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mercoledì 22 luglio 2026

Il Bollalmanacco On Demand: Buon compleanno Mr. Grape (1993)


Oggi torna il Bollalmanacco on Demand con una richiesta di Lory! Il film di oggi è Buon compleanno Mr. Grape (What's Eating Gilbert Grape), diretto dal regista Lasse Hallström e tratto dal romanzo omonimo di Peter Hedges, anche sceneggiatore. Il prossimo film On Demand sarà The Square. ENJOY!

TRAMA

Gilbert vive assieme al fratello Arnie, affetto da una grave disabilità intellettiva, alle due sorelle e alla madre, la quale dopo il suicidio del marito si è lasciata andare diventando talmente obesa da non potersi muovere dal divano. I suo giorni passati ad accudire i familiari scorrono lenti e privi di stimoli, finché nella sonnolenta cittadina dove vive arrivano Becky e la nonna, due nomadi che girano l'America in camper...

RECENSIONE

Buon compleanno Mr. Grape era uno di quei film che, all'epoca, avevano guardato praticamente tutti quelli che conoscevo, e che io avevo invece volutamente evitato per un unico, importantissimo motivo: detestavo Leonardo DiCaprio, universalmente acclamato come un gran figo, e quella sua faccetta da coglioncello imberbe. Poco m'importava che in Buon compleanno Mr. Grape il suo ruolo fosse quello di un ragazzino con problemi intellettivi e che il film non avesse a che fare con sdolcinate storie d'amore, DiCaprio mi stava sulle balle quindi via, camminare. Adesso, per contro, non sopporto Johnny Depp, che all'epoca era uno dei miei attori preferiti, mentre invece adoro DiCaprio, quindi diciamo che, se da una parte vedere Buon compleanno Mr. Grape mi ha portata a pentirmi di avere sempre snobbato un'interpretazione di DiCaprio a dir poco allucinante, dall'altra ho provato fastidio ad ogni apparizione di Depp. Il problema è che il titolo italiano del film, orribile sotto ogni punto di vista, darebbe a intendere che il protagonista sia Arnie, invece la trama si concentra, come da titolo originale, su Gilbert e su quello che lo rode, che lo disturba al punto da dare l'impressione di essere una sorta di "passeggero" della vita, apatico ed inespressivo. Ne ha ben donde, poveraccio. Gilbert è il figlio maggiore (in realtà ce ne sarebbe un altro ma ha preferito la vita militare) della famiglia Grape e, come tale, è costretto a prendersi cura di due sorelle, una madre che è ormai diventata talmente grassa da non potersi più muovere, e di un fratellino, Arnie, con gravi disabilità intellettive. La trama del film è interamente incentrata su un soffocante senso di immobilità e prigionia, che sia o meno volontaria. La madre di Gilbert, dopo il suicidio del marito, si è imprigionata all'interno di un corpo informe, diventando l'insano pilastro attorno al quale ruotano le abitudini quotidiane della famiglia. La sorella maggiore di Gilbert, giocoforza, è stata costretta ad assumere il ruolo di "donna di casa", la sorella minore, pur andando ancora al liceo, lavora per aiutare con le spese, e Gilbert, oltre a lavorare, è stato eletto a "guardiano" del fratellino disabile. Le responsabilità nei confronti della famiglia, assieme al trauma mai superato per il suicidio del padre e alla sostanziale immobilità della cittadina di provincia in cui vive, hanno fatto di Gilbert un ragazzo taciturno ed introverso, vittima di una routine soffocante ed incapace di guardare al futuro.

Paradossalmente, prima dell'arrivo della nomade Becky, è proprio l'imprevedibilità delle azioni di Arnie, per quanto radicate anch'esse in una sorta di routine, a rappresentare l'unico diversivo all'interno di una cittadina ormai morta. Arnie dice quello che gli passa per la mente, vuole salire "in alto", anela ad una commovente libertà che non può esprimere a parole, ed è anche per questo che Gilbert prova, verso il fratello, un complesso mix di amore e odio: c'è ovviamente l'angoscia di percepirlo come una zavorra che non gli impedirà mai di prendere il largo (e lo stesso vale per la madre, che zavorra lo è anche fisicamente) ma c'è anche l'invidia di vederlo ancora innocente, sgravato da qualsiasi responsabilità, questo nonostante la consapevolezza della tragedia della condizione di Arnie. Per tutto il film, Gilbert tenta di affrancarsi dalle catene che lo legano, ma sono minuscole ribellioni che non portano a nulla e che gli arrecano ancora più dolore, perché è la sua visione del mondo ad essere ristretta ed immutabile; è l'incontro con Becky a consentirgli di guardare le cose da un altro punto di vista, perché la ragazza prende la vita così com'è, senza pregiudizi, accettandola e vivendola appieno sia nel bene che nel male. Lasse Hallström, vero maestro quando si tratta di portare sullo schermo le assurdità della vita di provincia, crea non solo un microcosmo fatto di negozietti e tavole calde dove tutti si conoscono, ma fa della casa di Gilbert una metafora del suo stesso tormento interiore; un edificio costantemente bisognoso di riparazioni, all'interno del quale il tempo si è fermato a quando la famiglia era unita e felice, e dove tutto è stato riorganizzato attorno alla gigantesca mole di Mrs. Grape, insomma una prigione se mai ne è esistita una. Johnny Depp, con un'improbabile tinta rossiccia, attraversa il film sempre con la stessa espressione e, proprio per questo, veicola l'immagine calzantissima di un ragazzo morto dentro, privo di speranze e desideri salvo qualche blando prurito sessuale giusto per salvarsi dalla noia. La sua è un'interpretazione commovente, soprattutto quando viene enfatizzata dall'interazione con DiCaprio, il quale dà l'illusione perfetta di avere davvero dei problemi mentali. I suoi tic, lo sguardo sfuggente, le risate improvvise e la disperazione altrettanto repentina, l'intero linguaggio corporeo dell'attore è la prova di uno studio che va al di là della mera imitazione, ma che parte dal rispetto e dalla comprensione di chi si trova in quelle stesse condizioni. E se quella di DiCaprio è una mimesi perfetta, l'aspetto più tragico del film è la realtà della fisicità di Darlene Cates, la quale ha avuto un declino fisico e mentale assai simile a quello di Mrs. Grape, il che rende ogni sua scena ancora più dolorosa e commovente. In sostanza, ho aspettato più di 30 anni per recuperare Buon compleanno Mr. Grape ma adesso sono molto contenta che Lory me lo abbia chiesto. D'altronde, sospettavo mi sarebbe piaciuto, perché il Lasse Hallström degli anni '90 e degli inizi del nuovo millennio era uno dei miei registi preferiti!

CAST

Johnny Depp (Gilbert Grape), Leonardo DiCaprio (Arnie Grape), Juliette Lewis (Becky), Mary Steenburgen (Betty Carver), Laura Harrington (Amy Grape), John C. Reilly (Tucker Van Dyke) e Crispin Glover (Bobby McBurney) ho già parlato ai rispettivi link.

  • Lasse Hallström (vero nome Lars Sven Hallström) è il regista del film. Svedese, ha diretto film come Qualcosa di cui... sparlare, Le regole della casa del sidro, Chocolat, The Shipping News - Ombre dal profondo e Hachiko - Il tuo migliore amico. Anche sceneggiatore, montatore, produttore e attore, ha 80 anni. 
  • Kevin Tighe (vero nome Jon Kevin Fishburn) interpreta Mr. Carver. Americano, ha partecipato a film come Un poliziotto a 4 zampe, Ancora 48 ore, Mumford, San Valentino di sangue, Una battaglia dopo l'altra e a serie quali Squadra emergenza, Love Boat, La signora in giallo, I racconti della cripta, E.R. Medici in prima linea, Oltre i limiti, Rose Red, The 4400, Numb3rs e Lost. Anche regista e sceneggiatore, ha 82 anni.

CURIOSITÀ

Leonardo DiCaprio, all'epoca delle riprese nemmeno ventenne, era stato nominato all'Oscar come Miglior Attore Non Protagonista, perso contro Tommy Lee Jones per Il fuggitivo. Se Buon compleanno Mr. Grape vi fosse piaciuto recuperate Rain Man, Le regole della casa del sidro e Little Miss Sunshine. ENJOY!

mercoledì 6 settembre 2023

Jeanne du Barry - La favorita del re (2023)

Data la mia passione per la Rivoluzione Francese e tutti i personaggi che, prima o dopo, hanno gravitato attorno a Maria Antonietta, non potevo assolutamente perdermi Jeanne du Barry - La favorita del re (Jeanne du Barry), diretto e co-sceneggiato dalla regista Maïwenn.


Trama: ascesa e caduta di Jeanne Gomard de Vaubernier, dalle case di piacere di Parigi al ruolo di favorita di Re Luigi XV, fino al bando dalla reggia di Versailles alla morte di quest'ultimo...



Sono "figlia di Ryoko Ikeda" e potrei raccontarvi a menadito la storia di Jeanne du Barry e la sua faida con le figlie di Re Luigi XV, esacerbatasi con l'arrivo della giovane Delfina di Francia, ma ancora mi mancava un'opera che si concentrasse quasi esclusivamente sul legame tra la du Barry e il re. Jeanne du Barry racconta, in maniera neppure troppo romanzata, la vita della favorita del re, partendo da un'infanzia ed adolescenza sregolate al seguito di una madre dalla moralità non proprio limpidissima, passando per il legame col suo protettore, il conte du Barry, fino ad arrivare al colpo di fulmine col sovrano e all'inizio del suo "regno" alla corte di Versailles. La regista e co-sceneggiatrice Maïwenn, decisa a realizzare il film dopo essere rimasta folgorata dal Marie Antoinette di Sofia Coppola, si riserva il ruolo della protagonista e, facendo ciò, dipinge il ritratto di una du Barry quasi fanciullesca, piena di vita, uno spirito libero giunto a portare scompiglio nelle fredde usanze di corte e, soprattutto, nella noiosa esistenza del re; non c'è mai un momento in cui il film metta in dubbio l'amore della contessa per Luigi XV e, anche quando subentrano problemi veniali quali la necessità di una sicurezza economica in previsione dell'eventuale morte del sovrano, la regista si premura di tratteggiare comunque una figura umana ed altruista, osteggiata dalle orribili figlie del re e in grado di incantare persino quel salame fatto e finito di Luigi XVI. L'affetto di Maïwenn per il personaggio arriva ad influenzare persino la figura del re, che diventa di rimando un uomo imperfetto ma impossibile da odiare, come se la sua rappresentazione derivasse esclusivamente dal punto di vista della du Barry, e ciò presta il fianco ad un paio di "libere interpretazioni" storiche talmente ingenue da fare sorridere.

In generale, però, è l'intero film ad essere caratterizzato da una leggerezza diffusa, nonostante alcuni drammi costruiti ad arte per aumentare l'empatia verso la protagonista. I momenti "da romcom" sono parecchi e Maïwenn interpreta la du Barry illuminandole quasi sempre il viso con quel suo sorriso tutto particolare, tanto che, a volte, il film ricorda un Pretty Woman in costume. Certo, Johnny Depp non è Richard Gere. Il suo Luigi XV ha una somiglianza inquietante con il Conte Uguccione e, in generale, sembra quasi che l'attore, non riuscendo a "contenere" l'esuberanza di Maïwenn, abbia quindi deciso di giocare di sottrazione, forse anche per enfatizzare l'enorme differenza d'età che correva tra il re e la sua favorita. La sua interpretazione, comunque, pur essendo ben distante dalle sue performance migliori, non mi è dispiaciuta e lo dico sinceramente, nonostante il disgusto che ormai mi provoca anche solo il nome di Depp (cosa che mi ha portata a pormi parecchi dilemmi morali e pensare seriamente se andare a vedere il film oppure no. Diciamo che un po' mi vergogno di averlo fatto, nonostante mi interessasse tantissimo il tema trattato). Passando ad argomenti più faceti, il film è splendido per quanto riguarda le scenografie, con un mix di riprese della vera reggia di Versailles e ambienti ricostruiti in studio, e i costumi, ai quali hanno collaborato importantissime case di moda, Chanel in primis, e la scelta di Maïwenn di girare con la pellicola in 35 mm rende colori e luci ancora più avvolgenti e "reali". Se l'argomento vi interessa e i film in costume vi affascinano, Jeanne du Barry - La favorita del re è un'opera che vi consiglio di andare a vedere; non offrirà un ritratto al 100% veritiero della protagonista e neppure posso considerarlo un capolavoro fondamentale, ma si vede che è un lavoro fatto con passione e ciò ha reso la visione molto gradevole. 


Della regista e co-sceneggiatrice Maïwenn, che interpreta Jeanne du Barry, ho già parlato QUI, mentre Johnny Depp, che interpreta Luigi XV, lo trovate QUA.


Se Jeanne du Barry - La favorita del re vi fosse piaciuto, recuperate Marie Antoinette e L'affare della collana, oltre ovviamente all'intero anime di Lady Oscar. ENJOY!!

martedì 4 luglio 2023

Notte Horror 2023: Nightmare 6 - La fine (1991)

Si comincia!! Quest'anno cade il decimo anniversario della Notte Horror Blogger Edition, l'evento estivo nato per commemorare quei begli horror un po' camp ma tanto affascinanti che ci facevano compagnia nelle notti televisive dello scorso millennio, e l'onore di aprire le danze è toccato a Cassidy de la Bara Volante e me. Quello di oggi sarà un inedito #teamTalalay, in quanto Cassidy ha già parlato, alle 21, del film Killer Machine, mentre io affronterò Nightmare 6 - La fine (Freddy's Dead: The Final Nightmare), entrambi diretti dalla regista Rachel Talalay. A fine post troverete il ghiotto programma estivo che vi aspetta nelle prossime settimane ma intanto... ENJOY!


Trama: l'ultimo superstite della mattanza di Freddy Krueger cerca aiuto per sconfiggere definitivamente il temibile assassino, sempre cercando di non addormentarsi...


Probabilmente l'ho già scritto in qualche altro post ma sono passati anni prima che mi venisse il coraggio di guardare un film della serie Nightmare. Questo perché "Naitmer" (mai chiamato Freddy Krueger in vita mia, se non per darmi un tono coi cinèfili) era l'equivalente del babau, evocato dai ragazzi più grandi che, dopo avere visto i film, pensavano bene di raccontarli a noi bambini enfatizzando i dettagli più raccapriccianti ed aggiornandoli agli spauracchi dell'epoca. Quindi "Naitmer" era quello che andava in giro con le siringhe al posto delle dita ad attaccarti l'AIDS, che ti faceva mangiare fino a scoppiare, che usciva dalla pancia delle donne incarnato in un bambino mostruoso ma, soprattutto, era quello con la faccia sfigurata che ti avrebbe aspettato nel buio come un novello Manacerace e, nel caso fortuito non fosse riuscito ad acchiapparti nelle ombre del parco dopo una corsa forsennata per tornare a casa, poteva sempre comparirti in sogno e ucciderti lì. Terrorizzata com'ero, ho aspettato di affrontare "Naitmer" finché non è approdato in prima TV, durante una delle tante puntate di Notte Horror, proprio questo Nightmare 6 - La fine. Facendo due calcoli, il mio primo incontro con Freddy risale dunque a quando avevo 13 anni o giù di lì, quindi vi prego di non stupirvi se parlerò di Nightmare 6 - La fine con tutto l'affetto del caso; all'epoca la visione mi aveva spaventata parecchio e non ci avevo dormito per notti intere, soprattutto a colpirmi fu l'infausto destino del povero Carlos, costretto a vagare, sordo, nell'oscurità dell'iconica zona caldaie tipica della serie, prima che Freddy gli facesse esplodere la testa per mezzo di un supplizio ironicamente crudele. 


A tal proposito, anche a 13 anni qualcosa non mi tornava, e avevo già capito che Nightmare 6 - La fine, per quanto spaventevole, era molto ironico... anche troppo! L'ho riguardato parecchie volte da allora e, nel tempo, sono arrivata a considerare il film della Talalay come una commedia horror zeppa di tocchi weird e allegramente a braccetto col camp ma, a differenza dei puristi, per uno strano cortocircuito mentale ritengo quello del sesto episodio "il mio" Freddy: un Freddy cazzone, loquace, spesso mostrato in forma umana (sì, ho sempre avuto un debole per Robert Englund, che considero un uomo molto affascinante) e, soprattutto, preso fisicamente a botte da due donne con le palle che fanno fare agli uomini una ben magra figura. Che poi Nightmare 6 - La fine sia anche un pasticciaccio brutto zeppo di problemi logici e di continuity è purtroppo vero, ma capita quando vengono scartate un paio di sceneggiature e si chiama Michael De Luca ad aggiustare in corsa l'ultima ritenuta più o meno valida. I problemi cominciano già dai titoli di testa, che collocano gli eventi del film "dieci anni nel futuro", qualunque cosa voglia dire, ed introducono il misterioso John Doe, un ragazzo che rimarrà senza nome fino alla fine del film e che dovrebbe essere l'unico sopravvissuto degli omicidi di Krueger. Il fanciullo, oltre ad avere grossi problemi di amnesia dovuti alla mancanza di sonno, non c'è molto con la testa visto che, per nessun motivo valido, si convince di essere nientemeno che il figlio di Freddy Krueger, e 'sta somma vaccata è l'elemento portante della trama per almeno metà film: John avrà al massimo 20 anni, siamo nel 1991, Freddy è morto nel 1968, anche dando per buono che si parli di Jacob (come doveva accadere in una delle sceneggiature scartate che avevano per protagonista il figlio di Alice) il bambino dovrebbe avere 10 anni, quindi "el calculo non torna". Oltre a questo, sembra che la Talalay e compagnia avessero un'idea assai fantasiosa dei poteri di Freddy e del destino delle sue vittime, tanto che a un certo punto Krueger ha addirittura la facoltà di cancellare il loro ricordo dalla mente delle persone e, per quanto venga detto più volte che fuori dal mondo dei sogni Freddy è solo un essere umano, ad oggi non mi è mai successo di riuscire a cambiare aspetto o arrampicarmi sui muri. My bad.


Certo, queste imperfezioni fanno parte del fascino perverso di Nightmare 6 - La fine. Se pensate che la cosa più trash che si potesse fare fosse introdurre gli occhialini 3D come mezzo per sconfiggere Krueger (al cinema, quando Maggie li indossava, dava una sorta di "segnale" agli spettatori che dovevano fare la stessa cosa e gli ultimi 10 minuti di film sono zeppi di effetti visivi realizzati apposta per enfatizzare l'effetto 3D che, ahimé, rendono ben poco nelle versioni televisive e home video) non avete idea di quanta roba tipicamente anni '90, e conseguentemente invecchiata abbastanza male, sia stata inserita: la passione per il kung fu, il solito ragazzino sballone interpretato dal sempre adorabile Breckin Meyer, gli spezzoni animati come un videogame, i riferimenti alla Nintendo, sono tutti elementi che fanno il paio col terrificante cameo di Johnny Depp, protagonista di uno spot contro la droga e, di conseguenza, una roba talmente ipocrita (non ironica) da fare il giro. Per contro, invece, le sequenze debitrici della follia grottesca di Twin Peaks sono ancora le migliori e dipingono Springwood come una città fantasma popolata da inquietantissimi vecchi ormai rincoglioniti dal dolore (per quanto mi riguarda la fiera semi-deserta è l'apice del film), oppure raccontano un passato oscuro fatto di violenze immotivate e bambini nati folli e crudeli, con un tasso di disagio talmente alto che, probabilmente, all'epoca è stato superato giusto da I gusti del terrore. E poi c'è questa scelta, geniale nella sua follia sconsiderata, di rendere Krueger il personaggio di un cartoon horror. In Nightmare 6 - La fine, Freddy esordisce come la strega cattiva de Il mago di Oz, percula le sue vittime saltellando e facendo le faccette, prepara trappole sfondando la quarta parete nemmeno fosse Wile E. Coyote, si mette in poltrona con joystick e videogame, diventa protagonista di un videoclip allucinogeno accompagnato da In-a-gadda-da-vida e, in due parole, si fa volere bene al punto che verrebbe quasi voglia di vedere soccombere tutte le sue vittime, interpretate da attori mai così poco carismatici (si salvano giusto Breckin Meyer per questioni di aMMore e Yaphet Kotto per rispetto, mentre persino la protagonista Lisa Zane, sorella dell'adorato Billy, è una cagna maledetta). Mi rendo conto di essere in minoranza e di passare anche per folle ma le Notti Horror hanno creato spesso mostri come me, innamorati senza vergogna alcuna delle trashate, quindi non posso fare altro che concludere il post invitandovi a dare una chance a tutti i film di cui parleremo. Probabilmente ci prenderete per matti ma non si sa mai... d'altronde giuravano che Nightmare 6 - La fine sarebbe stato l'ultimo film della saga, e sappiamo tutti com'è andata a finire!!


Di Robert Englund (Freddy Krueger), Breckin Meyer (Spencer), Yaphet Kotto (Doc), Tom Arnold (uomo senza figli), Johnny Depp (presentatore) e Alice Cooper (padre di Freddy) ho già parlato ai rispettivi link.

Rachel Talalay è la regista e co-sceneggiatrice del film. Americana, ha diretto film come Killer Machine, Tank Girl ed episodi di serie quali Ally McBeal, Senza traccia, Cold Case, Supernatural, La zona morta, Sherlock Iron Fist, Le terrificanti avventure di Sabrina, American Gods e Doctor Who. Anche produttrice e attrice, ha 65 anni.


Tra le mille guest star, nel ruolo di donna senza figli e segnata nei credits come Mrs. Tom Arnold, compare Roseanne Barr, mentre Robert Shaye, fratello di Lin Shaye e produttore del film, è l'inquietante bigliettaio delle sequenze iniziali (per la cronaca, compare in piccoli ruoli in tutti i film della saga tranne il terzo e il quinto). Come ho scritto nel post, la sceneggiatura è stata rimaneggiata e riscritta più volte e la prima bozza, scritta nientemeno che da Peter Jackson, prevedeva un Freddy costretto ad invecchiare e a diventare il debole punchball di ragazzini che si sballavano apposta per addormentarsi e andarlo a picchiare; un'altra versione, invece, si basava sul ritorno di Alice e del figlio sedicenne Jacob (con quest'ultimo destinato a diventare protagonista dopo la sorprendente dipartita della madre a metà film), oltre che dei Taryn, Joey e Kincaid di Nightmare 3 - I guerrieri del sogno, insigniti del ruolo di "Polizia dei sogni" e del compito di inseguire un Freddy fuggito da Springwood dopo avere trascinato l'intera città e i suoi abitanti all'interno della dimensione onirica. A me un po' dispiace che queste idee siano state scartate ma, se di Freddy non ne avete abbastanza, recuperate Nightmare - Dal profondo della notte, Nightmare 2 - La rivincita, Nightmare 3 - I guerrieri del sogno, Nightmare 4 - Il non risveglio, Nightmare 5 - Il mito, Nightmare - Nuovo incubo e Freddy vs Jason.

Se volete continuare la Notte Horror nelle prossime settimane, di seguito trovate i link ai post di chi ha partecipato prima di me e il Bannerone col resto degli appuntamenti!

La Bara Volante - Killer Machine



martedì 4 dicembre 2018

Il mistero di Sleepy Hollow (1999)

Per Halloween ho provato a guardare Il mistero di Sleepy Hollow (Sleepy Hollow), diretto nel 1999 dal regista Tim Burton e tratto dal racconto omonimo di Washington Irving.


Trama: l'agente di polizia Ichabod Crane viene mandato nella cittadina di Sleepy Hollow, dove sono stati commessi parecchi omicidi accomunati dal fatto che le vittime sono state trovate tutte senza testa.


Ho provato a guardare Il mistero di Sleepy Hollow ad Halloween ma l'idea di rivederlo era già sorta dopo la visione di Le avventure di Ichabod e Mister Toad, allorché avevo proposto al Bolluomo di farmi compagnia solo per scoprire che il dvd, acquistato anni fa su Play.com, non solo non aveva la traccia italiana ma nemmeno i sottotitoli inglesi. Vista ormai l'età della pellicola e del supporto ammetto che non è stato facile nemmeno per me seguire la vicenda al 100%, considerato anche il tempo trascorso dalla prima e unica volta che avevo guardato Il mistero di Sleepy Hollow in TV, chissà ormai quanti anni fa, quindi probabilmente in questo post scriverò parecchie cretinate. A proposito delle quali, oserei dire che Il mistero di Sleepy Hollow sia stato l'ultimo esponente del "gotico burtoniano" prima della discesa del regista nella follia con Planet of the Apes, interrotta giusto da quel capolavoro di Big Fish - Storie di una vita incredibile; ci ha provato, Burton, a tornare agli antichi fasti, prima col commovente La sposa cadavere, poi con Sweeney Todd, altrettanto gradevole, ma diciamo che Il mistero di Sleepy Hollow aveva ancora in sé quell'"innocenza" diventata poi fredda maniera e lo stesso vale per l'interpretazione di Johnny Depp, ancora ben lontano dalle tristi macchiette odierne nonostante le varie peculiarità del personaggio di Ichabod Crane. Il mistero di Sleepy Hollow è quindi una deliziosa favola horror che parte dal racconto di Irving e si sviluppa in un "giallo" a tratti ironico a tratti terribilmente serio, debitore delle atmosfere di alcuni film di Bava e delle pellicole della Hammer. Fulcro del film è lo scontro tra razionalità, religione e magia, un triangolo al centro del quale finisce per trovarsi Ichabod Crane, agente di polizia deciso ad utilizzare metodi scientifici in contrasto con la chiusura mentale dell'epoca, cresciuto da una madre strega e da un padre inquisitore e che per questo ha scelto, dunque, di allontanarsi dalla via di entrambi. Giunto a Sleepy Hollow, paese dove un cavaliere senza testa decapita le persone apparentemente senza un perché, Ichabod dovrà capire il modus operandi dell'assassino ricercando nell'eredità materna la soluzione al caso, superando una metodologia scientifica che rischia di renderlo ottuso come il padre che ha rinnegato, cieco di fronte all'evidenza dei fatti.


Attorno a Ichabod si muovono una ridda di personaggi interessanti benché archetipici, tutti esponenti di spicco della comunità di Sleepy Hollow, e il motore della storia, nonché calamita dell'attenzione dello spettatore, è proprio capire cosa abbiano fatto questi uomini (e donne, e bambini) irreprensibili per meritarsi le ire del cavaliere senza testa; quest'ultimo è incarnazione dell'orrore più cupo, terrificante sia da vivo che da morto, accompagnato in ogni suo arrivo da elementi inquietanti quali fulmini, spaventapasseri in stile The Nightmare Before Christmas, buio improvviso e rospi che gracidano all'interno dei ponti in omaggio al già citato Le avventure di Ichabod e Mister Toad, peraltro citato in un'intera sequenza. L'influsso nefasto del cavaliere su Sleepy Hollow è così preponderante che persino la fotografia del film è virata nei freddi toni del blu per tutto il tempo in cui il fantasma spadroneggia tenendo in scacco il povero Ichabod e gli unici momenti in cui questo velo di nebbia si solleva, lasciando spazio a colori più tenui e delicati, sono i flashback onirici del protagonista, imperniati su un'eterea Lisa Marie e sul suo terribile destino. Come ho scritto più sopra, questo film vede un Burton ancora assai ispirato, gradevole citazionista di se stesso come potranno notare i fan più accaniti, sottilmente crudele e perfettamente a suo agio non solo con i suoi attori feticcio ma anche con la crema dei caratteristi inglesi e americani. Se è vero, infatti, che Johnny Depp è un Ichabod assai divertente nel suo essere perennemente teso come una corda di violino e talmente gentleman che sembra quasi di vederlo camminare con una scopa nel c***, a rimanere particolarmente impressi sono i laidi, infidi personaggi interpretati da Michael Gambon, Jeffrey Jones e compagnia cantante, per non parlare di un Christopher Walken genuinamente terrificante che, sul finale, non avrebbe sfigurato all'interno del Dracula di Coppola. A tal proposito, c'è un altro personaggio assai interessante sul quale si potrebbe ricamare un po' ma qui si finirebbe nel campo dello spoiler e, benché immagino che tutti abbiate visto Il mistero di Sleepy Hollow, non è il caso. Se invece non l'avete ancora visto, recuperatelo subito!!


Del regista Tim Burton ho già parlato QUI. Johnny Depp (Ichabod Crane), Christina Ricci (Katrina Van Tassel), Michael Gambon (Baltus Van Tassel), Jeffrey Jones (Reverendo Steenwyck), Richard Griffiths (Magistrato Philipse), Michael Gough (Notaio Hardenbrook), Christopher Walken (il cavaliere), Miranda Richardson (Lady Van Tassel), Lisa Marie (Lady Crane), Christopher Lee (Borgomastro) e Martin Landau (non accreditato, Peter Van Garrett) li trovate invece ai rispettivi link.

Casper Van Dien interpreta Brom Van Brunt. Americano, lo ricordo per film come Starship Troopers - Fanteria dello spazio e Python - Spirali di paura, inoltre ha partecipato a serie quali Bayside School, Beverly Hills 90210 e Monk. Anche produttore, regista e sceneggiatore, ha 50 anni e otto film in uscita.


Winona Ryder ha rifiutato il ruolo di Katrina, finito così a Christina Ricci, che Depp conosceva da quando l'attrice aveva 9 anni; per il ruolo di Ichabod Crane, invece, erano stati fatti i nomi di Brad Pitt, Daniel Day-Lewis e Liam Neeson e, addirittura, si dice che il Cavaliere senza testa era stato proposto a Marlon Brando. Detto questo, se Il mistero di Sleepy Hollow vi fosse piaciuto consiglio il recupero di Le avventure di Ichabod e Mister Toad, From Hell, La sposa cadavere e magari anche qualche film della Hammer. ENJOY!

mercoledì 21 novembre 2018

Animali fantastici: I crimini di Grindelwald (2018)

Ho rischiato di non vederlo, ché il multisala savonese in questi giorni ha qualche palese problemino tecnico e di programmazione, ma alla fine lunedì sono riuscita a guardare Animali fantastici: I crimini di Grindelwald (Fantastic Beasts: The Crimes of Grindelwald), diretto da David Yates e sceneggiato dalla stessa J.K.Rowling.


Trama: benché gli sia stato revocato il permesso di espatriare, Newt Scamander viene mandato a Parigi da Albus Silente per salvare l'Obscurus Credence dalle mire del Ministero della Magia britannico e da quelle dell'evaso Grindelwald...


Animali fantastici e dove trovarli era stato una deliziosa botta di aria fresca non solo per chi, come me, bramava ancora vicende tratte dal fantomatico Potterverse, ma anche un bel film da vedere per chi di Harry Potter non conosceva ancora nulla; punto di forza della pellicola era l'ingenuo personaggio di Newt Scamander, dolce mago fuori dal mondo impegnato nella salvaguardia delle bestie magiche, degnamente spalleggiato da un "babbano" (o no mag) che si faceva portatore del punto di vista dello spettatore "ignorante" e scopriva assieme a lui tutte le meraviglie dell'universo magico. Era anche un film godibilissimo di per sé, altro enorme punto a favore, ma la Rowling ha deciso di farne un punto di partenza per una saga di cinque film ed ecco arrivare quindi I crimini di Grindelwald. Attesissimo, da parte mia, ovvio. Come ho scritto in più posti, non che me ne fregasse una mazza dei crimini del biondocrinito Johnny Depp, ma la love story tra Jacob e Queenie mi era rimasta nel cuore e, insomma, c'era anche la voglia di vedere altri animali fantastici, quindi sono corsa al cinema a vedere I crimini di Grindelwald con una marea di aspettative, in parte esaudite ma in parte, purtroppo, disattese. I pregi del secondo capitolo della saga, infatti, sopperiscono a fatica ai molti difetti di cui soffre, soprattutto a livello di sceneggiatura. Tra le cose positive c'è un ulteriore approfondimento della figura di Newt Scamander, con un Eddie Redmayne sempre più a suo agio nei panni dell'eccentrico, disadattato mago, approfondimento concretizzato in scorci della sua famiglia, del suo rifugio londinese, di ulteriori animali fantastici deliziosi (lo Snaso e gli Snasini in primis ma anche il mostro-gatto cinese, mentre le pantere multiple sul finale sono imbarazzanti a livello di CGI); c'è lo scontro a distanza tra Silente e Grindelwald, due figure incredibilmente carismatiche, ognuna a modo suo, con quel tocco di bromance (più romance che bro) che noi lettori maliziosi abbiamo sempre un po' subodorato; ci sono tanti piccoli rimandi agli adorati libri di Harry Potter e un ritorno ad Hogwarts in pompa magna oltre all'introduzione di un vecchio personaggio in guisa inaspettata; c'è, per concludere, un pre-finale emozionante e commovente che porta lo spettatore a non poter aspettare il 2020 e che bilancia, anche a livello di regia, un inizio che sulla carta sarebbe anche stato molto valido ma che sullo schermo risulta cupo, confuso, mal girato e mal tagliato.


Il resto, spiace dirlo, ma risulta fuffosino. Innanzitutto, I crimini di Grindelwald è troppo imperniato sulla ricerca delle origini di Credence (interpretato da un Ezra Miller ormai fisicato e fatto uomo ma meno interessante rispetto al film precedente), fatta di molti tempi morti e giri a non finire che mettono in mezzo un personaggio sfruttato malissimo (la fantomatica Leta Lestrange, la quale avrebbe avuto molto da dire ancora) e un altro talmente mal caratterizzato che arriva a non fregarne nulla a nessuno (il mago di colore Yusuf); ciò porta la povera Tina ad avere ben poco spazio e a ridurre la sua presenza a livello di sottotrama amorosa fatta di piccole schermaglie con Newt e, stranamente, porta a togliere importanza anche a Grindelwald e Silente, il che è un peccato perché sia Johnny Depp che Jude Law sono ammalianti e particolarmente in ruolo, il che da Jude Law me lo aspettavo ma, onestamente, non da Depp. Ma la cosa più orribile, una roba che mi stupisce vista la cura con cui la Rowling tratta i suoi personaggi, è l'involuzione della meravigliosa Queenie da ragazza un po' svampita ma con le palle a bimbo decerebrata nel giro di quattro/cinque sequenze: SPOILER Già è assurdo cominciare il film con Queenie che scaglia su Jacob un incantesimo d'amore ma posso sorvolare visto che lui semplicemente non vuole sposare la ragazza per non farla finire in prigione, scelta magari poco coraggiosa ma bellissima, coerente col personaggio di Jacob, e lei reagisce di conseguenza. I due litigano, ci sta anche questo  e forse ci sta anche che Queenie, sola in un paese dove non capisce la lingua, rimanga stordita dal suo potere di Legilimens al punto da finire alla mercé dell'inutile tirapiedi di Grindelwald... ma il resto è davvero aria fritta che culmina nella resa di Queenie al mago oscuro "perché è l'unico che mi darebbe la libertà di sposare Jacob", soprattutto dopo aver visto gli altri maghi sterminati dal potere del biondo. Va bene, nel prossimo film si combatterà una guerra per l'anima di Queenie, è palese, ma tirarla così per i capelli è assurdo quanto inserire un secondo fratello di Silente che nessuno ha mai sentito nominare. E dai, J.K.! FINE SPOILER Per il resto, nulla da dire. I crimini di Grindelwald è il "tipico" film di Harry Potter fatto di ottimi effetti speciali, musiche evocative, costumi della madonna e scenografie interessanti che si uniscono ai bei paesaggi naturali. Risulta tuttavia come film "di passaggio", in preparazione dei prossimi, infatti mi è sembrato quasi che la Rowling abbia aggiustato un po' il tiro per rendere la storia più cupa e complicata rispetto al primo capitolo tirando fuori un prodotto né carne né pesce. Niente di male in questo, di merchandising e saghe si vive, solo mi aspetto una maggiore onestà nel terzo episodio che, lo so già, correrò a vedere a prescindere.


Del regista David Yates ho già parlato QUI. Johnny Depp (Grindelwald), Carmen Ejogo (Seraphina Picquery), Eddie Redmayne (Newt Scamander), Zoë Kravitz (Leta Lestrange), Ezra Miller (Credence Barebone), Jude Law (Albus Silente), Dan Fogler (Jacob Kowalski), Katherine Waterston (Tina Goldstein) e Jamie Campbell Bower (Giovane Grindelwald) li trovate invece ai rispettivi link.


Tra gli attori presi in considerazione per interpretare Albus Silente c'erano Christian Bale, Benedict Cumberbatch e Jared Harris. Detto questo, nell'attesa che escano i prossimi capitoli della saga (previsti, rispettivamente, per il 2020, 2022 e 2024), se Animali fantastici: I crimini di Grindelwald vi fosse piaciuto recuperate ovviamente Animali fantastici e dove trovarli aggiungendo l'intera saga di Harry Potter, così da capire meglio i vari riferimenti. ENJOY!


martedì 12 dicembre 2017

Assassinio sull'Orient Express (2017)

Con calma (c'era il ponte, ho cazzeggiato, lo ammetto!) arrivo a parlare anche di Assassinio sull'Orient Express (Murder on the Orient Express), diretto da Kenneth Branagh e tratto dal giallo omonimo di Agatha Christie.


Trama: durante un viaggio sull'Orient Express il famoso investigatore Hercule Poirot si ritrova per le mani un caso di omicidio. Una valanga improvvisa blocca la corsa del treno e Poirot ha tempo solo finché non arriveranno i soccorsi e libereranno le rotaie per scoprire l'identità dell'assassino!


Come già scritto nella solita rubrica delle uscite settimanali, ho avuto la (s)fortuna di vedere Assassinio sull'Orient Express di Sidney Lumet solo una volta nella vita, da bambina, e di non avere mai letto il giallo di Agatha Christie. Oltre quindi a non ricordare NULLA relativamente alla risoluzione del caso non ho potuto nemmeno venire sopraffatta dall'effetto nostalgia legato alla pellicola, quella sensazione canaglia che ti prende proprio quando non vuoi e ti porta a rompere le palle alla gente dicendo "eeeeh, ma Albert Finney era un Poirot migliore, eh ma cosa mi significano quei baffoni signora mia, ah ma la Bergman era ben più sopraffina di quel rattu penigu della Cruz!". Posso dire perciò di essere una delle poche persone al mondo che si è approcciata al film di Branagh in totale letizia ed assoluta ignoranza, pronta a godersi un giallo all-star pregando il signoruzzo che la coppia di anziani burini parlanti seduti accanto a lei non spoilerassero il finale durante uno dei loro interminabili dialoghi. In virtù di ciò, mi sento di affermare innanzitutto che Kenneth Branagh dietro la macchina da presa è sempre e comunque un signore. Aiutato da un bel reparto effetti speciali capace di realizzare delle splendide sequenze panoramiche e momenti di pura suspance in mezzo alla neve, quelle belle scene in cui chi (come me) soffre di vertigini rischia di farsi venire un embolo e crepare in mezzo alla sala, lord Branagh confeziona un gioiellino capace di intrattenere innanzitutto gli occhi, assai vivace dal punto di vista delle inquadrature che riescono a dilatare lo spazio ristretto di un treno. La scelta di riprendere le carrozze dall'alto, come se non avessero un soffitto, oppure quella di scomporre l'immagine in tanti prismi illuminati da una calda luce artificiale, piuttosto che l'ennesima citazione di un'opera d'arte sul finale (in Cenerentola c'era Fragonard, qui addirittura Leonardo Da Vinci con L'ultima cena) o i flashback in bianco e nero sono tutti eleganti tocchi di stile che si sommano all'eleganza dei costumi e delle scenografie e rendono Assassinio sull'Orient Express un film di indubbia bellezza "formale". E benché non abbia visto la pellicola in lingua originale mi è sembrato che gli attori fossero tutti molto in parte, soprattutto la splendida Michelle Pfeiffer (la quale mi pare stia vivendo una seconda giovinezza e non posso che esserne felice), e persino Johnny Depp mi è sembrato lontano, per una volta, dalle terrificanti macchiette da lui interpretate negli ultimi tempi. Quindi cos'è che mi ha portata, al termine della visione, a relegare Assassinio sull'Orient Express tra i dimenticabili del 2017?


Il motivo ha un nome e un cognome e non può che essere Kenneth Branagh. Intendiamoci, io andrei a vedere persino una recita parrocchiale se ci fosse coinvolto Kenneth Branagh, però Assassinio sull'Orient Express è già il secondo film di seguito, tra quelli da lui diretti, che mi fa cadere i marroni non tanto per la noia, quanto per la tracotanza che traspare da ogni fotogramma, da ogni singolo pelo di baffo insistentemente messo in primo piano. Poirot non nasce come personaggio simpatico, per carità, però in questa versione è ancora più insopportabile del normale, un mix tra l'investigatore classico e un maestro della deduzione alla Sherlock Holmes (anche dal punto di vista "fisico" visto che riesce a prevedere le mosse del nemico e neutralizzarle come l'Holmes di Guy Ritchie), con la terrificante aggiunta di una passione per gli spiegoni demoralizzanti, filosofici ed aulici: vedere Kenneth Branagh sospirare una mezza dozzina di volte davanti al ritratto dell'amata o perdersi in elucubrazioni sul senso della vita e la natura del male, col faccione preoccupato ad occupare interamente lo schermo del cinema come nemmeno quel bolso di Tom Hanks nel vecchio Il codice Da Vinci visto in prima fila, abbiate pazienza ma mi ha causato un po' di orchite, spezzando il naturale, dinamico andamento della vicenda più volte di quanto non fosse necessario. Per carità, senza questi excursus probabilmente il metraggio del film sarebbe stato ridotto e la trama sarebbe risultata troppo semplice ma sinceramente avrei preferito un po' più di ironia e maggior coesione all'interno delle indagini, talmente prolisse e dispersive da risultare in qualche modo "faticose" da seguire per chi, come me, non era a conoscenza dell'esito finale. E comunque s'è lamentato anche Toto accanto a me quindi se non è piaciuto a lui il film chi sono io per contestare un giudizio ben più affidabile del mio? Che poi, non piaciuto... diciamo che è il solito film senza infamia né lode pompato da un enorme battage pubblicitario che alza le aspettative dello spettatore all'inverosimile per poi deluderle, quindi magari sono stata troppo dura e qualcuno potrebbe invece trovarlo uno dei migliori film dell'anno. Non io, però.


Del regista Kenneth Branagh, che interpreta anche Hercule Poirot, ho già parlato QUI. Penélope Cruz (Pilar Estravados), Johnny Depp (Edward Ratchett), Derek Jacobi (Edward Henry Masterman), Lucy Boynton (Contessa Elena Andrenyi), Marwan Kenzari (Pierre Michel), Michelle Pfeiffer (Caroline Hubbard), Judi Dench (Principessa Dragomiroff), Olivia Colman (Hildegarde Schmidt) e Willem Dafoe (Gerhard Hardman) li trovate invece ai rispettivi link.

Daisy Ridley interpreta Miss Mary Debenham. Inglese, la ricordo per film come Star Wars - Il risveglio della forza e Star Wars - Gli ultimi Jedi. Anche produttrice, ha 25 anni e tre film in uscita.


Josh Gad interpreta Hector MacQueen. Americano, lo ricordo per film come La bella e la bestia; inoltre ha partecipato a serie come E.R. Medici in prima linea e Numb3rs e lavorato come doppiatore per film quali L'era glaciale 4 - Continenti alla deriva, Frozen - Il regno di ghiaccio, Frozen Fever, Frozen - Le avventure di Olaf e serie come American Dad!, The Cleveland Show, Phineas and Ferb e South Park. Anche produttore e sceneggiatore, ha 36 anni e un film in uscita.


Per il ruolo di Caroline Hubbard erano state convocate sia Angelina Jolie che Charlize Theron ma entrambe hanno rinunciato (la Jolie, in verità, pare sia stata estromessa dal progetto a calci in culo a causa delle pretese di riscrivere la parte in base ai propri desideri). Come anticipato nel finale, pare che sia Branagh che la 20th Century Fox siano molto interessati a realizzare un adattamento di Assassinio sul Nilo quindi prepariamoci a more Branagh per il futuro! Nell'attesa, se Assassinio sull'Orient Express vi fosse piaciuto recuperate il film omonimo di Sidney Lumet. ENJOY!

mercoledì 22 novembre 2017

C'era una volta in Messico (2003)

Non c'è mica solo Netflix, sapete. Amazon Prime Video ha un catalogo più ridotto e meno indipendente/cool ma qualcosina si trova, per esempio C'era una volta in Messico (Once Upon a Time in Mexico), diretto e sceneggiato nel 2003 dal regista Robert Rodriguez.


Trama: El Mariachi, in cerca di vendetta per la morte di moglie e figlia, si trova coinvolto nelle macchinazioni di un agente della CIA e in una storia fatta di boss mafiosi, colpi di stato e presidenti da uccidere...



In quel lontano novembre del 2003, ricordo ancora, in sala c'ero solo io. Non avevo trovato nessuno che mi accompagnasse a vedere C'era una volta in Messico, miracolosamente arrivato anche a Savona, e io, all'epoca ancora folgorata da Dal tramonto all'alba e preda di un amore folle per tutto ciò che riguardava Tarantino e i suoi simpatici amici, non potevo sopportare l'idea di non vedere l'ultima fatica di Rodriguez. Adesso, forse forse, mi farei un po' due conti in tasca. Rodriguez è ancora un bambino mai cresciuto, capace di regalare incredibili gioie allo spettatore disposto a farsi prendere in giro ma anche tantissima camurrìa derivante proprio da quell'incontenibile entusiasmo che palesemente lo prende ogni volta che si siede dietro la macchina da presa; detto questo, il nostro non azzecca un film da almeno dieci anni (Machete e Machete Kills li ho amati ma mi rendo conto che quello non è cinema) e guardando oggi C'era una volta in Messico si avverte già quel sentore di declino concretizzatosi in supercazzole e omaggi ai film di serie Z che sanno tanto di scusa per celare una fondamentale incapacità di essere Autore "serio". Nonostante tutto, io voglio un sacco bene a Rodriguez, intendiamoci, proprio per l'entusiasmo fracassone che mette nella realizzazione di ogni suo film e per la sua voglia di sperimentare sempre e comunque, tuttavia con C'era una volta in Messico il regista e sceneggiatore si è andato ad impelagare in un'impresa che meritava semplicità e tamarreide (ribadisco: Machete), non un plot a base di spie, doppiogiochisti e colpi di stato. Al culmine di una trilogia discontinua come quella del Mariachi (talmente discontinua che il regista non ricordava neppure che il personaggio di Cheech Marin fosse morto in Desperado, cosa che lo ha costretto a rivedere lo script e cambiarlo) Rodriguez fa del personaggio il salvatore della Patria, figura violenta ma pura capace di guardare oltre la corruzione serpeggiante in ogni angolo di Messico e portare la giusta revolución a suon di schitarrate e pistolettate. Il problema è che il personaggio di Sands, agente CIA, ruba la scena al Mariachi depresso più di una volta e, ancora peggio, viene utilizzato come un fastidioso latore di caos attraverso il quale vengono introdotti i più disparati personaggi, tutti ugualmente privi di carisma e abbozzati alla bell'e meglio, incapaci persino di fissarsi nella memoria dello spettatore per le loro caratteristiche trash/weird. Il che, mi spiace, ma dal regista e sceneggiatore che mi ha regalato Machete e Sex Machine (solo per citarne un paio) proprio non lo accetto.


Sarà che ormai Johnny Depp mi è inviso? Può essere benissimo, visto che Sands avrebbe tutte le carte in regola per qualificarsi come personaggio cult e invece la vista della faccetta da caSSo dell'attore (non ancora preso dalla sindrome di Sparrow, questo almeno glielo concedo) mi faceva venire voglia di prenderlo a pugni nonostante il linguaggio colorito e le braccia finte, tanto che solo nel prefinale, bardato con occhiali da sole e sangue a nascondergli il volto a mo' di novello Corvo, sono riuscita finalmente ad apprezzare Sands come meritava. Rimanendo in tema attori, Rourke e Dafoe sono un assurdo spreco di potenziale (il primo, col cagnusso, poteva fare molto meglio), la Mendes una cagnaccia inqualificabile (degnamente accompagnata da Enrique Iglesias e Marco Leonardi, due gatti di marmo) e persino faccette amate come quelle di Danny Trejo e Cheech Marin questa volta non bucano lo schermo. Meglio piuttosto l'accoppiata Banderas/Hayek o lo spettacolo del Mariachi in solitario, visto che il buon Antonio era ancora ai tempi in cui non veniva preso per il chiulo da galline e mulini: gli stunt dell'attore sono una gioia per gli occhi, basti solo pensare alla tamarrissima scena iniziale, alla sparatoria in chiesa, alla rocambolesca fuga dall'hotel incatenato ad una Hayek particolarmente sboccata... peccato solo per la decisione del regista di riempire il film di effetti digitali all'epoca all'avanguardia ma che probabilmente hanno ormai cominciato a soffrire un po' l'usura del tempo. Non che mi dispiaccia vedere proiettili che fanno letteralmente esplodere i corpi spillando ettolitri di sangue o roba che salta in aria senza un perché ma talvolta il risultato è talmente posticcio da andare persino oltre lo stile cartoonesco di Rodriguez. A compensare il tutto ci sono comunque una bellissima fotografia ricca di colori caldi, un montaggio serratissimo e, soprattutto, la colonna sonora, degna compagna delle imprese di un Mariachi che sembra quasi essere killer per caso, più interessato a tamburellare le dita sulla chitarra e cavarne evocative melodie (ma che brividi mi ha dato sentire le note di quella Malagueña appena accennata?) oppure a danzare come un ballerino di flamenco. Insomma, purtroppo tra me e C'era una volta in Messico non è più amore come un tempo ma comunque un po' di affetto c'è ancora.


Del regista e sceneggiatore Robert Rodriguez ho già parlato QUI. Antonio Banderas (El Mariachi), Salma Hayek (Carolina), Johnny Depp (Sands), Mickey Rourke (Billy), Eva Mendes (Ajedrez), Danny Trejo (Cucuy), Cheech Marin (Belini) e Willem Dafoe (Barrillo) li trovate invece ai rispettivi link.

Marco Leonardi interpreta Fideo. Australiano, ha partecipato a film come Nuovo Cinema Paradiso, La sindrome di Stendhal, Dal tramonto all'alba 3 - La figlia del boia e a serie come Elisa di Rivombrosa e Don Matteo. Ha 46 anni e sei film in uscita.


Rubén Blades interpreta Jorge FBI. Nato a Panama, ha partecipato a film come Predator 2, Il colore della notte, L'ombra del diavolo, The Counselor - Il procuratore e a serie quali X-Files e Fear the Walking Dead. Ha 69 anni ed è anche compositore e sceneggiatore.


Il cantante Enrique Iglesias, che interpreta Lorenzo, era già comparso, non accreditato, in Desperado. Johnny Depp è riuscito a completare tutte le sue scene in otto giorni ma siccome voleva rimanere ancora sul set Rodriguez gli ha fatto interpretare anche il prete con cui parla El Mariachi prima della sparatoria in chiesa; il ruolo di Johnny Depp comunque era stato pensato per George Clooney, già diversamente impegnato (probabilmente sul set di Ocean's Eleven, La tempesta perfetta o Fratello, dove sei?, chissà), mentre per l'aMMore Quentin (ringraziato nei nei titoli di coda in quanto fonte d'ispirazione del film) era pronto quello di Cucuy, al quale il regista ha dovuto rinunciare perché preso dalla realizzazione di Kill Bill. Detto questo, C'era una volta in Messico è il momentaneamente ultimo capitolo di una trilogia che comprende El Mariachi e Desperado, quindi se vi fosse piaciuto recuperateli e aggiungete Machete, Machete Kills e Dal tramonto all'alba. ENJOY!

martedì 30 maggio 2017

Pirati dei Caraibi - La vendetta di Salazar (2017)

Si dice "chi disprezza compra". Seguendo questa vecchia massima, nonostante la faccia di Johnny Depp mi istighi ormai solo violenza, domenica sono andata a vedere Pirati dei Caraibi - La vendetta di Salazar (Pirates of the Caribbean: Dead Men Tell No Tales), diretto dai registi Joachim Rønning ed Espen Sandberg.


Trama: per cercare di liberare il padre dalla maledizione, il figlio di Will Turner si mette in cerca del pirata Jack Sparrow. Purtroppo, alle calcagna di Jack c'è anche una ciurma di fantasmi al soldo del capitano Salazar...


Potrei ripetermi e tornare a usare le stesse parole scritte per Pirati dei Caraibi: Oltre i confini del mare, uscito ormai sei anni fa: "Se, come me, avete già visto i primi tre episodi della saga dedicata allo strepponissimo Capitan Sparrow questa recensione vi servirà a poco, perché sapete già a cosa andate incontro con La vendetta di Salazar. Inutile che la gente dica “è meno bello dei precedenti episodi”, “ha stufato”, o altre simili amenità. Sono tutte balle. La formula che ha decretato il successo dei primi tre film non è assolutamente cambiata: se avete apprezzato i film precedenti vi piacerà molto anche questo, salvo il fatto che Jack Sparrow potrà avervi stufato, ma questo è affar vostro, o di Johnny Depp al limite". Ma scriviamo anche due righe nuove, vah. Il franchise Pirati dei Caraibi è tornato e intende rimanere col pubblico pagante almeno per un altro episodio e l'unica cosa che potrei aggiungere alle righe copiate quasi pedissequamente dal post precedente è che, a differenza di Oltre i confini del mare, La vendetta di Salazar è molto più legato alla prima trilogia e apre la strada per una possibile ulteriore tripletta con quegli stessi personaggi che erano venuti a mancare nel quarto capitolo. Per il resto, gli ingredienti che compongono la tranquilla, prevedibile sceneggiatura della pellicola sono sempre gli stessi da ormai dieci anni: avventura a palate, tesori da cercare, nemici sovrannaturali da sconfiggere, fughe rocambolesche della ciurma di Jack Sparrow, un pizzico di sentimento, Hector Barbossa che ruba la scena a tutti gli altri personaggi nonostante la storyline zeppa di cliché che lo riguarda e, ovviamente, Johnny Depp che fa quello che gli riesce meglio, ovvero faccette schifate e camminata da ubriacone, probabilmente ciò che lo caratterizza anche nella vita reale ormai. Accantonati gli intrighi arzigogolati del secondo e del terzo capitolo della saga, Pirati dei Caraibi si è assestato ahimé su una formula un po' più semplice già sdoganata col quarto episodio ma stavolta perlomeno i personaggi nuovi sono abbastanza interessanti (almeno per il tempo di durata del film) e la trama non è interamente incentrata sulla cialtroneria di Sparrow, ridotto a poco più che un elemento comico con l'aggiunta di un flashback che, se devo dirla tutta, fa venire voglia di rivedere in azione il Capitano prima che l'alcool gli spappolasse il cervello, così da poter tornare finalmente ad avere un protagonista degno di nota.


Sulla storia in sé c'è davvero poco altro da dire, adesso cominciano le note dolenti. Gore Verbinski non è mai stato visionario come Lynch ma era comunque un regista con molte cose da dire e da mostrare, Rob Marshall era invece un buon mestierante, per quanto un po' anonimo; Joachim Rønning ed Espen Sandberg funzionano per quel che riguarda le scene d'azione in diurna e alcune sequenze ambientate in mare (molte riprese in esterni sono state effettuate in Australia, quindi tanta roba) ma sono sostenuti da un reparto effetti speciali a mio avviso orrendo e da una fotografia non all'altezza, soprattutto nelle scene notturne. I fantasmi guidati da Javier Bardem sanno di posticcio lontano un chilometro e c'è un'ingerenza talmente grande per quel che riguarda il digitale da far venir voglia di piangere come si dice abbia fatto Ian McKellen durante le riprese della trilogia de Lo Hobbit, quegli squali "pompati" anche durante le anteprime poi non si possono davvero guardare e non fatemi parlare dei flashback, con un imbarazzante Johnny Depp di plastica. Ma che ne so io, di regia ed effetti speciali? Parliamo degli attori. Johnny Depp, come ho detto, porta a casa la pagnotta e così per tutti i recurrent (tolti i due che passano a battere cassa, soprattutto UNA, vergogna. I fan comunque possono attendere la fine dei titoli di coda e la scena post credit), con menzione speciale per il signorile Geoffrey Rush penalizzato solo da quella voce da pupazzo Four che hanno deciso, chissà perché, di appioppargli in Italia. Allo stesso modo, Bardem secondo me avrebbe potuto essere mille volte più figo se ascoltato in lingua originale, mentre i due giovinetti Brenton Thwaites e Kaya Scodelario sono molto carini: il primo ha perso un po' di quell'espressione ebete che lo fiaccava negli altri film da lui interpretati, la seconda ha le carte in regola per sfondare in questo tipo di film e sicuramente fa una figura molto migliore rispetto alla blasonata Penélope Cruz, che come figlia di Barbanera era davvero improponibile. Con tutti i suoi difetti, mi tocca comunque dire che La vendetta di Salazar fa il suo dovere di intrattenimento senza troppe pretese e che la saga Pirati dei Caraibi rimane sempre un appuntamento simpatico, nonostante continui a preferire i pirati di Eiichiro Oda, quelli sì davvero emozionanti e imprevedibili!


Di Johnny Depp (Jack Sparrow), Javier Bardem (Capitan Salazar), Geoffrey Rush (Hector Barbossa), Brenton Thwaites (Henry Turner), Kevin McNally (Gibbs), David Wenham (Scarfield), Stephen Graham (Scrum), Martin Klebba (Marty), Orlando Bloom (Will Turner) e Keira Knightley (Elizabeth Swann) ho già parlato ai rispettivi link.

Joachim Rønning è il co-regista della pellicola. Norvegese, ha diretto film come Bandidas e Kon-Tiki. Anche sceneggiatore e produttore, ha 45 anni e un film in uscita.


Espen Sandberg è il co-regista della pellicola. Norvegese, ha diretto film come Bandidas e Kon-Tiki. Anche produttore, ha 46 anni e due film in uscita, tra cui Pirates of the Caribbean 6.


Come guest star compare Paul McCartney nei panni dello zio di Jack Sparrow. Come ho già detto più volte nel corso del post, La vendetta di Salazar è il quinto capitolo di una saga che comprende La maledizione della prima luna, Pirati dei Caraibi: La maledizione del forziere fantasma, Pirati dei Caraibi: Ai confini del mondo e Pirati dei Caraibi: Oltre i confini del mare quindi se il film vi fosse piaciuto recuperateli tutti e aspettate il sesto capitolo! ENJOY!


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