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martedì 22 febbraio 2022

Assassinio sul Nilo (2022)

Siccome è uno di quei generi che unisce me, l'amico Toto e l'amica Elena, mercoledì siamo andati a vedere tutti assieme Assassinio sul Nilo (Death on the Nile), diretto nel 2022 dal regista Kenneth Branagh e tratto dal giallo omonimo di Agatha Christie


Trama: in Egitto per un altro caso, l'investigatore Poirot viene coinvolto nel viaggio di nozze di Linnet e Simon, ma la traversata del Nilo si trasforma nell'ennesimo caso di omicidio da risolvere...


A causa della mia ormai proverbiale mancanza di tempo, non sono riuscita a riguardare Assassinio sull'Orient Express come avrei voluto, quindi sono andata a rileggermi il post scritto all'epoca (vedete che a qualcosa serve avere un blog!) per capire un po' cosa avrei potuto dire di diverso su Assassinio sul Nilo, secondo excursus branaghiano nell'universo di Hercule Poirot. Alla fine della rilettura ho pensato che, probabilmente, è stato un bene non avere rivisto Assassinio sull'Orient Express, in quanto Assassinio sul Nilo sembra aver mantenuto tutti i difetti della precedente pellicola senza compensare con eventuali pregi. Anche questa volta, ovviamente, c'è un comparto tecnico di prim'ordine, nel quale spiccano scenografie, costumi e una fotografia sontuosa che sottolinea l'(in)naturale bellezza dei paesaggi egiziani (il film è stato interamente girato in Inghilterra, quindi c'è da porre enfasi anche sugli effetti speciali di prim'ordine), ma tutto ciò non basta a nascondere una generale aria di sciatteria e desiderio di far solo dei soldini. Branagh mi è parso con la testa impegnata già nell'acchiappaOscar Belfast (che ovviamente devo ancora vedere), perché qui mancano gli interessanti virtuosismi di regia e i momenti action che avevo apprezzato in Assassinio sull'Orient Express e, ancor peggio, Poirot è antipatico e mollo più di quanto ricordassi. Parlo da persona che non ha mai letto un libro di Agatha Christie, ma onestamente dubito che il famoso investigatore lo sia diventato a fronte dei suoi interminabili pipponi sull'amore, la solitudine e il rimpianto, che spezzano il ritmo del racconto in maniera vergognosa, al punto che (giuro) alla fine del primo tempo la storia non era ancora entrata nel vivo (!), persa in un atroce desiderio di appagare l'occhio del pubblico con una lunghissima introduzione all'interno della quale, col senno di poi, ci saranno giusto un paio di momenti o dettagli fondamentali per la risoluzione del caso.


Il risultato, posso dirlo?, è quello di avere davanti un giallo abbastanza noioso che non decolla quasi mai, neppure davanti all'arrivo, finalmente, del primo cadavere e che, come già accadeva nel primo film, fa un uso smodato del baffo tracotante di Kenneth Branagh a discapito del resto dei protagonisti, non memorabili né incisivi, neppure a fronte di un paio di cambiamenti che (a costo di passare per uno di quei bonobi razzisti e sessisti che infestano l'internet) mi sono parsi delle inutili forzature per strizzare l'occhio all'inclusività. Al solito, dunque, abbiamo un ottimo cast sprecato. Nessuno dei protagonisti, infatti, mi è rimasto particolarmente impresso e gli unici attori in grado di distinguersi dagli altri sono Gal Gadot, bella ed inarrivabile come al solito, il buon Tom Bateman a cui viene letteralmente affidato il cuore del film e quel minimo di vivacità necessaria a rendere un po' più simpatico e umano Poirot, una Sophie Okonedo molto affascinante nei panni di cantante agée, ed Emma Mackey, anche se la sua interpretazione di Jackie mi è sembrata persino troppo caricata. Gli altri svaniranno dalla mia mente probabilmente in un paio di giorni, così come succederà ad Assassinio sul Nilo nella sua interezza, un film che consiglio giusto come divertissement, se siete davvero appassionati del genere oppure se siete maniaci della completezza (esempio: se vi siete chiesti come sia nato il baffo d'ordinanza di Poirot qui vi verrà spiegato nei minimi dettagli e se siete delle persone brutte come me vi sbellicherete dalle risate per l'assurdità del tutto e per la serietà con cui i coinvolti hanno affrontato una simile baffonat... ehm, buffonata) sperando che Branagh torni a dedicarsi ad altro. 


Del regista Kenneth Branagh, che interpreta anche Hercule Poirot, ho già parlato QUI. Armie Hammer (Simon Doyle), Gal Gadot (Linnet Ridgeway), Annette Bening (Euphemia Bouc), Rose Leslie (Louise Bourget) e Russell Brand (Windlesham) li trovate invece ai rispettivi link. 

Letitia Wright interpreta Rosalie Otterbourne. Nata in Guyana, ha partecipato a film come Black Panther, Ready Player One, Avengers: Infinity War, Avengers: Endgame e serie come Doctor Who e Black Mirror. Anche produttrice e sceneggiatrice, ha 29 anni e quattro film in uscita, tra cui Black Panther: Wakanda Forever. 


Sophie Okonedo
interpreta Salome Otterbourne. Inglese, ha partecipato a film come Ace Ventura - Missione Africa, The Jackal, Hotel Rwanda (che le è valso la nomination all'Oscar come Miglior Attrice Non Protagonista), Hellboy e serie come Doctor Who. Ha 55 anni e un film in uscita. 


Tom Bateman
aveva già interpretato Bouc in Assassinio sull'Orient Express mentre Ali Fazal era l'Abdul di Victoria e Abdul. Dawn French e Jennifer Saunders, che interpretano rispettivamente l'infermiera Bowers e Marie Van Schuyler sono invece un duo comico parecchio famoso in Inghilterra. Ciò detto, se Assassinio sul Nilo vi fosse piaciuto, recuperate la versione del 1978 e, ovviamente, Assassinio sull'Orient Express. ENJOY!

venerdì 25 agosto 2017

Morgan (2016)

L'avevo perso per i soliti disagi distributivi ma ora sono finalmente riuscita a recuperare Morgan, esordio alla regia di Luke Scott, figlio di Ridley Scott.


Trama: dopo un sanguinoso incidente, la consulente di una misteriosa ditta viene incaricata di indagare una struttura segretissima dove è rinchiusa Morgan, essere umano creato artificialmente in laboratorio che sta sfuggendo al controllo dei suoi creatori...



Nonostante il regista sia figlio d'arte, Morgan è passato un po' sotto silenzio e sinceramente non ricordo di avere visto qualche recensione in proposito (se ce ne sono sui blog che seguo abitualmente mi scuso, segnalatemele, grazie!). Ne ho quindi affrontato la visione memore dei pochi trailer passati al cinema, convinta che mi sarei trovata davanti un horror tout court. Invece, come spesso succede ultimamente, il trailer è stato realizzato meglio del film o, per essere più precisi, veicola delle atmosfere ben precise che in Morgan ho ritrovato soltanto nella prima parte, per poi perdersi miseramente nella seconda. Non sto dicendo che il film di Luke Scott sia brutto, per carità, solo che sfrutta male i concetti che stanno alla base della sceneggiatura e non solo per quel che riguarda la creazione di determinati momenti di tensione ma anche per le riflessioni scaturite dalla natura di Morgan. Può un essere creato artificialmente, con delle direttive di programmazione ben precise, sviluppare una coscienza di sé al punto da poter arrivare a dire "sono finalmente me stesso"? Da dove nascono le emozioni o, meglio, come può una creatura non umana distinguere tra amore reale e amore indotto semplicemente dalle buone azioni altrui? Questi interrogativi vengono sì posti durante il film ma diventano a poco a poco delle mere domande oziose, utili solo per scatenare la fuga di Morgan della struttura e lasciate un po' lì a morire per concentrarsi sulla sete di sangue dell'essere che da il titolo alla pellicola. E' un peccato perché l'inizio, con il team di dottori legato da una sorta di vincolo di parentela, faceva presagire l'approfondimento di tematiche molto importanti e la stessa figura della comportamentista Amy (o dei "papà e mamma" Ziegler e Cheng) avrebbe potuto essere sviluppata meglio invece di ridursi all'animaletto terrorizzato e pigolante mostrato sul finale. Anche l'aspetto horror della vicenda, concentrato sulla misteriosa figura di Morgan e di quelli che dovrebbero essere i suoi poteri, si perde per diventare un'accozzaglia di cat fight e scene d'azione che di inquietante hanno davvero poco o nulla.


Un altro aspetto particolare di Morgan, anche lì poco sfruttato, è l'abbondanza di attori della madonna che hanno accettato di partecipare con ruoli purtroppo risibili. Jennifer Jason Leigh e Brian Cox avrebbero potuto anche non venire coinvolti nel film in quanto i loro personaggi non apportano nulla di particolare alla trama e sarebbero stati identici anche con l'ausilio di attori meno blasonati; va un po' meglio a Toby Jones, Michelle Yeoh e Paul Giamatti, anche se sinceramente non capisco il motivo del piglio astioso che il Dottor Shapiro, interpretato da quest'ultimo, utilizza durante la valutazione psichica di Morgan, che in teoria avrebbe dovuto essere condotta con calma e perizia invece che da un pazzo umorale. Kate Mara e Anya Taylor-Joy sono invece molto brave e perfette per i personaggi che interpretano. L'espressione "talmente antipatica da spingere i container ad andarsene da soli" (cit.) della Mara è l'ideale per un personaggio che fa della mancanza di empatia e dell'efficienza a tutti i costi un punto d'onore mentre Anya Taylor-Joy conferisce a Morgan tutta l'inquietudine nervosa del suo sguardo particolare, già apprezzato in Split e The Witch, ma purtroppo a causa della sceneggiatura banalotta non riesce a rendersi memorabile come nelle altre sue performance. Per quel che riguarda la regia, Scott se la cava bene nella pluricitata "prima parte", tra immagini riflesse che allo spettatore attento rivelano più di quanto facciano i dialoghi, ambienti claustrofobici e momenti di quiete quasi onirica ma in generale non regala emozioni particolari né sequenze capaci di consacrarlo ai posteri come degno figlio/nipote di tanto padre/zio. Pur non essendo giovanissimo, c'è solo da sperare che il ragazzo si possa fare col tempo, anche se non tratterrò il fiato nell'attesa!


Kate Mara (Lee Weathers), Anya Taylor-Joy (Morgan), Rose Leslie (Dr. Amy Menser), Toby Jones (Dr. Simon Ziegler), Boyd Holbrook (Skip Vronsky), Michelle Yeoh (Dr. Lui Cheng), Brian Cox (Jim Bryce), Jennifer Jason Leigh (Dr. Kathy Grieff) e Paul Giamatti (Dr. Alan Shapiro) li trovate ai rispettivi link.

Luke Scott è il regista della pellicola. Inglese, figlio di Ridley Scott, è al suo primo e finora unico lungometraggio. Anche attore, ha 49 anni.


Se Morgan vi fosse piaciuto recuperate Ex Machina. ENJOY!

domenica 14 dicembre 2014

Honeymoon (2014)

Dopo un paio di horror deludenti ho sentito il bisogno di rifarmi la bocca con qualcosa di testato e unanimemente riconosciuto come valido, quindi mi sono buttata su Honeymoon, diretto e co-sceneggiato dalla regista Leigh Janiak.


Trama: Bea e Paul, appena sposati, vanno in luna di miele nel rifugio dei genitori di lei, tra i boschi e i laghi. La situazione rimane idilliaca finché una notte Paul scopre che Bea non è in casa e la ritrova, nuda e sconvolta, in mezzo al bosco...


Come si distingue un buon horror dalla rumenta mediocre che viene distribuita solitamente in Italia? Per me un film di genere che si rispetti deve osservare un paio di punti fermi, che vi vado ad elencare e che utilizzerò per redigere un post senza spoiler. Innanzitutto, i personaggi coinvolti, perlomeno i protagonisti, devono essere verosimili, naturali, abbastanza umani da far sì che io possa immedesimarmi in loro o almeno interessarmi a ciò che potrebbe capitargli. Seconda, non meno importante, è la capacità del regista di costruire e mantenere constante la tensione che, combinata con la preoccupazione rivolta verso i personaggi, è il cocktail esplosivo indispensabile per ogni horror degno di questo nome. Terzo, siccome dopo quasi 70 anni di horror trovare trame originali è praticamente impossibile, gli sceneggiatori devono essere in grado di rinnovare i cliché e utilizzarli rinvigorendo tutta la loro devastante potenza. Quarto, ma sembrerebbe quasi banale puntualizzarlo, regia, montaggio, interpreti e colonna sonora devono essere professionali, anche quando simulano amatorialità (sebbene non sia il caso di questo film che, ringraziando il cielo, non è un Mockumentary né un Found Footage). Honeymoon rispetta tutti questi punti e non smetterò mai di ringraziare Leigh Janiak per questo. Bea e Paul sono due sposini innamorati alla follia ma simpatici, tenerissimi, di una dolcezza mai stucchevole; sono gli amici che si vorrebbe vedere felici, che hanno deciso di non ammorbare gli invitati con cerimonie faraoniche o tremila pippe mentali, sono le due esatte metà della mela, due persone che non saranno mai sole perché ognuno ha trovato l'altro, due giovani che si amano col cuore e soprattutto col corpo, anche durante i piccoli, inevitabili litigi. In una parola, sono meravigliosi. Quello che succede loro è ingiusto, è crudele, e noi spettatori non possiamo fare altro che soffrire davanti all'evento misterioso che, a poco a poco, li rende due diffidenti ed arrabbiati estranei, completamente soli davanti a terrori innominabili che nessuno dei due riesce a confessare all'altro.


Cos'è successo quella maledetta notte nel bosco? Noi non lo sappiamo, come del resto non lo sanno i protagonisti, ma è qui che il punto due si unisce al punto tre. C'è qualcosa tra Paul e Bea, un segreto che li divide e noi sappiamo che quando questo segreto verrà rivelato il mondo dei personaggi crollerà e noi rimarremo tutta la notte con gli occhi sbarrati nel letto, a sedare la tachicardia. La Janiak gioca con la nostra attesa, dilata la tensione fino a renderla insostenibile, dice e non dice, ci porta a pensare "ora succederà questo" e invece no, non succede nulla. Ve lo ribadisco, prima che mi ricopriate di insulti: per più di metà film NON. SUCCEDE. NULLA. Che è anche peggio. Perché anche se gli indizi sono inequivocabili e fin dall'inizio capiamo che quello non è un bosco come gli altri, anche se ciò che sta dietro agli eventi è banale e persino scontato, è quello che succede tra l'inizio e la fine di Honeymoon che mette alla prova la nostra resistenza, oltre a quella dei protagonisti. Perché la Janiak sa usare molto bene quei cliché di cui parlavo, pure troppo, e rinnova una paura che credevamo di avere superato, una paura che credevamo solo i grandi Maestri, ormai, avrebbero potuto ancora risvegliare. Infine, come ho detto sopra, ci sono gli interpreti. Rose Leslie è bellissima, fragile ed inquietante al tempo stesso, con la sua pelle di porcellana sembra che debba rompersi da un momento all'altro ma è anche capace di tirare fuori un'insospettabile e terribile lato oscuro; Harry Treadaway è altrettanto bello, di una bellezza che lascia denotare sensibilità ed intelligenza (per intenderci, non è il classico belloccio senz'anima tipico degli horror, mi ricorda più il Fassbender dei tempi di Eden Lake e gli auguro una carriera altrettanto sfolgorante) ed è l'occhio attraverso cui noi spettatori testimoniamo la rovina di un rapporto, l'amore che viene sostituito da disperazione, impotenza e frustrazione. Honeymoon è un horror "emozionale", dove il sangue viene centellinato e i salti sulla sedia quasi completamente eliminati. D'altronde, come si fa a saltare sulla sedia quando ogni nervo è talmente teso da non consentire neppure il più piccolo movimento? Di più non dico, provare per credere. Io intanto ho trovato il secondo gioiellino del 2014.

Leigh Janiak è la regista e co-sceneggiatrice della pellicola. Americana, è al suo primo lungometraggio.


Rose Leslie (vero nome Rose Eleanor Arbuthnot-Leslie) interpreta Bea. Scozzese, ha partecipato alle serie Downton Abbey e Il trono di spade. Ha 27 anni e due film in uscita.


Harry Treadaway interpreta Paul. Inglese, ha partecipato a film come Cockneys vs Zombies, The Lone Ranger e a serie come Penny Dreadful. Ha 30 anni.


Se Honeymoon vi fosse piaciuto provate a guardare anche La moglie dell'astronauta. ENJOY!

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