Visualizzazione post con etichetta timothée chalamet. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta timothée chalamet. Mostra tutti i post

giovedì 12 marzo 2026

Marty Supreme (2025)


Ne avevo voglia come di impiccarmi ma, a fronte delle nove candidature (Miglior film, Miglior regista, Miglior attore protagonista, Miglior sceneggiatura originale, Miglior casting, Miglior fotografia, Miglior scenografia, Migliori costumi e Miglior montaggio), mi è toccato recuperare Marty Supreme, diretto e co-sceneggiato nel 2025 dal regista Josh Safdie.

Trama

Marty Mauser è pronto a tutto pur di coronare il sogno di diventare un campione di tennis da tavolo, anche se il destino e una perenne mancanza di denaro si mettono spesso in mezzo...

RECENSIONE

Signore, pietà, da dove comincio? Io lo sapevo che Marty Supreme non mi sarebbe piaciuto, quindi colpa mia che l'ho guardato. Già avevo mal sopportato Diamanti grezzi, diretto da Josh Safdie e suo fratello Benny, ma almeno gli riconosco una storia avvincente e un ritmo indiavolato; benché odiassi con tutto il cuore il protagonista, stupido da fare il giro, le sue vicende mi avevano comunque catturata nella loro spirale d'ansia e, nel corso del film, ero arrivata a tifare per lui, a sperare in un lieto fine. Di Marty Mauser, aspirante campione di tennis da tavolo di origini ebree, dotato della parlantina di uno dei Fratelli Marx, di un inspiegabile ascendente sul genere femminile, di un gusto sopraffino per la truffa e dell'ego di Trump, non me n'è potuto invece fregare di meno. Anzi, ad ogni incontro speravo che l'avversario lo percuotesse con lo spigolo della racchetta dopo averlo sconfitto miseramente, oppure che i poliziotti lo ingabbiassero, o che qualcuno, all'interno del vasto gruppo di persone che vorrebbero vedere Marty Mauser morto nel film, riuscisse nell'intento e lo mandasse al creatore. Due ore e mezza di film per raccontare le vicende di un egocentrico insopportabile col pallino del tennis da tavolo, due ore e mezza in cui detto sport si vedrà sì e no tre quarti d'ora, il resto di Marty Supreme è tutto incentrato sui tentativi sempre più sfacciati del protagonista di recuperare i soldi che gli servono per viaggiare nel Paese dove si terrà questo o quel campionato. Questa smania di riuscire, di "vincere", nell'intento di Safdie e Ronald Bronstein avrebbe dovuto essere coinvolgente ed entusiasmante, probabilmente la trama avrebbe dovuto essere un monito ad impegnarsi sempre, con ogni mezzo, per coronare desideri che altri dismettono come "impossibili", chissà. Peccato che di "sano" amore per lo sport, in Marty Supreme, ce n'è davvero poco. Il protagonista avrebbe, infatti, anche potuto essere appassionato di salto della corda, per quel che conta all'interno del film, e tutto il discorso finale del "voglio una partita regolare, me la merito perché ci metto il cuore", con la ciliegina sulla torta dell'unico sprazzo di umanità mostrato davanti a un figlio fino a quel momento non voluto, non rende la sua vicenda epica ed importante, né lui qualcosa di più di una faccia di merda egoista. Se tutto ciò non bastasse, Marty Supreme sembra tre film mescolati assieme, nessuno dei quali particolarmente interessante, col risultato che, pur non addormentandomi mai (miracolo!) mi sono ritrovata spesso e volentieri a guardare l'orologio.

Ovviamente, sono consapevole anche io di non poter definire Marty Supreme "brutto", salvo per un paio di scene che ho trovato ridicole (la prima è l'omaggio smaccato ai titoli di testa di Senti chi parla, la seconda è quella della collana rubata nella doccia. Signur). Lo sforzo produttivo è evidente e Safdie ha un'ottima mano, dietro la macchina da presa e in post-produzione, anche se ho trovato il connubio tra regia e montaggio molto migliore in Diamanti grezzi, il cui ritmo metteva davvero ansia e trasmetteva in toto la disperazione del protagonista. In tutta onestà, ho preferito i pochi momenti, perfettamente coreografati, in cui l'abilità di Marty nel tennis da tavolo si esplicita in tutta la sua potenza, piuttosto che le sequenze in cui sembra di vedere l'imitazione di un'opera dei Coen; in tutto ciò, non mi capacito del fatto che un film come Challengers di Guadagnino sia stato fatto a pezzi dalla critica perché "vuoto" mentre questo viene definito uno dei migliori dell'anno, quando davanti agli scambi dei due tennisti protagonisti non riuscivo a stare ferma sulla sedia (io che odio il tennis!) mentre qui ho provato solo noia. Per quanto riguarda il resto delle candidature, fotografia e scenografia sono effettivamente molto belle. La scelta di girare su pellicola 35mm con lenti "vintage" richiama prepotentemente le atmosfere anni '50 in cui è ambientato il film, e le scenografie, dettagliatissime, restituiscono l'idea di una New York brulicante di vita e povertà, dove non si fa fatica a credere che i "topi" prosperino, sia quelli veri sia quelli umani. A tal proposito, il caporatto è Timothée Chalamet, perfettamente a suo agio nei panni dello stronzo manipolatore con la convinzione di essere Dio. Non fatico ad immaginarmi nelle sue mani la tanto bramata statuetta, perché la sua prova fisica, a tratti "circense" (nel senso migliore della parola), completa la fatica di calarsi in un personaggio scomodo che parla a mitraglia, ma perdonatemi se continuo a preferirgli Di Caprio (lasciamo pure perdere Michael B. Jordan, bravissimo ma sfavorito in partenza). Sul resto del cast spicca la bellissima Odessa A'zion, e si fa voler bene anche Abel Ferrara, in un ruolo di gangster al tramonto, in bilico tra l'inquietante e l'esilarante. Molto bella anche la colonna sonora, zeppa di pezzi anni '80 che, lungi dal risultare anacronistica, chissà perché calza alla perfezione con le atmosfere del film e con la storia di Marty. Forse per via del suo arrivismo tipicamente Yuppie? Chissà. Comunque, anche questo Marty Supreme se lo semo levato dalle palle, attendo con ansia la prossima camurrìa incensata dall'Academy.

CAST

Del regista e co-sceneggiatore Josh Safdie ho già parlato QUI. Timothée Chalamet (Marty Mauser), Fran Drescher (Rebecca Mauser), Sandra Bernhard (Judi), Emory Cohen (Ira Mizler), Gwyneth Paltrow (Kay Stone) e Abel Ferrara (Ezra Mishkin) li trovate invece ai rispettivi link. 


SE VI è PIACIUTO...

Se Marty Supreme vi fosse piaciuto, recuperate Diamanti grezzi. ENJOY!



lunedì 12 gennaio 2026

Golden Globes 2026

Ieri sono stati assegnati i Golden Globe, quindi oggi comincia, almeno per me, la tanto odiata/amata Award Season, con conseguente mega-recupero di opere in vista delle nomination agli Oscar del 22 gennaio. Sopportate la mia consueta ignoranza con questo mini-riassunto dei premiati ai Golden Globe 2026! ENJOY!


Miglior film drammatico
Hamnet (UK/USA, 2025)

Pur non avendo mai visto un trailer, questo film mi ha ispirata fin dalla locandina. Considerato che si parla di Shakespeare, Amleto e arte che nasce dal dolore, e che la regia e sceneggiatura sono affidate alle mani di Chloé Zhao, mi aspetto un'opera bellissima. Mi spiace, però, per Frankenstein e I peccatori, i quali ovviamente non avevano speranza alcuna di vincere, non in questa categoria. Hamnet - Nel nome del figlio, uscirà in Italia il 5 febbraio, comodo comodo per gli Oscar.


Miglior regista
Paul Thomas Anderson per Una battaglia dopo l'altra

E che gli vuoi dire a Paul Thomas Anderson? La regia del suo ultimo film è un trionfo e gli auguro la strada spianata verso il suo primo Oscar. Sarebbe anche l'ora. 


Miglior film - Musical o commedia
Una battaglia dopo l'altra 
(USA, 2025)

A me l'inserimento nella categoria "commedia" di film come Una battaglia dopo l'altra, Bugonia o No Other Choice fa sempre un po' ridere, ma temo che questa classificazione valga per tutti i film difficili da etichettare. Forse avrei preferito la vittoria di No Other Choice, ma sono ugualmente contenta.


Miglior attore protagonista in un film drammatico
Wagner Moura in L'agente segreto

Il film uscirà in Italia a fine mese, non so assolutamente di cosa parli, non ho mai visto un trailer e non conosco Wagner Moura perché non ho mai guardato Narcos. Insomma, brancolo nel buio più totale per questa vittoria, ma d'altronde lo stesso vale per l'intera categoria; le uniche due interpretazioni che conoscevo, quelle di Oscar Isaac e Michael B. Jordan, per quanto intensissime, non mi sembravano materiale da Golden Globe


Miglior attore non protagonista
Stellan Skarsgård in Sentimental Value

Per quanto ami Skarsgård e per quanto sia sicurissima che la sua interpretazione sia favolosa, il mio cuore quest'anno andava al sensei di Benicio del Toro. Il 22 gennaio, comunque, correrò a vedere Sentimental Value a prescindere, visto che adoro Joachim Trier


Miglior attrice protagonista in un film drammatico
Jessie Buckley in Hamnet

Quest'anno non ho visto nemmeno una delle performance candidate, quindi una vale l'altra, almeno per me. La Buckley mi era piaciuta molto in La figlia oscura e Women Talking, per cui ho grande fiducia.


Miglior attore protagonista in un film musicale o commedia
Timothée Chalamet in Marty Supreme

Ommamma. Non so se reggerò la combo Chalamet/Safdie, temo mi verrà una pellagra che solo la presenza di Fran Drescher potrà mitigare, ma lo saprò soltanto il 22 gennaio, quando Marty Supreme uscirà in Italia. Nell'attesa, mi dispiaccio per Di Caprio, Lee Byung-Hun e Jesse Plemons, attori che apprezzo infinitamente più di quel twink ormai cresciuto. 


Miglior attrice protagonista in un film musicale o commedia
Rose Byrne in If I Had Legs I'd Kick You

If I Had Legs I'd Kick You non ha ancora una data di uscita italiana e, ovviamente, di questo film non sapevo nulla. Dovrebbe essere una tragicommedia di stampo psicologico, quindi qualcosa che potrebbe piacermi, mentre Rose Byrne, finora, mi era rimasta vagamente impressa solo per i franchise di Insidious e X-Men, quindi sono curiosa di capire come possa avere asfaltato Chase Infiniti ed Emma Stone.


Miglior attrice non protagonista
Teyana Taylor in Una battaglia dopo l'altra

Mi dispiace enormemente per Amy Madigan e la sua zia Gladys, ma in effetti la Taylor è un mostro vero, la cui interpretazione eclissa persino quella di due signori attori come Sean Penn e Leonardo di Caprio


Miglior sceneggiatura
Paul Thomas Anderson per Una battaglia dopo l'altra

Anche in questo caso, non posso fare altro che essere felice, sebbene mi dispiaccia per I peccatori, che a mio avviso meritava qualcosina in più. 


Miglior canzone originale
"Golden" di Joong Gyu-kwak, 
24, Nam Hee-dong, Lee Yu-han, Teddy Park, EJAE e Mark Sonnenblick per KPop Demon Hunters

Ringrazio ogni divinità per la mancata vittoria delle due menate di balle firmate Wicked: For Good e aspetto di vedere KPop Demon Hunters per giudicare la canzone in questione.


Miglior colonna sonora originale
I peccatori di Ludwig Göransson

E vorrei ben vedere. Cito il mio stesso post: "il mix di jazz, blues, canzoni originali, ballate folk, ritmi forsennati di basso e chitarre elettriche che sembrano volere squarciare il velo della realtà, è perfetto per l'atmosfera de I peccatori ed è una delle poche colonne sonore che ho avuto voglia di riascoltare appena uscita dal cinema". Vittoria meritatissima!!


Miglior cartone animato
KPop Demon Hunters 
(USA/Canada, 2025)

Mi dispiace per La piccola Amélie, perché per me è un capolavoro, ma siccome finora ho snobbato KPop Demon Hunters, sospendo il giudizio e lo recupererò a breve. 


Miglior film straniero
L'agente segreto
 (Brasile/Francia/Paesi Bassi/Germania, 2025)

Sono contenta che non abbia vinto Un semplice incidente (non per chissà quale motivo, semplicemente perché non sono riuscita ad andarlo a vedere causa influenze ed impegni nonostante lo abbiano tenuto un paio di settimane a Savona!) ma mi spiace per No Other Choice e La voce di Hind Rajab, visti ed apprezzati. Il valore de L'agente segreto sale sempre di più, speriamo lo programmino presto al cinema d'essai! 


Cinematic and Box Office Achievement
I peccatori 
(USA, 2025)

Mi sembra un po' una cafonata questo contentino a un'opera splendida come I peccatori, ma tant'è. Noi amanti dell'horror dobbiamo fare buon viso a cattivo gioco ed essere felici per il fatto che molti film di genere, quest'anno, rientrassero nel novero di nomination importanti.


Come al solito, le serie TV sono per me motivo di vergogna. Miracolosamente, quest'anno ho guardato una delle miniserie più premiate, Adolescence, che si è giustamente portata a casa i Golden Globe per la miglior miniserie o film per la televisione, per la miglior attrice non protagonista, per il migliore attore protagonista di miniserie o film per la televisione e per il miglior attore non protagonista. La vittoria del mio amato Seth Rogen come miglior attore in una commedia mi spinge invece a recuperare una serie che ho nei radar da parecchio, The Studio, per il resto mi trincero nella mia solita ignoranza e vi do appuntamento agli Oscar, il 16 marzo!


venerdì 31 gennaio 2025

A Complete Unknown (2024)

Con ben 8 candidature (Miglior Film, Miglior Regia, Miglior Attore Protagonista, Miglior Attrice Non Protagonista, Miglior Attore Non Protagonista, Miglior Sceneggiatura Non Originale, Migliori Costumi e Miglior Sonoro), A Complete Unknown, diretto e co-sceneggiato nel 2024 dal regista James Mangold partendo dalla biografia Dylan Goes Electric! di Elijah Wald, era THE film to watch questa settimana.


Trama: ispirato dal musicista folk Woody Guthrie, un giovane Bob Dylan si trasferisce a New York e, a poco a poco, si impone come esponente di spicco del genere. Almeno finché non decide di cambiare...


Per contestualizzare o, forse, per comprendere il mio giudizio tiepido su A Complete Unknown, mi tocca esordire, come al solito, palesando la totale ignoranza relativamente a Bob Dylan, di cui conosco (peraltro apprezzandoli molto) solo i successi principali. Non è che pretendessi di diventare esperta di Dylan dopo la visione del film, ma avrei voluto rimanere affascinata dal carisma e dalla personalità del cantautore, avrei voluto percepire i tormenti di un animo senza pace, una "rolling stone" diretta verso il "complete unknown" che libera da ogni etichetta e costrizione, avrei voluto sentire l'influenza delle due donne che hanno contribuito a definirne la personalità (la cantante folk Joan Baetz e la pittrice Suze Rotolo, qui chiamata Sylvie Russo). Invece, ho avuto più di due ore di piccoli, superficiali pezzettini biografici che forzano la trasformazione di Dylan da ragazzino timido di belle speranze a stronzetto con la S maiuscola, scoglionato da tutto e da tutti senza che si capisca bene perché, salvo per un naturale spleen misto a stress da improvviso successo. Sul finale, introdotto poco prima da una "tavola rotonda" di anziani musicisti barbogi, si intuisce che buona parte dello scazzo di Dylan derivasse da un disperato tentativo di liberarsi dall'etichetta di musicista folk, ma questo "scontro" tra vecchio e nuovo (che esplode nell'unica sequenza emozionante del film, quella del famigerato festival di Newport in cui Dylan, come da titolo della biografia di Elijah Wald, è passato all'elettrico) arriva come un fulmine a ciel sereno a corollario di un'interminabile girandola di canzoni, concerti ed esibizioni che vedono Dylan sempre più nero e depresso. La sceneggiatura (lo scorsesiano Jay Cocks è impazzito, o non si spiega) non fa il salto di qualità neppure per quanto riguarda Joan Baetz e Sylvie Russo. La prima, tanto quanto, conquista per il carisma e risulta fondamentale per la formazione di Bob Dylan; per quanto riguarda la seconda, viene completamente privata della sua personalità di attivista politica ed artista (indispensabile "spinta" all'evoluzione del cantante) e ridotta a ragazzina insicura e innamorata, alla quale vengono messe in bocca un paio di frasi da Bacio Perugina, alternandole a un comodo bignami di storia americana dell'epoca, comprendente la crisi di Cuba, la morte di Kennedy e quella di Malcom X. Risultano abbastanza bidimensionali anche gli altri musicisti affiancati a Dylan. Salvo l'onnipresente Woody Guthrie, che apre e chiude il film come in un cerchio perfetto, Pete Seeger ne esce fuori come un mix tra Mister Rogers e Papà Castoro più che un artista impegnato, mentre Bob Neuwirth, presentato come fondamentale comprimario, si perde in mezzo alle facce degli altri membri della prima band di Dylan.


Come dicevano in A proposito di Davis: "Se non è nuova e non invecchia allora è musica folk". A Complete Unknown, in questo caso, è un film folk come la musica di cui parla, anche a livello di regia. James Mangold dirige col piglio sicuro del regista elegante e classico, regala primi piani intensi, carrellate rispettose che introducono negli studi di registrazione, piccoli, frenetici squarci di lusso, festival da manuale e un'altrettanto tipica New York, uscita dritta da qualche copertina di un album. Abbastanza per rendere il film gradevolissimo alla vista, un po' poco per far urlare al miracolo e arrivare addirittura ad ambire a delle nomination, il che vale per tutto il resto di A Complete Unknown. Parliamo di Chalamet, per esempio. Non ho visto il film in lingua originale, quindi ho dovuto basarmi sulle canzoni (che non mi sembravano ricantate dal doppiatore) e sulla performance fisica, per dare un giudizio. Nulla da dire sulle prime, la voce dell'attore mi è parsa perfetta, ma mi pare che Chalamet ormai abbia deciso di basare le sue interpretazioni su sguardi fissi, espressioni dolenti/scazzate/malinconiche e pose da bello e dannato (madonna quando lo vedo così implume e stiggio mi vengono i brividi, ma di repulsione). Diciamo che alla noia per la sceneggiatura si è aggiunta quella di vedere l'attore così privo di brio e verve. Monica Barbaro va un po' meglio, se non altro ci prova, spesso riuscendoci, a creare un'alchimia e quel minimo di tensione amorosa/sessuale tra lei e Chalamet, senza contare che la sua Joan Baetz è più fascinosa dell'originale, mentre su Edward Norton non riesco a pronunciarmi. Sono stra-convinta che al suo posto avrebbe dovuto esserci Tom Hanks, anziché costringere il povero Edward a quegli sguardi da cane bastonato, a quei mezzi sorrisi da papà indulgente con figlio scemo a carico, e lo stesso vale per Elle Fanning, ingabbiata in un personaggio insipido quanto il film. Ho sperato, invano, in qualche colpo di coda di Dan Fogler e giuro che, quando a un certo punto ho visto arrivare P.J. Byrne, ho gioito, convinta che il suo solito personaggio faccia di merda avrebbe creato caos e scompiglio. Invece l'unico accenno di sconvolgimento l'ho avuto dall'adattamento italiano, con un incredibile "Ma come pensi di arrivare al VILLAGGIO in Taxi?". Belin, ma non si riferiva forse al VILLAGE, visto che Sylvie abita proprio lì? Potrei sbagliarmi, in caso mi scuso, ma il dubbio mi è sorto spontaneo. L'unica certezza che mi rimane è che A Complete Unknown sia un film medio, pompato come se avessimo davanti il nuovo Quarto potere, e il fatto che abbia otto nomination la dice lunga sulla "salute" degli Academy Awards. 


Del regista e co-sceneggiatore James Mangold ho già parlato QUI. Timothée Chalamet (Bob Dylan), Edward Norton (Pete Seeger), Scoot McNairy (Woody Guthrie), Dan Fogler (Albert Grossman), Elle Fanning (Sylvie Russo), Boyd Holbrook (Johnny Cash) e P.J. Byrne (Harold Leventhal) li trovate invece ai rispettivi link. 

Monica Barbaro interpreta Joan Baez. Americana, ha partecipato a film come Top Gun: Maverick. Ha 36 anni.



mercoledì 6 marzo 2024

Dune - Parte due (2024)

Domenica siamo corsi a vedere Dune - Parte 2 (Dune - Part 2), diretto e co-sceneggiato da Denis Villeneuve a partire dal romanzo Dune di Frank Herbert.


Trama: dopo l'incontro-scontro con la tribù dei Fremen, Paul ne impara i costumi diventando uno dei guerrieri più potenti. Ma l'ombra di un futuro sanguinoso come Messia incombe su di lui...


Sarò priva di mezze misure: Dune - Parte 2 è un trionfo. Lo dico da profana, perché dal 2021, anno di uscita di Dune, non ho mica trovato il tempo di leggermi il romanzo di Herbert e, in tutta sincerità, ero persino riuscita a dimenticarmi il primo capitolo (guardato con estrema soddisfazione, per la seconda volta, nel weekend), quindi il mio è il commento a caldo di una mente fresca. Ripeto quello che avevo giù dichiarato tre anni fa: "Gli ultimi Star Wars, ma anche quelli vecchi, con tutto il rispetto, a Dune spicciano casa", e gli spiccia casa qualsiasi saga moderna, in primis i fumettoni Marvel da cui il regista ha preso tre quarti del cast. Serio ed epico, senza alcuna concessione nemmeno alla più piccola briciola di umorismo, Dune - Part 2 mette in scena la crescita di Paul Atreides, da rampollo in fuga di una nobile famiglia a ragazzo maturo, deciso a prendere il futuro tra le sue mani senza seguire un cammino che qualcuno ha scelto per lui, almeno per buona parte del film. Il desiderio di vendetta verso chi ha sterminato la sua casata lascia presto il posto a un sentimento più complesso verso la tribù dei Fremen, alimentato sì dall'amore verso la bella Chani, ma anche dall'ammirazione verso la tenacia, l'intelligenza e gli usi di un popolo ben lontano dall'accozzaglia di selvaggi dipinta dalla nobiltà ignorante. Purtroppo per Paul, il mondo di Dune è fatto di complotti vecchi di secoli, invischiato in una tela tessuta in primis dalle Bene Gesserit, ed è difficile sottrarsi ad apocalittiche visioni di un tragico futuro, quando quella stessa ignoranza che rende ciechi i nobili viene sfruttata per aizzare il fondamentalismo di popolazioni isolate, istigandole a combattere una guerra santa in nome di segni e profezie assai facili da manipolare e fare avverare. Se i terribili Harkonnen sono i nazisti, quindi orribili e malvagi per definizione, le Bene Gesserit sono la Santa Inquisizione, gli Atreides i Crociati e gli invasati Fremen dei fondamentalisti islamici, e ben sappiamo a cosa possa portare ogni tipo di estremismo, anche quello che nasce con intenti "buoni", soprattutto quando ci si distanzia sempre più dal popolo che si vorrebbe guidare, e subentrano interessi personali. 


Come già succedeva nel primo capitolo, Villeneuve fa corrispondere il valore della storia narrata alla grandeur di una fantascienza visiva fatta di mostruose navi spaziali che si muovono e crollano con la lentezza di giganti, trascinando con sé buoni e cattivi, di paesaggi sconfinati che lo schermo fa fatica a contenere, di battaglie epiche girate e montate con nitida chiarezza anche a fronte del limite del PG13 (che non impedisce la percezione di torture e morti orripilanti, soprattutto quando si ha a che fare con i mostruosi Harkonnen), il tutto con l'ausilio di una CGI mai invasiva né "finta". Un'altra cosa che adoro di Villeneuve è la capacità di dare ad ogni ambiente la sua personalità, sfruttando non solo la regia, ma anche la scenografia e i costumi, oltre che la coinvolgente colonna sonora di Hans Zimmer. Le inquadrature ampie della zona nord di Arrakis, la ricostruzione di questo deserto sconfinato, benché pericoloso, dove una comunione con la natura inclemente può garantire libertà e un futuro tranquillo, fanno a pugni con le sequenze realizzate per rappresentare la zona sud dei fondamentalisti, più claustrofobiche, con lo schermo che si riempie di impenetrabili tempeste di sabbia e folle di persone adoranti, chiuse all'interno di sotterranei dove la novella Reverenda Madre Jessica (sulla quale poi tornerò) tesse le sue trame. Il pianeta degli Harkonnen è invece un glaciale, geometrico orrore in odore di espressionismo tedesco, dove prevalgono il bianco e il nero di tristissimi fuochi d'artificio che "esplodono" silenziosi come macchie di inchiostro, mentre la natura "medievale" dei luoghi dove risiedono l'imperatore e la figlia viene richiamata da chiostri, mise che sembrano uscite dal ciclo arturiano e interni che, per quanto moderni, contengono elementi architettonici assimilabili a quelli di un castello. Alcune chicche, come l'inquadratura ravvicinata di formiche brulicanti sul cranio e sull'orecchio di un certo personaggio, oppure la rappresentazione iniziale delle truppe Harkonnen come silenziosi scarafaggi volanti, mi hanno fatto apprezzare la regia ancora di più e chissà quante cose ci sarebbero da dire dopo una seconda visione.


Per quanto riguarda gli interpreti, a me pare che Villeneuve sia riuscito a tirare fuori il meglio da ognuno dei coinvolti. Per quanto non mi sia mai strappata i capelli né per le doti recitative di Chalamet né per il suo fisico da twink, il ruolo di Paul Atreides gli calza a pennello, con quell'espressione malinconica e fiera che si ritrova, e ammetto di essermi parecchio emozionata nei momenti decisivi della sua ascesa a messia, con tanto di vecchia che urlava all'abominio e altri istanti di pura esaltazione che vi lascio scoprire. Il legame che si va a creare tra Paul e Chani viene reso alla perfezione non solo da un regista che rifugge la via dell'amore bimbominkia, ma soprattutto da due giovani attori dall'interessante alchimia, capaci di mantenere l'innocenza dei ragazzi e la consapevolezza quasi rassegnata di due persone adulte che ne hanno viste di cotte e di crude, scambiandosi sguardi e gesti che, sul finale, diventano commoventi. Tra le nuove aggiunte al cast spicca, neanche a dirlo, un irriconoscibile Austin Butler, affascinante nell'assoluta empietà di un personaggio che tiene tranquillamente testa al sempre valido Stellan Skarsgård e ad annientare il povero Bautista, mentre tra i "vecchi" non si può non citare un ottimo Javier Bardem assurto al ruolo di Paolo Brosio della situazione (grazie a Kara Lafayette, alla quale ho rubato la citazione!). Il mio cuore, però, sarà per sempre di Rebecca Ferguson. Se nel primo film l'attrice viveva di pochi sguardi fragili che la rendevano umana anche a fronte di una natura tenace e dura, ottimamente dissimulata, in Dune - Parte 2 Jessica perde ogni traccia di umanità (sia in una realtà che la vede spesso celata dietro veli e tatuaggi, ma anche in visioni da incubo) e diventa un'invasata dallo sguardo folle, pronta a tutto pur di favorire il figlio e metterla nello stoppino alle maledette vecchiacce che l'hanno resa così, trasudante di fascino e carisma dalla prima all'ultima inquadratura. Aspettare altri quattro anni per rivederla, conoscere il destino finale di Paul e cogliere più di uno scintillio della bellezza particolare di Anya Taylor-Joy sarà una cosa durissima, ma se Villeneuve riuscirà a confezionare un altro film come questo, varrà la pena soffrire!


Del regista e co-sceneggiatore Denis Villeneuve ho già parlato QUITimothée Chalamet (Paul Atreides), Zendaya (Chani), Rebecca Ferguson (Jessica), Javier Bardem (Stilgar), Josh Brolin (Gurney Halleck), Austin Butler (Feyd-Rautha), Florence Pugh (Principessa Irulan), Dave Bautista (Rabban), Christopher Walken (Imperatore), Léa Seydoux (Lady Margot Fenring), Stellan Skarsgård (Barone Harkonnen), Charlotte Rampling (Reverenda Madre Mohiam) e Anya Taylor-Joy (Alia Atreides) li trovate invece ai rispettivi link.


Stephen McKinley Henderson
e Tim Blake Nelson hanno girato delle scene nei panni, rispettivamente, di Thufir Hawat e del Conte Hasimir Fenring, ma sono state tagliate e i due attori sono stati ringraziati nei credit, mentre Sting ha rifiutato di comparire in un cameo. Non ce l'hanno fatta, invece, Bill Skarsgård e Barry Keoghan, in lizza per il ruolo di Feyd-Rautha; addirittura, per il ruolo di Margot Fenring si erano fatti i nomi di Elizabeth Debicki, Eva Green, Amy Adams, Natalie Dormer, Olivia Taylor Dudley e Gwyneth Paltrow. Inutile dire che Dune - Parte due va visto dopo Dune e, nel caso non vi basti, potete aggiungere anche il Dune di David Lynch o la miniserie televisiva Dune - Il destino dell'universo, oltre a leggere i libri. ENJOY!

lunedì 5 dicembre 2022

Bolle dall'Abisso: Bones and All (2022)

Da oggi si inaugura una rubrica che, spero, si riproporrà a cadenza mensile e che vede protagonista Vidur di Pellicole dall'Abisso, uno dei blog che amo più seguire tra quelli storici, il quale tratta al 90% di film di serie B e trashate assortite... ma, come vedrete, può anche addentrarsi nei territori del dramma horror di alto profilo, come l'attesissimo Bones and All (che, tra l'altro, devo ancora vedere quindi doppiamente grazie a Vidur!), diretto da Luca Guadagnino. Leggete il post di Vidur, fategli sentire tutto il vostro entusiasmo per l'ospitata e non dimenticatevi di andare su Pellicole dall'Abisso anche perché, da sabato, rischiate di trovarci anche le mie indegne "recensioni". ENJOY!


Il buon Guadagnino colpise ancora e questa volta lo fa allo stomaco, dopo averci fatto fondere il cervello con il controverso remake di Suspiria.  L’accoppiata è sempre la stessa, ovvero quella formata dal regista palermitano e dal fido sceneggiatore David Kajganich, ma il risultato è molto diverso: dove Suspiria si prestava a molteplici interpretazioni frutto di una trama convulsa e poco lineare, Bones and All va dritto come un treno, presentandoci una storia tanto viscerale e violenta, quanto dolce e poetica.


Proprio i contrasti sono il fulcro del film che si riflettono anche sui protagonisti: piccoli, soli, fragili, emotivamente devastati, ma anche famelici, spietati, cannibali. E i due attori sono magistrali nella loro interpretazione di personaggi così sfaccettati e fuori dagli schemi. Timothée Chalamet si conferma un attore versatile ed efficace in ogni ruolo, anche se le sue espressioni facciali si contano sulle dita di una mano -ma saper trasmettere così tanto con così poco è un pregio e non un difetto- mentre la rivelazione, premiata anche a Venezia, è Taylor Russell, bellissima e bravissima ventottene canadese destinata ad un prossimo futuro denso di successi.  


Spuntano anche due caratteristi di lusso, Mark Rylance e Michael Stuhlbarg, entrambi impegnati in ruoli assolutamente disturbanti (soprattutto il primo) e pure David Gordon Green, regista di quella mezza -se non tutta- chiavica della nuova trilogia di Halloween
Per gli standard di Guadagnino, anche la regia è piuttosto essenziale e convenzionale e in questo senso si adatta perfettamente alla storia, così come la colonna sonora ad opera di Trent Reznor e Atticus Ross, con i classici echi anni ’80, decade in cui il film è ambientato, a fare da cornice al viaggio on the road di Maren e Lee per l’America rurale e dimenticata, splendidamente fotografata nella sua cruda maestosità. 


Bellezza, dunque, ma anche tanto sangue. Il film parla di antropofagia e non si vergogna di farlo vedere. Gli scoppi di violenza sono spesso improvvisi e ben poco edulcorati per un film di questo genere, con effetti speciali, totalmente prostetici, che funzionano senza sbavature.
Ad essere pignoli, potremmo dire che dieci o quindici minuti in meno non gli avrebbero fatto male e che, pur accettando il contesto pseudo-fantastico in cui ci si muove, è difficile mandare giù alcune dinamiche, ma sono piccolezze a confronto di quello che è già destinato a diventare un cult moderno per il cinema di genere. 
Attendiamo con curiosità il prossimo film di Guadagnino, ambientato nel mondo del tennis e con l’ormai onnipresente Zendaya


martedì 28 settembre 2021

Dune (2021)

Di ritorno dalla vacanza settembrina, sono corsa a vedere Dune, diretto e co-sceneggiato dal regista Denis Villeneuve a partire dal romanzo omonimo di Frank Herbert


Trama: in un lontano futuro, il pianeta Arrakis è teatro di guerre all'ultimo sangue per il controllo della Spezia, indispensabile elemento per navigare nello spazio. A farne le spese, i membri della casata Atreides, inviati dall'imperatore proprio su Arrakis...


Io sono estasiata. Felice, assolutamente e per una volta, della mia ignoranza crassissima. Credo infatti di essere parte delle pochissime centinaia di persone in tutto il mondo che sono andate a vedere Dune senza sapere nulla non solo di tutto l'universo creato da Frank Herbert, ma anche delle altre due fallimentari (a quanto pare) versioni cinematografiche e televisive che sono state tratte dal primo libro della saga; di conseguenza, penso di essere stata anche una dei pochi spettatori che si sono goduti un racconto completamente nuovo, magico e misterioso, fatto di personaggi complessi e colpi di scena a non finire, a prescindere dall'effettiva bellezza della regia di Villeneuve. Come ho detto al Bolluomo a fine visione, durata due ore e mezza volate in un soffio, "Dune agli ultimi Star Wars, ma anche a quelli vecchi, con tutto il rispetto, spiccia casa". Quella di Dune è una fantascienza adulta, che non vive per il product placement, ma porta sullo schermo personaggi a tutto tondo invischiati in una trama complessa sviscerata a poco a poco, senza spiegazioni al limite del didattico, ma lasciando molto spazio all'intelligenza dello spettatore; non ci sono solo il bianco e il nero, il bene e il male in Dune (tranne forse per la casata Harkonnen, i cui membri sono gli unici connotati come mostri veri), ma moltissime sfumature di grigio, che rendono i protagonisti tridimensionali ed imprevedibili, ricchi di segreti, anche poco piacevoli, da scoprire senza fretta. I fan rideranno a leggere queste parole ma ho particolarmente apprezzato, senza fare troppi spoiler per chi è ignorante come me, le azioni "disonorevoli" (ahimé, anche inutili) compiute da un personaggio che dell'onore aveva fatto la sua bandiera fino a un secondo prima, la vena di profonda e dura oscurità che permea l'animo di chi dovrebbe tradizionalmente essere donna e madre, e in generale tutto il percorso di presa di consapevolezza del protagonista, Paul, legato alla spezia e a qualcosa di assai più grande e pericoloso prima ancora di cominciare il suo cammino di uomo. Le visioni di Paul, oniriche e spesso terrificanti, spingono a volerne sapere di più non solo su ciò che sarà del suo futuro, ma anche su quei Fremen che qui vengono più nominati che visti, incarnati da occhi azzurri che rendono Zendaya ancora più bella di quanto non sia normalmente e da un deserto caldo ed accogliente che contrasta con l'inferno mortale sperimentato nella realtà dai vari personaggi, popolato da creature mostruose ma forse più clementi del sole.


Buona parte di questo incredibile trasporto che ho avuto verso quasi tutti i personaggi è sicuramente da ricercare nella bravura degli attori e del regista che li ha diretti. Fa un po' ridere che Villeneuve si sia unito al gruppo di registi anti-Marvel quando metà del cast di Dune viene dalle ormai sempre più folte scuderie Disney/DC, eppure come si vede la differenza quando anche un "cojone" come Jason Momoa si ritaglia momenti talmente epici da spezzare il cuore (ma non toglietegli mai più la barba, vi prego, che pare Cicciobello!) e Oscar Isaac, dimenticabilissimo nei panni di Dameron Poe, sembra uscito dritto da una tragedia di Shakespeare. Certo, a colpire più di tutti sono due che con la Marvel poco c'entrano, ci mancherebbe. Timothée Chalamet è il perfetto connubio di bellezza "maledetta" e fragilità di ragazzino, due caratteristiche che, a mio avviso, al personaggio di Paul Atreides calzano alla perfezione, ma perdonatemi se darei ogni premio da qui all'eternità ad un attrice che aveva già dimostrato di sapere il fatto suo in Doctor Sleep, quando ha incarnato quell'indimenticabile Rose Cilindro; Rebecca Ferguson è IL motivo per cui chiunque dovrebbe correre a vedere Dune, con quegli occhi profondissimi e nervosi, l'apparenza fragile di chi è abituata a stare sempre un passo indietro che lascia spazio, nel giro di un secondo, alla durezza quasi fanatica di chi rimane sì indietro, ma per tirare i fili nell'ombra e mettertelo nello stoppino. Ripeto, non ho mai letto i libri di Herbert quindi magari questa versione di Lady Atreides è farina del sacco di Villeneuve, ma trovare un personaggio femminile così particolare in un'opera degli anni '60 per me ha del miracoloso e non vedo l'ora di capire come si svilupperà il rapporto tra lei e il figlio, visto il finale sospeso e quello sguardo da suocera del Sud rivolto a Chani.


Ciò detto, diamo a Villeneuve quello che è di Villeneuve. Dune è una meraviglia da vedere e ogni fotogramma è pura emozione. La grandiosità delle astronavi davanti alle quali gli uomini sembrano degli infinitesimali granelli di sabbia, l'ingannevole e placida bellezza di un deserto il cui calore pare trasudare dallo schermo, smosso dai mostruosi (e bellissimi) vermi della sabbia pronti a trasformare le dune in onde di un oceano sconfinato, perfetto contraltare del mare reale che circonda le terre della Casata Atreides, la fotografia che cambia con il cambiare dei pianeti, dal grigio-bluastro di quello da dove proviene Paul, ai colori caldi di Arrakis, alla cupezza "nazista" del pianeta degli Harkonnen, le scene d'azione e di corpo a corpo che rimangono fluide, chiare e talvolta angoscianti anche col PG-13, la brillantezza della spezia, tutto concorre a fare di Dune un sogno ad occhi aperti, o un incubo, a seconda dei momenti. Se, infatti,  davanti al pupazzo gnappo dell'imperatore Palpatine al massimo mi veniva da fare un sorrisetto scazzato, tutte le sequenze imperniate sulla casata Harkonnen e i mostri che la popolano mi hanno messo la stessa ansia di un horror e quel maledetto Barone probabilmente popolerà i miei incubi per mesi. E per mesi, probabilmente, ascolterò la colonna sonora di Hans Zimmer, talmente evocativa ed esotica da risultare quasi ipnotica, uno score emozionante come non mi capitava di sentire da tempo in un "blockbuster", per quanto d'autore. Non so se riuscirò ad aspettare anni per avere il seguito di Dune e non so neppure se, nel frattempo, resisterò alla tentazione di sapere (magari guardando il Dune di Lynch o meglio ancora leggendo i libri) quale sarà il destino di Paul, ma se l'attesa verrà ripagata con un film bello come questo, ne sarà valsa la pena. 


Del regista e co-sceneggiatore Denis Villeneuve ho già parlato QUI. Timothée Chalamet (Paul Atreides), Rebecca Ferguson (Lady Jessica Atreides), Oscar Isaac (Duca Leto Atreides), Jason Momoa (Duncan Idaho), Stellan Skarsgård (Barone Vladimir Harkonnen), Stephen McKinley Henderson (Thufir Hawat), Josh Brolin (Gurney Halleck), Javier Bardem (Stilgar), Chen Chang (Dr. Wellington Yueh), Dave Bautista (Rabban Harkonnen), David Dastmalchian (Piter De Vries) e Charlotte Rampling (Reverenda Madre Gaius Helen Mohiam) li trovate invece ai rispettivi link.

Zendaya (vero nome Zendaya Maree Stoermer Coleman) interpreta Chani. Americana, la ricordo per film come Spider-Man: Homecoming e Spider-Man: Far From Home. Anche produttrice, cantante e sceneggiatrice, ha 25 anni e un film in uscita, Spider-Man: No Way Home.


Nel caso Dune andasse bene al botteghino dovrebbe uscire nei prossimi anni un seguito, sempre diretto da Villeneuve; nell'attesa, se volete sapere (come me!) come va a finire la storia, potete sempre recuperare il Dune di David Lynch o la miniserie televisiva Dune - Il destino dell'universo, anche se nel secondo caso non so onestamente quanto vi convenga! ENJOY!

 

venerdì 17 gennaio 2020

Piccole donne (2019)

Potevo perdermi un adattamento degli adorati romanzi di Louisa May Alcott? Assolutamente no! Così, martedì sono andata a vedere Piccole Donne (Little Women), diretto e sceneggiato dalla regista Greta Gerwig e candidato a sei premi Oscar: Miglior Film, Miglior Attrice Protagonista (Saoirse Ronan), Miglior Attrice Non Protagonista (Florence Pugh), Miglior Sceneggiatura Non Originale, Migliori Costumi e Miglior Colonna Sonora.


Trama: Jo March, lontana dalla famiglia e impegnata a farsi una carriera come scrittrice, ricorda i momenti salienti della sua adolescenza con le sorelle Meg, Beth e Amy e con l'amico Laurie.


Perdonatemi se comincio con una citazione vile: "Una per tutte, tutte per una, vieni anche tu e saremo una in più". L'una in più è l'adorabile Greta Gerwig, pronta ad aggiungere alle mille incarnazioni delle Piccole donne della Alcott la sua visione particolare e moderna, capace di spiccare tra le altre senza snaturare la natura di un'opera amatissima e conosciuta in tutto il mondo. Piccole donne non così piccine, le sue, dotate di una forza d'animo incredibile e della capacità di inseguire i loro sogni all'interno di una società in cui, tra guerre, povertà e maschilismo imperante, è anche troppo facile perderli o convincersi della loro ininfluenza. Sogni, peraltro, che non potrebbero essere più diversi tra loro e che, in buona parte, sono lontani dall'idea romantica che ci si aspetterebbe da una storia ambientata nella metà dell'ottocento, declamati a gran voce nel corso di alcuni dialoghi che contribuiscono a mostrare le eroine della Alcott sotto una nuova luce che potrebbe tranquillamente riassumersi con "money makes the world go round". E così Jo diventa moderna imprenditrice di se stessa, ironica proprietaria di personaggi da piegare consapevolmente alle regole dell'entertainment in un prefinale talmente witty e cinematograficamente teatrale che l'Academy dovrebbe vergognarsi per non aver candidato la Gerwig nella rosa di registi; Amy, la sciocca, frivola Amy, qui diventa l'ultimo baluardo contro la potenziale indigenza della famiglia, riuscendo a conciliare con inaspettato acume amore, sì, ma anche interesse, mettendo da parte i suoi infantili sogni di gloria con una lucidità invidiabile (e che rimarca, tristemente, la condizione della donna a quei tempi); Meg, pur comprendendo le regole del gioco, sceglie di ignorarle per amore, rinunciando a tutto ciò che, nel corso del film, le è stato agitato sotto il naso, divertimenti ed agiatezze in primis; Beth, la piccola, fragile Beth, immola se stessa per amor della famiglia e del prossimo, rimanendo cristallizzata in un eterno ricordo di innocente perfezione che funge da parametro morale per il resto delle sorelle e da costante fonte di ispirazione. Attorno a questi quattro personaggi indimenticabili, una ridda di comprimari altrettanto interessanti, ognuno caratterizzato alla perfezione anche solo grazie a piccoli gesti rivelatori (ciao Marmee, sì, sto parlando di te) e ognuno aspetto di un diverso frammento di realtà sociale con il quale le piccole donne dovranno necessariamente confrontarsi per crescere e maturare, tra piccoli, fondamentali successi e grandi sconfitte.


Greta Gerwig si approccia ai romanzi della Alcott cominciando in medias res, quando Jo è a New York e la famiglia si è già dispersa per il mondo e ricostruisce, a poco a poco, l'unità di un idillio familiare interamente (o quasi) femminile attraverso fondamentali memorie in cui sono gioia ed unità, a prescindere dalle circostanze, a farla da padrone; lo si capisce anche solo dalla fotografia, vivida e colorata, in contrasto con un presente fatto di toni neutri o cupi, soprattutto quando la salute di Beth comincia a scivolare via dalle dita di Jo e tutto sembra farsi incolore (e quanto è bella quell'inquadratura al mare, con la sabbia che viene portata via dalla marea che Jo cerca disperatamente di fermare?), tutto tranne le immagini girate dalla Gerwig, rese ancora più belle da un montaggio intelligente. Quanto al casting, abbiamo scelte di prim'ordine. Tra le personalissime note negative segnerei giusto Emma Watson, dal visetto troppo giovane per il ruolo di moglie e madre, è lì per lì avrei storto il naso anche davanti a Chalamet ma, riflettendoci, l'attore è perfetto per incarnare il ruolo di un Laurie particolarmente debosciato, decadente ed immaturo, tanto adorabile nel suo essere "Teddy" quanto da prendere a schiaffi per mille altre cose. Tutto il mio amore, ovviamente, va a Saoirse Ronan e Florence Pugh (ma c'è da voler bene anche a Laura Dern, alla giovane Eliza Scanlen e sì, anche a Meryl Streep). La Ronan sembra nata per interpretare Jo e il suo viso così particolare e senza età è perfetto sia per dipingere la Josephine ragazza che quella adulta, inoltre il carisma dell'attrice di origini irlandesi è talmente forte da renderla una protagonista naturale; Florence Pugh, dal canto suo, è una Amy particolare, in grado di conciliare sia l'immaturità della ragazzina che vorrebbe il nasino a punta sia la saggezza di una donna più cresciuta, che nelle altre versioni però perdeva tutto il suo fascino per diventare una figuretta incolore (si veda il film del 1994), cosa che qui per fortuna non accade. Sospendo al momento il toto-Oscar. Mi mancano ancora troppe performance femminili e tra quelle che ho visto c'è una bella competizione, per il resto ogni premio sarebbe un po' un affronto e un "premio di consolazione" a fronte della mancata nomination come regista della Gerwig, quindi spero almeno nei costumi, davvero fantasiosi e belli. Detto questo, chissenefrega dell'Academy e correte a vedere Piccole donne!


Della regista e co-sceneggiatrice Greta Gerwig ho già parlato QUI. Saoirse Ronan (Joe March), Emma Watson (Meg March), Florence Pugh (Amy March), Laura Dern (Marmee March), Timothée Chalamet (Theodore "Laurie" Laurence), Tracy Letts (Mr. Dashwood), Bob Odenkirk (Papà March), Louis Garrel (Friedrich Bhaer), Chris Cooper (Mr. Laurence) e Meryl Streep (Zia March) li trovate invece ai rispettivi link.


Emma Watson ha "ereditato" il ruolo di Meg da Emma Stone, impegnata nelle riprese de La favorita. Del film esistono, come ho scritto nel post, mille versioni: quelle che ricordo con piacere sono Piccole donne del 1994, quello del 1949 e la miniserie della BBC andata in onda nel 2017. Recuperatele tutte e... ENJOY!

mercoledì 19 giugno 2019

Beautiful Boy (2018)

Erano tre i film che volevo vedere questa settimana e uno era Beautiful Boy, diretto e co-sceneggiato nel 2018 dal regista Felix van Groeningen a partire dalla biografia omonima di David Sheff e dall'autobiografia Tweak di Nic Sheff.


Trama: Nic, ragazzo di belle speranze circondato da familiari che lo adorano, subisce il fascino delle metanfetamine e comincia un travaglio a base di riabilitazioni e ricadute...


Come al solito, tagliamo subito la testa al toro. Non ho letto Beautiful Boy, benché ne esista la versione italiana, men che meno Tweak. Di quest'ultima cosa, sinceramente, mi dolgo. Servirebbe, immagino, il punto di vista di Nic Sheff per capire il motivo per cui un ragazzo che dalla vita ha avuto tutto (e non parlo tutto in senso Elkaniano, ovvero soldi ed ignoranza, quanto ciò che davvero conta, in primis l'amore di una famiglia) decida di ammazzarsi di droghe fino a raggiungere picchi di depravazione a livello Trainspotting, tra eroina e metanfetamine. Non mi basta il dottore interpretato da Timothy Hutton, veicolo di uno spiegone medico sull'azione della droga a livello neurologico, importante solo dal momento in cui la dipendenza di Nic è già a un punto di non ritorno; non mi basta il solito diario "bello e maledetto" in cui si parla di vita in bianco e nero che solo la droga riesce a colorare; non mi basta lo "smetto quando voglio", non quando parte da un ragazzo colto e consapevole. A costo di sembrare leghista ed insensibile, ora come ora davanti ad un film simile mi viene da dire solo che il protagonista è semplicemente uno stronzo di prima categoria, non solo stronzo perché costringe i genitori e la famiglia a subire un'ordalia senza fine ma proprio stronzo perché non ci arriva, perché ha buttato via la sua esistenza senza un motivo plausibile. Odio e fastidio sono dunque le sensazioni predominanti che mi ha trasmesso Beautiful Boy, film waspissimo in cui il protagonista può fare, passatemi il francese, il buliccio col culo degli altri perché papino lavora come giornalista per Rolling Stone o il Times (tra gli altri) e conseguentemente ha i soldi, i mezzi, le conoscenze per star dietro a quell'oloturia di figlio che la natura gli ha appioppato e l'unica cosa sensata che accade nel film è quando papino, bontà sua, dopo due ore di sofferenza, decide di mandare al diavolo il figlio al grido di "Sai cosa? Ammazzati, che mi frega, ormai ci rinuncio". Capisco che il punto sia proprio non capire, anche perché altrimenti non esisterebbe il libro scritto da un padre incapace di accettare che il suo beautiful boy gli sia scivolato via dalle mani diventando una creatura altra, mi rendo anche conto di avere davanti una storia vera, ma francamente non comprendo l'obiettivo di un film simile: per due ore si sottolinea l'inutilità sia delle strutture di cura sia dell'amore familiare, poi nelle didascalie finali si invita gli spettatori a cercare aiuto presso le associazioni competenti e a non mollare? Ah beh, grazie al pazzo. Ma non siamo tutti giornalisti/artisti/alberi della cuccagna gonfi di soldi, la volontà e la forza d'animo in certi casi servono proprio a poco.


Felix van Groeningen, anche autore della sceneggiatura, ha avuto palesemente molto materiale da cui partire, ma da quello che ho percepito è riuscito a grattarne giusto la superficie. Bella l'idea di frammentare la storia di David e del figlio Nic, dando allo spettatore l'impressione di avere davanti uno stream of consciousness in cui il presente diventa passato e viceversa, tra ricordi ed esperienze chiave estrapolate dal tempo in cui sono avvenute, viste ora attraverso l'occhio del padre ora attraverso quelli del figlio, tuttavia, proprio per la difficoltà di empatizzare con almeno uno dei protagonisti, si ha spesso l'impressione di avere davanti delle "scenette" fini a se stesse, che messe insieme formano un quadro poco soddisfacente. Peccato, perché Steve Carell è meraviglioso, surclassa brutalmente un Timothée Chalamet che conferma, ancora una volta, la sua capacità di starmi sulle palle a pelle e di aver confuso buona parte del pubblico convincendolo di essere bravo bravo in modo assurdo mentre invece ha solo una bellezza particolare che lo rende diverso da tanti attori della sua età (cosa che avevo già intuito in Lady Bird, senza scomodare Chiamami col tuo nome, lui e quella pesca del menga); benché più in sordina, ho apprezzato anche la sempre valida Maura Tierney con quel suo aspetto di donna segnata dalla vita eppure dotata di un cuore enorme, capace di sostenere in silenzio i suoi folli familiari, e le uniche volte che ho avuto un groppo alla gola guardando Beautiful Boy è perché mi sono immedesimata in questa signora costretta a vedere il marito impazzire per colpa di un figliastro adorato anche da lei. In breve, Beautiful Boy non mi ha fatto schifo, quello no, però gli riconosco una natura disonesta e paracula che me lo ha reso antipatico nonostante i suoi tanti pregi. Se siete meno "nazisti" di me potreste anche dargli un'occhiata, magari troverete il film dell'anno, chissà.


Di Steve Carell (David Sheff), Timothée Chalamet (Nic Sheff), Timothy Hutton (Dr. Brown) e Amy Ryan (Vicki) ho già parlato ai rispettivi link.

Felix van Groeningen è il regista e co-sceneggiatore della pellicola. Belga, ha diretto film come Alabama Monroe - Una storia d'amore. Anche produttore, ha 42 anni.


Maura Tierney interpreta Karen Barbour. Americana, la ricordo per film come Bugiardo bugiardo, Instinct - Istinto primordiale e Insomnia, inoltre ha partecipato a serie quali Casa Keaton e E.R. - Medici in prima linea. Anche produttrice, ha 54 anni e film in uscita.


Jack Dylan Grazer, che interpreta Nic a 12 anni, è stato e sarà ancora l'Eddie Kapsbrak di It. Se Beautiful Boy vi fosse piaciuto recuperate i recenti Boy Erased - Vite cancellate e Ben is Back. ENJOY!

venerdì 2 marzo 2018

Lady Bird (2017)

Anche quest'anno è quasi finita. Manca solo The Big Sick (cartoni animati e film stranieri si recupereranno più avanti o il Bolluomo mi molla...) poi avrò finito i recuperi più importanti per la Notte degli Oscar. Oggi tocca a Lady Bird, uscito proprio ieri in tutta Italia, diretto e sceneggiato nel 2017 dalla regista Greta Gerwig e candidato a cinque Oscar (Miglior Film, Miglior Regia, Saoirse Ronan Miglior Attrice Protagonista, Laurie Metcalf Miglior Attrice Non Protagonista e Miglior Sceneggiatura Originale).


Trama: Christine "Lady Bird" McPherson vorrebbe abbandonare l'odiata Sacramento ed iscriversi a un college di New York ma purtroppo la sua famiglia è povera e i suoi voti sono bassi. L'ultimo anno di liceo diventa quindi un anno di speranze, prime esperienze amorose e sogni infranti...


Suona ipocrita detto da una che ha saltellato all'idea che Get Out finisse nella rosa di varie nomination ma sorge spontanea la domanda: che diamine ha visto l'Academy in Lady Bird per proporlo addirittura come Miglior Film e per la Miglior Regia? L'esordio dietro la macchina da presa della brava Greta Gerwig è l'ennesimo coming of age imperniato su una ragazza "strana" e dalle ambizioni enormi (benché quali, di preciso, non sia dato sapere...), intrappolata all'interno di una cittadina che le sta stretta (nella fattispecie, Sacramento, in California, come ben sottolineato dalla citazione che apre il film) e vessata da una madre che non la capisce e fa di tutto per osteggiarla nonostante le voglia tanto bene, un film dall'anima "indie" che nel 2018 è già diventata cliché perché la sceneggiatura, premiata a sua volta, è ampiamente prevedibile, fin dalle prime sequenze. Christine McPherson, autonominatasi Lady Bird al punto da costringere anche i genitori a chiamarla così, è una diciassettenne andante per i diciotto che spera di venire ammessa a un college di New York per abbandonare l'odiata Sacramento. Purtroppo, la fanciulla è sì molto carina (come sottolineato dal fatto che TUTTI i ragazzi che le interessano capitolino dopo un secondo) ma non è particolarmente intelligente né dotata di qualche talento quindi, vista anche la povertà dei genitori, riuscire nell'intento risulta arduo e l'intero film ruota proprio sulla frustrazione della protagonista e sui suoi costanti tentativi di elevarsi dalla massa oppure farsi notare. E' faticoso seguire le vicende di Lady Bird, più che altro è difficile empatizzare con lei o interessarsi al suo destino visto che non solo il desiderio di "scappare" della ragazza è fine a sé stesso ma il personaggio risulta quasi più insopportabile della Nadine del più riuscito 17 anni: e come uscirne vivi, che perlomeno di tanto in tanto sbroccava, risultando divertente e assurda; i toni di Lady Bird sono invece sussurrati, quasi la Gerwig volesse sottolineare come la protagonista sia una normale adolescente e come la sua situazione sia la medesima di tante altre sue coetanee sparse per l'America, eppure a me è sembrato che qualcosa si inceppasse proprio in questo meccanismo. Forse il problema risiede nel fatto che Lady Bird, già non particolarmente carismatica di suo, è circondata da comprimari appena abbozzati, salvo giusto per la madre, il fidanzatino Danny e forse il papà o l'amica del cuore? Il resto dei personaggi che gravitano attorno alla protagonista lascia il tempo che trova, alcune storie accennate rimangono lì sospese nell'aria e, in generale, nessuno riesce ad influire sulla protagonista in maniera così profonda da cambiarla e farla crescere, magari rendendola più consapevole dei suoi limiti (sì, sul finale c'è la nostalgia di Sacramento, dei genitori, persino della scuola cattolica ma sembra quasi qualcosa di posticcio, aggiunto giusto per necessità di "morale").


Lady Bird mi è sembrato così un lavoro "medio", non mediocre, carino e gradevole ma nulla più, e questa sufficienza si è ripercossa anche sulla mia percezione degli attori. Saoirse Ronan è sempre molto brava e dotata di una bellezza tutta particolare, eppure questa volta non mi è parso che bucasse lo schermo al punto da fissarsi nella mia memoria, ché di ragazzine ribelli dai capelli colorati e vestite in modo particolare è piena la cinematografia mondiale; lo stesso vale per Laurie Metcalf, probabilmente candidata all'Oscar in virtù delle inquadrature finali, durante le quali l'attrice piange in solitario instillando nello spettatore l'unica vera emozione di tutto il film, un'emozione adulta e malinconica che non ha nulla a che vedere con quelle artefatte suscitate dal personaggio principale. A risentire di una scrittura indecisa tra il coming of age indie e quello classico sono anche due attori che agli Oscar hanno fatto faville, uno l'anno scorso con Manchester by the Sea e uno quest'anno con Chiamami col tuo nome, entrambi ingaggiati come fidanzati della protagonista. Lucas Hedges è sicuramente quello caratterizzato meglio tra i due, anche se il colpo di scena che lo riguarda viene poi "sprecato" e utilizzato come l'ennesima botta di sfiga accorsa a Lady Bird, a Timothée Chalamet è andata peggio perché costretto nei panni del mocciosetto fintamente profondo, il tipico bello e tenebroso che alla fine si rivelerà una sòla così che la protagonista possa aprire gli occhi e tornare a prestare attenzione a ciò che conta davvero. Se a ciò aggiungete delle sequenze abbastanza didascaliche (Lady Bird che "cancella" con un colpo di rullo la sua vecchia vita oppure la sequenza in cui pare avere perso un braccio, solo per fare paio di esempi), i soliti omaggi al Rushmore di Wes Anderson accompagnati da autocitazioni che solo i fan della Gerwig possono cogliere e una colonna sonora ruffianetta ma non particolarmente memorabile, capirete perché Lady Bird è un film che mi ha lasciata un po' con l'amaro in bocca, quel gusto leggermente stantìo che sinceramente non mi aspettavo da una regista, sceneggiatrice e interprete che apprezzo da tempo.


Della regista e sceneggiatrice Greta Gerwig ho già parlato QUI. Saoirse Ronan (Lady Bird McPherson), Tracy Letts (Larry McPherson), Lucas Hedges (Danny O'Neill) e Timothée Chalamet (Kyle Scheible) li trovate invece ai rispettivi link.

Laurie Metcalf interpreta Marion McPherson. Americana, ha partecipato a film come Cercasi Susan disperatamente, Io e zio Buck, Affari sporchi, JFK - Un caso ancora aperto, Scream 2, Dick & Jane - Operazione furto e a serie quali Pappa e ciccia, Dharma & Greg, Una famiglia del terzo tipo, Malcom, Grey's Anatomy, Desperate Housewives e The Big Bang Theory; come doppiatrice, ha lavorato nei film Toy Story, Toy Story 2 e Toy Story 3. Ha 63 anni e un film in uscita, Toy Story 4.


Lois Smith interpreta Sorella Sarah Joan. Americana, ha partecipato a film come La valle dell'Eden, Cinque pezzi facili, La vedova nera, Attrazione fatale, Pomodori verdi fritti alla fermata del treno, Un giorno di ordinaria follia, Dead Man Walking - Condannato a morte, Twister, La promessa, Minority Report e a serie quali Cold Case, Grey's Anatomy, E.R. Medici in prima linea, Desperate Housewives e True Blood. Ha 88 anni e un film in uscita.


Stephen Henderson interpreta Padre Leviatch. Americano, ha partecipato a film come Molto forte, incredibilmente vicino, Lincoln, Il sangue di Cristo, Manchester by the Sea e Barriere. Ha 69 anni e un film in uscita.


John Karna, che interpreta Greg Anrue, era il Noah Foster della serie TV Scream. Detto questo, se Lady Bird vi fosse piaciuto potete recuperare 17 anni: e come uscirne vivi, 20th Century Women e Bella in rosa. ENJOY!

Se vuoi condividere l'articolo