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martedì 5 maggio 2026

Pillion (2025)


Era da qualche tempo che volevo vederlo e, finalmente, sono riuscita a recuperare Pillion, diretto e sceneggiato nel 2025 dal regista Harry Lighton a partire dal romanzo Box Hill di Adam Mars-Jones.

Trama

Colin è un timido omosessuale che vorrebbe trovare la persona giusta. La sera di Natale viene abbordato da Ray, aitante motociclista, col quale comincia una relazione basata su pratiche BDSM...

RECENSIONE

Prima di cominciare il post, devo fare una confessione esilarante. Probabilmente perché traviata dal nostro "caro" amico ex senatore, ero convinta che Pillion fosse un nome o, al limite, un cognome. Alla fine del film, col mio compagno di visione, ci siamo guardati e ci siamo chiesti: "Ma quindi, Pillion chi cavolo era?". Ebbene, giusto perché l'ignoranza è uno stile di vita, scopro ora che il termine "pillion" viene utilizzato, in inglese, per indicare il sellino posteriore di una moto, quello del passeggero. E' quindi il posto riservato a Colin, il protagonista del film, il quale si ritrova impegnato in una relazione che gli nega il ruolo di conducente e lo vuole "trasportato" o, per meglio dire, dominato, da Ray. Motociclista misterioso e bellissimo, Ray un giorno dà appuntamento a Colin per una sveltina in un vicolo la notte di Natale. Dopodiché, non si fa sentire per chissà quanto tempo, finché, dopo un po', propone a Colin di andare da lui. E' l'inizio di una lunga relazione BDSM, con Ray come dominatore e Colin impegnato a pulire casa, cucinare e fare la spesa, relegato a dormire sul tappeto della camera da letto, oppure a rimanere in piedi, in silenzio, mentre Ray suona il piano o legge, situazioni alternate ad atti sessuali spesso accompagnati da dolore o umiliazione. Rileggendo le righe che ho scritto, mi rendo conto di quanto sia difficile, per me, non utilizzare termini "di parte", che in qualche modo condannino un tipo di relazione che la mia mentalità percepisce come ingiusta. In realtà, Pillion si mantiene neutro nei giudizi, e racconta a degli spettatori probabilmente ignoranti in materia o comunque impreparati, un modo di relazionarsi (non solo sessualmente) consenziente, con ruoli definiti accettati da entrambe le parti, accompagnato dalla progressiva presa di coscienza di un ragazzo che, nella sottomissione, trova la felicità. Colin, nel corso del film (molto più leggero e divertente rispetto al romanzo da cui è tratto, a quanto ho letto in giro) cresce e impara a gestire una relazione che, anche per chi ha il ruolo di sottomesso, deve essere paritaria e consapevole, con dinamiche passabili di venire temporaneamente sospese se in quel momento la persona coinvolta non è più felice. Viceversa, Ray rimane un mistero, sia per gli spettatori, che per Colin, che per la banda di motociclisti di cui fa parte, un uomo talmente compreso nel suo ruolo di dominatore da trovarsi spaesato ed inerme di fronte ad eventuali atti di "debolezza".

Dovrei leggere Box Hill, ma l'idea che mi sono fatta è che Harry Lighton, anche sceneggiatore, abbia smorzato molto di ciò che viene mostrato nel libro a favore di un'opera più a misura d'ignorante e di un pubblico "generalista", dando in pasto agli spettatori pillole di BDSM accompagnate comunque da aspetti più edificanti, che prevedessero una sorta di chiusura per almeno un personaggio, nonostante il finale aperto. Allo stesso modo, è vero che Pillion non lesina immagini abbastanza esplicite dal punto di vista sessuale, ma l'approccio di Lighton ammorbidisce la natura diretta e persino violenta di certe pratiche, privandole di connotazioni morbose o tragiche, preferendo ricorrere ai cliché della commedia (talvolta romantica, mettendoli alla berlina) o ad atmosfere drammatiche sì, ma mai opprimenti. Di sicuro, un film come Pillion deve avere messo a dura prova gli attori, non solo per via di alcune scene "forti" ma anche per il grado di confidenza, intimità e fiducia richieste dall'interazione tra i personaggi. Alexander Skarsgård, anche fuori dal set, ha sempre dato prova di non essere mai stato un uomo schizzinoso o schivo, forse anche per via delle sue origini scandinave, e comunque ha la fisicità perfetta per interpretare un freddo motociclista, talmente bello da non sembrare nemmeno vero. Chi continua a stupirmi ad ogni film è invece Harry Melling, che compensa un aspetto oggettivamente bruttino, povera stella, con un acume incredibile nella scelta dei ruoli e una rara sensibilità nell'interpretarli. Siccome Pillion segue il punto di vista di Colin, con Ray connotato più come oggetto del desiderio che come protagonista a tutto tondo, Melling ha il non facile compito di trasmettere allo spettatore la percezione di una gioia "differente", la dignità e la realizzazione derivanti da una sottomissione scelta di propria volontà, ben diversi dall'iniziale paura di perdere l'ultima occasione rimasta di stare con qualcuno, soprattutto con un figo come Skarsgård. Non è una cosa facile, perché il rischio di un film come Pillion è che Colin venga percepito come una vittima, ma per quanto mi riguarda l'attore c'è riuscito eccome. Questo è uno dei motivi per cui mi sento di consigliare un film probabilmente non per tutti (in primis per chi ha amato il romanzo, che potrebbe percepire l'adattamento filmico come un tradimento verso la fonte), abbastanza originale e interessante da elevarsi dalla media delle opere recenti, che spesso sottovalutano l'intelligenza dello spettatore e non lo lasciano neppure libero di riflettere. 

CAST

Di Harry Melling (Colin) e Alexander Skarsgård (Ray) ho già parlato ai rispettivi link.

  • Harry Lighton è il regista e sceneggiatore del film, al suo primo lungometraggio. Inglese, ha 34 anni.

martedì 24 gennaio 2023

The Pale Blue Eye - I delitti di West Point (2022)

Dopo Antlers, ero molto curiosa di vedere l'ultimo film diretto e sceneggiato da Scott Cooper a partire dal romanzo omonimo di Louis Bayard, The Pale Blue Eye - I delitti di West Point (The Pale Blue Eye), disponibile su Netflix da qualche giorno.


Trama: un investigatore viene ingaggiato per scoprire il colpevole di un efferato delitto commesso all'interno di un'accademia militare. Ad aiutarlo nell'ardua impresa ci penserà un giovane Edgar Allan Poe...



The Pale Blue Eye rientra senza troppi problemi in quel genere di film "solidi", dalla regia classica e sicura, la cui efficacia posa più sulle spalle degli interpreti che della trama e che, probabilmente, in futuro ricorderò per la bellezza delle ambientazioni, perfette per la stagione invernale in quanto fatte di foreste innevate, paesaggi brulli e cimiteri imbiancati. Sinceramente, mi aspettavo qualcosa di più horror, invece dopo l'ottimo e inquietante Antlers il regista Scott Cooper è tornato a tirare il freno e ha scelto di raccontare una detective story dai dettagli macabri e dai vaghi risvolti sovrannaturali, dove i defunti (e la paura della morte) giocano un ruolo fondamentale nel destino dei vivi, facendo sentire la loro influenza anche dall'aldilà. Non a caso, accanto a un anziano (??? Belin ma Christian Bale ha solo 48 anni, nel film ne parlano come se fosse decrepito!!) e ormai disilluso detective spunta, nel ruolo di assistente d'eccezione, un Edgar Allan Poe ancora solo cadetto dell'accademia militare, a mo' di nume tutelare di una trama che mescola generi assai cari allo scrittore di Boston. Tutto nasce da un apparente suicidio che, senza fare troppi spoiler, si rivelerà essere un omicidio con caratteristiche ascrivibili a qualche rituale satanico, e che minaccia di essere solo il primo commesso all'interno di un'accademia militare; l'austera atmosfera dell'istituzione, mantenuta da colonnelli e superiori, fa ovviamente a pugni con la personalità dimessa e "scapestrata" del detective Landor, il quale nel giovane Poe, altrettanto fuori posto, troverà uno spirito affine e un alleato. La trama è dunque un dipanarsi delle investigazioni dei due, che tuttavia si distaccano da quelle dei gialli tornati di moda negli ultimi tempi, perché l'attenzione dello spettatore viene sviata spesso dalle vicende personali dei protagonisti e da altri misteri apparentemente slegati dall'indagine. Inoltre, Landor è dotato di una personalità schiva e cupa e lo spettatore viene tenuto ben distante dalle sue elucubrazioni private, quindi tocca a un'inedito e ciarliero Poe fare la parte dell'entusiasta investigatore che offre dovizia di spiegazioni, mantenendo desta l'attenzione nemmeno si avesse a che fare con un giovane Sherlock Holmes.


Proprio per questo motivo succede una cosa inusuale, ovvero che a Christian Bale venga rubata spesso e volentieri la scena dall'ex Dudley Dursley Harry Melling. Quest'ultimo, con i suoi occhioni giganteschi (ma non sono i pale blue eye del titolo) e l'aspetto dinoccolato e stralunato, interpreta un ottimo Edgar Allan Poe, passando dalla superficiale eccentricità dell'inizio a qualcosa di ben più profondo e sfaccettato, quindi è naturale che spicchi. Bale è, come al solito, molto bravo, purtroppo è il suo personaggio ad essere un po' banale, passatemi il termine, in quanto trattasi dell'ennesimo detective ubriacone dal passato tragico e dalla mente brillante di cui cinema e letteratura sono pieni. Anzi, ad essere onesti tutto l'impianto di The Pale Blue Eye potrebbe rientrare sotto la definizione di "banale" (e gli aspetti esoterici della faccenda sembrano quasi inseriti a forza), non fosse per un piccolo particolare che riesce a cambiare completamente le carte in tavola e a lasciare molto soddisfatti. E poi, come ho scritto sopra, il film gode non solo di un ottimo cast di caratteristi di lusso, ma anche e soprattutto di una regia molto bella, che presta moltissima attenzione agli ambienti, sia interni che esterni. La natura selvaggia che circonda ed isola i protagonisti, con tutte le conseguenze del caso, e gli interni bui, illuminati soltanto da candele e zeppi di ombre inquietanti che sembrano sempre incombere sugli astanti, sono elementi importantissimi del racconto e, in qualche modo, ne accentuano l'atmosfera luttuosa e plumbea. Insomma, The Pale Blue Eye è uno di quei film dal sapore un po' antico, non solo perché è in costume, ma proprio per la deliberata scelta di puntare più sulla raffinatezza della ricostruzione e dell'immagine e sulle atmosfere più che sull'effettiva azione; alcuni potranno non sopportare la natura slow burn dell'opera, a me invece non è affatto dispiaciuta. 


Del regista e co-sceneggiatore Scott Cooper ho già parlato QUI. Christian Bale (Augustus Landor), Harry Melling (Cadetto Edgar Allan Poe), Simon McBurney (Capitano Hitchcock), Timothy Spall (Sovrintedente Thayer), Toby Jones (Dr. Daniel Marquis), Charlotte Gainsbourg (Patsy), Lucy Boynton (Lea Marquis) e Robert Duvall (Jean Pepe) li trovate invece ai rispettivi link.

Gillian Anderson interpreta Mrs. Julia Marquis. Indimenticabile Agente Scully della serie X-Files, la ricordo anche per film come X-Files - Il film, Scherzi del cuore, X-Files - Voglio crederci e altre serie quali Hannibal, American Gods e The Crown; come doppiatrice, ha lavorato in I Simpson, Robot Chicken, Principessa Mononoke e La collina dei papaveri. Americana, anche produttrice, regista, sceneggiatrice e compositrice, ha 55 anni e un film in uscita. 


Se The Pale Blue Eye vi fosse piaciuto recuperate Il nome della rosa, Il mistero di Sleepy Hollow e From Hell - La vera storia di Jack lo squartatore. ENJOY!

martedì 1 marzo 2022

Macbeth (2021)

Gli Oscar si avvicinano a grandi passi e, per l'occasione, ho recuperato Macbeth (The Tragedy of Macbeth), diretto e sceneggiato dal regista Joel Coen a partire dalla tragedia omonima di William Shakespeare. Il film è candidato a tre premi Oscar: Denzel Washington miglior attore protagonista, miglior scenografia e miglior fotografia. 


Trama: Macbeth, nobile scozzese, viene avvicinato da tre streghe, che gli predicono un futuro come re di Scozia. Per raggiungere tale obiettivo, l'uomo non esita a macchiarsi del sangue di chi gli ostacola la strada...


Macbeth
è probabilmente la mia opera preferita di Shakespeare e credo di averla vista un po' in tutte le salse, quindi ero molto curiosa di capire come un Joel Coen per la prima volta in solitaria si sarebbe approcciato all'argomento. A livello di trama, per quanto sia stata un po' rimaneggiata, mi sarei aspettata un po' più di coraggio nell'adattamento e un po' più di nera ironia, anche perché i personaggi e il contesto si prestano parecchio, invece questo Macbeth non aggiunge praticamente nulla all'opera originale di Shakespeare e, se posso permettermi, i personaggi risultano quasi monodimensionali; chi dovesse avvicinarsi per la prima volta all'opera, me lo immagino come minimo perplesso davanti alla fregola di potere di Lady Macbeth e davanti all'arrendevolezza omicida di un uomo fedele al suo Re fino a pochissimi istanti prima, e anche la discesa nella follia di entrambi i personaggi mi è parsa trattata con freddezza, distacco e, ancor peggio, in modo un po' sbrigativo. A teatro, una cosa simile è comprensibile, d'altronde Macbeth è una tragedia molto breve, ma un'opera con un po' più di respiro cinematografico ha tutto il tempo (visto che ultimamente i film durano almeno due ore e mezza) di sviscerare maggiormente la relazione tra Macbeth e la moglie, la trasformazione del primo in sanguinoso e duro tiranno e della seconda in pulcino spaventato. Giova poco e confonde, a mio avviso, la promozione di un personaggio minore come Ross ad eminenza grigia e veicolo di tradimenti a non finire, impegnato a fare il doppio e triplo gioco per portare a casa non ho capito bene quale risultato, visto che la seconda profezia delle streghe riguarda sempre la progenie di Banquo, quindi a Ross che importa? Mah.


Trama a parte, il Macbeth di Joel Coen è un capolavoro visivo. Da amante dell'horror, sono rimasta semplicemente estasiata dalla resa delle Sorelle Fatali (interpretate da una sola persona, l'inquietantissima Kathryn Hunter), soprattutto nella splendida sequenza introduttiva in cui la figura di una singola strega si specchia in un'enorme pozza d'acqua rivelando il trio, e dall'ultima profezia offerta a Macbeth, dove misteriose illusioni acquatiche tornano ad essere protagoniste. La nitidissima fotografia in bianco e nero rende ancora più belle le scenografie meticolosamente ricostruite in studio, sottolineando ulteriormente la simmetria di alcune inquadrature e la natura sghemba, quasi espressionista, di altre, mentre il formato 4:3 è la perfetta cornice di una regia dal sapore antico e claustrofobico. Per quanto riguarda gli attori, in tutta sincerità non ne sono rimasta granché entusiasta. L'alchimia tra Denzel Washington e la McDormand è praticamente inesistente e, nonostante la loro interpretazione di un testo in inglese "antico" sia molto espressiva, al punto che chiunque potrebbe comprendere il senso delle frasi pur senza conoscere ogni singola parola, la piccola Queen Elizabeth che è in me ha rischiato di morire ogni volta che Denzellone apriva bocca per pronunciare la "parola di Shakespeare" con pesantissimo accento aMMeregano. Insomma, sicuramente bene, sia per gli amanti di Shakespeare che del cinema "artistico", ma non benissimo, e onestamente da uno dei Coen mi sarei aspettata molto di più.


Del regista e co-sceneggiatore Joel Coen ho già parlato QUI. Denzel Washington (Macbeth), Frances McDormand (Lady Macbeth), Brendan Gleeson (Duncan), Harry Melling (Malcom), Stephen Root (Porter), Sean Patrick Thomas (Monteith) e Ralph Ineson (Capitano) li trovate invece ai rispettivi link. 

Corey Hawkins interpreta Macduff. Americano, ha partecipato a film come Iron Man 3, BlacKkKlansman, Georgetown e a serie quali The Walking Dead. Anche produttore, ha 34 anni e un film in uscita.


Se lo stile di Macbeth vi è piaciuto, recuperate La passione di Giovanna d'Arco e il Macbeth di Orson Welles. ENJOY! 

martedì 29 settembre 2020

Le strade del male (2020)

Non ho ancora trovato il coraggio di guardare Sto pensando di finirla qui e la gioia di avere Lupin The First su Amazon Prime Video si è infranta contro la presenza del solo audio italiano (va bene, mi avete convinto, compro il BluRay a scatola chiusa piuttosto che strapparmi le orecchie con il nuovo, orribile doppiaggio!) quindi ho deciso di tentare Le strade del male (The Devil All the Time), diretto e co-sceneggiato dal regista Antonio Campos a partire dal romanzo omonimo di Donald Ray Pollock.


Trama: nella provincia americana del primo dopoguerra si incrociano i destini di mezza dozzina di persone perseguitate dalla sfortuna, ossessionate dalla fede e in generale afflitte da un destino sanguinoso.


A dimostrazione del fatto che in questo periodo sono completamente avulsa dal mondo cinèfilo che conta, de Le strade del male non sapevo nulla di nulla, a malapena ero consapevole del fatto che ci fosse Tom Holland come attore principale ma a dire il vero credevo si trattasse di un horror. Trattasi invece di southern gothic, dove l'orrore esiste, certo, ma è intrinsecamente legato a una società superstiziosa e corrotta, dominata in parte da Dio (e dall'ossessiva ricerca della sua benevolenza, qualcosa che spesso sconfina nella follia religiosa) e in parte da uomini violenti, pericolosi e senza scrupoli, là dove le donne "fortunate" possono ambire ad essere mogli e madri amate ma niente di più, mentre per quelle sfortunate l'unico destino è una vita misera probabilmente conclusa con una morte violenta. All'interno della provincia rurale americana post- seconda guerra mondiale si intrecciano dunque le vicende di svariati personaggi, in un alternarsi di diversi piani temporali: il protagonista principale è Arvin Russell, ragazzo di cui seguiamo la vita dall'infanzia dominata dal padre religioso e violento fino ad arrivare a una faticosa maturità come orfano e "fratellastro" di una ragazza complessata e tristemente piegata, anche lei, dalla religione, e attorno a lui gravitano altre povere anime identificabili in una coppia di serial killer, un poliziotto corrotto, un predicatore lussurioso e un altro predicatore completamente pazzo. Come ho scritto su, i destini di tutti questi personaggi arrivano a incrociarsi tra passato e presente, accompagnati dalla voce narrante di Donald Ray Pollock, a tratti caustica e spesso amaramente ironica, come se trovasse assai divertente farsi beffe delle illusioni di esseri dannati fin dal principio, all'interno di una struttura circolare in cui tutto torna sul finale e che ha molto del noir. Non è sempre facile seguire queste vicende, dilatate in più di due ore di film all'interno delle quali la sceneggiatura pare spesso perdersi in dettagli insignificanti, pesantezze varie e squilibri (non ho letto il romanzo ma la vicenda dei due serial killer mi pare preponderante al suo interno mentre qui ha un'utilità pari a zero o quasi, e sembrerebbe quasi una nota di colore aggiunta per sconvolgere ancor più lo spettatore), eppure il risultato è interessante e talvolta inaspettato, soprattutto se si pensa agli attori coinvolti.


Abituati a vedere Tom Holland nei panni dell'amichevole Uomo Ragno di quartiere, fa piacere notare l'impegno profuso dal fanciullo nello scrollarsi di dosso facili etichette e spingersi ad indossare le vesti di un personaggio con cui non è facile empatizzare, nonostante il carico di sfiga che si porta appresso. Arvin è infatti un ragazzo privo di qualità, un animaletto preso in trappola che cerca di sopravvivere e di tenersi stretto quel poco che la vita gli ha dato, in primis la sorellastra Lenora, ma che per il resto nasconde il proprio nucleo dagli occhi dello spettatore, che arriva a volergli bene quasi per reazione all'odio smisurato verso la maggior parte dei comprimari, papà Willard compreso (il cui dolore e la cui follia sono comprensibili ma, insomma, certe scene spezzano il cuore). Tom Holland affronta dunque tutto il film compreso in una furia e una disperazione intensi, inusuali per l'attore, che può così tenere testa a un Robert Pattinson meravigliosamente leppego, al solito, inquietantissimo Bill Skarsgård e all'altro campione di laidità del film, un Jason Clarke che fa venire voglia di togliersi la pelle di dosso dallo schifo; complimenti vivissimi anche all'ex Dudley Dursley, Harry Melling, il cui sguardo spiritato è perfetto per il ruolo di predicatore invasato, e anche all'irriconoscibile Sebastian Stan, altro membro della scuderia Marvel capace di un gradevolissimo trasformismo. E il cast femminile? Come ho scritto più su, le donne de Le strade del male sono l'equivalente di accessori soggetti al volere di Dio o dell'uomo e ciò comporta uno spreco di talenti come quello di Mia Wasikowska o Haley Bennett, mentre Riley Keough ed Eliza Scanlen si difendono come possono nel tempo che viene loro concesso. In definitiva, Le strade del male è un ibrido strano ed inusuale per il catalogo Netflix, che probabilmente non incontrerà il gusto di un buon numero di utenti della piattaforma ma che a me è comunque piaciuto, nonostante alcuni difetti. Il mio consiglio è quello di recuperarlo, possibilmente a mente fresca. 


Di Robert Pattinson (Reverendo Preston Teagardin), Haley Bennett (Charlotte Russell), Tom Holland (Arvin Russell), Bill Skarsgård (Willard Russell), Riley Keough (Sandy Henderson), Mia Wasikowska (Helen Hatton), Sebastian Stan (Lee Bodecker) e Jason Clarke (Carl Henderson) ho parlato ai rispettivi link. 

Antonio Campos è il regista e co-sceneggiatore della pellicola. Americano, ha diretto film come Afterschool e Christine. Anche produttore e attore, ha 37 anni.


Harry Melling interpreta Roy Laferty. Inglese, famoso per il ruolo di Dudley Dursley nella saga cinematografica di Harry Potter, ha partecipato a film come Edison - L'uomo che illuminò il mondo e La ballata di Buster Scruggs. Ha 31 anni e due film in uscita. 


Eliza Scanlen, che interpreta Lenora, era la Beth di Piccole donne. Chris Evans avrebbe dovuto interpretare il ruolo di Lee Bodecker ma ha dovuto rinunciare perché impegnato in altri lavori. Se il film vi fosse piaciuto recuperate Frailty - Nessuno è al sicuro, Hell or High Water (su Netflix), Prisoners (su Chili e altre piattaforme simili) e Non è un paese per vecchi (su Amazon Prime Video). ENJOY!

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