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mercoledì 22 luglio 2020

Relic (2020)

Il blog di Lucia offre, come sempre, moltissime gioie. La più recente è stata Relic, diretto e co-sceneggiato dalla regista Natalie Erika James.


Trama: dopo la sparizione prolungata della madre, Kay e la figlia Sam decidono di trasferirsi a casa sua per starle vicino ma cominciano ad accadere inquietanti fenomeni...


Uno dei film che più mi aveva angosciata, qualche tempo fa, era stato Still Alice, la storia di una donna ancora abbastanza giovane che vedeva la sua vita divorata dall'Alzheimer. Che sia Alzheimer o demenza senile, l'idea di non ricordare più nulla, di vedere gli affetti e la coscienza di se stessi e del mondo scorrere via dalle dita è qualcosa di orribile e se a questo si aggiungono gli acciacchi della vecchiaia, la consapevolezza di un corpo che non risponde più ai nostri desideri, costringendoci ad umiliarci, anche, davanti alle persone a cui vogliamo bene, mi rendo conto che forse non vorrei arrivare ad essere troppo vecchia e che mi piacerebbe molto lasciare questo mondo prima di diventare un peso per gli altri. La condizione fisica di mia nonna, che pure fortunatamente (o sfortunatamente per lei, temo) ha la testa ancora lucidissima, ce l'ho sotto gli occhi ogni giorno e guardando questo Relic ho inevitabilmente trasferito la sua condizione su quella di Edna, anziana ed indipendente signora che comincia a cambiare. La casa in cui ha vissuto per anni le sembra un luogo minaccioso, i volti si confondono, cominciano a spuntare dei post-it per ricordarsi le cose basilari, sul corpo compaiono inquietanti lividi neri e, cosa forse peggiore, la figlia e la nipote, ognuna pronta ad aiutare nonostante la prima sia stata distante per anni, decidono di assistere Edna trasferendosi nella sua casa, facendola involontariamente sentire ancora più invalida, incapace e colma di vergogna. Cosa si celi nella casa di Edna non è dato sapere di preciso, ma non è importante: Natalie Erika James e Christian White hanno dato una "forma" a qualcosa che può annidarsi nel corpo e nell'anima di tutti e trasformare la realtà in un incubo, e lo hanno fatto con una raffinatezza inusuale per un'opera prima, senza ricorrere a jump scare faciloni.


Relic è innanzitutto un horror di atmosfera, e fa un po' effetto che venga dall'Australia, quando parrebbe girato in qualche tristissimo marsh o brughiera inglese, dove non smette di piovere nemmeno per un secondo e la nebbia divora le caviglie nemmeno ci si trovasse a Vinden. Quasi interamente girato all'interno di una casa vecchia, disordinata e piena di luoghi nascosti (il che si rivelerà fondamentale a un certo punto del film), e nell'uggioso bosco che la circonda il film è una cupa riflessione su qualcosa che potrebbe colpire chiunque, sia direttamente che indirettamente, e ha la furbizia di mantenersi abbastanza vago da far sì che sia il singolo spettatore a caricarlo di significati e aspettative derivanti dalla sua esperienza personale. Oggettivamente, ci sono delle sequenze parecchio inquietanti in Relic, assai legate a un certo tipo di iconografia legata al body horror o a quelle opere che parlano di possessioni demoniache, ma la cosa bella del film è che tutti questi elementi vengono riutilizzati, mescolati e rinfrescati per offrire qualcosa di nuovo, claustrofobico e anche in grado di emozionare lo spettatore, di coinvolgerlo grazie anche alla bella prova offerta dalle tre attrici principali, Robyn Nevin in primis. Oserei dire che, guardando Relic, ognuno potrebbe vedere e vivere un film diverso; probabilmente qualcuno di voi si annoierà preferendo qualcosa di più dinamico, altri, come Lucia, lo eleveranno a film del cuore. Io non sono arrivata a definirlo l'horror dell'anno ma mi ha coinvolta parecchio e sul finale mi sono anche commossa, quindi non posso fare altro che consigliarlo spassionatamente.


Di Emily Mortimer, che interpreta Kay, e Bella Heathcote, che interpreta Sam, ho già parlato ai rispettivi link.

Natalie Erika James è la regista e co-sceneggiatrice della pellicola. Nata in America, anche produttrice, è al suo primo lungometraggio.


venerdì 17 giugno 2016

The Neon Demon (2016)

Nonostante il mondo intero congiurasse contro di me attraverso mala distribuzione, allerta meteo, affari di famiglia e altre varie amenità, martedì ho preso macchina ed autostrada e sono andata a vedere assieme a due carissimi amici The Neon Demon, l'ultima fatica di Nicolas Winding Refn, qui in veste di regista e sceneggiatore (Seguono due paragrafi di delirio. Se non avete voglia di leggerli saltate al terzo).


Trama: Jesse è una sedicenne intenzionata a sfondare nel mondo della moda. La sua naturale bellezza attira gli sguardi e l'ammirazione di chi la circonda ma anche l'invidia e la brama...



Questa è la prima volta in cui mi sento inadatta, lo confesso. Mi rendo conto di non avere né la capacità espressiva né le conoscenze cinematografiche adatte per parlare di The Neon Demon, un'esperienza emotiva, visiva e sensoriale talmente travolgente che alla fine del film ho avuto difficoltà ad alzarmi dalla poltrona e tornare nel mondo reale. The Neon Demon è un film che si mangia con gli occhi, da bere come se fosse la Milano di un vecchio spot pubblicitario, da godere in tutti gli elementi che lo compongono, un'opera d'Arte da vedere, ascoltare e "sentire" in loop continuo, nel bene e nel male. E pensare che tutto parte dalla semplicità di una favola vecchia come il mondo, quella della giovane ragazzina di provincia decisa a far parte di un mondo affascinante e spietato come quello della moda (ma potrebbe anche essere il mondo dello spettacolo in generale, della musica, del cinema), dotata dell'"unica cosa che conta" per sfondare non solo lì ma nella vita: la bellezza. Jesse, questo il nome della protagonista, è bella. Punto. Di una bellezza naturale, non artefatta, illuminata da quel "je ne sais quoi" che potrebbe tradursi in tremila caratteristiche positive, non ultima il fascino, e che la fa spiccare, assieme alla sua innocenza, nel mare di bambolotte rifatte che quotidianamente scalciano e mordono per arrivare in cima alla catena alimentare del mondo della moda. C'è chi si trucca, chi si uccide di diete, chi deve andare a letto con chiunque per ottenere un decimo di quello che Jesse ottiene semplicemente presentandosi struccata davanti a fotografi, manager e stilisti che cadono in deliquio davanti ai suoi capelli biondi e ai suoi occhioni. E ciò, ovviamente, scatena le invidie delle poveracce di cui sopra, il desiderio di possedere questa piccola e quasi magica creatura, di imitarla o distruggerla, con tutte le conseguenze del caso. Ecco, due parole ci vogliono per riassumere il film di Refn. Facile, nevvero? E allora cos'è che lo rende un'opera d'arte come raramente se ne sono viste al cinema in tempi recenti? Cos'è questo Neon Demon che campeggia tronfio nel titolo?


Il problema è che la trama di The Neon Demon è praticamente un pretesto. Un pretesto per afferrare la mano dello spettatore e trascinarlo in un trip fatto di sequenze simboliche alle quali il singolo può dare l'interpretazione che vuole. Eravamo in tre a vedere The Neon Demon e ad ognuno di noi il film di Refn ha sussurrato parole diverse, lasciando che fossimo noi stessi a ragionare, trarre conclusioni ed anticipare gli eventi in base alla nostra sensibilità e alle nostre conoscenze, tanto che il mio cervellino non ha mai smesso di far girare le rotelle, ponendosi domande continue che hanno avuto ben poche risposte. E normalmente mi sarei arrabbiata, lo ammetto. Ma il cervello, vedete, non può nulla contro il cuore. E il mio è stato letteralmente rapito, trasformandosi in una spugna pronta ad assorbire tutto quello che Refn aveva da dargli in pasto in termini di immagini, sequenze e musica. The Neon Demon è bellissimo. Come Jesse. E come Jesse ipnotizza fin dalle prime immagini, che vedono la splendida Elle Fanning ricoperta di sangue, le membra disposte seguendo linee di fuga perfette, il corpo illuminato da luci rosse, bianche e blu, i colori predominanti dell'intero film, mentre una musica inquietante e al tempo stesso tremendamente accattivante scandisce il ritmo dei flash che stanno consacrando la giovane attrice a memoria imperitura (dei personaggi ma anche del pubblico). Potrei scrivere paragrafi interi magnificando ogni sequenza del film o parlandovi del tuffo al cuore provato davanti a un simile dispiego di perizia registica e fotografica ma vi tedierei fino alla morte e non avrei i mezzi per esprimermi adeguatamente perché la visione di The Neon Demon è un'esperienza da provare sulla pelle, rigorosamente in una sala buia. Vi dico solo che il simbolismo delle immagini è talmente preponderante che i dialoghi sono ridotti all'osso, la maggior parte delle scene affidate all'espressività facciale e corporea di attrici di indubbio carisma tra le quali spiccano un'inaspettata Jena Malone (costretta a prestarsi alla scena più disturbante del film, difficilissima da sostenere) e una Abbey Lee che spero faccia moltissima strada, entrambe "ancelle" della piccola dea Elle Fanning, un trionfo di innocente sensualità e perfido candore. La sua interpretazione è talmente sottile, così asservita all'ermetismo del regista, che per capire quanto di Jesse sia realtà, quanto finzione e quanto ci abbia messo le zampe il triangolato Neon Demon (ma esisterà? O è una metafora pure quella?) dovrei probabilmente riguardare il film altre venti volte. Il che non sarebbe un problema.


Mi rendo conto di avere scritto un mare di stron*ate, quindi la faccio breve. The Neon Demon è un film da vedere? Assolutamente sì. Ve lo dico col cuore, che come sapete appartiene a Quentin e conseguentemente si spezzerà dichiarando che il film di Refn è una spanna sopra a The Hateful Eight. E' palesemente una pellicola d'autore, il che non significa che il regista sia uno snob desideroso di tediarvi o farvi impiccare per la frustrazione una volta usciti dalla sala ma semplicemente che non gliene frega nulla di fare un film che piaccia al pubblico, basta girarne uno VOLUTO, totalmente sotto il suo controllo. Di conseguenza, vi dico anche che The Neon Demon è una pellicola estremamente difficile. Se cercate certezze, una trama lineare, un horror tout court, degli spiegoni, una morale, qualsiasi cosa possa farvi andare a dormire senza arrovellarvi costantemente su ciò che avete appena finito di vedere evitate il film di Refn come la peste. Ma se avete una voglia pazza di respirare nuovamente quelle belle atmosfere Lynchiane, Kubrickiane, persino Argentiane che pensavo non avrei mai più provato sulla pelle dal giorno benedetto in cui vidi Arancia Meccanica al cinema ringraziando la settima arte di esistere, questo è il film che dovete assolutamente vedere quest'anno. Perché la bellezza non è tutto. La bellezza è l'unica cosa.


Del regista e co-sceneggiatore Nicolas Winding Refn ho già parlato QUI. Keanu Reeves (Hank), Elle Fanning (Jesse), Jena Malone (Ruby), Bella Heathcote (Gigi) e Alessandro Nivola (il fashion designer) li trovate invece ai rispettivi link.

Christina Hendricks interpreta Jan. Americana, ha partecipato a film come Drive, Dark Places - Nei luoghi oscuri, Zoolander 2 e a serie come Angel, E.R. Medici in prima linea, Tru Calling, Cold Case e Hap & Leonard; come doppiatrice, ha partecipato alla serie American Dad! e alla versione inglese de La collina dei papaveri. Ha 41 anni e quattro film in uscita.


Abbey Lee, che interpreta Sarah, era una delle mogli di Immortan Joe in Mad Max: Fury Road e dovrebbe partecipare anche al film tratto da La torre nera nei panni di Tirana, una dei seguaci del Re Rosso. The Neon Demon avrebbe dovuto intitolarsi I Walk With the Dead e prevedeva la presenza di Carey Mulligan, poi rimpiazzata dalla Fanning quando il progetto ha preso tutta un'altra direzione. Detto questo, se The Neon Demon vi fosse piaciuto provate a guardare Suspiria o Starry Eyes. ENJOY!

QUI trovate l'articolo di Lucia
QUI l'anteprima di Cuore di celluloide, di cui vi invito anche a piacciare la nuova pagina FB
QUI l'imprescindibile nonché indispensabile articolo di Hell sulle simbologie di The Neon Demon

venerdì 22 aprile 2016

PPZ: Pride and Prejudice and Zombies (2016)

Nonostante fosse una di quelle supercazzole che a Savona avrebbero spopolato, PPZ: Pride and Prejudice and Zombie (film diretto e co-sceneggiato dal regista Burr Steers a partire dal libro Orgoglio e pregiudizio e zombie di Seth Grahame-Smith) non è arrivato nella mia città e sono riuscita a recuperarlo solo ora.


Trama: le sorelle Bennet, tra le quali spicca Elizabeth, sono maestre nelle arti mortali e difendono l'Inghilterra dall'epidemia zombie che sta flagellando il Paese. La loro madre tuttavia vorrebbe vederle sposate e l'intera famiglia va in subbuglio quando arrivano nel vicinato il ricco signor Bingley e, soprattutto, l'orgoglioso ed intrattabile signor Darcy...



Avendo letto un paio di volte il romanzo di Seth Grahame-Smith sapevo già cosa aspettarmi da Pride and Prejudice and Zombie e devo dire che durante la visione mi sono divertita tanto quanto mi era successo durante la lettura. La pellicola di Burr Steers condensa un pochino il libro ed impone una svolta ancora più peculiare rispetto alla "parodia" zombesca del famoso romanzo di Jane Austen, arrivando a scomodare persino l'Anticristo e i quattro cavalieri dell'apocalisse, ma fondamentalmente rispetta la natura di romzomcom ottocentesca propria dell'opera originale. Per tutta la durata la pellicola mantiene infatti in miracoloso equilibrio la sua parte romantica, accontentando di fatto quella parte di pubblico femminile che non vede l'ora di sapere come finiranno le tormentate storie d'amore rappresentate, la sua parte di parodia sociale, ancora più divertente in quanto le convenzioni e le frivolezze dell'alta borghesia vengono applicate in un mondo popolato da zombie o persone che stanno per diventarlo, e infine, ovviamente, quella horror. Il risultato è un gradevole pastiche capace di catturare lo spettatore solleticandolo con personaggi ben costruiti ed una trama avvincente che stimola la curiosità non solo di chi non ha mai sentito parlare dell'"omaggio" di Grahame-Smith (o, Dio non voglia, neppure della fonte originale) ma anche di chi ha letto il libro in questione; la sceneggiatura racconta la pericolosa situazione in cui si trova l'Inghilterra senza ricorrere a verbosità eccessive, affidando buona parte delle spiegazioni a dialoghi frizzanti e ad un paio di ironiche sequenze di raccordo nelle quali viene mostrato l'effetto dell'epidemia sulla società inglese, tutto il resto è fatto di combattimenti all'arma bianca (con l'ausilio di qualche fucilata ben piazzata) e balli dal finale inaspettato, mentre i sentimenti delle coppie prese in esame si sviluppano naturalmente, tra una decapitazione e un sorso di the.


E tutto questo, onestamente, da un regista come Burr Steers non me lo sarei mai aspettata visti i polpettoni mielosetti confezionati nel corso della sua carriera (forse che le minacce di Samuel L. Jackson lo abbiano finalmente riportato alla ragione? Mah!); Pride and Prejudice and Zombies ha delle belle scene d'azione, delle ancor più belle ed eleganti coreografie a base di lame e corsetti e oltretutto azzecca anche i tempi horror, piazzando apparizioni di zombi ben imputriditi quando meno ce lo si aspetta. Devo dire che il trucco degli zombi in questione non è proprio dei migliori, ho ravvisato anche troppe ingerenze "computerizzate", tuttavia la sequenza iniziale, durante la quale viene spiegata la genesi dell'epidemia con l'ausilio di un carinissimo teatrino di figurine, fa tranquillamente perdonare alcune imperfezioni. Lo stesso vale, ovviamente, per la carismatica Lily James, che nei panni di Elizabeth Bennet riesce ad essere femminilmente volitiva e a guidare il resto del cast femminile, sicuramente superiore alle quote "azzurre" capitanate da due bietoloni come Sam Riley e Jack Huston: il primo pare affetto dal morbo di Maurizio Costanzo, ha la stessa voce di un uomo senza collo (ora ricordo di averlo visto in Maleficent e il suo è uno dei rari casi in cui il doppiaggio migliora parecchio la situazione...) e per me è uno degli attori più brutti in circolazione, il secondo è un po' più belloccio ma ahimé insipido. Fortunatamente ci pensa Matt Smith a portare un po' di vivacità tra i maschietti e, nonostante il personaggio del Pastore Collins sia probabilmente il più irritante dell'opera, è anche vero che ci vuole della maestria ed interpretarlo, in bilico com'è tra nera ironia e spietata parodia. Nel complesso comunque Pride and Prejudice and Zombies è un film davvero godibile, che consiglio anche a chi non mastica molto il genere horror e vuole qualcosa di un po' più blando, magari prima di passare a zombi "veri".


Di Sam Riley (Mr. Darcy), Bella Heathcote (Jane Bennet), Charles Dance (Mr. Bennet) e Lena Headey (Lady Catherine De Bourgh) ho già parlato ai rispettivi link.

Burr Steers è il regista e co-sceneggiatore della pellicola. Americano, ha diretto film come Igby Goes Down, 17 again - Ritorno al liceo e Segui il tuo cuore. Anche attore (era il "frangettone" di Pulp Fiction) e produttore, ha 51 anni.


Lily James (vero nome Lily Chloe Ninette Thomson) interpreta Elizabeth Bennet. Inglese, la ricordo per il film Cenerentola, inoltre ha partecipato alla serie Downton Abbey. Ha 27 anni e due film in uscita.


Matt Smith (vero nome Matthew Robert Smith) interpreta il Pastore Collins. Inglese, famoso per essere stato l'undicesimo dottore della serie Doctor Who, ha partecipato anche a film come Womb e Terminator Genesys. Anche regista e stuntman, ha 34 anni e due film in uscita.


Natalie Portman, produttrice del film, avrebbe dovuto interpretare Elizabeth Bennet ma è stata costretta a rinunciare a causa di altre riprese. Il ruolo è stato poi proposto a Lily Collins, che ha però rifiutato; è andata bene a Lily James che, durante la realizzazione del film, si è anche fidanzata con Matt Smith. Per quel che riguarda il regista, invece, la pellicola era stata affidata a David O. Russel, che a sua volta ha lasciato il progetto perché impegnato con altri film. A questo punto, più che consigliarvi la visione di altre pellicole, se Pride and Prejudice and Zombies vi fosse piaciuto vi direi di recuperare il libro da cui è stato tratto, un romanzo divertente che si legge in due giorni. ENJOY!

giovedì 17 maggio 2012

Dark Shadows (2012)

Dopo una lunga attesa, sono riuscita ad andare a vedere l’ultima fatica di Tim Burton, Dark Shadows, tratto dall’omonima serie televisiva americana andata in onda alla fine degli anni ‘60.


Trama: il ricco Barnabas Collins, reo di avere rifiutato l’amore di una strega, viene trasformato da quest’ultima in vampiro e rinchiuso sottoterra per quasi duecento anni. Nel 1972 il vampiro viene casualmente liberato e si ritrova a dover affrontare un’epoca sconosciuta, i suoi disastrati discendenti e quella stessa strega che lo aveva maledetto…


Diamo innanzitutto risposta alla domanda che, da almeno un anno, affliggeva tutti i Burtonomani: Tim è tornato? Hmmmmmmnì. O meglio, avrei detto sì fino a ben oltre la metà del film. Dark Shadows comincia con un meraviglioso, gotico ed emozionante flashback che ci introduce alla vicenda e ci catapulta in una fine ‘700 non molto dissimile da quella dei meravigliosi vecchi horror in costume della Hammer. Ci troviamo davanti ad un mix quasi perfetto di regia, costumi, scenografie e musica, con un Johnny Depp intensissimo e una Eva Green perfetta nei panni della sensuale amante scornata. Il film poi vira su un registro più ironico e camp quando Barnabas si risveglia nel 1972. Se avete visto Mars Attacks! sapete sicuramente di cosa sto parlando, ovvero di un Tim Burton che abbandona la sua anima gotica e apre la fiera del modernariato dei freaks, immergendosi in un’epoca e in un’America nelle quali la “diversità” comincia ad emergere per diventare “normalità”: fricchettoni, lava lamp, esseri inquietanti ed ambigui come Alice Cooper, improbabili abiti e capigliature, droga, amore libero, movimenti per la parità dei sessi e chi più ne ha, più ne metta. In tutto questo ben di Dio regista e sceneggiatore (su cui poi torneremo) ci sguazzano e Dark Shadows prosegue mantenendo un miracoloso equilibrio tra horror, ghost story, soap opera e commedia: geniale e trashissima la sequenza in cui Barnabas e la sua vecchia amante si abbandonano al fuoco della passione distruggendo un ufficio, splendida l’immagine del fantasma di Josephine che danza attorno al meraviglioso lampadario del salone del maniero dei Collins, incredibilmente cinefilo l’arrivo di Barnabas sulla strada principale, con gli spettatori che escono da un cinema in cui si proiettano Superfly e soprattutto 1972: Dracula colpisce ancora! (film con il buon Christopher Lee, che in Dark Shadows compare in un cameo come boss dei pescatori), esilaranti i mille modi in cui il disperato vampiro cerca di mettersi a dormire. Insomma, puro divertimento vintage e visionarietà targati Tim Burton.


Questo per quanto riguarda la regia, sicuramente la cosa migliore di Dark Shadows. Anche la storia, di per sé, è interessante e scorrevole e i personaggi sono simpatici e divertenti (basta non scavare troppo a fondo ma, come ho detto, ne parliamo dopo). Neanche a dirlo, Johnny Depp è perfetto nel ruolo del vampiro fuori dal tempo, contemporaneamente gentiluomo innamorato e ironico assassino, ma stavolta viene superato di gran lunga dalla favolosa femme fatale Anjelique, brillantemente interpretata da un’Eva Green in formissima: sorrisetto affilato, sguardo da pazza, aspetto supersexy e alcune tra le battute migliori dell’intero film rendono la “povera” strega innamorata uno dei migliori  personaggi dell’universo di freaks burtoniani (basterebbe solo il momento in cui “imbavaglia” Johnny Depp con un paio di mutande in pizzo rosso per consacrarla nell’Olimpo del cult). Per quanto riguarda la famiglia Collins, se devo proprio essere sincera, a parte la meravigliosa ed enigmatica Elizabeth di Michelle Pfeiffer il resto dei componenti è un po’ sottotono: Chloe Moretz è divertente ma fin troppo rigida nelle sue movenze da ragazzina che vuole fare la vamp, il piccolo Gulliver McGrath è praticamente inesistente e Jonny Lee Miller viene cacciato a calci dal film dopo solo un’oretta (e ne parliamo, ne parliamo…). Quanto a Helena Bonham Carter e Jackie Earle Haley, è un peccato vederli rilegati a semplici caratteristi, ma sono entrambi perfetti per i loro ruoli di dottoressa e custode ubriaconi e sicuramente partecipano ad alcune delle sequenze più esilaranti dell’intera pellicola, mentre gli enormi occhioni e l’aspetto “antico” di Bella Heathcote (talmente bella sul finale, assieme a Johnny Depp, che avrebbero meritato entrambi di essere immortalati da qualche grande artista Romantico) portano quasi a dimenticare l’assoluta mancanza di carisma del suo personaggio, che in teoria dovrebbe essere uno dei principali. Il che ci porta, finalmente, a parlare dei difetti della pellicola.


Purtroppo Dark Shadows cade vittima di un pre-finale (che non rivelerò) a dir poco orrendo e attaccato alla bell’e meglio al resto della trama, un twist talmente assurdo che riesce ad agire come uno schiaffo sullo spettatore ipnotizzato dalla mirabolante e ritrovata verve burtoniana. Lo spettatore in questione, infatti, si ripiglia un attimo e comincia a porsi delle domande. A ricordare, nella fattispecie, come Seth Grahame – Green, il furbone matricolato autore di Orgoglio, pregiudizio e zombie, sia sì uno scrittore in grado di cavalcare le mode ed  imbastire una buona ed interessante trama generale, ma anche di sorvolare sui dettagli e sulla coerenza, infilando cose “ad mentula canis”, come si suol dire. E così, la maschera di perfezione di Dark Shadows comincia a creparsi come il bellissimo viso di Eva Green, quando cominciamo a pensare…  ma era il caso di liberarsi di Jonny Lee Miller in quel modo così imbecille? Cosa lo avete messo a fare il suo personaggio nel cast? Perché mai lo spettatore viene spinto a chiedersi più volte che fine abbia fatto il marito di Michelle Pfeiffer… e poi la cosa viene lasciata cadere lì? Perché, in generale, la famiglia Collins parrebbe semplicemente un’accozzaglia di pittoreschi figuri appena abbozzati tanto per dare colore? Perché l’interessante passato di Vicky viene accennato e poi lasciato lì a languire? Perché il finale viene tirato via di corsa, come se tutti avessero fretta di tornare a casa, e chiuso giusto con un paio di battutine ad effetto? Insomma, riflettendoci bene Dark Shadows è come una di quelle partite di calcio dove i giocatori fanno dei numeri della madonna ma poi, gira che ti rigira, palle in rete ne mandano poche o nessuna. Però è anche la dimostrazione di come Tim Burton non sia ormai privo di cose da dire, anzi. Gli basterebbe tanto così per regalarci un film degno dei suoi antichi fasti. Nella fattispecie, il tanto così sarebbe prendere Seth Grahame – Green e seppellirlo vivo, lasciandolo sottoterra per almeno duecento anni. Voi però non aspettate così tanto e andate a vedere Dark Shadows perché, a prescindere da queste imperfezioni, merita davvero.


Del regista Tim Burton, Johnny Depp (Barnabas Collins), Michelle Pfeiffer (Elizabeth Collins Stoddard, personaggio presente anche nella serie originale), Chloe Moretz (Carolyn Stoddard, un po' più adulta nella serie e "fulcro" di molteplici storie d'amore), Helena Bonham Carter (Dr. Julia Hoffman, presente anche nella serie, solo che lì era una dei più fedeli alleati di Barnabas), Jackie Earle Haley (Willie Loomis, che nella serie originale era colui che liberava Barnabas e diventava suo schiavo) e Christopher Lee (Clarney) ho già parlato nei rispettivi link.

Eva Green (vero nome Eva Gaelle Green) interpreta Anjelique Bouchard. Francese, la ricordo per film come The Dreamers - I sognatori e Casino Royale. Ha 32 anni e un film in preparazione, 300: Battle of Artemisia.


Jonny Lee Miller (vero nome Johnathan Lee Miller) interpreta Roger Collins, personaggio già presente nella serie originale. Figliuole, lo ricordate quel figo di Sick Boy in Trainspotting? Un po' più calvo e un po' più brutto, ma eccolo qui! Tra gli altri suoi film ricordo Dracula's Legacy - Il fascino del male, Melinda e Melinda e Aeon Flux - Il futuro ha inizio, inoltre ha partecipato alle serie Doctor Who e Dexter. Inglese, ha 40 anni e due film in uscita.


Bella Heathcote interpreta Victoria Winters (presente come governante anche nella serie ma un po' diversa dalla versione del film) e il fantasma Josette. Australiana, ha partecipato al film Acolytes e In Time. Ha 24 anni e un film in uscita.


Tra gli altri attori che compaiono nella pellicola, segnalo il piccolo Gulliver McGrath (David Collins, altro personaggio mutuato direttamente dal vecchio telefilm), già comparso in Hugo Cabret, e ovviamente la presenza, come ospiti dell'happening, di alcuni membri del cast originale della serie Dark Shadows: oltre all'immancabile Jonathan Frid, il "vero" Barnabas Collins, compaiono anche Kathryn Leigh Scott (il cui personaggio, Maggie Evans, era in realtà la donna molto somigliante alla Josette amata da Barnabas, non Victoria), Lara Parker (l'Anjelique originale) e David Selby (Quentin Collins, personaggio che nel film non compare). Mi sembra una soap un po' complicatussa ma personalmente cercherò di recuperare Dark Shadows nell'immediato futuro, giusto per poter fare un confronto. ENJOY!




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