giovedì 15 ottobre 2026

Nuovi Incubi Halloween Challenge Day 15: Deliria (1987)


Il tema del 15simo giorno di Nuovi Incubi Halloween Challenge era Giallo, così ho scelto di riguardare, dopo tantissimi anni, Deliria, diretto nel 1987 dal regista Michele Soavi.

Trama

Durante le prove di un musical, un killer mascherato comincia ad uccidere assistenti, attori e ballerini, impossibilitati ad uscire dallo studio...

Recensione

Di Deliria avevo ricordi vaghissimi, salvo per la mise particolare del killer, una testa di barbagianni poi ripresa in molti altri film di genere, anche solo come omaggio. Riguardandolo, mi è tornato in mente che, forse, la prima volta non lo avevo apprezzato granché, mentre stavolta mi ha catturata fin dalle prime scene, pur non essendo un film esente da difetti. Deliria spicca per la sua particolarità fin dalla trama, che mescola realtà e finzione partendo dalla messa in scena di un musical a tema horror, all'interno del quale un killer dalla maschera da barbagianni uccide le prostitute del quartiere a luci rosse. Quando una delle ballerine, per colpa di una storta, viene convinta da una delle costumiste ad andare a farsi curare in un ospedale psichiatrico in quanto "più vicino" rispetto ad altre strutture più consone, un pericoloso maniaco evade dalla cella e si rifugia proprio nella loro macchina, cominciando a mietere vittime all'interno del teatro di posa, sostituendosi al killer del musical. La trama, come vedete, è molto semplice, e più che un giallo Deliria sembra uno slasher, anche perché l'identità dell'assassino si conosce fin dall'inizio. Inoltre, la sceneggiatura del film strizza l'occhio agli horror americani dove il killer ha caratteristiche quasi sovrannaturali; non solo muore con grande difficoltà, ma riesce anche ad eludere trappole all'apparenza infallibili, tornando alla carica ancora più incattivito ed assetato di sangue. Un altro fil rouge di Deliria è la perdita di dignità di un lavoro artistico come quello della ballerina o dell'attore/attrice, ridotto qui a un mero mezzo di sopravvivenza per persone che non hanno più il becco di un quattrino, trattate a pesci in faccia da registi senza scrupoli che fanno il paio con produttori discutibili. Paradossalmente, è proprio l'assassino che, ritrovatosi all'improvviso in una sorta di "Paese delle Meraviglie" che gli consente anche di assumere l'identità di un misterioso serial killer mezzo umano e mezzo bestia, riscopre il fascino della musica e della teatralità, divertendosi come le sue vittime non riescono più a fare da tempo.

Al suo primo film come regista, Soavi fa sua la lezione appresa sui set di Dario Argento, con il quale ha lavorato come regista di seconda unità, ed unisce l'amore per i colori sgargianti come il rosso e il blu elettrico, oltre ad un gusto per morti ad effetto che sembrano quasi delle opere d'arte, a suggestioni più legate allo slasher americano. Il risultato è un ibrido affascinante, soprattutto quando la finzione dell'opera teatrale si confonde con la terrificante realtà vissuta dai protagonisti; lo spettatore, a un certo punto, sa che sotto la maschera da barbagianni non si nasconde un attore, bensì il killer, il che crea sequenze scioccanti come quella della morte sul palco per strangolamento prima e fendenti all'arma bianca poi. Anche quando gli omicidi si fanno più gore, per esempio quando uno dei protagonisti si ritrova diviso in due con profluvio di interiora sparse sul pavimento, c'è sempre un gusto coreografico per la composizione della scena, e un che di artistico legato alle luci, ai colori e alle ombre , che lasciano allo stesso tempo orripilati ed affascinati. Anche la colonna sonora utilizzata, che si compone di melodie diegetiche e non, concorre a creare un effetto straniante, aumentando non solo la tensione, ma anche la sensazione che i protagonisti, chiusi all'interno di un teatro di posa, siano finiti in una dimensione infernale separata dalla nostra, popolata da incubi e mostri sanguinari (impressione rafforzata da quel pre-finale onirico, fatto di corpi ricomposti e piume che cadono dall'alto come neve). Gli intermezzi quasi comici dedicati ai due poliziotti che, ignari di tutto ciò che accade nel teatro, rimangono di "guardia" nell'auto di pattuglia a parlare del più e del meno, rinfocolano ulteriormente questa sensazione e fanno di Deliria una bestia assai strana, figlia di un regista sfortunato che, nato in un'epoca diversa, sarebbe probabilmente diventato uno dei nomi di spicco dell'horror italiano, invece di perdersi in ignominiose schifezzuole come QUESTA.

Cast

Del regista Michele Soavi, che compare, non accreditato, come un giovane poliziotto, ho già parlato QUI. David Brandon (Peter), Barbara Cupisti (Alice), Giovanni Lombardo Radice (Brett) e George Eastman (co-sceneggiatore del film, compare quando Irving Wallace indossa la maschera) li trovate invece ai rispettivi link.


mercoledì 14 ottobre 2026

Nuovi Incubi Halloween Challenge Day 14: Colony (2026)


Il tema odierno della Nuovi Incubi Halloween Challenge, "Best Make Up", mi fornisce l'occasione per parlare di Colony (군체 - Gun-che), diretto dal regista Yeon Sang-ho.

Trama

Uno scienziato avvisa la polizia che, di lì a poco, rilascerà un potentissimo virus, di cui lui solo detiene l'antidoto, all'interno di un edificio. Costretti ad affrontare persone improvvisamente impazzite ed altamente contagiose, i pochi rimasti sani cercano di mettersi in salvo...

Recensione

Colony è l'ennesima variante di un genere, lo zombie movie, che puntualmente mi stupisce ogni volta che penso non abbia più nulla da dire. Uno degli esempi più eclatanti, guarda caso, era Train to Busan, sempre diretto da Yeon Sang-ho, che mi aveva atterrita e ridotta in lacrime copiose. Colony non raggiunge i livelli di Train to Busan, ma è un action horror spettacolare, spalmato in due ore che sembrano trenta minuti; la trama si concentra sull'esplosione di un'epidemia all'interno di un enorme e centralissimo edificio, per mano di uno scienziato il cui scopo è dimostrare di poter superare quello che per lui è il fulcro di tutti i problemi dell'umanità, ovvero l'incomunicabilità. Gli zombie (i quali, tecnicamente, non sono tali, poiché malati sì, ma ancora vivi) di Colony, come da titolo, si comportano come le formiche all'interno di una colonia, passandosi informazioni di vitale importanza non tanto per la loro sopravvivenza, quanto per il perpetuarsi della loro "specie", trovando la forza nel numero. La cosa interessante del film è vedere messo in pratica questo passaggio di informazioni e la conseguente, progressiva evoluzione degli infetti, di fronte ai quali gli esseri umani ci fanno una ben magra figura, per un paio di motivi. Certo, lo scienziato responsabile dell'epidemia è uno stronzo patentato e vanesio, le cui motivazioni sono quantomeno risibili, ma rimanendo in tema di "comunicazione" e "condivisione", che sono gli elementi portanti del film, la sceneggiatura fa un ritratto delle istituzioni, e di come vengono manipolate le informazioni, più inquietante degli stessi infetti. Chi mostra un minimo di empatia oppure ragiona veramente per il bene comune, invece di riempirsi la bocca di belle parole con l'unico obiettivo di risultare immacolato davanti all'opinione pubblica, viene trattato come un paria quando va bene o sacrificato quando va male; Colony racconta un'umanità appesa a un filo e chiusa in un pericoloso individualismo, tanto che i vaneggiamenti dello scienziato responsabile del contagio, riflettendoci con attenzione, non sembrano poi così campati in aria.

Al di là di queste importanti considerazioni morali, che arricchiscono ulteriormente il film, Colony si distingue sia per  il make up e la fisicità degli infetti (caratterizzata da contorsioni da brividi e movimenti a scatti alternati ad una velocità micidiale) sia, soprattutto, per un'enorme varietà di dinamiche soluzioni visive che vanno sensibilmente oltre quelle classiche di un film di zombie, per non parlare della disgustosa abbondanza di muco biancastro che trasforma lentamente il gigantesco edificio in un ricettacolo di schifezze insalubri. Il modo in cui gli infetti comunicano tra loro crea dei momenti di "stasi" in cui la tensione si taglia col coltello, e quando attaccano non ce n'è per nessuno, tra perfette coreografie di morte, un montaggio dinamico che consente comunque allo spettatore di non perdere neppure un dettaglio dell'azione, e una regia che lascia spazio anche a momenti riflessivi e persino commoventi, durante i quali la già flebile speranza viene annientata senza possibilità di recupero. Un'altra cosa che ho molto apprezzato di Colony è l'evoluzione dei personaggi e la loro imprevedibilità, caratteristiche attribuibili sia ai due poli della vicenda, l'imperscrutabile Seo Young-chul e la razionale Kwon Se-jeong, sia ai componenti della sparuta banda di sopravvissuti, ad ognuno dei quali è data la possibilità di "brillare" e, spesso, di spiazzare lo spettatore, il quale arriva presto a capire che è meglio non affezionarsi a nessuno. A fronte dell'evidente sforzo produttivo di Colony, non è poi così sbagliato considerarlo un blockbuster (ma esistono ancora?) horror capace di fare impallidire buona parte delle produzioni commerciali occidentali, ed è veramente un peccato non avere l'occasione di goderselo in una sala, su uno schermo quanto più grande possibile. Colony verrà proiettato mercoledì prossimo al ToHorror; speriamo che questo evento dia il la ad una ben più ampia distribuzione in tutta Italia, magari senza aspettare 10 anni com'è successo a Train to Busan!

Cast

Del regista Yeon Sang-ho ho già parlato QUI.

Se vi è piaciuto...

Se Colony vi è piaciuto, recuperate 28 giorni dopo con tutti i suoi seguiti e Train to Busan. ENJOY!

martedì 13 ottobre 2026

Nuovi Incubi Halloween Challenge Day 13: Queens of the Dead (2025)


Il tema odierno della Nuovi Incubi Halloween Challenge era "Non morti". Ho recuperato quindi il film Queens of the Dead, diretto e co-sceneggiato proprio l'anno scorso dalla regista Tina Romero.

TRAMA

Poche ore prima dell'inizio di uno spettacolo di drag queen già funestato da parecchi problemi, New York finisce vittima dell'apocalisse zombie e sia organizzatori che star devono cercare di sopravvivere e ricongiungersi ai propri amici e familiari...

RECENSIONE

Se volete leggere una recensione bella e ragionata, scritta col cuore, rivolgetevi a Lucia, come sempre, che conosce molto meglio di me l'horror in generale, la poetica di George Romero in particolare, e l'universo queer. Qui troverete, invece, l'approccio di una persona abbastanza ignorante in materia, che si è comunque divertita come una pazza a guardare Queens of the Dead, e che ha trovato anche il tempo di commuoversi, apprezzando il modo in cui Tina Romero ha rielaborato materiali di partenza che hanno ormai quasi 60 anni. Non solo, anche le commedie horror illuminate dalle paillettes delle drag queen sono già cosa nota; proprio l'anno scorso, infatti, mi era capitato di vedere Slay!, dove al posto degli zombie c'erano i vampiri, e tra le due opere ci sono parecchie somiglianze. La differenza fondamentale è che Slay! aveva un umorismo di grana più grossa e giocava sullo scontro tra drag queen e buzzurri della provincia americana, in Queens of the Dead invece questo scontro non c'è, perché il focus del racconto è un microcosmo queer consolidato, dove l'unico outsider è Barry, fratello etero della moglie di Dre, proprietaria del locale dove si svolge il film. Queens of the Dead inserisce l'apocalisse zombie all'interno di una situazione (sociale, lavorativa e familiare) in transizione, dove i protagonisti sono costretti ad affrontare problemi che non derivano dal loro essere queer, quanto dall'essere persone con problemi economici, lavorativi e sentimentali. Senza addentrarci troppo negli spoiler, in Queens of the Dead si parla di rinunciare ai propri sogni per timore di non essere "abbastanza", del terrore di fallire nel momento più importante della propria vita, della solitudine di chi si nasconde dietro un muro di droghe e cinismo; la regista, sfruttando gli zombie, ci dice che le uniche vie di salvezza sono la famiglia (non necessariamente quella vera, ma quella che ci scegliamo), la gentilezza, l'inclusione, il dialogo. Gli stessi zombie, che pure sono voraci ed implacabili come quelli di papà George, sembrano anime perse e tristi, che vagano spaesati tentando di recuperare una scintilla vitale attraverso i "riti" quotidiani di una vita fatta di social e della disperata necessità di appartenere a un "gruppo".

La riuscita di un film come questo, dove i legami tra personaggi sono un aspetto fondamentale della trama, è legata essenzialmente alla bravura degli attori. Tina Romero mette in piedi un cast molto affiatato di volti noti e meno noti, composto di artisti appartenenti all'universo queer, i quali offrono interpretazioni assai convincenti ed emozionanti, con parecchie concessioni ad un aspetto più "comedy" ma mai sciocco o ridicolo, nemmeno quando la situazione cammina pericolosamente sul filo della farsa. La capacità di mantenere questo equilibrio, l'affetto rivolto non solo verso personaggi che si avvicendano sullo schermo, ma soprattutto verso il genere creato dal padre, sono i punti di forza dell'approccio di Tina Romero, la quale fa propria la lezione di George, rileggendola senza mai mancare di rispetto né ai temi sociali né a quelli umani. Un aspetto, inoltre, che ho molto apprezzato del film, è il fatto che gli zombie risultino comunque "fabulous", elegantissimi nelle loro sfumature di blu, molto più brillante e vivido rispetto alla tinta grigio/bluastra utilizzata ai tempi da Romero padre e Tom Savini. Incuriosita da quello che ha scritto Lucia nel suo post, sono andata un po' a documentarmi sui colori e l'universo queer e, davvero, dietro c'è un mondo, che mi ha portata a scoprire articoli come QUESTO, sui quali potrei soffermarmi ore così da riuscire a riguardare film come Queens of the Dead o I Saw the TV Glow con occhio ben più consapevole. Ma anche così, Queens of the Dead è una coccola fatta di paillettes, costumi stupendi, attori bravissimi e momenti di intenso divertimento e commozione. Essendo un'opera prima, posso dirmi estremamente soddisfatta e augurare a Tina Romero una sfolgorante carriera!

CAST

Di Riki Lindhome, che interpreta Lizzy, ho già parlato QUI mentre Tom Savini, che interpreta il sindaco, lo trovate QUA.

  • Tina Romero è la regista e co-sceneggiatrice della pellicola. Americana, figlia di George A. Romero, è al suo primo lungometraggio. E' anche attrice, scenografa, montatrice e produttrice.

CURIOSITÀ

Jack Haven, che interpreta Kelsey, era la Maddy di I Saw the TV Glow mentre Cheyenne Jackson, che interpreta Jimmy, è un habitué della serie American Horror Story e lo ricorderete sicuramente come proprietario dell'Hotel Cortez. Se Queens of the Dead vi fosse piaciuto recuperate Slay!. ENJOY!

lunedì 12 ottobre 2026

Nuovi Incubi Halloween Challenge Day 12: Il signore della morte (1981)


Il tema della Nuovi Incubi Horror Challenge oggi era "Colonna sonora di John Carpenter". Armata di Wikipedia, andando in ordine cronologico in base ai film non ancora trattati sul blog, ho scelto Il signore della morte (Halloween II), diretto nel 1981 dal regista Rick Rosenthal.

Trama

Scampata a malapena alla furia di Michael Myers, Laurie viene portata in ospedale mentre il killer, nonostante sia stato colpito più volte dai proiettili del Dr. Loomis, scappa e si rimette a caccia di vittime...

Recensione

Ogni volta ci provo, ma non posso farci nulla. Purtroppo, gli slasher alla Halloween o Venerdì 13 mi dicono poco, e questo Il signore della morte, che non è nemmeno diretto da Carpenter, mi ha lasciata abbastanza fredda. Non a caso, l'avevo visto e subito rimosso dalla memoria almeno 30 anni fa, ricordavo giusto l'ambientazione ospedaliera e un'idea di "immobilità" che non ho riconfermato solo io, alla seconda visione, ma lo stesso Carpenter. Il quale, dopo avere visto la prima versione del film diretto da Rick Rosenthal, aveva pensato bene (con sommo scorno del regista) di rimetterci mano, aggiungendo qualche scena gore e vivacizzando il ritmo in fase di montaggio per venire incontro a un'idea più moderna di slasher e distaccarsi dall'originale, quindi non oso immaginare cosa si fosse trovato davanti il povero John, visto che io ho rischiato di addormentarmi più volte. Salvo l'inizio, infatti, l'azione de Il signore della morte e quasi interamente relegata all'ospedale dov'è ricoverata Laurie, un posto praticamente deserto salvo un dottore, un paio di infermiere e un guardiano notturno più addormentato di me, facili prede di un Michael Myers che non muore nemmeno colpito dalle cannonate. Questo, in realtà, è l'aspetto interessante de Il signore della morte, in cui si accenna a Michael Myers come entità sovrannaturale più che essere umano, come un puro concentrato di male la cui sola presenza basta ad infettare gli abitanti di Haddonfield e ad alimentare in loro una ferma volontà omicida, oppure a condannarli a morti tragiche (o tragicomiche, vedi il poveraccio morto bruciato); il concetto qui appena accennato sarebbe poi stato ripreso ed ampliato da David Gordon Green nel notevole Halloween Kills, diventandone il fulcro. Qui, invece, il nucleo del film è la natura ineluttabile e persecutoria di Michael Myers, che si esprime appunto nei sistematici omicidi, più o meno efferati, dello sparuto personale dell'ospedale, con la povera Laurie che, a un certo punto, avverte l'"aura potentissima" di Michael e capisce che le conviene scappare dalla stanza nonostante le gravi ferite riportate nel film precedente. Parallelamente, un Dr. Loomis sempre più esasperato passa il tempo a convincere le persone della pericolosità di Myers. Se vi sembra una cretinata, ricordatevi che per gli spettatori saranno anche passati tre anni, ma le vicende de Il signore della morte si svolgono negli istanti successivi la fine di Halloween - La notte delle streghe, quindi le forze dell'ordine stanno ancora cercando di capire cosa sia successo e se fidarsi o meno di uno psichiatra all'apparenza matto quanto il suo fuggevole paziente. 

Rileggendo ciò che ho scritto all'inizio, sembra che l'ambientazione ospedaliera de Il signore della morte non mi sia piaciuta. In realtà, sebbene trovi molto più inquietante l'idea di un serial killer che viola normali abitazioni uccidendo baby sitter in modo casuale, il cupo ospedale di Haddonfield è un luogo molto carpenteriano, e il fatto che la maggior parte degli omicidi non vengano mostrati nel corso dell'atto, ma solo come risultato finale, dà proprio l'idea di un luogo di morte da cui nessuno può fuggire. La disperata fuga di Laurie nei sotterranei è angosciante, così come vedere il silenzioso ed implacabile Michael spuntare in lontananza da angoli, vetrate o porte, e quelle due o tre sequenze che si abbandonano al gore non vanno ad intaccare il mito del primo Halloween, anche se indubbiamente privano il film di una certa originalità, rendendolo somigliante a tanti altri slasher. Un paio di omicidi sono comunque notevoli, in primis quello ambientato in una vasca da bagno, ma anche la macabra scoperta del povero Jimmy, costretto a perdere i sensi in un lago di sangue, ha il suo perché. Purtroppo, e mi perdonino i fan, sono i due attori principali a non apportare granché alla saga che ha contribuito a renderli famosi. Jamie Lee Curtis compare pochissimo e, per la maggior parte del tempo, è costretta per esigenze di sceneggiatura a rimanere in silenzio, semi-catatonica; Donald Pleasence, invece, si abbandona a un overacting che, spesso, fa del Dr. Loomis un vecchiaccio petulante e saccente, da gettare tra le amorevoli braccia di Michael Myers alla prima occasione utile. Quanto alla colonna sonora, protagonista della challenge di oggi, di musica mi intendo ancora meno di cinema, quindi non saprei che dire, salvo che mi è sembrata calzante quanto quella del primo film, forse un po' più "truzza" e synth, penso sempre per creare un'opera che potesse essere all'altezza degli slasher dell'epoca. L'unica cosa che posso dire con certezza è che l'Halloween theme è sempre una bellezza, una di quelle melodie che mette i brividi lungo la schiena e galvanizza lo spettatore a prescindere che quest'ultimo sia fan della saga o semplice appassionato di horror!
  

Cast

Di Jamie Lee Curtis (Laurie Strode), Donald Pleasence (Sam Loomis) e Charles Cyphers (Leigh Brackett) ho già parlato ai rispettivi link.

  • Rick Rosenthal è il regista del film. Americano, sposato con l'attrice Nancy Stevens, che qui interpreta Marion, ha diretto film come Gli uccelli 2, Halloween - La resurrezione ed episodi di serie quali Buffy l'ammazzavampiri, Tru Calling, Veronica Mars, Smallville e 90210. Anche produttore, attore e sceneggiatore, ha 77 anni. 

Curiosità

Jeffrey Kramer, che interpreta Graham, era Hendricks ne Lo squalo. Il film è il sequel diretto di Halloween - La notte delle streghe ma, se volete la saga completa (anche se nelle intenzioni di Carpenter doveva finire tutto col secondo capitolo), dovete recuperare anche Halloween III - Il signore della notte, Halloween 4 - Il ritorno di Michael Myers, Halloween 5 - La vendetta di Michael Myers, Halloween 6 - La maledizione di Michael Myers, Halloween - 20 anni dopo, Halloween - La resurrezione, Halloween , Halloween Kills, Halloween Ends. ENJOY!


venerdì 9 ottobre 2026

Nuovi Incubi Halloween Challenge Day 9: La torre del male (1972)


La Nuovi Incubi Halloween Challenge oggi si incrocia con la mia Horror Challenge annuale. Il tema odierno della prima era Isole, Porti, Spiagge, il tema settimanale della seconda era Protoslasher. E' uscito così La torre del male (Tower of Evil, anche conosciuto come Horror on Snape Island e Beyond the Fog), diretto e sceneggiato nel 1972 dal regista Jim O'Connolly.

Trama

Dei ragazzi vengono uccisi su Snape Island. L'unica sopravvissuta è accusata di omicidio plurimo ma il consulente della famiglia decide di andare sull'isola ad indagare, assieme a un gruppo di archeologi convinti che lì si nasconda un tesoro fenicio...

Recensione

La torre del male (conosciuto in Italia anche col meraviglioso titolo Perché il dio fenicio continua a uccidere?) è uno di quei film che parte benissimo e poi si sgonfia, tanto che verso la fine ho faticato a rimanere sveglia. Diciamo, anzi, che parte a bomba: soltanto nei primi 5 minuti ci sono tre cadaveri, di cui due decapitati, e un efferato omicidio all'arma bianca. In realtà, se La torre del male avesse continuato ad essere la ricostruzione di quanto accaduto a quattro ragazzi che, una sera, hanno deciso di usare il faro di un'isola sperduta come nido d'amore, forse avrebbe avuto tutt'altro genere di impatto, in quanto la narrazione, nella prima metà del film, è affidata alle allucinazioni di una ragazza in stato catatonico. La natura inaffidabile della narratrice, unica sopravvissuta accusata di omicidio, rende la vicenda molto più interessante rispetto a quanto viene mostrato dopo, quando un gruppo di archeologi si reca sull'isola alla ricerca di un tesoro fenicio. E' qui che, in effetti, La torre del male manifesta tutte le caratteristiche dello slasher; all'interno di un luogo più o meno confinato, i protagonisti vengono attaccati o uccisi a turno da una mano sconosciuta, in modi più o meno efferati, e l'unico mistero del film consiste nel capire se, come da fuorviante titolo italiano, l'assassino è una qualche mostruosa divinità satanica, oppure qualcosa di molto più prosaico. L'enorme difetto de La torre del male è il ritmo soporifero della parte centrale, durante la quale i realizzatori mi sono sembrati molto più interessati alle dinamiche sessual-sentimentali tra i vari protagonisti, rispetto a creare un clima di inquietudine, e anche il mistero "familiare" che, a un certo punto, viene sviscerato con uno spiegone inusuale per questo genere di film, risulta in un ulteriore appesantimento.

Come ho scritto prima, è un peccato, perché Jim O'Connolly, almeno per la prima mezz'ora, sceglie un approccio psichedelico, colorato e molto gore. Le tecniche sperimentali con le quali i medici cercano di risvegliare la mente di Penny e la rappresentazione dei suoi ricordi confusi, tra urla ininterrotte, immagini ripetute in loop e squarci di un sanguinoso inferno, mettono i brividi e contrastano con lo stile utilizzato a partire da quando gli archeologi mettono piede sull'isola. Da quel momento in poi, La torre del male diventa simile a un film minore della Hammer, solo con qualche scena osé in più. Gli interni gotici del faro si amalgamano alla perfezione con un'isola brulla, avvolta da una cupa nebbia, e con le caverne dove si sposta l'azione verso il finale, ma il tutto è privo di quell'aura weird che rende così particolare l'incipit de La torre del male. Il film si fa anche meno efferato, man mano che prosegue. L'unico omicidio degno di nota è perpetrato tramite mannaia d'oro, per il resto truccatori e reparto effetti speciali si sono concentrati più sulla creazione di cadaveri putrefatti e creature mostruose, che sono i protagonisti indiscussi del tremendo soggiorno degli archeologi sull'isola. Nemmeno gli attori sono particolarmente degni di nota, anzi, direi che un paio sono addirittura intercambiabili, tanto che già mi riesce difficile ricordarne le facce e, come spesso succede, i più interessanti sono i caratteristi impegnati nei ruoli di isolani stundai. Nonostante un po' di delusione, La torre del male ha comunque degli aspetti positivi, e sono contenta di averlo visto, anche perché è un'opera poco conosciuta, e quale momento migliore della spooky season per questi recuperi originali?

Cast

  • Jim O'Connolly è il regista e sceneggiatore del film. Inglese, ha diretto altri film come Smokescreen, Il cerchio di sangue e Spogliati... che poi ti sposo!. Anche produttore, è morto nel 1986.  


giovedì 8 ottobre 2026

Nuovi Incubi Halloween Challenge Day 8: Ginger Snaps II: Unleashed (2004)


Giornata della Nuovi Incubi Horror Challenge dedicata a Fratelli e Sorelle! Ho deciso così di continuare il recupero della serie Ginger Snaps col secondo capitolo, Ginger Snaps II: Unleashed, diretto nel 2004 dal regista Brett Sullivan.

Trama

In fuga da uno dei suoi simili e decisa ad arginare la sua lenta ma inesorabile trasformazione in licantropo, Brigitte viene ricoverata in una clinica per tossicodipendenti...

Recensione

Ho scelto Ginger Snaps 2, pur consapevole di come fosse finito il primo, perché ero convinta che Ginger avesse un ruolo un po' più preponderante all'interno della psiche sempre più frantumata di Brigitte. In realtà, Ginger si vede davvero pochissimo, e compare più che altro per canzonare la sorella, o metterla in guardia dal suo inevitabile destino. Ginger Snaps, splendido coming of age in salsa licantropica, finiva con la fuga di Brigitte da un'accusa pesantissima di omicidio e occultamento di cadavere, ma soprattutto con la decisione di contrarre lo stesso morbo della sorella, per non abbandonarla alla sua crescente sete di sangue e lasciarla sola in un corpo e una mente che non avevano più nulla di umano. Purtroppo, a differenza di Ginger, la quale abbracciava con gioia la trasformazione in licantropo, Brigitte è ben decisa a non soccombere e a non uccidere le persone, e continua ad iniettarsi la Belladonna, sostanza velenosa e sempre meno efficace. Brigitte è inoltre perseguitata da un suo simile che desidera accoppiarsi con lei e che, nel frattempo, si lascia dietro una scia di cadaveri. Le cose peggiorano ulteriormente quando Brigitte, in overdose da Belladonna, viene ricoverata in un centro di disintossicazione e, sostanzialmente, imprigionata, oltre che privata dell'unica sostanza in grado di rallentare la sua trasformazione. A differenza del primo Ginger Snaps, il secondo capitolo abbandona l'aspetto psicologico legato al coming of age per raccontare una storia il cui fulcro è la differente percezione della verità, gli inganni di cui cadiamo volontariamente vittime pur di sopravvivere, spesso perché incapaci di sopportare una pesante solitudine. Questa scelta rende forse Ginger Snaps 2 più dinamico e vario rispetto al suo predecessore, almeno a livello di personaggi, ma anche più superficiale, soprattutto perché i vari pazienti e medici del centro, Ghost in primis, sono talmente fuori di testa o ridotti a cliché, che simpatizzare con loro non è facilissimo. Oltretutto, inserire all'interno del film delle personalità forti ma "fuorvianti", priva di importanza la stessa Brigitte, la quale per buona parte della durata del film ha un atteggiamento passivo, spinta dalla volontà esclusiva di arginare la maledizione e scappare. Il finale, poi, mi è sembrato frettoloso e anche ingiusto nei confronti di una linea narrativa, quella appunto di Ginger e Brigitte, sacrificata a qualcosa che non posso spoilerare, ma che sembra fare parte di un altro genere di racconto, al quale è stata appiccicata con lo sputo una sottotrama a tema licantropia.

Benché lo ritenga inferiore al precedente, Ginger Snaps 2 mi è comunque piaciuto e mi ha divertita parecchio, proprio per quei difetti di cui ho parlato sopra. Ghost è comunque un personaggio intrigante, interpretato alla perfezione da una giovanissima ed irriconoscibile Tatiana Maslany, e a livello visivo è una macchia di colore (per non dire un pugno nell'occhio, sia per gli abiti sia per quanto riguarda la notevole scenografia della casa della nonna, che avrebbe fatto invidia a Kevin McAllister) che spicca all'interno di un horror molto cupo, legato allo stile gotico-adolescenziale del precedente. Una cosa che ho trovato molto interessante, a tal proposito, è la differenza abissale tra la progressiva trasformazione di Ginger e quella di Brigitte. Nel primo Ginger Snaps, Ginger attraversava una fase in cui i suoi tratti ferini ne aumentavano a dismisura la sensualità, rendendola praticamente una dea scesa in terra; qui, Brigitte ha il corpo segnato dalla magrezza tipica dei tossicodipendenti e, man mano che la trasformazione avanza, i suoi tratti diventano sbozzati, grezzi e spigolosi, privandola di quella pur breve fase di bellezza di cui aveva goduto la sorella. E' un dettaglio che ho molto apprezzato, perché l'ho letto come una rappresentazione del diverso approccio delle due sorelle alla maledizione, con Ginger pronta ad abbracciarla, e quindi a fiorire, e Brigitte impegnata in una sofferente lotta all'ultimo sangue per mantenere la propria umanità. A proposito di sangue, il film è sicuramente meno gore e morboso del primo capitolo, che sfruttava anche l'hobby inusuale delle protagoniste per aumentare le scene horror, ma contiene comunque delle sequenze impressionanti, tra corpi dilaniati, animaletti decapitati e, cosa per me anche peggiore, innumerevoli inquadrature di aghi, denti, occhi, lamette che tagliano la carne, ecc. ecc. Onestamente, l'unico vero difetto di Ginger Snaps 2 è la fine ingloriosa della vicenda. Devo ancora recuperare Ginger Snaps Back, che torna, appunto, all'inizio della maledizione, addirittura al 1800, ma forse più che un prequel la povera Brigitte avrebbe meritato un sequel e una vendetta, poverina.

Cast

Di Emily Perkins (Brigitte), Katharine Isabelle (Ginger), Tatiana Maslany (Ghost) e Brendan Fletcher (Jeremy) ho già parlato ai rispettivi link.

  • Brett Sullivan è il regista del film. Canadese, ha diretto film come A Christmas Horror Story. E' anche montatore, sceneggiatore e produttore.

Se vi è piaciuto...

Il film è il seguito diretto di Ginger Snaps e ha anche un prequel, girato in contemporanea, Ginger Snaps Back: The Beginning; film i cui titoli italiani non mi sento di nominare, ma che vi consiglio di recuperare. ENJOY!

mercoledì 7 ottobre 2026

Nuovi Incubi Halloween Challenge Day 7: China Blue (1984)


Il tema della Nuovi Incubi Horror Challenge oggi era "Bubblegum Horror". Ho scelto per l'occasione China Blue (Crimes of Passion), diretto nel 1984 dal regista Ken Russell.

Trama

La prostituta China Blue si ritrova coinvolta con due uomini, un prete deviato e un padre di famiglia in crisi con la moglie...

Recensione

Se volete una definizione di bubblegum horror, vi rimando alla recensione di Bit, visto che l'argomento era già stato toccato in una delle challenge horror settimanali. Per scegliere il film odierno, come già avevo fatto allora, mi sono affidata ad una delle innumerevoli liste a tema presenti su Letterboxd, all'interno delle quali China Blue viene nominato più volte. In realtà, far rientrare il film di Ken Russell nella definizione di bubblegum horror non è proprio facilissimo, perché ha tante cose in comune con questo sottogenere, ma anche molte differenze. Intanto, China Blue non è un horror. Potrei definirlo thriller, da un certo punto in poi mostra alcune delle caratteristiche del giallo all'italiana, ma è soprattutto un'opera che parla del sesso e delle relazioni umane, in particolare delle maschere che indossiamo per sopravvivere, consapevolmente o meno. Il film si apre su una seduta di gruppo, nella quale Bobby, sposato con due figli, si dichiara felice della sua situazione matrimoniale, affermazione che viene smontata nel giro di pochissimo, quando confessa che è molto raro fare sesso per lui e la moglie. Bobby non si rende conto di vivere un'illusione in cui la moglie, prima o poi, tornerà a desiderarlo come prima, e si concentra su quello che lui ritiene sia il vero problema della coppia, che stanca e stressa la moglie al punto da farle passare il desiderio sessuale, ovvero la mancanza di soldi. Contrapposta a questa prosaica, deprimente realtà familiare è la vita notturna della prostituta China Blue, la quale si offre ai clienti come l'incarnazione di ogni loro sogno perverso. China Blue è un'illusione, un "personaggio" che consente alla donna di entrare in contatto con gli uomini senza essere coinvolta emotivamente, per diventare una divinità del sesso di cui l'uomo non può fare a meno. Sia Bobby che China Blue vogliono essere unici ed indispensabili per gli altri; lui per la donna che pensa di amare, lei per il variegato bestiario di clienti che vanno a cercarla ogni notte nel suo appartamento in affitto. Quando i due protagonisti si incontrano e fanno sesso, tra loro scatta qualcosa che li spinge a mettere in crisi le illusorie convinzioni con le quali si cullavano. 

Siccome, però, China Blue è un thriller-horror, e non un dramma sentimentale atipico, ecco che la lenta presa di coscienza della protagonista porta ulteriore scompiglio nella mente del Reverendo Shayne, "prete" urbano preda di desideri perversi e anche troppo terreni. Shayne comincia il suo rapporto con China Blue convinto di volerla salvare dai suoi peccati, ma a poco a poco la sua psiche già tormentata di suo viene sconvolta dallo stile di vita della donna e, ancor peggio, dal suo progressivo aprirsi verso i sentimenti di Bobby; incapace di sostenere la propria natura di peccatore, perso in un duplice sentimento di amore e odio, Shayne impazzisce e si "sdoppia", vedendo in China Blue un estensione di sé stesso e, contemporaneamente, la fonte di tutto il marciume che lo affligge. A proposito di marciume, anche l'estetica di China Blue non è completamente conforme a quella del bubblegum horror. La protagonista, incredibilmente femminile e persino leziosa nel suo masticare senza posa, guarda un po', un bubblegum, si aggira per le strade squallide del quartiere a luci rosse dando l'illusione di essere una principessa Disney, prima di mostrare i denti a chi non le sconfinfera. Il morbido aspetto esteriore di China Blue cozza con la sua durezza interiore, ed è solo l'ennesima manifestazione di un dualismo che si ripropone in tantissimi elementi del film. Un altro, per esempio, è l'utilizzo dei colori. La palette usata da Ken Russell è perfetta per un bubblegum horror, piena com'è di tinte rosa fluo, ma spesso questo colore femminile viene inghiottito dal rosso acceso che simbolizza i violenti piaceri carnali. Un aspetto del film, invece, che richiama la natura un po' camp e bizzarra del bubblegum horror, è l'utilizzo di ironici intermezzi "artistici", affidati a stampe erotiche giapponesi o quadri famosi come l'Ofelia di Millais; questi elementi weird raggiungono il loro apice con lo spot televisivo a base di matrimoni (in)felici e bambine urlanti e, ovviamente, con l'arma impropria utilizzata da Shayne e da lui ribattezzata, se non erro, "Superman". Tutti questi aspetti potrebbero fare di China Blue un "proto" bubblegum horror, una specie di antenato che ha aperto la via a tutto ciò che sarebbe venuto dopo, anche perché in effetti i protagonisti sono un po' passatelli rispetto a quelli tipici del sottogenere. Certo, definire "passatella" una Kathleen Turner sensualissima e spregiudicata mi provoca imbarazzo, e China Blue andrebbe visto anche solo per la sua performance allucinante. Se penso che, all'epoca, avevo conosciuto l'attrice con Alla ricerca della pietra verde, cosa che l'ha resa imprescindibile icona infantile di donna ironica e fighissima ma comunque "pura", non oso immaginare quali fossero state invece le reazioni di un pubblico adulto a questo drastico cambio di immagine! Comunque, bubblegum horror o meno, China Blue è un film da recuperare assolutamente se, come me fino a pochi giorni fa, non avete mai avuto modo di guardarlo!   

Cast

Del regista Ken Russell ho già parlato QUI. Bruce Davison (Donny Hopper), Kathleen Turner (Joanna Crane/China Blue), Anthony Perkins (Peter Shayne) e Annie Potts (Amy Grady) li trovate invece ai rispettivi link. 

  • John Laughlin interpreta Bobby Grady. Americano, ha partecipato a film come Footlose, Le colline hanno gli occhi II, Il tagliaerbe, Trappola in alto mare, The Rock e a serie quali Hazzard, La signora in giallo, I racconti della cripta e Criminal Minds. Ha 70 anni e un film in uscita. 

Curiosità

Alec Baldwin, Patrick Swayze e Jeff Bridges avevano fatto l'audizione per il ruolo di Bobby Grady, che alla fine è andato a John Laughlin. Se China Blue vi fosse piaciuto recuperate Velluto blu e Vestito per uccidere. ENJOY!



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