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martedì 16 giugno 2026

Disclosure Day (2026)


Sabato sono corsa al cinema a vedere Disclosure Day, l'ultimo film diretto dal regista Steven Spielberg.

Trama

Mentre un ragazzo ruba dei video secretati dalla ditta per cui lavora ed è costretto a fuggire assieme alla fidanzata per non essere ucciso, la meteorologa di una stazione televisiva comincia a mostrare strani poteri telepatici legati proprio ai segreti nascosti nei video...

RECENSIONE

Nel 1986 usciva Fievel sbarca in America, co-prodotto dalla Amblin, casa di produzione di Spielberg. All'interno del film, che ricordo ancora abbastanza bene, la famiglia di topolini russi protagonisti decideva di emigrare in America perché, come diceva il testo di una delle canzoni, "Non ci son gatti in America". L'America è da sempre stata una terra mitologica per noi che non ci viviamo, un luogo dove i cattivi sono davvero molto cattivi e pronti a fare il male dell'umanità, come scopriva a sue spese il povero Fievel (i gatti c'erano eccome), ma dove esistono anche i buoni, per di più buoni "speciali", se non addirittura gli eroi che alla fine salveranno il pianeta. E' un'idea confortante, benché sia stata sbugiardata dalla realtà non solo ora che il presidente degli USA è un imbecille arancione ma già dai tempi della fondazione degli Stati Uniti, e che ci riporta a quando eravamo bambini, innocenti, rapiti da film che, in sostanza, ci propinano da sempre la stessa visione delle cose. Tutto questo giro intorno al mondo mi è balenato in testa quando ho cercato di capire perché Disclosure Day mi abbia lasciata spesso a bocca aperta, rapita dalla narrazione, talvolta in lacrime, soprattutto nel corso del terzo atto, quando invece, razionalmente, mi rendo conto che la sceneggiatura, scritta a quattro mani da David Koepp e dallo stesso regista, presenti più di un'incongruenza e tanti momenti WTF. La risposta di Lucia, Spielberghiana di ferro, è stata "Perché è un'opera d'arte", ma io sono bimba di Scorsese, non di Spielberg, e non ritengo affatto Disclosure Day un'opera d'arte. L'unica cosa che mi è venuta in mente, dunque, è che Spielberg sia riuscito a ricreare la magia che ci avvinceva da bambini, quella che nasce dallo spingere il cuore dello spettatore verso un afflato di ingenua speranza, verso la convinzione che non siamo soli nell'Universo e che, lassù tra le stelle, Qualcuno è incuriosito dalla nostra presenza sulla Terra. Qualcuno che, ovviamente, punta lo sguardo solo sull'America, ed estrae a sorte poche persone speciali in un luogo zeppo di entità governative o private che non hanno il minimo interesse a riferire al mondo messaggi di pace, e che scelgono di tenere la conoscenza per sé, perché troppo pericolosa. Qualcuno che sceglie l'empatia come fondamentale mezzo di salvezza per un'umanità condannata, offrendo doni che possano abbattere le differenze e fornirci una maggior comprensione di noi stessi e di coloro che ci circondano, anche se quel primo contatto può rappresentare un trauma e rischia di venire percepito come un'invasione. Spielberg è l'unico che, da Incontri ravvicinati del terzo tipo, riesce a convincere lo spettatore che tutto questo possa succedere davvero, anzi, a dargli la speranza che possa succedere, perché la sua è una fantascienza che parte innanzitutto dall'uomo e dai suoi complessi sentimenti.

All'interno di una trama radicata nell'attualità, che vede un mondo alle soglie della terza guerra mondiale, Disclosure Day punta l'attenzione su persone che hanno perso loro stesse, prive di uno scopo nella vita oppure asservite a quella che credono sia la loro missione. Il film è interamente filtrato dal punto di vista di Daniel e Margaret, pedine fondamentali alle quali mancano tutti i pezzi del puzzle o quasi, ed è attraverso il loro cammino verso la progressiva conoscenza che anche noi spettatori arriviamo a farci un quadro più o meno chiaro della situazione. Il percorso dei due protagonisti non è privo di dilemmi morali, e un altro aspetto interessante del film è la mancanza di una polarizzazione netta tra bene e male, in quanto Noah, connotato come villain, condivide gli stessi dubbi e paure di Jane, la ragazza di Daniel, su quanto sia opportuno per l'umanità venire a conoscenza di segreti alieni proprio nel momento di massima incertezza geopolitica. Se l'atteggiamento dei due personaggi è diametralmente opposto, anche in virtù di un diverso background (Noah è un razionale e freddo burocrate, Jane un'ex novizia che ha perso la fede), la natura dei loro dubbi risiede in una fondamentale e legittima sfiducia verso l'umanità che, inevitabilmente, riverbera nello spettatore. L'aspetto geniale di Disclosure Day, per quanto mi riguarda, è proprio il modo in cui umanizza talmente i due protagonisti, Daniel e Margaret, da illuderci di potere essere loro, quando la realtà è ben diversa, e lo dimostra il ribaltamento finale: noi non siamo i veicoli della "rivelazione", bensì gli utenti finali, il pubblico che deve mettersi seduto in silenzio a testimoniare una meraviglia, un orrore, davanti ai quali non ci sono parole. E ognuno di noi è chiamato a reagire secondo la propria coscienza, perché non ci sono concesse né istruzioni chiarificatrici né messaggi di qualche entità superiore; possiamo solo riflettere, una volta riaccese le luci in sala, su cosa faremmo se davvero un "Disclosure Day" arrivasse a ribaltare tutte le nostre convinzioni. Forse è per questo che sono uscita dal cinema in lacrime, per la paura che un giorno così io non lo vedrò mai, o forse per il terrore che, qualora succedesse, mi mancherebbe il coraggio di affrontare la verità.

Le scene finali di Disclosure Day, infatti, sono molto difficili da sostenere senza farsi venire la tachicardia. Spielberg coniuga una regia meticolosa, che si serve di ottimi effetti speciali, a un montaggio eccelso, atto a trasmettere tutta l'urgenza derivante da una notizia epocale; i filmati di archivio ricreati si alternano alla concitazione dell'interno di una sala di regia, a una sufficienza pratica ma un po' scocciata che lascia spazio a un'incredulità reverenziale, a maschere di professionalità che vanno in frantumi per rivelare persone spaventate e prive di mezzi per descrivere ciò a cui stanno assistendo. Gli ultimi minuti di Disclosure Day sono un capolavoro di tecnica cinematografica, in grado di stare in piedi anche senza l'ausilio di bravi attori. Tutto ciò che viene prima, per quanto bello e tecnicamente ineccepibile, si regge invece sulle spalle di due attrici incredibili, una praticamente sconosciuta, l'altra una garanzia. Emily Blunt qui è semplicemente magnifica. Nulla da togliere a Josh O'Connor, ma il cuore di Disclosure Day è Margaret, così umana, così impreparata ad accogliere un dono potentissimo, spesso buffa e nevrotica, a tratti così schiacciata dal peso della (non) conoscenza da spezzare il cuore. Ho cominciato a piangere nel momento stesso in cui Margaret torna "a casa" ma la sequenza che mi ha annientata, probabilmente, annullando tutte le mie barriere emotive, è stata quella, di poco precedente, dell'attacco di panico, così vicina e così reale che ho rischiato di averne uno assieme alla Blunt. Se, come ho scritto su, non avevo alcun dubbio sulla bravura della Blunt, la sorpresa del film è stata la nepo baby Eve Hewson. Bellissima e delicata, la Hewson si fa carico dell'aspetto "religioso" del film senza esacerbarlo, tiene testa a un attore come Colin Firth rivelandosi perfetta per un futuro nel genere horror, e si fa portavoce dei poveri spettatori "normali", uscendo a testa alta da una vicenda più grande di lei. Se siete arrivati a leggere fin qui, vi sarete resi conto che Disclosure Day mi ha messa in seria difficoltà, perché ancora adesso, a mente fredda, non riesco a capire il motivo per cui abbia avuto una così grande presa emotiva su di me. Razionalmente mi rendo conto che non è affatto un capolavoro (il Bolluomo è rimasto ben poco colpito, per esempio), pertanto non pretendo di convincere i miei sparuti lettori ad andarlo a vedere, ma mi piacerebbe sapere qual è stata la vostra reazione al film per parlarne nei commenti, quindi recuperatelo in qualche modo!

CAST

Del regista Steven Spielberg ho già parlato QUI. Emily Blunt (Margaret Fairchild), Josh O'Connor (Dr. Daniel Kellner), Colin Firth (Noah Scanlon), Colman Domingo (Hugo Wakefield), Wyatt Russell (Jackson) e Elizabeth Marvel (Sorella Maura) li trovate invece ai rispettivi link. 

CURIOSITà

Chavo Guerrero Jr. compare nelle scene iniziali come l'arbitro del match di wrestling. Se Disclosure Day vi fosse piaciuto recuperate Incontri ravvicinati del terzo tipo e E.T. L'extraterrestre. ENJOY!


  

mercoledì 25 febbraio 2026

Il filo del ricatto - Dead Man's Wire (2025)


Pur non avendone mai sentito parlare fino a una settimana fa, domenica sono andata a vedere Il filo del ricatto - Dead Man's Wire (Dead Man's Wire), diretto nel 2025 dal regista Gus Van Sant.

Trama

Richard Hall, presidente di una società di prestiti, viene preso in ostaggio da Tony Kiritsis, furibondo per essere stato, a suo dire, truffato da Richard e dal padre...

RECENSIONE

Come ho scritto all'inizio, non avevo mai sentito parlare de Il filo del ricatto ma, complici un paio di recensioni più che positive scorte sulla homepage di Facebook e il fatto che il film fosse in programmazione al cinema d'essai, domenica sono andata a vederlo. Oltre a non avere mai sentito parlare del film, ovviamente non conoscevo nemmeno la storia vera che lo ha ispirato, ovvero quella di Tony Kiritsis e del suo momento di "gloria" mediatica. Kiritsis, negli anni '70, aveva acquistato un terreno per venderlo allo scopo di farci costruire sopra un centro commerciale ma, dopo qualche tempo, si era ritrovato senza acquirenti ed impossibilitato a ripagare il mutuo e i relativi interessi richiesti dalla società di prestiti di M.L. Hall. Disperato e furibondo perché, a suo dire, la società aveva lavorato attivamente per dissuadere eventuali acquirenti e metterlo così in ginocchio, Kiritsis un giorno si è recato nell'ufficio di M.L. Hall e lì ha sequestrato il figlio Richard, immobilizzandolo con il "filo dell'uomo morto"; in pratica, ha messo un cappio d'acciaio attorno al collo di Richard, legando l'altra estremità al grilletto di un fucile a canne mozze, così che, nell'eventualità di un intervento della polizia, della fuga di Richard o della morte di Tony, il fucile avrebbe sparato uccidendo l'ostaggio. Sorvolando per un attimo sulla natura arzigogolata ma efficace e decisamente ansiogena del metodo di prigionia, ciò che è interessante ne Il filo del ricatto è la totale sospensione del giudizio di una sceneggiatura assai equilibrata. Nonostante il titolo italiano dia alle azioni di Tony una palese accezione negativa, il film invece non le condanna, così come non condanna Richard, e lascia che sia lo spettatore a trarre le conclusioni e a parteggiare per uno, per entrambi, o per nessuno. Certo è che la storia di Tony precorre tantissimi fatti di cronaca recenti, nati in una situazione sociale di miseria ed ingiustizia che spinge alla rivalsa sociale con metodi violenti e (razionalmente) discutibili, ma di cui è molto difficile e persino ipocrita criticare i motivi. Il film non ci conferma, al 100%, che gli Hall avessero usato il loro nome e il loro prestigio per far sfumare l'affare di Tony e guadagnarci dei bei dollari, ma neppure asserisce il contrario, tant'è che per qualche mese Kiritsis è stato salutato dalla gente comune come un novello Robin Hood, o come un rivoluzionario in lotta contro il potere. D'altra parte, sceneggiatura e regia si guardano bene dal dipingere l'ordalia di Richard Hall come una passeggiata di salute. Nonostante Hall non abbia riportato ferite fisiche, il film sottolinea la terribile portata psicologica che ha avuto la vicenda sull'uomo, il terrore e lo stress subiti per tre giorni consecutivi, sensazioni che si trasmettono chiare allo spettatore, in barba al "fascino" esercitato da Kiritsis.  

Van Sant
sottolinea l'importanza, già negli anni '70, dei media audiovisivi per influenzare l'opinione del pubblico e confeziona un film in cui l'aspetto thriller affidato alle difficili interazioni tra Kiritsis e Hall lascia spesso spazio alla voce suadente del deejay preferito dal sequestratore, e ad una lotta serrata tra emittenti televisive e reporter a caccia di scoop e gloria. Come mostrato nei titoli di coda, durante i quali scorrono le sconvolgenti immagini dei protagonisti reali della vicenda, la volontà di Kiritsis era quella di mettere su uno show, di far fruttare i suoi "5 minuti" di fama per fare arrivare la sua versione della storia a quante più persone possibili e trascinare così nel fango il buon nome degli Hall. La frase "è un gran casino", reiterata dalla polizia fino allo sfinimento, è emblematica dell'efficacia del piano di Kiritsis, atto in primis a portare caos, a scuotere le coscienze, a costringere la giustizia ad andarci con i piedi di piombo, non tanto per l'incolumità dell'ostaggio, quanto per il dubbio insinuato dalla ragionevolezza delle accuse del sequestratore. Questo stesso "casino", ricercato e calibrato da una sceneggiatura perfetta, priva di sbavature, si fa strada nell'animo dello spettatore, che non sa cosa aspettarsi da Il filo del ricatto. Il film ha spesso un tono grottesco, da commedia, eppure alcuni momenti gelano il sangue nelle vene e, onestamente, a un certo punto ho creduto davvero che la testa di Richard sarebbe finita vaporizzata in una nuvola di sangue e ossa. Gran parte del merito va anche agli attori. Nel trafiletto finale leggerete che Nicolas Cage era il primo in lizza per il ruolo di Kiritsis, ma sarebbe stato un danno enorme per il film, perché il suo overacting avrebbe trasformato Tony in un matto col botto. Affidare il personaggio a Bill Skarsgård significa invece puntare tutto sulla sottile inquietudine che trasmette lo sguardo allucinato dell'attore, e sulla sua capacità di essere istrionico senza esagerare, folle ma contenuto, un uomo comune dal fascino magnetico. Skarsgård si completa alla perfezione con Dacre Montgomery, che invece offre un'interpretazione trattenuta ed angosciante; mentre Al Pacino, nei panni del padre, è giustamente una merda patentata al limite del macchiettistico, Montgomery interiorizza orgoglio e terrore, viene fiaccato non solo dall'esperienza fisica ma anche dallo stress mentale di un dubbio logorante, quello di essere in errore, di essersi scavato la fossa facendo quello che pensava fosse il compito, senza troppe cerimonie, di un usuraio abituato a ragionare in interessi, non in "persone". L'unica nota negativa di un film che vi consiglio di correre a vedere è il doppiaggio italiano. Con tutto il bene che voglio a Mario Biondi, fargli doppiare Colman Domingo è un insulto alla splendida, calda voce di un attore che ho conosciuto e amato guardandone i film in lingua originale. Ho fatto fatica a non uscire dopo i primi minuti, sono sincera, quindi, se possibile, cercate una sala che abbia gli spettacoli in v.o. Mi ringrazierete. 

CAST

Del regista Gus Van Sant ho già parlato QUI. Bill Skarsgård (Tony Kiritsis), Dacre Montgomery (Richard Hall), Al Pacino (M.L. Hall), Colman Domingo (Fred Temple) e Cary Elwes (Michael Grable) li trovate invece ai rispettivi link.

CURIOSITà

Myha'la, che interpreta Linda Page, era nel cast di Bodies Bodies BodiesNicolas Cage doveva interpretare Tony Kristis, con Werner Herzog come regista, ma quando le riprese sono state rimandate di un anno l'attore aveva già l'agenda piena e Herzog non era interessato a realizzare il film senza di lui. ENJOY!


martedì 2 dicembre 2025

Wicked: For Good (2025)

Per dovere di completezza, la settimana scorsa sono andata a vedere Wicked: For Good, diretto dal regista John M. Chu e tratto dal musical Wicked, a sua volta ispirato dal romanzo Wicked: The Life and Times of the Wicked Witch of the West di Gregory Maguire.


Trama: elevata al rango di nemico pubblico di Oz, Elphaba cerca di usare i suoi poteri e l'orribilario rubato al Mago per migliorare la condizione degli animali, mentre Glinda è diventata il volto buono del reame...


Siccome in mezzo ci si è messo il recupero della prima parte di Stranger Things, è passata una settimana prima che riuscissi a buttare giù due righe su Wicked: For Good e giuro che ho fatto fatica persino a pensare a cosa dire nel breve accenno di trama iniziale. Se dovessi usare una metafora per definire Wicked: For Good, "aria fritta" sarebbe la migliore. Non conosco il musical ma, documentandomi qui e là, ho scoperto che il film ne coprirebbe gli ultimi 50 minuti, a detta dei fan già non molto interessanti in partenza; il fatto che la sceneggiatura li allunghi fin quasi ad arrivare a due ore e mezza, aggiungendo due canzoni non particolarmente memorabili, ovvero No Place Like Home (cantata da Elphaba come rimando a Il mago di Oz, mentre cerca di spronare gli animali a non abbandonare il regno che dovrebbero considerare casa propria) e The Girl in the Bubble ("monologo" cantato in cui Glinda si rende conto, finalmente, di quanti danni abbia fatto la sua smania di apparire), è un'ottima misura della pesantezza del film. Ancor peggio, nonostante il metraggio sia stato allungato a dismisura, i pochi snodi fondamentali della trama vengono sbrigati in quattro e quattr'otto, mentre il legame di amore/odio, amicizia e reciproco arricchimento di Elphaba e Glinda è sviscerato in mille modi, in particolare per quel che riguarda la lenta maturazione della Fata Buona, che diventa il fulcro dell'intero film. Non è che Elphaba venga messa da parte, però la sua decisione finale salta tutta una serie di passaggi che, a mio avviso, avrebbero dovuto concretizzarsi in azioni più feroci ed estreme dopo la canzone No Good Deeds, invece la poveraccia si accontenta di imprigionare Dorothy reclamando (inutilmente) le scarpette d'argento della sorella. A tal proposito, l'apice della serie di risate involontarie che mi sono fatta guardando il film (almeno il capitolo precedente mi aveva commossa!) è stata la repentina trasformazione di Nessarose in Annie Wilkes, l'autogaslighting che la spinge ad odiare la sorella quando la vera pazza è proprio lei, e il terrificante, deludente catfight tra Glinda ed Elphaba davanti al cadavere invisibile di Nessarose. Probabilmente, mostrare due gambe che uscivano da sotto le fondamenta della casa sarebbe stato ancora più grottesco, ma due sgallettate che si prendono a schiaffi non si possono proprio vedere. E mi taccio anche sulla ridicola scena d'amore tra Elphaba e Fiyero, con lei che canta al vento in body nero e golfino di lana mentre lui, lentamente, si leva le bretelle: quando Elphaba alla fine dice una cosa tipo "adesso mi sento davvero cattiva" (con un adattamento che, ovviamente, sorvola sul doppio significato di "wicked" in inglese, ma lasciamo perdere) ho riso sguaiatamente in sala.   


Questo continuo utilizzo di registri sbagliati, il cozzare della messinscena con ciò che la situazione contingente dovrebbe veicolare, era già un problema di Wicked, tuttavia il primo film riusciva ad azzeccare alcune sequenze, in primis quella del ballo che segna l'inizio della vera amicizia tra Elphaba e Glinda. Qui non c'è una sola scena memorabile (d'altronde, come scrivevo nella recensione di Wicked, John M. Chu è un cane arrabbiato maledetto) e, oltretutto, la saturazione dei colori e la post-produzione continuano ad essere un problema enorme, perché lo spettatore è sottoposto a tre alternative: o vedere tutto smarmellato da un alone lattiginoso, o perdere la vista davanti a colori carichissimi, oppure non vedere una mazza, tanto sono scure le immagini. Il risultato di questa pessima gestione delle luci e dei colori è che tutto ciò che di artigianale esiste all'interno del film, come i bellissimi costumi e qualche set, appare posticcio, di bassa qualità, leggermente superiore allo schifo che si vede in roba come Descendants, ma non è un complimento di cui andare fieri. Peccato, neanche a dirlo, per Cynthia Erivo e, soprattutto, per Ariana Grande, vero fulcro del film. Finalmente, i responsabili dell'edizione italiana hanno capito che doppiare le canzoni era un delitto perseguibile per legge, e hanno scelto di lasciarle in originale coi sottotitoli. In questo modo, anche il pubblico italiano ha potuto godere della bellissima voce delle due attrici e della loro interpretazione (nonostante sarebbe stato meglio far funzionare il cervello già in occasione del primo film, che aveva una colonna sonora molto più bella ed iconica), e capire quanto le due credano davvero nell'intero progetto. Peccato, ripeto, che il contorno sia sciapo e che tutto l'impegno profuso dalle due attrici non sia abbastanza per salvare Wicked: For Good dall'essere un'opera mediocre e con enormi problemi di ritmo. Qualora il musical arrivasse in Italia, ovviamente in versione originale, mi piacerebbe dargli una chance e capire di preciso cosa sia andato storto nella trasposizione da un medium all'altro, ma per il momento mi limito a tremare all'idea di quante nomination immeritate porterà a casa 'sta baracconata e giuro solennemente di non riguardarlo mai più.      


Del regista Jon M. Chu ho già parlato QUICynthia Erivo (Elphaba), Jeff Goldblum (Il fantastico Mago di Oz), Michelle Yeoh (Madame Morrible), Colman Domingo (voce originale del Leone Codardo) li trovate invece ai rispettivi link.

Ariana Grande interpreta Glinda. Americana, la ricordo per film come Zoolander 2, Don't Look Up, Wicked e serie quali Scream Queens; come doppiatrice ha lavorato ne I Griffin. Anche cantante, sceneggiatrice, produttrice e regista, ha 32 anni e un film in uscita, l'ennesimo seguito di Ti presento i miei, dal titolo Focker In-Law, e dovrebbe partecipare anche alla prossima stagione di American Horror Story


Il film, ovviamente, è il seguito di Wicked e oltre a consigliarvi di leggere l'omonimo libro da cui il musical è tratto, magari senza regalarlo alle vostre figlie/parenti minorenni che si troverebbero davanti qualcosa di ben diverso da questo trionfo di buoni sentimenti, vi invito a recuperare Il mago di Oz e Nel fantastico mondo di Oz. ENJOY!

martedì 25 novembre 2025

The Running Man (2025)

Temevo me lo sarei perso per via dell'influenza, ma martedì scorso sono riuscita a vedere The Running Man, diretto e co-sceneggiato dal regista Edgar Wright a partire dal romanzo L'uomo in fuga di Richard Bachman.


Trama: in una società distopica dove le televisioni detengono il potere effettivo, Ben Richards si ritrova a dover partecipare al mortale gioco a premi The Running Man, per poter curare la figlioletta malata...


L'uomo in fuga
è un romanzo del 1982, scritto da Stephen King sotto lo pseudonimo di Richard Bachman. Senza scendere troppo nei dettagli, Bachman era la "scommessa" di uno scrittore già famoso che voleva capire se sarebbe riuscito a scalare le classifiche anche privo di un nome importante, e che voleva essere libero di sperimentare, sfogarsi con opere un po' più grezze, rimaste magari nel cassetto per anni. Mi ritengo una kinghiana di ferro ma ammetto che tendo a dimenticarmi de L'uomo in fuga, perché è un romanzo scoperto in età più tarda e non è tra i miei preferiti dell'autore; non voglio essere antipatica ma è l'equivalente di uno di quei romanzetti di fantascienza mordi e fuggi, da Autogrill se vogliamo, ed è zeppo di situazioni surreali e personaggi tagliati con l'accetta, con qualche intuizione interessante che si perde in una trama abbastanza ordinaria, almeno per il mio gusto. Ritengo giusto che Edgar Wright abbia aggiornato il materiale di partenza, pur rimanendogli comunque molto fedele, calcando il pedale sul lato più grottesco ed umoristico della vicenda, perché così The Running Man diventa uno specchio della superficialità di cui siamo costantemente circondati. Il pugno di ferro pessimista, il nichilismo che governa il romanzo, qui viene diluito (ma, attenzione, non completamente cancellato!) accentuando la natura ridicola e baracconesca degli spettacoli vomitati addosso alle masse per addomesticarle attraverso la promessa di soldi facili, dando loro uno sfogo perverso verso chi "sta peggio" e muore in TV. Lo stesso Ben Richards, incazzato col mondo e duro come l'acciaio, accentua nel film quelle caratteristiche latenti di showman ed eroe suo malgrado che gli erano proprie anche nel romanzo, diventando più plausibile rispetto ad un superuomo malnutrito che riesce a fare fessa un'intera nazione. Il film punta il dito in maniera non banale sia sulla sovraesposizione mediatica che sulla facilità con cui le masse possono venire manipolate, ma anche sul pericolo dell'AI e dei deepfake, e lo fa con la leggerezza di un ottimo film d'azione, che non offre il fianco neppure a un minuto di noia e, pur seguendo la struttura di base del romanzo, reinventa ed arricchisce le "tappe" della corsa mortale di Ben Richards. 


La riuscita di The Running Man poggia, per buona parte, sulle larghe spalle di Glenn Powell, che aveva già dimostrato con Hitman - Killer per caso di saper reggere quasi da solo un intero film, grazie a un mix tra l'effettivo phisique du role, un'ottima versatilità e, soprattutto, quell'umorismo che me lo ha fatto adorare fin da subito in Scream Queens (mi spiace ma, per me, Powell sarà sempre il "Chad"). Qui l'attore riceve lo scomodo scettro di Arnold Schwarzenegger e poi se ne va per la sua strada, eclissando tutti gli altri pur bravi attori che lo affiancano, ad eccezione di Michael Cera, che mi da l'occasione per parlare di un altro aspetto del film, ovvero la regia di Wright. Ecco, il vero difetto di The Running Man è che è un po' anonimo. Questo non nel senso di "brutto" o "piatto",  quanto piuttosto che risulta quasi impossibile percepire la mano di Edgar Wright, se non per la cura dedicata alla colonna sonora, al montaggio e ad alcune sequenze in particolare come, appunto, quella ambientata nella casa di Perrakis. Nonostante la maggior parte delle scene siano notevoli, anche a livello di effetti speciali e ambientazioni (in particolare, spiccano la sede dell'emittente televisiva e, ovviamente, il palcoscenico dello show, ma anche l'aereo non scherza), tutto il segmento che coinvolge Parrakis e la madre è un mix perfetto di umorismo e azione, con booby traps dai risultati esplosivi e una fantastica sinergia tra la colonna sonora e quello che passa sullo schermo secondo dopo secondo. Insomma, The Running Man è un buon action distopico, ma privo di quella zampata autoriale perfettamente riconoscibile che riusciva a rendere indimenticabili le opere più famose del regista. A mio avviso, è un ottimo adattamento, perfetto per i tempi attuali, e smussa un paio di caratteristiche del romanzo che, ad oggi, sarebbero non solo anacronistiche, ma anche irricevibili. Di sicuro, anche se so di essere una brutta persona ad ammetterlo, l'ho apprezzato molto più de L'implacabile, di cui spero di parlare nei prossimi giorni. 


Del regista e co-sceneggiatore Edgar Wright ho già parlato QUI. Glen Powell (Ben Richards), Karl Glusman (Frank), Lee Pace (Evan McCone), Sean Hayes (Gary Greenbacks), Josh Brolin (Dan Killian), Colman Domingo (Bobby T), William H. Macy (Molie) e Michael Cera (Elton Perrakis) li trovate invece ai rispettivi link. 


Jayme Lawson
, che interpreta Sheila, ha partecipato a I peccatori nei panni di Pearline. Prima che Glen Powell venisse scelto come protagonista, la rosa di candidati per il ruolo di Ben Richards comprendeva Ryan Gosling, Chris Evans e Chris Hemsworth. ENJOY!

mercoledì 20 agosto 2025

Sing Sing (2023)

L'Oscar Death Race mi aveva portata a vedere anche Sing Sing, diretto nel 2023 dal regista Greg Kwedar e candidato a tre premi Oscar: Miglior attore protagonista, Miglior sceneggiatura non originale e Miglior canzone originale.


Trama: Divine G è in carcere per un delitto non commesso. Nell'attesa di dimostrare la sua innocenza, diventa il pilastro del programma RTA, che mira a riabilitare i carcerati coinvolgendoli nella realizzazione di spettacoli teatrali...


Non sono razzista, ma. No, davvero, non lo sono, ma gli Oscar, ogni tanto, mi portano a diventarlo, con la loro ipocrita volontà di premiare eroi americani di colore e storie edificanti di "vinti" che sono riusciti a sollevarsi dal pantano in cui si trovavano e a diventare un fondamentale aiuto per altri nella loro stessa condizione. Se questi importantissimi racconti venissero messi in scena in modo originale, interessante e coinvolgente, sarei la prima a chiedere che ne realizzassero mille, e che venissero ricoperti da innumerevoli premi. Purtroppo, raramente è così, e mi chiedo se non ci fossero pellicole meno banali di questo Sing Sing, da candidare, soprattutto in premi importanti come Miglior attore protagonista e Miglior sceneggiatura non originale. Sing sing racconta la messa in scena di uno spettacolo teatrale ad opera dell'RTA, il programma Rehabilitation Through the Arts, operativo nel carcere di massima sicurezza che porta il nome del film. Come spesso accade in questi film "carcerari", la sceneggiatura si concentra su due facce della stessa medaglia. Da una parte abbiamo Divine G, vittima innocente del sistema, acculturato e coinvolto, pronto a dare una mano ai compagni di prigionia e, soprattutto, drammaturgo e attore provetto; dall'altra abbiamo Divine Eye, finito in carcere per spaccio, nonché gretto stereotipo del gangsta, che viene coinvolto nel progetto RTA da Divine G e finisce dapprima per scontrarsi con lui, disgustato dall'approccio "ottimista" dell'uomo alla vita e alla recitazione, poi a diventarne amico e sostegno. Se vi è mai capitato di vedere un dramma carcerario, banalmente anche solo Le ali della libertà, riuscirete a prevedere ogni snodo narrativo di Sing Sing, con l'unica differenza (alla quale si aggiunge l'assenza di "villain") che questo film, essendo tratto da una storia vera, punta molto sul percorso di crescita dei protagonisti e sul teatro come forma di catarsi, di libertà, per quanto momentanea. Ciò dovrebbe rendere interessanti i personaggi presenti sullo schermo; in realtà, purtroppo, sembrano quasi tutti stereotipi e macchiette, tranne i due protagonisti un po' più definiti e il regista teatrale, e la cosa ha dell'incredibile anche per un altro motivo.


Tranne Colman Domingo, che interpreta Divine G, Sean San Jose che interpreta Mike Mike (ed è, nella realtà, il migliore amico di Domingo da anni, e qui si spiega perché la chimica tra i due e così forte, al punto da essere la parte migliore del film), Paul Raci che interpreta Brent Buell e pochi altri, quasi tutti gli attori presenti in Sing Sing non recitano, ma partecipano nei panni di loro stessi, in primis Clarence 'Divine Eye' Maclin. Anzi, considerato che quest'ultimo ha praticamente lo stesso screentime di Domingo, è alla sua prima parte "seria" ed è costretto nel difficile compito di recitare "se stesso", forse avrei candidato lui come Miglior attore non protagonista, piuttosto che dare l'ennesima candidatura al pur bellissimo e bravissimo Colman (che, di riffa o di raffa, è sempre uno dei protagonisti della Oscar Death Race, visto che spunta nei film come il prezzemolo anche quando non è direttamente nominato). Ad essere onesta, non mi è dispiaciuto neppure lo stile di Greg Kwedar, che mescola immagini molto cinematografiche e poetiche, quasi tutte legate all'afflato di libertà respirato durante le produzioni teatrali o al contrasto tra l'esterno del carcere e le recinzioni, a riprese che parrebbero fatte con la camera a mano, quasi a voler riproporre un mix di documentario, spettacolo teatrale dilettantesco e confessione davanti alla telecamera. La mia idea è che, come spesso accade ai film candidati agli Oscar, anche questo parli più al pubblico americano, a chi può toccare con mano non solo il tipo di realtà rappresentata, ma anche il modo di parlare, di atteggiarsi, di chi vive di criminalità (anche se, in questo caso, Domingo è anche troppo "raffinato" per risultare verosimile). Magari se avessi visto lo stesso film ambientato in un carcere italiano, ne sarei stata entusiasta, ma così, per quanto mi riguarda, è l'ennesima, dimenticabile pellicola acchiappa Oscar. Importante quanto volete, ma con ben poca emozione reale: per dire che persino la canzone finale mi sembrava un motivo già sentito, invece ho scoperto solo durante la stesura del post che è stata composta apposta per Sing Sing


Di Colman Domingo, che interpreta John "Divine G" Whitfield ho già parlato QUI

Greg Kwedar è il rgista della pellicola. Americano, ha diretto solo un altro film, Transpecos. E' anche produttore e sceneggiatore.



mercoledì 27 marzo 2024

Rustin (2023)

Tornano i rimasugli della Road to the Oscars, con un altro biopic! Oggi tocca a Rustin, diretto nel 2023 dal regista George C. Wolfe, candidato a un Oscar per il miglior attore protagonista.


Trama: Bayard Rustin, attivista di colore, deve affrontare i suoi demoni personali e l'ostracismo dei capi dei movimenti per i diritti civili, ed organizzare la marcia di protesta pacifica più grande della storia degli USA...


Ormai da parecchi anni, tra i film che partecipano alla Notte degli Oscar, ci dev'essere l'inevitabile quota di biopic dedicati a figure più o meno conosciute della cultura afroamericana. Questo, in particolare, punta i riflettori su Bayard Rustin, attivista di colore nell'America degli anni '60 nonché organizzatore della famosissima, storica marcia su Washington dove Martin Luther King ha pronunciato il suo discorso "I Have a Dream". Il buon reverendo King compare spesso nel film, ma il suo ruolo, benché importante, è secondario, tanto è vero che al discorso si accenna en passant, mentre la trama si focalizza interamente sul perché Bayard Rustin fosse considerato un paria tra i paria: (trigger warning: umorismo da Drive In in arrivo) non solo era di colore, ma persino comunista e financo gay, gli mancava solo di essere alieno poi le aveva tutte, insomma. Una persona così sfaccettata, diciamo, aveva già una vita non facile, eppure ha deciso di imbarcarsi comunque nella missione pressoché impossibile di annullare le differenze tra le innumerevoli realtà che componevano il movimento per i diritti civili e unirle per un obiettivo comune, quello della marcia su Washington. Il film dunque racconta la lunga strada verso l'evento, tra entusiasmi iniziali e compromessi necessari, pochi amici diffidenti e tantissimi nemici pronti a mettere i bastoni tra le ruote a Bayard, dirigenti di colore più stronzi dei bianchi e bianchi di imbarazzante razzismo, il tutto affrontato con piglio deciso e una discreta cazzimma da parte del protagonista. Tra una lotta e l'altra, la sceneggiatura ha anche il tempo di dare qualche pennellata di melò, inserendo struggenti storie di amore proibito tra Bayard e un paio di protetti, con la minaccia della buoncostume (o peggio) sempre a pendere sul capo di un uomo che proprio non riusciva a tenere temporaneamente a bada il suo desiderio d'amore onde evitare di danneggiare l'importante causa in cui era impegnato.


Colman Domingo,
in tutto questo, ci sguazza. Ennesima perdita per il genere femminile, ché 'sto pezzo di marcantonio è gay anche fuori dal personaggio, l'attore offre una performance convincente nei panni di un uomo orgoglioso della propria diversità e pronto a combattere l'inevitabile scoramento causato da una vita passata a combattere e giustificarsi, tra momenti di esilaranti confronti e terribile disperazione. Poiché vengono sfruttate anche le sue doti canore, Colman Domingo è l'elemento migliore del film assieme alla colonna sonora jazz, ma non basta a salvare Rustin dall'impressione di trovarsi davanti un compitino ben eseguito nella sua banalità. Il cast di supporto è "sufficiente" (salvo per Chris Rock, quello mi strappa gli schiaffi dalle mani sempre e comunque) e la storia scorre senza troppi entusiasmi o emozioni; la regia è nella media per quanto riguarda le riprese in interno ma diventa imbarazzante nelle sequenze ambientate a Washington, dove si cerca di sopperire ad un budget probabilmente insufficiente con video di repertorio e un green screen talmente posticcio che, al confronto, l'ultimo Ant-Man sembrava un capolavoro di effetti speciali. Rustin, prodotto dalla prestigiosa Higher Ground di Barack e Michelle Obama, lo trovate comodamente su Netflix quindi è facilissimo da recuperare, se vi va di conoscere un importante protagonista della storia americana che magari qui in Italia (ma secondo me anche in America) non viene mai neppure nominato, ma se cercate un'opera di alto valore cinematografico il mio consiglio è quello di rivolgervi altrove.   


Del regista George C. Wolfe avevo già parlato QUIColman Domingo (Bayard Rustin), Glynn Turman (A. Philip Randolph), Chris Rock (Roy Wilkins), CCH Pounder (Dr. Anna Hedgeman), Jeffrey Wright (Rep. Adam Clayton Powell) e Da'Vine Joy Randolph (Mahalia Jackson) li trovate invece ai rispettivi link.





venerdì 16 febbraio 2024

Il colore viola (2023)

Altro giro di Oscar, altro regalo! Oggi tocca a Il colore viola (The Color Purple), diretto nel 2023 dal regista Blitz Bazawule, tratto dall'omonimo musical (a sua volta ispirato a Il colore viola di Steven Spielberg e al romanzo di Alice Walker ) e candidato a un Oscar per la migliore attrice non protagonista.


Trama: A quattordici anni, Celia si è vista togliere dalle braccia i figli generati dalle violenze del padre. Finita in sposa al gretto Mister, Celia viene anche privata dell'affetto della sorella Nettie, di cui perde le tracce poco dopo il matrimonio. Un giorno, però, la donna incontra la cantante Shug, un flebile raggio di speranza in una vita all'insegna del dolore...


Il colore viola
, nella versione diretta da Steven Spielberg, è uno di quei film che devo avere (intra)visto da bambina durante uno dei tanti passaggi televisivi senza ovviamente capire una mazza, o non si spiega perché ci sia rimasta letteralmente di tolla quando, all'inizio, si è cominciato a parlare di incesti e, in seguito, di amore per persone dello stesso sesso. Poco danno, appena finirà la Award Season ho intenzione di rivederlo ma, nel frattempo, è uscito il film tratto dal musical di Broadway che, come la maggior parte dei candidati di quest'anno, mi ha lasciata abbastanza freddina. Il film racconta la triste vita di Celie, vittima di abusi sessuali da parte del padre fin da ragazzina, la sua disperazione nel vedersi togliere i due figli nati da queste violenze, il suo rapporto con l'amata sorella Nettie, il matrimonio infelice con l'orribile Mister, la scomparsa di Nettie e l'arrivo di Shug, ex amante di Mister e cantante dall'animo libero e disnibito; attorno a Celie, si sviluppano altre storie di donne di colore che affrontano, ognuna a modo loro, la subordinazione femminile, il razzismo e persino la vita in un Paese in guerra. Converrete con me che ce n'è abbastanza per far piangere come vitelli e per scatenare un'indignazione senza limiti, anche perché ogni singolo uomo del film meriterebbe di venire appeso per le palle come lo strange fruit di Billie Holiday; purtroppo, Il colore viola è, credo, l'unico musical che non è riuscito a veicolare in me alcuna emozione, anche perché i numeri musicali che mi sono piaciuti (o che ricordo ancora) sono giusto quelli più allegri, che poco hanno a che fare con la storia raccontata, come Push Da Button o, al limite, Hell No!. Mi è sembrato, piuttosto, che le canzoni spezzassero la naturale drammaticità di un film che, visti gli argomenti trattati, avrebbe dovuto abbracciare in toto il dramma dei personaggi e approfondire maggiormente le questioni razziali (la malvagia moglie del sindaco è un mero plot device, nemmeno si capisce cosa succeda a Sofia dopo il carcere), col risultato di peccare di superficialità e trasformare la maggior parte dei protagonisti in figurine monodimensionali.


Probabilmente, però, la cosa che mi è piaciuta meno de Il colore viola è la regia, accompagnata da una fotografia inguardabile che fa risultare tutto posticcio. La scena finale, in particolare, con quei terribili raggi di sole (Dio? Spero davvero non simboleggiassero la luce divina...) che imbibiscono i personaggi, fa sanguinare gli occhi, ma in generale è tutto il film a sembrare un tremendo abuso di ritocchi digitali, e non giova una regia statica sia nelle scene "realistiche" che nei numeri musicali. Ne soffrono, va da sé, le interpretazioni dei coinvolti, che in realtà non mi sono dispiaciute. Ecco, il fatto che Danielle Brooks sia stata candidata all'Oscar per quella che, indubbiamente, è la performance migliore del film ma rapportata ad altre non spicca neppure per sbaglio, è l'ennesima riprova della malafede di un'Academy costretta a spuntare determinate quote "black" per ogni categoria, però Sofia è l'unico personaggio che mi ha smosso qualche lacrimuccia. Gli altri, a partire dall'intensa Fantasia Barrino nel ruolo di Celie, si impegnano al massimo nel rendere vivi ed emozionanti i loro personaggi, e indubbiamente tutti sono bravissimi quando si tratta di cantare e ballare; purtroppo, come ho scritto sopra, né i numeri musicali né le canzoni sono granché, quindi mi è parso si siano trovati costretti a cavare sangue dalle rape. In definitiva, per quanto mi riguarda, questo Il colore viola musicarello è un grosso "Hell no!", ma se non altro mi è venuta voglia di leggere il libro.


Di Taraji P. Henson (Shug Avery), Colman Domingo (Mister), 
Corey Hawkins (Harpo) e Whoopi Goldberg (non accreditata, interpreta l'ostetrica) ho già parlato ai rispettivi link.

Blitz Bazawule (vero nome Samuel Bazawule) è il regista della pellicola. Ghanese, ha diretto film come The Burial of Kojo. Anche produttore, sceneggiatore, attore e compositore, ha 42 anni.


Danielle Brooks
interpreta Sofia. Americana, ha partecipato a serie come Orange is the New Black e Peacemaker. Anche produttrice e regista, ha 35 anni. 


La Sirenetta Halle Bailey interpreta Nettie da giovane. Sia Fantasia Barrino, che interpreta Celie, che Danielle Brooks hanno ripreso i ruoli che avevano nella versione teatrale del musical mentre Oprah Winfrey (Sofia nell'omonimo adattamento di Spielberg, che vi consiglio di recuperare se vi è piaciuto Il colore viola) ha declinato l'invito a partecipare al film. ENJOY!

venerdì 3 settembre 2021

Candyman (2021)

Era uno dei film che aspettavo di più quest'anno e devo ammettere che Candyman, diretto e co-sceneggiato dalla regista Nia DaCosta, non mi ha delusa per nulla.


Trama: un pittore in crisi creativa si ritrova coinvolto in atroci delitti perpetrati dalla misteriosa figura di Candyman, la cui maledizione si propaga tramite gli specchi.


Ditelo il suo nome, su. Mettetevi davanti allo specchio e, quando non sapete cosa fare, ripetete cinque volte Candyman. Non ci pensate neanche, vero? Sarebbe meglio fare finta di non sapere neppure chi sia Candyman, no? Eppure certe leggende, anche se sarebbe meglio dimenticarle, non possono scomparire così facilmente, nonostante tutti gli sforzi fatti per farle cadere nell'oblio, vuoi per la paura, vuoi per la vergogna, vuoi per una distorta interpretazione dei fatti. E se il Candyman degli anni '90 era un'affascinante figura desiderosa di perpetuare la sua leggenda per questioni squisitamente egoistiche, assurto a totem sanguinario e vendicativo di un'intera comunità di reietti timorosi di poter morire per mano sua, quello dell'annus domini 2021 nasce per dare una voce a questi reietti. O meglio, si rigenera ogni volta che una persona di colore viene ingiustamente uccisa e torturata, com'era accaduto verso la fine dell'800 al pittore Daniel Robitaille, reo di essersi innamorato di una bianca, e come, duecento anni dopo, è successo  a un povero cristo colpevole di essere il nero sbagliato nel luogo (infestato da poliziotti bianchi) sbagliato. E se quest'ultimo episodio in particolare vi ricorda qualcosa, capirete perché, nonostante la ricchezza, nonostante la fama, nonostante la libertà apparente e le case di lusso, fare parte di una minoranza è molto spesso, anche al giorno d'oggi, un'enorme e pericolosa fregatura e anche quando la vita scorre placida c'è sempre qualcosa da dimostrare a qualcuno, perché Dio non voglia che chi si ritiene normale o "superiore" perda occasione di sottolinearlo in ogni occasione. Il nuovo Candyman, bellissimo e patinato, è lo specchio (haha!) perfetto dei suoi protagonisti e realizzatori, a loro volta bellissimi e universalmente rispettati e riconosciuti (alla sceneggiatura c'è anche Jordan Peele, che avrebbe dovuto dirigere il film) ma resi inquieti da una rabbia e un disagio che fa parte del retaggio della loro gente e deriva da quei diritti faticosamente conquistati col sangue e che nel sangue possono scomparire, nel giro di un secondo.


Una rabbia e un disagio che deriva, e questo Candyman lo sottolinea alla perfezione, anche e soprattutto dall'essere stati per anni impossibilitati a raccontare la propria storia. Ci sono un paio di momenti surreali in Candyman, più del vedere un uomo con l'uncino uscire dagli specchi e fare scempio di colpevoli e innocenti, e sono quelli in cui ad Anthony viene insegnato (da bianchi) come dovrebbe esprimere il suo retaggio di giovane di colore, mentre un'altra persona insegna, a lui artista, come sfruttare al meglio la propria arte; è proprio la comunicazione, o l'uso distorto che si può fare di essa, l'appropriarsi di racconti e storie che appartengono ad altri, il cuore di questo Candyman, fin dallo splendido teatrino d'ombre che racconta una versione "riveduta e corretta" della pellicola di Bernard Rose per arrivare all'angosciante aut aut finale che viene "offerto" a Brianna, personaggio che, in realtà, viene privato già per tutto il film della possibilità di dare il significato che desidera all'avvenimento più traumatico della sua esistenza. Candyman è dunque un sequel che riprende i temi dell'originale riaggiornandoli alla luce di una consapevolezza odierna e di lotte che non possono più essere ignorate, elementi che da una parte arricchiscono incredibilmente il materiale di partenza mentre dall'altra, forse, lo rendono meno poetico, più distante dalla natura di favola nera che donava al film di  Bernard Rose quell'aura così particolare. Di sicuro, anche il Candyman di Nia DaCosta non difetta di momenti gore e schifosetti, di sequenze decisamente ben riuscite e di un ottimo utilizzo sia degli squallidi ambienti del ghetto sia dell'arte in tutte le sue forme, altri punti a favore che mi spingono a consigliarne la visione non solo a chi non ha mai visto Candyman ma anche a chi vive d'amore per l'originale e ha paura di trovarsi davanti una schifezza. Dategli una chance, non ve ne pentirete! 


Di Colman Domingo (William Burke), Virginia Madsen (la voce di Helen Lyle) e Tony Todd (Daniel Robitaille/Candyman) ho già parlato ai rispettivi link.

Nia DaCosta è la regista e co-sceneggiatrice della pellicola. Americana, ha diretto un altro film, Little Woods .Anche produttrice, ha 32 anni e un film in uscita, Captain Marvel 2.


Yahya Abdul-Mateen II
interpreta Anthony McCoy. Americano, ha partecipato a film come Baywatch, Aquaman, Noi e Il processo ai Chicago 7. Anche produttore, ha 35 anni e tre film in uscita tra cui Matrix 4 e Aquaman and the Lost Kingdom. 


Teyonah Parris
, che interpreta Brianna, era la Monica Rambeau della serie Wanda/Vision, personaggio che dovrebbe tornare nell'imminente Captain Marvel 2, diretto sempre da Nia DaCosta; Vanessa Williams è invece la stessa attrice che interpretava Anne-Marie McCoy in Candyman - Terrore allo specchio.  Niente di fatto invece per LaKeith Stanfield, che ha rifiutato il ruolo di Anthony per partecipare a  Judas and the Black Messiah. Candyman è un sequel diretto di Candyman - Terrore dietro lo specchio ed ignora i sequel L'inferno nello specchio (Candyman 2) Candyman - Il giorno della morte, che comunque potete sempre recuperare se vi interessa la figura di questo carismatico babau. ENJOY! 


mercoledì 17 febbraio 2021

Ma Rainey's Black Bottom (2020)

Sempre perché era disponibile e sempre a fronte di un paio di nomination ai Golden, ho recuperato su Netflix Ma Rainey's Black Bottom, diretto nel 2020 dal regista George C. Wolfe. 


Trama: Ma Rainey, la "madre del Blues", si ritrova in una calda giornata d'estate a registrare un disco a Chicago. Le tensioni tra lei, i proprietari dello studio di registrazione e un giovane trombettista si andranno ad acuire sempre più...


Invecchiando, ormai arrivata a diversificare un po' i film che guardo, sono giunta alla conclusione di avere sicuramente un paio di "nemesi cinematografiche". Tra gli attori ci sono in primis Joel Edgerton e Mark Duplass, che mi provocano orchite quasi subitanea, mentre tra i vari registi e sceneggiatori, questi ultimi assai più infidi, figurano Derek Cianfrance, Dan Gilroy e, a quanto pare, anche la bonanima di August Wilson, autore teatrale di cui Denzel Washington (produttore di Ma Rainey's Black Bottom) ha deciso di portare su grande schermo tutto il cosiddetto Ciclo di Pittsburgh, una serie di dieci opere teatrali ambientate ognuna in un diverso decennio del novecento, atte a descrivere la vita delle persone di colore nel giro di un secolo. Denzel ha cominciato con Barriere, che, nonostante l'odio provato per il personaggio da lui interpretato, non avevo disprezzato più di tanto anche in virtù del suo essere prepotentemente teatrale, e ha continuato con Ma Rainey's Black Bottom, che invece ho proprio mal sopportato, sia per i personaggi che per l'incredibile tedio provato guardandolo. Il teatro a tema "vita del popolo Afroamericano" evidentemente non è il mio genere, soprattutto quando viene riportato su grande schermo senza un minimo di guizzo formale, come una serie di scenette mal raccordate unite dal labile fil rouge di un giorno sprecato a incidere un disco, tra gli scazzi della madre del blues Ma Rainey e quelli di Levee, giovane trombettista pieno di ambizioni e boria, pronto a scattare alla minima provocazione. 


Prima che scattino tutti coloro che hanno adorato il film: sì, Viola Davis e Chadwick Boseman sono immensi, addirittura larger than life, e la visione del film vale solo per testimoniare la loro immensa bravura e, nel caso di Boseman, piangere tutte le occasioni perdute a causa della morte prematura del giovane attore. La Davis si annulla in un personaggio orribile, sgradevole all'orecchio e alla vista, dotato per sua fortuna di un dono per il canto e il ritmo ma troppo impegnato ad affermarsi come donna e come afroamericana per concedere anche solo il beneficio del dubbio a chi si immolerebbe per lei, mentre i due monologhi di Boseman, soprattutto quello in cui Levee racconta la sua infanzia, riescono ad ipnotizzare lo spettatore e farlo piombare, per alcuni minuti, non solo nel caldo scantinato di uno studio che accetta solo i neri famosi e dove l'unica porta dà verso un muro di mattoni, ma anche nelle squallide campagne razziste dove la violenza dei bianchi sui neri è all'ordine del giorno. Il resto, spiace dirlo, ma oscilla tra noia e perplessità, ché onestamente c'è un limite anche agli aneddoti raccontati tra personaggi e all'antipatia di questi ultimi; lunga vita allo scazzo di Ma, e se invecchierò spero davvero di diventare così stronza, scostante e superiore verso chicchessia, ma se mai dovessi trovarmi davanti una come lei o uno come Levee, confido mi vengano anche dei pugni di ferro per prenderli a schiaffi come meritano. Loro e Denzel Washington con la sua balzana idea di diffondere il "decalogo" di Wilson, da cui cercherò di tenermi più lontana possibile d'ora in avanti. 


Di Viola Davis (Ma Rainey), Chadwick Boseman (Levee), Colman Domingo (Cutler) e Glynn Turman (Toledo) ho già parlato ai rispettivi link.

George C. Wolfe è il regista della pellicola. Americano, ha diretto film come Qualcosa di buono. Anche attore, sceneggiatore e produttore, ha 65 anni.


Se Ma Rainey's Black Bottom vi fosse piaciuto recuperate Barriere (lo trovate gratis su Prime Video). ENJOY!

martedì 26 marzo 2019

Assassination Nation (2018)

Altro film di cui ho letto benissimo in questo periodo è Assassination Nation, diretto e sceneggiato nel 2018 dal regista Sam Levinson.


Trama: a seguito di un attacco haker che ha svelato i segreti della maggior parte dei cittadini di Salem, Lily e le sue amiche diventano il bersaglio dell'odio dell'intera città.



La caccia alle streghe ai tempi dei social ha come teatro la cittadina di Salem e come veicolo di diffusione tablet, pc e cellulari, strumenti "grazie" ai quali la privacy ha perso di fatto ogni significato. Basta una sola persona che si mette in testa di hackerare i gioielli tecnologici degli irreprensibili abitanti, la "good people" della cittadina, ed ecco che i più turpi segreti vengono a galla così come l'ipocrisia dilagante di persone che vedono la pagliuzza nell'occhio altrui ma non la trave nel proprio. E se una volta la caccia era rivolta a quelle donne un po' "strane", che magari indulgevano in pratiche utili ma misteriose come la medicina alternativa oppure ree, chissà, di non avere mariti o figli, al giorno d'oggi le vittime sono quelle ragazze particolarmente disnibite, che sfruttano i social per veicolare la propria immagine causando invidie, desideri inconfessabili, odio. Dei perfetti capri espiatori per sfogare la parte animale di chi arriva a non sentirsi più tutelato e non capisce come difendersi né come sviare l'attenzione dalle proprie colpe se non scaricandole su altri; è così che Lily e le sue amiche, in questo folle mix tra Schegge di follia, Mean Girls e The Purge, diventano le vittime sacrificali di un'intera cittadina di persone "normali" uscite di testa. Oddio, forse sto dando troppa importanza al "messaggio" nemmeno troppo celato all'interno di Assassination Nation, il divertissement di un giovane ma capacissimo figlio d'arte che fa della vacuità, almeno all'inizio, il suo punto di forza e che poi arriva a mostrare allo spettatore il rapido disgregamento del tessuto sociale di Salem, tenuto assieme da regole (morali e non) non scritte ma diligentemente applicate, soprattutto nelle aule del liceo. Tra una scopata e un colpo di pistola, un festino a base di alcool e twerking e un tentativo di linciaggio, la razionalità di Assassination Nation, uno spunto di riflessione o un motivo di vergognarsi, se vogliamo, è affidato alle parole che di tanto in tanto vengono pronunciate da Lily, additata come "causa di ogni male" ma in realtà specchio della generazione Millenial costretta ad offrire l'illusione di perfezione in un mondo social che non perdona e dal quale se si sta fuori si è considerati sfigati, rea di aver già "rovinato il mondo" nonostante il poco tempo passato su questa Terra.


Anche Assassination Nation, come già Mom and Dad, fa parte dunque di quelle pellicole che, pur passando giustamente per supercazzole, mettono a nudo i sentimenti di odio inconfessabile provati dal 90% degli spettatori, facendo sfogare loro queste vergognose sensazioni senza mancare di criticarli e pungolarli, portandoli a vergognarsi un po'. Il tutto, tra l'altro, con uno stile impeccabile. Sam Levinson, figlio dell'eclettico Barry Levinson, gioca con le immagini come se non fosse un trentenne al suo secondo film e fa abbondante uso di colori sgargianti, primi piani di bellezze giovanissime, ralenti "di gruppo" e split screen, riuscendo a rendere questo stile "cool" funzionale a ciò che viene raccontato e non un mero esercizio di stile; il piano sequenza che vede Lily e le sue amiche inconsapevolmente asserragliate in casa è il punto più angosciante del film oltre a quello più commovente a livello "tecnico" e sfido chiunque, impermeabili rossi e citazioni da CarrieDelinquent Girl Boss: Unworthy of Penance a parte, a non sentirsi chiudere lo stomaco davanti alle urla disperate delle povere fanciulle. Fanciulle che, per inciso, sono tutte dannatamente in parte, soprattutto la protagonista Odessa Young, degna erede delle bitch tipiche di questo genere di film adolescenziale MA con un anima e un cervello da tenere ben nascosti nelle instagram stories; meritevolissimo anche il resto del cast, tra facce conosciute e gradite come Colman Domingo e Bill Skarsgard e nuove scoperte come la modella transgender Hari Nef, dotata di un fascino e di una presenza scenica tutta particolare. Sam Levinson è dunque un regista da tenere molto d'occhio, così come è da tenere d'occhio un'eventuale uscita italiana del film, al cinema o su Netflix, perché, supercazzola o no, merita davvero una visione.


Di Colman Domingo (preside Turrell), Joel McHale (Nick Mathers), Bill Skarsgård (Mark), Bella Thorne (Reagan), J. D. Evermore (Capo Patterson) e Jennifer Morrison (Margie) ho parlato ai rispettivi link.

Sam Levinson è il regista e sceneggiatore della pellicola. Americano, figlio di Barry Levinson, ha diretto anche un altro film, Another Happy Day. Anche attore e produttore, ha 34 anni.


Suki Waterhouse interpreta Sarah. Inglese, ha partecipato a film come Pusher, PPZ: Pride and Prejudice and Zombies e The Bad Batch. Anche produttrice, ha 27 anni e sei film in uscita tra i quali Pokémon Detective Pikachu.


Maude Apatow, che interpreta Grace, è la figlia di Judd Apatow e Leslie Mann  mentre Joe Chrest, che interpreta il papà di Lily, lo avrete notato sicuramente in Stranger Things come taciturno padre di Mike. Se Assassination Nation vi fosse piaciuto recuperate la saga di The Purge, Carrie - Lo sguardo di Satana, Giovani streghe, Schegge di follia, persino Amiche cattive, Mean Girls e All Cheerleaders Die. ENJOY!


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