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venerdì 27 settembre 2024

Bolla Loves Bruno: Die Hard - Duri a morire (1995)

Con l'estate ho un po' abbandonato la rassegna dedicata a Bruce Willis ma torno alla carica oggi con Die Hard - Duri a morire (Die Hard With a Vengeance), diretto nel 1995 dal regista John McTiernan.


Trama: a un passo dall'alcolismo e buttato fuori dalla polizia, John McClane è costretto a superare l'hangover cimentandosi con gli indovinelli di Simon, terrorista che lo odia e che minaccia di fare saltare in aria New York...


Dopo parecchi flop commerciali e un paio di capolavori come Pulp Fiction e La morte ti fa bella, Bruce Willis è tornato a giocare sul sicuro e a vestire la canotta d'ordinanza del suo personaggio più iconico, il poliziotto John McClane. Nonostante riconosca la superiorità di Trappola di cristallo, pellicola che ha definito un genere e lanciato più di una carriera, devo ammettere che Die Hard (il primo film della saga distribuito in Italia col titolo originale) è quello che ho guardato più volte e che ricordo meglio, complici i mille passaggi televisivi e il mio amore adolescenziale e mai esauritosi per Bruce Willis. Mi piace molto ancora oggi, ovvio. E' probabilmente più cretino dei suoi due predecessori, a livello di trama, ma proprio per questo è divertente da morire, zeppo di momenti action da rimanere a bocca aperta e Bruce Willis divide la scena con un Samuel L.Jackson che gli tiene testa senza rubargli la scena. Soprattutto, man mano che il finale si avvicina, la storia si snoda in almeno tre punti diversi, seguendo il perverso gioco messo in piedi da Simon, terrorista con un odio particolare per il povero McClane; se, all'inizio, i suoi indovinelli sono semplici, andando avanti la complessità aumenta così come la posta in ballo e i riflettori vengono puntati non solo sugli sforzi di John e Zeus, ma anche alcuni poliziotti diventano protagonisti attivi senza venire relegati a macchiette e risultando più o meno indispensabili per sventare il pericolo. Questo è anche il primo film della serie ad avere un'intera città protagonista, il che consente a McTiernan di sfruttare spettacolari, conosciutissimi setting newyorkesi e, alla sceneggiatura, di approfittare di tutti i pregi e difetti della Grande Mela per arricchire ancora di più la storia. Basti pensare al fattore tempo, reso scarso dal terrificante traffico della città, o alla quantità spropositata di scuole potenzialmente minacciate, per non parlare di quartieri pericolosissimi per un poliziotto bianco che porta in giro cartelli razzisti. 


Per quanto riguarda la regia, McTiernan confeziona un manuale dell'action, perché in Die Hard non manca nulla, tenendo conto che dopo nemmeno un minuto abbiamo già un'esplosione. Ci sono inseguimenti con automobili e persino una lotta tra camion e inondazioni, treni che si schiantano e fanno venire giù l'asfalto di mezza Wall Street, sparatorie su ogni tipo di mezzo, elicotteri impazziti, pericolosissimi salti su navi in movimento; con tutto questo, McTiernan riesce a non mandare in sovraccarico lo spettatore e a gestire anche la scena più caotica con una maestria invidiabile, inserendo persino piccoli dettagli ironici oppure indizi che risulteranno fondamentali nel corso del film. Per quanto riguarda il cast, ritengo che l'unico neo di Die Hard sia Jeremy Irons. Non fraintendetemi, è elegante ed insidioso quanto basta, ma la voce originale non mi fa impazzire (questo è uno dei rari casi in cui preferisco il doppiatore italiano) e, quanto a carisma, Alan Rickman lo batte di parecchie misure. Per fortuna, Bruce Willis ne ha invece da vendere, e quanto riesce ad essere cool anche da sfatto, col mal di testa da hangover e sporco come il lume! Il personaggio di John McClane gli calza ancora a pennello e si vede che Willis, interpretandolo, si rifugia in una comfort zone che gli permette di recitare al meglio e, soprattutto, di dare sempre di più a un personaggio che, nel '95, aveva ancora parecchio da dire (e anche da dare. Il fisico di Bruccino è di tutto rispetto, le scene action che lo vedono coinvolto, al netto dell'ovvio utilizzo di stuntman, non devono essere state facilissime da girare). I duetti con Samuel L. Jackson sono ancora oggi, a distanza di 30 anni, molto spassosi, tuttavia la questione razziale non è invecchiata proprio benissimo, o forse sono io a trovare trito e un po' fastidioso il ribadire costantemente lo stereotipo di onesto lavoratore nero di Zeus contrapponendolo al cliché di sbirro bianco e scapestrato di McClane. Per carità, il contrasto funziona, ma anche meno. Nota stonata piccolissima per un film che riguarderei anche subito, e che mi ha conquistata fin dal suo primo passaggio televisivo!


Del regista 
John McTiernan ho già parlato QUI. Bruce Willis (John McClane), Jeremy Irons (Simon), Samuel L. Jackson (Zeus), Graham Greene (Joe Lambert) e Colleen Camp (Connie Kowalski) li trovate invece ai rispettivi link. 


Il film inizialmente si doveva intitolare Simon Says e avrebbe potuto prendere due vie: o essere il terzo sequel di Arma letale oppure il seguito di Drago d'acciaio, con Brandon Lee come protagonista e Angela Bassett come personaggio femminile al posto di Zeus. Quanto a quest'ultimo, Laurence Fishburne ci ha pensato troppo e ha perso il posto in favore di Samuel L. Jackson, mentre Sean Connery ha declinato l'offerta di interpretare Simon Gruber perché troppo diabolico. Ciò detto, se Die Hard - Duri a morire vi fosse piaciuto, recuperate di sicuro Trappola di cristallo e 58 minuti per morire, e poi tentate Die Hard - Vivere o morire e Die Hard - Un buon giorno per morire, che finora non ho mai avuto il coraggio di guardare. ENJOY!


mercoledì 10 maggio 2023

Inseparabili (1988)

Con l'uscita di Dead Ringers - Inseparabili, che vista la mia velocità finirò nel 2030, ho deciso di riguardare dopo anni il film Inseparabili (Dead Ringers), diretto e co-sceneggiato nel 1988 dal regista David Cronenberg a partire dal romanzo omonimo di Bari Wood e Jack Geasland.


Trama: i gemelli Elliot e Beverly Mantle, ginecologi di fama nazionale, condividono fin da bambini ogni esperienza, questo finché la bella attrice Claire non si insinua nel loro rapporto, logorandolo lentamente...


Inseparabili
è uno di quei film destinati, almeno con me, ad essere vittime di infausti eventi. Devo averlo visto per la prima e unica volta quando ero appena maggiorenne, rinunciando a finirlo per sopraggiunta noia non tanto causata da Cronenberg (cioè, anche, mi spiace David) quanto piuttosto perché la registrazione televisiva aveva un audio pessimo in virtù di quel vecchio trucco dell'LP/SP, che se mi legge gente di 20 anni non sa neppure di cosa sto parlando. Dopodiché, mi sono ben guardata dal recuperarlo finché, non ricordo neppure quando e dove fossi (ma, probabilmente, durante il viaggio a Parigi del 2014, perché in seguito non ho mai più messo piede in paesi francofoni), ho acquistato la doppia edizione speciale in DVD di Faux Semblants, ovvero Inseparabili nella lingua barbara dei senzabidet; detto DVD è rimasto fasciato e intonso fino a poche settimane fa, quando, con l'uscita della serie Amazon, ho deciso che era venuto il momento di vedere il film, in lingua originale MA con sottotitoli in francese. Conosco entrambe le lingue ma è stata una sfacchinata stancante, ecco perché parlavo di infausti eventi, e probabilmente ciò non mi ha fatto apprezzare Inseparabili come avrei dovuto perché, in pochi minuti, sono ripiombata nella sensazione di straniamento provata durante la prima visione, in quella fastidiosa difficoltà nel tenere a mente chi sia Elliot e chi sia Beverly, due personaggi che mi suscitano da sempre un'estrema irritazione. Certo, le sensazioni che ho provato sono senza dubbio state studiate a tavolino da Cronenberg ed Irons, e in questo Inseparabili è un film perfetto. Così come i gemelli Mantle studiano freddamente il corpo femminile, finendo per rimanere affascinati dalle sue mutazioni, così Cronenberg analizza la mente di due persone nate per essere una, due aberrazioni geniali nel loro campo, eppure incapaci non solo di rapportarsi decentemente con gli altri, ma anche di sopportare un graduale cammino verso uno sviluppo individuale; le personalità di Elliot e Beverly (il primo più sfacciato e affabulatore, il secondo timido ed insicuro) si completano e sono indispensabili l'una all'altra, tanto che la distanza, per quanto anche solo temporanea e non necessariamente legata ad eventi dolorosi, li distrugge senza possibilità di recupero.


Quando nella simbiosi tra Elliot e Beverly si insinua Claire (attrice sgamata che non solo è in grado di distinguere l'uno dall'altro, ma riesce a non lasciarsi impressionare dall'aura di grandeur e mistero che circonda i due gemelli, rimanendo sempre coi piedi ben piantati in terra in quanto donna indipendente), come un agente nocivo all'interno di un organismo perfettamente funzionante, la psiche dei due ginecologi comincia a sgretolarsi progressivamente, a mano a mano che il loro "cordone ombelicale" viene reciso. Beverly, nonostante ami, ricambiato, l'attrice, si fa trascinare da lei nel tunnel della tossicodipendenza e trasferisce sulla donna il suo terrore di rimanere solo ed incompleto, un mix micidiale che sfocia in allucinazioni legate a donne "mutanti", da curare con strumenti chirurgici da incubo; Elliot cerca di "salvare" il fratello nell'unico modo (distorto) che conosce, decidendo di percorrere il suo stesso cammino di autodistruzione così da tornare ad essere identico al gemello e ricucire la ferita causata da Claire. Ovviamente, il destino di due persone come i gemelli Mantle non può essere che infausto, perché nessuno dei due riesce a vedere oltre il claustrofobico mondo che li vede come unici abitanti, egoisti ed egocentrici possessori di una scienza che ritengono possa plasmare la natura secondo i loro desideri. Cronenberg da vita a questa chiusura mentale con immagini emblematiche che, oltre ad includere gli strumenti di tortura chirurgica creati da Beverly, tipicamente "cronenberghiani" ed adatti solo alle idee distorte ed allucinate del dottore, ci mostrano i gemelli all'interno di sale parto simili a showroom, dove i due operano vestiti di un indimenticabile rosso cardinalizio (nemmeno fossero i profeti indiscutibili della "loro" nuova carne, senza alcun rispetto per qualcosa di squisitamente femminile come il parto), oppure rinchiusi dentro ambienti claustrofobici come camere d'albergo poco illuminate, stanze piene di rifiuti, salotti tanto raffinati quanto impersonali, dove la sola presenza dei Mantle basta a risucchiare tutta l'aria presente nel luogo. 


Quest'ultima sensazione è strettamente legata all'innegabile carisma di un Jeremy Irons che, vai a sapere perché, quell'anno non è stato neppure candidato agli Oscar, men che meno ai Golden Globe. L'attore ha dato vita ad una performance che immagino abbia richiesto uno sforzo mentale non indifferente, anche solo per capire chi stesse interpretando in ogni scena, e che ha portato sullo schermo due personaggi interessanti ed affascinanti nonostante la loro natura respingente. Elliot, pur col suo savoir faire da vecchio continente e i modi di fare arroganti da tombeur des femmes consumato, ha quella vena di freddezza e schifo verso il mondo intero che lo rende inquietante come un robot che si finge umano, e non ispira pietà neppure quando rivela una fragilità inaspettata; con Beverly, il "baby brother" dal nome femminile, è altrettanto impossibile empatizzare perché totalmente privo di spina dorsale e anche troppo pronto a farsi trascinare dalle personalità forti di Elliot e Claire, e sul finale la sua follia accompagnata da quel tristissimo "Ellie" ripetuto a mo' di cantilena mette i brividi. L'indagine di Cronenberg nei recessi più nascosti dell'animo umano, pur senza mettere totalmente da parte gli stravolgimenti della carne, era dunque già iniziata nel 1988, forse per questo Inseparabili non mi era piaciuto tanto quanto i suoi film più viscerali e sicuramente più immediati, almeno a livello superficiale, per una ragazza di 17 anni. Adesso, invece, riesco a capire qualcosa in più e ad apprezzare Inseparabili per la sua lucidità e spietatezza, tanto da arrivare al punto di consigliarvelo caldamente se non lo avete mai visto (magari prima o dopo la visione della serie Amazon), eppure lo stesso non riesco ad inserirlo in un'ideale top 5 dei film di Cronenberg. My bad.


Del regista e co-sceneggiatore David Cronenberg che, non accreditato, compare anche nei panni di ostetrico, ho già parlato QUI. Jeremy Irons, che interpreta sia Beverly che Elliot, lo trovate invece QUA.


Jill Hennessy
, famosa per essere la protagonista di serie come Crossing Jordan e Law and Order, ha esordito proprio in questo film assieme alla sorella gemella Jacqueline. Heidi von Palleske, che interpreta Cary, ha partecipato al Rabid delle sorelle Soska nei panni del Dr. Elliot mentre Stephen Lack, che interpreta Anders Wolleck, era il protagonista di Scanners. William Hurt sarebbe stata la prima scelta di Cronenberg, ma ha dovuto rinunciare perché impegnato su un altro set, mentre Robert De Niro ha rifiutato il ruolo dei gemelli Mantle perché non si sentiva di interpretare un ginecologo; per quanto riguarda Claire, tra le attrici prese in considerazione c'era anche Margot Kidder. Il film avrebbe dovuto intitolarsi Twins ma è diventato Dead Ringers dopo che Ivan Reitman ha chiesto a Cronenberg di poterlo utilizzare per I gemelli, con Schwarzenegger e De Vito. Su Amazon Prime Video è uscita da pochissimo la serie Dead Ringers - Inseparabili, che riprende le vicende del film e del romanzo Twins di Bari Wood e Jack Geasland ma con due sorelle come protagoniste; se Inseparabili vi fosse piaciuto, guardatela e aggiungete Chi è l'altro? e Seconds Apart. ENJOY!


domenica 29 settembre 2019

Bollalmanacco On Demand: Inland Empire - L'impero della mente (2006)

Dopo millemila giorni torna il Bollalmanacco On Demand. Ce n'è voluta, eh, ma alla fine sono riuscita a finire di vedere Inland Empire - L'impero della mente (Inland Empire), scritto e diretto nel 2006 dal regista David Lynch e chiesto dall'adorata amica Silvia. Il prossimo film On Demand dovrebbe essere Penelope. ENJOY!


Trama: dopo avere ottenuto il ruolo tanto desiderato, un'attrice smette di distinguere la realtà dalla finzione e si perde in un allucinante trip di eventi...



Siccome di Inland Empire non si può proprio parlare, vi tedierò un po' con qualche aneddoto personale che giustifica anche perché ci ho messo così tanto per sfornare un nuovo post On Demand. L'ultimo lungometraggio di David Lynch (se non vogliamo considerare tale l'ultima serie di Twin Peaks) dura quasi tre ore e io, ovviamente, tutto questo lusso temporale non ce l'ho. Sono vecchia, ormai ho 38 anni, prima delle 21.30 non riesco a cominciare a guardare film (e considerate che questo non l'ho nemmeno proposto al Bolluomo, ci mancherebbe) e ammetto che ogni volta Inland Empire mi faceva crollare tra le braccia di Morfeo dopo 15/20 minuti al massimo; ho provato a guardarlo al mattino, mentre facevo colazione, e talvolta mi veniva da dormire anche lì, a rischio di pucciare la faccia nel tea. Insomma, un successone. Probabilmente Lynch riderebbe di me, oppure magari mi direbbe che il modo migliore per fruire di Inland Empire è proprio lasciare che le immagini del film si mescolino a quel meraviglioso momento in cui la mente svariona prima di abbandonarsi al sonno e ai sogni, mentre gli amanti di Lynch e i cinèfili degni di questo nome mi ricopriranno di insulti e ignominia perpetua. Vi do ragione, per carità, ma a mia discolpa posso dire di averci provato e di essere stata onesta: "qualcuno", messo davanti ai miei evidenti limiti e di fronte alla mia richiesta di aiuto, mi ha detto "leggiti qualche recensione in giro e prova a fartene una tua idea, simulando di averlo visto. Magari dilungati sul fatto che è un film molto lynciano, con degli attori molto lynciani... con un po' di pratica vedrai che riuscirai a scrivere lunghissimi post anche sul nulla cosmico. In fondo è quello che fanno i critici cinematografici stipendiati... mica li guardano per davvero i film". Come dargli torto, in effetti? Perfetto, allora la butto lì: Inland Empire è un film importantissimo, un pugno nello stomaco, indispensabile, lynchiano, perturbante, inquietante e, soprattutto, disturbante. Di sicuro ho azzeccato tutti i termini giusti, il post potrebbe anche essere finito qui, nevvero?


Dai, si scherza. Però diamine, leggenda narra che Lynch abbia telefonato alla Dern e, manco fosse Uma Thurman nella pubblicità della Schweppes, le abbia detto "ti va di sperimentare?" e di sicuro né lui né gli attori coinvolti sono riusciti a spiegare in che diamine consista Inland Empire quindi come posso riuscirci io? E soprattutto, perché dovrei? Lì per lì, tra l'altro, Inland Empire ti gabba, infido, e salvo un siparietto con una sit-com a base di conigli antropomorfi e gente che parla in ungherese, ti illude che abbia una trama: un'attrice moglie di un marito orco ottiene il ruolo tanto agognato e finisce preda, nonostante mille avvertimenti, del co-protagonista donnaiolo, al punto da confondere la vera se stessa con il personaggio che sta interpretando, mentre cominciano a circolare voci inquietanti sull'impossibilità di concludere le riprese di un film già naufragato una volta per motivi mai chiariti. Una trama interessante, che già di per sé titillerebbe l'attenzione dello spettatore e di tutti i fan di Lynch. Peccato che quest'ultimo non avesse intenzione di dirigere un lungometraggio, bensì una serie di "corti" che alla fine lo sono diventati e che hanno creato un trip cinematografico senza capo né coda, senza unità di tempo o spazio, un'infinita serie di suggestioni che sta allo spettatore scegliere come vivere e, probabilmente, come interpretare. Passato, presente e futuro non esistono più, c'è un continuo stream of consciousness che definire tale sarebbe comunque improprio, perché il punto di vista non è sempre quello di Nikki/Susan e talvolta vengono inseriti altri personaggi protagonisti di vicende proprie, che possono essere legate o slegate da quella principale, che comunque principale non è. Insomma, un casino vero, e rimanerne affascinati o meno dipende dalla disposizione d'animo dello spettatore.


Io, lo ammetto, andavo a momenti. L'atavico istinto di horroromane unito alla pavloviana memoria dei migliori istanti twinpeaksiani mi ha portata ad apprezzare moltissimo gli infiniti corridoi in cui si perde Laura Dern, bui salvo per luci rossastre, tendaggi, pavimenti con pattern assai simili a quelli della Loggia Nera, gente deforme che strilla sconvolta in camera, persone che appaiono e scompaiono senza un perché; oppure, le assurde sequenze in cui la gente canta e balla, d'amblé, con altri posti a fare i silenziosi testimoni della follia, ma anche il momento in cui la senzatetto asiatica in botta racconta la sua assurda storia, per non parlare della sempre meravigliosa Grace Zabriskie, la cui sola presenza a me fa gelare il sangue nelle vene. La Dern meriterebbe l'applauso per il modo in cui asseconda ogni pazzia di Lynch senza perdere bravura o dignità, ché son tutti buoni a far gli attori per il depresso Von Trier, ma non vorrei essere nei panni di chi legge uno script di Lynch e affida l'anima al Sacro Cuore di Maria ad ogni ciak, sperando di non sbagliare o non fare una figura barbina imboccando invece la strada per il ridicolo involontario. Per contro, all'ennesimo dialogo tra polacchi e davanti alla fissità di uno psicologo che guardava la Dern con la stessa mia faccia disinteressata e annoiata, avrei voluto che il mio cervello partisse per l'Inland Empire dei sogni per non tornare mai più e ammetto, comunque, di avere fatto una fatica incredibile ad arrivare al termine di una visione protrattasi più o meno per una settimana, segno che questo Lynch sperimentatore ed estremo non fa proprio per me, per quanto gli riconosca una dignità artistica e visionaria senza pari. Di sicuro, la visione di Inland Empire è un'esperienza che consiglio, almeno una volta nella vita, ma dubito che io stessa la ripeterò.


Del regista e sceneggiatore David Lynch, anche voce di Bucky J, ho già parlato QUI. Grace Zabriskie (visitatore n. 1), Laura Dern (Nikki Grace/Susan Blue), Jeremy Irons (Kingsley Stewart), Justin Theroux (Devon Berk/Billy Side), Harry Dean Stanton (Freddie Howard), William H. Macy (Annunciatore), Laura Harring (Ospite alla festa/Jane Rabbit) e Naomi Watts (voce di Suzie Rabbit) li trovate invece ai rispettivi link.


Tra le guest star compaiono Nastassja Kinski nei panni della signora e Ben Harper in quelli del pianista. Il film ha un "sequel" o, meglio, è affiancato da una raccolta di scene eliminate dal titolo More Things That Happened, uscito nel 2007 come appendice alle edizioni video del film. Se Inland Empire vi fosse piaciuto, ovviamente, recuperatelo, e aggiungete il resto della filmografia di David Lynch. ENJOY!

domenica 5 giugno 2016

High-Rise (2015)

In questi giorni mi è capitato di sentire parlare di High-Rise, diretto nel 2015 dal regista Ben Wheatley e tratto dal romanzo Il condominio di James G. Ballard, quindi ho deciso di recuperarlo.


Trama: nell'Inghilterra degli anni '70, il dottor Lain si trasferisce in un condominio di quaranta piani, fornito di ogni comfort, all'interno del quale esistono tuttavia delle discriminazioni sociali per cui gli abitanti dei piani più bassi godono di assai meno privilegi rispetto a quelli dei piani alti. Quando cominciano a mancare acqua ed elettricità, i precari equilibri tra inquilini iniziano a rompersi, generando un caos incontrollabile...


Al terzo film ho scoperto che io, Ben Whitley e sua moglie Amy Jump non andiamo molto d'accordo. O, meglio, che loro sono "troppo cerebrali per capire che si può star bene senza complicare il pane", come diceva Bersani (non lo smacchiaghepardi, l'altro). Intendiamoci, High-Rise non è un brutto film, assolutamente; è anzi molto stuzzicante e grottesco, intriso di nero umorismo e situazioni paradossali, oltre che di una buona dose di claustrofobico orrore, tuttavia ne ho patito la lunghezza eccessiva e il modo in cui viene sopravvalutato lo spettatore, al quale vengono gettate in pasto situazioni folli senza soluzione di continuità e senza motivazioni troppo chiare (contate che guardare un film simile alle 22 è un po' un autogol ma non ho altri momenti in cui farlo). Prendiamo per esempio il personaggio di Lain, il protagonista. High-Rise è ambientato in un condominio di quaranta piani, all'interno del quale c'è non solo ogni genere di servizio, dalla piscina, alla sauna al supermercato, ma soprattutto c'è parecchia maretta tra gli abitanti ricchi e snob dei piani alti e quelli più "proletari" dei piani inferiori; Lain va a collocarsi nel mezzo ma le sue mosse nei confronti degli altri inquilini non sono proprio chiarissime. C'è chi lo snobba, nonostante sia dottore, in quanto abitante intorno al ventesimo piano, chi lo tiene in altissima considerazione proprio per la sua professione, mentre lui, in generale, appare freddo e scostante con tutti, salvo quando cede ai piaceri della carne stuzzicato dall'affascinante Charlotte oppure quando cerca di ingraziarsi l'Architetto del luogo. Quando scatta il casino, ovvero quando l'edificio di quaranta piani comincia a soffrire interruzioni continue di acqua e corrente, le mosse di Lain diventano ancora più ambigue e la pellicola si trasforma in un delirio di visioni, incubi, paranoie e reale guerriglia "casalinga", all'interno della quale ognuno si abbandona ai desideri più turpi e alle bestialità più inenarrabili e, in generale, non c'è un solo personaggio (salvo forse il figlio di Charlotte e la gravida Helen), verso il quale si riesca ad empatizzare. Forse avrei dovuto leggere il libro di Ballard prima, eh? Ma no, perché? E' tanto bello vivere nell'ignoranza.


Digiuna della lettura pregressa del romanzo da cui High-Rise è tratto e nonostante l'amore per le situazioni complicate mostrato da Wheatley ho apprezzato moltissimo il già citato senso di claustrofobia che si respira per tutta la pellicola e la scelta di "umanizzare" il condominio al punto di renderlo un'entità malvagia capace di ottundere quasi del tutto la forza di volontà degli inquilini. La cosa che mi ha stupita guardando il film è che il Condominio è sicuramente isolato dalla città in cui i protagonisti vanno a lavorare e dove, ipoteticamente, dovrebbero avere dei legami, tuttavia non è chiuso ermeticamente; sono le persone che lo abitano a scegliere consapevolmente di rinchiudersi dentro fino a perdere il senso del tempo e della propria autoconsapevolezza, tanto che quando le comodità iniziano a venire meno anche loro si "rompono", convinti che non esista più nulla al di fuori delle quattro, altissime mura che le circondano e, soprattutto, dei "privilegi" acquisiti in anni di feste esclusive, favori sessuali alle persone giuste e quant'altro. L'idea di un disinteresse verso il prossimo che si espande come un virus è assolutamente intrigante, tanto quanto la scelta di ambientare High-Rise negli anni '70, aumentando così il senso di sfasamento provato dallo spettatore, che a tratti si convince di stare assistendo alle vicende di un luogo senza tempo, cristallizzato nelle idee decadenti di un Architetto vecchio e malato, incapace di governare al meglio la sua stessa creazione (o forse interamente disinteressato all'argomento. I dialoghi sono molto importanti ma seguirli tutti con attenzione è bello tosto, sappiatelo); a tal proposito, costumi e scenografie sono quasi più importanti del lavoro degli attori, comunque tutti bravissimi e completamente dedicati a ruoli difficili e poco simpatici, a cominciare da Tom Hiddleston per arrivare all'incredibile Luke Evans, forse il migliore del film (nonché, a detta dei personaggi, il più savio). Si ripropone dunque lo schema di Kill List: Wheatley e signora, vi capisco poco ma continuo a pensare ai vostri film anche a distanza di giorni, flagellandomi nell'ignoranza e cercando di capire. E anche questo è amore.

Momento fanservice per tutte le Hiddlestoners che passeranno di qui!
Del regista Ben Wheatley ho già parlato QUI. Tom Hiddleston (Lain), Sienna Miller (Charlotte) e Luke Evans (Wilder) li trovate invece ai rispettivi link.

Jeremy Irons interpreta Royal. Inglese, lo ricordo per film come Mission, Inseparabili, Il mistero Von Bulow (che gli è valso l'Oscar come miglior attore protagonista), La casa degli spiriti, Die Hard - Duri a morire, Io ballo da sola, Lolita, La maschera di ferro, La corrispondenza e Batman vs Superman: Dawn of Justice; inoltre, ha lavorato come doppiatore per film come Il re leone e serie come I Simpson. Anche regista e produttore, ha 68 anni e tre film in uscita, tra cui The Justice League Part One, in cui dovrebbe interpretare il maggiordomo Alfred.


Elisabeth Moss interpreta Helen. Americana, ha partecipato a film come Cose dell'altro mondo, Una cena quasi perfetta, Mumford e a serie come Grey's Anatomy, Medium, Ghost Whisperer; inoltre, ha lavorato come doppiatrice per serie quali Batman, Animaniacs, Freakazoid! e I Simpson. Anche produttrice, ha 34 anni e quattro film in uscita.


High-Rise era un sogno nel cassetto del produttore Jeremy Thomas da decenni ma il romanzo di Ballard era sempre stato ritenuto infilmabile e, prima che subentrasse Wheatley, tra i registi papabili c'era Vincenzo Natali. Detto questo, se il film vi fosse piaciuto recuperate Il demone sotto la pelle! ENJOY!

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