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venerdì 30 agosto 2024

Blink Twice (2024)

Per una serie di circostanze fortuite sono riuscita ad andare a vedere anche Blink Twice, diretto e co-sceneggiato dalla regista  Zoë Kravitz. Dovrò necessariamente fare qualche spoilerino, ahimé.


Trama: Frida fa la cameriera ma sogna una vita migliore. L'occasione si presenta quando il magnate Slater King, durante una festa, invita lei e la sua amica Jess a passare alcuni giorni nella sua isola privata, ma non è tutto oro quello che luccica...


Blink Twice
mi aveva attirata fin dal trailer, ma siccome le uscite interessanti del periodo erano tante non avevo granché intenzione di impegnarmi per recuperarlo in sala. Per fortuna, una serie di circostanze mi hanno consentito di andarlo a vedere proprio martedì, altrimenti mi sarei persa un'opera d'esordio assai promettente. Blink Twice è il più classico dei cautionary tales, dove si invitano le persone a stare attente a ciò che desiderano, e trova le sue radici all'interno della vana società odierna, fatta di like ed effimera fama sui social. Attenzione, però, l'argomento del film non è la ricerca del successo a tutti i costi, quanto piuttosto il desiderio di lasciarsi ingannare dalle apparenze, di spegnere il cervello e non pensare, di trovare qualcuno che possa concederci di vivere piacevolmente e senza impegni, chiudendo gli occhi davanti alle cose sgradevoli. E' un sentire comune, un sostrato che alimenta l'esercizio del potere e che crea confusione nel momento in cui le persone non sanno più scindere la realtà dalla pia illusione. Come dirà il magnate Slater King verso la fine del film, "Il perdono non esiste, esiste solo l'oblio", il che significa che in un mondo di riccastri proni a danneggiare il prossimo e soddisfare solo i loro desideri, il perdono non serve, tanto c'è l'oblio di una nebbia lussuosa e profumata che ci fa dimenticare le colpe passate di questi personaggi, nonostante continuino a compiere azioni orribili o discutibili (se ci pensate, succede così anche con i politici italiani, vogliamo parlare dell'aeroporto intitolato a Berlusconi?). Nello stesso tempo, Blink Twice mette in scena anche il terribile destino delle donne che subiscono violenza e non possono chiedere aiuto per paura, oppure non si rendono neppure conto di averne bisogno, vittime delle subdole manipolazioni mentali dei loro carnefici al punto da accettare anche cose impensabili. Se il titolo originale, Pussy Island, è stato drasticamente cambiato per le proteste dei produttori, il contenuto del film è comunque chiarissimo e rispecchia la condizione svilente delle ospiti di Slater King senza risparmiare colpi bassi, né allo spettatore né ai personaggi, con gli ultimi 20 minuti che alternano una serie di abusi da far accapponare la pelle a scoppi di violenza liberatoria, per concludere con un finale splendido, dove tutto ciò che sembrava bianco e nero, diventa verosimilmente grigio. 


Al suo film di esordio, Zoë Kravitz ha le idee ben chiare in testa. Personalmente, avrei sfrangiato la prima parte del film, perché alla fine del primo tempo l'autrice non aveva ancora posto tutte le basi per il plot twist e ho visto gente lasciare la sala spazientita (sono bonobi, lo so, ma temo non saranno stati gli unici nel mondo), ma Blink Twice è uno di quei film da guardare col senno di poi, zeppo di tanti minuscoli e macroscopici dettagli che possono passare per esercizi di stile, invece sono fondamentali. Sono importanti la simbologia e il graduale cambiamento dei punti di vista, con citazioni insistenti del mito dei Lotofagi (e grazie ad Antonio per avermelo fatto notare!) e un montaggio frenetico che stordisce lo spettatore indugiando sui tanti, lussuosi dettagli dell'isola, tra small talk, trasgressioni, arredamenti, alta cucina e begli abiti. C'è sempre qualcosa che stona, ovvio, perché noi sappiamo fin da subito che l'isola di King è troppo bella per essere vera, ma i molteplici elementi sbagliati e perturbanti non danno affatto l'idea di quanto marcio si nasconda dietro quella realtà instagrammabile, e il graduale cambio di registro prima e durante le sequenze rivelatorie, degno di un horror (genere a cui, peraltro, Blink Twice deve tantissimo, soprattutto ai revenge movie), arriva ancora più inaspettato. Il film vanta anche un cast di tutto rispetto. Naomi Ackie e Channing Tatum hanno una bellissima alchimia, lei è molto espressiva e lui, che pur non mi è mai piaciuto come attore, mi ha messo più di un brivido nel ruolo di Slater King. La vera sorpresa è però Adria Arjona, che sta palesemente vivendo un periodo d'oro; buona parte di Blink Twice ha i toni vivaci della commedia, anche demenziale (d'altronde, la pochezza dei personaggi è quella, e le caratteristiche di sciocca vanità vengono enfatizzate quando alcuni veli cominciano a cadere, trasformando dei simpatici buffoni in fastidiosi rompicoglioni perennemente in botta, o peggio), ci sono alcune sequenze in particolare dove il sorriso si trasforma in un'isterica risata di orrore, e la Arjona ha dei tempi comici perfetti, che non la fanno mai risultare ridicola, anzi, enfatizzano la tragica presa di coscienza del personaggio. Non guasta, infine, vedere facce amate come quelle di Christian Slater, Haley Joel Osment, Geena Davis e Kyle MacLachlan, che brillano di luce propria impreziosendo ancor più un film bello e coraggioso, che vi consiglio di correre a vedere prima che venga tolto dalle sale!


Della regista e co-sceneggiatrice Zoë Kravitz ho già parlato QUI. Channing Tatum (Slater), Alia Shawkat (Jess), Christian Slater (Vic), Simon Rex (Cody), Haley Joel Osment (Tom), Geena Davis (Stacy) e Kyle MacLachlan (Rich) li trovate invece ai rispettivi link.

Naomi Ackie interpreta Frida. Inglese, ha partecipato a film come Lady MacbethStar Wars - L'ascesa di Skywalker, Whitney - Una voce diventata leggenda e a serie quali Doctor Who e The End of the F***ing World. Anche produttrice e cantante, ha 33 anni e un film in uscita, Mickey 17 di Bong Joon Ho. 


Adria Arjona
interpreta Sara. Portoricana, ha partecipato a film come The Belko Experiment, Hit Man - Killer per caso e a serie quali True Detective. Anche produttrice, ha 32 anni. 


Levon Hawke
, che interpreta Lucas, è figlio di Ethan Hawke e Uma Thurman. Se Blink Twice vi fosse piaciuto recuperate Don't Worry Darling. ENJOY!



domenica 22 settembre 2019

I delitti del gatto nero (1990)

Nel catalogo Amazon Prime, purtroppo solo in lingua italiana, è spuntato un film che volevo rivedere da qualche anno, I delitti del gatto nero (Tales From the Darkside: The Movie), diretto nel 1990 dal regista John Harrison.


Trama: per salvarsi da una donna che vorebbe farlo al forno, il piccolo Timmy le racconta tre storie tratte dal libro Tales from the Darkside.


Introdotta da una cornice divertente, all'interno della quale "Blondie" decide di servire ai suoi commensali un bambino arrosto (dopo aver promesso al parroco di recarsi, domenica, al coro della chiesa), la prima storia delle tre che compongono il film è tratta dal racconto La mummia di Arthur Conan Doyle, reso ovviamente in maniera molto più splatter e ironica, con tanto di twist finale. Protagonista, uno sfigatissimo studente universitario (Steve Buscemi, come al solito perfetto) con la passione per i reperti antichi e un sacco di odio da sfogare verso gli altri, nella fattispecie due ricchi compagni di università, di cui uno particolarmente paraculo e odioso, ma mai quanto la fidanzata (Julianne Moore, al suo primo ruolo in un film distribuito al cinema). Lo sfigatello si farà giustizia da sé con l'ausilio di una mummia particolarmente efferata e vendicativa, memore dei metodi di imbalsamazione ai quali è stata sottoposta, e tanto è splatter la giustizia che farà calare sui predestinati tanto sono ironici il prefinale e il finale del segmento. Che, nonostante la "banalità" della trama e l'ausilio di terrificanti dissolvenze che nemmeno il filmino del matrimonio di mio cuGGino, è forse il più godibile e movimentato dei tre.


D'altra parte, Il gatto nero vince per l'efferatezza della scena finale, che dopo quasi 30 anni risente un po' degli effetti speciali datati ma continua comunque a fare schifo. Non a caso, il gatto nero creato da Stephen King (dal racconto Il gatto del diavolo, pubblicato nella raccolta Al crepuscolo) e Romero è rimasto anche nel titolo italiano, dopo essere stato "scartato" da Creepshow 2 per motivi di budget, e l'episodio è comunque molto divertente, non fosse altro che per i vecchi odiosi che lo infestano. Probabilmente l'espressione "gatto nero appeso ai marroni" è stata coniata da chi ha visto l'episodio, ma non ci metto la mano sul fuoco. Vedere per credere, ma non lamentatevi poi se avrete paura a rimanere soli in casa col vostro adorato micio.


La promessa degli amanti conclude il film, più o meno, perché subito dopo c'è anche la risoluzione della cornice a tema Hansel e Gretel. Debitore delle atmosfere delle leggende giapponesi della Yuki-Onna, l'episodio è una storia d'amore frettolosissima e obiettivamente priva del ritmo che caratterizza le due precedenti ma ha dalla sua un inizio strepitoso e sanguinosissimo e il suo pregio più grande è il favoloso make up del gargoyle che attacca il protagonista (gli effetti speciali sono gentilmente offerti da Nicotero & Berger), a dir poco terrificante ancora oggi, forse anche grazie all'effetto sorpresa sfruttato in ben due occasioni.


I delitti del gatto nero è divertente come lo ricordavo anche se a tratti soffre il peso dei trent'anni che si porta sulla schiena e ormai non fa per nulla paura (anzi, forse non l'ha mai fatta ma chi può dirlo?). Chi ama il cinema si ritroverà a gioire trovando qui e là guest star inaspettate, soprattutto nel primo episodio, chi ama l'horror potrebbe venire spinto a recuperare i racconti da cui sono stati tratti i primi due episodi, chi ama la musica rimarrà malissimo davanti alla vista di una "Blondie" casalinga e strega ma sempre molto affascinante. Non avendo mai visto un solo episodio di Un salto nel buio (serie alla quale Christian Slater, Debbie Harry e William Hickey avevano già partecipato) non so dire se il film rispetta lo spirito della serie originale ma di sicuro offre un'ora e mezza di divertimento allo spettatore e considerato che lo trovate su Prime Video vi direi di darci un'occhiata se non lo avete mai incontrato nei suoi vari passaggi televisivi.


Di Christian Slater (Andy), Steve Buscemi (Bellingham), Julianne Moore (Susan), William Hickey (Drogan) e Mark Margolis (Gage) li trovate ai rispettivi link.

John Harrison è il regista della pellicola. Americano, ha girato film come Book of Blood ed episodi di serie quali Un salto nel buio, Nightmare Cafe e I racconti della cripta. Anche sceneggiatore, compositore, produttore e attore, ha 71 anni.


Debbie Harry interpreta Betty. Ex membro della band Blondie, la ricordo per film come Videodrome e Grasso è bello, inoltre ha partecipato a serie quali Un salto nel buio e Sabrina vita da strega. Americana, anche produttrice e sceneggiatrice, ha 74 anni.


Se guardate attentamente, le guest star anche meno importanti si sprecano: il piccolo Timmy è interpretato da Matthew Lawrence, uno dei figli di Robin Williams in Mrs. Doubtfire, il killer de Il gatto nero è David Johansen, già fantasma del natale passato in S.O.S. Fantasmi; nello stesso episodio, Alice Drummond, la bibliotecaria di Ghostbusters, interpreta Carolyn mentre ne La promessa degli amanti la protagonista è Rae Dawn Chong, la Cindy di Commando. I delitti del gatto nero è spesso erroneamente considerato come il terzo episodio della saga Creepshow; in realtà, Un salto nel buio è nato come ideale prosecuzione televisiva di Creepshow, solo con un titolo diverso per questioni di diritti, e questo è il film tratto dalla serie. Quindi, se I delitti del gatto nero vi fosse piaciuto potete recuperare Un salto nel buio e aggiungere i primi due Creepshow. ENJOY!

domenica 24 marzo 2019

Schegge di follia (1988)

Dopo anni, è arrivato il momento di recuperare Schegge di follia (Heathers), diretto nel 1988 dal regista Michael Lehmann.


 Trama: Veronica, "outsider" del gruppo più in della scuola, le Heathers, finisce coinvolta in una spirale di suicidi dopo aver conosciuto il bel J.D.


Benché adori questo genere di commedie ambientate nei licei americani, quei film in cui il gruppo dominante di bitches viene ridotto a più miti consigli da chi rifiuta di sottostare al loro esilarante giogo, non avevo mai visto Schegge di follia, che di questo tipo di pellicole può essere considerato un po' il papà. Definirlo commedia, però, sarebbe improprio, perché Schegge di follia è soprattutto una folle e nerissima riflessione su un fenomeno tristemente diffuso come quello dei suicidi adolescenziali, causati da problemi apparentemente futili che, nella mente di un ragazzo o ragazza delle superiori, arrivano a diventare degli scogli insormontabili, alimentati da una pressione sociale spietata e costante. Diversamente da quello che accade nella realtà, però, in Schegge di follia a suicidarsi non sono i ragazzini deboli ed emarginati, bensì le reginette e i fighetti della scuola, a cominciare dalla bionda e stronzissima Heather, capo di un trio formato da altre due fanciulle con lo stesso nome, al quale la mora Veronica vorrebbe appartenere pur consapevole della pochezza di spirito dei suoi membri . Quando Veronica commette l'errore di sfogarsi con J.D., bello e maledetto, il ragazzo decide di aiutarla nel modo peggiore possibile, ovvero inscenando il suicidio di Heather e scatenando, di fatto, un'epidemia (una moda?) di gente pronta a togliersi la vita per diventare ancora più benvoluta e famosa. Il suicidio, dunque, come mezzo per ripulirsi da tutte le imperfezioni e assurgere a idolo da ricordare con deferenza e affetto, perché la morte, come dice J.D., è l'unico mezzo per far sì che tutti, dalle cheerleader ai nerd ai metallari alle prom queen, vadano d'accordo e dimentichino le differenze sociali. Un concetto tanto orribile quanto perfetto per fare presa sulle menti malleabili, che lo sceneggiatore Daniel Waters riesce a rendere assurdo, grottesco ma non meno credibile, dissimulandolo grazie a una cricca di personaggi incredibilmente borderline e caricaturali, a partire dalla stessa protagonista.


La strana Veronica, infatti, sarebbe da prendere a ceffoni dall'inizio del film e non si capisce perché,nonostante il carisma naturale che la porta a scontrarsi da subito con la capa delle Heathers, decida non solo di rimanere nel gruppo ma anche di farsi plagiare da un ragazzo palesemente matto come un cavallo, che se la giostra e la percula come vuole. Per buona parte del film, Veronica è dunque vittima più o meno inconsapevole di eventi sempre più allucinati e allucinanti, un incubo di morte che si alterna a quanto di più squallido esista all'interno della tipica vita di un liceo americano, tra festini a base di alcool dove gli universitari tentano di approfittare delle ragazze più giovani e imbecilli che stuprano le ragazze al primo appuntamento, il tutto sotto l'occhio "vigile" di genitori da operetta, più amici e complici che educatori (per non parlare degli insegnanti...). La regia di Michael Lehmann segue la frenesia di questa vicenda andando a fissare gli stilemi che sarebbero diventati cifra stilistica di questo genere di commedia, ovvero ralenti del trio/quartetto di sgallettate protagoniste mentre camminano per i corridoi, inquadrature insistenti sui dettagli del loro guardaroba iconico e all'ultimo grido, carrellate di studenti alternativamente annoiati o in fibrillazione per qualche sciocchezza, e in più confeziona esilaranti scene da incubo ambientate ai funerali, con tanto di citazioni burtoniane annesse (come sempre, Glenn Shadix compare poco ma è impossibile da dimenticare) e riesce a far risaltare tutta la futilità delle morti presenti nel film, recidendo la vita di adolescenti come se fosse un gioco. Schegge di follia si conferma quindi un film sempre fresco e tristemente attuale, a patto che lo spettatore moderno si sforzi di ignorare le orride mise di fine anni '80 e le pettinature ridicole di Winona Ryder, Shannen Doherty e delle due bionde che le affiancano. Ma tanto, quel periodo storico sta tristemente tornando di moda, no?  Gesù, meglio il suicidio!


Di Winona Ryder (Veronica), Christian Slater (J.D.), Shannen Doherty (Heather Duke) e Glenn Shadix (Padre Ripper) ho già parlato ai rispettivi link.

Michael Lehmann è il regista della pellicola. Americano, ha diretto film come Hudson Hawk - Il mago del furto, Airheads - Una band da lanciare ed episodi di serie quali Dexter, American Horror Story, True Blood, Californication, Scream Queens e Jessica Jones. Anche produttore, attore e sceneggiatore, ha 62 anni.


Brad Pitt aveva sostenuto l'audizione per il ruolo di J.D. ma era stato scartato perché "troppo carino" mentre i genitori di Heather Graham le hanno impedito di partecipare come una delle Heather a causa dell'argomento troppo cupo del film. Jennifer Connelly ha invece rifiutato il ruolo di Veronica, scritto apposta per lei. Jennifer Rhodes, che interpreta la madre di Veronica, sarebbe diventata la nonna delle sorelle Halliwell in Streghe, a cui ha partecipato proprio Shannen Doherty. Per la cronaca, Christian Slater dice di aver mollato Kim Walker (Heather Chandler) durante le riprese del film proprio per mettersi con Winona Ryder ma quest'ultima dice di non essere mai uscita con Slater. SPOILER SUL FINALE: Nella sceneggiatura originale Veronica uccideva J.D. con un colpo di pistola e poi si imbottiva di esplosivo, facendosi saltare in aria; le parole pronunciate dal ragazzo alla fine del film venivano riportate su un biglietto d'addio ritrovato nell'armadietto di Veronica. Il film si concludeva con un prom ambientato in Paradiso dove finalmente, come profetizzato da J.D., tutti ballavano con tutti dimenticando le differenze sociali annullate dalla morte. Ovviamente, i produttori hanno messo il veto ritenendo questo finale troppo cupo per un target di adolescenti. FINE SPOILER. Sono anni che lo sceneggiatore di Schegge di follia ha in mente un sequel nel quale Veronica diventa il portaborse di una senatrice chiamata Heather e interpretata da Meryl Streep ma al momento non ci sono novità all'orizzonte per quanto riguarda questo folle progetto. In compenso, Schegge di follia ha dato origine a un musical e ad una serie TV andata in onda nel 2018, quindi se il film vi fosse piaciuto potreste recuperarla e aggiungere l'immancabile Ragazze a Beverly Hills, Giovani streghe, Amiche cattive, Cruel Intentions, Mean Girls, Jennifer's Body e All Cheerleaders Die. ENJOY!

domenica 3 febbraio 2019

The Wife - Vivere nell'ombra (2017)

Un altro film che mi ero persa e che ho recuperato in vista degli Oscar è The Wife - Vivere nell'ombra (The Wife), diretto nel 2017 dal regista Björn Runge, tratto dall'omonimo romanzo di Meg Wolitzer e candidato all'Oscar per la Miglior Attrice Protagonista, Glenn Close.


Trama: quando lo scrittore Joe Castleman vince il Premio Nobel per la letteratura, lui e la moglie volano a Stoccolma ma l'evento felice si trasforma fin da subito in un crogiolo di risentimento...



Di The Wife mi avevano detto peste e corna ed effettivamente non sarà mai un film particolarmente memorabile, soprattutto per la carriera di una Glenn Close candidata per un ruolo meno interessante rispetto ad altri da lei interpretati (ricordiamoci che la Close ha mancato l'Oscar per Le relazioni pericolose e ho capito che l'ha battuta Jodie Foster ma, insomma, un po' di vergogna), tuttavia l'ho trovato una pellicola gradevole e angosciante, graziata da due attori bravissimi. Quella di The Wife è una storia che gioca di sottrazione. Ciò che è importante, infatti, non sono i dialoghi ma quello che non viene detto, gli sguardi degli attori, le loro espressioni che stridono con quello che dovrebbe, di regola, essere il momento più felice per i due protagonisti. Joe Castleman ha appena vinto il Premio Nobel per la letteratura ed è innamoratissimo della moglie Joan. Quest'ultima è la sposa che tutti vorrebbero avere: premurosa, pratica, gestisce marito e famiglia come fosse la cosa più facile del mondo, sostiene la carriera dello sposo rimanendo defilata, in rispettoso silenzio. Eppure, c'è qualcosa nello sguardo e nell'atteggiamento di Joan che spinge lo spettatore a non credere all'illusione di un matrimonio e una vita perfetti. Si potrebbe banalmente pensare alla stanchezza di dover sopportare un ego grande come quello di Joe, di fare da balia a un uomo incapace di gestirsi e già vittima di diversi infarti, di essere sempre considerata solo "la moglie dello scrittore famoso", un oggetto o un cucciolo carino che quest'ultimo si porta appresso come un trofeo, e non le si potrebbe dare torto per questo, anche se l'invidia è sempre un sentimento biasimevole. Ovviamente, la questione è un po' più complicata e The Wife scopre le sue carte a poco a poco così che, anche se il segreto di Joan viene intuito fin dal primo flashback e rivelato definitivamente a metà film, è comunque interessante vedere come le parole taciute esplodono nelle mani consapevoli dei personaggi e di tutti quelli che, senza saperlo, sono stati toccati e afflitti da questo oscuro mistero.


Glenn Close e Jonathan Pryce sono entrambi molto bravi e sicuramente lei si accolla il personaggio più difficile, offrendo un'interpretazione misurata e silente, defilata, quasi lo spettatore si trovasse davanti una pentola che ribolle di una furia lasciata trapelare da occhiate gelide, da un contegno eccessivamente composto, da un'ironia in qualche modo triste; non nego che, per quanto abbia trovato superiore Olivia Colman, l'interpretazione di Glenn Close non mi è affatto dispiaciuta, anzi, l'ho trovata molto emozionante, soprattutto nei momenti di interazione col sottovalutato Jonathan Pryce, attore che a me è sempre piaciuto moltissimo e che si ritrova per le mani un personaggio codardo e fanfarone ma fondamentalmente, in qualche modo, odiosamente "buono", vittima di inettitudine e noncuranza più che di reale cattiveria. A mio avviso i due attori si equivalgono per quel che riguarda la bravura, l'unico vero difetto di The Wife è, piuttosto, la scelta di inserire dei flashback (per quanto indispensabili) caricati sulle spalle di due interpreti non particolarmente meritevoli, tra i quali figura peraltro la figlia di Glenn Close. Onestamente, per il resto la realizzazione generale del film non è granché degna di nota e The Wife si conferma semplicemente un prodotto ordinario, gradevole dall'inizio alla fine, capace di far emozionare sul finale (ammetto di avere pianto, cosa che non è successa con A Star Is Born, guarda un po') e anche di fare un po' riflettere sul trattamento riservato alle donne in campo artistico, con gli esponenti del cosiddetto sesso debole troppo spesso costretti a scegliere tra ciò che la società ritiene più opportuno per loro (famiglia, figli, matrimonio) e le proprie aspirazioni, ritenute frivole ed inutili. Un film non da Oscar e sicuramente non memorabile ma che lo stesso sono stata contenta di vedere.


Di Glenn Close (Joan Castleman), Jonathan Pryce (Joe Castleman), Christian Slater (Nathanial Bone), Harry Lloyd (Joe da giovane) ed Elizabeth McGovern (Elaine Mozell) ho già parlato ai rispettivi link.

Björn Runge è il regista della pellicola. Svedese, ha diretto film come Daybreak. Anche sceneggiatore e produttore, ha 58 anni e un film in uscita.


Max Irons, che interpreta David Castleman, è figlio dell'attore Jeremy Irons mentre Annie Starke, che interpreta Joan da giovane, è figlia della stessa Glenn Close. Quest'ultima, per inciso, avrebbe voluto Gary Oldman nel ruolo di Joe ma l'attore purtroppo non era disponibile. ENJOY!



venerdì 18 dicembre 2015

Alone in the Dark (2005)

Tutto comincia da una cartella denominata "Serata Trash!", donatami dall'amico Dario parecchi anni fa. Complice tutta una serie di fattori non ho mai avuto il coraggio di aprirla finché, qualche mese fa, non ho cominciato con Pomodori assassini e, tra gli altri titoli, ho notato un nome ripetuto parecchie volte: Uwe Boll. Consapevole di stare per inoltrarmi nella peggio monnezza ho deciso di guardare Alone in the Dark, diretto appunto da Boll nel 2005 e tratto dall'omonimo videogame anni '90. Mamma mia.


Trama: Edward Carnby è un detective dell'occulto dall'oscuro passato che, un giorno, si ritrova a dover affrontare terribili mostri desiderosi di invadere il nostro mondo...


Che è il massimo sforzo che otterrete da me per quel che riguarda la stesura di una trama, poiché dopo due giorni di Alone in the Dark non ricordo altro che il sonno. Anzi, anche per darvi un'idea del poco tempo a mia disposizione per scrivere i post vi comunico che dalla stesura della riga precedente è passata addirittura una settimana e non so davvero cosa diavolo scrivere sul film di Uwe Boll tranne che fa davvero schifo. Già a mio parere non è una mossa saggia partire da un videogioco per girare un film horror però poi penso che, effettivamente, Silent Hill non era venuto male, anzi. Il problema è che Alone in the Dark come film (al videogame non ho mai giocato quindi non posso giudicare) è la quintessenza della banalità, della noia, del già visto, del "e ti pare una scena d'azione quella??": tutto ruota attorno ad un'organizzazione segreta che gestisce le minacce paranormali, soprattutto quelle aberrazioni scheletriche di cui non ricordo il nome che tentano di invadere la Terra e che uno scienziato ha cercato di incrociare, aiutato da una suora (!!!) con dei bambini. Il risultato saranno adulti zombizzati e un Christian Slater che è mezzo incrociato mezzo no quindi rimarrà bello fresco per tutto il film, ad aiutare l'organizzazione a distruggere gli orridi mostri. In quasi tutte le scene del film ci saranno dunque dei personaggi che "Soli Nel Buio" si ritroveranno, fucile alla mano, a sparare contro i mostrilli che un po' si vedono un po' non si vedono in quanto capaci di mimetizzarsi nelle tenebre fino a scomparire: avete idea di quanto sia bello vedere attori incapaci a recitare che corrono fingendo che ci sia qualcosa di cattivissimo e sanguinario alle loro spalle? Se non lo sapete, guardate Alone in the Dark e ve ne farete un'idea! Ma non è questo l'unico difetto del film, eh no.


Accanto ad una trama noiosissima ed inutilmente complicata (tanto che i realizzatori hanno dovuto aggiungere lo spiegone scritto in sovrimpressione all'inizio perché dopo le prime proiezioni il pubblico aveva difficoltà a capire) e ad attori cagnacci (credo che Stephen Dorff e Christian Slater abbiano semplicemente staccato il cervello, Tara Reid non ne ha mai avuto uno, nemmeno ai tempi di American Pie, ma almeno in Alone in the Dark non è ancora rifatta o in botta come in Sharknado) c'è la regia di Uwe Boll e mi spiace solo che il suo cognome sia così simile al mio. Potevo "quasi" sorvolare sulla trashissima scena di sesso tra la Reid e Slater, preceduta da un attacco di 7 Seconds così smaccato che mancava solo il filtro sfumato in fase di montaggio, ma le oscene battaglie contro i mostri, zeppe di immagini statiche illuminate dal flash dei fucili mentre gli attori stanno fermi ad urlare come dei dementi, o il vilipendio all'Aldilà Fulciano durante il pre-finale (è stato vilipeso persino Alien 2 sulla terra, vi pare possibile????) sono stati troppo anche per me. Ho giusto apprezzato la presenza di Wish I Had an Angel dei Nightwish, anche troppo bella per i titoli di coda di una rumenta simile: vi dico solo che ho continuato a fissare inebetita lo schermo scuotendo la testa finché non è finita, cercando di purgarmi la mente dall'orrore "cinematografico" appena conclusosi. Alone in the Dark ha avuto un seguito e la filmografia di Boll è praticamente sterminata ma seguirò il consiglio dell'amica Lucia e cancellerò dalle mie proprietà qualsiasi cosa sia legata anche solo lontanamente a questo regista. Per me l'esperienza Boll finisce qui!


Di Christian Slater (Edward Carnby), Tara Reid (Aline Cedrac) e Stephen Dorff (Richard Burke) ho già parlato ai rispettivi link.

Uwe Boll è il regista della pellicola. Tedesco, ha diretto film come House of the Dead, Bloodrayne, In the Name of the King e Rampage. Anche produttore, sceneggiatore e attore, ha 50 anni e due film in uscita.


La recensione più bella del film l'ha scritta tale Blair Erickson, autore non accreditato della prima bozza di sceneggiatura, dopo che Uwe Boll ha deciso di cambiare lo script per farlo assomigliare più ad un action che a un thriller. Ecco la traduzione di quello che ha scritto Erickson sul sito Somethingawful.com, una roba da facepalm definitivo: "La sceneggiatura originale di Alone In the Dark era stata scritta come la storia vera di un investigatore privato che scopriva un inquietante segreto paranormale nascosto dietro alcuni casi di persone scomparse. La storia veniva raccontata attraverso gli occhi di uno scrittore che era arrivato a collaborare con Edward Carnby durante la stesura di un romanzo e i due erano descritti come normalissime persone che non si sarebbero mai aspettate di incontrare nel buio degli esseri orribili. Abbiamo provato a rimanere fedeli allo stile di H.P. Lovecraft e al videogioco originale, decisamente meno hi-tech, cercando di tenere l'orrore nell'ombra, così che lo spettatore non vedesse mai di preciso ciò che aspettava nel buio i protagonisti. Per fortuna, il Dott. Boll è riuscito ad ingaggiare la sua fedele cricca di mestieranti per realizzare in tempo zero qualcosa di molto meglio della nostra storiella del cavolo e aggiungere un sacco di elementi terrificanti nonché indispensabili per un film horror, come portali che si aprono su dimensioni alternative, stupide archeologhe bionde, scene di sesso, scienziati pazzi, cani-mostro grondanti slime, forze speciali create per combattere cani-mostro grondanti slime realizzati in CG, Tara Reid, sparatorie in slow-motion stile "Matrix" e inseguimenti in auto. Ah già, e anche un prologo di dieci minuti il cui testo scorre sullo schermo ma viene anche letto a voce alta a beneficio degli spettatori analfabeti, ovvero gli unici che sono riusciti a bypassare tutte le critiche negative. Cioè cazzo, Boll sì che sa cosa fa davvero paura". Date un Nobel a quest'uomo!!! E se, inaspettatamente, Alone in the Dark vi fosse piaciuto, sappiate che c'è anche un Alone in the Dark 2: nonostante (o forse proprio a causa della) presenza di Lance Henriksen, Danny Trejo e Bill Moseley non garantisco la pregevolezza dell'opera ed evito di guardarla. ENJOY!





lunedì 14 aprile 2014

Nymphomaniac - Volume 2 (2013)

Pronti per re-immergervi nel favoloso mondo di Gumb..ehm... Lars Von Trier? Spero di sì perché dopo il tour de force seSuale di ieri oggi si riprende con Nymphomaniac – Volume 2 (Nymphomaniac Vol. 2). Sono insaziabile, nevvero? Mah. Come al solito, i puristi e i cinefili si astengano.


Trama: il racconto di Joe prosegue, mentre Seligman ascolta sempre più attonito. Dopo aver perso sensibilità all’”arto”, infatti, la ninfomane proseguirà la sua esistenza cadendo sempre più in basso, in un vortice di solitudine e degrado…


A dimostrazione del fatto che Nymphomaniac NON era film da dividere in due parti nonostante il cliffhanger, il tono della pellicola non cambia repentinamente dal faceto al serio ma l’allegria (in senso Trieriano, ovvero assai simile a quella di un Capezzone qualsiasi) si mantiene alta mentre lo spettatore assiste incredulo (ma anche no visto che, dopo dieci amanti al giorno per 5/6 anni COME MINIMO la protagonista là sotto avrà avuto il Tunnel della Manica) ai metodi grotteschi con i quali Joe tenta di risvegliarsi l’orgasmo, tra colpi di straccio bagnato, inganni meccanici, ricordi d’infanzia, gravidanze, big bamboos... fino a toccare, molto banalmente, il fondo sostituendo al sesso la violenza. Aspettavate la svolta cupa? Don't worry, arriverà danzando sulle punte, come avrebbe fatto Billy Eliott prima di trasformarsi nella versione annoiata dello Zed di Pulp Fiction. E se la protagonista Joe abbraccia finalmente il massimo punto di degrado, anche la pellicola, fino a quel momento scorrevole, si impantana un po' tra uno sguardo inespressivo di LaBeouf, un'autocitazione VonTrieriana e una fotografia sempre più cupa e triste, specchio dell'animo e della baginga provati della protagonista. Alla risata si sostituisce lo sbadiglio e non basta qualche spunto vagamente interessante o la "rivelazione" di Stellan Skarsgard per ridestare l'interesse, che si affloscia ulteriormente quando Nymphomaniac, che era riuscito a mantenere comunque una sua identità più o meno coerente, diventa una sorta di loffio gangster movie erotico introdotto dalle note di Burning Down The House. A quel punto le banalità si sprecano davvero, come se Von Trier avesse davanti una lista dei cliché tratta direttamente dal Manuale del piccolo sporcaccione: settant'anni vergine celo, neri superdotati celo, frusta celo, fist fucking celo, lesbicata celo, golden shower celo e, per finire in bellezza, pedofilo celo (A tal proposito, Lars, il film che hai girato è una sciocchezzuola e te lo concedo, non c'è nemmeno da arrabbiarsi o scandalizzarsi, ma per la tirata sulla pedofilia meriteresti di venir preso a calci da qui all'eternità, deficiente che non sei altro. Provare pena un paio di balle, c'è mica qualcosa che devi confessare? Ti ascolto con una mazza chiodata in mano, tranquillo). A completare l'opera ci pensa un finale da facepalm, tratto direttamente da una canzone degli Elii ma preceduto da un meraviglioso spiegone conclusivo che, senza possibilità di errori, ci spiega per filo e per segno come interpretare in chiave "psicanalisi d'accatto" OGNI scelta di Joe. GRAZIE!


Cambiando il ritmo e il tono della storia narrata cambia leggermente anche il registro utilizzato per sequenze ed immagini, che diventano molto meno pop e sperimentali rispetto al Volume 1, più cupe e "mature"; ogni tanto Von Trier tira qualche zampata delle sue, come nella sequenza dell'orgasmo accompagnato da improbabili visioni o come la genialata dell'improvviso e spiazzante fast forward nella storia, che lascia perplesso il povero Seligman, ma per il resto il Volume 2 di Nymphomaniac risulta più piatterello e banale anche visivamente. La Gainsbourg sostituisce, con mia somma gioia, l'orrida ragazzetta che interpretava Joe da giovane e si riconferma attrice di una bravura incredibile e ovviamente molto affascinante nonostante l'aria sfatta e dimessa che l'accompagna per tutta la durata del film. Le comparsate di Udo Kier e Willelm Dafoe sono invece poco più che chicche messe lì per i fan di questi due mostri sacri, tuttavia c'è da dire che il simpatico Udo si becca un omaggio talmente weird che il suo buon nome non ne viene sicuramente intaccato. Sono invece indecisa su Jamie Bell, imprigionato in un personaggio talmente caricaturale e spiazzante che diventa molto difficile farsi un'idea dell'effettiva bravura dell'attore: certo, anche solo il fatto che non sia stramazzato al suolo dalle risate durante il momento "silent duck" potrebbe indicare che il giovanotto sa fare il suo mestiere, quindi gli concederei il beneficio del dubbio. O forse sono io che non ho capito la "profondità" (e mi si perdoni il gioco di parole) di quella che ho visto solo come una perplimente postilla, aggiunta tanto per. D'altronde, mi sono vissuta allo stesso modo tutto questo bailamme sessuale messo in piedi da Lars Von Trier, prendendolo come un esercizio di stile, una mera operazione commerciale fatta di tanto fumo e pochissimo arrosto, buona giusto per fare discutere le signore e i signori bene (ma esistono ancora?) nei loro salottini borghesi e fomentare la solita diatriba tra chi odia Von Trier e chi lo ama senza riserve. Sinceramente? Io mi pongo esattamente nel mezzo, non gli auguro né bene né male. Se la mia recensione vi ha incuriositi e vi è venuta voglia di vedere Nymphomaniac guardatelo senza timore di incomprensioni o accuse di esser dei maniaci sessuali in incognito, altrimenti fate come diceva Virgilio a Dante: non vi curate di Lars ma guardate e passate, magari in queste quattro ore fate all'amore per davvero che è la cosa migliore!


Del regista e sceneggiatore Lars Von Trier ho già parlato qui. Charlotte Gainsbourg (Joe),  Stellan Skarsgård (Seligman), Shia LaBeouf (Jerome), Jamie Bell (K), Willelm Dafoe (L), Christian Slater (il padre di Joe) e Udo Kier (il cameriere) li trovate invece ai rispettivi link.

Per eventuali curiosità su Nymphomaniac - Volume 2 andatevi a leggere la recensione del Volume 1 e... ENJOY!



domenica 13 aprile 2014

Nymphomaniac - Volume 1 (2013)

Oh, alla fine ci sono riuscita. Anche io posso dire di aver visto il film sulla bocca di tutti o, perlomeno, la prima parte: Nymphomaniac - Volume I (Nymphomaniac: Vol. 1), scritto e diretto nel 2013 da Lars Von Trier. I vecchi cinefili barbogi e privi di senso dell’umorismo sono pregati di fermarsi qui con la lettura e distrarsi con qualcosa di più vicino ad una critica accademica, siete avvisati!


Trama: Seligman, acculturato signore ormai di una certa età, trova per strada Joe, una donna vittima di un misterioso incidente. La accoglie in casa sua e lei comincia a raccontargli i dettagli della sua vita da ninfomane…


Ho cominciato la visione di Nymphomaniac - Volume I aspettandomi le peggio cose. Ero certa che mi sarei addormentata, che avrei cominciato ad inveire contro le pretese del cinema autoriale, che come minimo non l’avrei capito e, pur di non parlarne sul blog ed evitare il rischio di venir tacciata di somma ignoranza, avrei fatto finta di non averlo nemmeno visto. Inaspettatamente, mi sono divertita parecchio durante la visione (non cominciate a pensare male...) e mi sono fatta delle grasse risate perché Nymphomaniac è essenzialmente uno di quei drammi grotteschi e paradossali che ultimamente rientrano molto nei miei gusti. Non c'è nulla di scandaloso, davvero: un film simile FORSE avrebbe potuto scatenare l'ira dei beghini un paio di decenni fa ma con quello che si sente in giro, tra Parioline e bunga bunga, la storia della ninfomane Joe fa quasi sorridere per l'ingenuità con cui viene messa in scena e, soprattutto, ascoltata dal povero Seligman/Papà Castoro/Grillo Parlante/ Stellan Skarsgard che, trovandosi davanti una Regina della Vulva in vena di autocommiserarsi ed ignorante come una capra, pensa bene di contestualizzare ogni suo racconto di "vita" associandovi riferimenti culturali o ittici, facili metafore che anche lo spettatore scemo potrà così capire: gli uomini come pesci che devono essere attirati nella rete, il delirium tremens di Edgar Allan Poe (vabbé…) accostato all’astinenza dovuta alla malattia del padre, la polifonia di Bach giusto per dare un tono all’incredibile voglia di copulare della protagonista e una sequenza di Fibonacci che ci sta sempre bene, mancava solo Dan Brown che seguiva tutte le indicazioni per trovare il tesoro nella patonza della Gainsbourg. La storia di Joe, che dovrebbe meritare tutta la nostra pietà in quanto malata di sesso e condannata ad una solitudine perpetua, diventa così una sequenza quasi ininterrotta di momenti (spero involontariamente) ridicoli, resi ancor più esilaranti da una presunzione di serietà gettata qui e là a sprazzi quasi come se il Von Trier sceneggiatore fosse indeciso tra il dare allo spettatore quello che si aspettava (pessimismo cosmico, ermetismo, voglia di vivere sotto i piedi, interamente riassunti nelle terribili immagini del padre morente) oppure percularlo senza pietà spiazzandolo completamente con questa storiella fintamente pruriginosa, talmente intrisa di moralismo e desiderio di espiazione da sembrare scritta da un'educanda.


Messa da parte quindi la fondamentale natura innocua della storia presa in esame, bisogna dire che Nymphomaniac tiene desta l'attenzione per un paio di motivi, al di là dell'esilarante cliffhanger imposto dai produttori che hanno deciso di spezzare quest'opera in due parti distinte (vedere per credere, Stallone non avrebbe potuto fare meglio, ci vuole del genio!). Innanzitutto, il Von Trier regista è sgamato all'inverosimile, tanto da piazzare subito all'inizio della pellicola una zamarrissima canzone dei Rammstein che mi ha messo istantaneamente nel giusto mood. Dopo questo colpo d'accelleratore le sequenze si alternano tra la staticità tipica della "scuola" Dogma, suggestioni Malickiane, divertenti didascalie pop alla Wes Anderson e strizzate d'occhio a Kubrick (ci mancava giusto la Sarabanda di Handel poi il quadro sarebbe stato completo...), in un guazzabuglio di stili accattivante e stimolante che rende il film, composto da episodi introdotti ognuno da un titolo e un'immagine evocativa, inaspettatamente piacevole. Gli attori ci mettono del loro, soprattutto i grandi nomi. Tolta la presenza costante di un grandissimo Stellan Skarsgard che si è fatto perdonare la ridicola partecipazione a Thor - The Dark World assumendo su di sé il non facile ruolo di confessore, tra gli altri interpreti "relegati" a mere comparse spicca una favolosa Uma Thurman protagonista dell'episodio più grottesco e convincente dell'intera pellicola, una sequenza molto simile a quelle più riuscite del meraviglioso Carnage. La giovane protagonista Stacy Martin, per quanto sia oggettivamente di una bruttezza rara (se fossi uomo non la copulerei nemmeno col membro di un altro, alla faccia della ninfomania...), è bravissima a portare interamente sulle proprie spalle (e non solo) uno dei ruoli più antipatici e difficili della storia del cinema, peccato però che abbiano deciso di affiancarle uno dei giovani attori più bolsi in circolazione: la faccia inespressiva di Shia LaBoeuf mi farebbe passare qualsiasi desiderio, ve lo garantisco, ma effettivamente per la parte che ha (un uomo forse ancora più mollo e odioso della protagonista) calza a pennello. Aspettando quindi il Volume 2, di cui parlerò già domani perché come ho detto il cliffhanger mi ha catturata e non potevo non sapere cosa sarebbe successo alla povera Joe, vi direi di andare tranquillamente al cinema a vedere Nymphomaniac - Volume 1 senza timore di addormentarvi o innervosirvi: questa volta Trier è stato magnanimo e meno "affilato" del solito, rischiate anche di divertirvi durante la visione o quando ve lo racconteranno gli amici, com'è successo a Toto che ha chiosato:

"Ma la polifonia prevede una simultaneità, altrimenti non è polifonia. Se vuole fare un paragone che se ne fotta 10 tutti insieme, ma non 10 in una giornata semplicemente uno dopo l'altro. Quella è monodia.
Avrei capito una gang bang..."

Capito, Lars? Eh. Un po' di precisione, diamine.


Di Stellan Skarsgård (Seligman), Christian Slater (il padre di Joe) e Uma Thurman (Mrs. H) ho già parlato ai rispettivi link.

Lars Von Trier (vero nome Lars Trier) è regista e sceneggiatore della pellicola. Danese, ha diretto film come Idioti, Dancer in the Dark, Dogville, Antichrist, Melancholia e alcuni episodi della serie Il regno. Anche attore, ha 58 anni.


Charlotte Gainsbourg (vero nome Charlotte Lucy Gainsbourg) interpreta Joe. Inglese, la ricordo per film come Jane Eyre, I miserabili, 21 grammi - Il peso dell'anima, Antichrist e Melancholia. Anche sceneggiatrice, ha 43 anni e quattro film in uscita.


Shia LaBeouf (vero nome Shia Saide LaBeouf) interpreta Jerome. Americano, lo ricordo per film come Scemo & più scemo - Iniziò così..., Charlie's Angels - Più che mai, Constantine, Disturbia, Transformers (e seguiti), Indiana Jones e il regno del teschio di cristallo e Wall Street - Il denaro non dorme mai; inoltre, ha partecipato a serie come X-Files ed E.R. Medici in prima linea. Anche regista, sceneggiatore e produttore, ha 28 anni e un film in uscita.


Connie Nielsen (vero nome Connie Inge-Lise Nielsen) interpreta la madre di Joe. Danese, ha partecipato a film come Vacanze di Natale '91, L'avvocato del Diavolo, Rushmore, Il gladiatore, One Hour Photo The Hunted - La preda. Ha 49 anni e tre film in uscita.


A differenza di Liam Hemsworth, che ha rifiutato la parte di Jerome, pare che Shia LaBoeuf ne fosse così entusiasta che, per averla, ha mandato a Von Trier dei filmati dove faceva sesso con la fidanzata. Contento lui. Ma, d'altronde, con quell'espressione bolsa è stato effettivamente meglio puntare su altri pregi. Nulla di fatto anche per Nicole Kidman, che ha dovuto rinunciare al ruolo di Mrs. H per impegni pregressi. Nell'attesa che esca Nymphomaniac - Volume 2 a fine mese, se il primo capitolo vi fosse piaciuto recuperate anche il resto della filmografia VonTrierana perché credo nessun altro giri pellicole simili. ENJOY!

lunedì 25 luglio 2011

Intervista col vampiro (1994)

Chi mi conosce sa che amo i film dedicati alla figura del Vampiro (con la V maiuscola, non le mezzeseghe twilightiane…) più di ogni altro horror, quindi non potevo non amare Intervista col Vampiro (Interview with the Vampire), diretto dal regista Neil Jordan nel 1994 e tratto dall’omonimo romanzo di Anne Rice.



Trama: Attraverso gli occhi del vampiro Louis veniamo a conoscenza della sua triste e centenaria esistenza. La “nascita” per mano del crudele Lestat, il rifiuto della propria natura, l’arrivo della piccola Claudia e il funesto incontro con altri della sua stessa razza, dalla New Orleans di fine ottocento all’America dei giorni nostri.



Intervista col vampiro è uno dei più bei film sull’argomento, secondo solo a Nosferatu e al barocco Dracula di Coppola. Purtroppo (e stranamente, almeno per me) non ho mai letto il romanzo da cui è tratto ma, a parte alcuni punti di secondaria importanza, pare gli sia fedelissimo, soprattutto nello spirito. La pellicola infatti riesce a mostrare in modo esemplare il paradosso dell’esistenza di un Vampiro, il fascino che essa esercita su chi è semplicemente umano e l’orrore di vivere un’eternità di solitudine e morte, col rischio di diventare relitti del passato mentre le epoche avanzano. Louis concede la famosa intervista al giovane David perché la sua storia venga tramandata e i suoi errori non vengano ripetuti, e lo fa quando la sua umanità e la sua scintilla di vita sono già irrimediabilmente perdute, a causa dei propri errori e della fondamentale “incapacità” del suo Maestro Lestat. Attraverso le figure dei due vampiri vediamo la Luce e la Tenebra, l’innocenza e la crudeltà, la forza e la debolezza, due opposti tenuti insieme malamente e solo grazie a quello splendido personaggio che è la piccola Claudia, eterna ed innocente bambina per Louis, degna e crudele erede per Lestat, che alla fine pagherà il prezzo del suo affetto distorto. Siamo quindi anni luce lontani sia dall’affascinante ma statica figura del Dracula di Bram Stocker e, per fortuna, anche da quell’aborto che sono i vampiri di Twilight (e pensare che all’epoca avevo la stessa età delle ragazzine odierne, ma per fortuna noi degli anni ’80 siamo cresciuti con cose nettamente migliori di quelle di ora…), un idilliaco “equilibrio” che raramente troviamo nei romanzi o nei film dedicati ai succhiasangue.



Lasciando per un attimo da parte ciò che il film racconta, è venuto il momento di dire come lo fa. La messa in scena è semplicemente perfetta, a partire dalle splendide scenografie e dai costumi di Dante Ferretti, per non parlare della colonna sonora e del trucco dei vampiri (mi ha sempre molto colpito, in special modo, quello di Brad Pitt con quello strano rigonfiamento della mascella che lo fa sembrare un cucciolo perennemente magonato, ma anche quello di Tom Cruise è splendido, soprattutto quando Lestat diventa una sorta di vecchia mummia), per finire con l’ovvia parte “horror” che, per una volta, viene utilizzata con parsimonia ed è funzionalissima alla storia. Le scene dove viene mostrato il modo in cui i vampiri si nutrono hanno lasciato il segno nell’iconografia vampirica, perché se prima il non – morto infilava le zanne solo nel collo della vittima, in Intervista col Vampiro sono i polsi la fonte principale di nutrimento, assieme ad altre zone più o meno convenzionali: Neil Jordan non indugia troppo sui particolari macabri, ma non lesina nemmeno sul gore e su immagini emblematiche (come quella ambientata nel Theatre des Vampires, con la vittima uccisa davanti a un’intera platea di spettatori) o disgustose al limite del trash (come quella dove Lestat spreme letteralmente un topo per procurare sangue a Louis).



Infine, spendiamo due parole sugli attori. Sicuramente, quello di Louis non è il ruolo migliore di Brad Pitt, che col tempo si è dimostrato in grado di interpretare personaggi assai distanti dalla solita immagine di “bello e dannato”, tuttavia in Intervista col vampiro riesce a conferire una fragilità tutta particolare al triste e anche troppo umano Louis. D’altra parte, Tom Cruise qui da decisamente il meglio di sé. Il suo Lestat è un modello di spocchiosa bastardaggine, un elegante, raffinato e aristocratico assassino, a suo modo timoroso della solitudine congenita nella sua condizione e assolutamente incapace di abbassarsi a chiedere aiuto o mostrare affetto ai suoi “figli”. Ma l’interpretazione migliore è senza dubbio quella della giovanissima Kirsten Dunst, che imprime nel cuore dello spettatore l’indimenticabile figura di Claudia: un personaggio ambivalente e difficile, in bilico tra innocenza e spietata freddezza, emblema di salvezza e dannazione nonché fulcro dell’intera esistenza vampirica di Louis (che, non a caso, davanti allo scetticismo di Armand la definisce “il suo Amore”, non la sua amante). La sua presenza, in effetti, è così fondamentale da definire il vero inizio e la vera fine di Intervista col vampiro, tanto da rendere ciò che viene prima e dopo una mera cornice. In due parole, insomma, Intervista col vampiro è un caposaldo per chiunque ami non solo il cinema horror o quello “vampirico”, ma per tutti gli amanti del cinema fatto bene, quello con la C maiuscola.



Di Brad Pitt, che interpreta Louis, ho già parlato qui, mentre Stephen Rea, qui nei panni di Santiago, lo trovate qua. Anche il bell'Antonio Banderas, che interpreta Armand, ha avuto modo di partecipare al Bollalmanacco con questo post.

Neil Jordan è il regista della pellicola. Irlandese, lo ricordo per film dei generi più disparati, come In compagnia dei lupi, High Spirits – Fantasmi da legare, Michael Collins, In Dreams e La moglie del soldato, con il quale ha vinto l’Oscar per la miglior sceneggiatura. Anche sceneggiatore e produttore, ha 61 anni e un film in uscita.



Tom Cruise (vero nome Thomas Cruise Mapother IV, manco fosse un faraone…) interpreta il vampiro Lestat. Sicuramente uno degli attori più famosi del mondo, non tra i miei preferiti (tranne quando interpreta rari ruoli comici), lo ricordo per film più o meno “storici” come Legend, Top Gun, Il colore dei soldi, Cocktail, Rain Man – L’uomo della pioggia, Nato il quattro luglio, Giorni di tuono, Cuori ribelli, Codice d’onore, Il socio, Mission: Impossible, Eyes Wide Shut, Magnolia, Vanilla Sky, Minority Report, Austin Powers in Goldmember, L’ultimo samurai e Tropic Thunder. Americano, anche produttore, sceneggiatore e regista, ha 49 anni e due film in uscita, tra cui l’ennesimo seguito di Mission: Impossible.



Kirsten Dunst interpreta la piccola Claudia. A differenza di Tommaso Crociera, lei è invece una delle attrici che preferisco in assoluto, e la ricordo per film come Il falò delle vanità, il bellissimo Piccole donne, Jumanji, Small Soldiers, Spider – Man, lo splendido Se mi lasci ti cancello, Spider – Man 2, Elizabethtown, Maria Antonietta e Spider – Man 3. Ha inoltre partecipato a serie come Oltre i limiti ed E.R. e, infine, ha a doppiato Kiki nella versione inglese di Kiki Delivery Service e Anastasia in Anastasia. Americana, anche produttrice, regista e sceneggiatrice, ha 29 anni e tre film in uscita, tra cui Melancholia, l’ultima pellicola di Lars Von Trier.



Christian Slater interpreta il giornalista Daniel. Slater è senza dubbio uno degli attori che ho avuto più modo di vedere “in azione” ed apprezzare, vista la marea di film interpretati, tra i quali ricordo Il nome della rosa, I delitti del gatto nero, Robin Hood principe dei ladri, lo splendido Una vita al massimo, Alcatraz – L’isola dell’ingiustizia, Nome in codice: Broken Arrow, Austin Powers e il geniale Cose molto cattive. Per la TV, ha partecipato ad episodi di Alias, My Name is Earl e ne ha doppiato parecchi di Robot Chicken. Americano, anche produttore e regista, ha 42 anni e dieci film in uscita.



Siccome il romanzo è stato scritto da Anne Rice nel 1973 (poi pubblicato nel ’76), l’attore che la scrittrice aveva in mente all’epoca per il ruolo di Lestat era Rutger Hauer, e si era pensato anche a John Travolta. Tuttavia la realizzazione di Intervista col vampiro è stata posticipata di vent’anni e i due attori sono diventati troppo vecchi per il ruolo, così la scelta è ricaduta, con iniziale disappunto della Rice, su Tom Cruise, anche se sarebbe stato molto più interessante vedere un Lestat interpretato da Johnny Depp. Tra le attrici in lizza invece per il ruolo della piccola Claudia (all’epoca Kirsten Dunst aveva 12 anni) c’erano la sempre validissima Christina Ricci, quella Julia Stiles che, negli anni a venire, ci avrebbe ammorbati con filmacci come Save the Last Dance o Le 10 cose che odio di te e Dominique Swain, diventata famosa qualche anno dopo per il ruolo di Lolita nell’omonimo e moscio remake del classico Kubrickiano. Scelta obbligata, invece, quella di Christian Slater, visto che Daniel avrebbe dovuto essere interpretato da River Phoenix, morto di overdose l’anno prima. Nei titoli di coda del film, infatti, si legge una dedica alla memoria del giovane attore. Di Intervista col Vampiro esiste anche un seguito del 2002, sempre tratto dai libri di Anne Rice ma nettamente inferiore, ai limiti dell’orrendo, La regina dei dannati. Dimenticatelo, e godetevi il trailer del film recensito, invece! ENJOY!

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