Il tema settimanale della Challenge Horror poteva essere il top del trash, in quanto chiedeva la visione di un "Horny European Horror". Dall'elenco di esempi forniti dal creatore della challenge ho tirato fuori Il mulino delle donne di pietra, diretto e co-sceneggiato nel 1960 dal regista Giorgio Ferroni (la raccolta di racconti fiamminghi ad opera di tale Pieter van Weigen, nominata nei titoli di testa come fonte della trama del film, a quanto pare non esiste ed è stata inventata per dare maggior tono all'opera).
Trama: dopo essere stato incaricato di fare delle ricerche sull'argomento, il giovane scrittore Hans viene invitato a dimorare presso il cosiddetto Mulino delle donne di pietra, all'interno del quale c'è un carillon composto da statue a grandezza naturale di tragiche eroine del passato. Il proprietario dell'opera è lo scultore Gregorius Wahl, che vive nel mulino assieme alla figlia Elfie, la quale cela un inquietante segreto...
E io che mi aspettavo chissà quale depravazione da Il mulino delle donne di pietra! In realtà, di gente arrapata ce n'è ben poca all'interno del film e, anche se verso il finale il mad doctor di turno approfitta della messa in atto del suo diabolico piano per mostrare un capezzolo della malcapitata vittima, la più infoiata è la figlia dello scultore, Elfie, la quale si invaghisce subito di Hans e se lo porta a letto senza troppe cerimonie. Qui e là, poi, si inneggia ai piaceri della carne grazie alla presenza della procace Annelore (interpretata dalla cugina di Moira Orfei, Liana) e all'atteggiamento piacione del simpatico Ralf, ma sono davvero dettagli di poco conto. In realtà, Il mulino delle donne di pietra è un dignitoso horror gotico in costume, peraltro il primo in Italia ad essere stato realizzato a colori, il che lo dota sicuramente di un valore storico non da poco. Il mulino delle donne di pietra prende il titolo dal luogo dov'è ambientata la maggior parte della vicenda, ovvero una struttura trasformata in una sorta di attrazione turistica dalla presenza di un carillon fatto di statue a grandezza naturale di famose eroine del passato. La caratteristica peculiare delle statue è quella di raffigurare queste donne da morte, oppure morenti; non bastasse questo elemento già abbastanza creepy, va aggiunto anche che Elfie, la figlia del proprietario del mulino nonché autore del macabro carillon, viene tenuta celata alla vista di eventuali ospiti. Nonostante ciò, lo scrittore Hans, incaricato di scrivere un articolo sul carillon e, conseguentemente, invitato a dimorare nel mulino, rimane ugualmente affascinato dalla ragazza, la quale non fa mistero di essersi perdutamente invaghita dell'uomo. E' il solito trope della femme fatale, procace e dai capelli corvini, il cui aspetto è in aperto contrasto con quello semplice e quasi fanciullesco di Liselotte, amica d'infanzia di Hans e da sempre innamorata di lui. Horny come da titolo della challenge, Hans "si concede" ad Elfie per una notte, ma si rende subito conto che la ragazza è strana, oltre che morbosa in maniera ossessiva, quindi torna con la coda tra le gambe da Liselotte, proclamando il suo amore eterno per lei. Ora, non dirò che Hans si merita tutto ciò che gli accadrà dopo, perché questo dovrebbe essere un post serio, ma a prescindere da come la penso io, il personaggio viene punito per questo suo abbandonarsi alla tentazione del proibito e, come i migliori eroi gotici, viene condotto sull'orlo della follia da qualcosa di talmente perverso da risultare inconcepibile.
Mi rendo conto di essere stata abbastanza lacunosa, ma potrei scommettere che sono in tanti a non avere guardato Il mulino delle donne di pietra, quindi mi spiacerebbe incappare in antipatici spoiler. Passo quindi a parlare un po' dell'aspetto visivo dell'opera. Come sottolineato all'inizio del post, Il mulino delle donne di pietra è stato il primo horror italiano a venire girato a colori e Giorgio Ferroni, assieme al direttore della fotografia Pier Ludovico Pavoni, sfruttano al meglio questo nuovo mezzo espressivo. I colori del film sono intensi, pieni, risaltano ancora più vividi grazie all'utilizzo di ombre nitide e ben definite; ovviamente, vengono privilegiate le sfumature del rosso, soprattutto per gli abiti, un giallo malato che sottolinea la natura non proprio salubre del mulino, tinte blu e viola che fanno assumere alla realtà i contorni di un incubo. L'abile uso del colore è anche funzionale alla trama, soprattutto quando la cinepresa si sofferma sul lento, inquietante movimento delle statue del carillon, indugiando sui dettagli dei loro volti e delle loro espressioni. Il mulino e i suoi dintorni, nebbiosi e grigi, sembrano usciti dritti da un romanzo gotico. La struttura del mulino è labirintica e le inquadrature del regista, talvolta debitrici dello stile espressionista tedesco, riescono a farlo sembrare molto più grande di quello che è, soprattutto quando Hans comincia a perdere contatto con la propria razionalità e a confondere realtà e allucinazioni. La lunga sequenza onirica in cui il protagonista immagina di parlare con vari personaggi è doppiamente efficace perché Ferroni non utilizza alcun elemento visivo per distinguere sogno e realtà; l'unico indizio per lo spettatore è l'eco della voce degli interlocutori di Hans, ma quando il protagonista è solo si finisce vittime della sua stessa confusione. Al di là dell'innegabile bellezza formale, un appunto che bisogna fare a Il mulino delle donne di pietra è che l'aspetto horror è trattenuto per buona parte del suo metraggio e che la follia, purtroppo, esplode solo sul finale, rivelando tutta la depravazione celata all'interno del mulino e gettando nuova luce sulla scappatella di Hans che, col senno di poi, rende molto meno peregrino il tema della challenge. Di più non dimandate e, se questo post vi ha incuriosito, recuperate anche voi Il mulino delle donne di pietra.
Giorgio Ferroni è il regista e co-sceneggiatore del film. Nato a Perugia, ha diretto film come Le baccanti, Il leone di Tebe, Un dollaro bucato, Per pochi dollari ancora, Wanted, L'arciere di fuoco e La notte dei diavoli. Anche montatore, attore e produttore, è morto nel 1981, all'età di 73 anni.


































