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venerdì 22 agosto 2025

2025 Horror Challenge: May (2002)

Il tema della challenge di oggi era Romance Horror, quindi sono finalmente riuscita a guardare May, diretto e sceneggiato nel 2002 dal regista Lucky McKee.


Trama: May, assistente veterinaria timida ed impacciata, si innamora di un meccanico. Quando quest'ultimo la rifiuta, qualcosa dentro May si spezza...


May
è un altro di quei cult di cui avevo sempre sentito parlare ma non ero ancora riuscita a recuperare. Ben venga la challenge horror, che mi offre motivi per superare la mia pigrizia e la brama di stare dietro alle nuove uscite, perché May si è confermato un film notevole, anche se avevo pochi dubbi che la premiata ditta Angela Bettis/Lucky McKee mi avrebbe delusa. May è un character study dallo spiccato stile indie, le cui atmosfere horror, che all'inizio risultano più disturbanti e weird, esplodono con prepotenza solo nell'ultimo atto, debitore nientemeno che di Frankenstein. La protagonista del film è una ragazza vittima di una profonda solitudine ed incapace di relazionarsi socialmente agli altri, questo perché, fin dall'infanzia, la madre ha ingigantito a dismisura un difetto tutto sommato non invalidante, ovvero un occhio pigro. Costretta a portare una benda da pirata per "cammuffare" il difetto, May è stata isolata e presa in giro dai suoi coetanei; per ovviare al problema, la madre, al grido di "se non riesci a trovare un amico, costruiscitene uno", le regala una bambola chiusa all'interno di una teca di vetro, proibendole categoricamente di toccarla. Tutto ciò, nel tempo, ha reso May un'adulta insicura e priva di esperienze sociali, incapace di giudicare gli altri se non per la perfezione delle loro singole parti (So many pretty parts and no pretty wholes), tragicamente desiderosa di un contatto umano, prima ancora che di amicizia e amore. La protagonista si invaghisce delle mani di Adam, fascinoso meccanico, e del collo della sua collega Polly; prima di approcciare Adam, con modi sinistramente simili a quelli di uno stalker, May si procura delle lenti a contatto onde dissimulare l'occhio pigro e si consulta con la bambola di pezza, allo stesso tempo unica confidente e fulcro negativo di tutto ciò che la rende strana e diversa agli occhi degli altri. Ovviamente, non andrà bene, per nessuno. May è un film che estremizza sensazioni comuni, di cui probabilmente siamo stati quasi tutti vittime, ovvero il terrore della solitudine, di non essere capiti né visti dagli altri, di essere sempre e comunque inadeguati. La personalità della protagonista, inevitabilmente distaccata dal punto di vista empatico, al punto da non distinguere tra un orrore di finzione e le procedure mediche che quotidianamente si ritrova a praticare sugli animali (TW: May è un film particolarmente crudele con cani e gatti), è sicuramente respingente, ma è lo stesso difficile non provare pena ogni volta che i suoi sentimenti, goffi ma sinceri, vengono respinti. 


La sanità mentale di May, messa alla prova da tutta una serie di tradimenti, va in frantumi di pari passo con la teca della bambola regalatale dalla madre, finché anche l'ultima spiaggia costituita da una scuola per bambini ciechi (quindi non solo "imperfetti" come la protagonista, ma anche impossibilitati a vedere i suoi difetti) si rivela un clamoroso errore. Privata della sua infantile ancora di stabilità, May non ha più nulla che le impedisca di scendere la china della follia, e di assecondare il consiglio materno di costruirsi la persona perfetta che possa starle accanto. E' interessante il modo in cui McKee, oltre a "soffocare" May all'interno di una camera da bambina, piena di bambole e pupazzi, doti la protagonista della capacità di cucire, di costruire; gli abiti di May, dallo stile molto girlie, non sono solo il simbolo di una persona che non è mai cresciuta, ma anche della disperata volontà di piacere al prossimo, di incarnare un ideale maschile di innocenza e purezza. Quando May decide di prendere di petto la situazione, il suo stile cambia, i suoi abiti diventano più sensuali e gotici. Non è che, sul finale, May arrivi ad accettare se stessa, tuttavia il destino che tocca al suo occhio pigro (prima e dopo la costruzione di "Amy") indica che, forse, c'è la volontà di non avere più un punto di vista distorto dalle aspettative altrui, quindi la risoluzione sospesa è quasi poetica nel suo essere dolceamara. Nei panni della protagonista, Angela Bettis offre la sua interpretazione più iconica, incarnando alla perfezione un personaggio complesso, il cui paesaggio mentale, benché familiare, è difficile e scomodo per lo spettatore; ciò nonostante, la Bettis lo interpreta con una sensibilità incredibile, rendendolo degno di simpatia e pietà, anche nei momenti in cui la follia rende May meno che umana. A loro volta, l'affascinante Jeremy Sisto e Anna Faris (quest'ultima una piacevole sorpresa in un ruolo serio) interpretano personaggi borderline; sicuramente odiosi e "falsi", dal punto di vista di May, ma anche comprensibili nei loro atteggiamenti di corteggiamento fiducioso prima e spaventata riluttanza poi. Se non avete mai guardato May e non temete le opere indie che ci mettono un po' ad arrivare alla "ciccia", preferendo lavorare sulla psicologia dei personaggi, il mio consiglio è quello di recuperare il film di McKee, se non lo avete ancora fatto. Non aspettate anni come me! 


Del regista e sceneggiatore Lucky McKee ho già parlato QUI. Angela Bettis (May Dove Canady), Jeremy Sisto (Adam Stubbs) e Anna Faris (Polly) li trovate invece ai rispettivi link.


Se May vi fosse piaciuto recuperate Pearl e American Mary. ENJOY!


venerdì 18 dicembre 2020

12 Hour Shift (2020)

Finito il tour de force Torinese, per rilassarmi un po' mi do a qualche recupero horror per la fine dell'anno. Stavolta è toccato a 12 Hour Shift, diretto e sceneggiato dalla regista Brea Grant.


Trama: durante il turno di notte l'infermiera Mandy, tossicodipendente e trafficante di organi nel tempo libero, si ritrova a dover affrontare una situazione imprevista dopo l'altra...

12 Hour Shift è una simpatica commedia horror indipendente, popolata da tantissimi personaggi sopra le righe e ambientata nel corso di una notte in cui ne succedono di tutti i colori all'interno di un ospedale nell'anno del Signore 1999, con buona parte dei poliziotti impegnati ad affrontare i presunti, terribili effetti del millenium bug. Protagonista della storia è Mandy, infermiera ormai vinta dall'esistenza, che per arrotondare procura organi a una sua cugina sciroccata, prelevandoli da pazienti in fin di vita ai quali lei "dà una mano" a dipartire; purtroppo la cugina non è solo sciroccata ma anche inaffidabile e, quando perde uno dei reni gentilmente offerti da Mandy, decide di recuperarne un altro con ogni mezzo. Questo episodio già di per sé assurdo dà il via a una serie ininterrotta di eventi sempre più bizzarri e violenti che arrivano a coinvolgere non solo il personale del piano in cui lavora Mandy ma anche poliziotti e criminali vari, oltre ai poveri pazienti tanto sfortunati da ritrovarsi ricoverati lì. Il fulcro di tutto, ovviamente, è Mandy, la quale vorrebbe solamente essere lasciata in pace e libera di superare indenne le sue 12 ore, senza rotture di palle e con l'ausilio di qualche droga, evitando la "simpatia" delle colleghe e, soprattutto, evitando che la sua isola felice fatta di furtarelli e traffico d'organi si sbricioli sotto il peso di sospetti sempre più pressanti e di collaboratori inaffidabili. 

L'effetto esilarante della pellicola (che, per inciso, potrebbe non far così ridere chi non ama il genere, in effetti, visto che il sangue non è poco e nemmeno i momenti disgustosi) nasce dalla contrapposizione tra il carattere freddo e distaccato di Mandy e tutti i casini che le piombano sulla testa dal momento in cui la cugina perde il primo rene, nonché dallo scazzo costante che pare smuovere a fatica l'infermiera anche quando una persona "normale" si sarebbe già messa ad urlare; Mandy non è particolarmente intelligente o capace, anzi, a tratti è molto goffa e viene mossa giusto dalla disperazione o dalle crisi di astinenza, ma davanti a lei tutti, poliziotti, infermieri, criminali, fanno la figura dei mentecatti messi sulla scacchiera della vita giusto per meritarsi una schiccherata da qualche mano divina che li spedisca su Urano. Questo perché, fortunatamente, Angela Bettis è una signora attrice che si carica sulle spalle l'intero film e, con pochissimi tocchi di umanità, cattura la simpatia dello spettatore nonostante la sua natura difficile e lo spinge a preoccuparsi fino alla fine che tutto possa andare bene a Mandy e alla sua attività. La Bettis, per inciso, si mangia persino il personaggio più caricaturale della pellicola, la biondissima Regina che comunque dà parecchie gioie in quanto versione ancora più zozza e pazza di Harley Quinn, e impreziosisce un film scritto e diretto dalla protagonista di Lucky, film che già evidenziava le scelte controcorrente di Brea Grant. In più, produce David Arquette che si ritaglia anche una piccola parte ed è sempre un bel vedere, quindi cosa vogliamo di più dalla vita? 


Di Angela Bettis (Mandy) e David Arquette (Jefferson) ho parlato ai rispettivi link.

Brea Grant è la regista e sceneggiatrice della pellicola. Americana, ha diretto un altro film, Best Friends Forever. Anche attrice (era la protagonista di Lucky, visto al Torino Film Festival) e produttrice, ha 39 anni. 



domenica 8 settembre 2019

The Woman (2011)

Siccome in questi giorni è uscito Darlin', ho deciso di rivedere The Woman, diretto nel 2011 da Lucky McKee e co-sceneggiato a partire dal romanzo omonimo di Jack Ketchum, e parlarne un po'.


Trama: un avvocato trova nei boschi una donna selvaggia, dedita al cannibalismo, e decide di catturarla e portarla a casa per educarla assieme ai membri della sua assurda famiglia.



Nel novero di film che fanno stare male davvero, un posto d'onore ce l'ha sicuramente The Woman. Non è facile parlare di questo film senza scadere nelle banalità quindi vi chiedo scusa fin da subito se tutto quello che leggerete lo avranno già detto meglio altri prima di me. The Woman è un film che prende allo stomaco, sia per la violenza che mostra sia, soprattutto, per quella che volutamente insinua tra le righe, nei silenzi dei personaggi e negli sguardi che si scambiano, nell'incalzare del ritmo della colonna sonora, nelle inquadrature realizzate ad arte anche quando la situazione sfocia nel paradossale. Sequel di Offspring (ma non è importante per seguire la trama), The Woman racconta appunto la storia di una donna selvaggia, l'ultima discendente di una stirpe di cannibali che un giorno incappa in qualcosa di ancor più terribile: un uomo folle che decide di "domarla" come tutte le inutili, imperfette donne della sua famiglia. Chris, avvocato e cacciatore, è un uomo che mette a disagio fin dalle prime inquadrature, dalle prime parole che rivolge alla moglie Belle e alla figlia Peggy, permeate da una durezza e un distacco che scompaiono quando le interlocutrici sono altre donne, da blandire ed ingannare; in questo novero, ovviamente, rientra anche la Donna, vittima degli interessi sessuali di Chris e soggetto perfetto da educare e conformare in base ai desideri dell'uomo, un progetto da sottoporre alla famiglia così da ribadire la supremazia del maschio alfa in barba ad ogni buon senso. E se, da un lato, abbiamo Belle e Peggy che si scambiano sguardi tra il perplesso e il disgustato, consapevoli di essere in balia del capofamiglia tanto quanto la Donna ma incapaci di ribellarsi a un giogo che viene mantenuto da anni, dall'altro c'è il figlio Brian che pare voler seguire le orme del padre palesando una malvagità inusuale per un ragazzino. In mezzo, la piccola Darlin', ancora innocente e permeabile a qualsiasi suggestione, l'unica ad accettare la Donna per quello che è: un essere vivente, né più né meno, dotata del fondamentale diritto di essere rispettata e trattata dignitosamente anche se diversa.


Ovvio, Lucky McKee non ci illude nemmeno per un momento che la Donna sia un personaggio bello o positivo, anzi. Pollyanna McIntosh, affascinante e animalesca, sporca come il lume e capace di esprimersi solo in un raffazzonato antico gaelico, è una delle creature più mortali mai apparse sullo schermo e la cosa viene ribadita fin dalle primissime sequenze, per non parlare della terribile, inappellabile condanna finale ai danni di chi ha scelto di sottomettersi senza aiutare, di odiare senza provare nemmeno un minimo di compassione, spinta da un'incomprensibile gelosia. Eppure c'è chi è ancora più orribile di chi, come la Donna, segue semplicemente la sua natura animalesca, ovvero colui che impone la sua visione del mondo col terrore e la violenza, convinto di essere matematicamente nel giusto anche davanti alle situazioni più aberranti, privando moglie e figlia delle più banali libertà. Più delle botte, più del sangue che scorre a fiumi, più delle condizioni inumane in cui viene costretta la Donna fanno male le lacrime silenziose di Peggy, l'animo distrutto da un segreto inconfessabile che condannerà l'unica persona capace di leggerle dentro, oppure lo sguardo stralunato di Belle (una Angela Bettis strepitosa come al solito), moglie annichilita dalla personalità soverchiante di un marito che non le ha mai perdonato un "errore" terribile e che ciò nonostante ha continuato ad usarla come sfornafigli perché, diamine, l'importante è dare agli altri l'illusione di avere una famiglia perbene, con tanti piccoli pargoletti "felici" come nelle pubblicità di una volta e che ci importa se l'illusione viene mantenuta a furia di botte, prevaricazioni e insulti. Ben venga dunque la Donna, a spazzare via chiunque si attacchi all'erronea idea di essere un santo e un condottiero, strappandogli di dosso l'ingannevole maschera perfetta per esporre al mondo un cuore marcio e imputridito, non buono nemmeno per venire mangiato. Ben venga l'orrore di The Woman, uno dei migliori horror moderni, film da vedere e rivedere, senza smettere mai di apprezzarlo.


Del regista e co-sceneggiatore Lucky McKee ho già parlato QUI. Sean Bridgers (Chris Cleek) e Angela Bettis (Belle Cleek) li trovate invece ai rispettivi link.

Pollyanna McIntosh interpreta la Donna. Scozzese, la ricordo per film come Offspring e Tales of Halloween, inoltre ha partecipato a serie come The Walking Dead. Anche sceneggiatrice e regista, ha 40 anni e due film in uscita.


Il film è il seguito di Offspring mentre il sequel è Darlin', di cui parlerò nei prossimi giorni. ENJOY!

domenica 14 aprile 2013

The ABCs of Death (2012)

Dopo averne parlato qui è normale che mi venisse voglia di vedere The ABCs of Death, film horror corale del 2012, diretto da 26 registi ai quali è stata assegnata una lettera dell'alfabeto per uno e un tema comune, ovvero parlare della morte a partire da quella lettera. Volete vedere cosa ne è uscito fuori? Ecco a voi le 26 mini-recensioni (trovate i miei corti preferiti in rosso!) e un breve commento finale sull'opera nel suo insieme. Seguono ovvi SPOILER.


A is for Apocalypse di Nacho Vigalondo (Spagnolo, classe 1971, regista di Extraterrestre)
Appetitoso. Il primo segmento introduce il “gioco” che caratterizzerà poi l’intero film, ovvero quello di fornire la chiave per l’interpretazione dei cortometraggi mettendo il loro titolo alla fine. La lettera A è un corto simpatico e particolare, leggermente penalizzato dalla pochezza degli effetti speciali e dall’approccio grottesco dei due attori.

B is for Bigfoot di Adrián García Bogliano (Spagnolo, classe 1980, regista di Habitaciones para turistas, Grité una noche, Sudor Frío e Penumbra).
Bellino! L’idea di costruire una storia horror basata sui bambini che non vogliono dormire è sempre vincente, così come quella di minacciarli con un fantomatico Uomo Nero (in questo caso lo Yeti e non il Bigfoot in effetti…). Rapido ed inquietante il twist finale, che rende il corto meno banale di quanto sembrasse di prim’acchito.

C is for Cycle di Ernesto Díaz Espinoza (Cileno, classe 1978, regista di Mirageman e Mandrill).
Curioso. Il corto sembrerebbe un omaggio agli episodi più inquietanti di Ai confini della realtà e mette i brividi nonostante la sua “semplicità”. Sicuramente è tra le lettere che mi sono piaciute di più.


D is for Dogfight di Marcel Sarmiento (Americano, co-regista di Dead Girl).
Doloroso e paradossalmente dolce. Particolare per il metodo di regia scelto, che mostra la vicenda attraverso la percezione rallentata ed intontita di un pugile suonatissimo, e anche per il modo di raccontare, attraverso le figure di una bimbetta e un cane, come i valori più puri (innocenza, amicizia e amore) possano venire pervertiti in un secondo da persone abiette e prive di scrupoli. Nei titoli di coda, comunque, si specifica che nessun animale è stato realmente maltrattato mentre per il bimbo non si può garantire. E andiamooo!!

E is for Exterminate di Angela Bettis (Americana, classe 1973, ha recitato in film come May, Carrie, The Woman e nell’episodio Sick Girl dei Masters of Horror).
EEEEEEEEEEKKKK!!! Angela, io ti adoro (alla fine dei titoli di coda ringrazi persino Lansdale!) ma sei una zoccola, l’ho detto. Episodio che ho visto solo per metà e che ha rischiato di farmi morire di schifo, tratto dal racconto breve The Spider and the Man di tale Brent Hanley, chiaro omaggio al già citato Sick Girl e debitore della più tremenda delle urban legend. Se, come me, aborrite ragni e insetti, saltate alla lettera successiva che è meglio (oddio, non lo so se è meglio…).

F is for Fart di Noboru Iguchi (Giapponese, classe 1969, regista di chicche come Machine Girl, Robogeisha, Zombie Ass e Dead Sushi).
Folle!! Totalmente folle. Dopo Zombie Ass ci mancava effettivamente la morte per scoreggia d’aMMore, che sia di Dio o dell’insegnante preferita. Effetti speciali ovviamente ridicoli, interpretazioni da avanspettacolo giapponese e risate a profusione garantiscono un livello trash quasi poetico.


G is for Gravity di Andrew Traucki (Australiano, regista di Black Water e The Reef).
Gran delusione. Interamente girato con videocamerina digitale portatile è poco chiaro e causa un principio di nausea allo spettatore. Probabilmente l’episodio peggiore del film. 

H is for Hydro-Electric Diffusion di Thomas Cappelen Malling (Norvegese, classe 1970, regista di Norwegian Ninja).
Ha visto i draghi questo!! Spacchiusissimo mix di computer graphic ed esseri umani travestiti da animali antropomorfi, ha un sapore retrò che ricorda tantissimo Iron Sky e una cattiveria che potrebbe andare a braccetto con i folli Ren & Stimpy. Sicuramente uno degli episodi più particolari ma anche meno “horror”.

I is for Ingrown di Jorge Michel Grau (Messicano, regista di We Are what We are).
Insostenibile. L’episodio più impegnato dell’intera pellicola e il più devastante, testimonia la “banalità” di un brutale ed immotivato omicidio ai danni di una donna, i cui ultimi, dolorosissimi istanti vengono impietosamente ripresi in ogni minimo dettaglio. Accompagnato da un terribile e triste messaggio durante i titoli di coda: Negli ultimi 10 anni, in Messico sono state uccise 2015 donne. 200 donne al mese. L’orrore NON è sullo schermo.


J is for Jidai-Geki di Yudai Yamaguchi (Giapponese, regista di Meatball Machine).
Japponotto. Durante un rituale di seppuku, il kaishakunin (ovvero la persona deputata a decapitare l'oggetto del rito) riesce a scorgere il lato più grottesco, terribile ed esilarante della morte. Un altro esempio di quanto l'orrore giapponese sia assai diverso dal nostro, simpatico soprattutto per il teatralissimo finale.

K  is for Klutz di Anders Morgenthaler (Danese, classe 1972, cartoonist conosciuto per le strip Wulffmorgenthaler e Dolph l’ippopotamo fascista).
Kazzatina divertente. Klutz, se non ho capito male, starebbe per stupido, goffo, ed effettivamente la protagonista del cartone animato tanto furba non è. E nemmeno il suo modo di morire è molto dignitoso. L'animazione del corto è gradevolissima e le risate non mancano.

L is for Libido di Timo Tjahjanto (Indonesiano, regista di uno degli episodi di V/H/S 2).
Laido. Un gioco al massacro dove i concorrenti sono costretti, letteralmente, ad ammazzarsi di pippe. Pur non condannando il porno, non tollero quando viene unito a cose terribili come la pedofilia o le menomazioni: alla vista del laido vecchiaccio che si eccita di fronte al povero bambino violentato (fortunatamente fuori dall'inquadratura) mi sono immedesimata così tanto nello schifo provato dal protagonista che quando ha vomitato sono dovuta correre in bagno preda dei conati. Timo Tjahjanto, col cuore, mavaffanculo vah. Ti meriteresti di subire il finale e la punizione dell'invasata con la motosega.


M is for Miscarriage di Ti West.
Maledetto. Altra cosa che non sopporto è vedere affrontato con leggerezza un tema come l'aborto. In perfetto stile West assistiamo ad un normale evento quotidiano che poi avrà risvolti imprevedibili e tristi. A prescindere dall'argomento trattato, il corto è comunque assai deludente.

N is for Nuptials di Banjong Pisanthanakun (Thailandese, regista di Shutter)
Nescio (Scemo, in ligure). Una bagatella condita da uno spruzzo di humor nero, messa lì giusto per alleggerire la pesantezza della Libido. Più un siparietto comico che un pezzo di antologia horror.

O is for Orgasm di Hélène Cattet e Bruno Forzani (Francesi, registi di Amer)
Originale. Regia ineccepibile e le immagini più belle dell'intero film. Forse un po' troppo autoriale per un film simile, ma l'idea della donna che emette bolle di sapone dalle labbra durante l'orgasmo è poetica da norire.


P is for Pressure di Simon Rumley (Inglese, classe 1970, regista di Little Deaths e The Living and the Dead).
Penoso. Nel senso che il senso di pena nel twist finale mi ha quasi ammazzata, facendomi piangere e portandomi ad invocare una bella punizione divina su Rumley, maledetto porco. E pensare che fino a quel momento Pressure era stato l'unico corto, assieme a quello di Grau, a dare una dimensione reale e dolorosa all'orrore quotidiano.

Q is for Quack di Adam Wingard (Americano, classe 1982, regista di A Horrible Way to Die, V/H/S e V/H/S 2).
Quest'uomo è un pazzo. Altro esempio di nerissimo umorismo, il corto si candida nella rosa dei migliori anche per la sua forte componente metacinematografica. Nei titoli di coda si scopre che il segmento è dedicato al protagonista, Mr. Quackers il papero, al quale si augura di trovare nella morte la pace che non ha avuto in vita.

R is for Removed di Srdjan Spasojevic (Serbo, classe 1976, regista di A Serbian Film).
Raccapricciante. Il segmento più disturbante e incomprensibile del film, probabile metafora della rovina del cinema in generale e dell'horror in particolare, ma potrei sbagliarmi. Il regista non si risparmia prolungati primi piani di bisturi che scavano pelle martoriata e disgustosi dettagli ospedalieri, ma richiama alla mente anche gli albori del cinema e i fratelli Lumière. Tutto sommato, molto interessante.


S is for Speed di Jake West (Inglese, classe 1972, regista di Evil Aliens e Doghouse)
Stilosissimo. Il corto offre una fotografia vividissima, due protagoniste che parrebbero uscite da un film di Rodriguez e dialoghi al fulmicotone. Sicuramente un po' banale, ma come metafora della battaglia condotta quotidianamente da un drogato all'ultimo stadio è parecchio azzeccata.

T is for Toilet di Lee Hardcastle (Inglese probabilmente, creatore, come dice il suo sito ufficiale, di corti in claymation non adatti ai bambini)
Tosto. Anche se girato con la tecnica della claymation, Toilet è una macellata che il 90% dei registi coinvolti nel progetto non riuscirebbero a concepire nemmeno nei loro sogni più perversi. Sicuramente mi ha messo parecchia paura e il finale è a dir poco geniale.

U is for Unearthed di Ben Wheatley (Inglese, classe 1972, regista di Kill List)
Un altro dei miei preferiti. Il corto è innovativo nel suo raccontare la vicenda dal punto di vista soggettivo del mostro (probabilmente un vampiro), consentendo così allo spettatore di immedesimarsi sia nella creatura braccata sia nei paesanotti che gli danno la caccia, scambiando continuamente i ruoli di preda e predatore.


V is for Vagitus di Kaare Andrews (Canadese, regista di Altitude e dell'imminente Cabin Fever: Patient Zero)
Very Good! Intanto, pur nella sua natura di corto non manca di effetti speciali e stunts che farebbero invidia a produzioni fantascientifiche ben più grandi e pretenziose. Inoltre, nella sua natura distopica è parecchio inquietante ed è l'unico di tutti i segmenti che meriterebbe di diventare un lungometraggio.

W is for WTF? di John Schnepp (Americano, co-creatore della serie animata Metalocalypse)
WTF, indeed!! E' la prima cosa che mi è venuta da dire alla fine di questo delirantissimo corto che mescola animazione, metacinema, fantasie nerd, effetti speciali da scuole medie, clown zombie, trichechi che devastano città, guerriere procaci e chi più ne ha più ne metta. Geniale, e lo dice una che normalmente DETESTA gli horror indipendenti fatti con due lire e pieni di assurdità gratuite. 

X is for XXL di Xavier Gens 
Xavierata. Decisamente per stomaci forti e splatterosissimo ma sicuramente un modo interessante di criticare il sistema che vorrebbe noi donne tutte perfette, bellissime e magrissime. Certo, piuttosto che arrivare agli estremi della protagonista del corto, sarebbe meglio non mangiare quella roba innominabile che tiene in frigo, ma tant'è.


Y is for Youngbuck di Jason Eisener (Canadese, regista di Hobo with a Shotgun)
Yuck. C'è una scena in questo corto che mi ha rivoltato lo stomaco, ma il montaggio, la fotografia e la colonna sonora sono splendidi. Inquietantissimo anche il laido protagonista.

Z is for Zetsumetsu di Yoshihiro Nishimura.
Zio cantante!, come direbbero gli Elii. The ABCs of Dead si conclude "in bellezza" con un delirio giapponese che cita a piene mani Il Dottor Stranamore e Arancia Meccanica di Kubrick, una spietata, per quanto semi-incomprensibile, critica al Giappone di oggi e alla pesante influenza americana nel mondo. Non esistono parole per descriverlo, bisognerebbe guardarlo e rimanere annichiliti davanti allo schermo.


In conclusione, due parole sul progetto in generale. L'idea di base è assai interessante ma, francamente, 26 corti sparati senza soluzione di continuità sono davvero troppi e anche un'amante dell'horror come la sottoscritta sente il bisogno di prendere un po' d'aria dopo qualche tempo (ho fatto una pausa a metà, ero davvero stordita). La qualità e il tenore dei corti, inoltre, sono troppo altalenanti e si passa dal lavoro dilettantesco al capolavoro, dalla pesantezza alla cazzatina, con un paio di opere che avrei fatto a meno di inserire in quella che, comunque, dovrebbe essere un'antologia horror. Sicuramente, The ABCs of Dead è un film imprescindibile per gli appassionati, tuttavia una maggiore uniformità e l'inserimento di meno segmenti, magari un po' più lunghi, lo avrebbe reso sicuramente migliore. Insomma, gli do la sufficienza ma "si poteva fare di più". Se il film vi fosse piaciuto vi consiglierei di cercare gli altri titoli diretti dai registi coinvolti (cosa che farò io) oppure guardare per intero Grindhouse con tutti i suoi geniali fake trailer e Creepshow. ENJOY!





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