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mercoledì 24 settembre 2025

The Life of Chuck (2024)

Aspettavo da due anni e finalmente, lunedì, sono riuscita a vedere The Life of Chuck, diretto e co-sceneggiato nel 2024 dal regista Mike Flanagan, partendo dal racconto Vita di Chuck, contenuto nella raccolta Se scorre il sangue.


Trama: la vita del contabile Chuck Krantz viene raccontata, a ritroso, dalla sua fine all'infanzia...


Amo Stephen King dall'età di 13 anni e adoro Mike Flanagan fin dal suo primo film, quindi forse sarò un po' (tanto) di parte parlando di Life of Chuck. King è Maestro d'orrore, ma quelle rare opere in cui il sovrannaturale sfiora appena i personaggi, e dove il Tessitore di Storie si concentra maggiormente a raccontare della vita, della morte, e di tutto ciò che sta nel mezzo, forse sono quelle che gli riescono meglio. E anche quando l'Orrore è preponderante, King, se è al massimo della propria forma, restituisce a tutto tondo sensazioni e verità universali, una quotidianità che non è mai straordinaria, bensì prosaica, spesso brutale ed ingiusta. In questo, Mike Flanagan è molto simile, e al centro delle sue opere, sia cinematografiche che televisive, mette sempre le persone, e il concetto di come il tempo che hanno da passare su questa terra sia più o meno limitato. Da quest'unione non poteva che uscire fuori un'opera leggera come un passo di danza e profonda come l'immensità dell'universo. The Life of Chuck racconta tre tappe dell'esistenza di Charles "Chuck" Krantz, un ordinario contabile che, a 39 anni, sta morendo per un tumore incurabile. Le tre tappe non vanno in ordine cronologico, ma partono dalla fine, dalla tremenda apocalisse personale che coincide con la morte di ognuno di noi. Nell'ormai stra-abusato "Io contengo moltitudini" si consuma la fine di un micro-universo che contiene il nostro bagaglio culturale, la nostra essenza più profonda, ricordi importanti e presenze durate un battito di ciglia; ogni morte è la fine di un mondo, ed ogni mondo è fondamentale per chi lo ha vissuto, a prescindere dalle carte che ci ha servito la vita, dalla spietata legge delle probabilità che ci hanno voluto banali contabili invece che famosissimi ballerini o cantanti. Che la morte sia ineluttabile e spesso ingiusta è un concetto che accomuna i due autori, la differenza è che King spesso lascia degli spiragli, la speranza che ci sia una luminosa mano esterna a guidarci e, forse, ad accoglierci alla fine; Flanagan è tranchant, e per nulla interessato a raccontarci ciò che verrà dopo, perché probabilmente il "dopo" è solo una nera dissolvenza, un buco nero che ci inghiotte. 


Però, c'è la vita. "The rest is confetti" va di pari passo con "I am wonderful. And I have a right to be wonderful". Siamo dei miracoli e, per quanto la vita faccia spesso schifo, c'è sempre qualcosa che, a un certo punto, ci ha resi meravigliosi, anche solo ai nostri occhi (e magari nemmeno ce ne siamo accorti). Può essere una passione che si riaccende all'improvviso, un ultimo guizzo di eccentricità all'interno di un'esistenza che credevamo ormai regolata da una piacevole, rassegnata routine, un ricordo che ci fa sorridere, una parola fondamentale, un atto di coraggio, quello che volete. E' un concetto semplice, che Flanagan e King rendono lapalissiano senza ricorrere ad enfasi strappalacrime, visto che The Life of Chuck riesce a strappare il cuore pur rimanendo trattenuto dall'inizio alla fine. Se la cosa peggiore è l'attesa (della morte, ma non solo), l'unica fortuna che abbiamo è di scegliere cosa fare di quest'attesa. Aspettare passivamente, schiacciati dal peso di un'idea orribile, oppure aggrapparci all'idea che sì, "l'universo è grande, e contiene moltitudini ma, vaffanculo, contiene anche me" e quindi tanto vale goderci il tempo che ci è stato concesso senza rovinarcelo da soli (ci pensa già il mondo. Il primo capitolo del film è angosciante e sembra uno scorcio di imminente futuro. Ho debellato, a fatica, il principio del primo attacco di panico mai avuto al cinema, a dieci minuti dall'inizio di The Life of Chuck, e non penso fosse dovuto solo alla stanchezza). E, ribadisco, The Life of Chuck non parla di un uomo con chissà quali qualità. Chuck è un uomo comune, un contabile che ha abbandonato i sogni di gloria della giovinezza, e noi non abbiamo idea di cosa sia successo, effettivamente, nei suoi 39 anni di vita, perché non è quella la cosa importante. Ciò che conta, ai fini di un discorso più grande, sono la sua morte, il desiderio di toccare nuovamente con mano la meraviglia, il potenziale inizio dell'attesa e il suo deciso rifiuto.


Siccome sto piangendo mentre scrivo (Romina, se mai leggerai queste righe sì, sono una sega. Beata te che hai il pelo sullo stomaco) è meglio che mi rifugi in un discorso più cinematografico. Flanagan omaggia l'origine letteraria del film ricorrendo a un narratore esterno onnisciente, che a mio avviso non stona all'interno di una struttura che conserva la divisione in tre capitoli del racconto originale. Anzi, contribuisce a tenere "distanti" gli spettatori (quelli normali, non certo quelli emotivi come me) da ciò che viene mostrato sullo schermo, fungendo da filtro talvolta ironico. Quanto ai tre capitoli, la prima parte è quella più horror, perché evoca un'atmosfera apocalittica da manuale e veicola un'angoscia tangibile, di cui sono la prova vivente. La seconda è quella più difficile da incasellare e a molti potrebbe sembrare completamente inutile. In realtà, oltre a contenere (come anche la terza parte) molti degli elementi presenti nel primo capitolo, come attori, melodie, dialoghi e luoghi, rappresenta l'ultimo, rabbioso guizzo di eccentricità di cui ho parlato sopra. Non c'è gioia, non c'è catarsi nel ballo a cui si abbandonano Chuck e Janice, non c'è il glamour di un musical, nonostante l'intera sequenza contenga tutti i cliché del genere. Non si tratta, insomma, dell'inizio di un cambiamento epocale, ma "solo" una parentesi sottolineata dal ritmo di una batteria. E' un momento piacevole condiviso con altre persone, una magia che dura il tempo di un numero musicale, che lascia l'amaro in bocca per tutte le possibilità passate e future sfumate ma che, comunque, non influisce in alcun modo sulla vita di Chuck, trasformandosi in un ricordo prezioso e nulla più, come spesso succede. L'ultima parte ha il sapore e il ritmo di una ghost story malinconica, e la bellezza di uno di quei coming of age di cui King è maestro (a tal proposito, in Se scorre il sangue c'è anche Il telefono del signor Harrigan, racconto molto bello che è stato adattato in maniera orribile per Netflix), oltre a contenere la chiave di volta del film e tante bellissime facce amate. Flanagan, con la sua solita, elegante maestria, è riuscito ad adattare alla perfezione il racconto del Re, smussando le differenze di stile tra i tre capitoli del film pur lasciando ad ognuno una personalità ben riconoscibile, e per quanto mi riguarda ha confezionato l'ennesima opera in grado di toccare in profondità le corde del mio animo e straziarlo, anche se forse non era questa la sua intenzione. Lo amo per questo, ma un po' anche lo odio, e mi farò presto di nuovo del male riguardando The Life of Chuck in lingua originale, ché di piantini non ce n'è mai abbastanza. 


Del regista e co-sceneggiatore Mike Flanagan, che compare nelle scene al cimitero, ho già parlato QUI. Tom Hiddleston (Charles 'Chuck' Krantz), Jacob Tremblay (Charles 'Chuck' Krantz), Chiwetel Ejiofor (Marty Anderson), Karen Gillan (Felicia Gordon), Carl Lumbly (Sam Yarborough), Mark Hamill (Albie Krantz), David Dastmalchian (Josh), Matthew Lillard (Gus), Violet McGraw (Iris), Annalise Basso (Janice Halliday), Kate Siegel (Miss Richards), Heather Langenkamp (Vera Stanley), Carla Gugino (voce del notiziario e delle pubblicità), Axelle Carolyn (voce della reporter francese) e Lauren LaVera (voce della reporter italiana) li trovate invece ai rispettivi link.

Nick Offerman è la voce narrante. Sposato con la mitica Megan Mullally, ha partecipato a film come City of Angels - La città degli angeli, Cursed - Il maleficio, Sin City, L'uomo che fissa le capre, Love & Secrets, 7 sconosciuti a El Royale, Civil War e serie quali E.R. Medici in prima linea, 24, Detective Monk, Una mamma per amica, CSI: NY, Parks & Recreation, Fargo, Will & Grace e Pam & Tommy; come doppiatore, ha lavorato in The Cleveland Show, I Simpson, The Lego MovieL'era glaciale 5 - In rotta di collisione, Sing e Sing 2 - Sempre più forte. Anche produttore, sceneggiatore e regista, ha 55 anni e due film in uscita.


Mia Sara
, che interpreta Sarah Krantz, ha avuto un breve ma intenso momento di fama nei primi anni '80, come protagonista dei film Legend e Una pazza giornata di vacanza. Nel film, a colloquio con Anderson, compare Harvey Guillén, visto nella serie What We Do in the Shadows e Companion, mentre i tra i collaboratori fissi o quasi di Flanagan segnalo Michael Trucco (il padre di Dylan), Rahul Kohli (Bri), Samantha Sloyan (Miss Rohrbacher), Molly C. Quinn (La madre di Chuck), Sauriyan Sapkota (Ram), Matt Biedel (Dottor Winston) e Hamish Linklater (voce del reporter americano), senza dimenticare Cody Flanagan, figlio di Mike e Kate Siegel, che interpreta Chuck da piccolino. ENJOY!

martedì 1 luglio 2025

M3GAN 2.0 (2025)

Per vari motivi, sono riuscita ad andare già venerdì a vedere M3GAN 2.0, diretto e co-sceneggiato dal regista Gerard Johnstone.


Trama: Gemma e Cady vivono una vita abbastanza serena, e cercano di limitare i danni causati dall'AI qualche anno prima. L'arrivo di un nuovo robot omicida le costringe però a ricorrere all'aiuto di M3gan...


Tre anni fa, M3GAN era stato una hit inaspettata, un divertente mix tra horror e fantascienza avente per protagonista un robot dalla personalità fortissima, capace di accattivarsi le simpatie del pubblico. Subito dopo l'uscita era già stato confermato un seguito e, finalmente, M3GAN 2.0 è arrivato. Il sequel si spoglia subito di ogni elemento horror, per diventare un thriller-action altamente tecnologico fin dalle prime scene. Se, infatti, nel primo film si parlava di fabbriche di giocattoli pronte a fare il passo più lungo della gamba nel tentativo di avere successo commerciale, anche a costo di monetizzare sulle tragedie dei piccoli acquirenti, qui i protagonisti sono entità governative, segreti militari, minacce alla sicurezza nazionale mondiale, e il nume tutelare dell'operazione è nientemeno che Steven Seagal. Nel corso del film ci sono due punti di riflessione fondamentali. Il primo è, ovviamente, un discorso sull'Intelligenza Artificiale e sui pericoli che essa comporta; Gemma, scottata dall'esperienza con M3gan, è impegnata anche socialmente per evitare che l'IA venga sviluppata e utilizzata ulteriormente ma, pur predicando bene, razzola molto male, affidando all'IA segreti e speranze di ricchezza. Il film presenta, assai realisticamente (salvo, ovviamente, quando si parla di impianti neurali e robot, per carità), un mondo completamente governato dalla tecnologia, dove basterebbe uno schiocco di dita per renderci impotenti e rimandarci all'età della pietra. M3GAN 2.0, però, non demonizza le nuove tecnologie; piuttosto, sottolinea l'importanza di un elemento umano consapevole e razionale pronto a gestirle per il bene comune (un'idea anche troppo ingenua ma, come direbbe mio padre, "sun propriu cini"). Da qui, parallelamente, si sviluppa il secondo punto di riflessione, che si traduce nell'ironico coming of age di una creatura che deve imparare a controllare le proprie emozioni e realizzare gli obiettivi imposti dalla sua programmazione nel modo più umano possibile. Un percorso di crescita che, anche questa volta, toccherà Gemma in primis, che da zia "svogliata" si è trasformata in mamma apprensiva, abbracciando l'estremo opposto senza smettere di fare danni, e la povera Cady, traumatizzata non tanto dal tentato omicidio da parte di M3gan, quanto piuttosto dal tradimento ai danni di un'"amica" considerata meno che umana. Insomma, c'è tanta carne al fuoco, e la sceneggiatura scritta a quattro mani da Gerard Johnstone e Akela Cooper non sempre riesce a tenere il filo del discorso, perdendosi in tanti piccoli dettagli apparentemente importanti che vengono lasciati cadere nel corso del film, col risultato di due ore non proprio scorrevolissime, anche per colpa di personaggi logorroici. 


Se si prende però M3GAN 2.0 come un film d'azione zeppo di omaggi alle storiche pellicole anni '80-'90, personaggi tagliati con l'accetta compresi (il robot Amelia è la tipica, fredda bellezza "sovietica" tutta sesso e omicidi, ottimo contraltare all'emancipata, "femminista" M3gan), allora c'è la seria possibilità di divertirsi. Tra surreali montaggi di geni all'opera, scantinati pieni di gadget tecnologici, corpo a corpo PG-13 ma in qualche modo ben fatti, balletti al neon e quelle canzoni cringe che già accompagnavano il primo capitolo, M3GAN 2.0 non si prende mai eccessivamente sul serio e punta più sull'ironia rispetto al suo predecessore, una scelta stilistica che tocca in primis la stessa M3gan. Come dichiarato durante uno dei dialoghi, la sua versione precedente era una bambina senza grande controllo delle proprie emozioni, un robottino pedante ed inquietante che diventava più caustico solo sul finale; la versione 2.0 punta invece molto su un'attitudine sassy, su confronti adulti ed infuocati con Gemma e sulla natura di "bitch" già palesata durante i trailer. Non ci mette molto la combo Amie Donald e Jenna Davis (la prima presta il corpo a M3gan, la seconda la voce) ad eclissare il resto del cast femminile e buona parte di quello maschile, anche se si vede che gli attori si sono divertiti a tornare nei ruoli che hanno donato loro buona parte della fama attuale. Gli unici che spiccano nel mucchio, oltre alla già citata Ivanna Sakhno nei panni di Amelia, soprattutto in virtù della sua particolare bellezza, sono Brian Jordan Alvarez, il cui ruolo di nerd goffo e un po' profittatore è stato molto gonfiato rispetto al primo capitolo, e un Jemaine Clement al quale bastano 10 minuti di screentime per bucare lo schermo con un disgustoso mix di Elon Musk, Jeff Bezos e Quagmire (ma, d'altronde, Clement ha una tale presenza scenica che potrebbe anche stare lì zitto. Sarebbe fantastico ugualmente). L'unico problema di M3GAN 2.0 è la sua natura ibrida. Come Balto, "non è horror, non è action, non è sci-fi, sa soltanto quello che non è", ma in tempi bui di spettatori che vogliono essere rassicurati e vedere sempre la stessa minestra riscaldata, non c'è spazio per le incertezze di film che nascono come matte supercazzole. Io mi sono divertita parecchio, ed è quanto mi basta per essere contenta di averlo guardato, ma se già non vi aveva convinto l'horror blando di M3GAN, consiglio di aspettare un'uscita in streaming, o rischiate di uscire dalla sala inviperiti. 


Del regista e co-sceneggiatore Gerard Johnstone ho già parlato QUI. Allison Williams (Gemma), Jemaine Clement (Alton Appleton) e Violet McGraw (Cady) li trovate invece ai rispettivi link.


Se M3GAN 2.0 vi fosse piaciuto, consiglio il recupero di M3GAN, che vi converrebbe guardare prima, o rischiate di non capire nulla del sequel. ENJOY!

venerdì 9 maggio 2025

Thunderbolts* (2025)

Era qualche tempo che evitavo i film Marvel al cinema, ma per amore di Florence Pugh domenica sono andata a vedere Tunderbolts*, diretto dal regista Jake Schreier.


Trama: durante una missione per conto di Valentina, Yelena si ritrova costretta a fare fronte comune con altri agenti dalla dubbia moralità, per affrontare una potentissima minaccia...


Come ho scritto sopra, era un po' che non andavo al cinema per vedere un film del MCU. L'ultimo dev'essere stato Thor: Love and Thunder, dopodiché ho deciso di smettere di buttar via soldi, e di sfruttare l'abbonamento condiviso a Disney + per guardare in streaming le ultime oscenità (mi manca solo Captain America: Brave New World ma dicono non mi sia persa nulla) della "casa delle idee". A Thunderbolts* ho dato fiducia principalmente per gli attori. Adoro Florence Pugh e la sua rozza, scoglionata Yelena, in più ci sono David Harbour e Sebastian Stan che sono due gran figonzi, e a una "ragazza" quello basta per essere felice. Nonostante ciò, le mie aspettative erano bassissime, forse per questo Thunderbolts* mi è piaciuto più degli altri film Marvel recenti. Intendiamoci, Thunderbolts* non è il capolavoro che vogliono farvi credere le recensioni entusiaste; è un cinecomic Marvel e, come tale, per un'idea azzeccata dovete sopportare umorismo messo a sproposito, personaggi inconsistenti, CGI non troppo entusiasmante e scene action che potevano essere realizzate meglio, ma se non altro questo film in particolare un po' di cuore ce l'ha. Forse perché parte da antieroi davvero disastrati e, da qui, riesce ad intavolare un discorso non banale sulla depressione, sul vuoto che tanti di noi si portano dentro, sul senso di inutilità che spesso ci accompagna. Tutti i personaggi di Thunderbolts* indossano una corazza di incrollabile "coolness" e pretendono che tutto vada per il meglio, alcuni mentendo agli altri, molti persino a loro stessi; lupi solitari per natura, rifiutano l'aiuto altrui e vanno avanti per la loro strada, cercando di ignorare il vuoto e l'oscurità, aumentandoli così sempre di più. Accettare il passato, per quanto oscuro, non basta più. Serve qualcuno che aiuti a portare il peso, uno scopo che non sia necessariamente "alto", larger than life, ma anche solo la piccola consapevolezza di servire a qualcuno offrendogli magari una spalla su cui piangere e un minimo di empatia che spezzi il circolo vizioso di autodistruzione. Inserire un discorso così "universale" all'interno di un film in cui le persone volano, attraversano muri, fanno esplodere cose, non è banale, considerato anche che Thunderbolts* ha l'ingrato compito di aprire la cosiddetta sesta fase del MCU, con tutte le marchette che conseguono; Gunn lo aveva fatto con molta più eleganza, ma visti i tempi che corrono ci si può accontentare. 


L'operazione funziona, innanzitutto, perché il personaggio principale, Yelena Belova, è affidato a un'attrice come Florence Pugh. La biondissima Florence ci crede, picchia durissimo nelle scene d'azione, si dà agli stunt più spericolati, ma riesce anche a far uscire il lato infantile di Yelena, quello che è morto decenni prima nella "fabbrica" di vedove nere, nonché il mostro terrificante della depressione, che la divora da dentro spegnendo la "luce" che l'ha sempre caratterizzata. Non mi vergogno a dire di aver versato qualche lacrima nel confronto tra Yelena e Alexey; quest'ultimo, interpretato da un David Harbour ingiustamente sfruttato quasi solo come comic relief, riesce a ritagliarsi un paio di sequenze che nobilitano il personaggio, e aiutano quello di Yelena a crescere. Il resto del cast, purtroppo, si barcamena tra alti e bassi. Sebastian Stan e Julia Louis-Dreyfus brillano, soprattutto la seconda, adorabilmente perfida, purtroppo però ci pensano i nepo babies a fare la figura delle oloturie. Wyatt Russell ci prova a dare al suo John Walker un briciolino di oscura follia, ma dovrebbe guardarsi una puntata di Daredevil per capire che ha ancora tanto pane da mangiare prima di riuscirci, mentre Lewis Pullman è sicuramente favorito dall'attenzione messa dagli sceneggiatori nel tratteggiare il suo personaggio, ma funziona solo come Bob, senza avere il carisma necessario per sostenere l'altra faccia di Sentry. Per quanto riguarda la realizzazione, Thunderbolts* ha un paio di idee visive interessanti (peraltro già sfruttate in Moonknight, se non erro) quando la realtà si trasforma in una dimensione da incubo e, anche se le scene d'azione non sono granché esaltanti o memorabili, affossate peraltro dalla solita fotografia bigia per nascondere, probabilmente, le scollature più evidenti di una CGI farlocca, se non altro hanno buon ritmo e lo stesso vale per tutto il film, durante il quale è davvero difficile annoiarsi. O forse no, perché il Bolluomo nella prima parte si è fatto due palle tante, soprattutto per lo sforzo di ricordare chi fosse chi e dove l'avesse già visto. Scherzi a parte, Thunderbolts* è un film per cui potreste anche andare al cinema, senza fare i pigri con lo streaming; in caso, ricordatevi di NON alzarvi fino alla fine dei titoli di coda, perché la seconda scena post credit è molto più importante della prima. 


Di Florence Pugh (Yelena Belova), Sebastian Stan (Bucky Barnes), Julia Louis-Dreyfus (Valentina Allegra de Fontaine), Lewis Pullman (Robert Reynolds), David Harbour (Alexei Shostakov), Wyatt Russell (John Walker), Hannah John-Kamen (Ava Starr), Olga Kurylenko (Antonia Dreykov), Wendell Pierce (deputato Gary) e Violet McGraw (Yelena bambina) ho già parlato ai rispettivi link.

Jake Schreier è il regista della pellicola. Americano, ha diretto episodi di serie come Al nuovo gusto ciliegia e Lo scontro. Anche produttore e attore, ha 43 anni. 


Steven Yeun
era stato scelto per il ruolo di Robert Reynolds/Sentry, ma ha dovuto rinunciare, per impegni pregressi, quando il film è stato posticipato a causa degli scioperi del SAG-AFTRA; per lo stesso motivo, Ayo Edebiri ha rinunciato al ruolo di Mel. Quanto al regista, James Gunn si era detto interessato a dirigere un film sui Thunderbolts dopo aver realizzato Guardiani della Galassia, ma, visto il successo del film, la Marvel ha posticipato il progetto per realizzare i sequel dei guardiani. Quando è arrivato il momento dei Thunderbolts, Gunn aveva già deciso di migrare altrove. Ciò detto, non vi starò a fare il solito listone di film del MCU, solo una lista degli "indispensabili" da vedere per fruire al meglio di Thunderbolts*; innanzitutto, Black Widow, senza il quale non capireste assolutamente nulla dei personaggi principali, poi aggiungerei Captain America – Il primo vendicatoreCaptain America: The Winter Soldier, Ant-Man and the Wasp (prima inserite Ant-Man, così da non arrivare a metà storia) e aggiungete le due serie Falcon and the Winter Soldier e Hawkeye (siete fortunati, sono due tra le più carine). ENJOY!


martedì 17 gennaio 2023

M3gan (2022)

Nonostante il boicottaggio del Multisala di Savona (questo parrebbe l'anno degli horror e loro ovviamente hanno deciso di non programmarne nemmeno uno) e l'allucinante situazione delle autostrade liguri, mercoledì sono riuscita ad andare a Genova a vedere M3gan, diretto nel 2022 dal regista Gerard Johnstone.


Trama: dopo la morte dei genitori, la piccola Cady viene affidata alla zia, una geniale programmatrice impiegata in una multinazionale che produce giocattoli d'avanguardia. Per aiutare sia la sua carriera traballante che la nipote, la donna progetta e costruisce M3gan, la perfetta compagna di giochi, che col tempo diventa anche troppo indipendente...


Dopo Violent Night (per la cronaca, visto anche questo a Genova, se qualcuno vicino al Multisala di Savona passasse di qui, ecco, riflettete un po' su quanti spettatori perdete. La sala, per entrambi gli spettacoli, era zeppa. E non ditemi che due settimane di film su Whitney Houston, con tutto il rispetto, vi hanno fruttato più incasso perché non ci crederò mai) ecco un altro thriller/horror divertentissimo visto al cinema, una di quelle opere senza troppe pretese che, affrontate con lo spirito adatto, ti riconciliano col mondo. Siccome in questo periodo ho molto bisogno di leggerezza, M3gan è stato il film giusto al momento giusto: trama semplice e senza troppi fronzoli, qualche momento WTF che non sta mai male (se dosato con parsimonia, come in questo caso), un personaggio malvagio ma divertente dalla fortissima presenza scenica, omaggi come se piovessero a tantissimi film di genere. Sbirciando qualche recensione qui e là c'è chi ha giustamente nominato Robocop, Terminator e La bambola assassina come principali fonti non solo d'ispirazione, ma anche di dichiarati omaggi per quanto riguarda intere sequenze, io ci ho visto anche molto Orphan (per l'eleganza che caratterizza Megan e il legame pericoloso che si viene a creare con Cady. E, a proposito, non mi sono dimenticata di Orphan: First Kill. Arriva, arriva) e anche parecchio Dovevi essere morta, col robot B.B. che a un certo punto smatta e diventa anche troppo protettivo nei confronti del suo padrone, per non parlare di quelle manine strangolanti sul finale. Ma, a parte questo elenco di omaggi che rischia di diventare infinito, ho apprezzato M3gan innanzitutto per il suo essere lineare dall'inizio alla fine. Nessun delirio cervellotico, solo un piccolo, improbabile nucleo familiare messo in pericolo da una minaccia chiara e palese e, al limite, qualche piccolo spunto di riflessione accompagnato da un'esilarante critica al consumismo sfrenato e al marketing che non guarda in faccia a nessuno (il picco di genialità del film è il cattivissimo finto spot in cui muore il cane a una bambina e, per consolarla, le viene regalata la versione orribile di un Furby, che "non la abbandonerà mai né le spezzerà il cuore" o qualcosa di simile. Orrore, altro che M3gan!), oltre a sottolineare il pericolo di vedere figli e nipoti sempre più alienati e distaccati dalla realtà, cresciuti da una tecnologia utile solo se la si utilizza con senno e umanità, senza che i pargoli vengano lasciati incustoditi per ore.


E questa Megan, direte voi? Beh, Megan è una villain capace di ritagliarsi un posticino nel cuore degli spettatori e non potete immaginare quanto, quanto mi piacerebbe vederla duettare con Chucky. Non so se è merito del doppiaggio italiano, ma la voce di Megan è quella tipica di una mocciosa peppia, di quelle che hanno sempre la risposta a tutto e ti guardano tenendoti "in gran dispitto", quindi gli sguardi di puro odio che le rifila zia Gemma a un certo punto sono davvero da primato e assai comprensibili. A parte questo dettaglio che probabilmente ha colpito solo me, è proprio il design di Megan ad essere azzeccato, un giusto mix di adorabile frivolezza modaiola e di orripilante freddezza che solo un robot potrebbe avere... per non parlare poi di quelle SIMPATICISSIME mossette a scatti che riescono a farmi tremare le gambe anche davanti a un film dichiaratamente PG-13 come questo, ché sempre di bambole assassine stiamo parlando, quindi anche un po' smettetela di farmi paura, checcaz. A proposito di assassinii, per quanto mi riguarda l'unico, vero (e anche un po' imperdonabile, diciamolo) difetto di M3gan è che non mostra una cippa a livello di omicidi e sangue, con buona parte delle efferatezze suggerite invece che mostrate, cosa che concorre a rendere il tutto molto meno inquietante ed efficace. Gusti personali, ovvio, ma mentirei se dicessi che non mi sfrigolano già un po' le manine all'idea di poterle mettere, un giorno, su un unrated cut di cui lo sceneggiatore (probabilmente per pompare ancora di più il film) sta già parlando in varie interviste. Sicuramente mi interesserebbe più quella che un sequel, ma intanto mi accontento dell'ennesimo parto dell'instancabile mente di James Wan, che vi consiglio per una divertente serata senza troppe pretese. 
 

Del regista Gerard Johnstone ho già parlato QUI mentre Allison Williams, che interpreta Gemma, la trovate QUA

Violet McGraw interpreta Cady. Americana, ha partecipato a film come Ready Player One, Doctor Sleep, Black Widow e a serie quali Hill House. Ha 12 anni. 


Se M3gan vi fosse piaciuto recuperate La bambola assassina (originale e remake), Orphan, Orphan: First Kill, Dovevi essere morta e Dead Silence. ENJOY!


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