mercoledì 1 luglio 2026

Influencers (2025)

Siccome Rai4 lo manderà in onda questo sabato 4 luglio, parliamo un po' di Influencers, diretto e sceneggiato nel 2025 dal regista Kurtis David Harder.


Trama: CW è riuscita a fuggire dall'isola deserta indonesiana. Cercando di rifarsi una vita a Parigi, si innamora, ricambiata, di Diane, ma le sue pulsioni omicide tornano a galla...


Influencer
, arrivato in Italia come Influencer: l'isola delle illusioni, era un horror carino uscito un paio di anni fa, che si aggiungeva al filone recente dedicato a chi vive in un lussuoso mondo fatto di sponsor, viaggi, bei vestiti e frasette motivazionali atti a prendere per il naso i follower, illudendoli di poter, un giorno, fare la loro stessa vita. Che gli influencer siano uno dei tanti mali che affliggono la società spero sia chiaro, e il film di Kurtis David Harder prendeva in giro i meccanismi che governano questa piaga, introducendo come villain una ragazza capace di controllare questi stessi meccanismi e rivoltarli contro gli influencer rubando loro tutto, in primis la vita. CW era un fantasma, un enigmatico babau che si appropriava delle vuote, patinatissime esistenze altrui senza alcun motivo particolare; Influencers non rivela molto di più sul personaggio, ma stavolta almeno ce lo mostra intento a provare, almeno, a creare dei legami. La parte di film che anticipa i titoli di coda ci mostra CW nel sud della Francia, felicemente fidanzata con Diane, ragazza di buona famiglia che nulla sa dei trascorsi della compagna. Ovviamente, questo spaccato di felicità non può durare, perché CW, oltre ad essere enigmatica, è anche psicologicamente instabile; quando, durante una vacanza, si mette in mezzo un'invadente influencer inglese, a CW scatta una comprensibile mosca al naso che, ahilei, scatenerà una cascata di eventi nefasti. In più, la protagonista del film precedente è in cerca di vendetta perché, pur essendo sopravvissuta all'isola deserta in cui l'aveva intrappolata CW, è stata accusata degli omicidi compiuti da quest'ultima, e la sua vita è stata completamente rovinata. Nell'attesa dell'inevitabile confronto tra le due, Kurtis David Harder alza il tiro e scoperchia tutto il marcio che si nasconde dietro il mondo scintillante degli influencer. Se, nel primo film, il target era tutto sommato limitato all'abisso di tristezza e solitudine celato dalle splendide foto di viaggi (Madison era vanerella ma non faceva male a nessuno), qui ci sono arroganti star del web alle quali tutto è dovuto, ipocriti che fanno le peggio cose dietro una facciata irreprensibile, merde umane che fomentano l'odio verso le donne, ecc. ecc. Insomma, già prima CW era un personaggio difficile da criticare, ma in questo sequel si arriva direttamente a fare il tifo per lei, nella speranza che la sua violenza ripulisca il mondo da un po' di stupidità assortita. 


Kurtis David Harder
ha avuto anche aumenti sostanziali per quanto riguarda il budget, perché i paesaggi da sogno del film precedente raddoppiano, e l'azione spazia tra le zone più lussuose di un'Indonesia popolata da ricconi e la Francia, in particolare le zone del Sud. Quelle del regista non sono solo cartoline turistiche, perché i paesaggi naturali e le opulente architetture, per non parlare degli interni, sono funzionali alla trama e si fanno essi stessi personaggi. La Francia del Sud diventa il luogo del cuore, una speranza di rinascita insozzata dallo stesso vuoto cosmico che trasforma tutto in "esperienza esclusiva", mentre l'Indonesia è come sempre quella zona borderline in cui ci si può volutamente perdere, sia per via della natura selvaggia, sia per le attrazioni e i locali zeppi di turisti disattenti in cerca di facile divertimento o di quello scorcio con cui accaparrarsi le invidie di pochi amici e tanti follower. Anche Cassandra Naud fa quel passo in più, e il film diventa il suo one woman show, attraverso il quale consegnare al pubblico una CW sempre misteriosa, ma un pochino più umana, anche nei suoi terribili difetti. C'è da dire che gli altri interpreti non sono proprio degli attori eccelsi, in primis Emily Tennant, il cui carisma era dubbio già nel primo film, ma la Naud ha abbastanza cazzimma e sensibilità da poter trasformare CW, eventualmente, in una villainess alla quale sarebbe giusto consegnare un'intera serie. Anche perché Influencers si fa molto interessante e divertente negli ultimi 20 minuti (al netto di un catfight che ho trovato un po' imbarazzante), durante i quali Kurtis David Harder butta tutto in caciara ma con uno stile elegantissimo ed ironico che mi ha portato a perdonargli una prima parte pasticciata e leggermente soporifera, almeno per quanto mi riguarda. Nell'attesa che CW torni, forse, per un terzo capitolo, consiglio la visione di Influencers, anche se magari il primo non vi aveva fatto impazzire.


Del regista e sceneggiatore Kurtis David Harder ho già parlato QUIGeorgina Campbell, che interpreta Charlotte, la trovate invece QUA.

Cassandra Naud interpreta CW. Canadese, riprende il ruolo dal film Influencer, inoltre ha partecipato ad altri film quali Descendants 2, Descendants 3, It's a Wonderful Knife e a serie come Le terrificanti avventure di Sabrina. Anche produttrice, regista e sceneggiatrice, ha 33 anni e parteciperà alla serie Carrie, di Mike Flanagan


Emily Tennant
torna a riprendere il ruolo di Madison, dopo gli eventi di Influencer, che ovviamente vi consiglio di recuperare. ENJOY!

martedì 30 giugno 2026

Toy Story 5 (2026)

La settimana scorsa sono andata a vedere Toy Story 5, diretto e sceneggiato dai registi McKenna Harris e Andrew Stanton.


Trama: Jessie, Buzz e gli altri giocattoli vivono felici con Bonnie, almeno finché alla bambina non viene regalato un tablet, Lilypad, che si accaparra interamente la sua attenzione...


Nel 1995, il giocattolo a corda Woody viveva l'esperienza più terribile della sua esistenza, venendo rimpiazzato da Buzz Lightyear, dotato di suoni e luci elettroniche. Nel 2026, la cowgirl Jessie rivive il trauma che l'ha segnata con la sua prima "bambina" e viene rimpiazzata dal tablet Lilypad. Sono due pattern praticamente identici, che presentano anche diversi punti in comune a livello di regia ed animazione, ma differiscono in un punto drammatico, che poi è il fulcro del discorso portato avanti da Toy Story 5. Woody e Buzz erano giocattoli diversi ma comunque molto simili, con i quali i bambini potevano sbrigliare la fantasia rimanendo "presenti" alla realtà che li circondava, interagendo talvolta con genitori e coetanei. Lilypad, invece, è un tablet, e non si possono inventare giochi con un tablet ma bisogna usare quelli contenuti nel device, seguendo determinate tempistiche che portano a rimanere perennemente connessi, pena perdere dei "privilegi". Jessie e Lilypad, a differenza di Woody e Buzz, non giocano nello stesso campionato, e per vincere (là dove per "vincere" si intende fare il bene di Bonnie) bisogna imparare a conoscere pregi e difetti dell'avversario, accettando gli inevitabili cambiamenti e la consapevolezza che c'è un tempo per ogni cosa e che l'unica cosa importante è esserci nel momento che conta maggiormente. Quella di Toy Story 5, in realtà, è una "Jessie Story", all'interno della quale Woody e Buzz sono poco più di una nota di colore. Testarda e boomer, Jessie si fa portavoce del punto di vista di genitori e adulti, disperati all'idea che i loro piccoli crescano troppo in fretta e vengano portati via da tecnologia e social, diventando sempre meno bambini. In realtà, però, Toy Story 5 non è un cautionary tale contro tablet e affini, quanto piuttosto un racconto di formazione all'interno del quale c'è un garbato invito ad unire sempre l'elemento umano alla tecnologia e a vigilare sui pargoli ipnotizzati e affascinati da essa. All'interno di una società in cui anche i più piccoli devono essere connessi, pena venire trattati come paria, sta agli adulti capire e sfruttare le potenzialità dei mezzi tecnologici per arricchire le possibilità di crescere, coltivare interessi e conoscere nuovi amici, tenendo sempre presente però che la realtà "virtuale" può ferire malamente e avere gravi ripercussioni sulla vita reale. 


L'importante ed attualissimo messaggio, assieme a un paio di prese di coscienza tristemente "adulte", che mi hanno causato il solito magone, sono gli aspetti migliori di quello che, per quanto mi riguarda, è al momento il capitolo più debole della saga. Guardando Toy Story 5 ho patito il ritmo calante della prima parte e il riproporsi di situazioni più o meno sempre uguali a quelle dei film precedenti; i giocattoli di Bonnie danno il meglio quando la ragazzina si lancia in coloratissime, allucinanti fantasie in cui lo stile d'animazione è simile a quello tradizionale e analogico, altrimenti lasciano un po' il tempo che trovano. D'altronde, dopo quattro film ormai il parterre di comprimari è immenso e, salvo per l'utilizzo originale di Buzz Lightyear, persino gli ex protagonisti fanno fatica a trovare ancora qualcosa da dire. Così non è per Bonnie, fortunatamente, sebbene anche nel suo caso si cominci ad avere l'impressione di avere di fronte un personaggio costruito in modo che risulti normale nella sua stranezza, così inquadrata negli standard di originalità della Disney/Pixar da essere quasi banale. Il film vanta alcune sequenze memorabili, in particolare quelle che riguardano un certo gruppo di personaggi tutti uguali, costruite come se fossero dei corti d'azione, talvolta addirittura horror, e alcuni momenti più riflessivi che sfiorano la poesia ma, tutto sommato, la sensazione che mi ha lasciato Toy Story 5 è quella di un'opera che dimenticherò nel giro di un paio di settimane. Anche in virtù di quanto tempo è servito a realizzarlo e dell'obiettiva bellezza delle animazioni e della tecnica digitale, che ha raggiunto dei livelli tali da esprimere persino la sensazione tattile del materiale di cui sono fatti i giocattoli, non dirò, ovviamente, che il nuovo capitolo è "inutile". Sono convinta che i bambini l'adoreranno e che molti adulti ci perderanno il cuore come per tutti gli altri capitoli della saga, quindi vi invito ad andare a vederlo e a portarci i pargoli, ma personalmente sono rimasta un po' freddina. Dai trailer che hanno preceduto Toy Story 5 so però che da qui a novembre mi aspetteranno almeno altri quattro cartoni animati da vedere, quindi vi do appuntamento al prossimo, sperando in una recensione più entusiasta!


Del co-regista e co-sceneggiatore Andrew Stanton ho già parlato QUI. Tom Hanks (Woody), Tim Allen (Buzz Lightyear), Joan Cusack (Jessie), Craig Robinson (Atlas), Jay Hernandez (il papà di Bonnie), Bonnie Hunt (Dolly), Tony Hale (Forky), Wallace Shawn (Rex), Ernie Hudson (Combat Carl), Annie Potts (Bo Peep), Keanu Reeves (Duke Caboom) e Alan Cumming (Bullseye in versione malvagia) li trovate invece ai rispettivi link.

McKenna Harris è la co-regista e co-sceneggiatrice del film. Americana, principalmente animatrice, ha diretto il corto Ciao Alberto. E' anche produttrice e doppiatrice.


Greta Lee
è la voce originale di Lilypad. Americana, ha partecipato a film come St. Vincent, Past Lives e a serie quali Wayward Pines e What We Do in the Shadows. Anche sceneggiatrice e regista, ha 43 anni e un film in uscita, The Last House


Conan O'Brien
è la voce originale di Smarty Pants. Il cavallo Bullseye avrebbe dovuto parlare ed essere doppiato da Martin Short, ma alla fine si è deciso per lasciare il personaggio muto. Il film segue, ovviamente, Toy Story, Toy Story 2, Toy Story 3 e Toy Story 4, che vi consiglio di recuperare assieme ai corti Vacanze hawaiiane, Buzz a sorpresa, Non c'è festa senza Rex, Toy Story of Terror e Toy Story - Tutto un altro mondo. ENJOY!



venerdì 26 giugno 2026

2026 Horror Challenge: Le cinque chiavi del terrore (1965)

Il tema della challenge horror settimanale oggi è "Amicus production"! La mia scelta è ricaduta su Le cinque chiavi del terrore (Dr. Terror's House of Horrors), diretto nel 1965 dal regista Freddie Francis.


Trama: nella carrozza di un treno si incontrano sei uomini. Uno di loro si presenta come Dr. Schreck e comincia a leggere il futuro agli altri con un mazzo di tarocchi...


Erano dieci anni che non guardavo uno dei "portmanteau" prodotti dalla Amicus, che avevo ricominciato a recuperare dopo averne letto sul saggio Danse Macabre di Stephen King. Quello in cui sono incappata grazie al tema della challenge di oggi è proprio il film che ha inaugurato il genere tanto caro alla casa di produzione britannica. Se non sapete cosa sia un "portmanteau", altro non è che un film a episodi tenuti assieme da una cornice; in questo caso, Le cinque chiavi del terrore utilizza come filo conduttore un viaggio in treno durante il quale il misterioso Dr. Schrek (interpretato da un Peter Cushing magnetico e molto affascinante, uno dei pochi punti di forza del film) offre agli altri cinque passeggeri della carrozza di leggere loro il futuro con un mazzo di tarocchi. Il buon dottore invita ognuno dei cinque a "bussare" tre volte sul mazzo e, una volta uscite quattro carte, ad ascoltare il loro terribile destino, offrendo anche una scappatoia finale attraverso un'ultima carta estratta. Quello di Schrek è già un episodio a sé e, dovessi dire, è anche uno dei migliori all'interno di un film non particolarmente entusiasmante, nonostante copra più o meno tutti i temi horror che andavano di moda all'epoca. Si comincia con Werewolf, che coinvolge appunto i lupi mannari, e che vede come protagonista un architetto chiamato a ristrutturare la vecchia casa dei suoi avi. Nonostante il colpo di scena finale simpatico, e la ricchezza degli ambienti utilizzati, Werewolf ha un metraggio troppo breve per sfruttare al meglio una storia di antiche maledizioni e personaggi che sembrerebbero nascondere oscuri segreti, e risulta un antipasto frettoloso e dimenticabile. Non va meglio a Creeping Vine, eco-horror penalizzato da effetti speciali non all'altezza che spingono alla risata compulsiva più che all'ansia. Anche in questo caso, il finale sospeso ed inquietante è ciò che salva tutta la baracca, ma siccome per liberarsi della minaccia sarebbe bastato un falò o un po' di diserbante, la mia sospensione dell'incredulità non ce l'ha fatta e ha commesso suicidio. Aggiungo che, purtroppo, in entrambi questi primi due episodi gli attori non sono particolarmente carismatici, per tacere delle povere attrici assimilabili a dei gatti di marmo.


Le cose non migliorano col terzo episodio, Voodoo. Roy Castle, che interpreta il protagonista, era un comico e musicista e si vede, perché dà vita a un personaggio sicuramente scoppiettante, ma non particolarmente convincente se messo di fronte a una maledizione voodoo. C'è anche da dire che la maledizione stessa è parecchio loffia, e da uno come Damballah, colui che sarebbe poi diventato la "musa" del bambolotto Chucky, mi sarei aspettata una vendetta ben più eclatante. Chi ama il jazz e la musica, però, avrà sicuramente da divertirsi, perché nonostante la breve durata dell'episodio ci sono ben tre numeri musicali, persino notevoli. Si comincia a fare sul serio al quarto tentativo, Disembodied Hand. L'episodio in questione è caratterizzato da una profonda dose di cattiveria, in primis psicologica, per mano di due personaggi (uno spietato critico d'arte e un artista che non ha molta voglia di farsi prendere per i fondelli) che ingaggiano una gara di screditamento reciproco senza esclusione di colpi, fino a raggiungere terrificanti conseguenze. Sia Christopher Lee, a dir poco odioso, che Michael Gough, con la sua faccia di gomma, sono fenomenali e danno vita a due figure a dir poco tragiche nella loro "piccineria" umana, e rimangono quasi più impressi della mano del titolo, che pure fa la sua egregia figura. Meno bello, ma ugualmente interessante, è Vampire, con un allora sconosciuto Donald Sutherland. Vampire è una storia di amore "contrastato" con un ironico, cupissimo twist finale, che prende per il naso lo spettatore (e non solo lui) proprio sfruttando tutti i cliché legati alla figura del vampiro. A differenza di Werewolf, che introduce troppi elementi inutili senza sviscerarli, Vampire è asciutto e colpisce dritto il bersaglio, come una di quelle battute di spirito ben raccontate. E' un peccato che Le cinque chiavi del terrore si tenga il meglio per il finale, conclusione della cornice compresa; se il film avesse mantenuto lo stesso livello qualitativo in tutti gli episodi, sarebbe stato un esordio col botto per la Amicus. Invece, dei tre portmanteau visti finora, questo mi è sembrato il peggiore. E' comunque un divertissement che consiglio di recuperare, se vi piace il genere!


Del regista Freddie Francis ho già parlato QUI. Peter Cushing (Dr. Terror), Christopher Lee (Franklyn Marsh), Michael Gough (Eric Landor) e Donald Sutherland (Dr. Bob Carroll) li trovate invece ai rispettivi link. 


Bernard Lee, che interpreta Hopkins, è stato M in sei film della serie 007. Se Le cinque chiavi del terrore vi fosse piaciuto, recuperate Racconti dalla tomba e La morte dietro il cancello. ENJOY!

mercoledì 24 giugno 2026

Saccharine (2026)

Siccome mi incuriosiva parecchio, nei giorni scorsi ho recuperato Saccharine, diretto e sceneggiato dalle regista Natalie Erika James.


Trama: Hana, studentessa di medicina con problemi di peso, scopre l'esistenza di pillole dimagranti miracolose. Dopo averle provate, viene a conoscenza del tremendo segreto del suo ingrediente principale...


Che poi, l'ingrediente principale delle pillole non è nemmeno il problema principale di Saccharine, e funge più da shock value e da asticella atta a misurare il livello di disperazione raggiunta dalla protagonista. E in realtà, Saccharine non è nemmeno un body horror, come il suo argomento lascerebbe supporre, ma è un film che si concentra molto sull'aspetto psicologico e sociale della percezione del corpo in generale e di quelli in sovrappeso in particolare. Alzi la mano chi non si è mai visto grasso, a ragione o a torto, soprattutto per quanto riguarda chi ha avuto la sventura di crescere negli anni '90, che non lasciavano passare nulla a nessuno e che sono arrivati al punto da definire grassa persino Kate Winslet in Titanic, rea di avere un fisico normalissimo e di non rientrare nella categoria "scheletri". Io stessa, oggettivamente, credo di essere all'interno di un range di peso normale, eppure non posso saperlo con certezza, perché non vedo una bilancia da almeno 25 anni e, a seconda di quanto sia più o meno depressa, non mi guardo allo specchio nemmeno per sbaglio, di sicuro non in intimo e neppure nuda. Se lo chiedete a me, sono una cicciona sfondata, ma fidanzato (forse per non essere ucciso) e madre (forse per evitarmi traumi) negano con fermezza. Questo per dire, e sicuramente è una banalità ma è così, che la nostra società ha standard talmente elevati da stravolgere completamente le nostre percezioni e farci sentire in colpa se solo ingurgitiamo qualcosa di più calorico di mezzo bicchiere d'acqua. Nel caso particolare di Hana, protagonista di Saccharine, c'è di mezzo una vita di disordini alimentari causati dai due poli familiari, con un padre pronto per una puntata di Vite al limite e una madre dedita a rinfacciare ogni giorno alla figlia di non essere una silfide. In realtà, Hana è una ragazza normalissima, ma ha un rapporto malsano con ciò che poi, di fatto, è il responsabile di ogni variazione di peso corporeo, ovvero il cibo. Il fulcro di Saccharine è proprio il cibo, visto come salvezza, droga, condanna, maledizione. Fin dai geniali titoli di testa, che mostrano donne nell'atto di divorare con foga quasi sessuale il cibo, ma in rewind, dando quindi l'idea che se lo stiano togliendo dalla bocca, se non addirittura lo vomitino, si capisce che la "colpa" di Hana è proprio quella di provare piacere mangiando, di preferire il junk food all'ammazzarsi di palestra. Hana è una studentessa di medicina, quindi ha una mente razionale in grado di identificare il problema, di tenere diari dettagliatissimi con i suoi (scarsi) progressi, le cause e le conseguenze del suo modo di vivere, eppure non riesce, povera Crista, a liberarsi di un disturbo alimentare che di razionale non ha proprio nulla.


Allo stesso modo, la meticolosità e la curiosità che la portano ad identificare fin da subito il contenuto "proibito" delle miracolose capsule per perdere peso regalate da una vecchia amica, non la salvano dalle conseguenze della loro assunzione, anzi. A mo' di contrappasso dantesco, più Hana dimagrisce più la sua fame aumenta, e più lo stomaco si contorce dai crampi, più l'inquietante presenza che ha preso a perseguitarla si rafforza, imponendole la sua volontà. Con un ribaltamento di prospettiva allucinante, l'unico modo che Hana ha di non morire o di non venire posseduta da uno spirito incazzatissimo è mangiare fino a sfondarsi, cancellando con un colpo di spugna tutti gli sforzi fatti nel corso della vita per non venire giudicata per le sue abitudini alimentari. Hana, fin dall'inizio, cerca di integrarsi, di uniformarsi a quello che la società giudica come sano e vincente, forse anche per una questione di "credibilità" legata alla sua scelta di intraprendere la professione medica, ma più va contro la sua natura più diventa infelice e stressata, conseguentemente vittima del suo smodato desiderio di cibo. La possessione di cui finisce vittima (che, da brava praticante di medicina, Hana considera legata a qualcosa di "fisico") in realtà è più una questione di affinità spirituale, la vendetta di una donna condannata dalla società per la sua incapacità di smettere di mangiare e, per questo, abbandonata, lasciata morire e presa in giro persino dopo la morte. Bertha, questo il nome del fantasma, è stata "divorata" dalla società per le sue colpe e allo stesso modo non solo divora Hana dall'interno, ma ne accresce la fame fino ad annullare ogni confine tra bisogno reale e desiderio vorace; lo splendido, sconcertante finale di Saccharine, seguito da titoli di coda che sono belli e carichi di significato quanto quelli iniziali, ci dice che l'unico modo per sopravvivere in un mondo che ci tratta come cibo da divorare fino all'osso, è mangiare a nostra volta, diventando dei mostri "felici", mossi solo da desideri egoisti. Non è una conclusione positiva, così come non è liberatorio né positivo Saccharine, il quale non offre scappatoia da questo infinito circolo di masochismo e fotografa una realtà soffocante in cui la peer pressure e la diet culture la fanno da padrone. In sostanza, un film molto bello e interessante, ma da maneggiare con un po' di cautela.  


Della regista e sceneggiatrice Natalie Erika James ho già parlato QUI.


Se Saccharine vi fosse piaciuto recuperate The Substance, The Neon Demon e Raw. ENJOY!


martedì 23 giugno 2026

Ti uccideranno (2026)

Nonostante non fosse uscito dalle mie parti, una volta diventato disponibile in streaming ho recuperato Ti uccideranno (They Will Kill You), diretto e co-sceneggiato dal regista Kirill Sokolov.


Trama: una donna si introduce all'interno di un esclusivo complesso di appartamenti per cercare la sorella scomparsa, senza sapere quali orrori nasconde l'edificio...


Ti uccideranno
era uno di quei film che mi aveva conquistata già dal trailer e, appena saputo che il regista era Kirill Sokolov, di cui non ho ancora dimenticato quel trionfo di Why Don't You Just Die!, il mio è diventato un vero e proprio fomento. Ti uccideranno è uno di quegli action "di menare" sdoganati dal buon John Wick, pur con parecchi rimandi alle pellicole blacksploitation, e racconta la storia di Asia, un'ex galeotta alla ricerca della sorella scomparsa. La trova all'interno del Virgil, un complesso di appartamenti di lusso, dove si introduce in qualità di inserviente. La prima sera, Asia si addormenta e si sveglia nel bel mezzo della notte circondata da figure mascherate che, come da titolo, hanno tutte le intenzioni di ucciderla. Il perché e il percome di questa incresciosa situazione, così come il motivo per cui le due sorelle si sono allontanate nel tempo, lo scoprirete solo guardando il film, che spezza l'azione con alcuni flashback ad hoc. L'unica cosa che posso dire, perché tanto era chiaro fin dal trailer, è che Asia non starà tanto a farsela menare, né a farsi menare. I suoi aggressori scopriranno che la fanciulla è una specie di Erinni scatenata, che non va tanto per il sottile quando si tratta di sopravvivere, soprattutto quando i suoi avversari hanno una caratteristica peculiare in grado di renderli molto più pericolosi del normale e, purtroppo, anche più insistenti. All'interno di Ti uccideranno c'è un blando discorso legato alla lotta di classe e alla triste condizione dei poveri sempre più poveri che vengono costretti ad assumere gli stessi comportamenti vergognosi dei riccastri per poter sopravvivere, ma è una nota di colore che si perde in ciò che riesce meglio a Kirill Sokolov, ovvero creare delle ininterrotte, divertentissime e fantasiose sequenze in cui la gente o muore male o si fa comunque malissimo.


Se vi piace il genere, Ti uccideranno è una gioia per gli occhi. In pratica, salvo per una brevissima introduzione, il film si concentra essenzialmente sulla disperata lotta di Asia per sopravvivere. Tradotto, vuol dire che Asia userà qualunque arma, tanto più se impropria, e qualsiasi oggetto contundente per sbarazzarsi degli ostacoli che la separano dal suo obiettivo ultimo, il tutto senza che il film mostri il fianco alla minima noia o ripetitività. Sokolov, infatti, sfrutta non solo la varietà degli ambienti, facendo buon uso di scenografie ricche di passaggi segreti e dettagli nascosti, ma si avvale di alcuni aspetti horror e sovrannaturali che ampliano molto la sua gamma di possibilità. Il tutto, tra l'altro, utilizzando il più possibile effetti dal vivo invece di ricorrere alla computer graphic (utilizzata per trasformare un palazzo in Sud Africa nel Virgil, per forza di cose), cosa che rende, per esempio, l'occhietto semovente e la testa di maiale inaspettatamente gradevoli nonostante il loro potenziale trash. In tutto questo, la bella e bravissima Zazie Beetz ci sguazza e, dopo anni passati nelle retrovie del cinema supereroistico o action, ottiene finalmente il ruolo di protagonista che meritava zittendo, con violenta cazzimma e una capigliatura uscita dritta da Afro Samurai, minions dimenticabili e attori che si sono divertiti tantissimo a prendersi in giro. Il primo è stato di sicuro l'ex Draco Malfoy Tom Felton, perfetto come "puntaspilli", ma soprattutto ci sono due grandi signore come Patricia Arquette e Heather Graham, le quali senza colpo ferire (oddio, non è proprio vero in un film così!) si prestano alle scene più grottesche ed esagerate, uscendone talvolta irriconoscibili ma comunque invitte. Ti uccideranno è pura goduria, l'ideale per una serata di divertimento assoluto, e l'unico dispiacere che ho è di non averlo visto al cinema, per godermi la gioiosa follia di Sokolov sul grande schermo, come avrebbe meritato! 


Di Zazie Beetz (Asia Reaves), Patricia Arquette (Lily Woodhouse), Tom Felton (Kevin), Heather Graham (Sharon), ho parlato ai rispettivi link.

Kirill Sokolov è il regista e co-sceneggiatore del film. Russo, ha diretto il film Muori, papà, muori (Why Don't You Just Die!). Anche montatore e produttore, ha 37 anni.


Se Ti uccideranno vi fosse piaciuto recuperate Kill Bill, Finché morte non ci separi e il suo seguito, e The Hunt. ENJOY!

venerdì 19 giugno 2026

2026 Horror Challenge: La furia dei Baskerville (1959)

Il tema della challenge horror settimanale era "Classic Hammer Horror" e, siccome era incluso nell'abbonamento Prime Video, ho optato per La furia dei Baskerville (The Hound of the Baskervilles), diretto dal regista Terence Fisher nel 1959.


Trama: Sherlock Holmes viene incaricato di proteggere Sir Henry Baskerville, ultimo erede di una famiglia vittima di una maledizione che ne vuole i membri cacciati e uccisi da un mastino infernale...


Dovete sapere che, per scegliere i film della challenge, incrocio i suggerimenti di chi l'ha creata con i film presenti nella mia watchlist, ed è per questo che, invece di opere più "calzanti" come Le spose di Dracula o La maschera di Frankenstein, giusto per fare due esempi, è uscito questo La furia dei Baskerville. Il film di Terence Fisher doveva essere il primo di una serie di film dedicati a Sherlock Holmes prodotti dalla Hammer, ma il pubblico non ha apprezzato granché una produzione priva di mostri e ha condannato l'esperimento al fallimento. Pur non essendo un horror tout court, Il mastino dei Baskerville contiene però tutta una serie di elementi che lo avvicinano parecchio al genere gotico e, fino alla fine, sia i protagonisti che gli spettatori sono comunque portati a credere all'esistenza di una maledizione e di un mastino infernale. D'altronde, i motivi per esserne convinti ci sono tutti. I Baskerville muoiono misteriosamente di notte, nella brughiera solitaria, e vengono talvolta ritrovati mutilati da quello che parrebbe essere un grosso animale; ci sono prove di una sorta di culto, in primis il ritrovamento di quello che parrebbe un pugnale rituale, sporco di sangue; c'è una magione con stanze misteriose e illuminate fiocamente da una candela, da dove provengono lamenti assimilabili a quelli di un'anima in pena; ci sono quadri che scompaiono misteriosamente, come se la magione fosse abitata dai fantasmi; nella brughiera si aggira un evaso condannato per violenti omicidi, una sorta di Jack lo squartatore. All'interno di questo ambiente così fecondo per la nascita di storie di demoni e maledizioni, si muove il razionale Sherlock Holmes, il quale a poco a poco, com'è ovvio, smonterà ogni spiegazione sovrannaturale, ma questa è una consapevolezza che arriva solo alla fine del film, la cui storia viene appunto raccontata come un horror gotico CON detective annesso. La trama e la regia, infatti, lavorano in sinergia per mantenere un'atmosfera di inquietante incertezza fino alla rivelazione finale, dando allo spettatore l'illusione che Holmes, Watson e il povero Sir Henry siano minacciati da qualche entità malevola che sfugge alle loro percezioni terrene.


Terence Fisher
, che all'epoca aveva già realizzato due grandi successi della Hammer, La maledizione di Frankenstein e Dracula, gioca con le sinistre atmosfere delle brughiere inglesi, fatte di boschi infidi, nebbia persistente e paludi capaci di trascinare le persone sul fondo, e con tutti gli elementi tipici delle abitazioni gotiche, che danno vita ad un interessante mix di eleganza e orrore, grazie anche a quegli splendidi colori che rendono inconfondibili le produzioni Hammer dell'epoca. Dai grandi horror del periodo, inoltre, deriva anche il cast all star. Peter Cushing è un Holmes acuto e dai modi spicci, con uno sguardo che sembra voler penetrare nell'animo degli interlocutori; non conosco granché il personaggio, perché ho bazzicato poco i libri e i vari adattamenti delle opere di Arthur Conan Doyle, ma mi è parso che Cushing ne abbia colto appieno la natura. Il Watson di André Morell, per contro, è diverso dalla tipica figura dell'ingenuo e bonario dottore zittito dall'acume di Holmes, anzi, la prima parte del film è interamente concentrata sulle sue ricerche e deduzioni, che lo portano a mettere la sua stessa vita in pericolo. La cosa che mi ha sconcertata di più, però, è stata vedere Christopher Lee in un ruolo stranamente "positivo". Non è che Sir Henry sia proprio la simpatia fatta a persona, ma è comunque la vittima designata della maledizione dei Baskerville, e nonostante il suo indubbio carisma è costretto a farsi da parte e lasciare i riflettori a Cushing e Morell. Questo trittico di attori magnifici viene completato da un parterre di caratteristi di tutto rispetto, con una menzione speciale al vescovo ubriacone di Miles Malleson, ottimo comic relief funzionale alla risoluzione dell'intera vicenda. Al momento della pubblicazione del post potete trovare La furia dei Baskerville su Prime Video, miracolosamente anche in lingua originale coi sottotitoli, quindi se vi ho incuriosito recuperatelo, perché è davvero un film piacevole! 


Del regista Terence Fisher ho già parlato QUI. Peter Cushing (Sherlock Holmes), André Morell (Dottor Watson) e Christopher Lee (Sir Henry) li trovate invece ai rispettivi link.


Del romanzo esistono almeno 30 adattamenti cinematografici e televisivi, quindi segnalo giusto quelli più famosi: Il mastino dei Baskerville del 1939, con Basil Rathbone nei panni di Holmes e la parodia di Paul Morissey intitolata Il cagnaccio dei Baskervilles. ENJOY!

mercoledì 17 giugno 2026

Faces of Death (2026)

Siccome gli amici orrorofili ne parlavano tutti bene, ho deciso di guardare Faces of Death, diretto dal regista Daniel Goldhaber.


Trama: Margot lavora come content moderator per una piattaforma chiamata Kino. Un giorno incappa in alcuni video di omicidi troppo realistici per essere finti, e decide di indagare...


Faces of Death
è un horror del 1978 finito dritto nell'elenco dei video nasties inglesi, nonché bannato in parecchi paesi. Il motivo di tale accanimento risiede nella sua natura di mockumentary atto, come da titolo, a presentare i vari aspetti della morte attraverso una serie di corti efferati a base di omicidi, sevizie, operazioni chirurgiche, suicidi, immagini dell'Olocausto, animali uccisi o picchiati a sangue, ecc. ecc. All'epoca l'opinione pubblica si era convinta che tutto ciò che veniva mostrato nel film fosse vero, e che quindi Faces of Death fosse uno snuff movie, invece le scene più scioccanti ed esplicite erano state create ad hoc con l'ausilio di effetti speciali. Tutto questo lo scrivo nel caso non sapeste cosa sia Faces of Death, come me prima che decidessi di guardare il film di Daniel Goldhaber. A onor del vero, avevo anche recuperato l'opera del '78, ma quando ho chiesto a Lucia se fosse proprio necessario guardarla mi ha consigliato di vivere serena e di lasciar perdere (ed effettivamente, dopo l'autopsia iniziale ho seguito con gioia il consiglio). Il nuovo Faces of Death, per fortuna, non è un remake, bensì una vicenda a sé ambientata in una realtà in cui Faces of Death esiste e dove un serial killer ha deciso di ammazzare influencer e persone più o meno famose replicando le sequenze più truci del film. Una scelta simile ha consentito ad Isa Mazzei e Daniel Goldhaber di evitare il mero appeal al voyeurismo degli spettatori, per intavolare invece un ragionamento sulla percezione e fruizione della violenza al giorno d'oggi. Negli anni '70, un film come Faces of Death parlava alla "pancia" degli spettatori, era un invito a mettere un piede nel proibito, a rischio di farsi dare dei matti e dei pervertiti, e una sfida a dimostrare quanto pelo si avesse sullo stomaco per sopportare una continua serie di violenze sempre più efferate. Al giorno d'oggi, il pelo ce l'abbiamo non solo sullo stomaco, ma su ogni organo interno, e tutto ciò che i realizzatori di Faces of Death si erano ingegnati a mettere su pellicola ci scorre sotto gli occhi quotidianamente all'interno di telegiornali, internet e piattaforme, che lo vogliamo o meno. Adulti e, purtroppo, ragazzini sempre più giovani, sono ormai desensibilizzati a ogni forma di violenza e orrore, ma provano sempre quell'attrazione insana, quella stessa curiosità morbosa che impedisce di distogliere lo sguardo quando, per esempio, ci sono degli incidenti (o così dicono. Io mi giro dall'altra parte, ché l'ultima volta che mi sono trovata davanti un vecchietto seduto e ferito vicino al suo scooter ho pianto per un'ora alla vista del suo viso triste e sconsolato, per non parlare poi di tutti i film mentali che mi sono fatta all'idea che sarebbe potuto succedere a me, mio padre, ecc. ecc.).


Questo meccanismo perverso è alla base del funzionamento di qualsiasi piattaforma che, senza esagerare onde evitare pesanti sanzioni, lascia comunque passare spizzichi e bocconi di violenza, indecenza, stupidità, per far sì che il pubblico non si stufi e continui a portare numeri. Le prime sequenze del nuovo Faces of Death sono emblematiche. Margot, che lavora come content moderator per la piattaforma Kino, approva tantissimi contenuti discutibili, prima di incappare negli inquietanti video ispirati al film del '78, e anche quando fa notare al suo capo come i video in questione potrebbero non essere falsi, l'ordine che le viene dato è quello di lasciar perdere. Perché immagini audaci come quelle creano traffico ed engagement, spingono la gente a volerne sempre di più; oppure, per quanto negativa, generano pubblicità e quindi alimentano la curiosità di chi ancora non conosce l'ennesimo fenomeno virale. Il nuovo Faces of Death però non critica questo meccanismo. Lo dà, in maniera molto rassegnata, come una realtà assodata ed inevitabile. Piuttosto, il film di Daniel Goldhaber riflette sulle persone, su quanto ormai siamo assuefatti a certe immagini, e si chiede se sia ancora possibile discernere realtà da finzione, avere la percezione del pericolo e della morte, la consapevolezza che l'esistenza del singolo non è un lungo reel ripreso da un telefonino, che lo vede come unico protagonista. Una consapevolezza che Margot ha imparato a sue spese (e non solo) e che la spinge a voler riparare, in qualche modo, ai danni causati proprio dalla sua stupidità, sfruttando quei meccanismi perversi di cui sopra. La sfida mortale tra Margot e Arthur è angosciante proprio perché entrambi cercano di approfittare delle falle del sistema, dapprima per "tirare acqua al loro mulino", poi per cercare di eliminarsi a vicenda prima che ci riesca l'altro.


Proprio per la sua natura di "sfida" all'ultimo sangue, Faces of Death si regge quasi interamente sulla favolosa interpretazione dei due protagonisti. Dacre Montgomery, per quanto mi riguarda, è una garanzia dai tempi di American Horror Story e quest'anno mi aveva già incantata con la partecipazione a Il filo del ricatto, ma i suoi tratti delicati, quasi "di plastica", passatemi il termine, lo rendono perfetto per interpretare insospettabili, glaciali serial killer. Inoltre, quando sbrocca malissimo fa davvero paura. Barbie Ferreira, invece, non la conoscevo, anche se era già comparsa in Nope, ed è stata una bellissima sorpresa. La sua Margot è una ragazza spezzata, ma è anche cazzuta, e dotata di una notevole dose di testardaggine; seguire le sue indagini sempre più angosciate e arrivare a temere seriamente per la sua vita mette un ansia tremenda ed è uno dei punti di forza del film. Per quanto riguarda il Faces of Death originale, non è che il film di Daniel Goldhaber faccia venire voglia di recuperarlo, nonostante la sua natura di omaggio. Gli spezzoni scelti da Arthur, riproposti con un elegante mix di manichini e persone vere, oltre che con dovizia di sangue, non nascondono la natura rozza e la ricerca dello shock fine a se stesso dell'originale, e simili operazioni mi davano già fastidio quando ero una ragazzina scema e potenzialmente suggestionabile (i mondo movie e i loro emuli li ho sempre evitati), figuriamoci oggi che ho 45 anni. A una sequela ininterrotta di brutture preferisco film come questo Faces of Death, al quale mi sono avvicinata senza troppe aspettative e che, grazie alla storia intrigante, all'ottimo ritmo, e ad un ultimo atto mozzafiato, è diventato una delle visioni più interessanti dell'anno. 


Di Dacre Montgomery, che interpreta Arthur Spevak, ho già parlato QUI.

Daniel Goldhaber è il regista e co-sceneggiatore del film. Americano, ha diretto film come Cam. Anche produttore e montatore, ha 34 anni.


Barbie Ferreira
interpreta Margot Romero. Americana, ha partecipato a film come Nope e, come doppiatrice, ha lavorato in Robot Chicken. Anche modella, produttrice e regista, ha 29 anni.


Ovviamente, se Faces of Death vi fosse piaciuto, recuperate l'originale del 1978, con la mia benedizione (io continuerò ad evitarlo!). ENJOY!

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