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mercoledì 3 giugno 2026

Passenger (2026)


A Savona è miracolosamente uscito anche Passenger di André Øvredal! Prima di tornare alla solita, fastidiosa situazione di penuria, sono andata a vederlo.

Trama

Dopo aver assistito a un incidente stradale mortale, una coppia di fidanzati comincia a venire perseguitata da un'entità demoniaca...

RECENSIONE

Uscito un po' in sordina e bocciato da molti, in realtà Passenger è un horror dignitosissimo, con delle ottime intuizioni e una solida regia. Persino la trama, nonostante si appoggi sui tipici cliché delle storie a tema "infestazione demoniaca", ha degli sprazzi originali, perché a memoria non rammento un horror in cui siano le strade americane ad essere infestate da entità che si legano in maniera inscindibile alle sfortunate automobili che le incrociano, portando alla morte autisti e passeggeri (ma se mi sbaglio, scrivete pure i titoli nei commenti!). Gli sventurati del caso sono Maddie e Tyler, una coppia di fidanzati che gira l'America a bordo di un van. Tra i due, che pur sono innamoratissimi, ci sono delle divergenze taciute: la massima ambizione di Tyler è vivere libero, assieme a Maddie, a bordo di un camper, senza mettere mai radici, mentre Maddie vorrebbe finalmente crearsi una famiglia in un luogo da poter chiamare casa. Il comprensibile fastidio di Maddie nei confronti della nuova vita on the road (io sono una couch potato, quindi mi mette quasi più paura l'idea di vivere passando da un parcheggio all'altro, usando le palestre per fare la doccia, che trovarmi davanti un demone) si acuisce quando i due si imbattono in un incidente stradale mortale e, subito dopo, cominciano a succedere cose abbastanza strane e terrificanti all'interno del van, tutte riconducibili a una creatura sovrannaturale. Passenger va spedito come un treno nei primi due atti, durante i quali viene introdotta la demoniaca figura del "passeggero" del titolo, il suo modus operandi atto a fare impazzire le persone prima di ucciderle, e la sua lore, fatta di regole ben precise da seguire, nel caso si voglia tentare di sopravvivere. Nel prefinale, purtroppo, queste stesse regole vengono disattese o piegate ai voleri di una trama sempre più legata agli schemi dell'horror demoniaco, cosa che rende difficile allo spettatore non sentirsi un po' preso in giro. Inoltre, Passenger si indebolisce proprio quando la presenza tangibile dell'entità diventa preponderante, appoggiandosi sempre più a jump scare telefonati, diversamente da una prima parte in cui le apparizioni del maligno vengono centellinate, costringendo André Øvredal a sbrigliare tecnica e fantasia a beneficio della tachicardia della gente in sala. 

Il regista realizza almeno tre sequenze davanti alle quali bisognerebbe togliersi il cappello. La prima è quella iniziale, dove la magistrale tensione creata da una lentissima panoramica il cui punto di vista è situato all'interno della macchina si combina ad un sonoro da brividi e un montaggio intelligente (per non parlare dell'omaggio alla terrificante scena del ciclista in Il seme della follia!); la seconda è interamente ambientata in un parcheggio, e impiega più o meno la stessa tecnica per enfatizzare il terrore e il senso di spaesamento della protagonista; la terza sfrutta invece in maniera originale un'opera inaspettata, Vacanze romane, un film che con l'horror non c'entra nulla ma che penso non riuscirò mai più a guardare allo stesso modo. André Øvredal si conferma dunque un ottimo regista di genere che sa il fatto suo, in grado di confezionare ottimi e divertenti horror "commerciali". Personalmente, ho anche apprezzato il sembiante del "passenger", soprattutto nelle inquadrature che lo vedono ripreso da lontano, di scorcio, appena fuori dal campo visivo, perché l'insieme mi ha ricordato il Bob di Twin Peaks, contribuendo non poco al terrore provato durante le sue apparizioni. Meno interessante il volto del demone, ahimé, che ho trovato poco originale, ma tutto sommato si tratta di un piccolo difetto che, assieme agli altri citati nel post, non inficia il valore di un film interamente dedicato alla paura fine a se stessa, senza ambizioni elevate di critica sociale, o di realizzare un capolavoro che rimarrà negli annali. Ogni tanto c'è bisogno anche di questo tipo di horror medi ma genuini per mandare avanti la baracca, quindi il mio consiglio è quello di premiare Passenger andando a vederlo in sala! 

CAST

Del regista André Øvredal ho già parlato QUI mentre Melissa Leo, che interpreta Diana Larson, la trovate QUA.

CURIOSITà

Jacob Scipio, che interpreta Tyler, era nel cast di I mercen4r - Expendables. ENJOY!





mercoledì 26 luglio 2017

Red State (2011)

A giugno la Midnight Factory ha fatto arrivare anche sul mercato home video italiano Red State, film diretto e sceneggiato nel lontano 2011 dal regista Kevin Smith.


Trama: tre ragazzi rispondono ad un annuncio di sesso on line e finiscono nelle grinfie del folle predicatore Abin Cooper, deciso a punirli per i loro peccati...



Erano anni che sentivo parlare molto bene dell'incursione nell'horror "serio" di Kevin Smith, regista ormai notoriamente bollito a furia di farsi gran cannoni/tirare rigoni (semicit.), e nonostante abbia aspettato sei anni per vederlo le mie aspettative erano a mille. D'altronde, Smith e la religione si sono sempre presi molto bene, come dimostrato dal pregevole Dogma, simpatica satira all'acqua di rose non capita dal 90% della popolazione credente e per questo ingiustamente osteggiata, quindi la presenza di un predicatore cattolico radicale, chiaramente ispirato a figure come Fred Phelps, mi faceva se non altro pensare a qualcosa di molto gustoso. Invece ammetto che, nonostante il claim Tarantiniano presente sulla copertina del bluray (pare che Quentin in persona lo abbia inserito tra pellicole più belle del 2011), Red State mi ha lasciata abbastanza fredda e mi è sembrato un lavoro riuscito a metà, rabberciato alla bell'e meglio da un regista e sceneggiatore che non sapeva bene dove andare a parare. L'inizio, per esempio, è quello tipico di un horror: tre ragazzi rispondono ad un annuncio on line sperando di trovarsi per le mani il primo foursome della loro vita e finiscono invece incaprettati, prede di una comune religiosa popolata da folli e guidata da un pazzo convinto che Dio odi tutti i peccatori e deciso quindi a punirli nel modo più violento possibile. Data questa premessa, avrei scommesso tutti i miei averi su una svolta improntata sul torture porn, invece a un certo punto subentrano i federali e il film si trasforma in un assedio dove nessun personaggio, nemmeno quelli che dovrebbero essere i "buoni", riescono ad accattivarsi le simpatie dello spettatore, rivelando la loro fondamentale natura violenta e crudele, tipicamente "umana" a sentire le parole finali di Joseph Keenan. Considerato che amo essere sorpresa, questo cambiamento di registro mi è anche sembrato un tocco di classe, il problema è che Smith non è propriamente in grado di girare film capaci di mantenere il necessario ritmo di un thriller, di un horror o di un action perché, di fondo, ciccio Kevin è un gran sbrodolone.


Definisco Kevin Smith "sbrodolone" perché è uno che, come il già citato Tarantino, ama un sacco il suono della sua voce e delle sue idee e conseguentemente adora infarcire i suoi film di dialoghi "oziosi". La cosa funziona bene in film come Clerks, In cerca di Amy, Generazione X, persino Dogma, ma in una pellicola come Red State bisognerebbe avere anche la capacità tarantiniana di scioccare il pubblico e tenerlo in scacco con splendide immagini di violenza non con la stasi di un povero John Goodman costretto a parlamentare e stare al telefono per delle ore o, ancor peggio, con l'utilizzo della camera a mano vomitilla. Michael Parks, unica vera punta di diamante del film nonché unico pregio indiscutibile, incanta con la sua voce, riempie d'orrore con le sue tirate di fuoco e sangue contro gli omosessuali, mette i brividi con la sua aria da bravo papà amato da una grande famiglia (di matti, ma comunque matti normali, capaci di condurre una vita persino noiosa, almeno finché non scelgono di imbracciare le armi per difendere il loro Credo distorto) ma la cosa finisce lì, persa in un mare di false partenze e tentennamenti che toccano l'apice nel finale loffissimo. Ecco, quel finale è una cosa che non perdono al grasso orgoglio di Smith perché capisco la mancanza di budget e la sboroneria ma bastava tenere ancora un po' il film in cantiere, ricorrere ad quello stesso crowdfunding che ha partorito un aborto come Tusk, e sarebbe uscita fuori un'Apocalisse capace di lasciare a bocca aperta qualsiasi spettatore, Bolluomo in primis che ci aveva quasi creduto. E invece, ennesima tirata di un John Goodman bravissimo ma costretto nei panni di un personaggio pavido, che non sa neppure lui che pesci prendere, ridotto a raccontare una storiaccia "moralista" degna del peggior Silent Bob e ad un trucco narrativo che a momenti non oserebbero utilizzare neppure in Fear the Walking Dead. Insomma, meglio di Tusk o Yoga Hosers (e ci mancherebbe altro...) ma comunque non benissimo, un triste presagio di quello che sarebbe diventato Kevin Smith nel giro di cinque o sei anni. O forse, una conferma di quello che è sempre stato ma eravamo troppo ciechi per vedere.


Del regista e sceneggiatore Kevin Smith, al quale appartiene anche la voce del carcerato che insulta Cooper sul finale, ho già parlato QUI. Kyle Gallner (Jarod), Stephen Root (Sceriffo Wynan), Kerry Bishé (Cheyenne), Melissa Leo (Sara), James Parks (Mordechai), Michael Parks (Abin Cooper), Jennifer Schwalbach Smith (Esther), John Goodman (Joseph Keenan) e Kevin Pollack (ASAC Brooks) li trovate invece ai rispettivi link.

Ralph Garman interpreta Caleb. Americano, ha partecipato a film come Ted, Un milione di modi per morire nel west, Tusk, Ted 2, Lavalantula, Yoga Hosers e a serie quali Streghe, NYPD, Dr. House e Bones; come doppiatore ha lavorato per le serie American Dad!, I Griffin, Celebrity Deathmatch, The Cleveland Show, Robot Chicken e per Lego Batman - Il film. Anche sceneggiatore e produttore, ha 53 anni e un film in uscita.


Patrick Fischler interpreta l'agente Hammond. Americano, ha partecipato a film come L'uomo ombra, Twister, Mulholland Drive, Ghost World, Ave Cesare! e a serie quali Jarod il camaleonte, NYPD, Nash Bridges, Streghe, Angel, CSI - Scena del crimine, ER Medici in prima linea, Tutto in famiglia, Monk, CSI: NY, CSI: Miami, La vita secondo Jim, Bones, Cold Case, Lost, Weeds, Criminal Minds, Grey's Anatomy, C'era una volta e Twin Peaks. Anche sceneggiatore e produttore, ha 48 anni e due film in uscita.


L'edizione Blu-Ray della Midnight Factory purtroppo non presenta extra degni di nota (solo il trailer, mentre nell'edizione inglese ci sono dietro le quinte, podcast, scene eliminate, commento del regista ecc.) benché sia corredata dall'ottimo libretto esplicativo curato dalla redazione di Nocturno Cinema. Michael Angarano, che interpreta Travis (uno dei tre protagonisti) era Elliot, il figlio di Jack, nella serie Will & Grace mentre Marc Blucas, riconoscibile sotto l'elmetto del cecchino che si impietosisce davanti a Cheyenne, era Riley nella serie Buffy l'ammazzavampiri. Per il ruolo di Joseph Keenan Smith aveva pensato sia a Samuel L. Jackson che ad Alan Rickman ma quest'ultimo ha dovuto rinunciare perché impegnato nelle riprese di Harry Potter e i doni della morte. Nello script la scena dell'Apocalisse era presente ma Kevin Smith ha dovuto eliminarla per problemi di budget: dopo il confronto tra Cooper e Keenan, che nel film continua col racconto di quest'ultimo, teste e cuori di tutti i presenti, fedeli e poliziotti, avrebbero dovuto esplodere lasciando in vita solo Keenan, testimone della venuta di un angelo gigante (che avrebbe impalato Cooper con una spada fiammeggiante) e dei quattro cavalieri dell'Apocalisse. Detto questo, se Red State vi fosse piaciuto recuperate The Sacrament, The Wicker Man e The Conspiracy. ENJOY!

venerdì 2 dicembre 2016

Snowden (2016)

In settimana mi sono imbarcata nella titanica impresa di guardare Snowden, diretto e co-sceneggiato da Oliver Stone a partire dal libro omonimo di Luke Harding e da Time of the Octopus dell'avvocato Anatoly Kucherena.


Trama: dopo una breve e brillante carriera all'interno dell'intelligence americana, l'ex dipendente della CIA Edward Snowden decide di rivelare ad alcuni giornalisti informazioni segrete legate all'invasiva e capillare raccolta di informazioni condotta dalle agenzie per cui lavorava.


A chi dovesse leggere questo post chiedo la cortesia di prenderlo con le pinze, tenendo a mente l'ignoranza crassissima di cui mi faccio portatrice sana davanti a questo genere di film biografici e, soprattutto, accettando con indulgenza il fatto che abbia guardato Snowden essenzialmente sotto pressione cinefila, traducibile con un "dell'argomento trattato mi importa poco ma vogliamo non dare una chance ad un film di Oliver Stone con Joseph Gordon-Levitt come protagonista?". Solitamente, una volta che, per qualsivoglia motivo, mi impegno a vedere un film simile, voglio una storia interessante, coinvolgente e possibilmente imparare qualcosa. Per quel che riguarda l'ultimo punto, Snowden mi ha ulteriormente aperto gli occhi sul fatto che viviamo in un mondo costantemente controllato da un Grande Fratello dalla faccia sorridente, che non combatte più le guerre con fucili e missili (non contro i Paesi potenti o contro potenziali alleati, perlomeno) bensì attraverso hacker, furti di informazioni, spionaggio satellitare e un controllo capillare per tutto quello che riguarda i dati personali del 98% della popolazione mondiale. Ho avuto conferma che purtroppo dietro le macchine "infallibili" ci sono esseri umani spinti da motivazioni personali ed imperativi burocratici, politici o legislativi che spesso fanno a pugni con la moralità o l'etica, e che la realtà non è soltanto bianca o nera, soprattutto quando qualcuno decide arbitrariamente cosa sia meglio per le persone e soprattutto quando queste persone, vuoi per ignoranza o vuoi per ingenuità, si fidano ciecamente di chi dovrebbe tutelarne gli interessi. Snowden mi ha anche fatto conoscere l'informatico che da il titolo al film, fino a pochi giorni fa nulla più di un nome sentito per qualche giorno al telegiornale; a proposito di quel che dicevo sopra, la pellicola lo dipinge come un patriota che, nel tempo, ha imparato sulla propria pelle come una mente geniale, buone intenzioni e il desiderio di rendere grande il proprio Paese nulla possano contro il cinismo di chi esige un "piccolo sacrificio" per un proposito ben più grande. Snowden non viene mai descritto come un liberale o un rivoluzionario, bensì come una persona che ha lavorato con coscienza, credendo nella sua attività e in quella dei servizi segreti finché ha capito di non poter più chiudere gli occhi davanti all'infinita serie di "libertà" assunte da organi quali CIA e NSA o davanti allo stravolgimento dei suoi programmi, riadattati per fini ben diversi rispetto a quelli iniziali.


Come potete leggere, Snowden qualcosa mi ha quindi insegnato ma per quel che riguarda interesse e coinvolgimento emotivo diciamo che si rasenta lo zero assoluto. Solitamente alla fine di questi biopic mi parte l'embolo e compio perlomeno l'atto di infilare nella lista desideri Amazon dei libri sull'argomento, con il film di Oliver Stone ciò non è accaduto e i motivi sono essenzialmente due. Innanzitutto, e so che a scrivere così sembrerò una bambina di 6 anni, Snowden è TROPPO lungo. Io non sono una di quelle che rifuggono la lunghezza, se la pellicola mi "prende" arrivo a sopportare anche quattro ore di metraggio, tuttavia due ore e un quarto di pipponi su NSA, tecnologie a me avulse e riflessioni sulla fondamentale natura infingarda dell'intelligence USA mi hanno abbastanza provata. Seconda cosa, Joseph Gordon - Levitt è bravissimo ma lo Snowden dipinto nella pellicola trasmette davvero pochissime emozioni, non permette neppure una volta di empatizzare con lui e l'unico momento in cui si arriva a provare qualcosa è quando viene mostrato il vero Edward Snowden sul finale, con un paio di immagini di repertorio che scuotono lo spettatore portandolo a rendersi conto di come tutte le cose incredibili raccontate nel film sono successe sul serio e questo ragazzo (all'epoca neanche trentenne) ha buttato coscientemente nel cesso una vita agiata per aver prestato orecchio alla propria coscienza, cosa non da tutti. Tra gli altri attori svettano una Melissa Leo molto dolce e, in senso negativo, una Shailene Woodley che io proprio non sono riuscita a farmi piacere, né come attrice né come personaggio (Lindsay Mills mi è sembrata ritratta come una povera minchietta dalle grandi idee che fondamentalmente si limita a vivere sulle spalle del fidanzato ricco), per il resto Snowden mi è parso comunque un prodotto di alta qualità sia per quel che riguarda la regia che per il cast, pur non regalandomi nessuna sequenza particolarmente entusiasmante o in grado di colpirmi in senso positivo o negativo. Insomma l'ultimo film di Oliver Stone, almeno con me, non ha trovato terreno fertile ma non mi sento affatto di sconsigliarlo: prendete atto dei miei gusti e provate a guardarlo, magari potrebbe piacervi molto!


Di Melissa Leo (Laura Poitras), Joseph Gordon - Levitt (Edward Snowden), Rhys Ifans (Corbin O'Brian), Nicolas Cage (Hank Forrester), Tom Wilkinson (Ewen MacAskill), Joely Richardson (Janine Gibson), Timothy Olyphant (Agente della CIA a Ginevra), Logan Marshall-Green (pilota di droni) e Ben Chaplin (Robert Tibbo) ho parlato ai rispettivi link.

Oliver Stone (vero nome William Oliver Stone) è il regista e co-sceneggiatore della pellicola. Americano, ha diretto film come La mano, Platoon (che gli è valso l'Oscar per la miglior regia), Wall Street, Talk Radio, Nato il quattro luglio (secondo Oscar per la miglior regia), The Doors, JFK - Un caso ancora aperto, Natural Born Killers, Gli intrighi del potere - Nixon, Ogni maledetta domenica, Alexander, World Trade Center, Wall Street - Il denaro non dorme mai e Le belve. Anche produttore e attore, ha 60 anni.


Zachary Quinto interpreta Glenn Greenwald. Meraviglioso spreco di geni maschili (perché uno così gnocco deve essere gay? Sigh!), lo ricordo per aver interpretato Sylar nella serie Heroes e diversi altri personaggi nelle prime due stagioni di American Horror Story ma ha partecipato anche a film come Star Trek, Into Darkness - Star Trek, Star Trek: Beyond ed altre serie quali The Others, CSI - Scena del crimine, Lizzie McGuire, Six Feet Under, Streghe, 24 e Hannibal. Anche produttore e sceneggiatore, ha 39 anni e tre film in uscita, tra cui l'ennesimo sequel di Star Trek.


Shailene Woodley interpreta Lindsay Mills. Americana, ha partecipato a film come Paradiso amaro, Divergent, Colpa delle stelle, Insurgent, Allegiant e a serie come Senza traccia, The O.C., My Name is Earl, CSI: NY e Cold Case. Ha 25 anni e un film in uscita.


Scott Eastwood (vero nome Scott Clinton Reeves) interpreta Trevor James. Figlio di Clint Eastwood, lo ricordo per film come Flags of our Fathers, Gran Torino, Invictus, Non aprite quella porta 3D, Fury e Suicide Squad. Anche produttore, ha 30 anni e cinque film in uscita tra qui Pacific Rim: Maelstrom.


La giornalista Laura Poitras, portata sullo schermo da Melissa Leo, ha diretto nel 2014 il documentario Citizenfour, che ha vinto l'Oscar e la cui genesi viene raccontata appunto nel film di Oliver Stone. Se Snowden vi fosse piaciuto recuperatelo e magari, se la realtà comincia a starvi stretta, recuperate il più caciarone Nemico pubblico. ENJOY!

mercoledì 13 gennaio 2016

La grande scommessa (2015)

Il secondo filmone visto questa settimana è stato La grande scommessa (The Big Short), diretto nel 2015 dal regista Adam McKay e tratto dal libro omonimo di Michael Lewis.


Trama: in diverse zone d'America alcuni investitori captano i segnali di quella che sarebbe diventata la crisi finanziaria più devastante dell'economia mondiale e "scommettono" contro le banche, ree di avere speculato per anni sul mercato immobiliare americano e sui mutui...



Oddio, spero di non aver scritto una castroneria su nella trama. D'altronde, nonostante le lezioni di gente come Margot Robbie, Selena Gomez e lo chef Anthony Bourdain, del gergo tecnico utilizzato in La grande scommessa avrò capito sì e no il 40 %, il resto mi veniva pietosamente spiegato sequenza dopo sequenza dal Bolluomo, seduto accanto a me e molto interessato alla Robb.. ehm... all'argomento trattato. Cosa che, per inciso, mi ha fatto uscire dalla sala ancor più convinta del fatto che il mondo della finanza si basi essenzialmente su Aria Fritta e venga mandato avanti soltanto da chi è più bravo ad inchiappettare i poveri risparmiatori intortandoli con un gergo tecnico atto a celare indicibili mastruzzi al limite della legalità. O, come dice tristemente Ryan Gosling, del fatto che l'economia americana in particolare e quella mondiale in generale si basino sulla stupidità. La stupidità dei piccoli risparmiatori quali potrei essere io ma anche degli squali che si arricchiscono sulle spalle degli altri e non vedono più in là del loro naso. Avete presente il Jordan Belfort di Leonardo Di Caprio e lo sguardo tra l'esilarante e il compiaciuto che gli ha tributato Scorsese? Ecco, dimenticatelo. Adam McKay, col suo stile irriverente e scoppiettante, non celebra le fauci dei lupi di Wall Street ma li sputtana nel modo più spietato possibile, dipingendoceli come un branco di esseri dabbene che masticano le loro prede e le sputano per poi reimpastarle e darle in pasto ad altre bestie come loro, fregandosene delle conseguenze quando va bene oppure ignorandole completamente quando va male. I protagonisti de La grande scommessa decidono di scagliarsi contro questo sistema corrotto, "scoprendone" le magagne (o meglio, i segreti di Pulcinella) a poco a poco, ma non sono dei Cavalieri senza macchia paladini dei risparmiatori, occhio. Guardandosi bene dallo smascherare banchieri, agenzie di rating corrotte e compiacenti oppure broker senza scrupoli, i pochi che sapevano hanno scelto di tenersi le informazioni per sé ed arricchirsi, qualcuno rimandando il momento della vendita delle azioni a causa di devastanti rimorsi di coscienza (come il personaggio di Steve Carell), qualcun altro lottando contro i mulini a vento per andare incontro ai propri clienti inferociti solo per il gusto di dimostrare di avere ragione (come Christian Bale).


Della trama non mi arrischio a dire null'altro, ché non vorrei scrivere delle fregnacce. Quello che ha capito persino una testona come me è che Adam McKay è riuscito a creare una commedia incredibilmente drammatica, la serissima rappresentazione di una farsa andata avanti per anni sotto gli occhi di tutti, coperta dalla pacifica ignoranza della gente comune e dalle consapevoli furberie degli addetti al settore. Il regista utilizza toni vivaci, aiutato da una sceneggiatura e dei dialoghi scoppiettanti, per descrivere quella che, in sostanza, è stata una tragedia di portata mondiale che ha lasciato senza soldi e senza lavoro milioni di americani e stroncato l'economia di Paesi deboli come la Spagna e la Grecia (l'Italia si è salvata per il rotto della cuffia come nazione ma per quel che riguarda le persone stendiamo un velo pietoso...); il film che nasce da questa scelta di stile è una pellicola frammentata, dove l'andamento della narrazione viene spesso interrotto da spezzoni di notiziari, gossip, video, filmini amatoriali, citazioni, scritte in sovrimpressione, tutto quanto serva a contestualizzare gli eventi e sottolineare la beata incoscienza di un popolo che stava per assistere al crollo di tutte le sue certezze eppure continuava a fare la stessa, ignorantissima vita di sempre. La grande scommessa è diviso idealmente in tre capitoli e ad ogni capitolo corrisponde un passo in più verso la "fine del mondo" raccontata in prima persona dal bieco Jared Vennett di Ryan Gosling, voce narrante che spesso rompe il muro della quarta parete rivolgendosi direttamente al pubblico, prendendolo in giro, istruendolo (durante le già citate e geniali lezioni di "economia for dummies") e rendendolo, di fatto, complice del gioco condotto dal personaggio ai danni degli altri protagonisti. Questi ultimi, nonostante vengano caratterizzati con pochissimi tratti ed alcune sequenze piazzate ad hoc, sono talmente ben scritti che riescono a bucare lo schermo nonostante le poche informazioni che abbiamo su di loro, il resto lo fanno gli attori della madonna che compongono il cast. Citare Gosling, Bale e Carell sarebbe inutile, parliamo ormai di tre mostri sacri capaci di scaldare il cuore ad ogni cinefilo e di far risaltare col loro carisma anche l'ultima delle comparse, permettetemi quindi di cambiare un po' e di magnificare le lodi di due sorprese come Jeremy Strong e l'ormai adoratissimo Finn Wittrock: il primo è un meraviglioso contraltare del personaggio di Carell ed incarna la parte "pasionaria" di chi vorrebbe cambiare il sistema da dentro e diffida giustamente di tutti, persino di un superiore che è quasi un padre, mentre il secondo ormai può veramente interpretare qualunque personaggio ed è bellissimo vederlo per una volta nei panni del ragazzino colmo di entusiasmo invece che in quelli del serial killer o di qualsivoglia antagonista. Insomma, si è capito che La grande scommessa mi è piaciuto proprio tanto? D'altronde non potevo aspettarmi altro da chi mi ha regalato il mitico The Anchorman!


Del regista Adam McKay ho già parlato QUI. Ryan Gosling (Jared Vennett), Christian Bale (Michael Burry), Steve Carell (Mark Baum), Marisa Tomei (Cynthia Baum), Rafe Spall (Danny Moses), Jeremy Strong (Vinnie Daniel), Brad Pitt (Ben Rickert), Melissa Leo (Georgia Hale), Karen Gillan (Evie) e Margot Robbie (se stessa) li trovate invece ai rispettivi link.

John Magaro interpreta Charlie Geller. Americano, ha partecipato a film come My Soul to Take - Il cacciatore di anime e Carol. Ha 33 anni e due film in uscita.


Finn Wittrock interpreta Jamie Shipley. Americano, lo ricordo soprattutto per le partecipazioni alla serie American Horror Story, inoltre ha recitato in film come Noah e altre serie come E.R. Medici in prima linea, CSI: Miami e Criminal Minds. Anche sceneggiatore, ha 32 anni e due film in uscita.


Nel film, oltre a Margot Robbie, compaiono altre due celebrità a spiegare i difficili concetti finanziari espressi nel film, ovvero lo chef Anthony Bourdain e Selena Gomez; in realtà, nello script al posto della Robbie avrebbe dovuto esserci Scarlett Johansson e al posto della Gomez l'accoppiata Beyonce/Jay Z. Se La grande scommessa vi fosse piaciuto recuperate The Wolf of Wall Street! ENJOY!

venerdì 15 novembre 2013

Prisoners (2013)

Dopo qualche settimana di assenza dalle sale è giunto il momento di fare doppietta. Nel weekend spero di riuscire a parlare di Machete Kills mentre oggi vi beccate qualche pensiero sparso su Prisoners, diretto dal regista Denis Villeneuve.


Trama: il giorno del ringraziamento Anna ed Eliza, due bimbette di sei e sette anni, scompaiono, presumibilmente rapite. Il primo ed unico indiziato è Alex, un ragazzo con palesi problemi psichici. Incapace di rispondere alle domande della polizia il ragazzo viene rilasciato per mancanza di prove ma Keller, padre di Anna, non crede alla sua innocenza e lo rinchiude in un edificio abbandonato per estorcergli una confessione..


Questo 2013 cinematografico sta regalando un sacco di sorprese positive. Nonostante fosse privo di un battage pubblicitario che, molto probabilmente, avrebbe accompagnato l'opera di qualsiasi altro regista di "genere" ben più famoso, Prisoners rischia infatti di vincere il primo premio come miglior thriller dell'anno, forse perché la pellicola di Denis Villeneuve, ironicamente, non può venire "imprigionata" in una semplice definizione. Sotto la superficie dell'angosciante, spesso frustrante ricerca del rapitore di due bambine, delle indagini del detective Loki, della violenza di un padre disperato ai danni di un presunto colpevole c'è un'umanità tristissima e fatta di Prigionieri non solo fisici, sbatacchiati qua e là da una realtà orribile e, purtroppo, mai chiaramente definibile né facile da comprendere. Keller, padre disperato, è prigioniero delle proprie cieche convinzioni e delle aspettative della moglie, di un passato di alcoolista e di un'infanzia orribile; il detective Loki è prigioniero del suo terrore di fallire e causare conseguentemente dolore alle famiglie delle vittime, cosa che lo costringe ad innalzare un muro tra lui e loro; tutti gli altri personaggi sono prigionieri del dolore, della pazzia, di ferite talmente profonde da condizionare la loro esistenza e alimentare un circolo vizioso potenzialmente infinito dal quale nessuno potrà uscire vincitore e dove il confine tra bene e male cessa di esistere.


Prisoners è un film angosciante che supera nettamente molti altri thriller anche e soprattutto per la mancanza di quella fede salda ed incrollabile, tipicamente americana, verso la mentalità da vigilantes o di un'apologia del padre di famiglia che, attraverso il dolore, diventa eroe. Qui non esiste redenzione, non esiste catarsi, non esiste neppure un personaggio dotato di qualità fuori dal comune perché all'inizio, vedendo il modo in cui un Hugh Jackman fuori di sé si approccia al detective Jake Gyllenhaal, mi è venuto da pensare che mio padre reagirebbe allo stesso modo: sopraffatto dal dolore, incapace di ragionare o di capire la mentalità poliziesca continuerebbe comunque a dire "mia figlia è stata rapita, è stato lui, lo so che è stato lui e quindi perché lo avete rilasciato? No, non ci siamo capiti, non me ne frega niente se non ha parlato. Le ho detto che è stato lui quindi è così e basta." Allo stesso modo, il detective è un'altra figura assolutamente realistica perché, se ci fate caso, dalla sua ha sì una testardaggine incredibile, ma è indisciplinato, bizzoso e violento e tutto quello che scopre, alla fin fine, lo scopre più per fortuna che per abilità. Il che è un po' paradossale perché, nonostante vari twist della trama, gli indizi ci sono e non sono difficili da seguire o da comprendere per lo spettatore comodamente seduto in poltrona. Ma, come ho detto, l'elemento thriller è solo una scusante per indagare l'animo umano e, in questo, Prisoners da veramente il meglio.


Merito, ovviamente, di un gruppetto di attori fantastici, sui quali spiccano Hugh Jackman e Jake Gyllenhaal, due grandissimi professionisti che si palleggiano il premio per la migliore interpretazione nel corso dell'intera durata del film ma ci sono anche le prove misurate ed efficaci di Viola Davis e Terrence Howard, quella convincentissima di Melissa Leo e la rivelazione dell'inquietantissimo, pietoso Paul Dano, in grado di provocare nello spettatore una miriade di sensazioni contrastanti. Per quanto riguarda la regia, Villeneuve utilizza un punto di vista distaccato ma limitato, nel senso che lo spettatore non viene portato a conoscenza di nessun dettaglio in più rispetto ai protagonisti, i quali spesso vengono ripresi dall'interno di un auto come se il regista volesse mostrarceli senza venire coinvolto nella vicenda, offrendoci così la possibilità di osservare con occhio imparziale e oggettivo. A dire il vero, per impostazione tecnica Prisoners mi ha ricordato tantissimo Mystic River, che viene spesso richiamato anche per quanto riguarda i temi trattati; siccome adoro quel particolare film di Clint Eastwood, non posso fare altro quindi che consigliare la pellicola di Villeneuve a tutti gli amanti del buon cinema. Astenersi genitori ansiosi, ovviamente.


Di Hugh Jackman (Keller Dover), Jake Gyllenhaal (Detective Loki), Viola Davis (Nancy Birch), Maria Bello (Grace Dover), Terrence Howard (Franklin Birch), Melissa Leo (Holly Jones) e Len Cariou (Padre Patrick Dunn) ho già parlato ai rispettivi link.

Denis Villeneuve è il regista della pellicola. Canadese, ha diretto film come Polytechnique e La donna che canta. Anche sceneggiatore e attore, ha 46 anni.


Paul Dano interpreta Alex Jones. Americano, ha partecipato a film come Identità violate, Little Miss Sunshine, Cowboys & Aliens, Ruby Sparks, Looper – In fuga dal passato e alla serie I Soprano. Anche produttore, ha 29 anni e due film in uscita.


Hugh Jackman (che, ironia della sorte, era stato chiamato ad interpretare il ruolo di padre disperato anche per Amabili resti) è tornato all’ovile dopo aver abbandonato il progetto, quando a dirigerlo avrebbe dovuto ancora essere Antoine Fuqua. Anche Bryan Singer è stato tra i registi papabili e sotto di lui avrebbero dovuto recitare Mark Wahlberg e Christian Bale nei ruoli principali, ma anche questo progetto è venuto meno. Dopo queste curiosità, i soliti consigli: se Prisoners vi è piaciuto procuratevi Il silenzio degli innocenti e il già citato Amabili resti. ENJOY!

domenica 4 novembre 2012

The Alphabet Killer (2008)

Non so cosa mi stia succedendo, ma ultimamente i thriller mi deludono parecchio. E' successo così anche con The Alphabet Killer, diretto nel 2008 dal regista Rob Schmidt.


Trama: un killer misterioso rapisce, stupra e uccide una ragazzina e ne abbandona il corpo in un paese che condivide le stesse iniziali del nome e del cognome della vittima. Indagando sul caso, una detective viene presa sempre più nel gorgo della follia...


No ma COSA sto guardando? E' una domanda che mi è sorta spontanea parecchie volte durante la visione di The Alphabet Killer, film vagamente basato sulla vicenda reale dei cosiddetti Alphabet murders, omicidi accorsi in America negli anni '70 e, ad oggi, ancora privi di colpevole. Lo sceneggiatore Tom Malloy ha ricamato parecchio su questo mistero insoluto e il risultato è un tremendo pastiche thriller/horror/psicologico che sa come iniziare ma non sa come continuare né, tantomeno, finire. Fulcro della vicenda è una povera investigatrice disgraziata che, apparentemente senza motivo alcuno, nonostante all'inizio venga mostrata come una sorta di Clarice Starling dei poveri, diventa in pochi minuti una pazza così ossessionata dal caso da tentare il suicidio, per poi passare il resto del film a tremare, sentire voci, vedere fantasmi eccetera. Questo per l'elemento, ehm, psicologico. La parte horror la possiamo trovare negli spettri delle ragazzine uccise dal killer che, di tanto in tanto, compaiono alle spalle della protagonista per ribadirle il concetto "trova il colpevole e fermalo o, se adesso siamo in tre a ballare l'Alligalli, domani saremo una quarantina e non smetteremo di romperti le scatole!". E biih che camurrìa, datemi qualche indizio invece di comparirmi alle spalle e basta, no?! No, perché il film è tratto da una storia vera. E allora, siccome le vere indagini non hanno ancora fatto cicciare fuori un colpevole, ecco che si aggiungono twist nella trama assolutamente insensati o mezzucci da poco, come la polizia che fa di tutto per incastrare la persona sbagliata (procurando anche prove fasulle, chissà perché...), il casting che mette il povero Bill Moseley tra i personaggi solo per sviare lo spettatore, o indizi messi a caso che ad un certo punto condannerebbero l'unico prete "buono" reo di avere però la faccia e i modi da pedofilo. Alla faccia del pressapochismo!!


Passando dalla trama alla realizzazione, anche qui non ci siamo. Dopo una sequenza iniziale molto bella ed efficace, la regia diventa fiacca quanto il montaggio, le apparizioni delle ragazzine fantasma somigliano vagamente agli incubi di un moccioso emo e mostrano gli stessi effetti speciali che potrebbe avere un video degli Evanescence, infine anche la colonna sonora lascia a desiderare. Sul versante attori ci sarebbe da aprire un libro, invece: laddove il buon Timothy Hutton, seppur sprecato, offre un'interpretazione pacata ma convincente, Eliza Dushku, che di solito adoro, andrebbe presa a pugni nella faccia una sequenza sì e una no, con quello sguardo smarrito di chi non sta capendo una mazza e la manina tremolante come Benigni ne Il mostro. Indifendibili anche il gonfissimo Cary Elwes, talmente consapevole dell'inutilità del suo personaggio da aggiungere alla bolsaggine anche la mancanza di voglia, e lo sfigatissimo Tom Malloy (non pago di essere sceneggiatore incapace, pure attore sei? Argh!), con la faccia inespressiva di chi si trova in mezzo a tutto 'sto casino per caso e non sa se interpretare il buono o il cattivo. E voi direte "ma, almeno un po' di gore? Di suspance?". No, mi dispiace, né l'una né l'altra cosa. O sono diventata io così insensibile da non provare fastidio davanti alla mutanda (trovata appesa a un albero) di una ragazzina violentata e uccisa o davanti alla Dushku in pena che si sgarra le vene con una lametta, oppure The Alphabet Killer vale davvero poco. Propendo per la seconda ipotesi, e vi consiglio di evitare questo noiosissimo e pretenzioso polpettone.


Di Cary Elwes (Kenneth Shine) e Bill Moseley (Carle Tanner) ho già parlato nei rispettivi link.

Rob Schmidt è il regista della pellicola e interpreta anche uno dei poliziotti. Americano, ha diretto Wrong Turn - Il bosco ha fame e un episodio dei Masters of Horror. Anche sceneggiatore, produttore e attore, ha 47 anni.


Eliza Dushku interpreta Megan Paige. Attrice americana che ovviamente ricordo per le meravigliose performance sia in Buffy the Vampire Slayer (nei panni di Faith) che in Dollhouse (nei panni di Echo), ha partecipato anche a film come True Lies, Jay & Silent Bob... fermate Hollywood!, Soul Survivors - Altre vite, Wrong Turn - Il bosco ha fame e ad altre serie come Angel, That's 70's Show, Tru Calling, Ugly Betty e The Big Bang Theory. Anche produttrice e regista, ha 32 anni e un film in uscita.


Timothy Hutton interpreta Richard Ledge. Americano, lo ricordo per film "kingiani" come La metà oscura e Secret Window. Anche produttore, regista e sceneggiatore, ha 52 anni e un film in uscita. Nel 1980 ha vinto un Oscar come miglior attore non protagonista per il film Gente comune.


Michael Ironside (vero nome Frederick Reginald Ironside) interpreta il capitano Nathan Norcross. Canadese, lo ricordo per film come Scanners, Top Gun, Atto di forza, Highlander II - Il ritorno, Free Willy: un amico da salvare, Karate Kid 4, Starship Troopers - Fanteria dello spazio, Children of the Corn: Revelation, L'uomo senza sonno, Terminator Salvation e X - Men: l'inizio; ha anche partecipato alle serie The A - Team, Visitors, Alfred Hitchcock presenta, Superman, Walker Texas Ranger, E.R. - Medici in prima linea, Desperate Housewives, Masters of Horror, Cold Case e Smallville. Anche produttore, sceneggiatore e regista, ha 62 anni e sei film in uscita.


Melissa Leo interpreta Kathy Walsh. Americana, ha partecipato a film come 21 grammi - il peso dell'anima, Nascosto nel buio, Frozen River - Fiume di ghiaccio (che le è valso la nomination come miglior attrice protagonista), The Fighter (che le è valso l'Oscar come miglior attrice non protagonista) e alle serie Miami Vice,Veronica Mars, CSI, Criminal Minds e Cold Case. Ha 52 anni e undici film in uscita. 


Tra gli altri attori presenti segnalo, nei panni dello psichiatra della protagonista, Carl Lumbly, che nel serial Alias interpretava il grandissimo Marcus Dixon e il fratello maggiore di Eliza Dushku, Nate. Se il film vi fosse piaciuto... no, niente, fatevi un favore, cambiate target e buttatevi sul capolavoro Il silenzio degli innocenti. ENJOY!!

 


lunedì 28 febbraio 2011

Oscar 2011

La scorsa notte a Los Angeles sono stati assegnati i premi Oscar per l’anno 2010/2011, ed inevitabilmente il Bollalmanacco e la sua padrona hanno deciso di dedicare all’evento un post tutto suo. Anche perché quest’anno il trionfatore è stato Il discorso del re, film di cui ho ampiamente parlato due post orsono. Il film inglese, imperniato sugli sforzi di re Giorgio VI per superare i suoi problemi di balbuzie e riuscire a tenere discorsi ufficiali via radio, è stato premiato infatti come miglior film e ha ricevuto l’Oscar per la miglior sceneggiatura non originale. La statuetta di miglior regista è andata all’inglese Tom Hopper e quella di miglior attore protagonista a Colin Firth. Insomma, dovrei essere molto soddisfatta visto che speravo davvero che Il discorso del re portasse a casa quasi tutti i premi più importanti… però ci sono state anche delle delusioni. Innanzitutto, portiamo però il giusto tributo ai vincitori.

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Natalie Portman ha vinto la statuetta come miglior attrice protagonista per il film Il cigno nero, diretto da Darren Aronofsky. Se tutto va bene mercoledì andrò a vederlo, quindi potrò dare un giudizio più preciso sulla cosa, ma in generale sono contenta. L’attrice israeliana è una delle mie preferite, fin dai tempi in cui interpretava la piccola Mathilda nello splendido Léon di Luc Besson. Crescendo, per fortuna, la sua carriera non si è infognata in produzioni imbarazzanti come spesso accade alle piccole star (tranne per un paio di cadute di stile, come la partecipazione ai tremendi sequel di Star Wars…), anzi: ha partecipato ad alcuni dei più bei film degli ultimi anni come Heat – La sfida, V per Vendetta e Il treno per il Darjeeling. Tra i suoi progetti post – Oscar c’è la partecipazione all’ultima grande produzione Marvel, quel Thor la cui uscita è imminente, e ad un fantasy – comico dal titolo Your Highness, che dovrebbe uscire in America agli inizi di aprile.

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Christian Bale ha vinto invece l’Oscar come miglior autore non protagonista per il film The Fighter. Premetto di non averlo visto e premetto anche che io l’Oscar lo avrei dato a Jeremy Renner per l’interpretazione in The Town, ma Bale è un ottimo attore a prescindere. Il ruolo che lo ha fatto vincere quest’anno è quello di Dicky Eklund, fratello ed allenatore del pugile di origine irlandese Micky Ward (interpretato da Mark Wahlberg che, invece, non era stato nominato per nessun premio); non amo i film sul pugilato, probabilmente non andrò a vedere The Fighter, ma se volete vedere il buon Christian Bale al suo meglio vi consiglio di procurarvi uno dei suoi film d’esordio, Piccole donne, l’introvabile L’agente segreto (una gemma che io e Toto ancora ricerchiamo disperatamente…), Velvet Goldmine, American Psycho, Equilibrium e The Prestige. Presto dovremmo vederlo nuovamente sul grande schermo nel nuovo film di Zhang Yimou, 13 Flowers of Nanjing, nei panni dello scienziato Nikola Tesla in un film ancora privo di titolo, e ovviamente nel prossimo The Dark Knight Rises di Christopher Nolan.

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Come migliore attrice non protagonista ha vinto invece Melissa Leo, sempre per The Fighter. Altro amaro boccone, visto che io puntavo molto sulla piccola Hailee Steinfeld. Sinceramente, Melissa Leo è un’attrice che non conosco e della quale non immaginavo neppure il volto fino a stanotte, essendo parecchio attiva per la tv ma solo in serie che non rientrano tra quelle che seguo; in The Fighter interpreta la madre dei due fratelli Eklund, e tra i suoi film quelli più famosi (che pur non ho visto, ahimé), sono 21 grammi – Il peso dell’anima, Nascosto nel buio e il più recente Stanno tutti bene. Tra i suoi progetti futuri, un film che parla del FALN (il movimento indipendentista portoricano), Seven Days in Utopia con Robert Duvall (film che parla della crisi di un golfista), una commedia musicale dal titolo The Brooklin Brothers Beat the Best, e un film che già dalla trama si preannuncia un odiosissimo drammone su un tizio affetto da paralisi cerebrale che lavora ad una stazione di servizio ed accudisce il padre malato di AIDS (!!!). Titolo del probabile mattone: Truckstop. Mi spiace per la signora Leo ma la sua carriera credo continuerà ad essere un mistero, almeno per me…

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In definitiva, questa edizione degli Oscar è stata meglio di altre, e ha rispettato i (giusti) pronostici. Tuttavia sono davvero dispiaciuta che Il Grinta dei Fratelli Coen non abbia portato a casa nemmeno una statuetta (meritava “almeno” quella per la miglior sceneggiatura non originale, che invece è andata a The Social Network che, sulla carta, doveva sbancare la Academy e invece ha vinto solo questo Oscar, quello per il miglior montaggio e quello per la miglior colonna sonora originale, che da finalmente il giusto tributo anche a quel genio di Trent Reznor), e anche che Inception abbia vinto solo premi “tecnici” per la migliore fotografia, sonoro ed effetti speciali. Abbastanza scandaloso per un film così bello. Voto 10 invece all’ovvio e meritatissimo Oscar per il miglior lungometraggio animato, che ha visto premiato lo splendido Toy Story 3, e anche ai premi consegnati per le scenografie ed i costumi di Alice in Wonderland, effettivamente gli aspetti migliori di una pellicola altrimenti deludente. Tra i vincitori spunta anche un The Wolfman per il miglior make – up: non posso che essere felicissima dell’ennesimo traguardo raggiunto dal dio Rick Baker, che aveva già vinto l’Oscar per il make – up de Il Grinch, Men in Black, Il professore matto, Ed Wood, Bigfoot e i suoi amici e, ovviamente, Un lupo mannaro americano a Londra. E per quest’anno è tutto… ci si risente nel 2012 (sempre che il mondo non finisca prima, ovvio…)!  Nel frattempo vi lascio con lo sketch iniziale girato assieme ai due conduttori della serata, James Franco ed Anne Hathaway. ENJOY!!

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