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mercoledì 3 aprile 2024

Conflitto finale (1981)

Domani dovrebbe uscire al cinema Omen - L'origine del presagio, e io ho avuto l'idea di rivedere la saga dall'inizio. All'appello, sul blog, mancava solo Conflitto finale (The Final Conflict), diretto nel 1981 dal regista Graham Baker.


Trama: l'Anticristo Damien Thorn è cresciuto ed è diventato capo del gruppo industriale ereditato dal padre e dallo zio. Tutto sembra andare a gonfie vele, finché non arriva il giorno del nuovo avvento di Cristo...


Della saga iniziata nel 1978 con Il presagio ricordavo benissimo il primo film, bello ancora oggi, avevo completamente rimosso il secondo (al punto che non ricordavo nemmeno di averne parlato sul blog) mentre questo Conflitto finale non l'avevo mai visto. C'è poi anche il film per la TV Omen IV: Presagio infernale, ma con tutti gli horror interessanti che stanno cicciando fuori grazie al "pensiero laterale" non ho molta voglia di recuperarlo. Senza guardare troppo al futuro incerto, concentriamoci su Conflitto finale. E' il tipico horror minore dell'epoca, senza grandi elementi che possano farlo ricordare per più di un paio di settimane. A livello di trama è abbastanza cretino o, per essere più precisi, lo è a livello di personaggi. Damien Thorn, che avevamo lasciato nel film precedente come adolescente consapevole della sua natura di Anticristo, qui è un thirtysomething all'apice della sua carriera affaristica e politica, pronto a fare piombare il mondo nel caos (come, non è mai dato sapere di preciso, i piani del protagonista sono un po' nebulosi o somigliano un po' troppo alla "normale" politica americana, alla faccia della banalità del male), e fin qui nulla di strano o sbagliato. All'inizio del film vengono ritrovati i sette famosi pugnali che sono l'unica arma in grado di fare fuori Damien; l'ordine religioso a cui vengono consegnati, invece di ingaggiare John Wick, decide di affidarli a sette preti/frati scappati di casa, tutti dotati dell'astuzia di una volpe, i quali probabilmente pensano che il figlio dell'Anticristo stia lì solo a far figura, visti i modi baldanzosi e ridicoli con cui cercano di fregarlo per piantargli il pugnale nella schiena. Inutile dire che chiunque si opponga a Damien, come già accadeva nel secondo capitolo, fa una fine ingloriosa, ma questi preti in particolare vincono il premio per gli approcci più fessi della storia dell'horror (lasciamo stare i tre che provano a ucciderlo con un arzigogolo degno di James Bond, ma il demente solitario che fa l'equilibrista sulle travi dello studio televisivo e l'imbelle che lo affronta in sella a un cavallo evidentemente pensavano di dovresti confrontare con Sbirulino, o non si spiega la mancanza di cautela). A questa sagra della goffaggine si aggiungono i ben più terribili e riusciti tentativi di eliminare i neonati che potrebbero essere la reincarnazione di Cristo, l'aspetto più inquietante e cattivo del film, e un filarino con una giornalista con figlio inespressivo a carico, quest'ultimo più che pronto a giurare fedeltà a Damien e farsi plagiare l'animo implume dal demonio.


Il problema di Conflitto finale è più o meno lo stesso di La maledizione di Damien. Lo spettatore sa benissimo che il protagonista è dotato di poteri semi-divini ed aiutato da papino che lo guarda da laggiù, quindi non c'è la minima suspence quando qualcuno cerca di ucciderlo, anzi, viene un po' da ridere per i modi esagerati con cui i suoi oppositori ci lasciano la pelle. Tra l'altro, Graham Baker non voleva realizzare niente di troppo esplicito e l'unica scena soddisfacente e gore è quella dell'allucinante suicidio dell'ambasciatore inglese (tra l'altro, anche lì, perché crearsi una trappola da fare invidia a Phibes quando bastava spararsi un colpo in testa?), il resto viene lasciato all'immaginazione dello spettatore oppure reso nella maniera più piatta possibile. Gli unici momenti di vera tensione, durante i quali si percepisce l'influenza di un demonio effettivamente in grado di inghiottire il mondo in un delirio di sangue e caos, è quando le inquadrature indugiano su poveri pargoletti in fasce per poi staccare su persone all'apparenza innocue come infermiere, boyscout e mamme, in un'atmosfera malata che ricorda un po' Il male di Dylan Dog. Sugli attori meglio stendere un velo pietoso. Fortunatamente, Sam Neill (che tuttavia inserisce la sua performance nel novero degli errori/orrori di gioventù) è abbastanza bello e carismatico da rappresentare un Damien convincente, nonostante i dialoghi talvolta imbarazzanti che gli hanno messo in bocca e i momenti in cui il protagonista interagisce con una statua di Cristo dallo sguardo talmente triste che parrebbe quasi pensare "ma chi me l'ha fatto fare di partecipare a questo film?". Le inquadrature degli occhi da San Bernardo della statua mi hanno fatto sbellicare dalle risate un paio di volte, lo ammetto, ed è per questo che non posso voler male al 100% a Conflitto finale, un film che prende la sua stessa stupidità dannatamente sul serio. 

 

Di Sam Neill, che interpreta Damien Thorn, ho già parlato QUI.

Graham Baker è il regista della pellicola. Inglese, ha diretto film come Alien Nation. Ha 86 anni.


Durante le riprese, Sam Neill e Lisa Harrow, che interpreta Kate Reynolds, hanno avuto una relazione da cui è nato un figlio, Tim Neill. Il film è il terzo film della serie Il presagio (preceduto da Il presagio e La maledizione di Damien) ma non è l'ultimo, perché nel 1991 è uscito il film per la TV Omen IV: Presagio infernale. Se siete amanti della completezza recuperateli e aggiungete il remake del 2006! ENJOY!

martedì 25 agosto 2020

Possession (1981)

Erano anni che volevo tentare di guardarlo e finalmente ci sono riuscita! Possession, diretto e co-sceneggiato nel 1981 da Andrzej Zulawski, non è più solo un mito sconosciuto...ma ci avrò capito qualcosa?


Trama: dopo un lungo periodo passato lontano da casa, l'agente segreto Mark torna da una missione solo per scoprire che la moglie Anna vuole divorziare. All'incredulità e alla rabbia dell'uomo si aggiunge la consapevolezza che Anna nasconda qualcosa di molto più inquietante di una semplice scappatella...



In una Berlino Ovest asettica e apparentemente deserta o quasi, un uomo torna a casa da una moglie che, lasciata sola con un bambino per troppo tempo, ha trovato un amante e vuole il divorzio. E' la storia più vecchia del mondo, specchio dell'egoismo e della solitudine degli esseri umani, di relazioni fallimentari dominate da insoddisfazione e tristezza, all'interno delle quali c'è sempre qualcosa di più importante dell'amore: il lavoro, se stessi, i figli. Mark non è un marito modello, affatto, complice anche il lavoro di agente segreto che lo porta spesso a stare lontano da casa, ma non può comunque credere che la moglie Anna non sia soddisfatta della vita da altolocata casalinga che conduce, non comprende che la donna possa cercare altrove quel "qualcosa" che le manca e che le causa dolore. Come ho scritto, è la storia più vecchia del mondo ma cosa succede quando un regista come Zulawski decide di renderla allegorica ed universale, zeppa di momenti allucinati che trasformano un divorzio in un incubo kafkiano da cui è impossibile uscire non solo per i personaggi ma anche per gli spettatori? Leggendo qualche recensione qui e là avevo inteso che Possession fosse una specie di body horror à la Cronenberg, e in parte è anche vero, poiché non manca di sequenze disgustose e sconvolgenti, alle quali non è facilissimo dare un senso; eppure, guardando il film di Zulawski, non mi è parso che l'orrore e lo schifo "fisico" fossero gli elementi importanti, quanto piuttosto gli sfoghi verbali dei due protagonisti, impossibilitati a capirsi tra loro, persi nel loro mondo egoista di desideri illusori (Anna che viene sostituita dalla sua versione "pura" e materna, Helen, per non parlare dello stesso Mark, rimpiazzato con un ideale) destinato a condannarli a ripetere sempre gli stessi errori, persi nel caos di un'esistenza priva di regole o salvezza che sistematicamente distrugge tutti quelli che stanno loro accanto. Sia Mark che Anna non si curano che dei loro interessi, ricordandosi del povero figlioletto giusto di tanto in tanto (giuro, è stato più il tempo che al povero Mirco, costretto a sorbirsi pezzi di film a colazione, chiedevo "Sì ma Bob, in tutto questo, dove lo hanno lasciato?") e agendo anche in maniera contraddittoria, a seconda di ciò che va bene a loro in un determinato momento, quasi privi di slanci umani che non siano la smania sessuale, la folle consapevolezza della propria disperazione o la rabbia per la frustrazione, che spesso sfocia in violenti omicidi.


E' un mondo oscuro quello di Zulawski, un mondo dove solo i bambini sono innocenti (non che questo li salvi) e dove anche i protagonisti, per i quali si arriva talvolta a provare pena, sono connotati in maniera molto negativa. Ambigui, folli, violenti e con una luce omicida in fondo agli occhi, sia Anna che Mark mettono paura e non consentono allo spettatore di prevedere i loro comportamenti, spesso irrazionali, né di comprendere il senso delle loro azioni, che talvolta risultano una spirale di spostamenti senza capo né coda, all'interno di luoghi popolati da personaggi a loro volta allegorici o simbolici, senza nessuna pretesa di verosimiglianza umana. Lo stesso Heinrich, l'amante, che dovrebbe essere la valvola di salvezza di Anna, non riesce a contrastare, con i suoi studi zen e la sua illuminazione, l'autodistruzione dei due coniugi e si ritrova perso in un mondo che non comprende più, subendone tutte le conseguenze, e anche chi cerca di riportare "l'ordine", come la polizia e gli ambigui agenti segreti per i quali lavora Mark, nulla può per tappare la falla di un mondo dove Dio e la fede sono scomparsi per lasciare solo un enorme, caotico vuoto. La Adjani e Sam Neill sono spettacolari, entrambi giovani e pronti ad assecondare l'oscura visione di Zulawski. Lei è giustamente stata premiata con la Palma d'Oro a Cannes e sfido qualunque attrice ad offrirsi completamente alla follia sensuale e senza freni richiesta dal ruolo di Anna, un ruolo che immagino abbia prosciugato la Adjani di ogni energia (la scena dell'aborto in metro è sconvolgente), mentre Sam Neill alterna momenti di freddissima razionalità british a una pazzia che farebbe vergognare John Trent, il protagonista de Il seme della follia, senza contare che sia lui che lei sono bellissimi, verrebbe quasi da dire i due poli di una famiglia ideale e perfetta. Ma anche no. E qui concludo perché ogni cosa che potrei scrivere su Possession non gli renderebbe giustizia. Dico solo: guardatelo.


Di Isabelle Adjani (Anna/Helen) e Sam Neill (Mark) ho già parlato ai rispettivi link.

Andrzej Zulawski è il regista e co-sceneggiatore della pellicola. Nato in Polonia, ha diretto film come L'importante è amare, Femme Publique, Sul globo d'argento e La fidélité. Anche attore, è morto nel 2016 all'età di 75 anni.


martedì 20 settembre 2016

The Hunter (2011)

Ve la ricordate la defunta rubrica Get Babol!? Recuperando col mio solito bradipismo i film più interessanti nominati proprio in quelle occasioni, qualche giorno fa ho guardato The Hunter, diretto nel 2011 dal regista Daniel Nettheim e tratto dall'omonimo romanzo di Julia Leigh.


Trama: ad un cacciatore viene chiesto da un’ambigua ditta farmaceutica di recuperare dei campioni di DNA da un animale creduto estinto, la tigre della Tasmania. L’uomo si reca così nei territori dove si dice sia stata avvistata recentemente la bestia ma troverà qualcosa di inaspettato ad attenderlo…



Ho cominciato la visione di The Hunter convinta che mi sarei trovata davanti una sorta di survival movie, con Willem Dafoe impegnato a sopravvivere nelle zone più recondite della Tasmania mentre la famigerata tigre gli faceva il gesto dell’ombrello fuggendo o, peggio ancora, trasformandolo dal cacciatore del titolo a preda, invece la pellicola di Daniel Nettheim si è rivelata un animale strano quanto quello inseguito dal protagonista. The Hunter è infatti un racconto di formazione travestito da crime story, la storia di una caccia che porta il personaggio principale a scavare dentro il proprio animo solitario e soprattutto ad interagire con una famiglia allo sbando, composta da una madre e due bimbi che aspettano da anni il ritorno del marito e padre, ricercatore universitario smarritosi negli stessi boschi che nascondono la tigre della Tasmania. Oltre a raccontare una vicenda molto umana, The Hunter tocca anche un tema difficile come l’ambientalismo che si scontra con una realtà fatta di cittadine al limite della povertà, all’interno delle quali gli abitanti lavorano “sfruttando” le risorse naturali; nonostante i taglialegna dipinti nel film rasentino la follia e ricadano nel tipico stereotipo del redneck (per quanto il film sia ambientato in Tasmania), la pellicola instilla comunque nello spettatore quel minimo di dubbio etico e sociale che lo spinge a non parteggiare a tutti i costi per i cosiddetti “greenies” che vanno a spaccare i marroni a chi è costretto a lavorare per vivere. Allo stesso modo, il tristissimo finale potrebbe non incontrare il favore di una buona fetta di pubblico ma è perfettamente in linea sia con la personalità del cacciatore, sia con gli eventi accorsi ai personaggi nel corso del film, e non vi nego che è riuscito a strapparmi più di una lacrima.


Altro non dirò sulla trama per non rovinare la sorpresa quindi sarebbe il caso di spendere due parole per la realizzazione del film. Questa è la prima pellicola girata da Daniel Nettheim che vedo e sinceramente non capisco come mai costui abbia all’attivo solo un film, a fronte di moltissimi episodi di serie televisive. La regia di The Hunter mi è parsa molto bella, dal taglio classico ma non banale, arricchita da una fotografia splendida capace di mettere ancor più in risalto la bellezza selvaggia dei boschi della Tasmania e anche la rigidità del suo inverno; molto interessante anche la scelta di utilizzare, a mo’ di introduzione, filmati di repertorio in bianco e nero nei quali viene mostrato il sembiante della tigre della Tasmania, un animalino abbastanza inquietante e particolare ma purtroppo estinto per davvero. The Hunter si conferma un prodotto pregevole anche sul versante attori. Su Willem Dafoe non avevo dubbi e mi è piaciuto molto vederlo, per una volta, in versione “remissiva”, alle prese con un personaggio schivo e pacato, e altrettanto brava è Frances O’ Connor. La palma di migliori attori va comunque ai piccoli Morgana Davies  e Finn Woodlock: la prima è una grezzonetta fenomenale, con un accento meravigliosamente incomprensibile, mentre il secondo, costretto ad interpretare un bimbo muto che si esprime attraverso fondamentali disegni, è talmente tenero che verrebbe voglia di mangiarselo. Pare quindi che, per l’ennesima volta, il mio modo sconsiderato di scegliere i film abbia dato i suoi frutti… il problema è che ora ho una voglia matta di volare in Tasmania, per bearmi di quelle splendide viste che hanno tanto incantato sia Willem Dafoe che Sam Neill, sperando che la tigre autoctona non venga a mordermi le terga come i cervi di Nara!


Di Willem Dafoe (Martin), Frances O' Connor (Lucy) e Sam Neill (Jack) ho già parlato ai rispettivi link.

Daniel Nettheim è il regista della pellicola. Australiano, ha diretto film come Angst ed episodi di serie come Doctor Who. Ha anche lavorato come sceneggiatore.


Julia Leigh, autrice del romanzo da cui è stato tratto The Hunter, ha lavorato a sua volta come regista e ha diretto, tra l'altro proprio nel 2011, il film Sleeping Beauty. Detto questo, se The Hunter vi fosse piaciuto provate a guardare Mud. ENJOY!

venerdì 25 settembre 2015

Punto di non ritorno (1997)

Durante le ferie estive mi sono imbattuta in alcuni memorabilia di un film che non conoscevo, Punto di non ritorno (Event Horizon), diretto nel 1997 dal regista Paul W.S. Anderson, quindi mi è venuta la curiosità di vederlo.


Trama: un gruppo di astronauti viene inviato su Nettuno dopo che la nave Event Horizon, scomparsa da anni, ha ricominciato ad emettere segnali. Gli astronauti tuttavia si accorgono presto che sulla Event Horizon è successo qualcosa di terribile…



Nelle ferie di agosto ho convinto quel santo del mio ragazzo, fortunatamente allergico alla spiaggia, a portarmi a Settimo Torinese per vedere il museo dedicato a Ritorno al futuro. In mezzo alla vasta collezione di oggetti di scena presi dalla trilogia di Zemekis c’erano props di Terminator 3: Le macchine ribelli, Blade Runner e anche una giacca indossata da uno dei personaggi in Punto di non ritorno; la  cosa interessante è che non si faceva il nome del film di Anderson, però alcune immagini passavano su uno schermo e quando ho visto che tra gli interpreti figuravano Laurence Fishburne, Sam Neill e soprattutto quel gran figo di Jason Isaacs ho preso in mano lo smartphone e, fatta una rapida ricerca su Wikipedia, ho capito cosa avrei dovuto guardare appena tornata a casa. Punto di non ritorno, sempre per la gioia del mio ragazzo che non sopporta il genere e credeva di trovarsi davanti un film innocuo, è un interessante ibrido tra horror e fantascienza dove la claustrofobica ambientazione spaziale offre spesso il fianco, come già succedeva in Alien, a soluzioni di sceneggiatura un po’ più sanguinose ed “infernali”. Event Horizon non è solo il nome della nave protagonista del film ma è anche la parola inglese per definire sia il “punto di non ritorno” (ovvero quando la forza gravitazionale diventa così forte che non è più possibile sottrarvisi) sia il limite oltre il quale, se non ho capito male, le leggi della fisica cessano di esistere (e se ho capito male abbiate pazienza ché io sono letteraria, non matematica o fisica); effettivamente, agli sfortunati personaggi succede di venire letteralmente inglobati e fatti prigionieri da una forza misteriosa alla quale non riusciranno a sottrarsi tanto facilmente e questo perché la nave che sono andati a salvare ha superato i limiti dello spaziotempo conosciuto diventando qualcosa di senziente, malvagio e molto pericoloso, un’entità che se ne infischia sia della fisica sia della realtà comunemente conosciuta. Il viaggio verso la Event Horizon diventa così per i protagonisti una discesa allucinata nei meandri della mente umana, dell’ambizione sfrenata che diventa follia, della realtà oscura e distorta che esiste dietro le fragili pareti della dimensione che conosciamo e delle paure più o meno irrazionali che tutti quanti ci portiamo dentro, con l’aggravante di essere ambientato in quello Spazio profondo dove “nessuno può sentirti urlare” e che quindi mette ancora più ansia, almeno a me.


Fermo restando che la pellicola poteva e doveva essere molto più visionaria (travagliate vicissitudini produttive hanno letteralmente mutilato Punto di non ritorno che, a quanto ho letto, doveva essere un’orgia di sangue di quasi tre ore, uno Shining in space ma ovviamente ben più zamarro; non a caso, Clive Barker era stato chiamato come consulente in pre-produzione!), è indubbio che Anderson in Punto di non ritorno abbia limitato un po’ la tamarreide che avrebbe caratterizzato i suoi lavori seguenti ma è anche riuscito nonostante tutte le difficoltà produttive a ricreare ambienti stranianti e mozzafiato; le prime sequenze ambientate nello spazio aperto, il lunghissimo corridoio zeppo di luci che collega i due vani principali della Event Horizon e il cuore della stessa nave, un inquietante giroscopio che all’occasione si apre su una liquida dimensione infernale, sono elementi che si fissano nella memoria dello spettatore nonostante l’ambientazione claustrofobica rischi alla lunga di risultare un po’ monotona. La componente horror o, almeno, quello che ne è rimasto, non è affatto male, anche perché gli effetti speciali del film sono in generale invecchiati benissimo; per volontà della Paramount il film è stato costretto a giocare di privazione e a centellinare il sangue per buona parte della sua durata, preferendogli visioni perlopiù spettrali e sottilmente inquietanti, ma verso la fine il regista sbraga comunque e colpisce allo stomaco lo spettatore con un “fantasioso” esperimento chirurgico, un folle video dal contenuto devastante e il trucco da pelle d’oca di un Sam Neill in formissima. Non sono da meno gli altri attori, ovviamente. Il cast all-star per una volta paga, forse anche perché nel 1997 la maggior parte dei coinvolti erano o all’apice delle loro carriere, come il già citato Sam Neill e l’imponente Laurence Fishburne, oppure dei carismatici giovani di belle speranze, come la delicata Joely Richardson o uno stempiato ma sempre figo Jason Isaacs, ancora lontano dai lunghi capelli biondi di Lucius Malfoy. In sostanza, Punto di non ritorno è un film imperfetto che non è riuscito a diventare cult ma che sicuramente ha tutti i mezzi per conquistare parecchi spettatori: a me è rimasta sicuramente l’insana curiosità di sapere COSA avrebbe potuto ancora rivelare il ventre oscuro della Event Orizon se non si fossero messi in mezzo i produttori ma anche la gioia di avere scoperto grazie alla passione per Ritorno al futuro una pellicola che forse da sola non avrei mai avuto occasione di guardare, quindi spero che il mio post invogli al recupero quelli tra voi che ancora ne ignoravano l’esistenza (e se potete andate a vedere il Museo di Ritorno al futuro, è zeppo di cose meravigliose)!


Del regista Paul W.S. Anderson ho già parlato QUI mentre Laurence Fishburne (Capitano Miller), Sam Neill (Dottor WilliamWeir), Kathleen Quinlan (Peters), Joely Richardson (Starck), Jason Isaacs (D.J.) e Noah Huntley (Edward Corrick) li trovate ai rispettivi link.

Richard T. Jones (vero nome Richard Timothy Jones) interpreta Cooper. Nato in Giappone, ha partecipato a film come Mezzo professore tra i marines, Il collezionista, Super 8, Godzilla e a serie come L'ispettore Tibbs, Ally McBeal, CSI: Miami, Numb3rs, Bones, Grey's Anatomy e American Horror Story. Anche produttore, ha 43 anni e quattro film in uscita.


Jack Noseworthy (vero nome John E. Noseworthy Jr.) interpreta Justin. Americano, ha partecipato a film come Alive - Sopravvissuti, Giovani diavoli e a serie come Oltre i limiti e CSI - Scena del crimine. Ha 46 anni e due film in uscita.


Dopo Mortal Kombat, Anderson voleva girare qualcosa di più adulto e gore, quindi ha rifiutato l'offerta di dirigere X-Men per dedicarsi a Punto di non ritorno che, come ho detto, alla fine è stato comunque tagliato di una buona mezz'ora. A parte questo, se Punto di non ritorno vi fosse piaciuto recuperate Moon, Solaris, Sfera, The Abyss, Leviathan e Il seme della follia. ENJOY!

martedì 16 settembre 2014

Il seme della follia (1994)

Torno a parlare di horror che adoro e il compito oggi sarà particolarmente difficile perché il post è interamente dedicato a quello che, a mio avviso, è il capolavoro di John Carpenter, Il seme della follia (In the Mouth of Madness), da lui diretto nel 1994. Occhio agli SPOILER!!


Trama: John Trent è un investigatore specializzato in casi di frode assicurativa. Un giorno viene ingaggiato dalla casa editrice del famoso scrittore di libri horror Sutter Cane perché la loro punta di diamante è scomparsa senza lasciare traccia, proprio alla vigilia dell'uscita del nuovo libro. Trent è costretto così a mettersi alla ricerca di Cane e a scontrarsi con un incubo inimmaginabile...


Il seme della follia è un maledetto capolavoro ed è uno dei pochi horror che mi spinge ad accendere la luce e a guardarmi alle spalle dopo ogni visione. Ogni sequenza della pellicola, persino la più tranquilla, è costruita per lasciare un'inquietudine profondissima nello spettatore e per spingerlo a porsi domande continue alle quali, mi spiace dirlo, Carpenter non offre risposte positive. Come terzo capitolo dell'ideale trilogia dell'apocalisse, infatti, Il seme della follia si conclude mostrandoci un mondo ormai completamente fuori da ogni possibile recupero, in mano a mostri innominabili che si annidano nei più profondi recessi della mente umana, un universo di nuova carne in cui Lovecraft e Cronenberg danzerebbero allegre gighe sulla tomba dell'umanità intera; se in La cosa e Il principe del male un minimo di speranza c'era e la fine del mondo apparteneva ad un futuro forse evitabile, ne Il seme della follia ci ritroviamo a cose già fatte e l'intera storia non è altro che un lungo flashback dove viene raccontata l'origine di un regno di follia, oscurità e morte. Un regno, peraltro, partorito dalla mente di uno scrittore che ricorda tanto il già citato Lovecraft come stile e il buon vecchio Re King per lo smodato numero di adoranti seguaci e il numero vertiginoso di copie vendute; modellando Sutter Cane su questi grandissimi esempi, Carpenter imbastisce una trama complessa che abbatte le barriere tra finzione e realtà, dove il fanatismo e gli avidi occhi del lettore alimentano la letteratura tanto da consertirle di soverchiare persino la consapevolezza della propria esistenza e modificare la materia tangibile. Il seme della follia diventa così una celebrazione del potere della fantasia (per quanto oscura) ma anche una critica verso l'entertainment tutto, soprattutto quello cinematografico, che obnubila la ragione e genera fanatismi quanto e più di una religione: il sipario sull'umanità cala definitivamente dal momento in cui l'ultima opera di Sutter Cane, Il seme della follia, viene trasposto in film perché "non tutti leggono, ma chiunque va al cinema" ed è quello il momento in cui anche lo spettatore diventa protagonista del film e si rende complice dell'annientamento dell'universo intero.


Carpenter si diverte con la colonna sonora e la macchina da presa, utilizza inquadrature sghembe, primi piani che lasciano intravvedere l'oscurità che si trova alle spalle dei protagonisti, violenti lampi di luce che squarciano letteralmente la realtà e ricerca l'inquadratura in grado di sconvolgere lo spettatore con la sua familiarità e contemporanea impressione di"sbagliato" (ogni volta che nelle strade buie di Ellera incontro un ciclista perdo vent'anni di vita. Giuro.), mescolando la sua arte registica ad un montaggio spiazzante e frammentario e ad una narrazione colma di flashback, visioni e situazioni volutamente lasciate "in sospeso". Guardando Il seme della follia si ha come l'impressione di leggere un libro troppo pauroso da affrontare per intero, che ci spinge a saltare le pagine per andare avanti e vedere come andrà a finire, un libro in grado di rimanerci talmente impresso che ogni cosa che vediamo in giro ci richiama inevitabilmente alla mente elementi dello stesso, dove i personaggi diventano così reali da causarci frustrazione quando le cose non vanno come vorremmo noi: è la stessa cosa che succede a John Trent, interpretato da un favoloso Sam Neill, che cerca disperatamente di cambiare un destino già scritto e confermarsi reale agli occhi di un Dio spietato. Alla perfezione de Il seme della follia contribuiscono anche degli effetti speciali validissimi (dove il digitale è fortunatamente ancora bandito!) e un make-up particolarmente ripugnante, soprattutto per quel che riguarda i demoniaci bambini di Hobbs' End e quei terribili occhi azzurri tipici che caratterizzano le "vittime" delle opere di Sutter Cane. A proposito, lo sapevate che il blu è il colore preferito del mefistofelico scrittore ed è per questo che i fedeli lettori si ritrovano tutti con un allucinato sguardo bluastro? A questo dettaglio ho fatto caso proprio durante questa visione, che è la sesta ormai per questo capolavoro di John Carpenter, a dimostrazione del fatto che Il seme della follia è un film complesso, diretto e scritto con un'attenzione maniacale ai più piccoli dettagli, in grado di stupire, far riflettere ed impaurire lo spettatore ad ogni visione. Oltre che a mettergli addosso una voglia incredibile di rivedere il suo fratellino minore, lo spettacolare Cigarette Burns dei Masters of Horror. Date fiducia a Carpenter e immergetevi nel malsano mondo di Sutter Cane.. mi ringrazierete! O forse no.


Del regista John Carpenter ho già parlato qui mentre David Warner, che interpreta il Dr. Wenn, lo trovate qua.

Sam Neill (vero nome Nigel Neill) interpreta John Trent. Irlandese, lo ricordo per film come Omen III: Conflitto finale, Ore 10: Calma piatta, Caccia a ottobre rosso, Lezioni di piano, Jurassic Park, Mowgli - Il libro della giungla, Biancaneve nella foresta nera, L'uomo bicentenario e Jurassic Park III, inoltre ha doppiato un episodio de I Simpson. Anche regista, sceneggiatore e produttore, ha 67 anni e quattro film in uscita.


Jürgen Prochnow interpreta Sutter Cane. Tedesco, ha partecipato a film come Dune, Beverly Hills Cop II - Un piedipiatti a Beverly Hills II, La settima profezia, Robin Hood - La leggenda, Fuoco cammina con me, Body of Evidence - Il corpo del reato, Dredd - La legge sono io, Sorellina e il principe del sogno, Il paziente inglese, Il codice Da Vinci e a serie come 24. Anche produttore, ha 73 anni e due film in uscita.


John Glover (vero nome John Soursby Glover Junior) interpreta Saperstein. Americano, ha partecipato a film come Io & Annie, S.O.S. Fantasmi, Gremlins 2 - La nuova stirpe, Robocop 2, Batman & Robin e a serie come Il tenente Kojak, Ai confini della realtà, Miami Vice, La signora in giallo, Numb3rs, Heroes, Medium e Smallville; inoltre ha lavorato come doppiatore per le serie Animaniacs e Batman. Ha 70 anni e due film in uscita.


Charlton Heston (vero nome John Charles Carter) interpreta Jackson Harglow. Americano, lo ricordo per film come I dieci comandamenti, L'infernale Quinlan, Ben Hur (che gli è valso l'Oscar come miglior attore protagonista), La più grande storia mai raccontata, Il tormento e l'estasi, Il pianeta delle scimmie, L'altra faccia del pianeta delle scimmie, 1975: Occhi bianchi sul pianeta Terra, Il richiamo della foresta, 2022: I sopravvissuti, Airport 75, Terremoto, Fusi di testa 2 - Waynestock, True Lies, Hamlet, Armageddon - Giudizio finale e Planet of the Apes - Il pianeta delle scimmie; inoltre, ha partecipato a serie come Dinasty, I Colby, Beautiful, Oltre i limiti e lavorato come doppiatore nel film Hercules. Anche regista e sceneggiatore, è morto nel 2008 all'età di 84 anni.


Tra gli altri attori compare anche il futuro giovane Anakin Skywalker Hayden Christensen nei panni del ragazzino che vende i giornali. Detto questo, se Il seme della follia vi fosse piaciuto procuratevi gli altri due ideali capitoli della trilogia dell'apocalisse Carpenteriana, ovvero La cosa e Il signore del male. ENJOY!!

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