko...


Disclaimer: non ho MAI letto un Diabolik in vita mia. So che il criminale creato dalle sorelle Giussani è un esponente di quegli "eroi" neri, cupissimi, tutti con nomi dalle connotazioni negative contenenti almeno una K che andavano di moda negli anni '60 in Italia, conoscevo ovviamente Eva Kant e Ginko, sapevo che Diabolik è un maestro di veleni, armi bianche e travestimenti e che non esita a uccidere i nemici ma anche semplici "vittime collaterali" innocenti, a differenza di Lupin III. Nonostante questo, pensare di vederlo portato su grande schermo (cosa che aveva già fatto Bava) dai Manetti Bros, col volto di Marinelli, mi aveva caricata di aspettative e sono entrata nel cinema col cuore colmo di grandi speranze, ahimé in buona parte deluse. In questo periodo ho guardato tre film che mi hanno lasciata perplessa, tutti tra l'altro diretti e recitati non certo da scemi, quindi non vorrei che con l'operazione mi abbiano tolto anche il giusto senso critico, ma sia Diabolik che Il potere del cane che E' stata la mano di Dio, di cui scriverò nei prossimi giorni, mi hanno lasciata tra il freddo e l'indifferente, di conseguenza vi chiederei di prendere i miei post con le pinze, che vi devo dire. Nel caso di Diabolik, non è che non abbia apprezzato buona parte di ciò che si vede su schermo: lo stile di regia, scenografia e montaggio scelto dai Manetti Bros, "finto", naif e molto anni '60, mi è parso perfetto per la storia narrata, e anche la prima parte del film, almeno fino al punto in cui Diabolik evade, per inteso, è intrigante e a modo suo piena di suspance. La colonna sonora poi l'ho trovata strana, sì, (soprattutto i due brani cantati da Manuel Agnelli) ma comunque affascinante e adatta alle atmosfere vintagge dell'intera operazione, e anche il Ginko di Mastandrea l'ho trovato valido, tutto d'un pezzo e costretto ad ingoiare moltissimi rospi ma in qualche modo degno di stima. Poi, ovviamente, l'incensatissima Miriam Leone è un'Eva Kant bellissima, elegantissima, sexyssima e... no, ok, qui cominciano le note dolenti, mi dispiace.


Miriam Leone
è gnocca. Incredibilmente. Tuttapatata al confronto non era nulla. Però non è un motivo valido per farle ruotare attorno tutta la trama, suvvia, anche perché, diciamolo, la Leone ha preso lezioni da Corinna Negri e questo l'avevo capito fin dal trailer. Il problema è che se la Leone ha preso lezioni da Corinna, il mio povero Marinelli stavolta ha avuto come musO il vecchio Stannis La Rochelle: un blocco di tufo con l'occhio (ceruleo, bellissimo) spento, il viso di cemento e la parrucchetta di Bela Lugosi in Dracula. Hai voglia a parteggiare per Diabolik, quando ha la gamma emozionale di un tavolino da the e l'unico momento in cui sembra provare qualcosa è quando la Kant biascica le banalità tipiche della scrittrice di fanfiction che vorrebbe farsi Voldemort perché è oscuro ma "chissà cosa nasconde dietro quella oscurità". E cosa vuoi che nasconda, probabilmente l'animo di Furio e Raniero, visto il modo in cui tratta tutte le donne che gli passano per le mani (un applauso per lo spreco di Serena Rossi. Ho capito, è una storia tratta da un fumetto anni '60 e sì, alla fine la Kant si "emancipa", ma miseria, Elisabeth Gay ridefinisce il significato stesso di zerbino!)! Inoltre, se posso permettermi, più di due ore sono troppe per un film simile. Il colpo finale ha una scenografia splendida ed è molto ben realizzato a livello di regia e montaggio ma è noioso da morire e rispetto al confronto tra Diabolik e Ginko quelli tra Lupin e Zenigata sono dei capolavori di approfondimento dei personaggi, senza contare che ci sono almeno un paio di momenti di involontario umorismo in cui ho dovuto guardare altrove imbarazzata (l'armadio, Gesù. La ghigliottina!). Ribadisco che questo è il punto di vista di una ormai brutta persona, che comunque non ha mai letto un numero di Diabolik, quindi non so se le mie impressioni facciano ridere i fan del fumetto e se effettivamente il personaggio ritratto nella pellicola sia identico a quello storico delle Giussani, ma personalmente non sono rimasta granché soddisfatta. Ciò detto, il film ha comunque molti pregi ed è una produzione coraggiosamente italiana, quindi sarebbe ingiusto non consigliarvi una visione disimpegnata. Magari potreste innamorarvene, chissà.


Dei registi e co-sceneggiatori Antonio e Marco Manetti ho già parlato QUI. Luca Marinelli (Diabolik), Miriam Leone (Eva Kant), Valerio Mastandrea (Ginko), Claudia Gerini (Signora Morel) e Serena Rossi (Elisabeth Gay) li trovate invece ai rispettivi link.


Il film è tratto dal terzo albo della serie a fumetti, L'arresto di Diabolik; probabilmente lo avrete già letto, nel caso abbiate visto Diabolik, ma se siete come me e avete la curiosità di cercare differenze e somiglianze recuperatelo, magari assieme al Diabolik di Mario Bava. ENJOY!

martedì 12 giugno 2018

Tito e gli alieni (2018)



Consigliata da più persone, venerdì sono corsa al cinema d'élite per vedere Tito e gli alieni, diretto e co-sceneggiato dalla regista Paola Randi.


Trama: dopo la morte del padre, Tito e la sorella Anita vanno a vivere in America dallo zio, uno scienziato ormai privo della voglia di condurre le sue ricerche che da anni risiede vicino all'Area 51...



La visione di Tito e gli alieni conferma ancora una volta la bontà della scellerata idea di aprire un blog e l'importanza di un confronto con altri appassionati di cinema e spero che dopo aver letto questo post vi fiondiate anche voi in sala a vedere il film di Paola Randi, senza troppi pregiudizi. Ammetto infatti di essere stata a lungo combattuta sul vedere o meno Tito e gli alieni, in primis per la sua natura di lungometraggio italiano, secondariamente per aver visto un servizio al TG zeppo di iperboli, complimenti esagerati, interviste che mi puzzavano di sòla lontano un chilometro, benché effettivamente i pochi spezzoni mostrati nel corso del servizio invogliassero alla visione. Poi è arrivato Mr. Ink e mi ha detto "Vai!" e chi sono io per dire di no a uno dei blogger migliori del web? Accompagnata da un Bolluomo miracolosamente liberatosi degli impegni lavorativi, sono corsa al cinema d'élite e sono uscita dalla visione sfatta di lacrime ma felice, perché Tito e gli alieni è davvero delizioso, un altro piccolo passo verso l'uscita del cinema italiano dal terrificante baratro di polpettoni  autoriali indigeribili e insipide commedie tutte uguali. Fa un po' specie, a dire il vero, che per "liberarsi" da determinate etichette gli autori italiani debbano ambientare le loro storie all'estero (in questo caso l'America e l'Area 51) oppure guardare ad esempi anglofoni (qui si respira aria Andersoniana, Gondryana, Spielberghiana, Littlemissunshineiana e chi più ne ha più ne metta), però in questo caso è interessante e simpatico lo scontro di culture tra due scugnizzi napoletani che sognano un'America fatta di grandi città, piscine e personaggi famosi (DOV'E' LADY GAGAAA????) e si ritrovano invece a vivere in mezzo al deserto con uno zio taciturno, costretto a ricorrere ad un'autista per solcare l'enorme distanza tra il suo laboratorio e il primo avamposto di civiltà. Relegati in una zona "mitica" come l'Area 51, i due ragazzini fanno del loro meglio per superare il dolore della morte del padre dopo aver già subito quella della madre e se Anita, più grandicella, cerca di farsi forza rifugiandosi nella superficialità tipica degli adolescenti, il piccolo Tito abbraccia un mondo di fantasia dove il papà può parlargli attraverso la foto sottratta alla lapide e dove lo zio è un grande scienziato in grado di raggiungere il genitore per riportarlo a casa, dovunque sia andato. In realtà, anche il Professore è una persona distrutta dal dolore della perdita e rifiuta di stabilire una connessione con le persone che lo circondano, preferendo vivere nel ricordo della moglie morta arrivando persino a negare l'attrazione verso Stella, la sua giovane e carinissima autista.


Tito e gli alieni è dunque un film che, attraverso i topoi della fantascienza e del road movie, racconta una toccante storia di perdita ed elaborazione del lutto, con i personaggi che dopo l'iniziale diffidenza reciproca arrivano a riformare una piccola, strampalata famiglia con la benedizione di chi non c'è più. A onor del vero, il film mostra il fianco proprio quando introduce l'elemento fantascientifico, fatto di intelligenze artificiali parlanti e "gombloddi" militari che portano lo spettatore smaliziato a guardare da un'altra parte per l'imbarazzo, mentre vince a man bassa quando abbraccia i toni della commedia e quelli della favola fantastica. I momenti migliori di Tito e gli alieni sono infatti quelli imperniati sullo shock culturale provato da Anita e Tito e sulla spontanea "napoletanità" dei due, sottolineata ancor più dallo scontro con la natura taciturna dello zio, e tutto quello che riguarda il legame tra vivi e morti, dove la fantasia di Tito la fa da padrone e dove la delicatezza della sceneggiatura riesce a toccare altissimi picchi di poesia capaci di spezzare il cuore a un sasso; in tutto questo, benché debitori di una certa commedia indie USA, ho gradito molto anche i tocchi di weird legati ai matrimoni spaziali di Stella e alle idiosincrasie del Professore, uomo che ama dormire su un divano all'aperto nonché dotato di gusti peculiari in materia di arredamento. A fare da cornice a una storia già di per sé deliziosa, c'è la regia di Paola Randi, che non disdegna la ricerca di punti di vista particolari per le riprese e si avvale di un cambio di formato a metà film oltre a realizzare una carinissima sequenza onirica, resa ancor più vivace da una fotografia accattivante, dai colori vivaci come quella della serie Smetto quando voglio. Molto bravi anche gli attori, sui quali spiccano un Valerio Mastandrea goffo e malinconico, perfetta spalla del vivace Tito interpretato dall'esordiente Luca Esposito, dotato di un faccino da schiaffi tutto da mangiare. A proposito però dei piccoli attori partenopei, chiederei pietà e la possibilità, la prossima volta, di avere i sottotitoli non solo per i dialoghi in inglese ma anche per quelli in napoletano, ché noi povere genti del nord non capiamo! Scherzi a parte, date una chance al cinema italiano e correte a vedere Tito e gli alieni, non ve ne pentirete!


Di Valerio Mastandrea, che interpreta il Professore, ho già parlato QUI.

Paola Randi è la regista e co-sceneggiatrice della pellicola. Nata a Milano, ha diretto anche il film Into Paradiso. Anche produttrice, ha 48 anni.


Clémence Poésy interpreta Stella. Francese, ha partecipato a film come Harry Potter e il calice di fuoco, In Bruges - La coscienza dell'assassino, Harry Potter e i doni della morte - Parte I e Harry Potter e i doni della morte - Parte II. Anche regista e sceneggiatrice, ha 36 anni.





venerdì 19 gennaio 2018

Perfetti sconosciuti (2016)

E così ci sono cascata anche io. Qualche sera fa hanno passato su Canale 5, in prima serata, il film Perfetti sconosciuti, diretto e co-sceneggiato nel 2016 dal regista Paolo Genovese e, spinta dall'entusiasmo di chiunque (o quasi) lo avesse visto ho deciso di piazzarmi sul divano e dargli una chance...


Trama: Sette amici si ritrovano a cena e decidono di fare un gioco: tutti loro dovranno lasciare sul tavolo i cellulari e leggere ad alta voce eventuali messaggi, oltre a rispondere alle chiamate in viva voce. Ovviamente nel corso della serata verranno fuori segreti inconfessabili...


Prima di addentrarmi nella "recensione" di Perfetti sconosciuti, permettetemi di spendere due parole sulla TV italiana e sulle condizioni dello spettatore medio, trattato al pari di un bibino. Nel 2016 quasi tutti i premi importanti dei festival italiani (David di Donatello, Nastri d'argento, Globi e Ciak d'oro) sono finiti in mano a Perfetti sconosciuti e a Paolo Genovese, inoltre quell'anno il film è arrivato secondo negli incassi dei film italiani, subito dopo Quo Vado?. Mediaset, considerata la memoria da pesce rosso del 90% degli spettatori, ha scelto non già di sottolineare le due cose con qualche pubblicità ad hoc (chissene dei premi vinti da un film...), ma di far confezionare ai giornalisti del TG5 un paio di servizi dedicati alle cause di divorzio in Italia, sottolineando come ora le chat dei telefonini siano mezzi perfettamente legali per comprovare l'infedeltà e aggiungendo che "il film che andrà in onda stasera parla proprio di questo, GUARDATE PERFETTI SCONOSCIUTI". Oh, mica un servizio, eh. DUE. Uno alle 13 e uno alle 20, peraltro identici tra loro. Con l'espressione da "mecojoni" tipica di Michelle Obama ho pensato che il film di Genovese dovesse essere come minimo spettacolare visto anche che chiunque, su Facebook, ha cominciato a consigliarmelo nel pomeriggio, un po' com'era successo il giorno della prima TV di La grande bellezza. Giunto il momento fatidico, ovvero le ore 21.20 (come indicato in qualsiasi guida TV on line), mi sono messa sul divano e lì ho ricordato perché non guardo più un film in TV da anni: ho infatti dovuto sopportare MEZZ'ORA di Striscia la Notizia/Paperissima e altrettanta pubblicità. A quel punto stavo già schiumando come un Antico qualsiasi, finché il film non è cominciato alle 21.50... ed è durato dieci minuti, seguito da altri cinque minuti e fischia di pubblicità. In quel momento il mio livello di bestemmia era fuori scala e non posso negare che "forse" tutta 'sta camurria mediasettara mi abbia maldisposto verso un film che, porca miseria, si è rivelato nulla più di una commediola con settemila difetti anche a voler sorvolare sul fatto che metà degli attori biascica (sull'accento romano non mi esprimo anche perché a me personalmente non dispiace, tra l'altro il film è ambientato a Roma), cosa che mi ha costretta a chiedere a Mirco silenzio assoluto giusto per non essere costretta a mettere i sottotitoli.


Ma cosa c'è dunque in Perfetti sconosciuti capace di inchiodare alle poltrone un'intera Nazione, scomodare psicologi, mandare in sbattimento i giornalisti e generare un'infinità di remake all'estero? Boh, me fallit. Giuro, non capisco l'entusiasmo. Innanzitutto il film è assai simile al francese Cena tra amici (vi prego di non scomodare MAI più Carnage, grazie), con la differenza che nella commedia d'oltralpe gli amici cominciano ad insultarsi dopo un paio di minuti con dialoghi al fulmicotone che non mostrano il fianco nemmeno a un attimo di noia, qui prima di arrivare a qualcosa di "sostanzioso" passa un'ora in cui il massimo dell'orrore è scoprire che l'amico ciccio (Battiston, una spanna sopra gli altri attori) non viene invitato alle partitelle di calcio oppure stilare il menu della cena, comprendente antipasto, gnocchi alla romana, polpettone e tiramisù, al quale immagino sia seguito Maalox per tutti perché alla faccia della leggerezza! Quando gli argomenti cominciano a farsi "consistenti" allora il film ingrana, ovviamente nella misura in cui mi consentirà d'ora in poi di mandare al Diavolo chi dovesse accusare gli horror di avere dei protagonisti cretini che fanno scelte insensate. Per esempio (e scelgo giusto il più eclatante), spiegatemi perché la mia suspension of disbelief non dovrebbe ridere in faccia a chiunque accetti che Cosimo, dopo che la merda ha già ampiamente colpito il ventilatore, decida di continuare il gioco rispondendo col vivavoce ad una chiamata potenzialmente compromettente. Ma al diavolo "il gioco", per cortesia! S'è già sfasciato un matrimonio per colpa dell'idea cretina della Smutniak, vuoi davvero dirmi che bisogna continuare a rispettare le regole? Alla faccia della scrittura facilona! E come "contrappasso" per un'unica sequenza davvero toccante e profonda, quella in cui si parla di "froci" e in cui un paio di personaggi scoprono la piccineria di coloro che pensavano amici da una vita, ecco arrivare la paraculata finale in pieno stile Sogno di una notte di mezza estate, durante la quale si arriva a "capire" la funzione di un'eclissi lunare altrimenti inutile, oltre che realizzata con photoshop. Insomma, un coacervo di banalità prive di coraggio, buono solo per eccitare/scandalizzare i salottini dei buoni borghesi, da raccontare dal parrucchiere per poi sghignazzare pensando "uh, pensa se capitasse a me!", con attori bravi ma non indimenticabili e comunque belli comodi nei ruoli a loro più congeniali. Insomma, una delusione di diludendo. Spero vivamente che con un soggetto simile de la Iglesia possa tirare fuori una delle sue belle satire corrosive e violente, sarebbe l'unico modo che avrei di apprezzare l'altrimenti inspiegabile successo di Perfetti sconosciuti.


Di Anna Foglietta (Carlotta), Edoardo Leo (Cosimo) e Alba Rohrwacher (Bianca) ho già parlato ai rispettivi link.

Paolo Genovese è il regista e co-sceneggiatore della pellicola. Nato a Roma, ha diretto film come La banda dei Babbi Natale, Immaturi, Immaturi - Il viaggio, Tutta colpa di Freud e The Place. Ha 51 anni.


Giuseppe Battiston interpreta Peppe. Nato a Udine, ha partecipato a film come Pane e tulipani, Chiedimi se sono felice, La meglio gioventù, La tigre e la neve, Zoran, il mio nipote scemo, Finché c'è prosecco c'è speranza e a serie quali Tutti pazzi per amore. Anche sceneggiatore, ha 49 anni e quattro film in uscita.


Marco Giallini interpreta Rocco. Nato a Roma, lo ricordo per film come Almost Blue, Non ti muovere, ACAB - All Cops Are Bastards, Tutta colpa di Freud e The Place, inoltre ha partecipato a serie quali Boris, Romanzo criminale - La serie, Rocco Schiavone e al corto Basette. Ha 54 anni e tre film in uscita.


Valerio Mastandrea interpreta Lele. Nato a Roma, lo ricordo per film come Palermo Milano sola andata, Zora la vampira, Nessuno mi può giudicare e The Place, inoltre ha partecipato a serie quali I ragazzi del muretto, Boris, Tutti pazzi per amore e al corto Basette. Anche produttore, sceneggiatore e regista, ha 45 anni e tre film in uscita.


Kasia Smutniak interpreta Eva. Polacca, ha partecipato a film come Barbarossa, Rino Gaetano - Ma il cielo è sempre più blu e Volare - La grande storia di Domenico Modugno. Ha 38 anni e un film in uscita.


Perfetti sconosciuti ha avuto così tanto successo in Italia da essere diventato appetibile anche all'estero: in Grecia è uscito lo stesso anno un remake col titolo identico, a dicembre è arrivato in Spagna de la Iglesia col suo Perfectos Desconocidos e a ottobre dovrebbe uscire in Francia Le jeu, sempre basato sulla stessa sceneggiatura. Nell'attesa di recuperare almeno de la Iglesia, se Perfetti sconosciuti vi fosse piaciuto guardate Cena tra amici . ENJOY!

lunedì 20 gennaio 2014

Get Babol! special Armadillo edition

Buon lunedì a tutti! Oggi il sito GetGlue non ha consigliato nulla per quel che riguarda le uscite USA: certo, questa settimana faranno il suo debutto I, Frankenstein, che sembrerebbe una porcata epica (e uscirà giovedì anche in Italia), e Knights of Badassdom, commedia fantasy-nerd con Peter Dinklage, sicuramente più simpatica dell'ennesima rivisitazione del mostro di Mary Shelley, almeno sulla carta, ma pare che non rientrino nei miei gusti.
Quindi, perché non parlare invece della notizia del giorno, il mio regalo di Natale e compleanno anzitempo, partita dal sito di Zerocalcare?


Il meraviglioso volume La profezia dell'Armadillo (il mio preferito tra quelli finora pubblicati, per inciso) diventerà un film, scritto a quattro mani da Zerocalcare, Valerio Mastandrea, Oscar Glioti e Johnny Palomba, un bel gruppetto, non c'è che dire!
Il resto, come si dice, ha da venì, non si sanno ancora né il nome dell'eventuale regista né quello degli attori e qui, trattandosi di cinema italiano, possiamo solo incrociare le dita e sperare che non venga fuori una porcata.

Zerocalcare stesso ha già affermato sul blog che il film sarà sì basato sul libro ma conterrà molte cose nuove, tuttavia spero che lo spirito dell'opera, divertente, nostalgica, malinconica e dolorosa, rimanga inalterato: alla fine, sinceramente, chi vorrebbe vedere un orrendo Armadillo in CG? Chi vorrebbe la riproduzione pedissequa di un fumetto palesemente scritto e disegnato col cuore? Mi farebbe impressione forse anche vedere Zero, il Secco, Camille o Lady Cocca vagare per lo schermo, così diversi dai personaggi che bucano la pagina ad ogni comparsa.
Ma se, come ho detto, lo spirito della Profezia verrà mantenuto e sostenuto da una bella regia e da bravi attori ci sarà indubbiamente ancora speranza per il cinema e il fumetto italiani.
Intanto, andrò a vederlo sulla fiducia, oh.
D'altronde "Si chiama Profezia dell'Armadillo qualsiasi previsione ottimistica fondata su elementi soggettivi e irrazionali spacciati per logici e oggettivi, destinata ad alimentare delusione, frustrazione e rimpianti, nei secoli dei secoli. Amen".
Quindi, parto coi migliori auspici. Se poi non rimarrò soddisfatta, era destino, sticazzi.

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