venerdì 22 maggio 2026

2026 Horror Challenge: The Ghoul (1933)

Il tema della Challenge settimanale era "Gotico". Nella watchlist avevo questo The Ghoul, diretto nel 1933 dal regista T. Hayes Hunter, che faceva proprio alla bisogna!


Trama: un eminente egittologo in punto di morte chiede di venire sepolto in un sarcofago assieme ad un gioiello che gli consentirebbe di ottenere la vita eterna. Quando l'uomo muore, però, il gioiello diventa fonte di un'aspra contesa che lo costringe a tornare per uccidere...


Pur avendo come protagonista un pilastro dell'horror americano, The Ghoul è un film prodotto e realizzato in Inghilterra, e ha rischiato di diventare una delle tante pellicole perdute della storia del cinema. Una versione rovinata, tagliata e priva di sonoro era stata ritrovata verso la fine degli anni '60 in Cecoslovacchia, dopodiché, fortunatamente, all'inizio degli anni '80 ne è stato riesumato un negativo in perfette condizioni, nascosto all'interno di un magazzino murato ed inutilizzato all'interno degli Shepperton Studios in Inghilterra. Grazie al British Film Institute, che solo nel 2003 ha offerto il materiale restaurato per la diffusione in DVD, The Ghoul è oggi un'opera di cui possiamo fruire tutti, e che si trova gratuitamente, sottotitolata, su tantissimi canali di YouTube. The Ghoul, più che un horror tout court, è un mistery con elementi gotici e parecchi momenti in cui un volontario, garbato humour british viene utilizzato per stemperare la tensione. Protagonista è un egittologo, interpretato da Boris Karloff, convinto che venendo sepolto assieme a un gioiello chiamato "Luce Eterna" otterrà, per l'appunto, la vita eterna. Essendo un gioiello assai prezioso, la Luce Eterna viene bramato da parecchie persone alle quali interessa più il denaro che una leggenda potenzialmente farlocca e che, astutamente, decidono di aspettare che il vecchio tiri le cuoia per potersene impossessare. Costoro, però, hanno sottovalutato la minaccia del professor Norlant. In punto di morte, l'egittologo profetizza un ritorno qualora le sue volontà non vengano rispettate e, puntualmente, l'uomo risorge come il "ghoul" del titolo, mosso da intenti omicidi e dalla volontà di recuperare il gioiello rubato. Dopo un inizio ambientato in un'Inghilterra nebbiosa, atto a presentare tutti i personaggi del film e a delineare i vari passaggi di mano del gioiello, The Ghoul trasferisce la parte più importante della vicenda all'interno della lugubre magione di Norlant, un luogo zeppo di elementi weird e perturbanti, che fa il paio col mausoleo egizio fatto costruire dal professore come ultima dimora e teatro della propria resurrezione. Il Norlant di Karloff si vede poco, ma la sua presenza alleggia come un'ombra costante sugli altri personaggi, e le sue pratiche blasfeme ed incomprensibili (per gli altri) incarnano quell'oscurità in grado di travolgere esistenze quotidiane normali e di insinuarsi nel cuore dei vivi, rivelando brame inconfessabili e spingendo ad atti inauditi che richiamano punizioni ultraterrene.  


A differenza di un film come The Drums of Jeopardy,  recuperato recentemente (nonostante anch'esso appartenga a un'epoca in cui il codice Hays non era ancora in vigore), The Ghoul spicca per la presenza più marcata di scene violente esplicite. In The Drums of Jeopardy gli omicidi di Karlov erano soltanto suggeriti, oppure la sequenza veniva tagliata un istante prima di raggiungere la sua definitiva conclusione. Qui, invece, Karloff (quello vero!) strangola le sue vittime senza farsi troppi problemi e, a un certo punto, arriva persino ad incidersi un simbolo pagano sul petto, spillando sangue, cosa che credo abbia sconvolto più di uno spettatore dell'epoca. L'atmosfera lugubre del film viene confermata anche da una scenografia e una fotografia legate agli stilemi dell'espressionismo tedesco: sia gli ambienti esterni che gli interni sono caratterizzati da uno spiccato contrasto tra luce e ombra e, spesso, gli esseri umani sono solo misteriose figure nascoste in una nebbia insinuante, mentre la magione di Norlant, come sottolineato anche nei dialoghi, sembra più l'antro di una creatura notturna che una dimora dove qualcuno potrebbe effettivamente vivere. A proposito di dialoghi, The Ghoul è infarcito di parecchi scambi di parole ricchi di wit britannico (le interazioni tra l'avvocato e il nipote del morto o tra quest'ultimo e il "parson" sono fantastiche) e ha una forte componente comica, affidata quasi in toto alle due attrici del cast, in particolare alla svenevole, ingenua Miss Kaney di Kathleen Harrison, la quale nonostante tutto non vede l'ora di concupire l'affascinante sceicco che arriva a movimentarle la vita. Il malessere del 1933, e quasi quasi è meglio essere strangolati dal ghoul! Considerazioni sceme a parte, The Ghoul è un film molto interessante e particolare, che merita una visione.


Di Boris Karloff, che interpreta il professor Norlant, ho già parlato QUI mentre Ralph Richardson, che interpreta Nigel Hartley, lo trovate QUA.

T. Hayes Hunter è il regista del film. Americano, ha diretto film come Il trionfo della primula rossa. Anche sceneggiatore e produttore, è morto nel 1944.


The Ghoul
ha un remake del 1961, Sette allegri cadaveri, una commedia horror tratta anch'essa, molto liberamente, dal racconto The Ghoul di Frank King. Ovviamente, questo remake non è disponibile su nessuna piattaforma italiana, ma ne esiste una versione in DVD, se siete curiosi di guardarlo. ENJOY! 

mercoledì 20 maggio 2026

Blue Moon (2025)

Per la serie "recuperi pre-Oscar", oggi vi parlo di Blue Moon, diretto nel 2025 dal regista Richard Linklater e candidato a due Oscar, quello per Miglior attore protagonista e quello per Miglior sceneggiatura originale.


Trama: il paroliere Lorenz Hart, la sera del trionfo del suo socio storico, si ritrova in un bar ad attendere Elizabeth, la sua protetta...


Mi ero chiesta come mai, nel corso dei miei soliti recuperi, non fosse ancora arrivata la classica biografia di un personaggio (a me) sconosciuto e finalmente Blue Moon ha esaudito il mio "desiderio". Il film di Richard Linklater ci offre, infatti, uno scorcio degli ultimi anni del paroliere Lorenz Hart, colui che, assieme al compositore Richard Rodgers, ha dato vita a canzoni come Blue Moon, appunto, e spettacoli quali A Connecticut Yankee, più volte nominato nel corso della vicenda. Il focus della sceneggiatura di Robert Kaplow è una serata ben precisa, quella in cui il musical Oklahoma! ha aperto a Brodway per la prima volta, decretandone non solo il clamoroso successo, ma anche la nascita di un nuovo sodalizio artistico, quello tra Richard Rodgers e Oscar Hammerstein. L'inizio della fine, insomma, per Hart, il quale si ritrova, solo ed amareggiato, al bar dove l'ex socio sta per arrivare a festeggiare lo spettacolo, ad attendere sua protetta, l'aspirante poetessa Elizabeth. Che il destino di Hart non sarà felice, il film lo chiarisce fin dalle prime scene, ma Blue Moon cristallizza un commovente, delicato momento di consapevolezza, in cui Hart capisce di essere ormai "superato", intrappolato in un passato di gloria che lui stesso, complice l'alcolismo e un carattere intemperante, ha contribuito a distruggere. La presa di consapevolezza arriva graduale, rallentata dalla natura affabulatoria del protagonista, il quale mescola continuamente verità ed illusioni alimentate da una passata grandezza, aneddoti che lo vedono protagonista, sogni di gloria per il futuro e tantissime pennellate di umorismo nero, citazioni più o meno colte e una buona dose di malizia, che rendono i dialoghi particolarmente vivaci ma non meno "patetico", passatemi il termine, il povero Hart. Il modo in cui il protagonista apre gli occhi alla triste realtà, tra la freddezza malinconica di Rodgers e i fiumi di parole di un'adolescente in fregola che ha occhi solo per sé stessa e per le sue "crush" (tra le quali, ahimé, Hart non rientra) è una doccia fredda per lo spettatore, il quale si ritrova impossibilitato a provare altro che simpatia per lui, e la sciocca speranza che le carte possano tornare a girare in suo favore. 


L'impianto di Blue Moon è giustamente teatrale come il mondo in cui è ambientato, caratterizzato da un'intima unità di luogo, una serie di lunghi monologhi e qualche importante dialogo tra Hart e tutta una serie di co-protagonisti ed "extras", con un paio di gag imperniate su personaggi che sarebbero diventati importantissimi per la scena culturale americana. Il film è lo one man show di Ethan Hawke, aiutato giusto da un paio di trucchetti tecnici a riprodurre la fisicità di Hart (a volte il trucco riesce, altre meno; le poltrone, per esempio, sembrano innaturalmente grandi, ma le inquadrature atte a mostrare Hawke più basso di tutti gli altri attori sono perfette) ma, per il resto, impegnato nella performance della vita. L'attore ripropone tutti i vezzi di Hart, il suo modo di parlare e la sua ambiguità di fondo, profondendosi in un riuscito mix di poesia e trivialità, senza mai risultare macchiettistico, anzi; il suo personaggio acquista profondità nel tempo e se, all'inizio, Hart sembra solo un buffo fanfarone, verso il finale si avverte proprio il peso della vecchiaia, delle occasioni perdute, una malinconia che prelude ad una resa e che dona ulteriore profondità agli sguardi e ai gesti dell'attore. Il dialogo all'interno del deposito degli abiti è una delle mie sequenze preferite, per la verosimiglianza con cui un cuore colmo di amore e speranza si ritrae, si rimpicciolisce davanti allo spietato fulgore di una sincerità ingenua e crudele, affidata all'impossibile bellezza di Margaret Qualley, sempre più splendida ed irraggiungibile. Guardando quella scena, sfido chiunque ad ignorare il magone, a ricordare tutte le volte in cui ci si è sentiti stupidi, umiliati di fronte all'incapacità di capire che il nostro tempo era passato e, per certi versi, forse non era neppure mai arrivato. Lo ammetto, arrivata alla fine di Blue Moon non ero molto convinta di quello che avevo visto, forse perché da Richard Linklater non mi aspettavo qualcosa di così "tradizionale". Eppure, passata la notte che porta consiglio, ho scoperto di non riuscire a smettere di pensare alle emozioni dolceamare lasciate dal film, un'opera delicata e poetica alla quale vi consiglierei di dare una chance. 


Del regista Richard Linklater ho già parlato QUI. Ethan Hawke (Lorenz Hart), Bobby Cannavale (Eddie), Andrew Scott (Richard Rodgers) e Margaret Qualley (Elizabeth Weiland) li trovate invece ai rispettivi link.



 

martedì 19 maggio 2026

Forbidden Fruits (2026)

Siccome era un film che mi incuriosiva parecchio, di recente ho recuperato Forbidden Fruits, diretto e co-sceneggiato dalla regista Meredith Alloway.


Trama: le tre commesse del negozio di abiti Free Eden spadroneggiano all'interno del centro commerciale ma l'arrivo di una quarta ragazza, Pumpkin, sconvolgerà i delicati equilibri del trio...


Avevo aspettative altissime per questo Forbidden Fruits, che era stato salutato dalla stampa di genere come una versione moderna di Giovani streghe, uno dei miei film preferiti. Questo potrebbe essere il motivo per cui Forbidden Fruits non mi ha convinta al 100%, anche se l'ho trovato divertente e, a tratti, anche interessante per il modo in cui rappresenta le quattro protagoniste. Forbidden Fruits parte come una qualsiasi commedia alla Mean Girl, Ragazze a Beverly Hills o Schegge di follia. Ci sono tre ragazze, Apple, Cherry e Fig, che sono in cima alla catena alimentare del centro commerciale, tre commesse dell'esclusivo negozio di abiti Free Eden. Ognuna di esse è bellissima, desiderabile e, ovviamente, irraggiungibile e tutte vengono ugualmente adorate dalla plebe che popola il tristissimo centro commerciale. Un giorno, si presenta alle tre una quarta ragazza, Pumpkin, che dopo un minimo di reticenza viene introdotta all'interno della piccola cerchia. Pumpkin scopre così che le commesse sono anche una congrega di streghe guidate dalla carismatica Apple la quale, in cambio di promesse di sorellanza, sostegno reciproco e crescita, pretende fedeltà assoluta e il rispetto di alcune regole fondamentali. Un'oscurità sottesa, insomma, che nasconde segreti terribili e un'insofferenza in grado di mandare in frantumi l'"Eden libero" con poche azioni mirate, trasformando così i toni dell'opera da satira sociale a commedia nera con abbondanti pennellate di horror. Questa varietà di registri, per quanto mi riguarda, è un po' il problema di Forbidden Fruits. Il film intavola un discorso interessante sulle magagne del femminismo "interessato", sulla sorellanza ipocrita che vira verso l'estremismo, e fa un ritratto complesso di almeno due delle protagoniste, ovvero Apple e Cherry. La prima è connotata come la villain (la Nancy) del gruppo, furiosa verso una vita che l'ha privata degli affetti e conseguentemente dedita a un controllo totale degli altri, ma è impossibile non provare talvolta pietà per gli effetti che ha avuto su di lei la profonda solitudine; Cherry, d'altra parte, viene dipinta come la tipica bimbo bionda, ma la sua è una tragica maschera che cela senso di colpa e il disperato desiderio di appartenere ancora a qualcosa, o a qualcuno. Le altre due protagoniste, purtroppo, non sono così bene caratterizzate (Fig dovrebbe essere la più intelligente ma verso il finale diventa scema come un tacco, Pumpkin, pur con tutte le sue ragioni, cambia personalità da una sequenza all'altra), e sono un'ottima espressione di quella mancanza di coesione che lamentavo qualche riga fa. Forbidden Fruits, infatti, introduce tante suggestioni quante ne lascia cadere e non sfrutta al meglio tutte le cartucce che ha al suo arco, in primis quella della congrega di streghe, che a un certo punto diventa poco più di una nota di colore che poco apporta alla risoluzione della vicenda. Lo stesso, purtroppo, vale per buona parte di qualsiasi avvenimento del film esuli dalla progressiva disgregazione del gruppo, tra tornado, indagini, daddy issues e un quinto elemento, Pickle, che si porta via gli aspetti più intriganti della sceneggiatura. 


Al di là delle mie perplessità per quanto riguarda la scrittura del film, Forbidden Fruits ha dalla sua un comparto visivo di tutto rispetto che, ovviamente, segue le regole non scritte dei modelli a cui fa riferimento. Abbiamo quindi una colonna sonora accattivante e zeppa di pezzi da vere "bitch", ad accompagnare sequenze introduttive di gruppo atte a sottolineare la natura cool ed esclusiva della congrega. Per chi, come me, è una fashionista wannabe (ovvero, adora la moda estrosa e sexy ma non ha capacità, fisico e coraggio per vestirsi in quel modo), gli outfit di ognuna delle ragazze, studiato appositamente per sottolinearne le caratteristiche individuali, sono uno più bello dell'altro, e ho apprezzato anche il fatto che gli abiti delle protagoniste si facciano via via più anonimi col progressivo disgregarsi della loro amicizia. Altra cosa apprezzabilissima è il modo in cui gli scenografi hanno unito l'atmosfera girlie e modaiola di Free Eden alle necessarie suggestioni gotiche veicolate dall'idea di una congrega di streghe, creando un antro stiloso ma inquietante, dove non stona affatto l'immagine di uno stivale da cowboy utilizzato al posto di un classico calice o di un calderone. E poi, naturalmente, ci sono le attrici. Victoria Pedretti mi aveva già rubato il cuore come membro della Flanagan Family, grazie ad una sensibilità e una fragilità in grado di commuovere, ma qui dimostra anche di avere tempi comici perfetti e dà vita ad una maschera tragicomica più complessa di quanto non appaia (e grazie, Victoria, per essere una gnocca da primato in un corpo normale, che osa perfino mostrare un accenno di cellulite. Grazie!). Non guardando Riverdale non conoscevo affatto Lili Reinhart ed è stata una splendida sorpresa. La sua Apple è carismatica da morire, oltre che bellissima, e l'attrice si lascia trasportare in toto dall'intensità del personaggio che interpreta, sia nel "bene" di un controllo maniacale che nel male di una follia che esplode incontrollabile, rimanendo sempre e comunque affascinante e sexy. Alexandra Shipp, in mezzo alle due, è un po' l'ago della bilancia che raramente sconfina in un'interpretazione sopra le righe, mentre purtroppo Lola Tung si lascia divorare dal carisma delle altre, indebolendo quello che dovrebbe rappresentare il punto di vista esterno e razionale, più vicino allo spettatore, e conseguentemente l'empatia verso Pumpkin. A prescindere dagli indubbi difetti, probabilmente derivanti dall'inesperienza e dal troppo entusiasmo (o ansia da prestazione) tipici delle opere prime, Forbidden Fruis è un film che merita più di una visione. Sono troppo vecchia perché diventi un cult personale, ma magari potrebbe folgorare qualche ragazzina sedicenne, com'era successo a me con Giovani streghe!  


Di Alexandra Shipp, che interpreta Fig, ho già parlato QUI.

Meredith Alloway è la regista e co-sceneggiatrice del film, al suo primo lungometraggio. Americana, è anche attrice e produttrice.


Lili Reinhart
interpreta Apple. Americana, famosa per aver partecipato alla serie Riverdale, ha lavorato come doppiatrice ne I Simpson. Anche produttrice, ha 30 anni e due film in uscita. 


Victoria Pedretti
interpreta Cherry. Americana, la ricordo per film come C'era una volta a... Hollywood, Shirley e, soprattutto, per serie quali Hill House, The Haunting of Bly Manor e Something Very Bad Is Going to Happen. Anche regista e produttrice, ha 31 anni e tre film in uscita. 


Se Forbidden Fruits vi fosse piaciuto recuperate Amiche cattive, Schegge di follia, Jennifer's Body, Giovani streghe e Bodies, Bodies, Bodies. ENJOY!




venerdì 15 maggio 2026

2026 Horror Challenge: The Drums of Jeopardy (1931)

Il tema della challenge settimanale era abbastanza particolare, cito testualmente: "Poverty Row, Hollywood's Original low budget B movies". Dalla lista fornita dal creatore della challenge ho scelto The Drums of Jeopardy, diretto nel 1931 dal regista George B. Seitz e tratto dal romanzo omonimo di Harold MacGrath.


Trama: dopo la morte della figlia, lo scienziato bolscevico Boris Karlov giura vendetta sulla famiglia di nobili che ritiene responsabile dell'accaduto...


Prima di parlare del film, contestualizziamo un attimo il tema della challenge, perché anche io ero abbastanza ignorante in materia. "Poverty Row" è un termine gergale che indica piccoli studios che, dagli anni '20 agli anni '50, producevano film di serie B in contrasto con le grandi majors. I generi erano più o meno sempre gli stessi, in primis c'erano i western, ma anche commedie, film d'avventura o crime, affidati a registi e attori poco famosi e realizzati con budget irrisori. The Drums of Jeopardy, prodotto dalla Tiffany Pictures, rientra di diritto in questa Poverty Row ma, a differenza di quanto riportato nell'elenco che ho consultato, non è un horror, quanto più un mix tra melodramma e spionaggio internazionale, con qualche suggestione vagamente legata al genere oggetto della challenge. La prima cosa, che peraltro fa un po' ridere, è la presenza di un mad doctor chiamato Boris Karlov, il quale però viene connotato come scienziato pazzo solo nelle prime sequenze che lo presentano; inizialmente, si vede Karlov trafficare con delle provette e con una maschera antigas dall'aspetto inquietante ma, in seguito, lo stesso dottore viene rappresentato solo come uno spietato bolscevico assetato di vendetta, con una diffusa rete di spie e sicari al seguito e, al limite, un gusto un po' più spiccato per gli omicidi violenti e le torture psicologiche. The Drums of Jeopardy non mostra esperimenti folli, né mutazioni causate dagli stessi o simili, anzi, Karlov potrebbe giusto essere un antenato dei nemici bondiani, al massimo. Vero è che Karlov segue un cieco percorso di vendetta simile a quello di molti thriller horror, una furia cieca che non guarda in faccia a nessuno e che non si cura di capire chi, tra i membri della famiglia Petroff, abbia veramente spinto al suicidio la figlia. Tale percorso, inoltre, si mescola ad una leggenda legata alla collana del titolo, "i tamburi della sventura" appunto, un oggetto maledetto in quanto rubato ad un'antica tribù, che dovrebbe condannare a morte chiunque si veda recapitare uno dei ciondoli che la compongono. 


A parte questo paio di aspetti un po' più particolari, The Drums of Jeopardy non fa paura né mette inquietudine e si snoda in maniera abbastanza banale seguendo la fuga dei Petroff dalla Russia in America. All'interno della sceneggiatura si fa ben attenzione a distinguere i buoni dai cattivi, senza addentrarsi in elucubrazioni socio-economiche legate alla rivoluzione russa; la Russia è rappresentata come un paese "esotico" come tanti altri, dove accadono "cose" strane che in America non succederebbero mai, e per quanto deprecabili siano, i nobili acculturati vengono accolti senza troppe remore dall'intelligence USA. Ovviamente, il film presenta un'evoluzione del personaggio del principe Nicholas, dipinto inizialmente come uno stupido sciupafemmine, il quale dopo avere conosciuto l'americana Kitty decide, in un giorno, di mettere la testa a posto, eleggerla ad amore della sua vita e, conseguentemente, ammantarsi delle caratteristiche tipiche di un eroe senza macchia e paura, condividendole però col vero personaggio totalmente positivo dell'intera vicenda, il saggio agente all-american Martin Kent. Alla ciarliera zia di Kitty, Abbie, viene lasciato il ruolo di comic relief e grillo parlante della situazione, e al povero Boris Karlov non resta altro che circondarsi di caratteristi dalla faccia perfetta per il ruolo di silenziosi, infidi sicari. A proposito di facce, quella di Boris Karlov, ovvero dell'attore Warner Oland, non mi era nuova, con quel taglio orientale degli occhi, nonostante le origini svedesi. In effetti, nonostante abbia partecipato a un film della Povert Row, Oland era già diventato famoso grazie al ruolo di Fu Manchu e, in seguito, sarebbe diventato una star interpretando il detective Charlie Chan in ben sedici film. Ciò detto, in tutta onestà, non avrei motivo di consigliarvi The Drums of Jeopardy (che potete trovare gratis su Plex o su Youtube), a meno che non siate fan dell'attore e vogliate godervi una sua opera meno conosciuta!

George B. Seitz è il regista del film. Americano, ha diretto film come Un affare di famiglia, L'amore trova Andy Hardy, Gudice Hardy e figlio, Andy Hardy incontra la debuttante, La vita comincia per Andy Hardy e La doppia vita di Andy Hardy. Anche sceneggiatore, produttore e attore, è morto nel 1944.


Warner Oland
(vero nome Johan Verner Olund) interpreta Boris Karlov. Svedese, ha partecipato a film come Il drago rosso, The Return of Dr. Fu Manchu, Il cammello nero, La crociera del delitto, L'artiglio giallo e L'uomo dai due volti. E' morto nel 1938.


Clara Blandic
k, che interpreta Abbie, era la zia di Dorothy ne Il mago di Oz. The Drums of Jeopardy è il remake di un film omonimo del 1923. ENJOY!

mercoledì 13 maggio 2026

Honey Bunch (2025)

Passata la febbre da Oscar mi sono dedicata al recupero di un paio di uscite horror che avevo lasciato indietro. Una di queste è Honey Bunch, diretto e sceneggiato nel 2025 dai registi Dusty Mancinelli e Madeleine Sims-Fewer.


Trama: Diana, reduce da un grave incidente, viene portata dal marito Homer in una clinica sperimentale che promette di guarirla in pochi giorni. Non passa molto tempo prima che la donna capisca che qualcosa non va...


Siccome sono una persona molto profonda, avevo puntato Honey Bunch perché avevo visto, nel cast, il nome di quel figo illegale di Jason Isaacs. Non ricordavo, infatti, di avere già visto un film realizzato da Dusty Mancinelli e Madeleine Sims-Fewer, anche se i loro nomi mi sembravano familiari, ed è solo cercando informazioni su Honey Bunch dopo la visione che ho realizzato: gli autori sono gli stessi di Violation, angosciante riflessione sulla violenza sessuale e la percezione della stessa, una visione potente ma anche molto, molto deprimente. Honey Bunch non raggiunge, per fortuna, quei livelli di angoscia e orrore, ma non è una visione leggera. Come spesso accade negli ultimi tempi, Honey Bunch decostruisce un rapporto di coppia apparentemente idilliaco, un legame che ha subito una ferita tremenda nel momento in cui Diana ha avuto un incidente d'auto, perdendo parte delle funzioni motorie e dei ricordi precedenti alla tragedia. Accompagnata dal marito Homer, Diana si affida alle cure di una clinica in mezzo alla campagna, la cui fondatrice promette di rimetterla in sesto in pochissimi giorni, attraverso un metodo rivoluzionario. Come sempre accade negli horror, le cure miracolose non sono mai a buon mercato e, ancor peggio, i metodi rivoluzionari nascondono realtà aberranti; nel caso di Honey Bunch, tutto ciò si unisce al discorso sull'amore e come viene vissuto e percepito, soprattutto nel momento in cui una metà della coppia si "rompe". Quand'è che l'amore totalizzante si trasforma in egoismo? E' giusto prendere decisioni all'insaputa dell'altro, arroccati nella cieca convinzione che sia "per il suo bene"? E' giusto, anche, annullarsi totalmente per amore, rinunciando a tutto ciò che non pertiene alla sfera di coppia? Sono queste le domande scomode che pone Honey Bunch, senza ovviamente dare una risposta chiara ed univoca, anche perché il punto di vista adottato è quello di Diana, una donna che non può più fidarsi dei suoi ricordi e delle sue percezioni. Diana è malata, e può solo lasciare che gli altri prendano le decisioni per lei senza metterla a parte, per riserbo o chissà per quale altro motivo. Quando la cura comincia a renderla ancora più confusa, e a trasformare la realtà che la circonda con flash da incubo, Diana inizia a percepire che qualcosa non va e smette di fidarsi, mettendo in discussione anche chi pensava di conoscere bene.


Lentamente, attraverso pochi dialoghi e molti flashback alternati a sprazzi di visioni, inquadrature di sguardi e gesti fugaci, uniti al setting perfetto di una magione isolata, circondata da foresta, pericolose scarpate e giardini misteriosi, Honey Bunch costruisce un'atmosfera di paranoia crescente, che culmina in un finale weird e violento, ben poco rassicurante. Lo stile di Dusty Mancinelli e Madeleine Sims-Fewer ricorda quello degli horror europei anni '70 (di fatto, il film è ambientato in quegli anni), caratterizzati dal contrasto tra una fotografia morbida e flash di violenza surreale, che si fondono fino a confondersi e annullare ogni parvenza di realismo. Fa molto anche la colonna sonora particolare, caratterizzata da echi vintage che mi hanno ricordato tantissimo i brani più riusciti di Pino Donaggio, con quei suoni dissonanti che accompagnano movimenti di macchina improvvisi e rivelatori. Per quanto riguarda gli attori, purtroppo partivo svantaggiata dall'aver visto l'irritante Tito e qualcosa, di quel film, mi dev'essere rimasto, perché ho provato spesso fastidio durante le interazioni tra Diana e Homer. Per carità, Grace Glowicki e Ben Petrie sono bravissimi e, in quanto compagni nella vita vera, sono anche piuttosto naturali e verosimili, ma interpretano due personaggi con i quali, nonostante tutto, non sono mai riuscita ad empatizzare fino in fondo e verso i quali ho provato, fin dall'inizio, un'inspiegabile diffidenza. Molto meglio Jason Isaacs, Julian Richings e Kate Dickie, facce "rassicuranti" che, se non altro, so come gestire e alle quali vorrò sempre bene, anche quando interpretano personaggi discutibili o inquietanti. In conclusione, Honey Bunch è un horror che tratta con originalità e piglio artistico un argomento già battuto altre volte; non è un'opera facile ed immediata e, probabilmente, servirebbe una seconda visione "col senno di poi" per carpirne appieno le sfumature ma, anche così, è un film che consiglio (poi magari provate anche Tito, eh. Giusto per capire se ha fatto schifo solo a me)!


Dei registi e sceneggiatori Dusty Mancinelli e Madeleine Sims-Fewer ho già parlato QUIJulian Richings (Delwyn), Kate Dickie (Farah) e Jason Isaacs (Joseph) li trovate invece ai rispettivi link.


Grace Glowicki
, che interpreta Diana, è la regista, sceneggiatrice ed interprete di Tito, una delle visioni più pesanti dei vari Torino Film Festival, che vedeva tra i protagonisti anche Ben Petrie, il compagno della Glowicki, che in Honey Bunch interpreta Homer. ENJOY!

martedì 12 maggio 2026

Bolle di recensioni: Mortal Kombat (2021) e Mortal Kombat II (2026)

Attirata da un paio di trailer e dalla presenza di Karl Urban, ho deciso di andare a vedere Mortal Kombat II e, qualche giorno prima, ho recuperato il prequel Mortal Kombat, film del 2021 che, chissà perché, era sfuggito ai miei radar. Siccome Mortal Kombat l'ho guardato ormai più di una settimana fa, senza mai avere il tempo di scrivere qualcosa in merito, e siccome nessuno dei due film è proprio quel che si dice un capolavoro su cui elucubrare più di tanto, mi sembrava doveroso accorpare due mini-post nella rubrica Bolle di recensioni. ENJOY!


Mortal Kombat
(Simon McQuoid, 2021)

Probabilmente questo me l'ero perso perché sono sempre stata una bimba di Street Fighter, più che di Mortal Kombat. Ma da nerd un po' a tutto campo, nonché figlia degli anni '80-'90, conoscevo buona parte dei personaggi del videogame e la natura gradevolmente splatter dell'opera videoludica, culminante nelle iconiche "Fatality". Il primo Mortal Kombat introduce l'idea di un torneo da disputare tra vari mondi in lotta tra loro, con una serie di prescelti portatori di un marchio particolare che vengono chiamati per combattere in duelli all'ultimo sangue. Qualora un regno dovesse vincere il torneo per dieci volte di fila, questo avrebbe la possibilità di sottomettere il regno perdente; in questo caso, il rischio è che la Terra venga conquistata dal Regno Esterno, già a nove vittorie. La cosa esilarante di Mortal Kombat è il modo in cui il Regno Esterno ami vincere facile, nel senso che la tattica è quella di uccidere i prescelti prima ancora che sappiano dell'esistenza del torneo. Ciò consente agli sceneggiatori di presentare vari personaggi del videogame nei panni di malvagi tout court, mostri pronti ad uccidere gli ignari guerrieri terrestri radunati dal dio del fulmine Raiden, il tutto attraverso il punto di vista del protagonista Cole Young, il Goku/Pegasus della situazione che, nonostante sia dotato di un potere inimmaginabile, non ha la più pallida idea di come utilizzarlo. Diciamo che Cole è anche il personaggio meno interessante (una sorta di uomo d'ottone Bautistiano che non ha neppure un'oncia del carisma di tutti i vari Sub-Zero, Skorpion, Raiden, Mileena, Shang Tsung e, ovviamente, Kano, il jolly impazzito del mucchio e il comprimario meglio scritto, o comunque il più divertente) e, non fosse per le notevoli dosi di splatter e violenza mutuate, giustamente, dalla natura stessa del videogioco, seguire le sue prevedibili vicende sarebbe una noia pazzesca. Tutto sommato, il film poteva venire meglio ma poteva anche venire peggio, considerato che Simon McQuoid era alla sua prima esperienza dietro la macchina da presa; il montaggio e la resa dei vari combattimenti è un po' rozza e poco fluida, con parecchie magagne coperte da abbondanti dosi di CGI (che, fortunatamente, mi sono risparmiata al cinema o temo mi sarebbero esplosi gli occhi, altro che Fatality), le scene drammatiche di raccordo sono cheesy quanto un puff al formaggio, e la maggior parte degli attori occidentali dovrebbe andare a zappare la terra, però è anche vero che basta un "Kano wins", un "get over here!" e quella zamarrata di canzone infilata nei titoli di coda per far tornare istantaneamente il buonumore. E di sicuro è un film perfetto per farsi venire voglia di rispolverare qualsivoglia versione di Mortal Kombat abbiate in casa e rimettervi a giocare.

Curiosità: Il film era stato inizialmente classificato come NC-17 e il regista ha dovuto tagliare parecchie scene di violenza estrema per ottenere l'R-rating. Il Mortal Kombat di Paul W.S. Anderson, per inciso, era stato realizzato per l'R-rating ed era stato completamente stravolto per ottenere il PG-13.


Mortal Kombat II
(Simon McQuoid, 2026)

Sembra che qualcuno, all'epoca, si fosse lamentato di almeno due enormi difetti in Mortal Kombat: il fatto che il torneo non venisse mai disputato e l'assenza di Johnny Cage. Cinque anni dopo, Simon McQuoid ha dato al pubblico quello che voleva e ci ha aggiunto anche Kitana coi suoi ventagli, assieme a un paio di altri personaggi assai pittoreschi presenti nel videogioco. Salvo per un paio di cadute di ritmo, in particolare all'inizio, non mi sono pentita di essere andata a vedere Mortal Kombat II al cinema. Intanto, il film usa uno sporchissimo barbatrucco per far tornare il mio adorato Kano e ribadire la natura profondamente malvagia e paracula del Regno Esterno (nel primo film ammazzavano i prescelti prima che ne avessero consapevolezza, qui usano direttamente una pietra che rende immortali, quando non sono impegnati nella sottile arte della necromanzia). Inoltre, i riflettori vengono spostati da quel mollo di Cole a Johhny Cage il quale, pur seguendo un percorso di presa di coscienza assai simile, ha una personalità strabordante che non ci mette molto ad offuscare quella di tutti gli altri comprimari, forse anche più anonimi del film precedente. Sarà che adoro Karl Urban, ma non l'ho trovato un male. Quanto al Mortal Kombat in sé, mi pare si sia data un'accelerata alle scene gore e violente, con almeno un paio di morti decisamente sorprendenti ed "esagerate", accompagnate dall'utilizzo di ambienti familiari ai giocatori del franchise, ma la sensazione è sempre quella di avere davanti scene di lotta realizzate col minimo sindacale di sapienza e tecnica, annegate nella CGI per stordire lo spettatore. Non so se è perché gli stessi realizzatori e produttori ci credono poco, sta di fatto che Mortal Kombat II si conclude in modo "neutro", con l'assist per un eventuale terzo film che, qualora non venisse mai girato, non lascerebbe comunque lo spettatore con l'amaro in bocca per una storia monca, come potrebbe succedere, per esempio, nel caso di Five Nights at Freddy's. Per quanto mi riguarda, se Josh Lawson tornerà nei panni di Kano sarò della partita, ed esigo anche, tra i doppiatori italiani, la presenza di Haruhiko Yamanouchi, anche se avrò sempre paura che Skorpion voglia vendere una Suzuki a Sub-Zero prima di fargli una Fatality.

Curiosità: Ed Boon, co-creatore della serie di videogiochi, compare nei panni del barista Ed.

venerdì 8 maggio 2026

2026 Horror Challenge: Bloodthirsty (2020)

La challenge horror, questa settimana, chiedeva un horror diretto da una donna. In watchlist, non so perché, avevo Bloodthirsty, diretto nel 2020 dalla regista Amelia Moses, così ne ho approfittato per guardarlo.


Trama: una cantante in crisi d'ispirazione e vittima di allucinazioni viene contattata da un produttore discografico, che si offre di aiutarla a realizzare il nuovo disco. Nella casa del produttore, però, le condizioni mentali della ragazza peggiorano ulteriormente...


Di sicuro l'ho già scritto molte volte, ma lo ripeto: è assai difficile che un film sui licantropi mi entusiasmi e, nell'eterna lotta tra le due tipologie di mostri, il mio amore andrà sempre ai vampiri. Non deve stupire, dunque, che io abbia trovato Bloodthirsty un film come tanti, senza infamia né lode, al limite reso ancora meno interessante da una trama che segue cliché assai banali, senza reinventare granché. Bloodthirsty racconta la storia di Grey, cantante in crisi d'ispirazione che, dopo un primo album di successo, vive nell'ansia che la sua seconda opera venga stroncata dalla critica. All'incertezza per il futuro della carriera si aggiungono terrificanti allucinazioni durante le quali Grey si vede mutare in una bestia assetata di sangue, visioni che si fondono con la realtà e la portano a dubitare non solo di se stessa, ma anche di tutto ciò che la circonda. Nel bel mezzo della crisi, arriva la proposta di Vaughn, famoso produttore discografico con un passato oscuro, che invita Grey e la sua fidanzata a trasferirsi nella sua villa in mezzo ai boschi per registrare il nuovo disco. Nonostante i dubbi iniziali, legati principalmente ad un'accusa di omicidio da cui Vaughn è stato assolto, l'approccio del produttore funziona e a Grey comincia a tornare l'ispirazione; assieme ad essa, però, arrivano cambiamenti importanti nella psiche della ragazza, qualcosa che la spinge ad abbracciare sempre più la violenza sanguinosa delle sue visioni per "liberarsi" delle costrizioni morali e sociali. Come facilmente intuibile, Bloodthirsty è l'ennesima storia che racconta il connubio tra la natura "maledetta" di un artista e la sua arte. Grey non riesce più a cantare né suonare perché si costringe a rinnegare ciò che si nasconde in lei, indossando una facciata di ragazza perbene, gentile e remissiva; le allucinazioni sono lo sfogo di un retaggio rimosso, sepolto in profondità, e il metodo di Vaughn consiste nell'indurre Grey ad accettare il suo lato mostruoso, rendendo di conseguenza le sue canzoni e la sua musica più "vere". Siccome Bloodthirsty è un horror, e nemmeno dei più sottili, il discorso non è solo metaforico, e la progressiva presa di coscienza di Grey rischia di mettere in pericolo lei e la sua fidanzata, anche perché Vaughn ha un secondo fine intuibile praticamente al quinto minuto di film, se vogliamo essere generosi.


L'aspetto che mi ha un po' perplessa di Bloodthirsty, al di là di uno svolgimento prevedibile e di una messa in scena che lascia abbastanza tiepidi anche nelle sequenze più horror (dove la regista tende a preferire un blando schifo all'inquietudine, soprattutto per eventuali spettatori vegetariani o vegani ma, ripeto, niente che non si sia già visto, reso in maniera molto più disgustosa, in miliardi di altri film simili) è il fatto che le canzoni di Grey siano talmente gnegne da far venire il latte alle ginocchia. L'evoluzione del suo stile, il cambiamento, lo percepiscono solo i personaggi: salvo per l'aggiunta di qualche immagine "forte" nei testi ("God is a fascist", per dire, che fa inorridire la fidanzata) e una maggiore confidenza nell'esecuzione, Grey rimane una di quelle cantautrici pop che miagolano intristite dall'amore e dalla vita, con tutto il rispetto per la giovane Lowell che ha partecipato alla colonna sonora del film e lo ha co-sceneggiato, probabilmente inserendo qui e là alcuni aspetti autobiografici. Da un film sui licantropi avrei voluto una roba più punk e grezza rispetto a questa ode alle ballad indie ma, ovviamente, è solo gusto personale. Fortunatamente, almeno la protagonista, Lauren Beatty, ha un aspetto particolare e distante dalle bellezze un po' plasticose e tutte uguali del cinema di genere commerciale, così che il ritratto di una cantante in bilico tra la fama e il ritorno all'anonimato risulti più verosimile; inoltre, alcune caratteristiche del viso della Beatty sono già di loro "ferine" e ciò aiuta molto la transizione nelle varie fasi del make-up atto a trasformarla in mostro sul finale. Non posso però spendere le stesse parole di elogio per il resto del cast, fatto di attori anonimi ed inespressivi, con quella breve comparsa di Michael Ironside messo lì a mo' di nume tutelare di un'operazione che rischia di non entusiasmare nemmeno i suoi fan più accaniti. Non penso di avervi incuriosito col mio post ma, nel caso, trovate Bloodthirsty sui canali Midnight Factory o, ancora meglio, gratis su Tubi, se avete una VPN.    


Di Michael Ironside, che interpreta il dottor Swan, ho già parlato QUI.

Amelia Moses è la regista del film. Canadese, anche sceneggiatrice e produttrice, ha diretto altri film come Bleed with Me e Guess Who.


Lauren Beatty i
nterpreta Grey. Canadese, anche regista, sceneggiatrice, compositrice e cantante, ha partecipato a film come Pay the Ghost, Saw: Legacy e Bleed with Me


Greg Bryk
interpreta Vaughn Daniels. Canadese, ha partecipato a film come A History of Violence, L'incredibile Hulk, Saw V - Non crederai ai tuoi occhi, RED, Saw 3D - Il capitolo finale, Rabid e a serie quali Relic Hunter e Channel Zero. Anche produttore e doppiatore, ha 54 anni e due film in uscita. 


Se vi piacciono le tematiche di Bloodthirsty, due film molto più riusciti da recuperare sono Raw e Ginger Snaps. ENJOY!


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