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martedì 2 ottobre 2018

L'uomo che uccise Don Chisciotte (2018)

Dopo quasi 30 anni di peripezie e false partenze è arrivato il gran giorno, anche a Savona: L'uomo che uccise Don Chisciotte (The Man Who Killed Don Quixote), diretto e co-sceneggiato dal regista Terry Gilliam, è finalmente uscito e io non potevo non andarlo a vedere.


Trama: un giovane regista torna sui luoghi dove aveva girato, da studente, il suo film d'esordio e si ritrova invischiato nelle follie di un vecchio calzolaio che proprio a causa della vecchia pellicola si era convinto di essere Don Chisciotte...



Comincio il post col solito, vergognoso disclaimer: non ho ancora guardato Lost in La Mancha, il documentario diretto da Terry Gilliam che racconta le traversie produttive, meteorologiche e pratiche di L'uomo che uccise Don Chisciotte, quindi posso solo giudicare il prodotto finito senza riflettere sul "poteva essere". Ciò che è giunto fino a noi, nell'anno 2018, dopo quasi trent'anni di difficoltà e dubbi, è un film affascinante, divertente e grottesco che sicuramente contiene dentro di sé anche la frustrazione del Terry Gilliam regista, sceneggiatore e uomo, una frustrazione ironica e sconsolata incarnata dal personaggio di Toby, un Adam Driver perfetto nei panni del giovane regista considerato un "genio" ma costretto a tenere svogliatamente a bada assistenti, amanti, produttori e finanziatori al punto da arrivare a disinteressarsi completamente del suo progetto. Il ritrovamento fortuito del suo lungometraggio d'esordio, L'uomo che uccise Don Chisciotte, trascina Toby in una vicenda delirante che ripercorre i passi del suo vecchio film e anche della storia dell'eroe di Cervantes, fianco a fianco col vecchio Javier, un tempo calzolaio, divenuto volto del Don Chisciotte di Toby e questa incursione nel passato consente al tempo di ricominciare a scorrere in un modo tutto particolare. La "stasi" di Toby, infatti, coincide con la stasi in cui aveva trovato all'epoca il sonnacchioso paesino spagnolo e con l'imprigionamento di Javier all'interno di un personaggio di finzione, costretto ad interpretare in eterno Don Chisciotte mentre tutto, attorno a lui, va in rovina. Benedizione e maledizione allo stesso tempo, l'arrivo del giovane Toby era stata all'epoca la tipica scossa "hollywoodiana" foriera di sogni e speranze, andati distrutti nel momento stesso in cui cineprese e set erano stati smontati e portati via con la noncuranza di chi non si accorge dello scompiglio creato; il ritorno di Toby rimette in moto gli eventi, smuove qualcosa all'interno della sua ispirazione bloccata e lo condanna a diventare scudiero (o sparviero) del Don Chisciotte che lui stesso ha creato, mettendolo davanti alle ingiustizie compiute in passato, compresa la dannazione della sua "Dulcinea", la giovane ed ingenua Angelica tornata in guisa di femme fatale, accompagnata da un manesco e disgustoso boss della mala russo.


L'uomo che uccise Don Chisciotte parte lentissimo, oserei dire in maniera persino poco interessante, con un'apparente riflessione sui meccanismi del cinema già messa in scena mille volte e lo scontro culturale tra Hollywood e la Spagna rurale, poi fortunatamente prende il volo con l'arrivo del vecchio Don Chisciotte interpretato da Jonathan Pryce: figura mitica, letteraria, prosaica e tremendamente umana, il Don Chisciotte di Gilliam è una scheggia impazzita che contagia a poco a poco Toby, dapprima trascinandolo in quelle vicende classiche ma non meno devastanti tipiche della commedia degli equivoci, poi toccandone la psiche, "infettandolo" col desiderio di avventura e magia, alimentate da sentimenti di lealtà ed affetto mescolati a un nostalgico senso di colpa nei confronti del povero, vecchio calzolaio matto. Cambiando l'atmosfera, cambia ovviamente anche la regia, così che la Spagna, il Portogallo, i paesaggi desolati dei vecchi spaghetti western e i sontuosi interni di cattedrali trasformate in palazzi diventano luoghi stranianti e magici, dove realtà e finzione non hanno più un confine e dove Gilliam può dare sfogo alla sua vena visionaria; abbiamo dunque malvagi cavalieri bardati di cristalli che sembrano usciti da qualche video di David Guetta, giganti terribili, ninfe delle acque, sconvolgenti orge di rosse fiamme che la mente rende reali e tangibili, ma anche palesi finzioni capaci di togliere il fiato allo spettatore che si ritrova a provare le stesse sensazioni dei protagonisti, come nella sequenza in cui un cavallo di legno arriva a "volare" sulla luna, tra wind machine e fari luminosi. In tutto questo, Adam Driver si carica il film sulle spalle come riusciva a fare giusto Johnny Depp prima di diventare la caricatura di se stesso e cambia faccia, pelle ed abiti, un po' giovane e spensierato regista, un po' annoiato enfant prodige, un po' scudiero preso a calci in culo e ricoperto di sangue e fango, un po' cavaliere innamorato, emanando alternativamente un'aura di sfiga e di fascino che la maggior parte dei giovani attori si sognano (e, ribadisco, a me Adam Driver non ha mai fatto impazzire ma qui dà letteralmente il bianco), duettando alla perfezione con un Jonathan Pryce a tratti struggente e mai così bravo. A mio avviso, abbiamo dovuto aspettare anni ma ne è valsa decisamente la pena ma, attenzione: io non sono fan di Terry Gilliam e non ho mai preteso di conoscerne tutta la filmografia, quindi il mio entusiasmo potrebbe non incontrare l'approvazione dei "Gilliamofili". Prendete dunque questo post con le pinze ma cercate lo stesso di correre a vedere L'uomo che uccise Don Chisciotte prima che lo tolgano dai cinema!


Del regista e co-sceneggiatore Terry Gilliam (che in originale presta la voce ad uno dei giganti) ho già parlato QUI. Adam Driver (Toby), Jonathan Pryce (Don Chisciotte), Stellan Skarsgård (il boss) e Jordi Mollà (Alexei Miiskin) li trovate invece ai rispettivi link.


Tra le guest star spunta Rossy De Palma, attrice feticcio di Almodóvar, qui nei panni della moglie del fattore. Il film è dedicato alla memoria di Jean Rochefort e John Hurt, entrambi scritturati per il ruolo di Don Chisciotte ed entrambi morti prima che il film venisse completato. A tal proposito, se L'uomo che uccise Don Chisciotte vi fosse piaciuto consiglierei il recupero di Lost in La Mancha, cosa che farò io... ENJOY!


martedì 12 luglio 2016

The Zero Theorem (2013)

Estate è tempo di recuperi cinematografici. Ciò non vale tanto per il singolo utente, quanto proprio per i distributori, i quali si svegliano malamente e, ovviamente, in ritardo per portare in poche sale semivuote film come The Zero Theorem, diretto nel 2013 dal regista Terry Gilliam.


Trama: Qohen è un genio dei computer, disadattato e zeppo di fobie, che da anni aspetta "quella" telefonata capace di cambiargli la vita e renderlo felice. Un giorno il Management della ditta per cui lavora gli affida il compito di risolvere la terribile formula matematica denominata "The Zero Theorem", atta a dimostrare come tutto sia vanità...


Da quando ho cominciato a sviluppare la passione per il cinema mi sono spesso ritrovata a chiedermi perché determinati film non godano della fama e del successo che meriterebbero e lo stesso vale per i registi. Il povero Terry Gilliam viene trattato sempre malissimo e non solo dalla terrificante distribuzione italiana, che ha aspettato ben tre anni per fare arrivare The Zero Theorem in sala, eppure i suoi film hanno sempre quel non so che capace di renderli unici, graffianti, ironici e bellissimi. Non ho detto facili, ci mancherebbe, sebbene il suo ultimo lavoro sia uno dei più "a misura d'uomo", se posso permettermi, oltre che zeppo di rimandi al capolavoro Brazil; tuttavia, siccome sono decenni che non guardo la pellicola con De Niro, non mi addentrerò in scomodi confronti e mi limiterò a parlare di The Zero Theorem, film ambientato in un futuro distopico neppure troppo diverso dal nostro presente, in cui ogni cosa, a maggior ragione se incomprensibile e vana, dev'essere ridotta a misura d'uomo, resa comprensibile e "venduta", condannando di fatto l'umanità al decadimento perpetuo e alla totale assenza di contatti o emozioni che non siano preconfezionati e "gestibili", se non addirittura di comodo. In tal senso, Qohen ha già un piede nella fossa, per così dire. Misantropo, afefobico e costretto a parlare in seconda persona plurale a seguito di una terapia psichiatrica, Qohen vive isolato all'interno di una chiesa sconsacrata ed esce solo per andare a lavorare alla Mancom, ditta in cui è impiegato come hacker col compito di "schiacciare entità"; a differenza di altri, tuttavia, Qohen è dotato di una fede incrollabile verso una "telefonata" che potrebbe dare finalmente un senso alla sua esistenza rendendolo così finalmente felice e, nella sua costante ricerca di questo "segno divino", diventa facile preda delle macchinazioni del Management della Mancom, un ingannevole quanto misterioso Grande Fratello. Tra ragazzini geniali ma spersonalizzati, terrificanti buchi neri che minacciano di inghiottire la realtà e donne fatali dotate di un grande cuore, la tragedia umana di Qohen si snoda davanti allo spettatore che non può fare altro che provare pietà per quest'uomo così triste e bisognoso di ritrovare sensazioni dalle quali egli stesso ha scelto di tagliarsi fuori. La grottesca ironia che pervade The Zero Theorem, cifra stilistica del migliore Gilliam, non riesce a celare la natura fondamentalmente triste e claustrofobica della distopia rappresentata nella pellicola, tanto che persino il finale, per quanto a modo suo poetico e "rivelatore", non offre il sollievo sperato e lascia più di qualche dubbio.


La trama di The Zero Theorem poggia quasi interamente sulle spalle di un Christoph Waltz immenso che, per una volta, attenua un po' la sua tendenza a gigioneggiare per incarnare un personaggio allo stesso tempo freddo e vulnerabilissimo, dolorosamente consapevole delle storture del mondo in cui è costretto a vivere ma incapace di trovare salvezza nonostante questa sua particolare sensibilità (tanto da essere convinto di essere costantemente in punto di morte). Il fatto che l'attore sia costretto spesso e volentieri ad interagire con schermi animati o personaggi non presenti fisicamente non toglie nulla alla sua sentita interpretazione, anzi: vederlo abbracciare idealmente il vuoto oppure imporre la propria volontà sul paesaggio circostante da l'idea della terribile solitudine del personaggio e della sua grande speranza di raggiungere un mondo migliore. Ad affiancarlo ci sono fior di caratteristi come David Thewlis, che adoro sempre più ad ogni film in cui mi capita di vederlo, una Tilda Swinton sempre più meravigliosamente assurda e due volti per me sconosciuti come quelli di Lucas Hedges e Mélanie Thierry che non ho potuto fare a meno di amare, soprattutto per quel che riguarda l'attrice francese, uno scoppiettante mix di sensualità, allegria e romanticismo. Le vere protagoniste del film sono però le splendide scenografie. Girato interamente in Romania per abbattere i costi di produzione, The Zero Theorem è ambientato quasi interamente all'interno di una chiesa sconsacrata ricostruita in studio, la quale contiene elementi dello stile Ortodosso (vedi i muri pesantemente affrescati, con i volti che scrutano Qohen) e di quello Anglicano/Cattolico, riconoscibili nell'organo, nell'altare e nel vestibolo all'ingresso, un ambiente chiuso che credo sia tra i più belli che mi sia capitato di vedere in un film recente. Non che il resto delle location sia meno bello, anzi: il luogo dove Joby organizza il party ha la stessa decadente bellezza della chiesa in cui vive Qohen mentre le strade dove si muovono i personaggi sono un trionfo di fantasioso caos e persino gli ambienti virtuali sono incredibilmente piacevoli da vedere. Insomma, The Zero Theorem sazia gli occhi, il cuore e la mente quindi vi consiglio di recuperarlo il prima possibile!


Del regista Terry Gilliam ho già parlato QUI. Christoph Waltz (Qohen Leth), David Thewlis (Joby), Peter Stormare (Dottore), Ben Whishaw (Dottore), Matt Damon (Management) e Tilda Swinton (Dr. Shrink-ROM) li trovate invece ai rispettivi link.


Lucas Hedges, che interpreta Bob, aveva già partecipato sia a Moonrise Kingdom che a Grand Budapest Hotel. Detto questo, se The Zero Theorem vi fosse piaciuto recuperate Brazil, L'esercito delle 12 scimmie e The Congress. ENJOY!

martedì 19 marzo 2013

Bruce Willis Day - L'esercito delle 12 scimmie (1995)


Oggi è la festa del papà! Quindi, innanzitutto faccio gli auguri al mio, di papà, e anche al buon Mr. Ford che festeggia per la prima volta, poi vado subito a presentare il protagonista assoluto del giorno, ovvero il mio amatissimo Bruce Willis che oggi compie ben 58 anni!! Io e gli altri membri del F.I.G.A. abbiamo democraticamente deciso che sarebbe stato Bruno il birthday boy di marzo e ovviamente non avrei potuto essere più felice (anche se questo è anche il mese di Quentin!); da che mondo e mondo, infatti, Bruccino adorato è sempre stato il mio attore preferito, sia perché onestamente lo trovo bravo ed ironico anche quando incappa in belinate colossali, sia perché quest'uomo incarna il mio ideale di figo stratosferico, il maschio alfa per cui farei follie o, per dirla con parole altrui, "il vecchio ciccione pelato". Per festeggiarlo degnamente ho scelto quindi uno dei film che preferisco in assoluto, tra i suoi e in generale: L'esercito delle 12 scimmie (Twelve Monkeys), diretto nel 1995 dal visionario Terry Gilliam e ispirato al corto La Jetée, diretto nel 1962 dal regista francese Chris Marker.


Trama: in un futuro neppure troppo distante, gli esseri umani sono stati quasi completamente sterminati da un virus e i superstiti vivono sotto terra. Un carcerato, James Cole, viene spedito indietro nel tempo per cercare di fermare il fantomatico Esercito delle 12 Scimmie, considerato il responsabile della catastrofe...


Io adoro quando Bruce Willis si butta a capofitto in imprese che lo allontanano dalla sua immagine di "duro in canottiera". Non fraintendetemi, quando vedo Die Hard comincio a sventolarmi forsennatamente col ventaglio nemmeno fossi quella vajassa di Anna Karenina, yippee ki-yay e tutto il resto e, lo ammetto, ricordavo benissimo che in L'esercito delle 12 scimmie Willis viene mostrato in costume adamitico più di una volta, però ciò che mi ha portata a scegliere questo film è la consapevolezza che Bruce può fare e meritare di più, rimanendo sempre e comunque figo e tosto ma in maniera più autoriale. Lo sapeva il mio Quentin e lo sapeva anche Terry Gilliam, che senza pensarci due volte gli ha offerto il ruolo non facile di James Cole, un uomo violento e dalla psiche fragile, costretto dalle circostanze ad affrontare una missione disperata, in grado di mettere alla prova la sanità mentale di chiunque. Da parte sua, Bruce mette grandissima sensibilità nell'interpretazione, cercando di non trasformare mai Cole in un superuomo dallo sguardo truce, anzi: il poveraccio vaga stralunato, impaurito, insicuro e goffo per tutto il film, anche nelle scene più violente. Negli occhi chiari di Willis si può leggere tutta l'inadeguatezza del personaggio, straniero in un mondo che non comprende ma dove vorrebbe disperatamente rimanere (le scene in cui ride come un bambino ascoltando la musica sono meravigliose!), innamorato di una donna che lo crede pazzo e alla quale riesce a mostrare solo la parte peggiore di sé, schiacciato dal senso di colpa all'idea che, forse, la catastrofe che ha condannato l'umanità sia stata ispirata proprio dalle sue parole incaute. E' bello vedere le metamorfosi subite da Cole nel corso del film, perché quello che parte come un uomo consapevole della sua missione, duro e puro al punto che solo le droghe possono sedarlo, arriva sul finale ad essere una persona assolutamente normale, terrorizzata e dubbiosa, incapace di sfuggire a un destino che pendeva sulla sua testa fin dall'infanzia.


Sospendo un attimo l'elegia del festeggiato, perché può anche essere che alcuni lettori non apprezzino Bruce Willis (so che è impossibile, ma conosco gente che è afflitta da questa perversione...) e quindi siano portati ad evitare L'esercito delle 12 scimmie ma, datemi retta, questo film è un capolavoro a prescindere. Per una volta Terry Gilliam riesce ad imbrigliare la sua visionarietà e a dare all'opera un senso fruibile anche da noi comuni mortali, mescolando alla sua consueta e grottesca ironia un'incredibile senso di schiacciante ineluttabilità; il governo, gli scienziati, le teste pensanti che guidano gli sparuti superstiti dell'umanità sono dei cialtroni della peggior specie, imprecisi, insicuri ed inadatti al loro ruolo, capaci solo di fare leva sulle paure e i desideri dei loro sottoposti per ottenere quello che vogliono. I personaggi si ritrovano così intrappolati in una sorta di "loop" dove il percorso è già stato tracciato, dove tutto è già accaduto ed è impossibile da cambiare, dove l'eco di un futuro ancora da venire si manifesta nel passato attraverso particolari apparentemente insignificanti ma importantissimi. Alla fine de L'esercito delle 12 scimmie il cerchio si chiude con amarissima ironia e Terry Gilliam riesce ad incastrare alla perfezione tutte le tessere del puzzle, ma non crediate che basti vedere il film solo una volta per goderselo al meglio. Anzi, devo confessarlo senza vergogna: catturata dalla qualità onirica delle riprese di Terry Gilliam, presa dall'ansia per questa sceneggiatura ad orologeria e frastornata dalla parlantina di un Brad Pitt mai così folle, oltre che ipnotizzata dalla bellezza di Willis, ogni volta arrivo alla fine del film senza ricordarla affatto, cosa che mi lascia sempre a fissare i titoli di coda scioccata, imbambolata, triste ed impotente. Tale è il potere de L'esercito delle 12 scimmie e sono contenta che il Bruce Willis Day mi abbia dato l'occasione di vederlo ancora una volta. Chissà se alla prossima, finalmente, ricorderò come va a finire e riuscirò a dormire la notte senza avere gli incubi.


Come uno dei miei attori preferiti, giustamente Bruce Willis è già comparso parecchie volte sul Bollalmanacco. Se volete continuare a festeggiarlo degnamente ecco un bell'elenco dei film che lo vedono protagonista o quasi, compreso anche qualche orribile passo falso:

La morte ti fa bella (1992), dove Bruce Willis si imbruttisce per poterci regalare uno dei suoi ruoli più esilaranti. Capolavoro del macabro e del grottesco.


Palle in canna (1993), dove Bruce Willis fa una comparsata prendendosi in giro.


Four Rooms (1995), dove Bruce Willis recita gratis per l'amico Tarantino e fa da spalla d'eccellenza per il suo one man show.


Il quinto elemento (1997), dove Bruce Willis scambia la canotta bianca per una arancione acceso e si getta a capofitto in una futuristica battaglia per la salvezza della Terra. Altro film tra i miei preferiti!


Il sesto senso (1999), dove Bruce Willis lascia i panni del duro per vestire quelli di uno psichiatra tormentato, in una delle sue interpretazioni migliori.


Planet Terror (2007), dove Bruce Willis compare in uno dei suoi rari ma efficacissimi ruoli da cattivo.


Red (2010), dove Bruce Willis torna a prendere in giro il suo passato di star degli action movies e anche il tempo che passa, accompagnato da un cast d'eccezione.


I mercenari - The Expendables (2010), dove Bruce Willis compare per pochi minuti che fanno la gioia del pubblico.

Si prega di ignorare il bruttone sulla destra...
Moonrise Kingdom - Una fuga d'amore (2012), dove Bruce Willis fa tenerezza per quanto è dolce e inadeguato il suo personaggio.


Catch.44 (2012), dove Bruce Willis, con tutto il rispetto, dovrebbe andarsi ad impiccare, lui e tutti i coinvolti in questo film di mmmerda.


I mercenari 2 (2012), dove Bruce Willis duetta con quel pazzo di Arnold Schwarzenegger e strappa lacrime di commozione e gioia a tutti gli amanti del trash e della tamarreide fine a sé stessa.


Vi ricordo, infine, che oggi è il Bruce Willis Day in tutta la blogosfera!
Purtroppo questo post è stato scritto una decina di giorni fa e questa settimana sarò fisicamente lontana da pc ed internet quindi può essere che l'elenco dei partecipanti non sia completo... in caso, chiedo scusa ai miei colleghi ma a voi dico solo: cercate i post e leggeteli!! ENJOY!

domenica 16 settembre 2012

I banditi del tempo (1981)

Direttamente dall'inesauribile fonte di consigli (più o meno validi) che è il sito GetGlue, in questi giorni ho fatto un salto ai tempi in cui non ero altro che una vaga idea nella mente dei miei genitori e mi sono guardata I banditi del tempo (Time Bandits), diretto nel 1981 dal folle Terry Gilliam.


Trama: Un ragazzino finisce in mezzo ad una banda di nani intenzionati ad arricchirsi rubando in diverse epoche storiche...


E' inutile. Terry Gilliam mi sfugge, è troppo complesso. Anche davanti ad un film apparentemente semplice come I banditi del tempo riesce comunque a lasciarmi con delle domande senza risposte, dei dubbi "esistenziali". Molto banalmente, infatti, questa pellicola è un simpatico film d'avventura per ragazzi, nel quale un bambino solitario, molto intelligente e fantasioso, ottiene l'opportunità di viaggiare nei periodi storici di cui ha potuto leggere solo sui libri e aiutare questa strana combriccola di ladruncoli nelle loro imprese "criminali". Il fatto però è che il regista e sceneggiatore americano inserisce qua e là anche qualche riflessione sulla natura della creazione stessa, sull'essenza di Dio e sull'eterno conflitto fra Bene e Male: Dio, o l'Essere Supremo, come viene chiamato nel film, non viene dipinto come un padre amorevole o come un entità vendicatrice, bensì come uno spocchioso e noncurante demiurgo che non esita a giocare con la vita e la morte solo per portare avanti le sue ricerche e i suoi esperimenti, come se l'intero universo e tutti gli avvenimenti in esso accorsi dall'inizio del tempo non fossero altro che una sequenza ininterrotta di eventi già pianificati da qualcuno che, fondamentalmente, non prova alcun sentimento verso la propria creazione. A questa amarissima riflessione sul senso dell'esistenza si aggiunge un finale molto ambiguo, che ovviamente non sto a rivelarvi, in cui è difficile per lo spettatore comprendere quale sarà il destino del protagonista e il significato dell'esperienza da lui vissuta... sempre che l'abbia vissuta veramente, visto che alcuni indizi lascerebbero anche pensare il contrario!


Preso solo come fantasy avventuroso, invece, I banditi del tempo regala momenti di divertimento assoluto. Innanzitutto è molto ironico, sia nella presa in giro delle famiglie moderne (composte da persone ignoranti, incapaci di comunicare, annichilite dalla tv e orientate al mero possesso di oggetti sempre più costosi) che nella presentazione dei vari personaggi, con un Robin Hood in odore di gayezza e falsamente cortese, un Napoleone vinto dal suo complesso di inferiorità, una ricorrente coppia di fidanzati impossibilitati a rimanere da soli e, dulcis in fundo, un grandioso Male che adora seviziare i suoi decerebrati sottoposti. Come seconda cosa, oltre ad essere ironico I banditi del tempo è anche parecchio visionario (anche se non tanto quanto altri lavori di Gilliam); personalmente, sono rimasta molto colpita dall'inquietante e realistico guerriero con la testa di cavallo che combatte contro Agamennone in una sequenza a dir poco magistrale e dai minacciosi Pipistrelli giganti evocati dal Genio del Male, ma anche i momenti in cui la stanza del protagonista diventa una zona di passaggio temporale oppure la scoperta della barriera che nasconde la Fortezza delle Tenebre (apparentemente fatta di mattoncini Lego!!) sono assai emozionanti.


Molto ben assortito il cast. Il gruppo di nani (che, a quanto pare, incarnano ognuno una diversa personalità dei componenti dei Monty Python) è molto simpatico e ruba la scena al piccolo protagonista in più di un'occasione, soprattutto perché ogni membro del gruppetto ha un tratto distintivo ben marcato, ma l'apoteosi si raggiunge con grossi calibri come John Cleese, Ian Holm, David Warner e, soprattutto, Sean Connery; anche se questi attori compaiono in proporzione molto poco rispetto agli altri, sono comunque i protagonisti dei momenti più divertenti, epici od emozionanti (anche se fa effetto sentire Agamennone parlare con accento scozzese, eh...) e sono quindi quelli che rimangono più impressi dopo la visione del film. Considerato anche che gli effetti speciali non sono moltissimi ma resistono bene all'usura del tempo e che la canzone finale la canta nientemeno che George Harrison, mi sento di consigliare I banditi del tempo a chiunque abbia voglia di vedersi un fantasy che non sia omologato ai patinati e banali standard attuali e, magari, fare un salto indietro nel tempo fino all'infanzia.


 Del regista e cosceneggiatore Terry Gilliam ho già parlato qui, mentre John Cleese (Robin Hood), Shelley DuVall (Pansy), Katherine Helmond (Mrs. Ogre), Ian Holm (Napoleone), David Warner (il Male, ruolo che era stato offerto a Jonathan Pryce, che ha dovuto rinunciare per impegni pregressi) e Jim Broadbent (il presentatore dello show televisivo) li trovate nei rispettivi link.

Sean Connery (vero nome Thomas Sean Connery) interpreta Agamennone e il pompiere. Uno dei più famosi attori del mondo, storico 007 (ha girato in tutto sette film a partire dal 1962) dotato di inconfondibile accento scozzese, lo ricordo per pellicole come Darby O' Gill e il re dei folletti, Marnie, Assassinio sull'Orient Express, Highlander - L'ultimo immortale, Il nome della rosa, The Untouchables - Gli intoccabili (che gli è valso l'Oscar come migliore attore non protagonista), Indiana Jones e l'ultima crociata, Sono affari di famiglia, Caccia a Ottobre Rosso, La casa Russia, Highlander II - Il ritorno, Robin Hood principe dei ladri, Il primo cavaliere, Dragonheart - Cuore di drago (prestava la voce a Draco), The Rock, The Avengers - Agenti speciali, Scherzi del cuore, Entrapment, Scoprendo Forrester e La leggenda degli uomini straordinari. Anche produttore e regista, ha 82 anni.


Michael Palin interpreta Vincent. Membro dei Monty Python, ha partecipato a film come Brian di Nazareth, Monty Python: Il senso della vita, Brazil, Un pesce di nome Wanda, Creature selvagge e alla soap australiana Home and Away. Inglese, anche sceneggiatore e produttore, ha 69 anni e un film in uscita.


Ralph Richardson interpreta l'Essere Supremo. Inglese, ha partecipato a film come Anna Karenina, Riccardo III, Il nostro agente all'Avana, Il dottor Zivago e Greystoke la leggenda di Tarzan il signore delle scimmie. Anche regista e produttore, è morto di infarto nel 1983, all'età di 80 anni.


Peter Vaughan (vero nome Peter Ewart Olm) interpreta l'Orco. Inglese, ha partecipato a film come Il villaggio dei dannati, Cane di paglia, Brazil, L'agente segreto, La seduzione del male, I miserabili e La leggenda del pianista sull'oceano. Ha 89 anni. 


Kenny Baker, alias il nano Fidgit, ha partecipato a tutti i film dedicati alla saga di Guerre Stellari nei panni del robot C1-P8 (o R2-D2, fate vobis). Nel 1996 Terry Gilliam aveva scritto un seguito di I banditi del tempo, ma il progetto è sfumato dal momento che tre degli attori che interpretavano i nani erano nel frattempo morti... in compenso, si vocifera l'uscita di un remake, anche se tutto è ancora avvolto nel mistero. Intanto, se il film vi fosse piaciuto, proverei a consigliarvi Labyrinth oppure Le avventure del Barone di Munchausen. ENJOY!


lunedì 30 agosto 2010

Paura e delirio a Las Vegas (1998)

Lo avevo già visto una volta, mi era piaciuto. Ho voluto riprovarci, mi è ripiaciuto e ora mi trovo davanti l’ingrato compito di recensire un film complicato ed assurdo come Paura e delirio a Las Vegas (Fear and Loathing in Las Vegas), tratto dal libro Paura e disgusto a Las Vegas di Hunter S. Thompson e girato nel 1998 da Terry Gilliam. Pigliatevi la vostra droga sintetica preferita e continuate la lettura…

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Il giornalista Raoul Duke, assieme all’amico e avvocato Dr. Gonzo partono alla volta di Las Vegas per un paio di reportage, con una quantità incredibile di droghe al seguito. Difficile trovare il tempo e le facoltà mentali per scrivere gli articoli quando queste ultime sono praticamente annientate da qualunque droga esistente al mondo…

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La trama di per sé è facile, perché è praticamente inesistente. Dovete sapere che tutto quello che troverete nel film (o quasi), deliri e visioni compresi, è tratto da quella specie di narrazione autobiografica che è, appunto, Paura e disgusto a Las Vegas, l’opera principale di una corrente denominata Gonzo Journalism di cui Thompson è praticamente il padre. Ora, per chi non lo sapesse, in due parole, il Gonzo Journalism è un tipo di giornalismo che racconta al pubblico fatti veri pesantemente filtrati dal punto di vista soggettivo del giornalista, che aggiunge pensieri, considerazioni proprie e anche un bel po’ di immaginazione. Se poi l’immaginazione è scatenata dall’ingestione di pesanti droghe non si capisce più dove finisca la realtà e dove cominci la finzione.

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Ora, pensate come dev’essere rendere in pellicola un casino simile. Dopo dieci minuti di film, lo giuro, non si capisce quasi più il motivo per cui Duke e Gonzo sono a Las Vegas: basta accettare la cosa, rilassarsi sulla poltrona e godersi il trip per apprezzare Paura e delirio a Las Vegas. La cosa per fortuna non è difficile perché le immagini con cui Gilliam riempie la testa dello spettatore sono vividi spezzoni di puro delirio: ci sono avvocati che si trasformano in Satana, stanze di hotel allagate, persone che si trasformano in umanoidi simili a lucertole, immaginari processi inquietanti come quelli di Alice nel Paese delle Meraviglie e, soprattutto, il kitch di Las Vegas: la città dove più di ogni altra si concentrano il Sogno americano e la distruzione dello stesso, un trionfo di luci, suoni, colori che si spreca per riempire quel gigantesco Nulla su cui si regge il tempio del divertimento e della perdizione per eccellenza. Non è un caso che Duke e Gonzo si strafacciano di qualunque cosa e proprio lì; da come l’ho capita io, il film e il libro non vogliono essere né un elogio né una critica delle droghe pesanti, ma semplicemente la constatazione di come una generazione di americani delusi dal loro stesso paese cercassero di evadere dalla realtà con l’intenzione di “ribellarsi al sistema” finendo poi per diventare inutili e molli come l’oggetto del loro disgusto. E Las Vegas è ovviamente la summa di tutto quanto è inutile, superfluo e ridicolo in America. 

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Inutile andare avanti a descrivere il film, dovete provarlo. Sappiate solo che Johnny Depp (abbruttito e trash da morire, immerso nei veri abiti di Thompson e praticamente un sosia del giornalista) nei panni di Duke è semplicemente geniale, con i suoi versi da squinternato e le sue pose da paranoico, e Benicio del Toro, che di solito, come ho detto in un post precedente, vorrei abitasse nel mio armadio, in questa pellicola è schifoso, laido e sucido a livelli improponibili, il personaggio più esilarante e al tempo stesso più odioso di tutta l’accozzaglia di freaks che ci vengono mostrati. Un essere che viene perfettamente descritto dallo stesso Duke: “One of God's own prototypes. Some kind of high-powered mutant never even considered for mass production. Too weird to live, and too rare to die” (Uno dei prototipi di Dio. Una specie di potentissimo mutante che non è mai stato preso nemmeno in considerazione per una produzione in serie. Troppo strano per vivere e troppo raro per morire. – E scusate la traduzione maffa - ). Se pensate che questo personaggio è esistito veramente, non vi viene voglia di dare un’occhiata a questo particolarissimo film?

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Di Johnny Depp ho già parlato in questi post, mentre un piccolo excursus della carriera di Benicio del Toro lo trovate qua.

Terry Gilliam è il regista della pellicola. Ex membro dei Monty Python, il visionario per eccellenza (e unico americano) del gruppo inglese, lo ricordo per aver diretto e scritto film complicatissimi e affascinanti, tra cui Monty Python, Brazil, La leggenda del re pescatore, L’esercito delle 12 scimmie, The Brothers Grimm e Parnassuss – L’uomo che voleva ingannare il diavolo. Ha 70 anni e un film in progetto che ormai sta diventando quasi una barzelletta per i fan del regista: The Man Who Killed Don Quixote, una delle pellicole più osteggiate, rimandate, sfigate della storia del cinema moderno. Auguri, Terry!

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Christina Ricci interpreta Lucy. Impossibile dimenticare la faccetta tonda della ragazzina che interpretava la dolcissima Kate in Sirene, la meravigliosa Mercoledì ne La Famiglia Addams e La Famiglia Addams 2 o la tenera Kat in Casper; anche se negli ultimi tempi la signorina si è un po’ persa in tristi produzioni è sempre un piacere vederla recitare. Oltre ai film citati ricordo Tempesta di ghiaccio, Small Soldiers, Pecker, Il mistero di Sleepy Hollow, La morsa del diavolo, e l’inguardabile Cursed – Il maleficio. Ha partecipato a telefilm come Malcom, Ally McBeal, Joey, Grey’s Anatomy e doppiato un episodio de I Simpson. Americana, ha 30 anni e quattro film in uscita.

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Cameron Diaz interpreta la giornalista bionda concupita da Gonzo. Altra attrice che, personalmente, amo alla follia, la ricordo per film come The Mask, Una cena quasi perfetta, Acque profonde, Il matrimonio del mio migliore amico, Una vita esagerata, Tutti pazzi per Mary, il carinissimo Cose molto cattive, il particolarissimo Essere John Malkovich, Charlie’s Angels, Minority Report, Gangs of New York, Charlie’s Angels: più che mai e i nuovissimi The Box e Innocenti bugie che vorrei vedere assolutamente. Ha anche prestato la voce alla principessa Fiona in tutti e quattro i film di Shrek, l’ultimo dei quali sta uscendo proprio in questi giorni. Americana, ha 38 anni e due film in uscita.

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Tobey Maguire interpreta l’orrendo streppone che chiede un passaggio a Gonzo e Duke. Uno dei tanti attori americani giovani, bellocci e sopravvalutati, che durano una o due stagioni per film più o meno d’impatto (in questo caso il signorino ha incarnato nientemeno che Peter Parker nella trilogia di Spider Man diretta da Sam Raimi), lo ricordo per film come Tempesta di ghiaccio, Harry a pezzi, i bellissimi Pleasantville e Le regole della casa del sidro e l’orrido Seabiscuit; ha recitato inoltre nei telefilm Ai confini della realtà, Blossom, Pappa e ciccia e Walker Texas Ranger. Americano, ha 35 anni e tre film in uscita.

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Tra le miriadi di guest star che fanno comparsate più o meno lunghe all’interno del film segnalo Verne Troyer, il Minime della serie Austin Powers, il bassista dei Red Hot Chili Peppers, Flea, che interpreta un musicista, e due reduci de Il miglio verde: Michael Jeter (Eduard Delacroix nel film di Darabont) nei panni di un assurdo psicologo anti – droga, e Harry Dean Stanton (Toot – Toot) nei panni di un giudice. Anche l’autore del libro omonimo da cui è tratto il film, Hunter S. Thompson, compare in un flashback. A quanto pare, comunque, la gestazione del film è stata tutt’altro che rosea e ad occhio e croce risale a metà degli anni ’70 visto che per interpretare i due protagonisti era in lizza innanzitutto la coppia Jack NicholsonMarlon Brando poi, quando il duo è diventato troppo vecchio, si era pensato ai mitici Dan Aykroyd e John Belushi, ma dopo la morte di quest’ultimo il casting è andato a farsi friggere e per un po’ si era parlato di avere John Malkovich nel ruolo di Duke, ed alla fine era stato quasi confermato John Cusack. Peccato, tutte le accoppiate e i singoli attori scelti sarebbero state vincenti e ben particolari! A confermare la difficoltà di girare un film simile c’è anche la decisione di registi del calibro di Oliver Stone e Martin Scorsese che hanno rinunciato all’impresa. Non una pellicola facile né per i coinvolti né per gli spettatori, ma se vi è piaciuta vi consiglio, per motivi diversi, di vedere Easy Rider (per avere un altro scorcio dell’epoca), A Scanner Darkly (per vedere un altro film dove droghe e deliri la fanno da padrone) e infine 8 ½ di Fellini (per dare testimonianza di un’altra autobiografia pesantemente filtrata da sogni e fantasia). E ora vi lascio con lo stranamente normalissimo trailer del film! ENJOY!



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