Sempre grazie alle segnalazioni di Lucia, ho recuperato anche The Turning, diretto dalla regista Floria Sigismondi e tratto dal romanzo Il giro di vite di Henry James.
Trama: Kate viene assunta come istitutrice per badare alla piccola Flora, orfana di genitori. All'interno dell'enorme villa di famiglia, tuttavia, cominciano ad accadere cose molto strane...
Sarà il Covid che mi rende intollerante al mondo esterno e molto più propensa a rifugiarmi in luoghi di fantasia, per quanto inquietanti? Sarà l'astinenza da cinema, che mi porta ad accogliere con gioia qualunque horror? Sarà che sono cresciuta, i miei gusti sono cambiati, e mi concentro un po' più sulla bellezza che sul contenuto? Sarà quel che volete, mi sono ritrovata a ridere (per non piangere) all'idea che The Turning sia stato massacrato dalla cVitica USA quando invece, nonostante qualche passaggio un po' farraginoso, la pellicola di Floria Sigismondi ha fascino da vendere e attori molto bravi, non solo la protagonista ma anche i suoi "colleghi" di supporto. Tratto da Il giro di vite di Henry James, The Turning racconta l'odissea della giovane Kate, che un giorno decide di mollare tutto e accettare un lavoro come istitutrice in un'enorme villa appartenente a una famiglia ricca ma spezzata: dopo un incidente mortale accorso ai genitori, la piccola Flora è infatti rimasta sola con una vecchia governante e il fratello Miles, collegiale scapestrato e violento costretto a rimanere a casa dopo essere stato espulso da scuola. La villa in cui scorrazzano questi due giovani "purosangue", come li definisce la governante, comincia fin da subito a risultare inquietante agli occhi di Kate. Di notte ci sono strane voci, i dintorni della magione sono labirintici e claustrofobici quanto le stanze e i corridoi, la piccola Flora vive da reclusa ed è terrorizzata alla sola idea di abbandonare la sicurezza della proprietà e Miles è un bastardo che non perde occasione di fare scherzi crudeli a Kate, minandone dapprima la pazienza e poi la sanità mentale, soprattutto quando agli occhi di Kate cominciano a profilarsi i contorni di una tragedia passata che richiede vendetta o, quanto meno, una presa di coscienza. Come se tutto questo non bastasse, Kate ha una madre rinchiusa in manicomio, quindi forse rischia di diventare matta per una questione ereditaria, chissà.
Non offre risposte chiare questo The Turning, salvo il progressivo disgregarsi dell'autocontrollo e della consapevolezza di una persona, qualunque siano le cause. E' doloroso vedere Kate, magistralmente interpretata da Mackenzie Davis e connotata con pochi tocchi di forte personalità che ce la rendono subito simpatica, perdere a poco a poco l'appiglio con la realtà, trasformarsi da ragazza forte e indipendente a pulcino terrorizzato, schernita da piccoli bastardelli viziati per i quali non facciamo in tempo a provare pietà che subito, con un brusco voltafaccia, li vorremmo vedere morti. Sì, anche la piccola Flora, per quanto Brooklynn Prince mi faccia una tenerezza infinita dai tempi di Un sogno chiamato florida (ah, ma anche lì la pargolotta chiamava due schiaffi per ogni abbraccio, eh), mentre Finn Wolfhard, anche lui perfetto, potrebbe rientrare di diritto nella definizione di "causa scatenante sindrome da Erode". La regia di Floria Sigismondi, "architetto" dell'intera faccenda, è molto evocativa e non mi sarei aspettata di meno da colei che ha aiutato a far sì che Marilyn Manson assurgesse a mito della mia adolescenza anche grazie agli splendidi video da lei girati; la Sigismondi, fortunatamente avara di jump scares, preferisce concentrarsi su oggetti d'arredamento inquietanti e topoi gotici come nebbia e acque buie, sulla natura decadente e labirintica della casa in cui vivono i giovani Fairchild e si concede dei titoli di coda splendidi, accompagnati da una melodia che stride completamente con l'atmosfera del film e per questo, a mio avviso, è ancora più adatta al doppio twist finale. Quindi, non racconti nulla di troppo nuovo, The Turning è un altro horror che consiglio in questo periodo "coviddoso" che si sta rivelando molto ricco di visioni interessanti.
Di Mackenzie Davis (Kate Mandell) e Joely Richardson (Darla Mandell) ho già parlato ai rispettivi link.
Floria Sigismondi è la regista del film. Italiana, ha diretto il film The Runaways ed episodi di serie quali Hemlock Grove, American Gods e Daredevil. Anche sceneggiatrice e attrice, ha 55 anni.
Finn Wolfhard interpreta Miles Fairchild. Canadese, lo ricordo per film come It, It - Capitolo 2 e serie quali Supernatural e Stranger Things. Ha 18 anni e un film in uscita, Ghostbusters: Legacy.
Brooklynn Prince, che interpreta Flora, era l'adorabile Moonee di Un sogno chiamato Florida. Siccome il film è tratto da Il giro di vite di Henry James, se The Turning vi fosse piaciuto recuperatene altre versioni come Suspence e magari aggiungete anche The Others. ENJOY!
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domenica 3 maggio 2020
mercoledì 26 febbraio 2020
Color Out of Space (2019)
Non so come ho potuto permettermi di aspettare così tanto per vedere Color Out of Space, diretto e sceneggiato nel 2019 dal regista Richard Stanley partendo dal racconto Il colore dallo spazio di H.P.Lovecraft.
Trama: dopo che un meteorite si schianta sul suolo della proprietà dei Gardner, la flora e la fauna dei dintorni cominciano a mutare e lo stesso vale per la mente degli abitanti della casa...
Non sono affatto un'esperta di Lovecraft, di cui avrò letto sì e no una decina di racconti, probabilmente i più conosciuti, ma sono familiare con le sue atmosfere e apprezzo molto tutte le opere che omaggiano a piene mani lo scrittore di Providence (mi vengono in mente tra le mie preferite Il seme della follia di Carpenter, il racconto N di Stephen King, ovviamente i fumetti Neonomicon e Providence di Alan Moore, giusto per citarne qualcuna). In questo caso, parliamo proprio di un film che adatta una delle opere più famose di Lovecraft, per anni considerata "infilmabile" anche se ci sono stati parecchi registi che ci hanno provato, e il risultato, visto con gli occhi di una quasi profana, è un horror con le contropalle che mette angoscia dall'inizio alla fine, qualcosa che contrasta con quel delizioso rosa shocking utilizzato per incarnare il "colore" e con una delle cose più tenere e morbide del mondo: gli alpaca. Nell'apparente idillio bucolico di una famiglia radicata in città che desidera sperimentare "la campagna" onde superare il trauma del cancro al seno di mammà (ovviamente, tutto deciso da papino, ché il più traumatizzato dalla cosa è lui) entra a gamba tesa un asteroide che prima crea una voragine nel giardino dei Gardner e poi scompare, lasciando dietro di sé l'orrore cosmico. Passano i decenni e, se i personaggi di Lovecraft non avevano gli strumenti per difendersi dall'incomprensibile ignoto, la loro versione moderna sceglie di fare orecchie da mercante per non essere costretta ad affrontare l'ennesimo fallimento di una vita che DEVE necessariamente essere perfetta. Il narratore esterno, unica voce della ragione, ci prova ad avvertirli, forte di inconfutabili prove scientifiche; il custode del terreno, già bruciato da droghe psicotrope, non ci pensa nemmeno e accetta l'inevitabile supremazia dell'inconoscibile con un'arrendevolezza che mette paura più di ogni altra cosa. Nel mezzo, ci sono i Gardner, vittime più o meno innocenti di qualcosa che non può essere guardato negli occhi pena la pazzia e da cui non ci si può difendere, qualcosa che corrompe irrimediabilmente i corpi e annichilisce la mente, ingannando attraverso la bellezza di prodigi fuori dal comune oppure tirando sadicamente fuori tutto il marciume che cerchiamo di nascondere dietro una patina di ragionevole civiltà.
L'incubo lovecraftiano diventa dunque un'alternanza di elementi visivi ripresi in tutta la loro inquietante "bellezza" (i fiori, la vegetazione lussureggiante, persino il grazioso insettino dal colore accattivante che attira lo sguardo del piccolo Jack) o insostenibile disgusto (nel film ci sono sequenze di body horror talmente raccapriccianti da far accapponare la pelle), e di "cose" che la cinepresa non vuole riprendere, che rimangono appena fuori dall'inquadratura, come se una presenza costante, maligna ed indefinibile, non smettesse mai di osservare i membri della famiglia Gardner, tessendo i suoi fili invisibili per muoverli come burattini. Ma la cosa più insostenibile di Color Out of Space è l'ineluttabilità di un orrore innominabile e cieco, che travalica la comune ragione umana e non fa sconti alle simpatie del pubblico, così come non ne fa Richard Stanley. Noi tentiamo di aggrapparci alla speranza, accattivati dall'innegabile bellezza della giovane Madeleine Arthur (dove sei stata finora? Perché non sei nel cast del nuovo Giovani streghe???) e della sua affascinante conoscenza delle arti "magiche", ma non c'è protezione che tenga davanti a qualcosa che è "messaggero spaventoso degli informi reami dell’infinito, al di là della natura che conosciamo". E Nicolas Cage, in tutto questo, direte voi (lo so che state leggendo il post solo per capire il livello di cageanitudine del film)? L'adorabile Nicolas è contenuto, molto, una bomba senza spoletta che sta lì, pronta ad esplodere. Si dice che Richard Stanley abbia chiesto all'attore di ricordarsi la sua "favolosa" performance in Stress da vampiro e di modellare Nathan proprio su quella; il risultato è un uomo tranquillo ma odioso, che sbotta contro moglie (altrettanto odiosa ma, dai, Joely Richardson ormai è abbonata a questi ruoli) e figlia per delle solenni cretinate, forte del suo desiderio di divenire uomo bucolico ed autosufficiente, e che ovviamente perde la testa a poco a poco quando quel mondo idillico e perfetto si sgretola sotto le silenziose risate dell'entità cosmica, fino a regalarci un ottimo finale in cui Cage è unleashed ma, nonostante questo, non offusca mai e poi mai il terrore vero di quello che al momento è l'horror più bello dell'anno. Vedere per credere.
Di Nicolas Cage (Nathan Gardner), Joely Richardson (Theresa) e Tommy Chong (Ezra) ho parlato ai rispettivi link.
Richard Stanley è il regista e co-sceneggiatore della pellicola. Sudafricano, ha diretto film come Hardware - Metallo letale e Demoniaca. Anche attore e produttore, ha 54 anni.
Julian Hilliard interpreta Jack. Americano, lo ricordo per film come Greener Grass e serie quali Hill House. Ha 8 anni e un film in uscita: The Conjuring - Per ordine del diavolo.
Se Color Out of Space vi fosse piaciuto recuperate tutti i film di Richard Stanley (io lo farò), aggiungendo anche il disastroso L'isola perduta, per piangere su cosa avrebbe potuto essere se non avessero licenziato il regista dopo 4 giorni. ENJOY!
Trama: dopo che un meteorite si schianta sul suolo della proprietà dei Gardner, la flora e la fauna dei dintorni cominciano a mutare e lo stesso vale per la mente degli abitanti della casa...
Non sono affatto un'esperta di Lovecraft, di cui avrò letto sì e no una decina di racconti, probabilmente i più conosciuti, ma sono familiare con le sue atmosfere e apprezzo molto tutte le opere che omaggiano a piene mani lo scrittore di Providence (mi vengono in mente tra le mie preferite Il seme della follia di Carpenter, il racconto N di Stephen King, ovviamente i fumetti Neonomicon e Providence di Alan Moore, giusto per citarne qualcuna). In questo caso, parliamo proprio di un film che adatta una delle opere più famose di Lovecraft, per anni considerata "infilmabile" anche se ci sono stati parecchi registi che ci hanno provato, e il risultato, visto con gli occhi di una quasi profana, è un horror con le contropalle che mette angoscia dall'inizio alla fine, qualcosa che contrasta con quel delizioso rosa shocking utilizzato per incarnare il "colore" e con una delle cose più tenere e morbide del mondo: gli alpaca. Nell'apparente idillio bucolico di una famiglia radicata in città che desidera sperimentare "la campagna" onde superare il trauma del cancro al seno di mammà (ovviamente, tutto deciso da papino, ché il più traumatizzato dalla cosa è lui) entra a gamba tesa un asteroide che prima crea una voragine nel giardino dei Gardner e poi scompare, lasciando dietro di sé l'orrore cosmico. Passano i decenni e, se i personaggi di Lovecraft non avevano gli strumenti per difendersi dall'incomprensibile ignoto, la loro versione moderna sceglie di fare orecchie da mercante per non essere costretta ad affrontare l'ennesimo fallimento di una vita che DEVE necessariamente essere perfetta. Il narratore esterno, unica voce della ragione, ci prova ad avvertirli, forte di inconfutabili prove scientifiche; il custode del terreno, già bruciato da droghe psicotrope, non ci pensa nemmeno e accetta l'inevitabile supremazia dell'inconoscibile con un'arrendevolezza che mette paura più di ogni altra cosa. Nel mezzo, ci sono i Gardner, vittime più o meno innocenti di qualcosa che non può essere guardato negli occhi pena la pazzia e da cui non ci si può difendere, qualcosa che corrompe irrimediabilmente i corpi e annichilisce la mente, ingannando attraverso la bellezza di prodigi fuori dal comune oppure tirando sadicamente fuori tutto il marciume che cerchiamo di nascondere dietro una patina di ragionevole civiltà.
L'incubo lovecraftiano diventa dunque un'alternanza di elementi visivi ripresi in tutta la loro inquietante "bellezza" (i fiori, la vegetazione lussureggiante, persino il grazioso insettino dal colore accattivante che attira lo sguardo del piccolo Jack) o insostenibile disgusto (nel film ci sono sequenze di body horror talmente raccapriccianti da far accapponare la pelle), e di "cose" che la cinepresa non vuole riprendere, che rimangono appena fuori dall'inquadratura, come se una presenza costante, maligna ed indefinibile, non smettesse mai di osservare i membri della famiglia Gardner, tessendo i suoi fili invisibili per muoverli come burattini. Ma la cosa più insostenibile di Color Out of Space è l'ineluttabilità di un orrore innominabile e cieco, che travalica la comune ragione umana e non fa sconti alle simpatie del pubblico, così come non ne fa Richard Stanley. Noi tentiamo di aggrapparci alla speranza, accattivati dall'innegabile bellezza della giovane Madeleine Arthur (dove sei stata finora? Perché non sei nel cast del nuovo Giovani streghe???) e della sua affascinante conoscenza delle arti "magiche", ma non c'è protezione che tenga davanti a qualcosa che è "messaggero spaventoso degli informi reami dell’infinito, al di là della natura che conosciamo". E Nicolas Cage, in tutto questo, direte voi (lo so che state leggendo il post solo per capire il livello di cageanitudine del film)? L'adorabile Nicolas è contenuto, molto, una bomba senza spoletta che sta lì, pronta ad esplodere. Si dice che Richard Stanley abbia chiesto all'attore di ricordarsi la sua "favolosa" performance in Stress da vampiro e di modellare Nathan proprio su quella; il risultato è un uomo tranquillo ma odioso, che sbotta contro moglie (altrettanto odiosa ma, dai, Joely Richardson ormai è abbonata a questi ruoli) e figlia per delle solenni cretinate, forte del suo desiderio di divenire uomo bucolico ed autosufficiente, e che ovviamente perde la testa a poco a poco quando quel mondo idillico e perfetto si sgretola sotto le silenziose risate dell'entità cosmica, fino a regalarci un ottimo finale in cui Cage è unleashed ma, nonostante questo, non offusca mai e poi mai il terrore vero di quello che al momento è l'horror più bello dell'anno. Vedere per credere.
Di Nicolas Cage (Nathan Gardner), Joely Richardson (Theresa) e Tommy Chong (Ezra) ho parlato ai rispettivi link.
Richard Stanley è il regista e co-sceneggiatore della pellicola. Sudafricano, ha diretto film come Hardware - Metallo letale e Demoniaca. Anche attore e produttore, ha 54 anni.
Julian Hilliard interpreta Jack. Americano, lo ricordo per film come Greener Grass e serie quali Hill House. Ha 8 anni e un film in uscita: The Conjuring - Per ordine del diavolo.
Se Color Out of Space vi fosse piaciuto recuperate tutti i film di Richard Stanley (io lo farò), aggiungendo anche il disastroso L'isola perduta, per piangere su cosa avrebbe potuto essere se non avessero licenziato il regista dopo 4 giorni. ENJOY!
venerdì 2 dicembre 2016
Snowden (2016)
In settimana mi sono imbarcata nella titanica impresa di guardare Snowden, diretto e co-sceneggiato da Oliver Stone a partire dal libro omonimo di Luke Harding e da Time of the Octopus dell'avvocato Anatoly Kucherena.
Trama: dopo una breve e brillante carriera all'interno dell'intelligence americana, l'ex dipendente della CIA Edward Snowden decide di rivelare ad alcuni giornalisti informazioni segrete legate all'invasiva e capillare raccolta di informazioni condotta dalle agenzie per cui lavorava.
A chi dovesse leggere questo post chiedo la cortesia di prenderlo con le pinze, tenendo a mente l'ignoranza crassissima di cui mi faccio portatrice sana davanti a questo genere di film biografici e, soprattutto, accettando con indulgenza il fatto che abbia guardato Snowden essenzialmente sotto pressione cinefila, traducibile con un "dell'argomento trattato mi importa poco ma vogliamo non dare una chance ad un film di Oliver Stone con Joseph Gordon-Levitt come protagonista?". Solitamente, una volta che, per qualsivoglia motivo, mi impegno a vedere un film simile, voglio una storia interessante, coinvolgente e possibilmente imparare qualcosa. Per quel che riguarda l'ultimo punto, Snowden mi ha ulteriormente aperto gli occhi sul fatto che viviamo in un mondo costantemente controllato da un Grande Fratello dalla faccia sorridente, che non combatte più le guerre con fucili e missili (non contro i Paesi potenti o contro potenziali alleati, perlomeno) bensì attraverso hacker, furti di informazioni, spionaggio satellitare e un controllo capillare per tutto quello che riguarda i dati personali del 98% della popolazione mondiale. Ho avuto conferma che purtroppo dietro le macchine "infallibili" ci sono esseri umani spinti da motivazioni personali ed imperativi burocratici, politici o legislativi che spesso fanno a pugni con la moralità o l'etica, e che la realtà non è soltanto bianca o nera, soprattutto quando qualcuno decide arbitrariamente cosa sia meglio per le persone e soprattutto quando queste persone, vuoi per ignoranza o vuoi per ingenuità, si fidano ciecamente di chi dovrebbe tutelarne gli interessi. Snowden mi ha anche fatto conoscere l'informatico che da il titolo al film, fino a pochi giorni fa nulla più di un nome sentito per qualche giorno al telegiornale; a proposito di quel che dicevo sopra, la pellicola lo dipinge come un patriota che, nel tempo, ha imparato sulla propria pelle come una mente geniale, buone intenzioni e il desiderio di rendere grande il proprio Paese nulla possano contro il cinismo di chi esige un "piccolo sacrificio" per un proposito ben più grande. Snowden non viene mai descritto come un liberale o un rivoluzionario, bensì come una persona che ha lavorato con coscienza, credendo nella sua attività e in quella dei servizi segreti finché ha capito di non poter più chiudere gli occhi davanti all'infinita serie di "libertà" assunte da organi quali CIA e NSA o davanti allo stravolgimento dei suoi programmi, riadattati per fini ben diversi rispetto a quelli iniziali.
Come potete leggere, Snowden qualcosa mi ha quindi insegnato ma per quel che riguarda interesse e coinvolgimento emotivo diciamo che si rasenta lo zero assoluto. Solitamente alla fine di questi biopic mi parte l'embolo e compio perlomeno l'atto di infilare nella lista desideri Amazon dei libri sull'argomento, con il film di Oliver Stone ciò non è accaduto e i motivi sono essenzialmente due. Innanzitutto, e so che a scrivere così sembrerò una bambina di 6 anni, Snowden è TROPPO lungo. Io non sono una di quelle che rifuggono la lunghezza, se la pellicola mi "prende" arrivo a sopportare anche quattro ore di metraggio, tuttavia due ore e un quarto di pipponi su NSA, tecnologie a me avulse e riflessioni sulla fondamentale natura infingarda dell'intelligence USA mi hanno abbastanza provata. Seconda cosa, Joseph Gordon - Levitt è bravissimo ma lo Snowden dipinto nella pellicola trasmette davvero pochissime emozioni, non permette neppure una volta di empatizzare con lui e l'unico momento in cui si arriva a provare qualcosa è quando viene mostrato il vero Edward Snowden sul finale, con un paio di immagini di repertorio che scuotono lo spettatore portandolo a rendersi conto di come tutte le cose incredibili raccontate nel film sono successe sul serio e questo ragazzo (all'epoca neanche trentenne) ha buttato coscientemente nel cesso una vita agiata per aver prestato orecchio alla propria coscienza, cosa non da tutti. Tra gli altri attori svettano una Melissa Leo molto dolce e, in senso negativo, una Shailene Woodley che io proprio non sono riuscita a farmi piacere, né come attrice né come personaggio (Lindsay Mills mi è sembrata ritratta come una povera minchietta dalle grandi idee che fondamentalmente si limita a vivere sulle spalle del fidanzato ricco), per il resto Snowden mi è parso comunque un prodotto di alta qualità sia per quel che riguarda la regia che per il cast, pur non regalandomi nessuna sequenza particolarmente entusiasmante o in grado di colpirmi in senso positivo o negativo. Insomma l'ultimo film di Oliver Stone, almeno con me, non ha trovato terreno fertile ma non mi sento affatto di sconsigliarlo: prendete atto dei miei gusti e provate a guardarlo, magari potrebbe piacervi molto!
Di Melissa Leo (Laura Poitras), Joseph Gordon - Levitt (Edward Snowden), Rhys Ifans (Corbin O'Brian), Nicolas Cage (Hank Forrester), Tom Wilkinson (Ewen MacAskill), Joely Richardson (Janine Gibson), Timothy Olyphant (Agente della CIA a Ginevra), Logan Marshall-Green (pilota di droni) e Ben Chaplin (Robert Tibbo) ho parlato ai rispettivi link.
Oliver Stone (vero nome William Oliver Stone) è il regista e co-sceneggiatore della pellicola. Americano, ha diretto film come La mano, Platoon (che gli è valso l'Oscar per la miglior regia), Wall Street, Talk Radio, Nato il quattro luglio (secondo Oscar per la miglior regia), The Doors, JFK - Un caso ancora aperto, Natural Born Killers, Gli intrighi del potere - Nixon, Ogni maledetta domenica, Alexander, World Trade Center, Wall Street - Il denaro non dorme mai e Le belve. Anche produttore e attore, ha 60 anni.
Zachary Quinto interpreta Glenn Greenwald. Meraviglioso spreco di geni maschili (perché uno così gnocco deve essere gay? Sigh!), lo ricordo per aver interpretato Sylar nella serie Heroes e diversi altri personaggi nelle prime due stagioni di American Horror Story ma ha partecipato anche a film come Star Trek, Into Darkness - Star Trek, Star Trek: Beyond ed altre serie quali The Others, CSI - Scena del crimine, Lizzie McGuire, Six Feet Under, Streghe, 24 e Hannibal. Anche produttore e sceneggiatore, ha 39 anni e tre film in uscita, tra cui l'ennesimo sequel di Star Trek.
Shailene Woodley interpreta Lindsay Mills. Americana, ha partecipato a film come Paradiso amaro, Divergent, Colpa delle stelle, Insurgent, Allegiant e a serie come Senza traccia, The O.C., My Name is Earl, CSI: NY e Cold Case. Ha 25 anni e un film in uscita.
Scott Eastwood (vero nome Scott Clinton Reeves) interpreta Trevor James. Figlio di Clint Eastwood, lo ricordo per film come Flags of our Fathers, Gran Torino, Invictus, Non aprite quella porta 3D, Fury e Suicide Squad. Anche produttore, ha 30 anni e cinque film in uscita tra qui Pacific Rim: Maelstrom.
La giornalista Laura Poitras, portata sullo schermo da Melissa Leo, ha diretto nel 2014 il documentario Citizenfour, che ha vinto l'Oscar e la cui genesi viene raccontata appunto nel film di Oliver Stone. Se Snowden vi fosse piaciuto recuperatelo e magari, se la realtà comincia a starvi stretta, recuperate il più caciarone Nemico pubblico. ENJOY!
Trama: dopo una breve e brillante carriera all'interno dell'intelligence americana, l'ex dipendente della CIA Edward Snowden decide di rivelare ad alcuni giornalisti informazioni segrete legate all'invasiva e capillare raccolta di informazioni condotta dalle agenzie per cui lavorava.
A chi dovesse leggere questo post chiedo la cortesia di prenderlo con le pinze, tenendo a mente l'ignoranza crassissima di cui mi faccio portatrice sana davanti a questo genere di film biografici e, soprattutto, accettando con indulgenza il fatto che abbia guardato Snowden essenzialmente sotto pressione cinefila, traducibile con un "dell'argomento trattato mi importa poco ma vogliamo non dare una chance ad un film di Oliver Stone con Joseph Gordon-Levitt come protagonista?". Solitamente, una volta che, per qualsivoglia motivo, mi impegno a vedere un film simile, voglio una storia interessante, coinvolgente e possibilmente imparare qualcosa. Per quel che riguarda l'ultimo punto, Snowden mi ha ulteriormente aperto gli occhi sul fatto che viviamo in un mondo costantemente controllato da un Grande Fratello dalla faccia sorridente, che non combatte più le guerre con fucili e missili (non contro i Paesi potenti o contro potenziali alleati, perlomeno) bensì attraverso hacker, furti di informazioni, spionaggio satellitare e un controllo capillare per tutto quello che riguarda i dati personali del 98% della popolazione mondiale. Ho avuto conferma che purtroppo dietro le macchine "infallibili" ci sono esseri umani spinti da motivazioni personali ed imperativi burocratici, politici o legislativi che spesso fanno a pugni con la moralità o l'etica, e che la realtà non è soltanto bianca o nera, soprattutto quando qualcuno decide arbitrariamente cosa sia meglio per le persone e soprattutto quando queste persone, vuoi per ignoranza o vuoi per ingenuità, si fidano ciecamente di chi dovrebbe tutelarne gli interessi. Snowden mi ha anche fatto conoscere l'informatico che da il titolo al film, fino a pochi giorni fa nulla più di un nome sentito per qualche giorno al telegiornale; a proposito di quel che dicevo sopra, la pellicola lo dipinge come un patriota che, nel tempo, ha imparato sulla propria pelle come una mente geniale, buone intenzioni e il desiderio di rendere grande il proprio Paese nulla possano contro il cinismo di chi esige un "piccolo sacrificio" per un proposito ben più grande. Snowden non viene mai descritto come un liberale o un rivoluzionario, bensì come una persona che ha lavorato con coscienza, credendo nella sua attività e in quella dei servizi segreti finché ha capito di non poter più chiudere gli occhi davanti all'infinita serie di "libertà" assunte da organi quali CIA e NSA o davanti allo stravolgimento dei suoi programmi, riadattati per fini ben diversi rispetto a quelli iniziali.
Come potete leggere, Snowden qualcosa mi ha quindi insegnato ma per quel che riguarda interesse e coinvolgimento emotivo diciamo che si rasenta lo zero assoluto. Solitamente alla fine di questi biopic mi parte l'embolo e compio perlomeno l'atto di infilare nella lista desideri Amazon dei libri sull'argomento, con il film di Oliver Stone ciò non è accaduto e i motivi sono essenzialmente due. Innanzitutto, e so che a scrivere così sembrerò una bambina di 6 anni, Snowden è TROPPO lungo. Io non sono una di quelle che rifuggono la lunghezza, se la pellicola mi "prende" arrivo a sopportare anche quattro ore di metraggio, tuttavia due ore e un quarto di pipponi su NSA, tecnologie a me avulse e riflessioni sulla fondamentale natura infingarda dell'intelligence USA mi hanno abbastanza provata. Seconda cosa, Joseph Gordon - Levitt è bravissimo ma lo Snowden dipinto nella pellicola trasmette davvero pochissime emozioni, non permette neppure una volta di empatizzare con lui e l'unico momento in cui si arriva a provare qualcosa è quando viene mostrato il vero Edward Snowden sul finale, con un paio di immagini di repertorio che scuotono lo spettatore portandolo a rendersi conto di come tutte le cose incredibili raccontate nel film sono successe sul serio e questo ragazzo (all'epoca neanche trentenne) ha buttato coscientemente nel cesso una vita agiata per aver prestato orecchio alla propria coscienza, cosa non da tutti. Tra gli altri attori svettano una Melissa Leo molto dolce e, in senso negativo, una Shailene Woodley che io proprio non sono riuscita a farmi piacere, né come attrice né come personaggio (Lindsay Mills mi è sembrata ritratta come una povera minchietta dalle grandi idee che fondamentalmente si limita a vivere sulle spalle del fidanzato ricco), per il resto Snowden mi è parso comunque un prodotto di alta qualità sia per quel che riguarda la regia che per il cast, pur non regalandomi nessuna sequenza particolarmente entusiasmante o in grado di colpirmi in senso positivo o negativo. Insomma l'ultimo film di Oliver Stone, almeno con me, non ha trovato terreno fertile ma non mi sento affatto di sconsigliarlo: prendete atto dei miei gusti e provate a guardarlo, magari potrebbe piacervi molto!
Di Melissa Leo (Laura Poitras), Joseph Gordon - Levitt (Edward Snowden), Rhys Ifans (Corbin O'Brian), Nicolas Cage (Hank Forrester), Tom Wilkinson (Ewen MacAskill), Joely Richardson (Janine Gibson), Timothy Olyphant (Agente della CIA a Ginevra), Logan Marshall-Green (pilota di droni) e Ben Chaplin (Robert Tibbo) ho parlato ai rispettivi link.
Oliver Stone (vero nome William Oliver Stone) è il regista e co-sceneggiatore della pellicola. Americano, ha diretto film come La mano, Platoon (che gli è valso l'Oscar per la miglior regia), Wall Street, Talk Radio, Nato il quattro luglio (secondo Oscar per la miglior regia), The Doors, JFK - Un caso ancora aperto, Natural Born Killers, Gli intrighi del potere - Nixon, Ogni maledetta domenica, Alexander, World Trade Center, Wall Street - Il denaro non dorme mai e Le belve. Anche produttore e attore, ha 60 anni.
Zachary Quinto interpreta Glenn Greenwald. Meraviglioso spreco di geni maschili (perché uno così gnocco deve essere gay? Sigh!), lo ricordo per aver interpretato Sylar nella serie Heroes e diversi altri personaggi nelle prime due stagioni di American Horror Story ma ha partecipato anche a film come Star Trek, Into Darkness - Star Trek, Star Trek: Beyond ed altre serie quali The Others, CSI - Scena del crimine, Lizzie McGuire, Six Feet Under, Streghe, 24 e Hannibal. Anche produttore e sceneggiatore, ha 39 anni e tre film in uscita, tra cui l'ennesimo sequel di Star Trek.
Shailene Woodley interpreta Lindsay Mills. Americana, ha partecipato a film come Paradiso amaro, Divergent, Colpa delle stelle, Insurgent, Allegiant e a serie come Senza traccia, The O.C., My Name is Earl, CSI: NY e Cold Case. Ha 25 anni e un film in uscita.
Scott Eastwood (vero nome Scott Clinton Reeves) interpreta Trevor James. Figlio di Clint Eastwood, lo ricordo per film come Flags of our Fathers, Gran Torino, Invictus, Non aprite quella porta 3D, Fury e Suicide Squad. Anche produttore, ha 30 anni e cinque film in uscita tra qui Pacific Rim: Maelstrom.
La giornalista Laura Poitras, portata sullo schermo da Melissa Leo, ha diretto nel 2014 il documentario Citizenfour, che ha vinto l'Oscar e la cui genesi viene raccontata appunto nel film di Oliver Stone. Se Snowden vi fosse piaciuto recuperatelo e magari, se la realtà comincia a starvi stretta, recuperate il più caciarone Nemico pubblico. ENJOY!
venerdì 25 settembre 2015
Punto di non ritorno (1997)
Durante le ferie estive mi sono imbattuta in alcuni memorabilia di un film che non conoscevo, Punto di non ritorno (Event Horizon), diretto nel 1997 dal regista Paul W.S. Anderson, quindi mi è venuta la curiosità di vederlo.
Trama: un gruppo di astronauti viene inviato su Nettuno dopo che la nave Event Horizon, scomparsa da anni, ha ricominciato ad emettere segnali. Gli astronauti tuttavia si accorgono presto che sulla Event Horizon è successo qualcosa di terribile…
Nelle ferie di agosto ho convinto quel santo del mio ragazzo, fortunatamente allergico alla spiaggia, a portarmi a Settimo Torinese per vedere il museo dedicato a Ritorno al futuro. In mezzo alla vasta collezione di oggetti di scena presi dalla trilogia di Zemekis c’erano props di Terminator 3: Le macchine ribelli, Blade Runner e anche una giacca indossata da uno dei personaggi in Punto di non ritorno; la cosa interessante è che non si faceva il nome del film di Anderson, però alcune immagini passavano su uno schermo e quando ho visto che tra gli interpreti figuravano Laurence Fishburne, Sam Neill e soprattutto quel gran figo di Jason Isaacs ho preso in mano lo smartphone e, fatta una rapida ricerca su Wikipedia, ho capito cosa avrei dovuto guardare appena tornata a casa. Punto di non ritorno, sempre per la gioia del mio ragazzo che non sopporta il genere e credeva di trovarsi davanti un film innocuo, è un interessante ibrido tra horror e fantascienza dove la claustrofobica ambientazione spaziale offre spesso il fianco, come già succedeva in Alien, a soluzioni di sceneggiatura un po’ più sanguinose ed “infernali”. Event Horizon non è solo il nome della nave protagonista del film ma è anche la parola inglese per definire sia il “punto di non ritorno” (ovvero quando la forza gravitazionale diventa così forte che non è più possibile sottrarvisi) sia il limite oltre il quale, se non ho capito male, le leggi della fisica cessano di esistere (e se ho capito male abbiate pazienza ché io sono letteraria, non matematica o fisica); effettivamente, agli sfortunati personaggi succede di venire letteralmente inglobati e fatti prigionieri da una forza misteriosa alla quale non riusciranno a sottrarsi tanto facilmente e questo perché la nave che sono andati a salvare ha superato i limiti dello spaziotempo conosciuto diventando qualcosa di senziente, malvagio e molto pericoloso, un’entità che se ne infischia sia della fisica sia della realtà comunemente conosciuta. Il viaggio verso la Event Horizon diventa così per i protagonisti una discesa allucinata nei meandri della mente umana, dell’ambizione sfrenata che diventa follia, della realtà oscura e distorta che esiste dietro le fragili pareti della dimensione che conosciamo e delle paure più o meno irrazionali che tutti quanti ci portiamo dentro, con l’aggravante di essere ambientato in quello Spazio profondo dove “nessuno può sentirti urlare” e che quindi mette ancora più ansia, almeno a me.
Fermo restando che la pellicola poteva e doveva essere molto più visionaria (travagliate vicissitudini produttive hanno letteralmente mutilato Punto di non ritorno che, a quanto ho letto, doveva essere un’orgia di sangue di quasi tre ore, uno Shining in space ma ovviamente ben più zamarro; non a caso, Clive Barker era stato chiamato come consulente in pre-produzione!), è indubbio che Anderson in Punto di non ritorno abbia limitato un po’ la tamarreide che avrebbe caratterizzato i suoi lavori seguenti ma è anche riuscito nonostante tutte le difficoltà produttive a ricreare ambienti stranianti e mozzafiato; le prime sequenze ambientate nello spazio aperto, il lunghissimo corridoio zeppo di luci che collega i due vani principali della Event Horizon e il cuore della stessa nave, un inquietante giroscopio che all’occasione si apre su una liquida dimensione infernale, sono elementi che si fissano nella memoria dello spettatore nonostante l’ambientazione claustrofobica rischi alla lunga di risultare un po’ monotona. La componente horror o, almeno, quello che ne è rimasto, non è affatto male, anche perché gli effetti speciali del film sono in generale invecchiati benissimo; per volontà della Paramount il film è stato costretto a giocare di privazione e a centellinare il sangue per buona parte della sua durata, preferendogli visioni perlopiù spettrali e sottilmente inquietanti, ma verso la fine il regista sbraga comunque e colpisce allo stomaco lo spettatore con un “fantasioso” esperimento chirurgico, un folle video dal contenuto devastante e il trucco da pelle d’oca di un Sam Neill in formissima. Non sono da meno gli altri attori, ovviamente. Il cast all-star per una volta paga, forse anche perché nel 1997 la maggior parte dei coinvolti erano o all’apice delle loro carriere, come il già citato Sam Neill e l’imponente Laurence Fishburne, oppure dei carismatici giovani di belle speranze, come la delicata Joely Richardson o uno stempiato ma sempre figo Jason Isaacs, ancora lontano dai lunghi capelli biondi di Lucius Malfoy. In sostanza, Punto di non ritorno è un film imperfetto che non è riuscito a diventare cult ma che sicuramente ha tutti i mezzi per conquistare parecchi spettatori: a me è rimasta sicuramente l’insana curiosità di sapere COSA avrebbe potuto ancora rivelare il ventre oscuro della Event Orizon se non si fossero messi in mezzo i produttori ma anche la gioia di avere scoperto grazie alla passione per Ritorno al futuro una pellicola che forse da sola non avrei mai avuto occasione di guardare, quindi spero che il mio post invogli al recupero quelli tra voi che ancora ne ignoravano l’esistenza (e se potete andate a vedere il Museo di Ritorno al futuro, è zeppo di cose meravigliose)!
Del regista Paul W.S. Anderson ho già parlato QUI mentre Laurence Fishburne (Capitano Miller), Sam Neill (Dottor WilliamWeir), Kathleen Quinlan (Peters), Joely Richardson (Starck), Jason Isaacs (D.J.) e Noah Huntley (Edward Corrick) li trovate ai rispettivi link.
Richard T. Jones (vero nome Richard Timothy Jones) interpreta Cooper. Nato in Giappone, ha partecipato a film come Mezzo professore tra i marines, Il collezionista, Super 8, Godzilla e a serie come L'ispettore Tibbs, Ally McBeal, CSI: Miami, Numb3rs, Bones, Grey's Anatomy e American Horror Story. Anche produttore, ha 43 anni e quattro film in uscita.
Jack Noseworthy (vero nome John E. Noseworthy Jr.) interpreta Justin. Americano, ha partecipato a film come Alive - Sopravvissuti, Giovani diavoli e a serie come Oltre i limiti e CSI - Scena del crimine. Ha 46 anni e due film in uscita.
Dopo Mortal Kombat, Anderson voleva girare qualcosa di più adulto e gore, quindi ha rifiutato l'offerta di dirigere X-Men per dedicarsi a Punto di non ritorno che, come ho detto, alla fine è stato comunque tagliato di una buona mezz'ora. A parte questo, se Punto di non ritorno vi fosse piaciuto recuperate Moon, Solaris, Sfera, The Abyss, Leviathan e Il seme della follia. ENJOY!
Trama: un gruppo di astronauti viene inviato su Nettuno dopo che la nave Event Horizon, scomparsa da anni, ha ricominciato ad emettere segnali. Gli astronauti tuttavia si accorgono presto che sulla Event Horizon è successo qualcosa di terribile…
Nelle ferie di agosto ho convinto quel santo del mio ragazzo, fortunatamente allergico alla spiaggia, a portarmi a Settimo Torinese per vedere il museo dedicato a Ritorno al futuro. In mezzo alla vasta collezione di oggetti di scena presi dalla trilogia di Zemekis c’erano props di Terminator 3: Le macchine ribelli, Blade Runner e anche una giacca indossata da uno dei personaggi in Punto di non ritorno; la cosa interessante è che non si faceva il nome del film di Anderson, però alcune immagini passavano su uno schermo e quando ho visto che tra gli interpreti figuravano Laurence Fishburne, Sam Neill e soprattutto quel gran figo di Jason Isaacs ho preso in mano lo smartphone e, fatta una rapida ricerca su Wikipedia, ho capito cosa avrei dovuto guardare appena tornata a casa. Punto di non ritorno, sempre per la gioia del mio ragazzo che non sopporta il genere e credeva di trovarsi davanti un film innocuo, è un interessante ibrido tra horror e fantascienza dove la claustrofobica ambientazione spaziale offre spesso il fianco, come già succedeva in Alien, a soluzioni di sceneggiatura un po’ più sanguinose ed “infernali”. Event Horizon non è solo il nome della nave protagonista del film ma è anche la parola inglese per definire sia il “punto di non ritorno” (ovvero quando la forza gravitazionale diventa così forte che non è più possibile sottrarvisi) sia il limite oltre il quale, se non ho capito male, le leggi della fisica cessano di esistere (e se ho capito male abbiate pazienza ché io sono letteraria, non matematica o fisica); effettivamente, agli sfortunati personaggi succede di venire letteralmente inglobati e fatti prigionieri da una forza misteriosa alla quale non riusciranno a sottrarsi tanto facilmente e questo perché la nave che sono andati a salvare ha superato i limiti dello spaziotempo conosciuto diventando qualcosa di senziente, malvagio e molto pericoloso, un’entità che se ne infischia sia della fisica sia della realtà comunemente conosciuta. Il viaggio verso la Event Horizon diventa così per i protagonisti una discesa allucinata nei meandri della mente umana, dell’ambizione sfrenata che diventa follia, della realtà oscura e distorta che esiste dietro le fragili pareti della dimensione che conosciamo e delle paure più o meno irrazionali che tutti quanti ci portiamo dentro, con l’aggravante di essere ambientato in quello Spazio profondo dove “nessuno può sentirti urlare” e che quindi mette ancora più ansia, almeno a me.
Fermo restando che la pellicola poteva e doveva essere molto più visionaria (travagliate vicissitudini produttive hanno letteralmente mutilato Punto di non ritorno che, a quanto ho letto, doveva essere un’orgia di sangue di quasi tre ore, uno Shining in space ma ovviamente ben più zamarro; non a caso, Clive Barker era stato chiamato come consulente in pre-produzione!), è indubbio che Anderson in Punto di non ritorno abbia limitato un po’ la tamarreide che avrebbe caratterizzato i suoi lavori seguenti ma è anche riuscito nonostante tutte le difficoltà produttive a ricreare ambienti stranianti e mozzafiato; le prime sequenze ambientate nello spazio aperto, il lunghissimo corridoio zeppo di luci che collega i due vani principali della Event Horizon e il cuore della stessa nave, un inquietante giroscopio che all’occasione si apre su una liquida dimensione infernale, sono elementi che si fissano nella memoria dello spettatore nonostante l’ambientazione claustrofobica rischi alla lunga di risultare un po’ monotona. La componente horror o, almeno, quello che ne è rimasto, non è affatto male, anche perché gli effetti speciali del film sono in generale invecchiati benissimo; per volontà della Paramount il film è stato costretto a giocare di privazione e a centellinare il sangue per buona parte della sua durata, preferendogli visioni perlopiù spettrali e sottilmente inquietanti, ma verso la fine il regista sbraga comunque e colpisce allo stomaco lo spettatore con un “fantasioso” esperimento chirurgico, un folle video dal contenuto devastante e il trucco da pelle d’oca di un Sam Neill in formissima. Non sono da meno gli altri attori, ovviamente. Il cast all-star per una volta paga, forse anche perché nel 1997 la maggior parte dei coinvolti erano o all’apice delle loro carriere, come il già citato Sam Neill e l’imponente Laurence Fishburne, oppure dei carismatici giovani di belle speranze, come la delicata Joely Richardson o uno stempiato ma sempre figo Jason Isaacs, ancora lontano dai lunghi capelli biondi di Lucius Malfoy. In sostanza, Punto di non ritorno è un film imperfetto che non è riuscito a diventare cult ma che sicuramente ha tutti i mezzi per conquistare parecchi spettatori: a me è rimasta sicuramente l’insana curiosità di sapere COSA avrebbe potuto ancora rivelare il ventre oscuro della Event Orizon se non si fossero messi in mezzo i produttori ma anche la gioia di avere scoperto grazie alla passione per Ritorno al futuro una pellicola che forse da sola non avrei mai avuto occasione di guardare, quindi spero che il mio post invogli al recupero quelli tra voi che ancora ne ignoravano l’esistenza (e se potete andate a vedere il Museo di Ritorno al futuro, è zeppo di cose meravigliose)!
Del regista Paul W.S. Anderson ho già parlato QUI mentre Laurence Fishburne (Capitano Miller), Sam Neill (Dottor WilliamWeir), Kathleen Quinlan (Peters), Joely Richardson (Starck), Jason Isaacs (D.J.) e Noah Huntley (Edward Corrick) li trovate ai rispettivi link.
Richard T. Jones (vero nome Richard Timothy Jones) interpreta Cooper. Nato in Giappone, ha partecipato a film come Mezzo professore tra i marines, Il collezionista, Super 8, Godzilla e a serie come L'ispettore Tibbs, Ally McBeal, CSI: Miami, Numb3rs, Bones, Grey's Anatomy e American Horror Story. Anche produttore, ha 43 anni e quattro film in uscita.
Jack Noseworthy (vero nome John E. Noseworthy Jr.) interpreta Justin. Americano, ha partecipato a film come Alive - Sopravvissuti, Giovani diavoli e a serie come Oltre i limiti e CSI - Scena del crimine. Ha 46 anni e due film in uscita.
Dopo Mortal Kombat, Anderson voleva girare qualcosa di più adulto e gore, quindi ha rifiutato l'offerta di dirigere X-Men per dedicarsi a Punto di non ritorno che, come ho detto, alla fine è stato comunque tagliato di una buona mezz'ora. A parte questo, se Punto di non ritorno vi fosse piaciuto recuperate Moon, Solaris, Sfera, The Abyss, Leviathan e Il seme della follia. ENJOY!
mercoledì 1 luglio 2015
Contagious: Epidemia mortale (2015)
Non l'avrei mai detto ma Maggie, atipico film sugli zombie con Arnold Schwarzenegger diretto dal regista Henry Hobson, è arrivato anche in Italia. Certo, è arrivato col solito, orrendo e fuorviante titolo nostrano, nella fattispecie Contagious: Epidemia mortale, ma perlomeno è uscito e oggi ve ne parlerò.
Trama: dopo essere stata morsa ed infettata, l'adolescente Maggie comincia a mutare in una zombie cannibale. Il padre decide di starle accanto negli ultimi giorni di lucidità, prima che la ragazza si trasformi definitivamente...
Cosa potrei dire di Maggie che non sia già stato detto altrove e meglio? Potrei partire, come sempre, da quella schifezza che è il titolo italiano il quale, come fin troppo spesso succede, induce lo spettatore ad aspettarsi tutt'altro tipo di pellicola, soprattutto quello spettatore che giustamente associa Schwarzenegger a un certo genere di film. Il fulcro di questo horror molto atipico non è l'"epidemia mortale" e nemmeno l'aspetto "contagious" dell'intera faccenda: sì, i protagonisti vivono in un mondo fiaccato dall'epidemia in questione (ma non sono solo gli esseri umani a stare morendo, anche le colture stanno rapidamente lasciando il posto a terra arida, come già accadeva in Interstellar), hanno il terrore di venire morsi e venire contagiati dai "vaganti" ed esistono appositi centri di quarantena per chi è stato infettato ma l'aspetto che interessa ai realizzatori della pellicola non è quello horror, bensì quello umano. Il titolo originale non a caso è Maggie. Semplicemente Maggie. Maggie è una ragazza come tante che un giorno contrae un virus mortale e da quel momento la sua vita va a rotoli assieme a quella dei suoi cari. Maggie viene contagiata tramite morso di zombie e la cosa aggiunge alla malattia l'elemento horror, ovvero il pericolo per chi le sta accanto di venire divorato ma se la protagonista del film avesse scoperto di avere il cancro o di essersi presa l'AIDS il percorso della pellicola sarebbe stato lo stesso perché il fulcro del film non sono i morti viventi quanto piuttosto i rapporti familiari e il modo in cui una persona sceglie di affrontare una malattia terminale. Il rapporto tra padre e figlia, centrale fin dalla locandina, viene affrontato con semplicità e rispetto, così come il dolore di una matrigna che non può competere con gli affetti (scomparsi e scomparenti) del marito ma ancor più belli ed importanti, almeno a parer mio, sono la serata che la protagonista passa con gli amici di sempre e la scelta di affrontare la morte con coraggio e dignità, una scelta rappresentata da un finale inaspettato.
Maggie è anche un film che parla per metafore e non condanna a priori l'eutanasia, bensì mette in discussione l'ipocrisia di chi vuole preservare la vita a tutti i costi: di fronte alla morte certa dei contagiati, quanto senso ha prolungarne la sofferenza mettendoli in quarantena senza fare distinzione tra chi è ancora senziente e chi ormai è già uno zombi (privandoli quindi di individualità e dignità) oppure offrire loro una morte "pulita" ma dolorosissima perché non è etico ricorrere a soluzioni più drastiche? La presa di posizione dei realizzatori può tranquillamente tradursi nella vita reale e anche per questo motivo gli aspetti legati a questo dilemma sono quelli che rendono Maggie commovente in maniera infingarda, perché il magone arriva lì, alla traditora, come l'ormai famigerata lacrima di Schwarzenegger, per il quale mi permetto di spezzare una lancia. Non sarò così falsa ed ipocrita da definirlo bravo attore solo perché il film mi è piaciuto: come ho detto altrove, Schwarzy quando non è impegnato nei soliti action da il meglio di sé nelle commedie e non è portato per i ruoli drammatici... però perché bisogna essere per forza espressivi per comunicare il dolore? Tutti i vostri padri o quelli dei vostri amici sono espressivi? Quante persone, ruvide e schive, non spremerebbero lacrime nemmeno se le ammazzassero? Non per questo, però provano meno dolore ed è il motivo che mi spinge ad affermare di aver apprezzato la scelta di Schwarzy per il ruolo di Wade, quest'uomo grebano ma buono ed invecchiato da tragedie premature. Per il resto, anche se Maggie non è propriamente un horror, è comunque sorretto da effetti speciali e un trucco che molte produzioni ben più "importanti" possono solo sognarsi e la fotografia grigio-verde, che accompagna immagini silenziose, riflessive e a loro modo artistiche, non mi è per nulla dispiaciuta. Maggie non è un film perfetto ma, come ha detto Giuseppe de Il buio in sala, ha cuore. Un cuore semplice e delicato, come una margherita. Basta solo saperlo cogliere ed apprezzare.
Di Arnold Schwarzenegger (Wade Vogel), Abigail Breslin (Maggie Vogel) e Joely Richardson (Caroline) ho già parlato ai rispettivi link.
Henry Hobson è il regista della pellicola, al suo primo lungometraggio. Inglese, ha lavorato anche come designer e responsabile degli effetti speciali.
Douglas M. Griffin interpreta Ray. Americano, ha partecipato a film come Déjà Vu - Corsa contro il tempo, Dylan Dog - Il film, Facciamola finita, The Butler - Un maggiordomo alla Casa Bianca, 12 anni schiavo, Dallas Buyers Club, Oldboy, La stirpe del male e a serie come True Detective. Ha 49 anni e otto film in uscita, tra cui l'imminente Terminator Genisys.
J.D. Evermore interpreta Holt. Americano, ha partecipato a film come The Paperboy, Django Unchained, 12 anni schiavo, Dallas Buyers Club e a serie come CSI - Scena del crimine, Walker Texas Ranger, True Detective, The Walking Dead e American Horror Story. Anche produttore, regista e sceneggiatore, ha 47 anni e sei film in uscita.
Per la cronaca, originariamente la coppia figlia/padre avrebbe dovuto essere formata da Chloe Moretz e Paddy Considine. Detto questo, se Maggie vi fosse piaciuto consiglio il recupero di 28 giorni dopo e Shaun of the Dead. ENJOY!
Trama: dopo essere stata morsa ed infettata, l'adolescente Maggie comincia a mutare in una zombie cannibale. Il padre decide di starle accanto negli ultimi giorni di lucidità, prima che la ragazza si trasformi definitivamente...
Cosa potrei dire di Maggie che non sia già stato detto altrove e meglio? Potrei partire, come sempre, da quella schifezza che è il titolo italiano il quale, come fin troppo spesso succede, induce lo spettatore ad aspettarsi tutt'altro tipo di pellicola, soprattutto quello spettatore che giustamente associa Schwarzenegger a un certo genere di film. Il fulcro di questo horror molto atipico non è l'"epidemia mortale" e nemmeno l'aspetto "contagious" dell'intera faccenda: sì, i protagonisti vivono in un mondo fiaccato dall'epidemia in questione (ma non sono solo gli esseri umani a stare morendo, anche le colture stanno rapidamente lasciando il posto a terra arida, come già accadeva in Interstellar), hanno il terrore di venire morsi e venire contagiati dai "vaganti" ed esistono appositi centri di quarantena per chi è stato infettato ma l'aspetto che interessa ai realizzatori della pellicola non è quello horror, bensì quello umano. Il titolo originale non a caso è Maggie. Semplicemente Maggie. Maggie è una ragazza come tante che un giorno contrae un virus mortale e da quel momento la sua vita va a rotoli assieme a quella dei suoi cari. Maggie viene contagiata tramite morso di zombie e la cosa aggiunge alla malattia l'elemento horror, ovvero il pericolo per chi le sta accanto di venire divorato ma se la protagonista del film avesse scoperto di avere il cancro o di essersi presa l'AIDS il percorso della pellicola sarebbe stato lo stesso perché il fulcro del film non sono i morti viventi quanto piuttosto i rapporti familiari e il modo in cui una persona sceglie di affrontare una malattia terminale. Il rapporto tra padre e figlia, centrale fin dalla locandina, viene affrontato con semplicità e rispetto, così come il dolore di una matrigna che non può competere con gli affetti (scomparsi e scomparenti) del marito ma ancor più belli ed importanti, almeno a parer mio, sono la serata che la protagonista passa con gli amici di sempre e la scelta di affrontare la morte con coraggio e dignità, una scelta rappresentata da un finale inaspettato.
Maggie è anche un film che parla per metafore e non condanna a priori l'eutanasia, bensì mette in discussione l'ipocrisia di chi vuole preservare la vita a tutti i costi: di fronte alla morte certa dei contagiati, quanto senso ha prolungarne la sofferenza mettendoli in quarantena senza fare distinzione tra chi è ancora senziente e chi ormai è già uno zombi (privandoli quindi di individualità e dignità) oppure offrire loro una morte "pulita" ma dolorosissima perché non è etico ricorrere a soluzioni più drastiche? La presa di posizione dei realizzatori può tranquillamente tradursi nella vita reale e anche per questo motivo gli aspetti legati a questo dilemma sono quelli che rendono Maggie commovente in maniera infingarda, perché il magone arriva lì, alla traditora, come l'ormai famigerata lacrima di Schwarzenegger, per il quale mi permetto di spezzare una lancia. Non sarò così falsa ed ipocrita da definirlo bravo attore solo perché il film mi è piaciuto: come ho detto altrove, Schwarzy quando non è impegnato nei soliti action da il meglio di sé nelle commedie e non è portato per i ruoli drammatici... però perché bisogna essere per forza espressivi per comunicare il dolore? Tutti i vostri padri o quelli dei vostri amici sono espressivi? Quante persone, ruvide e schive, non spremerebbero lacrime nemmeno se le ammazzassero? Non per questo, però provano meno dolore ed è il motivo che mi spinge ad affermare di aver apprezzato la scelta di Schwarzy per il ruolo di Wade, quest'uomo grebano ma buono ed invecchiato da tragedie premature. Per il resto, anche se Maggie non è propriamente un horror, è comunque sorretto da effetti speciali e un trucco che molte produzioni ben più "importanti" possono solo sognarsi e la fotografia grigio-verde, che accompagna immagini silenziose, riflessive e a loro modo artistiche, non mi è per nulla dispiaciuta. Maggie non è un film perfetto ma, come ha detto Giuseppe de Il buio in sala, ha cuore. Un cuore semplice e delicato, come una margherita. Basta solo saperlo cogliere ed apprezzare.
Di Arnold Schwarzenegger (Wade Vogel), Abigail Breslin (Maggie Vogel) e Joely Richardson (Caroline) ho già parlato ai rispettivi link.
Henry Hobson è il regista della pellicola, al suo primo lungometraggio. Inglese, ha lavorato anche come designer e responsabile degli effetti speciali.
Douglas M. Griffin interpreta Ray. Americano, ha partecipato a film come Déjà Vu - Corsa contro il tempo, Dylan Dog - Il film, Facciamola finita, The Butler - Un maggiordomo alla Casa Bianca, 12 anni schiavo, Dallas Buyers Club, Oldboy, La stirpe del male e a serie come True Detective. Ha 49 anni e otto film in uscita, tra cui l'imminente Terminator Genisys.
J.D. Evermore interpreta Holt. Americano, ha partecipato a film come The Paperboy, Django Unchained, 12 anni schiavo, Dallas Buyers Club e a serie come CSI - Scena del crimine, Walker Texas Ranger, True Detective, The Walking Dead e American Horror Story. Anche produttore, regista e sceneggiatore, ha 47 anni e sei film in uscita.
Per la cronaca, originariamente la coppia figlia/padre avrebbe dovuto essere formata da Chloe Moretz e Paddy Considine. Detto questo, se Maggie vi fosse piaciuto consiglio il recupero di 28 giorni dopo e Shaun of the Dead. ENJOY!
martedì 20 novembre 2012
Red Lights (2012)
Non trovate anche voi sommamente irritante sentirvi stupidi davanti a un film? Ecco, se questa sensazione vi indispettisce non andate a vedere Red Lights, diretto dal regista Rodrigo Cortés, perché rischiate di fare la mia stessa fine. Se però l'avete capito, vi prego, spiegatemelo. Naturalmente, questo tipo di recensione ridottissima e trasformata in richiesta d'aiuto conterrà FORTI SPOILER.
Trama: La dottoressa Matheson e il suo assistente Tom sono due fisici specializzati nello smascherare ciarlatani che si fanno passare per medium. Quando il sensitivo cieco Simon Silver torna alla ribalta dopo anni di assenza dalle scene, però, i due capiscono che l'uomo potrebbe infrangere davvero ogni loro certezza...
Red Lights è un film fastidioso. Non saprei come altro definire una pellicola girata molto bene, con un cast grandissimo, una sceneggiatura in grado di incuriosire lo spettatore e mettergli alternativamente ansia e dubbi... che però si sgonfia in un finale loffio e un delirante pseudo-spiegone sul pre-finale. Diciamo che il film mi ha presa e coinvolta tantissimo fino al punto in cui Tom va dal "buon" Silver in quella sorta di studio/catapecchia per indemoniati, poi il mio cervello non è più riuscito a seguire e capire una mazza e per fortuna si parla solo degli ultimi dieci minuti. Fino a quel momento Red Lights era andato alla grande, con questo Simon Silver sibillino, il traumatico passato della dottoressa, gli inspiegabili fenomeni che cominciano a perseguitare Tom, il senso palpabile di qualcosa di irrazionale che stona con la realtà che conosciamo, il tutto immerso in una fotografia azzurrina, quasi uggiosa, costruito con un montaggio serrato ma non caotico, affidato ad una regia classica ma efficace. E poi vabbé, niente, come ha detto la mia compagna di visione "non sapevano come finirlo" e Cortés è uscito fuori dal seminato cercando dapprima di sviare vigliaccamente lo spettatore facendogli annusare odore di zolfo (il vecchio sibilante, la tenda rossa tipo la loggia nera di Twinpeaksiana memoria, il confine tracciato col sale...) per poi sbulaccare vergognosamente sul finale cercando il colpo di scena che non ti aspetti. E grazie al ca... che non te lo aspetti: capisco che Tom/Cillian Murphy cercasse a tutti i costi un sensitivo come lui e che avesse puntato tutte le sue speranze su Silver, ma a che pro crearsi falsi fenomeni paranormali solo perché questo disgraziato ha avuto per due volte la sfiga che due dei suoi più grandi nemici morissero d'infarto proprio mentre lui era nei paraggi? Di più: 'a Spaventapasseri, sei un sensitivo e lasci che uno ti spacchi faccia e denti contro lavandini e cessi? Tutto si spiegherebbe se Tom non avesse avuto coscienza della sua natura di sensitivo, ma i flashback finali lascerebbero intendere il contrario, quasi come se il ragazzo avesse volutamente celato i suoi poteri fino a quel momento, rifiutando appunto di riconoscere e rivelare sé stesso. Quindi, ribadisco, spiegatemi questo Red Lights, perché da sola non ci arrivo.
E qui, ovviamente, finisce la recensione, se tale si può definire. Mi dispiace ma non posso fare altro, anche perché, oltre a sottolineare l'ovvia bravura degli interpreti e il mio stupore nel vedere che la sorellina delle gemelle Olsen non è irritante come pensavo, Red Lights non regala momenti di delirio cinefilo né colpisce per scelte particolarmente ardite o innovative per quanto riguarda gli aspetti tecnici (anzi, a proposito: il sosia di De Niro che interpreta il giovane Silver in alcuni brevi filmati d'epoca è talmente fasullo che non si può guardare, una roba a cui non riesce a rimediare neppure la citazione di X- Files con il poster "I Want to Understand" al posto di "I Want to Believe"). Certo, De Niro che svolazza fa impressione ma era una cosa già vista nel trailer. Quindi, molto bastardamente, non ve lo consiglio (non l'ho capito!) ma vi chiedo di guardarlo comunque, così me lo spiegate. Aspetto soprattutto le risposte dei simpatici (sebbene rari) anonimi che finalmente potranno darmi della scema per un motivo reale!
Di Robert De Niro (Simon Silver), Cillian Murphy (Tom Buckley), Sigourney Weaver (Margaret Matheson), Toby Jones (Paul Shackleton), Joely Richardson (Monica Handsen) ho già parlato nei rispettivi link.
Rodrigo Cortés è il regista e sceneggiatore della pellicola. Spagnolo, ha diretto anche Buried - Sepolto. Anche produttore, attore e compositore, ha 39 anni.
Se il film vi fosse piaciuto, consiglierei I segni del male, perché anche qui si combatte l'eterna battaglia tra fede e scienza. ENJOY!
Trama: La dottoressa Matheson e il suo assistente Tom sono due fisici specializzati nello smascherare ciarlatani che si fanno passare per medium. Quando il sensitivo cieco Simon Silver torna alla ribalta dopo anni di assenza dalle scene, però, i due capiscono che l'uomo potrebbe infrangere davvero ogni loro certezza...
Red Lights è un film fastidioso. Non saprei come altro definire una pellicola girata molto bene, con un cast grandissimo, una sceneggiatura in grado di incuriosire lo spettatore e mettergli alternativamente ansia e dubbi... che però si sgonfia in un finale loffio e un delirante pseudo-spiegone sul pre-finale. Diciamo che il film mi ha presa e coinvolta tantissimo fino al punto in cui Tom va dal "buon" Silver in quella sorta di studio/catapecchia per indemoniati, poi il mio cervello non è più riuscito a seguire e capire una mazza e per fortuna si parla solo degli ultimi dieci minuti. Fino a quel momento Red Lights era andato alla grande, con questo Simon Silver sibillino, il traumatico passato della dottoressa, gli inspiegabili fenomeni che cominciano a perseguitare Tom, il senso palpabile di qualcosa di irrazionale che stona con la realtà che conosciamo, il tutto immerso in una fotografia azzurrina, quasi uggiosa, costruito con un montaggio serrato ma non caotico, affidato ad una regia classica ma efficace. E poi vabbé, niente, come ha detto la mia compagna di visione "non sapevano come finirlo" e Cortés è uscito fuori dal seminato cercando dapprima di sviare vigliaccamente lo spettatore facendogli annusare odore di zolfo (il vecchio sibilante, la tenda rossa tipo la loggia nera di Twinpeaksiana memoria, il confine tracciato col sale...) per poi sbulaccare vergognosamente sul finale cercando il colpo di scena che non ti aspetti. E grazie al ca... che non te lo aspetti: capisco che Tom/Cillian Murphy cercasse a tutti i costi un sensitivo come lui e che avesse puntato tutte le sue speranze su Silver, ma a che pro crearsi falsi fenomeni paranormali solo perché questo disgraziato ha avuto per due volte la sfiga che due dei suoi più grandi nemici morissero d'infarto proprio mentre lui era nei paraggi? Di più: 'a Spaventapasseri, sei un sensitivo e lasci che uno ti spacchi faccia e denti contro lavandini e cessi? Tutto si spiegherebbe se Tom non avesse avuto coscienza della sua natura di sensitivo, ma i flashback finali lascerebbero intendere il contrario, quasi come se il ragazzo avesse volutamente celato i suoi poteri fino a quel momento, rifiutando appunto di riconoscere e rivelare sé stesso. Quindi, ribadisco, spiegatemi questo Red Lights, perché da sola non ci arrivo.
E qui, ovviamente, finisce la recensione, se tale si può definire. Mi dispiace ma non posso fare altro, anche perché, oltre a sottolineare l'ovvia bravura degli interpreti e il mio stupore nel vedere che la sorellina delle gemelle Olsen non è irritante come pensavo, Red Lights non regala momenti di delirio cinefilo né colpisce per scelte particolarmente ardite o innovative per quanto riguarda gli aspetti tecnici (anzi, a proposito: il sosia di De Niro che interpreta il giovane Silver in alcuni brevi filmati d'epoca è talmente fasullo che non si può guardare, una roba a cui non riesce a rimediare neppure la citazione di X- Files con il poster "I Want to Understand" al posto di "I Want to Believe"). Certo, De Niro che svolazza fa impressione ma era una cosa già vista nel trailer. Quindi, molto bastardamente, non ve lo consiglio (non l'ho capito!) ma vi chiedo di guardarlo comunque, così me lo spiegate. Aspetto soprattutto le risposte dei simpatici (sebbene rari) anonimi che finalmente potranno darmi della scema per un motivo reale!
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Rodrigo Cortés è il regista e sceneggiatore della pellicola. Spagnolo, ha diretto anche Buried - Sepolto. Anche produttore, attore e compositore, ha 39 anni.
Se il film vi fosse piaciuto, consiglierei I segni del male, perché anche qui si combatte l'eterna battaglia tra fede e scienza. ENJOY!
giovedì 16 febbraio 2012
Millenium - Uomini che odiano le donne (2011)
San Valentino alternativo, il mio. Perché andare a vedere smielati polpettoni romantici o stupide commediole a tema quando esistono film come Millenium - Uomini che odiano le donne (The Girl With the Dragon Tattoo), diretto nel 2011 da David Fincher?

Trama: il giornalista Mikael Blomkvist viene ingaggiato da un magnate dell’industria per scoprire cosa sia successo alla nipote Harriet, scomparsa e presumibilmente assassinata quarant’anni prima. Ad aiutarlo nelle indagini c’è la giovane e disadattata hacker Lisbeth.

Tratto dal primo dei tre romanzi scritti da Stieg Larsson, questo adattamento/remake USA si mantiene fedelissimo allo spirito del libro e si distacca dal piattume del suo predecessore svedese, dimostrandoci come, grazie ad un sapiente montaggio e ad un’ottima colonna sonora, anche delle lunghe indagini possano risultare interessanti per il pubblico. Infatti, anche se la sostanza non cambia poi molto, questo Millenium – Uomini che odiano le donne è nettamente superiore al film del 2009, che in definitiva andrebbe ricordato “solo” per la stupenda performance di Noomi Rapace nei panni di Lisbeth Salander, un personaggio difficilissimo che sfido qualsiasi attrice belloccia ma priva di talento ad interpretare. A partire dagli stupendi titoli di testa, dove corpi, catrame, cavi elettrici e fiori si fondono in un caleidoscopio infinito, David Fincher e Rooney Mara riescono a catturare lo spettatore, trascinandolo dal gelido e stupendo paesaggio svedese a sordide camere dove laidi assistenti sociali seviziano senza pietà donne che ritengono indifese, dall’inquietudine di un appartamento fatto quasi interamente di superfici trasparenti, vetri e finestre, al disordinato e quasi malsano appartamento di una povera reietta. Reietta che, ovviamente, è il cuore stesso del film.

Rooney Mara, con quegli occhioni da cerbiatto e quelle mise punk, si annulla completamente nel personaggio di Lisbeth, riempendosi il corpo di tatuaggi e veri piercing, prestandosi ad una delle scene di stupro più truci e disturbanti della storia del cinema (pare che Yorick Van Wageningen, l’interprete di Bjurman, abbia passato un’intera giornata a piangere chiuso nella sua stanza d’albergo alla fine delle riprese e che molti dei lividi che la Mara ha nella scena dopo siano veri), rinunciando alla sua bellezza tipicamente americana per diventare altro, un androgino spirito inquieto. Nel giro di poche inquadrature, l’attrice riesce a passare imprevedibilmente da vittima a carnefice, da misantropa dallo sguardo tagliente a ragazzina entusiasta e quasi innocente, nella sua impazienza di godersi il piacere di portarsi a letto il buon Daniel Craig. Daniel che, dal canto suo, conferisce al personaggio di Michael Blomkvist quell’aplomb e quell’ironia tipicamente british che la sua controparte svedese non aveva, ritrovandosi nel ruolo di colui che, come Jerry Calà, “piace” ma senza dover alzare un dito e, anzi, provando quasi noia nel vedere tutte ‘ste donne che gli vogliono saltare addosso.

Parlando invece della trama del film, l’ho trovata molto scorrevole e comprensibile anche per chi non avesse letto il libro. L’elemento thriller è ben presente, le indagini sulla scomparsa di Harriet sono coinvolgenti e mantengono costante l’interesse dello spettatore, infine il presunto killer offre un’interpretazione assai valida, risultando inquietante senza essere caricaturale. L’unica cosa che mi ha fatto un po’ storcere il naso è la decisione di mescolare l’ambientazione svedese ad una preponderanza anglofona, mi spiego: pare strano che, nell’archivio di un’azienda svedese, il 90% dei documenti e dei ritagli di giornale che ne testimoniano la storia siano scritti in inglese, ed è abbastanza assurdo, anche, che il tatuaggio sul panzone dello stupratore reciti “I am a rapist pig” piuttosto che l’equivalente svedese. Oh beh, dettagli, così come è un dettaglio anche l’aver deciso di cambiare un po’ il destino di Harriett. L’importante è che Millenium – Uomini che odiano le donne rientri nella categoria dei rarissimi remake validi. Speriamo che la trilogia continui (il prossimo film è previsto per il 2013 ma non si sa ancora nulla in merito) e che lo faccia sempre seguendo questa strada.

Di Daniel Craig (Michael Blomkvist), Rooney Mara (Lisbeth Salander), Stellan Skarsgård (Martin Vanger), Robin Wright (Erika Berger), Joely Richardson (Anita Vanger) e David Dencik (l’ispettore Morell da giovane) ho già parlato nei rispettivi link.
David Fincher (vero nome David Andrew Leo Fincher) è il regista della pellicola. Uno dei più famosi registi americani, lo ricordo per film come Alien3, Seven, The Game – Nessuna regola, Fight Club, Panic Room, Zodiac, Il curioso caso di Benjamin Button e The Social Network. Anche produttore, attore e sceneggiatore, ha 50 anni e due film in uscita, tra cui un adattamento di 20.000 leghe sotto i mari.

Christopher Plummer (vero nome Arthur Christopher Orme Plummer) interpreta Henrick Vanger. Famosissimo attore canadese, lo ricordo per film come Tutti insieme appassionatamente, La Pantera Rosa colpisce ancora, Nosferatu a Venezia, Malcom X, Wolf - la belva è fuori, L’ultima eclissi, L’esercito delle 12 scimmie, Il mistero dei templari e Syriana; ha inoltre partecipato alle serie Uccelli di rovo, I Robinson, doppiato il narratore dello storico cartone David Gnomo amico mio e anche uno dei personaggi di Fievel sbarca in America. Anche produttore, ha 83 anni e un film in uscita.

Steven Berkoff (vero nome Leslie Steven Berks) interpreta Dirch Frode. Inglese, ha partecipato a capisaldi come Arancia meccanica, Barry Lyndon, Professione: Reporter e film come Rambo II: la vendetta. Anche sceneggiatore e regista, ha 75 anni e tre film in uscita, tra cui una cosa trashissima e imperdibile dal titolo Strippers vs Werewolves, che conta nel cast anche Robert Englund!!

Geraldine James interpreta Cecilia Vanger. Inglese, ha partecipato a film come Gandhi, Moll Flanders, Calendar Girls, Sherlock Holmes, Alice in Wonderland e Sherlock Holmes – Gioco di ombre, oltre ad episodi di Little Britain e Little Britain USA. Ha 62 anni.

Goran Visnjic interpreta Dragan Armanski. Attore croato famoso per aver interpretato il bellissimo dottor Kovac di E.R. – Medici in prima linea, ha partecipato a film come The Peacemaker, Amori & incantesimi e doppiato uno dei personaggi de L’era glaciale. Anche produttore, ha 40 anni e due film in uscita.

Embeth Davidtz compare brevissimamente nei panni di Annika, la sorella di Michael. La cito, cosa che normalmente non farei vista la parte infinitesimale che le hanno dato, per la sua partecipazione a film come L’armata delle tenebre, Schindler’s List, Alcatraz – l’isola dell’ingiustizia, Matilda 6 mitica, Il tocco del male, L’uomo bicentenario, The Hole e I 13 spettri. Inoltre, ha partecipato a episodi di Scrubs e Grey’s Anatomy. Ha 47 anni e un film in uscita, The Amazing Spider – Man, dove interpreterà Mary Parker.

Il film si è beccato cinque nomination all’Oscar, tra cui spicca quella per Rooney Mara come miglior attrice protagonista. La competizione si fa davvero dura, ma dubito riuscirà a strappare la statuetta alla “solita” Meryl Streep, anche se spero davvero che lei o Viola Davis possano farcela. Le altre nomination sono per fotografia, montaggio e sonoro (snobbata la bella colonna sonora del validissimo Trent Reznor, peccato). Rooney Mara tra l’altro è riuscita ad ottenere la parte surclassando attrici del calibro di Natalie Portman e Scarlett Johansson, mentre Noomi Rapace non ha voluto riprendere il ruolo di Lisbeth Salander dopo averla interpretata per tre anni, nonostante la parte le fosse stata riofferta. Per il ruolo di Michael Blomkvist erano invece in lizza Johnny Depp, George Clooney, Viggo Mortensen e Brad Pitt. Nulla di fatto anche per Max Von Sydow, svedese purosangue, che ha declinato il ruolo di Henrick Vanger in favore di Christopher Plummer. Comunque, se il film vi fosse piaciuto, più che consigliarvi di vedere i film svedesi propendo per dirvi di leggere i libri, scritti benissimo e molto coinvolgenti. ENJOY!!

Trama: il giornalista Mikael Blomkvist viene ingaggiato da un magnate dell’industria per scoprire cosa sia successo alla nipote Harriet, scomparsa e presumibilmente assassinata quarant’anni prima. Ad aiutarlo nelle indagini c’è la giovane e disadattata hacker Lisbeth.

Tratto dal primo dei tre romanzi scritti da Stieg Larsson, questo adattamento/remake USA si mantiene fedelissimo allo spirito del libro e si distacca dal piattume del suo predecessore svedese, dimostrandoci come, grazie ad un sapiente montaggio e ad un’ottima colonna sonora, anche delle lunghe indagini possano risultare interessanti per il pubblico. Infatti, anche se la sostanza non cambia poi molto, questo Millenium – Uomini che odiano le donne è nettamente superiore al film del 2009, che in definitiva andrebbe ricordato “solo” per la stupenda performance di Noomi Rapace nei panni di Lisbeth Salander, un personaggio difficilissimo che sfido qualsiasi attrice belloccia ma priva di talento ad interpretare. A partire dagli stupendi titoli di testa, dove corpi, catrame, cavi elettrici e fiori si fondono in un caleidoscopio infinito, David Fincher e Rooney Mara riescono a catturare lo spettatore, trascinandolo dal gelido e stupendo paesaggio svedese a sordide camere dove laidi assistenti sociali seviziano senza pietà donne che ritengono indifese, dall’inquietudine di un appartamento fatto quasi interamente di superfici trasparenti, vetri e finestre, al disordinato e quasi malsano appartamento di una povera reietta. Reietta che, ovviamente, è il cuore stesso del film.

Rooney Mara, con quegli occhioni da cerbiatto e quelle mise punk, si annulla completamente nel personaggio di Lisbeth, riempendosi il corpo di tatuaggi e veri piercing, prestandosi ad una delle scene di stupro più truci e disturbanti della storia del cinema (pare che Yorick Van Wageningen, l’interprete di Bjurman, abbia passato un’intera giornata a piangere chiuso nella sua stanza d’albergo alla fine delle riprese e che molti dei lividi che la Mara ha nella scena dopo siano veri), rinunciando alla sua bellezza tipicamente americana per diventare altro, un androgino spirito inquieto. Nel giro di poche inquadrature, l’attrice riesce a passare imprevedibilmente da vittima a carnefice, da misantropa dallo sguardo tagliente a ragazzina entusiasta e quasi innocente, nella sua impazienza di godersi il piacere di portarsi a letto il buon Daniel Craig. Daniel che, dal canto suo, conferisce al personaggio di Michael Blomkvist quell’aplomb e quell’ironia tipicamente british che la sua controparte svedese non aveva, ritrovandosi nel ruolo di colui che, come Jerry Calà, “piace” ma senza dover alzare un dito e, anzi, provando quasi noia nel vedere tutte ‘ste donne che gli vogliono saltare addosso.

Parlando invece della trama del film, l’ho trovata molto scorrevole e comprensibile anche per chi non avesse letto il libro. L’elemento thriller è ben presente, le indagini sulla scomparsa di Harriet sono coinvolgenti e mantengono costante l’interesse dello spettatore, infine il presunto killer offre un’interpretazione assai valida, risultando inquietante senza essere caricaturale. L’unica cosa che mi ha fatto un po’ storcere il naso è la decisione di mescolare l’ambientazione svedese ad una preponderanza anglofona, mi spiego: pare strano che, nell’archivio di un’azienda svedese, il 90% dei documenti e dei ritagli di giornale che ne testimoniano la storia siano scritti in inglese, ed è abbastanza assurdo, anche, che il tatuaggio sul panzone dello stupratore reciti “I am a rapist pig” piuttosto che l’equivalente svedese. Oh beh, dettagli, così come è un dettaglio anche l’aver deciso di cambiare un po’ il destino di Harriett. L’importante è che Millenium – Uomini che odiano le donne rientri nella categoria dei rarissimi remake validi. Speriamo che la trilogia continui (il prossimo film è previsto per il 2013 ma non si sa ancora nulla in merito) e che lo faccia sempre seguendo questa strada.

Di Daniel Craig (Michael Blomkvist), Rooney Mara (Lisbeth Salander), Stellan Skarsgård (Martin Vanger), Robin Wright (Erika Berger), Joely Richardson (Anita Vanger) e David Dencik (l’ispettore Morell da giovane) ho già parlato nei rispettivi link.
David Fincher (vero nome David Andrew Leo Fincher) è il regista della pellicola. Uno dei più famosi registi americani, lo ricordo per film come Alien3, Seven, The Game – Nessuna regola, Fight Club, Panic Room, Zodiac, Il curioso caso di Benjamin Button e The Social Network. Anche produttore, attore e sceneggiatore, ha 50 anni e due film in uscita, tra cui un adattamento di 20.000 leghe sotto i mari.

Christopher Plummer (vero nome Arthur Christopher Orme Plummer) interpreta Henrick Vanger. Famosissimo attore canadese, lo ricordo per film come Tutti insieme appassionatamente, La Pantera Rosa colpisce ancora, Nosferatu a Venezia, Malcom X, Wolf - la belva è fuori, L’ultima eclissi, L’esercito delle 12 scimmie, Il mistero dei templari e Syriana; ha inoltre partecipato alle serie Uccelli di rovo, I Robinson, doppiato il narratore dello storico cartone David Gnomo amico mio e anche uno dei personaggi di Fievel sbarca in America. Anche produttore, ha 83 anni e un film in uscita.

Steven Berkoff (vero nome Leslie Steven Berks) interpreta Dirch Frode. Inglese, ha partecipato a capisaldi come Arancia meccanica, Barry Lyndon, Professione: Reporter e film come Rambo II: la vendetta. Anche sceneggiatore e regista, ha 75 anni e tre film in uscita, tra cui una cosa trashissima e imperdibile dal titolo Strippers vs Werewolves, che conta nel cast anche Robert Englund!!

Geraldine James interpreta Cecilia Vanger. Inglese, ha partecipato a film come Gandhi, Moll Flanders, Calendar Girls, Sherlock Holmes, Alice in Wonderland e Sherlock Holmes – Gioco di ombre, oltre ad episodi di Little Britain e Little Britain USA. Ha 62 anni.

Goran Visnjic interpreta Dragan Armanski. Attore croato famoso per aver interpretato il bellissimo dottor Kovac di E.R. – Medici in prima linea, ha partecipato a film come The Peacemaker, Amori & incantesimi e doppiato uno dei personaggi de L’era glaciale. Anche produttore, ha 40 anni e due film in uscita.

Embeth Davidtz compare brevissimamente nei panni di Annika, la sorella di Michael. La cito, cosa che normalmente non farei vista la parte infinitesimale che le hanno dato, per la sua partecipazione a film come L’armata delle tenebre, Schindler’s List, Alcatraz – l’isola dell’ingiustizia, Matilda 6 mitica, Il tocco del male, L’uomo bicentenario, The Hole e I 13 spettri. Inoltre, ha partecipato a episodi di Scrubs e Grey’s Anatomy. Ha 47 anni e un film in uscita, The Amazing Spider – Man, dove interpreterà Mary Parker.

Il film si è beccato cinque nomination all’Oscar, tra cui spicca quella per Rooney Mara come miglior attrice protagonista. La competizione si fa davvero dura, ma dubito riuscirà a strappare la statuetta alla “solita” Meryl Streep, anche se spero davvero che lei o Viola Davis possano farcela. Le altre nomination sono per fotografia, montaggio e sonoro (snobbata la bella colonna sonora del validissimo Trent Reznor, peccato). Rooney Mara tra l’altro è riuscita ad ottenere la parte surclassando attrici del calibro di Natalie Portman e Scarlett Johansson, mentre Noomi Rapace non ha voluto riprendere il ruolo di Lisbeth Salander dopo averla interpretata per tre anni, nonostante la parte le fosse stata riofferta. Per il ruolo di Michael Blomkvist erano invece in lizza Johnny Depp, George Clooney, Viggo Mortensen e Brad Pitt. Nulla di fatto anche per Max Von Sydow, svedese purosangue, che ha declinato il ruolo di Henrick Vanger in favore di Christopher Plummer. Comunque, se il film vi fosse piaciuto, più che consigliarvi di vedere i film svedesi propendo per dirvi di leggere i libri, scritti benissimo e molto coinvolgenti. ENJOY!!
giovedì 24 novembre 2011
Anonymous (2011)
Dopo qualche settimana di assenza dalle sale cinematografiche, ieri sera mi sono rimessa finalmente in poltrona per vedere Anonymous di Ronald Emmerich.

Trama: noi tutti siamo abituati a considerare William Shakespeare come il Bardo per eccellenza, simbolo dell’era Elisabettiana. Ma se non fosse stato proprio così…? E se il buon Will fosse stato solo un semplice strumento e dietro le sue opere ci fosse stata ben altra mano, come per esempio quella del Conte di Oxford?

Quando ho sentito le due parole Shakespeare ed Emmerich nominate in una stessa frase, lo ammetto, ho avuto un mancamento. Voglio dire, stiamo parlando di un regista che ha girato roba come Independence Day e Godzilla, come minimo mi aspettavo una rumenta dove il Bardo si sarebbe dovuto ad un certo punto confrontare con un duca proveniente da una lontana colonia inglese spaziale, ben deciso a far saltare in aria la gorgera di Sua Maestà la Regina. E invece, come al solito, aspettandosi nulla si ottiene comunque la possibilità di gustarsi di più un film onestamente carino, ben diretto e ben fatto. Eh sì, perché al di là della trama e dell’accuratezza storica, il bello di Anonymous sono proprio la regia e il fluidissimo alternarsi di momenti più statici e riflessivi (assai sontuosi, grazie ai bellissimi costumi e alle splendide scenografie), interessanti rappresentazioni delle opere di Shakespeare che cercano di ricostruire in maniera filologica quello che doveva essere il modo di sentire il Teatro all’epoca, qualche scena d’azione impressionante come l’incendio del teatro all’inizio e la soppressione della rivolta finale, e infine grandiose sequenze come quella del funerale di Elisabetta, con il corteo che sfila in una Londra ricoperta di neve con tanto di Tamigi ghiacciato. Molto azzeccata anche l’idea di girare il film come una “rappresentazione nella rappresentazione”: Anonymous infatti incomincia ai giorni nostri e la storia ci viene introdotta su un palco teatrale dal sempre bravo Derek Jacobi che, con un prologo, comincia a raccontare al suo pubblico quello che poi vedremo anche noi, mentre dietro di lui attori e macchinisti si danno da fare per preparare la rappresentazione. Un primo piano di Sebastian Armesto (alias Ben Jonson) ci consente di passare così, senza soluzione di continuità, dalla finzione del teatro alla realtà della storia narrata. E qui cominciano sia il film che qualche difetto ad esso legato.

La storia raccontata in Anonymous è molto interessante e mette in scena un dubbio che si erano già posti fior di narratori come Dickens: ma com’è possibile che non esistano manoscritti a provare che sia stato proprio Shakespeare a scrivere le sue opere? Inoltre, come diamine ha fatto quest’uomo anche solo a pensare delle trame così colte e complesse se la storia ce lo presenta praticamente analfabeta? Eh, questo è un bel mistero e Anonymous ci da una possibile (per quanto onestamente improbabile) soluzione, che include anche qualche bell’intrigo di corte che appassiona sempre il pubblico. Per chi ha studiato un po’ di storia e letteratura elisabettiana come me e quindi arriva al cinema con un minimo di infarinatura il film non presenta stonature evidenti e, anzi, parrebbe sfruttare al meglio delle verità storiche conosciute e comprovate ma mai ben specificate (per esempio, Marlowe, che pure non dovrebbe essere vivo all’epoca dei fatti narrati, si dice sia morto in una rissa di strada, ma ovviamente nessuno ha mai spiegato il motivo della rissa..), introducendo tanti personaggi realmente esistiti. Se cercate quindi una critica storico/culturale rimarrete delusi, mi manterrò molto più terra terra (ma se volete vi dico che il Globe viene bruciato dopo, che MacBeth è stato scritto durante il regno di Giacomo I e non di Elisabetta, che prima della ribellione di Essex hanno messo in scena Riccardo II e non Riccardo III. Secondo voi, però, queste cose me le sono ricordate al cinema? No.). Onestamente, devo dire che Anonymous si mantiene brillantemente lontano da castronerie varie almeno fin verso il finale: certo, la Regina Elisabetta che ci viene mostrata è ben diversa dalla figura forte e razionale a cui siamo stati abituati dai film a lei dedicati, in Anonymous è più una sorta di isterica Brooke di Beautiful ante litteram e, sinceramente, anche l’idea di mostrare uno Shakespeare cialtrone, ignorante e puttaniere mi ha un po’ spezzato il cuore. Ma il finale colpisce in faccia lo spettatore con un colpo di scena da telenovela talmente gratuito e improbabile che per un attimo ho dimenticato tutto quel che di buono avevo visto fino a quel momento e, lo ammetto, non sono più riuscita a stare seria fino alla conclusione definitiva.

La questione del colpo di scena ha purtroppo influenzato in parte anche il mio giudizio sugli attori. Se, infatti, Rhys Ifans riesce a tenere la testa alta fino alla fine e a mangiarsi tutti gli altri interpreti con un’interpretazione del Conte di Oxford a dir poco magistrale (anche se il già citato Sebastian Armesto nei panni di Jonson e il figlio di Timothy Spall, Rafe, nei panni di Shakespeare sono davvero bravissimi), chi ne fa maggiormente le spese è quella povera crista di Vanessa Redgrave. Per carità, grande attrice, ma in questo film sembra il monumento nazionale alla cartapecora e, soprattutto verso il finale, più che la regina Elisabetta ricorda un incrocio tra E.T. e la trashissima Mahaut interpretata da Jeanne Moreau ne La maledizione dei templari (per dire che la si vede anche urlante in mutande: holy crap!!). Per contro, nel vedere la pur bella figlia Joely Richardson (che interpreta Elisabetta da giovane) mi aspettavo sempre che da dietro al trono comparisse Julian McMahon per bombarsela in qualche strana ed inventiva posizione. Altro neo, gli anonimi, bellocci ed efebici giovinetti usati per interpretare il Conte di Oxford da giovane e il Conte di Southampton, abbastanza privi di personalità, ma voto dieci al mollissimo, scazzato, gobbo e viscido Robert Cecil di Edward Hogg. Altra cosa ottima, e per nulla scontata in un adattamento italiano, è il visibile sforzo portato avanti dai bravi doppiatori che, per una volta, si sono impegnati ad adottare una pronuncia decente dei nomi inglesi. In definitiva, Anonymous è un film che consiglio comunque di vedere, nonostante qualche difetto. Se vi interessa l’argomento e riuscite a sorvolare su qualche espediente da soap opera non rimarrete delusi.

Di Rhys Ifans, che interpreta il Conte di Oxford, ho già parlato qui. Rimanendo sempre in ambito Potteriano, David Thewlis, che interpreta William Cecil, lo trovate qua. Derek Jacobi, che interpreta invece il narratore, è già stato nominato qui.
Roland Emmerich è il regista della pellicola. Tedesco, ha diretto film come Stargate, Independence Day, Godzilla, Il patriota, L’alba del giorno dopo, 10000 AC e 2012. Anche produttore, sceneggiatore e attore, ha 56 anni.
Joely Richardson interpreta Elisabetta da giovane. Inglese, figlia di Vanessa Redgrave, come attrice la ricorderò sempre nei panni dell’ammorbantissima Julia della serie Nip/Tuck, ma ha partecipato anche a film come Hotel New Hampshire, La carica dei 101 – questa volta la magia è vera, Il patriota e L’intrigo della collana. Ha 46 anni e tre film in uscita, tra cui l’imminente Millenium: uomini che odiano le donne, dove interpreterà Anita Vanger.
Rafe Spall interpreta Shakespeare. Inglese, degno figlio di tanto padre (ovvero Timothy Spall), ha partecipato a film come Shaun of the Dead, Un’ottima annata, Hot Fuzz e Grindhouse (uno dei pezzi non visti in Italia, ovvero il fake trailer Don’t, diretto da Edgar Wright). Ha 28 anni e due film in uscita.
Jamie Campbell Bower (vero nome James Campbell M Bower) interpreta il Conte di Oxford da giovane. Inglese, ha partecipato a Sweeney Todd: il diabolico barbiere di Fleet Street (nei panni di Anthony), Harry Potter e i doni della morte – parte I e parte II (nei panni del giovane Grindelwald), New Moon e Breaking Dawn – parte I. Ha 23 anni e due film in uscita.
Sebastian Armesto interpreta Ben Jonson. Inglese, ha partecipato a film come Marie Antoniette, Pirati dei Caraibi – Oltre i confini del mare e al telefilm Doctor Who. Ha 29 anni e un film in uscita.

Trama: noi tutti siamo abituati a considerare William Shakespeare come il Bardo per eccellenza, simbolo dell’era Elisabettiana. Ma se non fosse stato proprio così…? E se il buon Will fosse stato solo un semplice strumento e dietro le sue opere ci fosse stata ben altra mano, come per esempio quella del Conte di Oxford?

Quando ho sentito le due parole Shakespeare ed Emmerich nominate in una stessa frase, lo ammetto, ho avuto un mancamento. Voglio dire, stiamo parlando di un regista che ha girato roba come Independence Day e Godzilla, come minimo mi aspettavo una rumenta dove il Bardo si sarebbe dovuto ad un certo punto confrontare con un duca proveniente da una lontana colonia inglese spaziale, ben deciso a far saltare in aria la gorgera di Sua Maestà la Regina. E invece, come al solito, aspettandosi nulla si ottiene comunque la possibilità di gustarsi di più un film onestamente carino, ben diretto e ben fatto. Eh sì, perché al di là della trama e dell’accuratezza storica, il bello di Anonymous sono proprio la regia e il fluidissimo alternarsi di momenti più statici e riflessivi (assai sontuosi, grazie ai bellissimi costumi e alle splendide scenografie), interessanti rappresentazioni delle opere di Shakespeare che cercano di ricostruire in maniera filologica quello che doveva essere il modo di sentire il Teatro all’epoca, qualche scena d’azione impressionante come l’incendio del teatro all’inizio e la soppressione della rivolta finale, e infine grandiose sequenze come quella del funerale di Elisabetta, con il corteo che sfila in una Londra ricoperta di neve con tanto di Tamigi ghiacciato. Molto azzeccata anche l’idea di girare il film come una “rappresentazione nella rappresentazione”: Anonymous infatti incomincia ai giorni nostri e la storia ci viene introdotta su un palco teatrale dal sempre bravo Derek Jacobi che, con un prologo, comincia a raccontare al suo pubblico quello che poi vedremo anche noi, mentre dietro di lui attori e macchinisti si danno da fare per preparare la rappresentazione. Un primo piano di Sebastian Armesto (alias Ben Jonson) ci consente di passare così, senza soluzione di continuità, dalla finzione del teatro alla realtà della storia narrata. E qui cominciano sia il film che qualche difetto ad esso legato.

La storia raccontata in Anonymous è molto interessante e mette in scena un dubbio che si erano già posti fior di narratori come Dickens: ma com’è possibile che non esistano manoscritti a provare che sia stato proprio Shakespeare a scrivere le sue opere? Inoltre, come diamine ha fatto quest’uomo anche solo a pensare delle trame così colte e complesse se la storia ce lo presenta praticamente analfabeta? Eh, questo è un bel mistero e Anonymous ci da una possibile (per quanto onestamente improbabile) soluzione, che include anche qualche bell’intrigo di corte che appassiona sempre il pubblico. Per chi ha studiato un po’ di storia e letteratura elisabettiana come me e quindi arriva al cinema con un minimo di infarinatura il film non presenta stonature evidenti e, anzi, parrebbe sfruttare al meglio delle verità storiche conosciute e comprovate ma mai ben specificate (per esempio, Marlowe, che pure non dovrebbe essere vivo all’epoca dei fatti narrati, si dice sia morto in una rissa di strada, ma ovviamente nessuno ha mai spiegato il motivo della rissa..), introducendo tanti personaggi realmente esistiti. Se cercate quindi una critica storico/culturale rimarrete delusi, mi manterrò molto più terra terra (ma se volete vi dico che il Globe viene bruciato dopo, che MacBeth è stato scritto durante il regno di Giacomo I e non di Elisabetta, che prima della ribellione di Essex hanno messo in scena Riccardo II e non Riccardo III. Secondo voi, però, queste cose me le sono ricordate al cinema? No.). Onestamente, devo dire che Anonymous si mantiene brillantemente lontano da castronerie varie almeno fin verso il finale: certo, la Regina Elisabetta che ci viene mostrata è ben diversa dalla figura forte e razionale a cui siamo stati abituati dai film a lei dedicati, in Anonymous è più una sorta di isterica Brooke di Beautiful ante litteram e, sinceramente, anche l’idea di mostrare uno Shakespeare cialtrone, ignorante e puttaniere mi ha un po’ spezzato il cuore. Ma il finale colpisce in faccia lo spettatore con un colpo di scena da telenovela talmente gratuito e improbabile che per un attimo ho dimenticato tutto quel che di buono avevo visto fino a quel momento e, lo ammetto, non sono più riuscita a stare seria fino alla conclusione definitiva.

La questione del colpo di scena ha purtroppo influenzato in parte anche il mio giudizio sugli attori. Se, infatti, Rhys Ifans riesce a tenere la testa alta fino alla fine e a mangiarsi tutti gli altri interpreti con un’interpretazione del Conte di Oxford a dir poco magistrale (anche se il già citato Sebastian Armesto nei panni di Jonson e il figlio di Timothy Spall, Rafe, nei panni di Shakespeare sono davvero bravissimi), chi ne fa maggiormente le spese è quella povera crista di Vanessa Redgrave. Per carità, grande attrice, ma in questo film sembra il monumento nazionale alla cartapecora e, soprattutto verso il finale, più che la regina Elisabetta ricorda un incrocio tra E.T. e la trashissima Mahaut interpretata da Jeanne Moreau ne La maledizione dei templari (per dire che la si vede anche urlante in mutande: holy crap!!). Per contro, nel vedere la pur bella figlia Joely Richardson (che interpreta Elisabetta da giovane) mi aspettavo sempre che da dietro al trono comparisse Julian McMahon per bombarsela in qualche strana ed inventiva posizione. Altro neo, gli anonimi, bellocci ed efebici giovinetti usati per interpretare il Conte di Oxford da giovane e il Conte di Southampton, abbastanza privi di personalità, ma voto dieci al mollissimo, scazzato, gobbo e viscido Robert Cecil di Edward Hogg. Altra cosa ottima, e per nulla scontata in un adattamento italiano, è il visibile sforzo portato avanti dai bravi doppiatori che, per una volta, si sono impegnati ad adottare una pronuncia decente dei nomi inglesi. In definitiva, Anonymous è un film che consiglio comunque di vedere, nonostante qualche difetto. Se vi interessa l’argomento e riuscite a sorvolare su qualche espediente da soap opera non rimarrete delusi.

Di Rhys Ifans, che interpreta il Conte di Oxford, ho già parlato qui. Rimanendo sempre in ambito Potteriano, David Thewlis, che interpreta William Cecil, lo trovate qua. Derek Jacobi, che interpreta invece il narratore, è già stato nominato qui.
Roland Emmerich è il regista della pellicola. Tedesco, ha diretto film come Stargate, Independence Day, Godzilla, Il patriota, L’alba del giorno dopo, 10000 AC e 2012. Anche produttore, sceneggiatore e attore, ha 56 anni.

Vanessa Redgrave interpreta Elisabetta da anziana. Attrice inglese, la ricordo per film come Blow – Up, Assassinio sull’Orient Express, Casa Howard, La casa degli spiriti, Mission: Impossible, Wilde e Deep Impact. Ha inoltre doppiato Cars 2 e partecipato alla serie Nip/Tuck, ovviamente nei panni della madre del personaggio interpretato da Joely Richardson, che è la sua vera figlia. Anche produttrice, ha 74 anni e tre film in uscita. Ha avuto sei nomination all’Oscar ma ne ha vinto solo uno, quello come miglior attrice non protagonista per il film Giulia.
Joely Richardson interpreta Elisabetta da giovane. Inglese, figlia di Vanessa Redgrave, come attrice la ricorderò sempre nei panni dell’ammorbantissima Julia della serie Nip/Tuck, ma ha partecipato anche a film come Hotel New Hampshire, La carica dei 101 – questa volta la magia è vera, Il patriota e L’intrigo della collana. Ha 46 anni e tre film in uscita, tra cui l’imminente Millenium: uomini che odiano le donne, dove interpreterà Anita Vanger.

Rafe Spall interpreta Shakespeare. Inglese, degno figlio di tanto padre (ovvero Timothy Spall), ha partecipato a film come Shaun of the Dead, Un’ottima annata, Hot Fuzz e Grindhouse (uno dei pezzi non visti in Italia, ovvero il fake trailer Don’t, diretto da Edgar Wright). Ha 28 anni e due film in uscita.

Jamie Campbell Bower (vero nome James Campbell M Bower) interpreta il Conte di Oxford da giovane. Inglese, ha partecipato a Sweeney Todd: il diabolico barbiere di Fleet Street (nei panni di Anthony), Harry Potter e i doni della morte – parte I e parte II (nei panni del giovane Grindelwald), New Moon e Breaking Dawn – parte I. Ha 23 anni e due film in uscita.

Sebastian Armesto interpreta Ben Jonson. Inglese, ha partecipato a film come Marie Antoniette, Pirati dei Caraibi – Oltre i confini del mare e al telefilm Doctor Who. Ha 29 anni e un film in uscita.

Con questo si conclude la recensione. Sappiate che domani e dopo potrebbero cominciare due nuove rubriche sul Bollalmanacco! Nell'attesa di ciò... ENJOY!!
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