venerdì 16 gennaio 2026

KPop Demon Hunters (2025)

Spinta dai due Golden Globe ricevuti, uno per il miglior film d'animazione e l'altro per la miglior canzone, ho finalmente recuperato KPop Demon Hunters, diretto dai registi Chris Appelhans e Maggie Kang (anche co-sceneggiatrice), disponibile su Netflix.


Trama: Rumi, Mira e Zoey sono le tre componenti del gruppo di idol Huntrix. La loro è però un'attività di facciata, che cela il loro vero compito, quello di impedire che i demoni invadano la nostra dimensione. Il loro successo sembra scontato, almeno finché non compare sulla scena la boyband Saja Boys...


Un sacco di persone che conosco e di cui mi fido avevano speso parole di elogio per questo KPop Demon Hunters, ma lo avevo messo un po' da parte, presa da altre priorità. Ora posso dire di essere felicissima di averlo recuperato, perché il film di Chris Appelhans e Maggie Kang è davvero bellissimo e divertente, fruibile anche da chi, come me, di KPop non sa nulla. Siccome sono intrisa di cultura nipponica e sono totalmente ignorante in materia Corea, sarò costretta ad usare analogie a me familiari, cercate di non odiarmi. Rumi, Mira e Zoey, ovvero il gruppo di idol Huntrix, hanno una doppia vita come ogni majokko che si rispetti; vivono nel mondo scintillante della musica e della moda, ma lo fanno perché, attraverso la loro voce (soprattutto quella di Rumi) riescono a scaldare e unire i cuori degli esseri umani, creando l'energia che da vita a una barriera per tenere a bada i demoni ed impedir loro di invadere la Terra. Oltre a fungere da scudo, le ragazze sono anche delle guerriere, delle cacciatrici, e tra una canzone e l'altra non ci mettono molto a uccidere i demoni che tentano di attaccarle. Soprattutto, però, Rumi, Mira e Zoey sono giovani ragazze come tante. Hanno i loro segreti, i loro problemi, le loro paure, imperfezioni che nel mondo dorato degli Idol non devono esistere, perché i fan esigono che i loro idoli, appunto, siano emblemi di eccellenza ideale; questa stessa eccellenza, inoltre, vale anche per la loro attività di cacciatrici e guardiane della barriera. Il lato oscuro dell'industria dello spettacolo coreana (condiviso, in generale, da tutto l'Oriente) è lo spunto da cui si dipana la trama di KPop Demon Hunters, consentendogli di veicolare un necessario messaggio positivo. Più che ricercare una solitaria perfezione, odiando, senza capirlo, tutto ciò che ci fa paura o risulta "strano", l'invito è quello di aprirsi a chi abbiamo vicino, guardare oltre le apparenze, trasformare i difetti in una forza travolgente in grado di aprirci gli occhi sul mondo. Questo messaggio viene trasmesso senza pedanteria né sdolcinatezza, sfruttando in maniera assai divertente i cliché dei KDrama e dell'universo KPop e concedendo spazio anche a momenti più seri e drammatici, nel corso dei quali la protagonista Rumi diventa qualcosa di più di un bel faccino dotato di una voce angelica. 


Il punto di forza di KPop Demon Hunters, assieme alla trama interessante e al messaggio potente che rivolge agli spettatori, è il mix tra una visione moderna della Corea e le leggende che ne caratterizzano la cultura. Il character design dei Saja Boys è un'esilarante mix dei cliché di ogni boyband mai esistita al mondo, e va a braccetto con la bellezza di ciò che si nasconde dietro gli apparenti ragazzi, ovvero degli splendidi messaggeri di morte che seguono l'iconografia moderna dei Jeoseung Saja, con quel loro tipico cappellaccio nero. Non parliamo poi di quanto siano meravigliose la gazza con tre occhi e la tigrotta azzurra, due spiriti complementari usciti dritti dai dipinti della tradizione coreana e pronti ad entrare nel novero delle mascotte animate più amate di sempre. Anzi, per quanto mi riguarda, i personaggi secondari o gli antagonisti sono anche più belli delle Huntrix, le cui animazioni mi hanno ricordato anche troppo lo stile delle Totally Spies, serie di cui non ho mai apprezzato l'inserimento di espressioni comiche e deformed vicine allo stile degli anime, che ho sempre trovato forzato in quello stile di disegno. Nulla da dire, però, sulla regia e l'animazione delle scene di combattimento o dei numeri musicali, coinvolgenti le prime e tremendamente accattivanti i secondi. Accattivante è anche l'unico aggettivo che mi viene in mente per descrivere brani che ti costringono a muoverti a tempo al primo ascolto, o ti catturano grazie alla bellissima voce della cantante Arden Cho, la doppiatrice originale di Rumi; il brano Golden ha giustamente vinto un meritato Golden Globe, ma le canzoni sono tutte belle e, soprattutto, perfette per i temi e le atmosfere del film. L'unico vero difetto di KPop Demon Hunters, almeno per me, è la mancanza di approfondimento delle due compagne di Rumi, la burbera Mira e l'entusiasta Zoey, ma so che sarebbe stato impossibile dare a tutte le ragazze lo stesso spazio. Per questo, spero nell'uscita di un sequel, dove magari si accenni al passato delle cacciatrici e si approfondisca di più il legame con la loro mentore, Celine, altro personaggio potenzialmente interessante ma mal utilizzato. Aspetto fiduciosa, nel frattempo credo che ascolterò in loop la colonna sonora del film!


Di Ken Jeong (voce originale di Bobby), Lee Byung-hun (Gwi-ma) e Daniel Dae Kim (dottor Han) ho già parlato ai rispettivi link.

Chris Appelhans è il co-regista della pellicola. Americano, ha diretto Il drago dei desideri. Anche animatore, sceneggiatore e produttore, ha 46 anni.


Maggie Kang
è la co-regista e co-sceneggiatrice della pellicola, al suo primo lungometraggio, inoltre doppia anche un paio di personaggi minori. Sudcoreana, come animatrice ha lavorato a Shrek terzo, Shrekkati per le feste, Madagascar 2, Shrek 4: e vissero felici e contenti, Il gatto con gli stivali, Le 5 leggende, Kung Fu Panda 3, Il Grinch Minions 2 - Come Gru diventa cattivissimo. Ha 45 anni.


Ji-young Yoo
, che doppia Zoey, era nel cast di Until Dawn - Fino all'albaKPop Demon Hunters vede anche la reunion di due amatissimi interpreti di Lost, che nella serie interpretavano marito e moglie, ovvero il già citato Daniel Dae Kim Yunjin Kim, qui doppiatrice di Celine. Nell'attesa che esca un sequel già annunciato, se KPop Demon Hunters vi fosse piaciuto recuperate Over the Moon - Il fantastico mondo di Lunaria, Belle, Red, Kubo e la spada magica e Nimona. ENJOY!

mercoledì 14 gennaio 2026

2026 Horror Challenge: La morte corre sul fiume (1955)

A causa delle uscite recenti ho saltato il post della horror challenge, la settimana scorsa, ma non la visione del film. Al momento, dunque, i post sono un po' sfasati ma conto di rimettermi in carreggiata a breve. Il tema della settimana scorsa era "Horror più popolare su Letterboxd, tra quelli non ancora visti e non sulla wishlist", ed è uscito in automatico La morte corre sul fiume (The Night of the Hunter), diretto e co-sceneggiato nel 1955 dal regista Charles Laughton, tratto dal romanzo omonimo di Davis Grubb.


Trama: un sedicente predicatore, che in realtà è un serial killer di vedove, sposa l'ex moglie di un rapinatore impiccato da poco, onde appropriarsi del denaro nascosto dall'uomo prima di morire...


La morte corre sul fiume
è uno dei quei cult di cui ho sentito parlare mille volte e di cui avrò visto centinaia di parodie, ma non ero mai riuscita a vedere l'opera originale. Accolto con disgusto dalla critica dell'epoca, al punto da spingere Charles Laughton a rinunciare a una carriera da regista, La morte corre sul fiume è in realtà un thriller dignitosissimo con un protagonista indimenticabile, il terrificante Harry Powell di Robert Mitchum. Prima dell'arrivo della diva Lillian Gish e della sua tostissima Rachel Cooper, il carismatico predicatore Powell si mangia tutti gli altri personaggi, e non solo per esigenze di copione che vogliono le persone ammaliate dal fascino e dall'eloquenza del personaggio, ma proprio per il modo in cui è stato caratterizzato. Harry Powell è un mostro travestito da agnello, benché sia vestito di nero dalla testa ai piedi, come l'angelo della morte; arriva preannunciato da un inno religioso che suona come una condanna ("ci abbandoniamo al Suo abbraccio"), è implacabile nel perseguire i suoi scopi, annienta l'animo delle sue vittime prima ancora del corpo, ed è talmente arrogante da permettersi di fare il cialtrone anche quando la situazione volge al peggio per lui. E' proprio questa commistione di sacro e profano, di pericolosità e cialtronaggine, a rendere il personaggio indimenticabile, un gentiluomo d'altri tempi che nasconde un cuore nero come l'inferno. Non a caso, sono i bambini a vedere oltre la sua facciata. Non tanto Pearl, troppo piccola per rendersi conto di ciò che la circonda, quanto il povero John, già costretto dal padre a sobbarcarsi il segreto del nascondiglio dei soldi rubati. Mentre la madre Willa, provata dalla morte di un marito impiccato come criminale, lascia che il disprezzo per le donne e il fervore religioso di Powell la avvelenino, facendole il lavaggio del cervello, John deve stare all'erta, pena la vita sua e della sorella. E' proprio la presenza di John e Pearl a rendere La morte corre sul fiume non tanto un thriller, quanto una fiaba dalle atmosfere southern gotic; come novelli Hansel e Gretel, i due bambini sono costretti a prendere una barca e fuggire alla morte incarnata da Powell (come da titolo italiano), fino ad approdare al porto relativamente sicuro offerto da Miss Cooper, donna dai modi spicci ma decisa a dare un rifugio e la possibilità di avere un'infanzia serena ad ogni bambino che arriva a bussare alla sua porta. Sapete bene che non ho un grande istinto materno, ma onestamente, sul finale, vedere John liberarsi dal peso del segreto affidatogli dal padre e piangere tutto il dolore dell'innocenza perduta per colpa degli adulti, mi ha stretto il cuore. 


La regia e la fotografia, opera di Stanley Cortez, concorrono ad aumentare l'atmosfera fiabesca de La morte corre sul fiume. Il bianco e nero è incredibilmente nitido e pulito, tanto che sembra di avere davanti delle illustrazioni a china semoventi, all'interno delle quali la figura di Powell spicca come una macchia "sbagliata", ovunque si trovi. Il predicatore risulta ancora meno umano durante le sequenze della fuga di John e Pearl, quando la sua ombra, accompagnata soltanto da un canto insinuante, si staglia all'orizzonte come fosse la sagoma di un demone. Tra scene create completamente in studio, come quella del fienile, riverberi sull'acqua che rendono il fiume una dimensione a sé, fuori dallo spazio e del tempo, e analogie che vedono la presenza di teneri animaletti, la fuga dei bambini diventa un incubo a occhi aperti, completamente distaccato dalla realtà, e lo stesso vale per la presenza di Powell nella vita quotidiana. Le violente interazioni tra il predicatore e i bambini, inoltre, vengono pietosamente intervallate da momenti più lievi ed umoristici, che hanno la doppia funzione di dare un po' di respiro allo spettatore e mitigare la ferocia e l'orrore di una situazione obiettivamente insostenibile. Non che Laughton si trattenga: la sequenza del cadavere nel fiume, per quanto resa più poetica da una fotografia particolarmente morbida, è carica di tragedia, e l'assedio ai danni di Miss Cooper e dei suoi ragazzi mette angoscia come un home invasion moderno. Per quanto riguarda le interpretazioni, di Robert Mitchum ho già parlato all'inizio del post, ed è incredibile vedere con quale naturalezza l'attore indossi i panni per lui inusuali di uno psicopatico tout-court, talmente ipocrita nel suo approcciarsi ad un fervente cristianesimo da risultare un perfetto predicatore, tristemente realistico. Shelley Winters, nel ruolo di Willa, è l'emblema dei genitori deboli ed egoisti che popolano fiabe ed horror, ma infonde al personaggio una triste umanità per cui è impossibile odiarla, mentre Lillian Gish è semplicemente perfetta. A Miss Cooper viene consegnata la morale del film, la speranza per un futuro migliore affidato ai bambini, i quali vivono in un mondo duro, ma alla fine riescono a resistere, a perseverare; la pacata durezza e la dignità dell'attrice, contrapposta all'ostentata sicumera di Robert Mitchum, arricchisce entrambe le interpretazioni e rende La morte corre sul fiume qualcosa di più di un semplice thriller da guardare e dimenticare dopo qualche giorno. Se non l'avete mai fatto, come buon proposito per il 2026 recuperate questo cult, non ve ne pentirete!    


Del regista e co-sceneggiatore Charles Laughton ho già parlato QUI mentre Shelley Winters, che interpreta Willa Harper, la trovate QUA.

Robert Mitchum interpreta Harry Powell. Americano, ha partecipato a film come I forzati della gloria, La magnifica preda, Il promontorio della paura, Il giorno più lungo, S.O.S. Fantasmi e Cape Fear - Il promontorio della paura. Anche produttore e sceneggiatore, è morto nel 1997.


Lillian Gish
interpreta Rachel Cooper. Diva del muto e musa di David Wark Griffith, ha partecipato a film come Nascita di una nazione, Intolerance, Le due orfanelle, Duello al sole, I commedianti e Le balene d'agosto. Anche sceneggiatrice, regista e produttrice, è morta nel 1993. 


Peter Graves
interpreta Ben Harper. Più conosciuto come Jim Newton di Furia cavallo del West e James Phelps del telefilm Missione impossibile, ha partecipato a film come L'aereo più pazzo del mondo, L'aereo più pazzo del mondo... sempre più pazzo, La famiglia Addams 2, Il mistero della casa sulla collina, Men in Black II e ad altre serie quali Fantasilandia, La signora in giallo, Love Boat, Dr. House, Cold Case e Settimo cielo. Come doppiatore, ha lavorato in Angry Beavers e American Dad!. Anche regista, è morto nel 2010.


Evelyn Varden
, che interpreta Icey Spoon, era anche nel cast di un altro grande thriller dell'epoca, Il giglio nero. La morte corre sul fiume ha un remake televisivo, Una famiglia in pericolo, dove Harry Powell è interpretato, in maniera assai appropriata, dall'ex Padre Ralph Richard Chamberlain. Non l'ho mai visto e non ci tengo particolarmente; se La morte corre sul fiume vi fosse piaciuto, consiglio, piuttosto, Il promontorio della paura (e, ovviamente, il remake firmato Scorsese, Cape Fear - Il promontorio della paura) e I diabolici. ENJOY!

martedì 13 gennaio 2026

Una di famiglia - The Housemaid (2025)

Per concludere il pellegrinaggio cinematografico di inizio anno, la settimana scorsa sono andata a vedere anche Una di famiglia - The Housemaid (The Housemaid), diretto nel 2025 dal regista Paul Feig e tratto dal romanzo omonimo della scrittrice Freida McFadden.


Trama: Millie, ragazza dal passato turbolento, cerca disperatamente un lavoro e si convince di aver risolto tutti i suoi problemi quando viene assunta come governante dalla ricca Nina. Già il primo giorno, però, Millie capisce di avere di fronte una donna con gravi problemi psichici, che non perde occasione per renderle la vita un inferno...


Non ero granché convinta di andare a vedere Una di famiglia, lo ammetto. Mi sono fatta trascinare dall'entusiasmo di un'amica da qualche settimana a digiuno di horror e thriller visti al cinema, e ho dato fiducia al progetto giusto in virtù della presenza di Amanda Seyfried, che mi piace sempre molto. Ero scettica, in primis, a causa di Paul Feig, che non ho mai associato al thriller nemmeno dopo avere visto il gradevolissimo Un piccolo favore e, men che meno, dopo il suo orribile sequel. Fortunatamente, Una di famiglia è l'equivalente un po' più curato di un thriller televisivo anni '90, e affianca ad una certa prevedibilità della trama la curiosità di capire dove andranno a parare le serie di situazioni al limite dell'assurdo che coinvolgono Millie, giovane in cerca di lavoro che finisce per fare la governante a casa dei ricchi Winchester. Siccome Una di famiglia non va per il sottile, fin dall'inizio Millie viene bersagliata senza pietà dalla folle padrona di casa, Nina, un incrocio tra Iriza Legan e le compagne di scuola di Lovely Sara, per di più gelosa marcia di un marito bello come il sole e buono come il pane (in entrambi i sensi), di fronte al quale Millie non riesce a rimanere indifferente. Esatto, come avrete capito Una di famiglia è un thriller condito con un pizzico di spicy, ma senza esagerare, ché non siamo nei perversi anni '90, e qui è tutto filtrato dalle risatine delle booktoker pruriginose; si dà un colpo al cerchio e uno alla botte, consentendo anche a chi non è avvezzo a generi più "forti" e "complessi" di passare una serata divertente al cinema, con la punta del piede immersa nel torbido pantano dell'animo di personaggi problematici. E poiché non siamo più negli anni '90, un elemento importante della trama è l'empowerment femminile, che a un certo punto trasforma Una di famiglia nella versione ripulita e moralmente più "accettabile" di quel filone cinematografico di cui fa parte anche Promising Young Woman. Ma ho detto anche troppo, meglio cambiare argomento.


Premesso dunque che Una di famiglia è "spazzatura" (e qui citerei una favolosa utente di Letterboxd che ha commentato il film con un "se questo è spazzatura, allora io sono un procione"), ciò che impedisce di venire infastiditi dalla puzza è la confezione di lusso in cui è racchiuso. Lasciando da parte le scene di sesso, ben realizzate ma, per quanto mi riguarda, eccitanti come le copertine di un Harmony, Paul Feig come al solito sguazza nell'ambiente che gli è più consono, ovvero quello della ricca borghesia, tra ambienti ed edifici favolosi, comfort moderni e abiti femminili dal gusto squisito. Come già in Un piccolo favore, anche in Una di famiglia la luce accecante di una raffinata opulenza nasconde un profondo disagio che sconfina nella malattia mentale, e questo vale sia per gli splendidi costumi e scenografie, ma anche per gli interpreti, ulteriore valore aggiunto del film. La punta di diamante del cast è Amanda Seyfried, che molla gli ormeggi e si affida senza vergogna a un overacting che farebbe arrossire persino Nicolas Cage, risultando convincentissima dall'inizio alla fine. Sydney Sweeney, giustamente "dimessa" (ovvero come potrei essere io dopo parrucchiere, estetista, chirurgo estetico e una settimana di sonno ininterrotto), le fa da misurato contraltare senza farsela menare troppo, pur con occasionali dimostrazioni di comprensibile fragilità, mentre Brandon Sklenar si arricchisce piano piano di sfumature. Inizialmente, l'attore si mescola alle suppellettili, condividendone profondità ed espressività, dopodiché acquista sempre più spessore, offrendo una delle interpretazioni più divertenti di questo inizio anno. Ciò non vale, ovviamente, per colui che è inspiegabilmente diventato il feticcio di Paul Feig, il nostrano Michele Morrone. Già vittima di un personaggio che, almeno nel film, è utile quanto il due di coppe a briscola, il manzo pugliese perde il confronto impari con la pala da giardiniere che gli hanno messo in mano e con la quale, in tutta sincerità, avrei più piacere a passare 365 giorni. E siccome, rileggendo queste ultime righe, ho timore che mi scambierete per le pazze alle quali piace leggere roba come Forked, Unhinged ecc., mi taccio e, con mia stessa sorpresa, mi limito a consigliarvi di dare una chance a Una di famiglia - The Housemaid, perché potreste anche divertirvi. 


Del regista Paul Feig ho già parlato QUISydney Sweeney (Millie Calloway), Amanda Seyfried (Nina Winchester) ed Elizabeth Perkins (Signora Winchester) le trovate invece ai rispettivi link.

Brandon Sklenar interpreta Andrew Winchester. Americano, ha partecipato a film come Vice - L'uomo nell'ombra e Drop. Ha 36 anni e un film in uscita. 


Attualmente, Una di famiglia - The Housemaid ha già ottenuto il via libera per un sequel, che dovrebbe intitolarsi The Housemaid's Secret e vedere il ritorno sia di Paul Feig alla regia che di Sydney Sweeney nei panni di Millie. Considerato che l'autrice Freida McFadden ha scritto tre libri e un racconto di quella che, nel tempo, è diventata una saga, potrebbe anche non essere finita qui. Nell'attesa, se Una di famiglia - The Housemaid vi fosse piaciuto, potete recuperare L'amore bugiardo - Gone Girl e La ragazza del treno. ENJOY!

lunedì 12 gennaio 2026

Golden Globes 2026

Ieri sono stati assegnati i Golden Globe, quindi oggi comincia, almeno per me, la tanto odiata/amata Award Season, con conseguente mega-recupero di opere in vista delle nomination agli Oscar del 22 gennaio. Sopportate la mia consueta ignoranza con questo mini-riassunto dei premiati ai Golden Globe 2026! ENJOY!


Miglior film drammatico
Hamnet (UK/USA, 2025)

Pur non avendo mai visto un trailer, questo film mi ha ispirata fin dalla locandina. Considerato che si parla di Shakespeare, Amleto e arte che nasce dal dolore, e che la regia e sceneggiatura sono affidate alle mani di Chloé Zhao, mi aspetto un'opera bellissima. Mi spiace, però, per Frankenstein e I peccatori, i quali ovviamente non avevano speranza alcuna di vincere, non in questa categoria. Hamnet - Nel nome del figlio, uscirà in Italia il 5 febbraio, comodo comodo per gli Oscar.

Miglior regista
Paul Thomas Anderson per Una battaglia dopo l'altra

E che gli vuoi dire a Paul Thomas Anderson? La regia del suo ultimo film è un trionfo e gli auguro la strada spianata verso il suo primo Oscar. Sarebbe anche l'ora. 


Miglior film - Musical o commedia
Una battaglia dopo l'altra 
(USA, 2025)

A me l'inserimento nella categoria "commedia" di film come Una battaglia dopo l'altra, Bugonia o No Other Choice fa sempre un po' ridere, ma temo che questa classificazione valga per tutti i film difficili da etichettare. Forse avrei preferito la vittoria di No Other Choice, ma sono ugualmente contenta.


Miglior attore protagonista in un film drammatico
Wagner Moura in L'agente segreto

Il film uscirà in Italia a fine mese, non so assolutamente di cosa parli, non ho mai visto un trailer e non conosco Wagner Moura perché non ho mai guardato Narcos. Insomma, brancolo nel buio più totale per questa vittoria, ma d'altronde lo stesso vale per l'intera categoria; le uniche due interpretazioni che conoscevo, quelle di Oscar Isaac e Michael B. Jordan, per quanto intensissime, non mi sembravano materiale da Golden Globe

Miglior attore non protagonista
Stellan Skarsgård in Sentimental Value

Per quanto ami Skarsgård e per quanto sia sicurissima che la sua interpretazione sia favolosa, il mio cuore quest'anno andava al sensei di Benicio del Toro. Il 22 gennaio, comunque, correrò a vedere Sentimental Value a prescindere, visto che adoro Joachim Trier

Miglior attrice protagonista in un film drammatico
Jessie Buckley in Hamnet

Quest'anno non ho visto nemmeno una delle performance candidate, quindi una vale l'altra, almeno per me. La Buckley mi era piaciuta molto in La figlia oscura e Women Talking, per cui ho grande fiducia.

Miglior attore protagonista in un film musicale o commedia
Timothée Chalamet in Marty Supreme

Ommamma. Non so se reggerò la combo Chalamet/Safdie, temo mi verrà una pellagra che solo la presenza di Fran Drescher potrà mitigare, ma lo saprò soltanto il 22 gennaio, quando Marty Supreme uscirà in Italia. Nell'attesa, mi dispiaccio per Di Caprio, Lee Byung-Hun e Jesse Plemons, attori che apprezzo infinitamente più di quel twink ormai cresciuto. 

Miglior attrice protagonista in un film musicale o commedia
Rose Byrne in If I Had Legs I'd Kick You

If I Had Legs I'd Kick You non ha ancora una data di uscita italiana e, ovviamente, di questo film non sapevo nulla. Dovrebbe essere una tragicommedia di stampo psicologico, quindi qualcosa che potrebbe piacermi, mentre Rose Byrne, finora, mi era rimasta vagamente impressa solo per i franchise di Insidious e X-Men, quindi sono curiosa di capire come possa avere asfaltato Chase Infiniti ed Emma Stone.

Miglior attrice non protagonista
Teyana Taylor in Una battaglia dopo l'altra

Mi dispiace enormemente per Amy Madigan e la sua zia Gladys, ma in effetti la Taylor è un mostro vero, la cui interpretazione eclissa persino quella di due signori attori come Sean Penn e Leonardo di Caprio


Miglior sceneggiatura

Paul Thomas Anderson per Una battaglia dopo l'altra

Anche in questo caso, non posso fare altro che essere felice, sebbene mi dispiaccia per I peccatori, che a mio avviso meritava qualcosina in più. 

Miglior canzone originale
"Golden" di Joong Gyu-kwak, 
24, Nam Hee-dong, Lee Yu-han, Teddy Park, EJAE e Mark Sonnenblick per KPop Demon Hunters

Ringrazio ogni divinità per la mancata vittoria delle due menate di balle firmate Wicked: For Good e aspetto di vedere KPop Demon Hunters per giudicare la canzone in questione.

Miglior colonna sonora originale
I peccatori di Ludwig Göransson

E vorrei ben vedere. Cito il mio stesso post: "il mix di jazz, blues, canzoni originali, ballate folk, ritmi forsennati di basso e chitarre elettriche che sembrano volere squarciare il velo della realtà, è perfetto per l'atmosfera de I peccatori ed è una delle poche colonne sonore che ho avuto voglia di riascoltare appena uscita dal cinema". Vittoria meritatissima!!


Miglior cartone animato
KPop Demon Hunters 
(USA/Canada, 2025)

Mi dispiace per La piccola Amélie, perché per me è un capolavoro, ma siccome finora ho snobbato KPop Demon Hunters, sospendo il giudizio e lo recupererò a breve. 

Miglior film straniero
L'agente segreto
 (Brasile/Francia/Paesi Bassi/Germania, 2025)

Sono contenta che non abbia vinto Un semplice incidente (non per chissà quale motivo, semplicemente perché non sono riuscita ad andarlo a vedere causa influenze ed impegni nonostante lo abbiano tenuto un paio di settimane a Savona!) ma mi spiace per No Other Choice e La voce di Hind Rajab, visti ed apprezzati. Il valore de L'agente segreto sale sempre di più, speriamo lo programmino presto al cinema d'essai! 

Cinematic and Box Office Achievement
I peccatori 
(USA, 2025)

Mi sembra un po' una cafonata questo contentino a un'opera splendida come I peccatori, ma tant'è. Noi amanti dell'horror dobbiamo fare buon viso a cattivo gioco ed essere felici per il fatto che molti film di genere, quest'anno, rientrassero nel novero di nomination importanti.


Come al solito, le serie TV sono per me motivo di vergogna. Miracolosamente, quest'anno ho guardato una delle miniserie più premiate, Adolescence, che si è giustamente portata a casa i Golden Globe per la miglior miniserie o film per la televisione, per la miglior attrice non protagonista, per il migliore attore protagonista di miniserie o film per la televisione e per il miglior attore non protagonista. La vittoria del mio amato Seth Rogen come miglior attore in una commedia mi spinge invece a recuperare una serie che ho nei radar da parecchio, The Studio, per il resto mi trincero nella mia solita ignoranza e vi do appuntamento agli Oscar, il 16 marzo!


venerdì 9 gennaio 2026

La piccola Amélie (2025)

Un altro film splendido visto a inizio anno è stato La piccola Amélie (Amélie et la métaphysique des tubes), diretto e sceneggiato nel 2025 dai registi Liane-Cho Han Jin Kuang e Maïlys Vallade e tratto dal romanzo autobiografico Metafisica dei tubi di Amélie Nothomb.


Trama: Amélie, figlia di un diplomatico belga di stanza in Giappone, arriva a due anni senza percepire nulla di ciò che la circonda, dopodiché comincia a conoscere il mondo, con tutta la gioia e il dolore che ne consegue...


Non ho mai letto Metafisica dei tubi, né altre opere di Amélie Nothomb, quindi non sapevo cosa aspettarmi da La piccola Amélie. Sono stata essenzialmente attirata dai colori e dalle animazioni di un trailer che profumava tantissimo di Studio Ghibli, e siccome amo i cartoni animati anche se ho 44 anni suonati e, come sapete, adoro il Giappone, ho chiesto a Mirco di accompagnarmi al cinema il giorno dell'Epifania. Siamo usciti dalla sala in lacrime, entrambi profondamente commossi da un film splendido, dall'impostazione e dai temi adulti, eppure realizzato in modo da portare sullo schermo il punto di vista di una bambina di tre anni. O di Dio, se volete. O anche di un "ortaggio", dipende a chi lo chiedete. La caratteristica di Dio, infatti, è quella di subire e non trattenere stimoli, emozioni ed esperienze, così che tutto passa attraverso lui come se fosse un tubo, un tubo immoto, immutabile ed egocentrico. Queste caratteristiche possono essere ascritte anche ai bambini molto piccoli, al di là della loro natura meno che statica, quindi alla stessa Amélie: voce narrante del film, Amélie è il centro del proprio universo, di un mondo che si piega alle leggi della sua percezione falsata, e tutto ciò che la circonda, se non colpisce il suo interesse o non mostra di eleggerla a "bene supremo", non è altro che un rumore di fondo. Non ricordo le sensazioni che provavo da bambina, ma probabilmente il punto di vista adottato da La piccola Amélie è vicinissimo a quello di un treenne incapace di andare oltre alle situazioni contingenti e a un egoismo sconfinato, non per cattiveria, quanto proprio per la mancanza di esperienza. Per questo, la prima parte del film è un bombardamento costante di sensazioni contraddittorie che mescolano il reale all'immaginazione, di forze naturali che si scatenano in sintonia al carattere bizzoso della protagonista, di momenti riflessivi che tuttavia scivolano come l'acqua, senza che Amélie cambi davvero o maturi con l'esperienza. C'è una netta separazione tra una voce autoproclamatasi "saggia" e un mondo che appartiene in toto ai grandi (che parla, in effetti, agli spettatori adulti), un divario che diminuisce man mano che il film prosegue e che il legame tra Amélie e la domestica di casa, Nishio-san, si fa totalizzante. Nishio-san, senza volere, cristallizza il mondo di Amélie nel tempo e nello spazio, ed è solo quando questo piccolo universo perfetto subisce la prima crepa che il dolore imprime nell'animo della protagonista indelebili ricordi; come già la Pixar ai tempi del primo Inside Out, anche La piccola Amélie ci insegna che vivere e crescere vanno di pari passo con tristezza, perdite e separazioni, senza le quali non riusciremmo a fare tesoro della felicità che possediamo, né a capirla fino in fondo.


Sono considerazioni adulte, che hanno portato me e Mirco a piangere come due fontane in sala, inevitabilmente, perché sarebbe così bello tornare ad abbandonarsi all'innocente petulanza dell'infanzia, essere adorabilmente stronzi e menefreghisti come la protagonista de La piccola Amélie. E come la sua protagonista, il film di Liane-Cho Han Jin Kuang e Maïlys Vallade unisce il meglio di due mondi e culture distanti, aprendo le sue riflessioni anche alla necessità di condivisione e conoscenza, le uniche cose in grado di salvarci dalle guerre, piccole o grandi che siano, e da una morte che non sia quella naturale. Dell'Europa, La piccola Amélie riprende l'elegante e sagace ironia, uno stile d'animazione pulito, un character design che strizza l'occhio alla Francia e al Belgio; dal Giappone, in primis dalle opere dello Studio Ghibli e degli slice of life dei primi Mamoru Hosoda e Makoto Shinkai, derivano un approccio fantasioso ma rispettoso verso la natura, i piccoli riti casalinghi, una poesia racchiusa nelle forme, nei colori e nelle melodie di una splendida colonna sonora. L'animazione tradizionale del film restituisce allo spettatore tutta la bellezza di un mondo filtrato dagli occhi enormi di una bambina, il sense of wonder di splendide sequenze dai colori brillanti nelle quali non c'è differenza tra sogno e realtà, ma anche la triste "normalità" della morte di una persona cara, o di una guerra lontana comprensibile solo attraverso l'ausilio di metafore "casalinghe". In realtà, mi rendo conto che sto facendo davvero fatica a mettere per iscritto le sensazioni provate guardando La piccola Amélie, un minuscolo capolavoro che mi ha lasciata frastornata e prigioniera di una girandola di emozioni fortissime, e che probabilmente dovrei rivedere con calma per analizzarlo come meriterebbe. Quindi, il mio consiglio è quello di smettere di leggere, armarvi di tanti fazzoletti e correre al cinema a guardare un film che rischia di venire penalizzato dai campioni d'incassi natalizi, quando invece avrebbe meritato molta più risonanza. Spero vivamente di vederlo tra i titoli candidati agli Oscar di quest'anno!

Liane-Cho Han Jin Kuang è il co-regista e co-sceneggiatore del film. Come animatore, ha realizzato film quali L'illusionista. E' anche storyboard artist. 


Maïlys Vallade
è la co-regista e co-sceneggiatrice del film. Come animatrice, ha realizzato film quali Il piccolo principe. E' anche character designer e storyboard artist.


Se La piccola Amélie vi fosse piaciuto, recuperate Il mio vicino Totoro e Mirai. ENJOY!

mercoledì 7 gennaio 2026

No Other Choice (2025)

Il secondo giorno dell'anno, il cinema d'élite mi ha fatto un regalo enorme: proiettare in v.o. No Other Choice (어쩔 수가 없다 -  Eojjeol suga eopda), diretto e co-sceneggiato nel 2025 dal regista Park Chan-wook partendo dal romanzo The Ax di Donald E. Westlake.


Trama: dopo essere stato licenziato, Man-soo decide di eliminare letteralmente la concorrenza, uccidendo quelli che ritiene i potenziali migliori candidati al posto di manager dell'azienda dove vorrebbe lavorare. 


Cinematograficamente parlando, non poteva esistere modo migliore di cominciare l'anno se non guardando un film bello come No Other Choice, che aspettavo fin dall'uscita dei primi trailer. A livello emotivo, come ha confermato anche il povero Mirco, l'ultima opera di Park Chan-wook, un progetto peraltro accarezzato dal regista da quasi 20 anni, è invece abbastanza angosciante e racchiude in sé tutte le brutture della nostra società che ci spreme e ci getta via come fazzolettini di carta usati. Ed appunto di carta si parla, perché il protagonista del film, Man-soo, ha lavorato in una fabbrica di carta per buona parte della sua vita, almeno finché non è stato licenziato, assieme ai suoi sottoposti, nell'ambito della riorganizzazione del personale attuata da acquirenti americani. Disperato all'idea di perdere la casa d'infanzia, acquistata col sudore della fronte, e di lasciare in ristrettezze la sua famiglia, Man-soo cerca invano lavoro, venendo rigettato da più aziende, finché non arriva ad una decisione estrema, ovvero eliminare letteralmente i potenziali candidati al posto di manager in un'azienda cartaria concorrente. No Other Choice mette angoscia non tanto per la deriva thriller e grottesca della trama, quanto per la progressiva spersonalizzazione del protagonista e per una forma mentis (peraltro condivisa dalle sue vittime e, progressivamente, anche dalla moglie) secondo la quale "non c'è altra scelta", come da titolo originale, che agire in maniera contraria ad ogni buon senso o comportamento umano. Man-soo non concepisce la sua esistenza al di fuori della produzione della carta o, comunque, non accetta lavori che esulino da una realtà manageriale, fosse anche come sottoposto. Sono il terrore e l'insicurezza derivanti da un potenziale cambiamento che lo portano a compiere tutta una serie di passi falsi e a fargli fallire, sistematicamente, ogni colloquio. E' come se le spietate commissioni che devono giudicarlo percepissero la sua disperazione e gli ridessero in faccia, umiliandolo volutamente e creando i presupposti per una guerra tra poveri, tra disperati incapaci di concepire una vita al di fuori del lavoro per il quale sacrificherebbero affetti, famiglia e dignità dicendosi, ipocritamente, di stare facendo di tutto per salvaguardarli. 


I potenziali candidati che Man-soo decide di uccidere sono dei falliti quanto lui, persone normalissime che hanno la (s)fortuna di possedere requisiti fondamentali per le aziende e che proprio queste ultime hanno ridotto a larve, alla faccia di tutti i terribili gruppi di terapia psicologica che dovrebbero aiutarli a superare la "vergogna" di essere stati licenziati. Park Chan-wook è spietato nei parallelismi, e le immagini sul finale hanno l'effetto di uno schiaffo atto a svegliarci da un racconto filtrato completamente dal punto di vista di un uomo impossibilitato ad uscire dal sistema; l'individuo, come gli alberi, viene sradicato, spogliato di tutti i valori che contano (in primis l'empatia), ridotto all'osso di ciò che è utile a fini aziendali, e viene lasciato da solo, unico "reggente" di un mondo di macchine, colmo di gratitudine per essere stato finalmente ridotto a un ingranaggio. L'aspetto assurdo di No Other Choice è che Man-soo avrebbe tutto il necessario per sottrarsi al sistema: è bello, intelligente, ha una moglie che lo ama, ed è riuscito a diventare un padre amorevole sia per la figlia naturale che per il figlio adottivo. Cosa ancora più importante, ha già una volta dimostrato di potere uscire da un baratro profondo, quello dell'alcolismo, e la sistematica pianificazione dei vari omicidi lo conferma uomo pieno di risorse ed inventiva. Di tutte queste qualità, però, Man-soo non si rende conto, condizionato com'è a ragionare su se stesso in base a "punti del curriculum". Nel corso del film, il protagonista arriva persino a ripetere frasi pronunciate dalle sue potenziali vittime, a cercare parallelismi tra la loro situazione familiare/affettiva e la sua (prendendo sonore cantonate), attraverso un processo di spersonalizzazione/assorbimento che, paradossalmente, sul finale lo avvicina alla perfezione: essendosi spogliato del suo "difetto" più grande, l'individualità, Man-soo può affrontare il colloquio anche senza gli appunti scritti sulle mani con la penna rossa. I membri della sua famiglia, in primis la moglie, per sopravvivere in questo mondo non possono fare altro, a loro volta, di accettare di non avere altra scelta, aprendo alla piccola speranza che tutto lo schifo nascosto e seppellito seguendo questo tremendo mantra possa, se non altro, dare la possibilità a chi è innocente di sbocciare in un meraviglioso e rarissimo fiore. 


In tutto questo, Park Chan-wook si riconferma un regista coi fiocchi, in grado di realizzare piccoli capolavori con ogni sequenza. E' incredibile come riesca a coniugare alla perfezione tragedia, commedia, momenti grotteschi e contemporaneamente tristi, accompagnati da una colonna sonora talmente fuori contesto da essere calzantissima. Un esempio su tutti è la sequenza in cui Man-soo spiana la pistola addosso a Bummo con tutto il delirio che ne consegue, un esempio di grande cinema in cui è fondamentale il posizionamento degli attori all'interno della scenografia, il susseguirsi delle inquadrature e, soprattutto, il ritmo della scena, e dove tutto fila senza neppure una nota stonata (una cosa simile accade anche durante la "bevuta" con Seon-chul, altra sequenza indimenticabile, che scorre in parallelo a quella, tremenda, in cui moglie e figlio si confrontano tra loro). Ma ci sono tantissimi altri momenti di alto Cinema all'interno di No Other Choice, tra utilizzi impropri del filo per bonsai, immagini che vengono moltiplicate senza fine, dissolvenze incrociate, prospettive ribaltate ed elementi architettonici o naturali che fungono da cornice; persino una sequenza potenzialmente kitsch come quella del ballo in maschera è splendida, un virtuosismo dove i bellissimi costumi e la personalità del protagonista Lee Byung-hun si combinano senza spezzare il ritmo della narrazione. A proposito di Lee Byung-hun, già molto apprezzato in I Saw the Devil e Squid Game, la sua interpretazione di Man-soo è un efficacissimo mix di serietà, carisma e sfiga cosmica, i suoi tempi comici sono perfetti e, pur dovendo tratteggiare un personaggio complesso e spinto a scelte discutibili (quelle presenti, ma anche quelle passate), rende assai difficile non immedesimarsi allo spettatore. Anche il resto del cast è perfetto, a partire da Son Ye-jin nei panni della moglie, passando per la grottesca, fantastica coppia formata da Lee Sung-min e Yeom Hye-ran, per finire con quella meravigliosa patatina che interpreta la figlia di Man-soo, che mi ha scatenato più volte il magone. Ribadisco, per quanto non capisca nulla di cinema coreano e di Park Chan-Wook, cominciare l'anno con No Other Choice, per di più in v.o. è stato un privilegio e una gioia. Non perdetelo, se avete la fortuna di vivere vicino a un cinema che scelga di non proiettare solo Zalone per le feste!


Del regista e co-sceneggiatore Park Chan-wook ho già parlato QUI mentre Lee Byung-hun, che interpreta Man-soo, lo trovate QUA.


Esiste un altro film tratto dal romanzo di Donald E. Westlake ed è Il cacciatore di teste, del regista Costa-Gravas, a cui No Other Choice è dedicato. Se il film vi è piaciuto recuperatelo e aggiungete Parasite. ENJOY!

venerdì 2 gennaio 2026

2026 Horror Challenge: Perfect Blue (1997)

La challenge horror di Letterboxd inizia prestissimo, con l'augurio di un buon 2026 a tutti voi e la speranza, la settimana prossima, di parlarvi di qualche film uscito di recente. Il tema della settimana era "l'horror più popolare nella tua watchlist, tra quelli non ancora visti", e il sito ha deciso per Perfect Blue (パーフェクトブルー), diretto e co-sceneggiato nel 1997 dal regista Satoshi Kon a partire dal romanzo Perfect Blue: Complete Metamorphosis di Yoshizaku Takeuchi.


Trama: l'idol Mima decide di abbandonare il gruppo che l'ha portata al successo ed intraprendere la carriera di attrice. Il cambiamento, assieme alla presenza di un pericoloso stalker, la porta a non riuscire più a distinguere le visioni dalla realtà...


In tutta sincerità, siccome a inizio nuovo millennio mi ammazzavo di anime "adulti", non sono proprio sicura di non avere mai visto Perfect Blue, però sono certa di non averne mai parlato sul blog prima, quindi era il perfetto candidato per la challenge settimanale. Perfect Blue racconta il crollo mentale di Mima, un'idol di successo che canta all'interno di un trio. La ragazza è pronta a fare "il salto", e a mettersi alla prova come attrice, ma non ha fatto i conti con l'orrenda realtà di chi vuole le idol "pure" ed innocenti, sempre uguali a loro stesse, delle bamboline graziose che incarnano un ideale. Nel momento stesso in cui Mima decide di cambiare vita, sul web compare un sito, La stanza di Mima, un diario quotidiano scritto da qualcuno che, evidentemente, segue molto da vicino la ragazza, al punto da conoscere dettagli molto intimi su di lei. Frastornata dalla palese presenza di uno stalker, da una serie di violenti incidenti che si fanno sempre più gravi, e da una carriera che le richiede scelte contrarie alla sua stessa indole, Mima comincia ad avere inquietanti allucinazioni su un suo presunto "doppio" e non riesce più a distinguere la realtà dalle sue fantasie, la finzione cinematografica dalla vita quotidiana, e neppure a tenere conto del reale scorrere del tempo. Perfect Blue è la feroce critica a una società che cela le magagne dietro un'apparenza pura, riversando su giovani corpi femminili tutto lo schifo contraddittorio che alberga nell'animo umano; la persona dietro i vestitini e le canzoncine, con tutto il suo bagaglio di imperfezioni ed incertezze, non è importante, conta solo un "personaggio" cristallizzato nel tempo, un idolo, appunto, svuotato di tutto il contorno economico e manageriale che lo rende poco più di un prodotto da gettare in pasto ai fan. Questi ultimi, a livelli ovviamente diversi, non si rendono conto di appartenere ad una massa, a un numero incalcolabile di occhi pronti a divorarsi ogni centimetro di queste ragazze, e ritengono di essere invece il centro della loro attenzione, gli unici destinatari della loro bellezza, della loro gioventù innocente. Queste due diverse realtà spezzano, in simultanea, la mente di Mima, troppo giovane per avere una solida consapevolezza di sé e sottrarsi al giudizio altrui; da una parte, la ragazza vorrebbe dimostrare di essere un'attrice spregiudicata, in grado di affrontare anche scene di stupro o nudità, dall'altra c'è l'incapacità di lasciare andare l'immagine di idol, che in tanti percepiscono ancora come la "vera" Mima. 


L'aspetto triste di Perfect Blue e, in generale, della realtà degli idol giapponesi, è che non c'è molta differenza tra la Mima idol e la Mima attrice. Gli idol sono comunque fortemente connotati sessualmente, dietro la loro patina leziosa ed infantile, e l'ipocrisia di pubblico, produttori e manager è quella di lasciare che le suggestioni abbiano il sopravvento, senza mostrare più del necessario, gridando allo scandalo nel momento esatto in cui questi modelli di "perfezione" si mostrano umani, magari trovandosi un fidanzato oppure andando a bere alcolici con gli amici. Nel momento in cui Mima accetta di girare una scena di stupro, la regia intelligente di Satoshi Kon rivela come, dal punto di vista della ragazza, i volti e gli sguardi di chi assiste o partecipa alla scena non sono molto diversi da quelli della folla adorante che partecipa al concerto iniziale delle CHAM!; Mima perde la capacità di capire qual è la vera sé stessa perché, di fatto, non è mai stata nient'altro che un personaggio costruito ad arte, depositaria di sguardi sconosciuti rivolti essenzialmente alla sua esteriorità, ed è solo quando gli altri cominciano a mettere violentemente in discussione le sue scelte lavorative che Mima inizia, a sua volta, ad avere dei dubbi. La regia e le animazioni tutto sommato lineari della prima parte del film cominciano, da quel punto in poi, a rispecchiare il crollo dell'animo della protagonista. Il character design dei personaggi si fa sempre più sbozzato ed impreciso, si ripropongono le stesse animazioni in maniera ciclica, perché Mima a un certo punto non si rende più conto dello scorrere dei giorni, né se è viva oppure morta, e le immagini si tingono del rosso del sangue, che esplode in allucinanti scoppi di violenza che rendono Perfect Blue un horror psicologico con tutti i crismi. Anzi, bisognerebbe riguardare il film daccapo dopo averlo finito, magari con qualche fermo immagine, per apprezzarne i dettagli e cercare di trovare degli appigli "reali" alla follia di Mima, che a un certo punto si interrompe con una terrificante rivelazione. Quest'ultima, lungi dal rendere Perfect Blue meno potente, enfatizza ulteriormente lo spaesamento e la solitudine della protagonista, la sofferenza di chi viene rifiutato perché non rispecchia determinati standard e, incapace di lottare per riaffermarsi in una versione migliore, più adulta e più forte, si abbandona in toto ad una "salvifica" follia. Come inizio d'anno, Perfect Blue è uno dei migliori possibili, ma d'altronde è un film che ha ispirato Aronofsky e Lynch, quindi non mi aspettavo di meno. Se non lo avete mai visto, o non lo ricordate, vi invito a recuperarlo come buon proposito per il 2026! 

Satoshi Kon è il regista e co-sceneggiatore del film. Giapponese, ha diretto altri film come Millenium Actress, Tokyo Godfathers, Paprika - Sognando un sogno ed episodi de Le bizzarre avventure di Jojo. Anche animatore e doppiatore, è morto nel 2010. 


Se Perfect Blue vi fosse piaciuto recuperate Paprika, Millenium Actress, Mulholland Drive, Requiem for a Dream e Il cigno nero. ENJOY!

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