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mercoledì 19 giugno 2019

Beautiful Boy (2018)

Erano tre i film che volevo vedere questa settimana e uno era Beautiful Boy, diretto e co-sceneggiato nel 2018 dal regista Felix van Groeningen a partire dalla biografia omonima di David Sheff e dall'autobiografia Tweak di Nic Sheff.


Trama: Nic, ragazzo di belle speranze circondato da familiari che lo adorano, subisce il fascino delle metanfetamine e comincia un travaglio a base di riabilitazioni e ricadute...


Come al solito, tagliamo subito la testa al toro. Non ho letto Beautiful Boy, benché ne esista la versione italiana, men che meno Tweak. Di quest'ultima cosa, sinceramente, mi dolgo. Servirebbe, immagino, il punto di vista di Nic Sheff per capire il motivo per cui un ragazzo che dalla vita ha avuto tutto (e non parlo tutto in senso Elkaniano, ovvero soldi ed ignoranza, quanto ciò che davvero conta, in primis l'amore di una famiglia) decida di ammazzarsi di droghe fino a raggiungere picchi di depravazione a livello Trainspotting, tra eroina e metanfetamine. Non mi basta il dottore interpretato da Timothy Hutton, veicolo di uno spiegone medico sull'azione della droga a livello neurologico, importante solo dal momento in cui la dipendenza di Nic è già a un punto di non ritorno; non mi basta il solito diario "bello e maledetto" in cui si parla di vita in bianco e nero che solo la droga riesce a colorare; non mi basta lo "smetto quando voglio", non quando parte da un ragazzo colto e consapevole. A costo di sembrare leghista ed insensibile, ora come ora davanti ad un film simile mi viene da dire solo che il protagonista è semplicemente uno stronzo di prima categoria, non solo stronzo perché costringe i genitori e la famiglia a subire un'ordalia senza fine ma proprio stronzo perché non ci arriva, perché ha buttato via la sua esistenza senza un motivo plausibile. Odio e fastidio sono dunque le sensazioni predominanti che mi ha trasmesso Beautiful Boy, film waspissimo in cui il protagonista può fare, passatemi il francese, il buliccio col culo degli altri perché papino lavora come giornalista per Rolling Stone o il Times (tra gli altri) e conseguentemente ha i soldi, i mezzi, le conoscenze per star dietro a quell'oloturia di figlio che la natura gli ha appioppato e l'unica cosa sensata che accade nel film è quando papino, bontà sua, dopo due ore di sofferenza, decide di mandare al diavolo il figlio al grido di "Sai cosa? Ammazzati, che mi frega, ormai ci rinuncio". Capisco che il punto sia proprio non capire, anche perché altrimenti non esisterebbe il libro scritto da un padre incapace di accettare che il suo beautiful boy gli sia scivolato via dalle mani diventando una creatura altra, mi rendo anche conto di avere davanti una storia vera, ma francamente non comprendo l'obiettivo di un film simile: per due ore si sottolinea l'inutilità sia delle strutture di cura sia dell'amore familiare, poi nelle didascalie finali si invita gli spettatori a cercare aiuto presso le associazioni competenti e a non mollare? Ah beh, grazie al pazzo. Ma non siamo tutti giornalisti/artisti/alberi della cuccagna gonfi di soldi, la volontà e la forza d'animo in certi casi servono proprio a poco.


Felix van Groeningen, anche autore della sceneggiatura, ha avuto palesemente molto materiale da cui partire, ma da quello che ho percepito è riuscito a grattarne giusto la superficie. Bella l'idea di frammentare la storia di David e del figlio Nic, dando allo spettatore l'impressione di avere davanti uno stream of consciousness in cui il presente diventa passato e viceversa, tra ricordi ed esperienze chiave estrapolate dal tempo in cui sono avvenute, viste ora attraverso l'occhio del padre ora attraverso quelli del figlio, tuttavia, proprio per la difficoltà di empatizzare con almeno uno dei protagonisti, si ha spesso l'impressione di avere davanti delle "scenette" fini a se stesse, che messe insieme formano un quadro poco soddisfacente. Peccato, perché Steve Carell è meraviglioso, surclassa brutalmente un Timothée Chalamet che conferma, ancora una volta, la sua capacità di starmi sulle palle a pelle e di aver confuso buona parte del pubblico convincendolo di essere bravo bravo in modo assurdo mentre invece ha solo una bellezza particolare che lo rende diverso da tanti attori della sua età (cosa che avevo già intuito in Lady Bird, senza scomodare Chiamami col tuo nome, lui e quella pesca del menga); benché più in sordina, ho apprezzato anche la sempre valida Maura Tierney con quel suo aspetto di donna segnata dalla vita eppure dotata di un cuore enorme, capace di sostenere in silenzio i suoi folli familiari, e le uniche volte che ho avuto un groppo alla gola guardando Beautiful Boy è perché mi sono immedesimata in questa signora costretta a vedere il marito impazzire per colpa di un figliastro adorato anche da lei. In breve, Beautiful Boy non mi ha fatto schifo, quello no, però gli riconosco una natura disonesta e paracula che me lo ha reso antipatico nonostante i suoi tanti pregi. Se siete meno "nazisti" di me potreste anche dargli un'occhiata, magari troverete il film dell'anno, chissà.


Di Steve Carell (David Sheff), Timothée Chalamet (Nic Sheff), Timothy Hutton (Dr. Brown) e Amy Ryan (Vicki) ho già parlato ai rispettivi link.

Felix van Groeningen è il regista e co-sceneggiatore della pellicola. Belga, ha diretto film come Alabama Monroe - Una storia d'amore. Anche produttore, ha 42 anni.


Maura Tierney interpreta Karen Barbour. Americana, la ricordo per film come Bugiardo bugiardo, Instinct - Istinto primordiale e Insomnia, inoltre ha partecipato a serie quali Casa Keaton e E.R. - Medici in prima linea. Anche produttrice, ha 54 anni e film in uscita.


Jack Dylan Grazer, che interpreta Nic a 12 anni, è stato e sarà ancora l'Eddie Kapsbrak di It. Se Beautiful Boy vi fosse piaciuto recuperate i recenti Boy Erased - Vite cancellate e Ben is Back. ENJOY!

domenica 7 gennaio 2018

Tutti i soldi del mondo (2017)

Stanotte assegnano i Golden Globe. Dei film in gara ne avrò visto tre e anche per questo sabato ho costretto il Bolluomo ad andare a vedere l'ultimo film di Ridley Scott, Tutti i soldi del mondo (All the Money in the World), da lui diretto nel 2017, tratto dal libro omonimo di John Pearson e candidato a tre Golden Globe (Christopher Plummer Miglior attore non protagonista in un film drammatico, Michelle Williams Migliore attrice protagonista in un film drammatico, Ridley Scott Miglior regista di film drammatico).


Trama: Il nipote del famoso miliardario Paul Getty viene rapito in Italia. La madre e un collaboratore del nonno cercano di recuperare i soldi del riscatto, che il vecchio rifiuta di pagare...


Tutti i soldi del mondo è un film che mi ha scioccata. Non tanto per la visione di Christopher Plummer al posto di Kevin Spacey (ma posso dire che, forse, cambiare attore non è stata nemmeno una brutta cosa? Nei panni del vecchio maledetto ci vedo meglio Plummer piuttosto che Spacey con quel trucco posticcio...) quanto per i ragionamenti del protagonista, perle di ordinaria taccagneria che ogni giorno sento nei corridoi dell'azienda per la quale lavoro. Spesso mi ritrovo a chiedermi, e non sono la sola, perché mai qualcuno zeppo di soldi debba agire costantemente ponendosi nei confronti del proprio interlocutore come se quest'ultimo volesse fregarlo, a prescindere da qualunque argomento si stia discutendo (SPOILER: il film non lo spiega). Mi si è spezzata la matita e vengo a chiederti di poterla cambiare? Viziata, continua col mozzicone! Il soffitto mi sta crollando in testa? Ah, figuriamoci, sembrerà a te! Dovrei andare dal dottore, non sto bene. "Seh, scuse per prendersi un giorno di ferie". Un, guarda il fornitore che mi ha fatto un regalo! "Non è possibile, dove ca**o è il mio???" And so on. Paul Getty uguale. L'uomo più ricco del mondo viene portato sullo schermo da Ridley Scott come un Paperon De' Paperoni afflitto dal terrore di poter prendere una fregatura e quindi sempre pronto ad agire d'anticipo mettendola nello stoppino al prossimo; unici legami sicuri del vecchio barbogio sono gli oggetti d'arte, perenni, immutabili e di facile comprensione, arido conforto di un uomo che nella vita ha sempre tenuto le distanze dagli esseri umani che non fossero suoi dipendenti (e anche questi ultimi avevano vita breve...). Nel momento in cui il "nipote prediletto" viene rapito, il vecchio miliardario ovviamente fa spallucce, riuscendo in tempo zero a svalutare la vita del ragazzo e lasciando che sia la madre dello stesso a togliere le castagne dal fuoco con i soldi che la sventurata non ha, terrificante vendetta per un affronto subito anni prima. Come un novello Mazzarò, Getty identifica figli e nipoti, ovvero il "sangue", con la Roba ma, come per tutti gli oggetti di valore da lui posseduti, il maledetto cerca di tirare sul prezzo anche in condizioni estreme e Scott non esita a mostrarcelo impegnato ad acquistare opere d'arte ed eleganti magioni mentre al nipote viene tagliato un orecchio di fronte all'ennesima "svalutazione" della merce.


Un po' thriller e un po' biografia, Tutti i soldi del mondo ci catapulta in un'Italia anni '70 che non era solo Dolce Vita ma anche rapimenti, camorra e criminalità gestita da gente poco più istruita di un contadinasso qualsiasi e l'ambiente brutto e sporco delle cascine calabresi, arse dal sole, fa da contraltare al cupo e freddo maniero inglese di Getty o dei suoi efficienti uffici, all'interno dei quali si discute di soldi mentre la gente fuori muore. In tutto questo, la povera Gail Harris, nuora di Getty, si ritrova ad essere considerata ricca e priva di scrupoli non solo da un branco di criminali ma anche dalla stampa affamata di scandali, quando la realtà è che dal matrimonio con un rampollo di ricchissima famiglia la donna non ha mai ricavato altro che sofferenza ed umiliazioni; il destino di Gail è quello di vedersi portare via le persone amate a causa della ricchezza, di arrivare ad odiare il denaro e la Famiglia e di ritrovarsi tuttavia sempre più infognata all'interno di un Impero dove chiunque vorrebbe mettere le mani tranne lei. La storia che scorre sullo schermo (la quale, viene specificato più volte, è stata MOLTO romanzata) alterna epiche immagini "alla Scott", con la neve tra le rovine romane, sterminati campi di grano, giornali che si animano quasi volessero attaccare il loro lettore, a quelli che mi sono sembrati azzeccati omaggi al poliziottesco violento e alle atmosfere Sorrentiniane de La grande bellezza ma forse ciò che mi ha colpita di più è la cura riposta nella realizzazione degli interni della magione di Getty, talmente piena di opere d'arte che riconoscere ogni stile ed autore è stato praticamente impossibile, almeno per me. Gli attori mi sono sembrati tutti in parte, Plummer e Michelle Williams in primis benché non da Golden Globe, ma rimpiango di non aver potuto vedere il film in lingua originale perché il ridoppiaggio in italiano di molti attori autoctoni mi ha fatto letteralmente accapponare la pelle tanto mi è parso forzato (forse perché c'è molta differenza tra chi è doppiatore e chi si ritrova in sala doppiaggio per la prima volta?); fortunatamente la cosa non ha inficiato la visione del film, che si conferma solido e capace di intrattenere e far riflettere. Con buona pace dei fan di Kevin Spacey, che vi devo dire.


Del regista Ridley Scott ho già parlato QUI. Michelle Williams (Gail Harris), Christopher Plummer (J. Paul Getty), Mark Wahlberg (Fletcher Chase), Timothy Hutton (Howard Hinge) e Marco Leonardi (Mammoliti) li trovate invece ai rispettivi link.

Nicolas Vaporidis interpreta il Tamia. Nato a Roma, lo ricordo per film come Notte prima degli esami e Notte prima degli esami - Oggi, inoltre ha partecipato a serie quali Carabinieri. Anche produttore, ha 36 anni e un film in uscita.


E' risaputo, e non devo essere io a ricordarlo, che Christopher Plummer ha rimpiazzato Kevin Spacey dopo gli scandali sessuali che hanno coinvolto quest'ultimo; tuttavia, Plummer era già nella rosa di candidati papabili per i ruolo (assieme a Jack Nicholson e Gary Oldman tra l'altro) e, oltre ad avere già letto lo script, aveva anche incontrato Getty ad alcune feste negli anni '60. Quello che forse non sapete però è che il ruolo di Gail Harris era stato offerto prima ad Angelina Jolie poi a Natalie Portman, che hanno entrambe rifiutato. Detto questo, se Tutti i soldi del mondo vi fosse piaciuto potete recuperare The Counselor - Il procuratore anche se a me proprio non è garbato. ENJOY!

martedì 5 settembre 2017

George Romero Day: La metà oscura (1993)


Il 16 luglio è venuto a mancare il grandissimo regista George A. Romero. Con la solita combriccola di blogger abbiamo aspettato un po' a rendergli omaggio, in quanto il periodo estivo è riuscito a rendere zombie sia noi sia la blogosfera... ma non divaghiamo: alla fine il George Romero Day è arrivato e io ho scelto di parlare de La metà oscura (The Dark Half), diretto e sceneggiato dal regista nel 1993 partendo dal romanzo omonimo di Stephen King. ENJOY!


Trama: dopo aver inscenato il funerale del suo alter ego letterario, lo scrittore Thad Beaumont si ritrova al centro di una serie di feroci omicidi apparentemente commessi proprio da lui...



Ammetto di non avere più riletto La metà oscura credo dai tempi dell'università e di avere guardato il film di Romero solo una volta, probabilmente addirittura prima della lettura del libro. A causa di questo, confesso molto candidamente di non avere un'idea precisissima di quali siano le differenze tra romanzo e film ma affidandomi alla mia scarsa memoria direi che Romero, qui anche in veste di sceneggiatore, sia stato uno dei pochi Autori ad aver offerto al pubblico una trasposizione fedele di un'opera Kinghiana. Se ciò sia stato un bene o un male lo vedremo tra poche righe, adesso vorrei spiegare un attimo cosa intendo per fedeltà. Quando utilizzo questo termine non intendo il rispetto pedissequo di ogni singolo dettaglio presente nel libro bensì di ciò che sta al cuore di esso, la capacità di far risaltare agli occhi dello spettatore ciò che lo scrittore ha voluto comunicare e i motivi che lo hanno spinto a scrivere il romanzo. In questo caso, La metà oscura (sia libro che film) racconta il lento calvario di uno scrittore che ha scelto di liberarsi dei suoi demoni e separarsi, letteralmente, dalla sua "metà oscura", quell'id già romanzato da Stevenson ne Lo strano caso del Dr. Jeckyll e Mr. Hyde che spesso, nel caso degli scrittori, si traduce in pseudonimi dietro i quali l'autore si nasconde per scrivere cose completamente avulse dal suo "personaggio" pubblico. Per chi non lo sapesse (ma dubito che chi segue il Bollalmanacco non lo sappia), anche Stephen King ha avuto un "gemello malvagio", quel Richard Bachman dallo stile ben più cinico e cattivo dell'amato Re, morto per "cancro dello pseudonimo" nel 1985; proprio a lui è stato dedicato quattro anni dopo La metà oscura, libro che non solo parla del rapporto tra uno scrittore costretto a rinunciare ad uno pseudonimo dopo essere stato scoperto da un fan desideroso di ricattarlo, ma che è stato anche il modo Kinghiano di sviscerare il forte desiderio di vincere la battaglia contro l'alcool e le droghe che minacciavano di sopraffarlo e di distruggergli carriera, famiglia e vita. Voi ora direte, ma questo è il tributo a Bachman/King o a Romero? Avete ragione, ma purtroppo il "problema" de La metà oscura è proprio l'essere gemello del romanzo di King, al punto che la personalità di Romero (che aveva collaborato con lo scrittore una decina di anni prima con Creepshow) viene praticamente annullata, causando così un "effetto Monkey Shines": La metà oscura, per quel che riguarda la regia, non è né bello, né brutto, né riconoscibile come pellicola di Romero, è semplicemente un film piatto, che avrebbe potuto girare chiunque, forse persino Mick Garris. Dal punto di vista della sceneggiatura, invece, manca il guizzo autoriale e personale che avrebbe portato la fedeltà di cui sopra a dar vita a lavori indimenticabili come già successo per film come Shining, Carrie, Misery non deve morire, Le ali della libertà, Il miglio verdeThe Night Flier, Cimitero vivente o The Mist, solo per citare alcune opere cinematografiche Kinghiane particolarmente riuscite.


Di fatto, La metà oscura aveva davvero tutto per riuscire, a partire da un budget molto alto. Le difficoltà economiche della casa di produzione Orion Pictures e il suo successivo fallimento hanno sicuramente influito sulla resa visiva del film, che presenta effetti speciali superlativi ma limitati nel numero e chissà cosa avrebbe potuto fare Romero se lasciato libero di dare sfogo alla sua verve gore; purtroppo, lo spettatore può godere "solo" di una disgustosa operazione chirurgica all'inizio, di alcuni omicidi all'arma bianca (probabilmente tagliuzzati qui e là in fase di montaggio) e di un finale che avrebbe fatto fremere d'invidia Hitchcock, con uno dei personaggi divorato fino all'osso da uno stormo di passeri particolarmente assetato di sangue. Anche l'utilizzo dei passeri, una bella sfida per il regista e la produzione, visto che le creaturine presenti sul set erano ben quattromilacinquecento e consumavano quotidianamente, a quel che si legge su internet, una sessantina di litri d'acqua e una quarantina di chili di becchime, eppure anche solo da questo si capisce che Romero era intenzionato a fare le cose in grande. Peccato, di nuovo. Peccato perché Timothy Hutton, attore difficilissimo da trattare e che a più riprese ha anche abbandonato il set, offre un'interpretazione validissima sia di Thad Beaumont che del suo doppio George Stark e anche il resto del cast è di alto livello, a partire dall'adorabile Michael Rooker nei panni dello sceriffo Alan Pangborn, personaggio molto amato dai fan di King e soprattutto unico rappresentante delle forze dell'ordine meritevole di questo nome visto che i poliziotti fanno una figura barbina dopo l'altra. Purtroppo, come già accaduto per il precedente Monkey Shines, La metà oscura si perde, soffre di un ritmo narrativo anche troppo dilatato ed è privo di sequenze realmente memorabili, se escludiamo quelle che ho già citato poco prima e poche altre come il sogno di Thad o la qualità "onirica" dell'omicidio del giornalista col codino. A costo di tornare a ripetermi, di nuovo, peccato. Peccato perché Romero è stato un grandissimo Autore con una sfiga altrettanto grande quando si ritrovava ad uscire dal circuito del cinema indipendente e a soffrirne è stata non solo la sua carriera ma anche una pellicola condannata quasi al dimenticatoio proprio a causa di tutti i difetti che ho elencato. E non è questione di pensare a cosa avrebbero potuto tirarne fuori David Cronenberg o David Lynch, quanto piuttosto a cosa sarebbe uscito se Romero avesse avuto mezzi e denaro per riproporre al meglio le "visioni" dell'amico King. Io sono convinta che ci avrebbe regalato un altro capolavoro.


Romero è comparso spesso sul Bollalmanacco! Innanzitutto col suo capolavoro, La notte dei morti viventi (1968), poi a seguire con...


La stagione della strega (1972)


Martin (1976)


Zombi (1978)


Creepshow (1982)


Monkey Shines - Esperimento nel terrore (1988)


Survival of the Dead - L'isola dei sopravvissuti (2009)


Ed ecco l'elenco dei Blogger che hanno partecipato all'iniziativa!

Redrumia - Il giorno degli zombi
Delicatamente Perfido - La notte dei morti viventi
White Russian - La terra dei morti viventi
Non c'è paragone - La città verrà distrutta all'alba
Combinazione casuale - Martin
Una mela al gusto pesce - Bruiser
Pietro Saba World - Monkey Shines - Esperimento nel terrore
The Obsidian Mirror - George of the dead


domenica 4 novembre 2012

The Alphabet Killer (2008)

Non so cosa mi stia succedendo, ma ultimamente i thriller mi deludono parecchio. E' successo così anche con The Alphabet Killer, diretto nel 2008 dal regista Rob Schmidt.


Trama: un killer misterioso rapisce, stupra e uccide una ragazzina e ne abbandona il corpo in un paese che condivide le stesse iniziali del nome e del cognome della vittima. Indagando sul caso, una detective viene presa sempre più nel gorgo della follia...


No ma COSA sto guardando? E' una domanda che mi è sorta spontanea parecchie volte durante la visione di The Alphabet Killer, film vagamente basato sulla vicenda reale dei cosiddetti Alphabet murders, omicidi accorsi in America negli anni '70 e, ad oggi, ancora privi di colpevole. Lo sceneggiatore Tom Malloy ha ricamato parecchio su questo mistero insoluto e il risultato è un tremendo pastiche thriller/horror/psicologico che sa come iniziare ma non sa come continuare né, tantomeno, finire. Fulcro della vicenda è una povera investigatrice disgraziata che, apparentemente senza motivo alcuno, nonostante all'inizio venga mostrata come una sorta di Clarice Starling dei poveri, diventa in pochi minuti una pazza così ossessionata dal caso da tentare il suicidio, per poi passare il resto del film a tremare, sentire voci, vedere fantasmi eccetera. Questo per l'elemento, ehm, psicologico. La parte horror la possiamo trovare negli spettri delle ragazzine uccise dal killer che, di tanto in tanto, compaiono alle spalle della protagonista per ribadirle il concetto "trova il colpevole e fermalo o, se adesso siamo in tre a ballare l'Alligalli, domani saremo una quarantina e non smetteremo di romperti le scatole!". E biih che camurrìa, datemi qualche indizio invece di comparirmi alle spalle e basta, no?! No, perché il film è tratto da una storia vera. E allora, siccome le vere indagini non hanno ancora fatto cicciare fuori un colpevole, ecco che si aggiungono twist nella trama assolutamente insensati o mezzucci da poco, come la polizia che fa di tutto per incastrare la persona sbagliata (procurando anche prove fasulle, chissà perché...), il casting che mette il povero Bill Moseley tra i personaggi solo per sviare lo spettatore, o indizi messi a caso che ad un certo punto condannerebbero l'unico prete "buono" reo di avere però la faccia e i modi da pedofilo. Alla faccia del pressapochismo!!


Passando dalla trama alla realizzazione, anche qui non ci siamo. Dopo una sequenza iniziale molto bella ed efficace, la regia diventa fiacca quanto il montaggio, le apparizioni delle ragazzine fantasma somigliano vagamente agli incubi di un moccioso emo e mostrano gli stessi effetti speciali che potrebbe avere un video degli Evanescence, infine anche la colonna sonora lascia a desiderare. Sul versante attori ci sarebbe da aprire un libro, invece: laddove il buon Timothy Hutton, seppur sprecato, offre un'interpretazione pacata ma convincente, Eliza Dushku, che di solito adoro, andrebbe presa a pugni nella faccia una sequenza sì e una no, con quello sguardo smarrito di chi non sta capendo una mazza e la manina tremolante come Benigni ne Il mostro. Indifendibili anche il gonfissimo Cary Elwes, talmente consapevole dell'inutilità del suo personaggio da aggiungere alla bolsaggine anche la mancanza di voglia, e lo sfigatissimo Tom Malloy (non pago di essere sceneggiatore incapace, pure attore sei? Argh!), con la faccia inespressiva di chi si trova in mezzo a tutto 'sto casino per caso e non sa se interpretare il buono o il cattivo. E voi direte "ma, almeno un po' di gore? Di suspance?". No, mi dispiace, né l'una né l'altra cosa. O sono diventata io così insensibile da non provare fastidio davanti alla mutanda (trovata appesa a un albero) di una ragazzina violentata e uccisa o davanti alla Dushku in pena che si sgarra le vene con una lametta, oppure The Alphabet Killer vale davvero poco. Propendo per la seconda ipotesi, e vi consiglio di evitare questo noiosissimo e pretenzioso polpettone.


Di Cary Elwes (Kenneth Shine) e Bill Moseley (Carle Tanner) ho già parlato nei rispettivi link.

Rob Schmidt è il regista della pellicola e interpreta anche uno dei poliziotti. Americano, ha diretto Wrong Turn - Il bosco ha fame e un episodio dei Masters of Horror. Anche sceneggiatore, produttore e attore, ha 47 anni.


Eliza Dushku interpreta Megan Paige. Attrice americana che ovviamente ricordo per le meravigliose performance sia in Buffy the Vampire Slayer (nei panni di Faith) che in Dollhouse (nei panni di Echo), ha partecipato anche a film come True Lies, Jay & Silent Bob... fermate Hollywood!, Soul Survivors - Altre vite, Wrong Turn - Il bosco ha fame e ad altre serie come Angel, That's 70's Show, Tru Calling, Ugly Betty e The Big Bang Theory. Anche produttrice e regista, ha 32 anni e un film in uscita.


Timothy Hutton interpreta Richard Ledge. Americano, lo ricordo per film "kingiani" come La metà oscura e Secret Window. Anche produttore, regista e sceneggiatore, ha 52 anni e un film in uscita. Nel 1980 ha vinto un Oscar come miglior attore non protagonista per il film Gente comune.


Michael Ironside (vero nome Frederick Reginald Ironside) interpreta il capitano Nathan Norcross. Canadese, lo ricordo per film come Scanners, Top Gun, Atto di forza, Highlander II - Il ritorno, Free Willy: un amico da salvare, Karate Kid 4, Starship Troopers - Fanteria dello spazio, Children of the Corn: Revelation, L'uomo senza sonno, Terminator Salvation e X - Men: l'inizio; ha anche partecipato alle serie The A - Team, Visitors, Alfred Hitchcock presenta, Superman, Walker Texas Ranger, E.R. - Medici in prima linea, Desperate Housewives, Masters of Horror, Cold Case e Smallville. Anche produttore, sceneggiatore e regista, ha 62 anni e sei film in uscita.


Melissa Leo interpreta Kathy Walsh. Americana, ha partecipato a film come 21 grammi - il peso dell'anima, Nascosto nel buio, Frozen River - Fiume di ghiaccio (che le è valso la nomination come miglior attrice protagonista), The Fighter (che le è valso l'Oscar come miglior attrice non protagonista) e alle serie Miami Vice,Veronica Mars, CSI, Criminal Minds e Cold Case. Ha 52 anni e undici film in uscita. 


Tra gli altri attori presenti segnalo, nei panni dello psichiatra della protagonista, Carl Lumbly, che nel serial Alias interpretava il grandissimo Marcus Dixon e il fratello maggiore di Eliza Dushku, Nate. Se il film vi fosse piaciuto... no, niente, fatevi un favore, cambiate target e buttatevi sul capolavoro Il silenzio degli innocenti. ENJOY!!

 


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