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martedì 31 marzo 2026

Bolla Loves Bruno: Armageddon - Giudizio finale (1998)


Aiuto, non so più quanti mesi sono passati dall'ultima volta che ho scritto un post per la rubrica Bolla Loves Bruno, ma non me la sono dimenticata, giuro! Oggi parliamo di Armageddon - Giudizio finale (Armageddon), diretto nel 1998 dal regista Michael Bay.

Trama

Quando la Terra viene minacciata da un asteroide simile a quello che aveva condannato i dinosauri all'estinzione, la NASA compie una scelta disperata e decide di mandare in orbita una squadra di trivellatori per farlo esplodere dall'interno...

RECENSIONE

Non mi sono dimenticata né della rubrica né di Bruce Willis, anche se pensare a lui mi fa talmente male che ogni giorno approccio i social con diffidenza, per paura che arrivi la ferale notizia che non voglio neppure mettere nero su bianco. Purtroppo, tra challenge, uscite recenti, Oscar e recuperi horror, è difficile riuscire a trovare anche il tempo per la filmografia del nostro, e promettere di essere più costante serve a poco. Sia come sia, oggi siamo arrivati a uno dei suoi film più famosi, ironicamente girato come "punizione" per quella storiaccia con Broadway Brawler. Armageddon esce nel 1998, costa 140 milioni di dollari e ne incassa più di 500 in tutto il mondo, segnando un colpaccio allucinante per la Touchstone Pictures e Michael Bay, regista già sulla cresta dell'onda dopo Bad Boys e The Rock. E' un film di merda, capiamoci, e lo dico con tutto l'amore di chi se l'è guardato, nella vita, almeno 3 o 4 volte, odiandolo fin dalla prima visione. Se non siete vissuti su Marte finora e quindi non vi è mai capitato di guardare Armageddon, il perché del mio odio potete immaginarlo, ed è lo stesso motivo che mi porta a fare una smorfia di disprezzo ogni volta che mi compare davanti Ben Affleck (benché, negli anni, lo abbia rivalutato come attore e autore). Documentandomi un po' per il post, ho peraltro scoperto che il mio odio era giustificato fin dall'età di 17 anni: in origine il film doveva essere "duro e puro", al limite focalizzarsi più sul personaggio di Dan Truman, mentre dopo l'uscita di Titanic (altro film che, all'epoca, avevo detestato) i produttori hanno deciso di inserire a forza il mielosissimo, terrificante subplot della storia d'amore tra A.J. e Grace. Sì, sono sempre stata un'adolescente strana e sì, io volevo solo vedere Bruce Willis "fare Bruce Willis" e coprirsi di gloria, altro che saltare in aria e farmi soffocare in pianti straziati ogni maledetta volta. Ma non è solo questo il motivo per cui, razionalmente e a fronte di ogni regola che determina i capolavori cinematografici, Armageddon è un film di merda. Armageddon è l'emblema della faciloneria e dell'orgoglio ammeregano, dove qualsiasi scappato di casa, se ha cuore e un sogno, può salvare il mondo (pazienza se nel frattempo i Paesi "minori" sono già stati spazzati via dai detriti spaziali) e ricoprirlo di bandierine a stelle e strisce; è un film con dialoghi invecchiati malissimo e personaggi imbarazzanti (povero Steve Buscemi...), che appena inciampa in un "maccosa?" lo cancella con un'esplosione, un'esibizione di "celodurismo" o una scena in cui A.J. e Grace limonano/si pastrugnano in un'atmosfera da videoclip zuccheroso. 

Eppure, ciò nonostante, Armageddon è quel genere di film che ti fermi a guardare fino alla fine, volente o nolente, quando lo passano in TV, emozionandoti, tifando per i protagonisti (ovviamente indignandoti per quei pochi americani cattivi che non capiscono i principi base della land of the free e agiscono, guarda un po', come un Trump qualsiasi), commuovendoti come un cretino e diventando, per un paio d'ore, Americano onorario. Il merito ce l'hanno gli attori, ovviamente, il meglio di quello che poteva offrire la fine degli anni '90. Se Bruce Willis si palleggia le battute e le pose cult migliori, affermandosi come esempio massimo di carisma e di duro dal cuore tenero, Will Patton gli fa da ragionevole spalla e Billy Bob Thornton da rispettabile controparte (sempre per la solita storia, anch'essa tipicamente USA, della contrapposizione tra working class hero e colletto bianco); il resto è un delirio di caratteristi al massimo della loro forma, tra i quali spiccano il folle Steve Buscemi, un Peter Stormare sopra le righe, il dolcissimo Michael Clarke Duncan e il buffo Owen Wilson, i quali surclassano senza problema alcuno Ben Affleck, messo lì solo per essere figo pur avendo meno presenza scenica di uno dei satelliti, e Liv Tyler, messa lì solo per essere incredibilmente fregna e attirare papino Steven, assicurando al film la ballad più famosa e strappalacrime degli Aerosmith. Guardando Armageddon dopo quasi 30 anni, c'è da dire che gli effetti speciali non sono invecchiati di un giorno e che qualsiasi sequenza di morte e distruzione, realizzata nel solito, roboante stile di Michael Bay, per quanto sia improbabile appare comunque realistica. Di Bay si può dire quello che si vuole, ma non che non abbia il senso del "ritmo", nemmeno quando ci si dovrebbe ragionevolmente fare due palle cubiche (per esempio durante gli interminabili briefing della NASA), perché persino le sequenze più statiche e introspettive contengono quel dettaglio capace di tenere desta l'attenzione e coinvolgere lo spettatore, anche a costo di infilarci dentro la nota melodrammatica a tradimento oppure la battuta improbabile e di cattivo gusto. Anche questa è arte, signore e signori, ma permettetemi di dire che a me Armageddon ha sempre fatto male, male, male da morire, perché dotato di un finale orribile e ingiusto. #TeamStamper dal 1998, #FuckAJ .

CAST

Di Bruce Willis (Harry S. Stamper), Billy Bob Thornton (Dan Truman), Ben Affleck (A.J. Frost), Liv Tyler (Grace Stamper), Will Patton (Chick), Steve Buscemi (Rockhound), William Fichtner (Colonnello Willie Sharp), Owen Wilson (Oscar), Michael Clarke Duncan (Bear), Peter Stormare (Lev Andropov), Keith David (Generale Kimsey), Jason Isaacs (Ronald Quincy), Grace Zabriskie (Dottie), Udo Kier (Psicologo), Shawnee Smith (Rossa) e Charlton Heston (la voce narrante a inizio film) ho parlato ai rispettivi link.
  • Michael Bay è il regista del film. Americano, ha diretto film come The Rock, Pearl Harbor e tutta la recente saga Transformers. Anche produttore, attore e sceneggiatore, ha 60 anni. 

CURIOSITà

Neve Campbell ha dovuto rinunciare al ruolo di Grace Stamper perché impegnata sul set del telefilm Cinque in famiglia. Se Armageddon vi fosse piaciuto recuperate Deep Impact e Independence Day. ENJOY! 



mercoledì 30 luglio 2025

Bolla Loves Bruno: Codice Mercury (1998)

Per la rubrica Bolla Loves Bruno parliamo oggi di Codice Mercury (Mercury Rising), diretto nel 1998 dal regista Harold Becker e tratto dal romanzo Simple Simon di Ryne Douglas Pearson.


Trama: un bambino autistico decifra accidentalmente un codice sviluppato dalla NSA e il direttore, per non perdere la faccia, decide di farlo uccidere. Art Jeffries, agente dell'FBI caduto in disgrazia dopo una missione finita in tragedia, si ritrova accidentalmente a dover proteggere il bimbo...


Dopo The Jackal, il sito Imdb inserisce Bruce Willis come attore nella commedia romantico-sportiva Broadway Brawler. In realtà, di questo progetto non è rimasto nulla, perché è stato tolto dalla produzione dopo soli 20 giorni di riprese e ben due anni di pre-produzione, quando Bruce Willis ha fatto licenziare diversi membri della troupe (tra i quali il direttore della fotografia e la regista), insoddisfatto dei risultati; Broadway Brawler avrebbe dovuto essere distribuito dalla Walt Disney Company che, per evitargli una penale salata, ha imposto a Bruce di partecipare con un compenso ben più basso del solito a tre film, ovvero Armageddon, Il sesto senso e Faccia a faccia, i primi due destinati ad entrare a far parte dei maggiori successi commerciali dell'attore. Prima di Armageddon, però, esce questo Codice Mercury, che non riguardavo da anni e che ho riscoperto essere un'opera dignitosissima, soprattutto per come amalgama le caratteristiche ormai tipiche del "personaggio" Bruce Willis a quelle di un innocente con la I maiuscola, un bambino autistico completamente incapace di sopravvivere da solo, neppure in circostanze normali. In questo caso particolare, il piccolo Simon finisce nel mirino del glaciale direttore dell'NSA dopo aver trovato per puro caso (letteralmente per gioco) la chiave di un codice virtualmente indecifrabile. Invece di prendere Simon e portarsi lui e i genitori in qualche base dove mettere a frutto le incredibili capacità del bambino, il direttore Kudrow preferisce assoldare una serie di spietati sicari per eliminare l'improbabile testimone e tutti quelli che gli sono stati vicini, a cominciare da papà e mamma. Fortunatamente, si mette di mezzo Bruce Willis nei panni di Art Jeffries, un agente dell'FBI traumatizzato da un'operazione sotto copertura finita malissimo, con la morte di due giovanissimi criminali, poco più che ragazzini. Proteggendo Simon contro tutto e tutti (sfruttando pochissimi conoscenti e un'imprevista alleata), Art cerca di fare ammenda per delle morti che gli pesano sulla coscienza, e lo fa cercando il giusto equilibrio tra epici momenti d'azione e la necessità di superare il muro impenetrabile eretto da un bambino che lo considera giustamente un estraneo e che, non percependo il pericolo, cerca di scappare e tornare a una vita che non esiste più.


Come dice da sempre mio padre: "Sun propriu cini". Per apprezzare Codice Mercury bisogna innanzitutto sorvolare sul suo stupidissimo assunto iniziale, che vede due nerd dell'NSA testare l'impenetrabilità del codice pubblicando un rompicapo su una rivista di enigmistica, e la natura psicopatica del direttore dell'NSA (non il fatto che una donna decida di aiutare Bruce Willis, dandogli persino un posto dove dormire, senza avere idea di chi sia, questo lo farei anche io), che opta per sterminare una normalissima famiglia in virtù di un patriottismo distorto. Per fortuna, lo spettatore viene distratto dalla stupidità della trama, che risulta comunque avvincente, grazie alla bellissima alchimia che si viene a creare tra Bruce Willis e Miko Hughes, complice anche un'intensa colonna sonora di John Barry, non proprio l'ultimo dei pivelli. Miko Hughes, in particolare, è uno degli enormi misteri del mondo del cinema, perché non si capisce come abbia potuto un bambino così dotato scomparire dagli schermi proprio poco dopo l'uscita di Codice Mercury. Immagino abbia voluto prendersi una pausa per godere di un'esistenza normale e non fare la fine di tanti suoi coetanei, ma vista la straordinaria, realistica interpretazione di un bambino autistico, mi permetto di dire che è stato proprio uno spreco; nel personaggio di Simon non c'è traccia di pigrizia, di scappatoie che si adagiano nei cliché, solo un palese impegno derivante dallo studio della malattia e dal contatto prolungato con bambini autistici, e chissà cosa avrebbe potuto fare Hughes se avesse deciso di proseguire la carriera con questo stesso impegno. Bruce Willis non si lascia eclissare da un simile talento, ma ammorbidisce i tratti spigolosi e piacioni tipici dei suoi personaggi "action" per mettere sul piatto un cuore vero, un reale desiderio di proteggere e capire il bambino, in un percorso di crescita difficile e non banale, che si conclude in un finale tanto verosimile quanto toccante. Il resto del cast si assesta su livelli abbastanza medi, così come la regia, la fotografia e il montaggio, ma Codice Mercury è uno di quei film "di cassetta" che fa comunque piacere rivedere, di tanto in tanto, anche solo per vedere spuntare quelle belle faccette all'epoca non proprio famosissime (come Peter Stormare e John Carroll Lynch) che tante gioie ci avrebbero dato negli anni a venire. 


Di Bruce Willis (Art Jeffries), Alec Baldwin (Nick Kudrow), Miko Hughes (Simon Lynch), Kim Dickens (Stacey), Peter Stormare (Shayes), John Carroll Lynch (Martin Lynch) e Jack Conley (Detective Nichols) ho già parlato ai rispettivi link.

Harold Becker è il regista della pellicola. Americano, ha diretto film come Crazy for You, Seduzione pericolosa e Malice - Il sospetto. Anche produttore, ha 97 anni. 


Chi McBride
interpreta Tommy B. Jordan. Americano, ha partecipato a film come La rivincita dei nerds III, Sospesi nel tempo, Fuori in 60 secondi, Faccia a faccia, The Terminal e a serie quali Willy il principe di Bel Air, Dr. House, Monk, How I Met Your Mother; come doppiatore, ha lavorato in Phineas e Ferb e Beavis and Butthead . Anche sceneggiatore e produttore, ha 64 anni. 


Fun fact: Nicolas Cage e George Clooney erano due dei nomi papabili per interpretare Art Jeffries. ENJOY!

lunedì 5 maggio 2025

Until Dawn - Fino all'alba (2025)

Martedì scorso sono andata a vedere Until Dawn - Fino all'alba (Until Dawn), diretto dal regista David F. Sandberg.


Trama: a un anno dalla scomparsa della sorella, Clover e i suoi amici tornano sui luoghi dov'era stata vista per l'ultima volta e rimangono bloccati all'interno di una casa colma di esseri pronti a ucciderli...


"Sono troppo vecchia per queste stronzate", nel senso che non conosco il gioco da cui è stato tratto Until Dawn e riesco a stupirmi che il film sia stato proiettato nella sala più grossa di Savona, attirando un discreto numero di ragazzini anche di martedì. Sono, ovviamente, troppo vecchia anche per sopportare detti ragazzini, che hanno ruminato roba dall'inizio alla fine del film (ma quanti cazzo di sacchetti di patatine possono stare in una borsa??), non paghi di avermi ammorbata, come la Enoiosa de I Promessi sposi, con la tiritera "Eh, ma non è inverno. Perché è ambientato d'estate? Non potevano farlo in inverno? Oh, ma non è inverno. E perché non è inverno?" finché non ho esclamato "Perché è ESTATE. STACCE. E che due coglioni" (per fortuna, Sandberg è venuto incontro alle loro scarse capacità mentali piazzando, sul finale, l'immagine di una baita innevata. Grazie, David). Irritazione a parte, mi sono divertita guardando Until Dawn. E' un film con una trama estremamente semplice, che lascia un bel po' di domande a chi non conosce il videogioco, e che si riduce alla gioia di vedere gente morire male e tentare di sopravvivere ad aggressioni assai scorrette e crudeli. Non lasciatevi sviare dal fatto che Blair Butler e Gary Dauberman abbiano cercato di caratterizzare i personaggi sfruttando sentimenti profondi come amore, amicizia, spirito di sacrificio, oppure traumi come l'elaborazione del lutto e della solitudine; i cinque personaggi principali sono cinque sacchi di carne bellocci, per le cui innumerevoli dipartite è molto difficile provare pietà. Più interessante, invece, vedere come verranno uccisi all'interno di un loop temporale e, soprattutto, da cosa, benché nella seconda parte del film la fantasia degli sceneggiatori venga un po' a mancare. Sicuramente, Until Dawn non difetta di ritmo e i realizzatori non si sono dilungati a dismisura, e in una pellicola superficiale come questa sono due punti fondamentali per una buona riuscita. 


Altro elemento fondamentale, sono gli effetti speciali. Until Dawn è splatterosissimo, godurioso all'ennesima potenza. Continuo a ritenere The Monkey superiore, da questo punto di vista, ma sono felicissima del fatto che Sandberg abbia insistito per usare, quanto più possibile, effetti speciali artigianali. Lo so che già solo col discorso iniziale mi sono trasformata in una boomer fatta e finita, ma le soluzioni artigianali hanno tutto un altro sapore, risultano reali, fisiche, e lo stesso vale per il trucco prostetico, il buon vecchio make up, il lattice che esplode in mille pezzi, quello che volete, ma evitiamo, per cortesia, la CGI invasiva e non indispensabile. Sandberg è un patito dell'horror e si vede, perché Until Dawn è un crogiolo di citazioni non solo di classici famosi come The Descent, Nightmare, Venerdì 13 e La casa, ma anche delle trashissime case apocrife italiane; sarebbe bastata solo una messinscena un po' più lurida, degli attori meno perfetti e un pizzico di locura aggiuntiva, per realizzare un'opera davvero disturbante. Purtroppo (e torniamo al discorso iniziale della boomer), non ci sono più i tempi né il pubblico per realizzare un prodotto commerciale zeppo di trashate anni '80, e mi devo quindi accontentare di un Peter Stormare evolutosi in Enrico Beruschi, per rievocare l'infanzia. Scherzi a parte, sono stata molto contenta di rivedere uno dei miei caratteristi preferiti, ma sarei rimasta molto meno sorpresa se avessi saputo che Stormare ha partecipato anche al videogioco di Until Dawn, sempre come Dr Hill, anche se pare siano due personaggi diversi. Non credo basterà questo o il film per convincermi a giocare ad Until Dawn, che pur mi sembra un'opera molto interessante e, soprattutto, inquietante, ma non si sa mai nella vita. Per quanto riguarda l'Until Dawn cinematografico, ho visto di meglio, ho visto di peggio, ma se non altro mi sono divertita senza rimpiangere i soldi del biglietto, quindi mi sento di promuoverlo. 


Del regista David F. Sandberg ho già parlato QUI mentre Peter Stormare, che interpreta il Dr. Hill, lo trovate QUA.


Ella Rubin
, che interpreta Clover, è tra i protagonisti dell'imminente e attesissimo Fear Street: Prom Queen, mentre Michael Cimino, che interpreta Max, aveva partecipato ad Annabelle 3, un altro film diretto e sceneggiato dallo sceneggiatore di Until Dawn, Gary Dauberman. Odessa A'Zion (Nina), invece, è stata la protagonista dell'ultimo Hellraiser. Se Until Dawn vi fosse piaciuto, recuperate La casa, La casa 2 e Quella casa nel bosco. ENJOY!

sabato 14 luglio 2018

Ingmar Bergman Day... On Demand! - Fanny & Alexander (1982)

Oggi il regista Ingmar Bergman avrebbe compiuto cent'anni e da Mari del blog Redrumia è partita una bella iniziativa per celebrare il non-compleanno di uno degli Autori più grandi del Cinema mondiale. Io mi sono unita alle danze approfittandone per assecondare una richiesta On Demand fatta sulla pagina Facebook da Rosario, cosa che mi ha portata a recuperare Fanny & Alexander (Fanny och Alexander), diretto e sceneggiato nel 1982 da Ingmar Bergman.


Trama: Fanny e Alexander, bambini appartenenti all'alta borghesia svedese, sperimentano morte, cambiamenti orribili ma anche gioia nel corso di due anni...



Alla fine delle tre ore di visione di Fanny e Alexander, solo di una cosa mi sono pentita, ovvero di non aver recuperato la versione integrale del film, quella per la TV, quella che non ho visto nemmeno dieci anni fa, quando per l'università ho seguito un corso monografico su Bergman (di cui non ricordo quasi nulla. Quindi se vi aspettate una disamina della poetica del "festeggiato" cascate malissimo!). Me ne sono pentita perché, dopo aver guardato questa saga familiare creata dal regista, è sorta solo una domanda veramente importante: PERCHE' diamine il film si chiama Fanny e Alexander quando Fanny la si vedrà sì e no venti minuti? Premesso che forse non è nemmeno Alexander il vero protagonista della pellicola visto che l'opera di Bergman ha il respiro corale di una saga familiare all'interno della quale si intrecciano i destini di più persone, è comunque vero che quasi ogni vicenda viene filtrata dagli occhi di questo bambino pieno d'immaginazione, testardo, incredibilmente fragile, mentre la sorella non è dotata di alcuna caratteristica particolare, salvo forse quella di avere una forza di carattere maggiore rispetto al fratello. Questo, ovviamente, per quel che riguarda la versione cinematografica di Fanny e Alexander, mentre magari nella versione televisiva il ruolo della bambina diventa più preponderante, chissà. Sta di fatto che in tre ore Bergman "condensa" due anni durante i quali la famiglia Ekdahl dà prova della sua forte coesione nonostante le alterne vicende umane e nonostante la diversa natura dei suoi membri, servitù ed amici compresi; sotto l'occhio vigile della matriarca Helena, raffinata e colta oltre che molto ricca, si snoda la vita di un "micromondo" dove la gioia va a braccetto con la disperazione, l'amore con l'odio, il sacro con il profano, la cultura con l'ignoranza, la guerra con la pace, la ricchezza con la povertà, quasi come se la famiglia Ekdahl fosse la metafora, in piccolo, della realtà che tutti noi conosciamo. Il regista si concentra in particolare, oltre che su Fanny, Alexander e la loro bellissima mamma, sul libertino Gustav Adolf, coccolato dalla mentalità moderna della moglie che gli permette di avere amanti e fare figli accettandone il carattere tracotante, e sull'amico-amante di Helena, un ebreo di nome Isak dotato di due figli misteriosi e di strani poteri magici.


Proprio la magia e il mistero sono due elementi fondamentali di Fanny e Alexander e permeano ogni sequenza del film così come i riferimenti al teatro e, in generale, all'intrattenimento, specchio di una mentalità moderna in aperto contrasto con la chiusura di cui si fa portavoce il Vescovo, nuovo padre di Fanny e Alexander che costringe i due e la loro madre ad allontanarsi dalla loro famiglia e a vivere in un orribile clima fatto di imposizioni e povertà (non solo materiale ma anche spirituale). Fin dall'inizio del film ci viene mostrato come Alexander abbia la capacità di vedere ciò che sta dietro la realtà, come statue semoventi o spiriti, ma non è dato sapere se ciò sia frutto della sua immaginazione di bambino oppure un potere reale; altrettanto misteriosa è la figura di Isak, che a un certo punto esegue una vera e propria magia, un "miracolo" che salva Fanny e Alexander e traghetta il film verso i suoi momenti più criptici, all'interno dei quali l'atmosfera si tinge di un'inquietudine sconfinante quasi nell'horror. Ciò che accade al Vescovo è casualità oppure è espressione di un fortissimo desiderio di Alexander, incanalato dai poteri di una creatura dal sesso incerto che somiglia tanto al diavolo? La "mummia" che viene mostrata al ragazzino è forse una versione un po' più evoluta di una bambola voodoo da infilzare con gli spilloni? Ma soprattutto qual è la funzione di Dio in tutto questo? Sono passati più di dieci anni da quella forsennata full immersion bergmaniana universitaria ma se non rammento male la prima caratteristica della divinità nei film di Bergman è quella di essere silenziosa, di fregarsene delle umane miserie causate dagli uomini, e mi pare che in Fanny & Alexander questa idea venga rispettata; la religione diventa qualcosa di negativo solo nel momento in cui il Vescovo la sfrutta per i propri fini, brandendo la croce come se fosse un coltello invece di un simbolo di comunione con Dio, e quest'ultimo viene rappresentato come un burattino che il nipote di Isak fa muovere come vuole. Anche gli spiriti sono silenziosi e acquistano potere in base alle paure o alle speranze di chi li vede ma, in generale, essi si limitano ad osservare le azioni degli uomini, gli unici in grado di cambiare il proprio destino o quello altrui.


Detto ciò, queste sono considerazioni ignoranti relative ad un director's cut a cui mancano due ore per essere completo. Nonostante i "tagli" siano stati operati da Bergman in persona e la storia fili liscia dall'inizio alla fine, durante la visione si percepisce come qualcosa manchi, come alcuni personaggi vengano introdotti per poi scomparire senza lasciare traccia (è il caso di uno dei figli di Helena, quello sposato con una tedesca, ipocondriaco e violento, che compare solo dopo la festa di Natale e poi sparisce) e come alcuni aspetti della trama, per esempio la mancanza di pecunia del Vescovo, la questione della pasticceria dell'amante di Gustav Adolf, il modo in cui Isak arriva a liberare i ragazzini, parrebbero quasi "staccati" dal resto delle vicende. Per carità, il raccordo è talmente perfetto che probabilmente se non avessi saputo del film TV non me ne sarei nemmeno accorta, anche perché Fanny & Alexander rimane comunque un'opera splendida ed ambiziosa, all'interno della quale la mano del regista riesce a fondere realtà e fantasia come se fosse la cosa più naturale del mondo e a riproporre un mondo filtrato dal punto di vista dei bambini, nel bene (delle feste di Natale, dell'innocenza, dell'immaginazione) e nel male (della paura, dell'inquietudine, della violenza), così da suscitare nel cuore dello spettatore le stesse sensazioni provate dai ragazzini del titolo. O meglio, DAL ragazzino. Un giovane attore che ha scelto di diventare un economista, guarda un po'. E pensare che era così bravo, come d'altra parte tutto il resto del cast, fatto di vecchie glorie bergmaniane, attrici teatrali, ballerini dall'inaspettato cuore nero, donne bellissime e uomini meno belli ma comunque bravissimi. In conclusione, sono davvero felice di avere ri-affrontato Fanny & Alexander, un viaggio lungo ma molto interessante, che vale sempre la pena intraprendere!


Del regista e sceneggiatore Ingmar Bergman ho già parlato QUI. Di Gunnar Björnstrand (Filip Landahl), Lena Olin (Rosa) e Peter Stormare (uno dei ragazzi che aiuta Isak col baule) ho già parlato ai rispettivi link.


Il film era stato concepito come opera per la TV in quattro parti, della durata totale di cinque ore e 20 (la versione, per inciso, preferita da Bergman), ma l'edizione cinematografica di tre ore è uscita per prima. Il ruolo del Vescovo era stato scritto da Bergman con in mente Max Von Sydow ma a causa dell'avidità dell'agente di quest'ultimo (che ha agito all'insaputa dell'attore), il ruolo è finito a Jan Malmsjö; a rifiutare il ruolo di Emilie è stata invece Liv Ullmann, cosa che ha irritato molto il regista. Detto questo, ci sono altri modi per celebrare Ingmar Bergman! Di seguito trovate l'elenco dei tributi di tutti i blogger che hanno partecipato a questo evento. ENJOY!

Redrumia - Luci d'inverno
Obsidian Mirror - L'ora del lupo
Non c'è paragone - Il settimo sigillo
Director's cult - Persona
Solaris - Un giorno d'amore
Director's Cult - Persona

martedì 21 marzo 2017

John Wick - Capitolo 2 (2017)

Dopo l'entusiasmo generato dal primo capitolo potevo non andare a vedere John Wick - Capitolo 2 (John Wick: Chapter 2), nuovamente diretto da Chad Stahelski?


Trama: finita la mattanza del primo capitolo John Wick cerca di ritirarsi a vita privata ma viene richiamato in attività dal camorrista Santino D'Antonio, deciso a scalare i vertici della criminalità mondiale...


Nel 2014 John Wick era stata una bella sorpresa, un action anni '80 tamarro al punto giusto, con un protagonista sufficientemente duro ed inespressivo e alcune finezze di fondo che facevano venire voglia di averne di più. Il di più è arrivato tre anni dopo, con un film che mostra John Wick ancora incazzato nero per la morte della moglie e dell'amato cagnussu (e basta, santo cielo!), ancora desideroso di pace e ancora circondato da gente che lo rivorrebbe in azione a tutti i costi. Stavolta la sceneggiatura, se tale la si può definire, scava maggiormente all'interno di quel mondo organizzato di assassini e criminali che era la parte più affascinante del primo capitolo: apprendiamo infatti (o forse lo dicevano già in John Wick ma chi se lo ricorda...) che il mondo è governato da una sorta di cosca criminale internazionale, un G7 del crimine tipo, un'organizzazione ancora diversa da quella che gestisce l'Hotel Continental ma ad essa strettamente legata. Questi due gruppi, ai quali bisogna aggiungerne un terzo che richiama molto i Morlock degli X-Men, evitano di pestarsi i piedi a vicenda grazie ad un ferreo codice fatto di regole che non bisognerebbe infrangere, pena la scomunica e la perdita non solo della vita ma anche e soprattutto di protezione e privilegi. In base ad una di queste regole, John Wick è costretto ad accettare di "rientrare nel giro" quando il camorrista Santino D'Antonio (nome meno banale e pizzaspaghettimandolino no?) gli chiede di ammazzare la sorella Gianna presentandogli un cosiddetto pegno, sorta di patto suggellato all'epoca in cui John voleva andare in pensione e passare la vita con l'amata moglie. Altro non aggiungerò sulla trama, ché tanto il succo è riassumibile, da qui in poi, in "John Wick spara in testa a laGGente" con pochissime varianti, tra le quali una molto interessante in cui l'intera New York si trasforma in un covo di assassini e le incursioni in un Hotel Continental che, se volete il mio parere, meriterebbe un film a parte con Ian McShane e Franco Nero come protagonisti assoluti. Rileggendo ciò che ho scritto finora mi sono resa conto di suonare poco entusiasta ma il fatto è che stavolta, nonostante la presenza di molti momenti ridicoli (la sparatoria silenziosa è esilarante, della pretestuosissima sequenza iniziale non voglio neppure parlare altrimenti scoppio a ridere), l'atmosfera generale è troppo seria e alcune scene d'azione ripetitive.


Non mi reputo un'esperta di film action zamarri o di "cinema di menare" (probabilmente se volete leggere una recensione competente di John Wick 2 dovete andare QUI), per carità, ma mi è sembrato che John Wick - Capitolo 2 riciclasse spesso e volentieri gli stessi stunt, con intere e lunghissime sequenze in cui Keanu Reeves, quando non ammazza alla prima i ventordici nemici che gli si parano davanti sbucando da ogni dove, li atterra con un paio di mosse di sottomissione rotolanti e poi li secca con un headshot ben piazzato. Questa routine si ripropone due o tre volte e sinceramente preferisco soluzioni un po' più fantasiose, che magari contemplino armi improprie particolari come una matita, un'automobile, pistole utilizzate a mo' di mattoni da lanciare, ecc. ecc. Di fatto, l'unica sequenza memorabile è quella sul finale, interamente ambientata in un labirinto di specchi e luci al neon che permette al regista di giocare un po' con prospettive e macchina da presa, oltre all'emozionante conclusione, che si svolge davanti allo splendido angelo della Bethesda Fountain in Central Park (location che grazie ad Angels in America mi smuove sempre un desiderio irrazionale di trovarmi lì in contemplazione), il resto francamente puzza un po' di già visto e gli attori non aiutano. Keanu Reeves fa John Wick e va bene, da lui mi aspetto una performance granitica, ma Riccardo Scamarcio è semplicemente imbarazzante, un blocco di tufo imbolsito, monoespressivo e autodoppiatosi con la verve di un paramecio (nulla credo rispetto al vedere quel gianduia di Luca Argentero che imita il Brad Pitt di Fight Club nell'imminente Il permesso, cercate il trailer poi ne riparliamo); non va meglio a Claudia Gerini, che ricordavo splendida e brillante e che invece mi si è riproposta col volto tumefatto da probabili ritocchi estetici nei panni di un'improbabile e moscia femme fatale, mentre perlomeno a tenere alto il buon nome del Cinema italiano ci pensa il già citato Franco Nero che, assieme a Ian McShane, interpreta l'unico personaggio davvero memorabile del film. Ribadisco: nel terzo John Wick ESIGO che il ruolo degli Hotel Continental sia preponderante perché tra assassini invulnerabili e tamarreide stavolta vince la fredda ed elegantissima burocrazia, mi spiace.


Del regista Chad Stahelski ho già parlato QUI. Keanu Reeves (John Wick), Riccardo Scamarcio (Santino D'Antonio), Ian McShane (Winston), Claudia Gerini (Gianna D'Antonio), Laurence Fishburne (Bowery King), John Leguizamo (Aurelio), Franco Nero (Julius), Peter Serafinowicz (Sommelier), David Patrick Kelly (Charlie) e Peter Stormare (Abram) li trovate invece ai rispettivi link.

Common (vero nome Lonnie Rashid Lynn) interpreta Cassian. Americano, più conosciuto come rapper che come attore, ha partecipato a film come Wanted - Scegli il tuo destino, Comic Movie, Now You See Me - I maghi del crimine, Selma - La strada della libertà, Suicide Squad e ha doppiato un episodio de I Simpson. Anche produttore, ha 45 anni e cinque film in uscita.


Lo avevo intuito dal finale ed è quasi certo che John Wick sarà una trilogia, quindi aspettatevi il ritorno di Keanu Reeves nei panni dell'eroe titolare tra qualche anno, magari con Samuel L. Jackson che, a quanto pare, muore dalla voglia di partecipare. Nell'attesa, se John Wick - Capitolo 2 vi fosse piaciuto recuperate John Wick e aggiungete Deadpool così da farvi due vere risate. ENJOY!

venerdì 15 luglio 2016

Lockout (2012)

E fu così che un giorno mi ritrovai a vedere Lockout, tamarrata galattica diretta nel 2012 dai registi James Mather e Stephen St. Leger, prodotta  e co-sceneggiata dal buon Luc Besson. Il perché lo trovate nel post.


Trama: incastrato per aver rubato una valigetta contenente segreti di stato, Snow viene condannato a trent'anni da scontare in sospensione criogenica all'interno di un carcere di massima sicurezza nello spazio. Quando all'interno del carcere scoppia una rivolta e la vita della figlia del presidente viene messa in pericolo, Snow viene "graziato" e costretto ad improvvisarsi eroe per salvarla...


La fangirlitudine
Quando mi fisso su qualcosa è la fine, purtroppo. Dopo la prima puntata di Preacher il mio cuoricino di fangirl ha scoperto l'inglesotto Joseph Gilgun e da allora è stato aMMore a prima vista, con conseguente desiderio di recuperare il recuperabile su questo particolare figuro (non ho detto figo, eh. Figuro.). Il recupero, ahimé, verte soprattutto sulla serie TV Misfits e sul mix di film e miniserie targato This is England, cosa che richiederà un po' di tempo, ma Gilgun ha avuto modo di partecipare anche ad un paio di film tra cui questo e un altro paio di pellicole che dovrei guardare prossimamente. Stavolta diciamo che è andata bene ma non benissimo: effettivamente il buon Joseph qui ha un ruolo abbastanza consistente, per quanto limitato al minacciare la povera Maggie Grace e concupirla uccidendo gente a destra e manca, per giunta il make up col quale l'hanno imbruttito è particolarmente fantasioso, ma Lockout in sé non è proprio uno di quei film da vedere a tutti i costi (tra l'altro ritrovarsi a parteggiare per uno psicopatico non ha giovato al mettere in prospettiva l'intera vicenda, insomma). Trattasi in soldoni di un action "alla Bruce Willis" con Guy Pearce al posto dell'adorato pelatone, nel quale lo stereotipato personaggio duro e chiacchierone è costretto a scontrarsi contro non meno di un centinaio di bruti violenti, con l'aggiunta di quel tocco spaziale-zamarro che fa molto Luc Besson. Come dite? Tutto ciò vi ricorda qualcosa, diciamo un 1997: fuga da New York? Beh, a Carpenter sì, tant'è che ha fatto causa per plagio a Besson e soci e ha pure vinto. Ma fingiamo di non aver scritto l'ultima riga e continuiamo. A far da corollario ci sono degli alti papaveri che vanno dall'ironico/compiacente all'ironico/stronzo mentre l'eroina di turno è una figlia di papà stranamente non viziata ma anche troppo idealista, che nel corso del film rischierà di venire violentata o uccisa più di una volta, cosa che la porterà inevitabilmente a riconsiderare i suoi alti ideali e a vivere come una fanciulla normale (leggi: che l'eroe possa portarsi a letto) mentre i cattivissimi carcerati sono tutti delle brutte facce intercambiabili, eclissati dall'indubbio carisma del folle personaggio di Gilgun.


Rispetto ad altri film simili, Lockout è giusto un pelo più fantascientifico e violento, piuttosto specifico per quel che riguarda alcune operazioni mediche che potrebbero spingere i più sensibili a voltarsi un attimo dall'altra parte (io ve lo dico, c'entrano occhi ed aghi. Lettori avvisati...) e, neanche a dirlo, da facepalm per quanto concerne l'incredibile fortuna dell'eroe e dell'eroina e l'ancor più incredibile noncuranza per il resto del cast: ingegneri vengono falciati senza pietà, cittadini vengono crivellati di colpi a causa del grilletto facile della polizia e, soprattutto, detenuti vengono usati come cavie da laboratorio causando giusto un'alzata di sopracciglio a Pearce e un brividino di dispiacere alla Grace. Passando alla realizzazione, direi che George Lucas (seguendo le orme di Carpenter) avrebbe potuto tranquillamente citare per plagio i registi e gli sceneggiatori di Lockout visto il finale praticamente identico a quello del primo Guerre stellari, un bailamme di navicelle spaziali, droni e bombe che vanno ad aggiungersi al florilegio di esplosioni di cui è costellato il film, dall'inizio alla fine. Se poi vi chiederete, mentre scorrono i titoli di coda, il significato della valigetta alla quale tutti sembrano così interessati e che costituisce il fulcro iniziale della trama, sappiate che probabilmente Besson e soci sarebbero costretti a dare dei soldi anche a Tarantino oltre che a Lucas, visto che tutti la guardano contenti come Jules in Pulp Fiction ma nessuno ha la bontà di spiegare allo spettatore il motivo di tutto 'sto casino. Beh, io invece ve l'ho spiegato perché ho scelto di guardare Lockout e vi direi che se non siete stati colti dalla mia stessa Gilgunmania potete anche bypassare e cercare qualche film più impegnativo e meno supercazzola.


Di Guy Pearce (Snow) e Peter Stormare (Scott Langral) ho già parlato ai rispettivi link.

James Mather è il co-regista e co-sceneggiatore della pellicola, per ora al suo primo e unico lungometraggio. Irlandese, lavora principalmente come direttore della fotografia, per esempio in film come Frank.
Stephen St. Leger è il co-regista e co-sceneggiatore della pellicola, per ora al suo primo e unico lungometraggio. Irlandese, lavora principalmente come assistente alla regia, per esempio in serie come Vikings.


Maggie Grace interpreta Emilie Warnock. Americana, la ricordo per film come The Fog - Nebbia assassina, The Experiment, Breaking Dawn - Parte I e II, inoltre ha partecipato a serie come CSI - Miami, Cold Case e Lost. Anche produttrice, ha 33 anni e quattro film in uscita.


Vincent Regan interpreta Alex. Inglese, ha partecipato a film come Giovanna D'Arco, 300, Ghost Rider - Spirito di vendetta e Biancaneve e il cacciatore. Ha 51 anni e quattro film in uscita.


Joseph Gilgun interpreta Hydell. Inglese, meraviglioso Cassidy della serie Preacher (della quale parlerò appena finita la prima stagione), ha partecipato a film come This Is England, Harry Brown, Pride, The Last Witch Hunter - L'ultimo cacciatore di streghe e ad altre serie come This is England '86, This is England '88, Misfits e This is England '90. Ha 32 anni e due film in uscita.


Se vi state chiedendo dove l'avete già visto sappiate che Lennie James, che interpreta Harry Shaw, è l'ammorbante Morgan della serie The Walking Dead. Detto questo, se Lockout vi fosse piaciuto recuperate 1997: Fuga da New York e Fuga da Los Angeles. ENJOY!

martedì 12 luglio 2016

The Zero Theorem (2013)

Estate è tempo di recuperi cinematografici. Ciò non vale tanto per il singolo utente, quanto proprio per i distributori, i quali si svegliano malamente e, ovviamente, in ritardo per portare in poche sale semivuote film come The Zero Theorem, diretto nel 2013 dal regista Terry Gilliam.


Trama: Qohen è un genio dei computer, disadattato e zeppo di fobie, che da anni aspetta "quella" telefonata capace di cambiargli la vita e renderlo felice. Un giorno il Management della ditta per cui lavora gli affida il compito di risolvere la terribile formula matematica denominata "The Zero Theorem", atta a dimostrare come tutto sia vanità...


Da quando ho cominciato a sviluppare la passione per il cinema mi sono spesso ritrovata a chiedermi perché determinati film non godano della fama e del successo che meriterebbero e lo stesso vale per i registi. Il povero Terry Gilliam viene trattato sempre malissimo e non solo dalla terrificante distribuzione italiana, che ha aspettato ben tre anni per fare arrivare The Zero Theorem in sala, eppure i suoi film hanno sempre quel non so che capace di renderli unici, graffianti, ironici e bellissimi. Non ho detto facili, ci mancherebbe, sebbene il suo ultimo lavoro sia uno dei più "a misura d'uomo", se posso permettermi, oltre che zeppo di rimandi al capolavoro Brazil; tuttavia, siccome sono decenni che non guardo la pellicola con De Niro, non mi addentrerò in scomodi confronti e mi limiterò a parlare di The Zero Theorem, film ambientato in un futuro distopico neppure troppo diverso dal nostro presente, in cui ogni cosa, a maggior ragione se incomprensibile e vana, dev'essere ridotta a misura d'uomo, resa comprensibile e "venduta", condannando di fatto l'umanità al decadimento perpetuo e alla totale assenza di contatti o emozioni che non siano preconfezionati e "gestibili", se non addirittura di comodo. In tal senso, Qohen ha già un piede nella fossa, per così dire. Misantropo, afefobico e costretto a parlare in seconda persona plurale a seguito di una terapia psichiatrica, Qohen vive isolato all'interno di una chiesa sconsacrata ed esce solo per andare a lavorare alla Mancom, ditta in cui è impiegato come hacker col compito di "schiacciare entità"; a differenza di altri, tuttavia, Qohen è dotato di una fede incrollabile verso una "telefonata" che potrebbe dare finalmente un senso alla sua esistenza rendendolo così finalmente felice e, nella sua costante ricerca di questo "segno divino", diventa facile preda delle macchinazioni del Management della Mancom, un ingannevole quanto misterioso Grande Fratello. Tra ragazzini geniali ma spersonalizzati, terrificanti buchi neri che minacciano di inghiottire la realtà e donne fatali dotate di un grande cuore, la tragedia umana di Qohen si snoda davanti allo spettatore che non può fare altro che provare pietà per quest'uomo così triste e bisognoso di ritrovare sensazioni dalle quali egli stesso ha scelto di tagliarsi fuori. La grottesca ironia che pervade The Zero Theorem, cifra stilistica del migliore Gilliam, non riesce a celare la natura fondamentalmente triste e claustrofobica della distopia rappresentata nella pellicola, tanto che persino il finale, per quanto a modo suo poetico e "rivelatore", non offre il sollievo sperato e lascia più di qualche dubbio.


La trama di The Zero Theorem poggia quasi interamente sulle spalle di un Christoph Waltz immenso che, per una volta, attenua un po' la sua tendenza a gigioneggiare per incarnare un personaggio allo stesso tempo freddo e vulnerabilissimo, dolorosamente consapevole delle storture del mondo in cui è costretto a vivere ma incapace di trovare salvezza nonostante questa sua particolare sensibilità (tanto da essere convinto di essere costantemente in punto di morte). Il fatto che l'attore sia costretto spesso e volentieri ad interagire con schermi animati o personaggi non presenti fisicamente non toglie nulla alla sua sentita interpretazione, anzi: vederlo abbracciare idealmente il vuoto oppure imporre la propria volontà sul paesaggio circostante da l'idea della terribile solitudine del personaggio e della sua grande speranza di raggiungere un mondo migliore. Ad affiancarlo ci sono fior di caratteristi come David Thewlis, che adoro sempre più ad ogni film in cui mi capita di vederlo, una Tilda Swinton sempre più meravigliosamente assurda e due volti per me sconosciuti come quelli di Lucas Hedges e Mélanie Thierry che non ho potuto fare a meno di amare, soprattutto per quel che riguarda l'attrice francese, uno scoppiettante mix di sensualità, allegria e romanticismo. Le vere protagoniste del film sono però le splendide scenografie. Girato interamente in Romania per abbattere i costi di produzione, The Zero Theorem è ambientato quasi interamente all'interno di una chiesa sconsacrata ricostruita in studio, la quale contiene elementi dello stile Ortodosso (vedi i muri pesantemente affrescati, con i volti che scrutano Qohen) e di quello Anglicano/Cattolico, riconoscibili nell'organo, nell'altare e nel vestibolo all'ingresso, un ambiente chiuso che credo sia tra i più belli che mi sia capitato di vedere in un film recente. Non che il resto delle location sia meno bello, anzi: il luogo dove Joby organizza il party ha la stessa decadente bellezza della chiesa in cui vive Qohen mentre le strade dove si muovono i personaggi sono un trionfo di fantasioso caos e persino gli ambienti virtuali sono incredibilmente piacevoli da vedere. Insomma, The Zero Theorem sazia gli occhi, il cuore e la mente quindi vi consiglio di recuperarlo il prima possibile!


Del regista Terry Gilliam ho già parlato QUI. Christoph Waltz (Qohen Leth), David Thewlis (Joby), Peter Stormare (Dottore), Ben Whishaw (Dottore), Matt Damon (Management) e Tilda Swinton (Dr. Shrink-ROM) li trovate invece ai rispettivi link.


Lucas Hedges, che interpreta Bob, aveva già partecipato sia a Moonrise Kingdom che a Grand Budapest Hotel. Detto questo, se The Zero Theorem vi fosse piaciuto recuperate Brazil, L'esercito delle 12 scimmie e The Congress. ENJOY!

venerdì 6 marzo 2015

Clown (2014)

A novembre succedeva questa cosa orribile. Clown, diretto e co-sceneggiato nel 2014 dal regista Jon Watts e prodotto da Eli Roth, veniva "distribuito" solo in Italia, primo ed unico Paese al mondo a godere di tale privilegio (in Inghilterra e USA il film esce ora straight to video). Mi spiace per i realizzatori della pellicola ma la distribuzione italiana è gestita da fessi e questo è il motivo per cui Clown l'avranno visto in quattro gatti e io riesco a parlarne solo adesso...


Trama: Kent, padre di famiglia, si traveste da clown per il compleanno del figlioletto. La sera non riesce più a togliersi né il costume né il trucco e lo stesso accade il giorno dopo, quando ulteriori tentativi portano l'uomo a ferirsi molto seriamente. Ma altri terribili cambiamenti aspettano Kent al varco...



I già citati quattro gatti che avevano avuto la fortuna di vedere proiettato Clown al cinema non erano stati molto teneri con la pellicola prodotta da Eli Roth. In questi giorni mi sono dunque accinta alla visione con animo gonfio di tristi presagi leggermente mitigati dall'atavico terrore che la figura del pagliaccio notoriamente mi suscita. Sinceramente, non so cos'ha visto la gente ma posso dire che a me Clown è piaciuto e anche molto. Intanto fa davvero paura perché costruisce l'orrore a poco a poco ma lascia comunque sempre intuire allo spettatore quello che succederà, lasciandolo costantemente sul chi va là ad aspettare il peggio. E il peggio, per una volta, arriva. Arriva di brutto. La dolorosa simbiosi tra Kent e il terribile costume da clown è solo l'inizio di un incubo che non guarda in faccia nessuno e che ravviva due dei più efficaci cliché horror della storia del cinema (la possessione demoniaca e il clown, appunto) mescolandoli tra loro con abbondanza di cattiveria, gore e un goccio di approfondimento psicologico che male non fa. Clown non racconta nulla di nuovo, però lo racconta molto bene; la pellicola di Watts soffre di qualche lungaggine nella parte centrale ma in generale dosa bene i tempi della suspance, non ricorre all'effetto "salto sulla sedia" e, soprattutto, per una volta i personaggi fanno cose credibili compiendo anche terribili errori coerenti col loro modo d'essere (sul finale, le scelte di Meg e di suo padre fanno accapponare la pelle quasi più del mostruoso pagliaccio) e persino escamotage come found footage, libri dall'aspetto antico ed "esperti" della maledizione in oggetto funzionano egregiamente senza puzzare di "deus ex machina" messo lì perché lo sceneggiatore non sapeva come mandare avanti la storia.


Ad avermi colpita durante la visione è stato però soprattutto il fatto che Clown è girato benissimo e la cosa mi ha stupita ancor più visto che Jon Kent viene dalla televisione. Fin dalla primissima immagine Clown si dichiara profondamente scorretto, di quella scorrettezza che un horroromane non può non amare: su un frenetico montaggio di immagini dolciotte fatte di torte e clown si sentono dei bimbi che strillano a più non posso. Di terrore? Di gioia? Lo spettatore lo scoprirà di lì poco ma l'impatto iniziale è già molto feroce, una sorta di invito ad aspettarsi qualunque cosa. Ci sono altre sequenze estremamente azzeccate e ben girate nel corso di Clown (la migliore, che ogni stronzo esordiente convinto di poter sbattere a destra e manca la cinepresa per girare un horror dovrebbe studiare inquadratura per inquadratura, riesce a trasformare in un ansiogeno labirinto una di quelle costruzioni fatte di tubi e scivoli e scusate se è poco), importantissimo pregio che va a braccetto con un'intelligente gestione del make up. L'attore Andy Powers "cambia" letteralmente sotto gli occhi dello spettatore, grazie anche a sapienti giochi di luci ed ombre che rendono il suo volto ancora più inquietante di quanto già non facciano trucco, protesi e lenti a contatto, inoltre lui ci mette del suo a rappresentare la sofferenza di un uomo consumato da un'entità incontrollabile, crudele e perennemente affamata. E' vero che il finale l'ho trovato, come spesso succede, un po' sbrigativo e in qualche modo banale ma almeno i realizzatori non hanno usato la CG per rendere le scene più "spettacolari" e, soprattutto, in generale l'intero film sembra uscito dritto dalla penna di uno Stephen King tornato in splendida forma: l'orrore che esplode all'improvviso, gettando a gambe all'aria la vita di persone normali. Ce ne fossero di pellicole così, gente. Stavolta il mio cialtronetto preferito ha davvero dato il bianco!


Di Peter Stormare (Karlsson), Eli Roth (Frowny il Clown) e Laura Allen (Meg) ho già parlato ai rispettivi link.

Jon Watts è il regista e co-sceneggiatore della pellicola. Probabilmente americano, ha all'attivo dei corti e altri lavori televisivi. Anche produttore, attore e animatore, ha in uscita il film Cop Car, un thriller con Kevin Bacon.


Andy Powers interpreta Kent. Probabilmente americano, ha partecipato a serie come Squadra emergenza, Taken, Oz, NYPD, CSI - Scena del crimine e E.R. Medici in prima linea. Ha un film in uscita.



Senza volerlo abbiamo pubblicato in contemporanea con Il giorno degli zombi! Check out il post di Lucia QUI!

mercoledì 19 marzo 2014

Il grande Lebowski (1998)

Dopo non so più ormai quante migliaia di anni, in questi giorni ho deciso di riguardare Il grande Lebowski (The Big Lebowski), diretto e sceneggiato nel 1998 da Joel ed Ethan Coen.


Trama: Jeffrey Lebowski, detto il Drugo, viene aggredito da due delinquentelli a causa di uno scambio di persona. Deciso ad essere risarcito (i due hanno gli hanno pisciato sul tappeto che “dava un tono all’ambiente”), il Drugo va a cercare il suo omonimo Grande Lebowski, infilandosi così in un’intricata vicenda di denaro e rapimenti…


La prima volta che vidi Il grande Lebowski ci rimasi così male che per poco non buttai via la videocassetta. Folgorata da quello che per me, a tutt'oggi, è il capolavoro dei fratelli Coen, ovvero Fargo, immaginatevi come posso essermi sentita davanti a questa verbosissima commedia grottesca fatta di equivoci e deliri con una trama esilissima dove fondamentalmente è il caos a farla da padrone e dove, alla fin fine, succede davvero poco. Probabilmente il mio pensiero all'epoca sarà stato "Ma come? Nessun morto ammazzato? E quindi? Il sangue dov'è, dov'è la giusta vendetta di un incazzatissimo Walter o Drugo? Perché c'è quella patata lessa della Moore?". Per fortuna questi dubbi amletici non sono risorti dopo più di 10 anni di ostinata inimicizia, perché Il grande Lebowski non è riuscito a scalzare Fargo dalla classifica ma è davvero un film divertentissimo, zeppo di dialoghi esilaranti, interpretato da grandissimi attori... e capisco anche come il buon Drugo (The Dude in originale) possa aver dato vita ad un culto del dudeismo che conta parecchi seguaci perché se tutti prendessimo la vita come lui probabilmente il mondo sarebbe un posto migliore. Drugo Lebowski è la perfetta sintesi del "se per caso cadesse il mondo io mi sposto un po' più in là", l'incarnazione biblica della Terra che, mentre una generazione passa e l'altra giunge (cosa che, effettivamente, accade nel film), sta lì immota ad aspettare in eterno, senza apparentemente venire toccata dalle vicende umane: dategli un White Russian e una canna e il Drugo solleverà il mondo o, meglio, aspetterà che voi lo solleviate con lui seduto sopra. Principe dei loser Coeniani, lui nel suo essere outsider ci sguazza e, se ci pensate bene, effettivamente tutte le disavventure che gli capitano nel film derivano dal fatto che gli altri lo spingano ad uscire dal comodo guscio che si è creato e ad essere un "avido" criminale e ricattatore.


Il Drugo è una spugna e non solo perché beve come un carcamanno. Si lascia trascinare dalla follia guerrafondaia dell'amico Walter, dai problemi del Grande Lebowski e dal fascino dell'indipendente Maude e da ognuno di loro, anzi, da ogni cosa che lo circonda afferra frasi, concetti, modi di dire che troverà modo di ripetere ad eventuali nuovi interlocutori o si affastelleranno nelle deliranti sequenze oniriche girate da degli ispiratissimi Coen. La struttura stessa de Il grande Lebowski è un delirio, imprevedibile quanto il suo fattissimo protagonista: raccontato in prima persona come un noir dalla quintessenza dell'americanità (un cowboy, nientemeno), inserisce di tanto in tanto personaggi iconici che hanno davvero pochissima funzionalità all'interno della trama e interrompe la narrazione con i sogni del Drugo che, in definitiva, riassumono la situazione fino a quel momento filtrandola attraverso l'occhio del subconscio che ingigantisce dettagli apparentemente insignificanti tratti da varie scene e avvenimenti. Lo spettatore non può fare altro che perdersi in questo delirio e ridere della goffaggine del Drugo e compari, simpatizzando con loro fin dal primissimo istante nonostante Walter sarebbe da prendere a schiaffi ogni due per tre (ma d'altronde, chi non ha un amico fanatico ed impulsivo?).


Jeff Bridges si annulla completamente in una delle interpretazioni più memorabili della sua carriera, arrivando ad interpretare una vera forza (immota) della natura, una persona che "conforta" sapere che c'è; personalmente, nonostante le mise inguardabili e la sbronza costante, l'ho trovato anche bellissimo come uomo ma qui si parla di devianza, lasciate stare. John Goodman è la forza opposta: se il Drugo è l'occhio del ciclone, Walter è lo tsunami che passa e lascia distruzione ovunque, assolutamente certo delle sue idee e dei suoi mezzi fino a prova contraria. L'attore offre una prova grandiosa e a farne le spese, come giusto contrappasso dopo la logorrea di Fargo, è il povero Steve Buscemi che viene costantemente e malamente zittito dal ciccione guerrafondaio ma, in qualche modo, riesce comunque a risultare indispensabile nel suo fragile, piccolo silenzio. Indimenticabili anche Philip Seymour Hoffman, Peter Stormare, Julianne Moore, John Turturro (favoloso!!!!) e David Huddleston, ognuno a modo loro, ognuno parte integrante di questo folle noir dei poveri orchestrato dai fratelli Coen. E, a proposito di orchestra, meravigliosa anche la colonna sonora, nella quale spicca un'Hotel California versione Gipsy Kings che mi fa stramazzare a terra dalle risate ancora adesso. Sono passati dieci anni, come dicevo... e finalmente con Il grande Lebowski ho fatto pace, al punto da arrivare a considerarlo un gioiello, sebbene non un cult assoluto. Meglio tardi che mai, no?


Dei registi e sceneggiatori Joel ed Ethan Coen ho già parlato qui. Jeff Bridges (Jeffrey "Drugo" Lebowski), John Goodman (Walter Sobchak), Julianne Moore (Maude Lebowski), Steve Buscemi (Theodore Donald 'Donny' Kerabatsos), Philip Seymour Hoffman (Donnie), Tara Reid (Bunny Lebowski), Peter Stormare (Karl Hungus), David Thewlis (Knox Harrington) li trovate invece ai rispettivi link.

David Huddleston interpreta il Grande Lebowski. Americano, ha partecipato a film come Mezzogiorno e mezzo di fuoco, I due superpiedi quasi piatti, Nati con la camicia, Qualcosa di cui... sparlare, The Producers e a serie come Vita da strega, Kung Fu, Charlie's Angels, Magnum P.I., La signora in giallo, Colombo, Lucky Luke, Walker Texas Ranger Una mamma per amica. Anche regista e produttore, ha 84 anni.


Mark Pellegrino (vero nome Mark Ross Pellegrino) interpreta lo scagnozzo biondo di Treehorn. Americano, ha partecipato a film come Arma letale 3, Il mondo perduto - Jurassic Park, Mulholland Drive, The Hunted - La preda, Il mistero dei templari, Truman Capote, Number 23 e a serie come Hunter, Racconti di mezzanotte, Renegade, E.R. - Medici in prima linea, Nash Bridges, X- Files, N.Y.P.D., Grey's Anatomy, Dexter, Prison Break, Numb3rs, Criminal Minds, Fear Itself, Ghost Whisperer, CSI - Scena del crimine, Lost, il pilot di Locke & Key (sarebbe stato Rendell ç_ç), CSI: Miami Supernatural. Ha 49 anni.


John Turturro interpreta Jesus Quintana. Americano, lo ricordo per film come Toro scatenato, Cercasi Susan disperatamente, Hannah e le sue sorelle, Il colore dei soldi, Fa' la cosa giusta, La tregua, Fratello, dove sei?, Terapia d'urto, Secret Window Zohan - Tutte le donne vengono al pettine, inoltre ha partecipato a serie come Miami Vice e Monk. Anche regista, sceneggiatore e produttore, ha 57 anni e cinque film in uscita.


Sam Elliott (vero nome Samuel Pack Elliott) interpreta lo Straniero. Americano, ha partecipato a film come Un poliziotto in blue jeans, Scappatella con il morto, Hulk, Ghost Rider e a serie come Missione impossibile, inoltre ha doppiato un episodio di Robot Chicken. Anche produttore e sceneggiatore, ha 70 anni e due film in uscita.


Tra gli altri interpreti segnalo la presenza di Flea, bassista dei Red Hot Chili Peppers, che compare nei panni di uno dei compari di Karl Hungus, mentre l'ex compagno di Madonna Carlos Leon interpreta uno degli scagnozzi di Maude; altre guest star eccellenti sono Charlie Kaufman, che siede tra il pubblico durante lo spettacolo teatrale e la musicista Aimee Mann, l'unica donna nel gruppo di tedeschi. Tra quelli che "non ce l'hanno fatta" figura invece Charlize Theron, brevemente considerata per il ruolo di Bunny. Per finire, se Il grande Lebowski vi fosse piaciuto, recuperate Fargo e gli altri film dei Coen. ENJOY!

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