Visualizzazione post con etichetta joseph kosinski. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta joseph kosinski. Mostra tutti i post

venerdì 13 marzo 2026

F1 - Il film (2025)


All'uscita lo avevo snobbato ma, a fronte delle 4 candidature all'Oscar (Miglior film, Migliori effetti special, Miglior montaggio e Miglior sonoro), sono stata costretta a recuperare F1 - Il film (F1: The Movie), diretto e co-sceneggiato nel 2025 dal regista Joseph Kosinski.

Trama

Sonny Hayes, ex pilota prodigio della Formula 1, viene richiamato in servizio da un vecchio amico, ora proprietario della squadra più scarsa del campionato, per risollevarne le sorti..

RECENSIONE

Che mi sarebbe toccato recuperare un film come F1 durante la già durissima Oscar Death Race non l'avevo minimamente preventivato. Che il film di Kosinski sarebbe addirittura arrivato a contendersi con opere ben migliori una statuetta per Miglior film mi offende nel profondo ma, si sa, storia che vince non si cambia e già qualche anno fa Top Gun: Maverick aveva fatto faville, quindi perché non sarebbe dovuta andare così anche stavolta? Sì, dall'acredine con cui scrivo si capisce che F1 non mi è proprio piaciuto. O, meglio, non è il film che fa per me. Nulla da dire su regia, effetti speciali, sonoro, montaggio e fotografia. F1 è un film tecnicamente ineccepibile, da vedere senza ombra di dubbio su grande schermo; immagino che l'esperienza in sala desse l'idea di trovarsi all'interno dell'abitacolo di una macchina da corsa a sfrecciare sui circuiti più famosi del mondo, e credo che per gli appassionati di Formula 1 un film simile sia stato una scossa di adrenalina emozionante dall'inizio alla fine. Io, che mi annoiavo ogni volta che mio padre cercava di guardare in TV un gran premio, questa emozione non l'ho ovviamente percepita, e mi sono ritrovata seduta sul divano a sorbirmi l'ennesima storia di riscatto e caduta, DUE ORE E TRENTACINQUE durante le quali lo stesso pattern si ripete due volte (ma non bastava una, Cristo, così il film sarebbe durato "solo" due ore?). Maver, ehm, Sonny è un pilota che non ce l'ha fatta, rimasto vittima di un tremendo incidente quando la sua carriera in Formula 1 stava per decollare, e che da allora ha vissuto guidando qualsiasi cosa su cui riusciva a mettere le mani, dall'Ape di mio padre alla Lambretta di Russell Crowe. Trent'anni dopo, l'ex collega Ruben, proprietario della squadra più scalcinata del campionato, va a chiedergli di risollevare le sorti di una squadra con due problemi fondamentali: le loro macchine sono dei ceraffi e il pilota di punta è un giovanotto indisponente che pensa solo ai social, grazie anche a un P.R. "bruv" che sarebbe da calcioruotare in tempo zero. Maver, ehm, Sonny si rivela, neanche a dirlo, un testa di cazzo ma con un cuore grande così e il volto di old man Pitt, il quale ci mette poco a conquistare il cuore dell'intera squadra e soprattutto quello della capameccanica donna, spingendola a trasformare il ceraffo in un mezzo guidabile. Ci mette un po' di più con il giovane Roost, ehm, con Joshua, ma non è nulla che due mezze tragedie ben piazzate alla bisogna non riescano a sistemare: patapim e patapam, il finale con lacrima strappastorie annessa in cui tutti brindano con Crystal, my moto and a couple of beyotches, why not? (cit.), è garantito.

Come ho scritto sopra, la trama del film è trita e ritrita, ma c'è di buono che, come già in Top Gun: Maverick, gli attori sono stati davvero infilati all'interno di monoposto modificate e guidano a rotta di collo con apposite telecamere a riprendere le loro reazioni e tutto ciò che scorre attorno all'auto da corsa, il che enfatizza molto la verosimiglianza del tutto. Inoltre, molte riprese sono state effettuate nel corso di vere gare di Formula 1 (d'altronde tra i produttori del film, se non ho visto male, figura Lewis Hamilton) quindi lo sforzo tecnico e produttivo è sicuramente da ammirare, sarei disonesta a dire il contrario. Però, a me l'intera operazione è sembrata un po' un'immensa, glaciale marchetta non solo per la Formula 1 e i suoi protagonisti reali, ma per Las Vegas e Dubai in primis, e per tutta quella serie di marchi famosi più o meno sbattuti in faccia allo spettatore i quali, sicuramente, avranno sganciato milioni di dollari per poter comparire almeno in un fotogramma. Gli attori coinvolti fanno il loro dovere, niente di più, niente di meno. Brad Pitt, invecchiato ma sempre figo, indossa la comoda coperta di un rustico dal cuore tenero, che affronta traumi e dolore con una vena di menefreghismo ed ironia, salvo sciogliersi in melense confessioni con la patata di turno. La patata di turno, per l'appunto, pur con tutta la cazzimma di un cervello tecnico di donna in carriera, l'ironia, il saldo desiderio di indipendenza, è destinata fin dalla prima inquadratura a fungere solo da love interest per il protagonista, e diventa sempre più "girlie" col passare del tempo, così ci siamo persi pure Kerry Condon, sacrificata nei panni di "bionda attrice intercambiabile". Il giovane Damson Idris e Javier Bardem sono infine l'esempio più fulgido di typecasting e fanno tutto ciò che le loro origini etnico-linguistiche richiedono loro, interpretando rispettivamente la testa calda di colore con mammà e crew a seguito e il miliardario "caliente" e un poco loco, disprezzato dai membri conservatori del consiglio di amministrazione. Ah, c'è anche un "villain", ma è talmente poco incisivo che non ve ne parlo nemmeno. Insomma, per quanto mi riguarda F1 è stato uno spreco di tempo, una mera tacca da aggiungere alla Oscar list senza infamia né lode, ma sono certa che per molti sarà un film bellissimo ed imprescindibile. Lo capisco e lo accetto ma, come si dice, not my cup of tea

CAST

Del regista e co-sceneggiatore Joseph Kosinski ho già parlato QUI. Brad Pitt (Sonny Hayes), Javier Bardem (Ruben Cervantes), Kerry Condon (Kate McKenna) e Shea Whigham (Chip Hart) li trovate invece ai rispettivi link.

CURIOSITà

Kim Bodnia, che interpreta Kaspar Smolinski, era l'insopportabile Jens de Il guardiano di notte. Se F1 vi fosse piaciuto recuperate Giorni di tuono, di cui doveva essere un seguito, e aggiungete RushLe Mans '66 - La grande sfida. ENJOY!

giovedì 9 marzo 2023

BollOscar: Top Gun (1986) e Top Gun: Maverick (2022)

Siccome la notte degli Oscar si sta avvicinando, ho deciso non solo di pubblicare un post di giovedì, ma anche di accorpare due commenti, uno su un film storico (Top Gun, diretto nel 1986 dal mai troppo compianto Tony Scott) e uno sul suo apprezzatissimo seguito (Top Gun: Maverick, diretto nel 2022 dal regista Joseph Kosinski). Il secondo motivo è che, per svariate ragioni, non sono rimasta folgorata da nessuna delle due pellicole, e scrivere per ognuna una "recensione" di lunghezza standard sarebbe stato un po' difficile. Scaldate i motori di aerei e moto, che si va... ENJOY!


Top Gun - Tony Scott (1986)

Top Gun è uno di quei film che avrò visto una sola volta da bambina, ché a me di Tom Cruise non è mai fregato nulla e padre era più amico di Bud e Terence, o di Stallone. Di conseguenza, non ricordavo nulla della trama, tranne che c'è, per l'appunto, un giovane Tom Cruise che vola su degli aerei superfighi, in aperta competizione con altri giovani piloti tutti pronti ad conquistare il ruolo di Top Gun. Non fossi un'appassionata di cinema e non mi documentassi un po' relativamente ai film che vedo avrei ben poco da scrivere in più: Top Gun è, fondamentalmente, uno "spokon" (passatemi il termine improprio) ambientato nel mondo dell'areonautica militare, con sfide tra ragazzi che coroneranno in un'importantissima partita/missione prima della quale, ahinoi, ci sarà l'inevitabile tragedia che metterà in discussione la disputa della stessa e rischierà di far ritirare per sempre il protagonista incredibilmente dotato. E' semplice come lo ricordate, ma ovviamente dietro ci sono tutta la passione che contraddistingueva il buon Tony Scott e un'artigianalità atta a superare i limiti di budget e di giorni in cui poter usufruire di aerei veri, due caratteristiche che hanno generato un film creato in fieri, con dialoghi aggiunti durante il montaggio, praticamente un manuale dell'arte di arrangiarsi. Un film giusto al momento giusto, con attori perfetti, una linearità in grado di conquistare gli spettatori dell'epoca e anche una bella colonna sonora, che nonostante tutto riesce ad intrattenere ancora oggi in virtù della sua trama "universale"... anche se, la vera domanda sorta spontanea a me e al Bolluomo è stata: ma quanto diamine è gay Top Gun? Tra confronti "a muso duro" durante i quali pensavo che i protagonisti si sarebbero messi a limonare e interminabili scene girate dentro docce e spogliatoi, più che tensione agonistica e testosterone si respira tensione sessuale (tifavo più Maverick e Iceman che Maverick e Charlie), ma l'apice lo tocca la meravigliosa partita a pallavolo, dotata della stessa estetica di un video dei Culture Club e subdola come il fanservice di un manga. Altro che Nightmare 2!


Oscar: ne ha vinto uno (per la canzone Take My Breath Away) a fronte di quattro nomination (le altre erano Miglior Sonoro, Miglior Montaggio, Miglior Missaggio Sonoro).

Curiosità: il film è dedicato allo stuntman e pilota Art Scholl, morto a 54 anni durante la produzione del film, a causa di una manovra non riuscita che ha fatto schiantare il suo aereo nel Pacifico. Le sue ultime parole sono state "Ho un problema - Ho un problema vero". Le cause dell'incidente non sono mai state chiarite né sono mai stati recuperati l'aereo o il corpo di Scholl.


Top Gun: Maverick - Joseph Kosinski (2022)

Comincia come una copia anastatica dell'originale, con le stesse inquadrature, la stessa colonna sonora, a momenti persino lo stesso Tom Cruise, non fosse che, per fortuna, qualche ruga di invecchiamento ce l'ha anche lui, e continua sullo stesso binario di Top Gun, riproponendo situazioni simili riaggiornate al gusto attuale (per esempio, la partita stavolta è di football americano e c'è una ragazza in mezzo, cosa che, assieme all'ampio utilizzo di ombre, priva la sequenza di ogni parvenza di dubbia gaiezza, con buona pace di chi non voleva l'infanzia stuprata). Come da titolo, però, il focus della storia è Maverick, ovvero il superamento del dolore e dei traumi passati, accompagnato non da un passaggio di testimone (chi mai potrebbe essere fico quanto Cruise?), quanto piuttosto dalla conferma che il vecchio, se ha le palle, rischia di essere molto migliore del nuovo nonostante sia ad un passo dal diventare obsoleto ed è forse questo il motivo per cui il film è piaciuto a tutti. Di sicuro, c'è da togliersi il cappello davanti a sequenze adrenaliniche realizzate con un budget inesistente negli anni '80, che ha consentito alla produzione persino l'utilizzo di aerei veri, e immagino che, visto al cinema, l'effetto sarà stato quello di ritrovarsi al posto del pilota, ma vi assicuro che anche visto su uno schermo normale il coinvolgimento è stato totale. Non posso fare altro che pensare a cosa avrebbe potuto fare Tony Scott, a cui il film è dedicato, con carta bianca e una simile quantità di soldi. Di sicuro, mi vien da dire, avrebbe ricercato molta più originalità di Kosinski e magari avrei accettato più volentieri la marea di Nomination piovute addosso a una pellicola che, alla fine, si limita a cavalcare l'onda della nostalgia e ad accontentare i vecchi fan di un film che, probabilmente, moltissimi ricordano più bello di ciò che effettivamente è. Per quanto mi riguarda sono stata molto contenta dell'omaggio a Val Kilmer, durante il quale i miei occhi hanno un po' sudato, mentre Miles Teller trasformato in un clone baffuto di Ciccio Edwards non si può guardare. So di essere in minoranza e so anche che non succederà, ma mi auguro sinceramente che Top Gun: Maverick venga fortemente ridimensionato durante la notte degli Oscar, perlomeno nelle categorie non tecniche.


Nomination: Miglior Montaggio, Miglior Canzone Originale, Miglior Sonoro, Migliori Effetti Speciali, Miglior Film, Miglior Sceneggiatura Non Originale. 

Curiosità: Tom Cruise ha insistito perché l'utilizzo di green screen e riprese aeree in CGI fosse ridotto al minimo e che le sequenze di volo venissero realmente girate all'interno degli abitacoli. Di conseguenza, gli attori hanno dovuto sottoporsi ad intense sessioni di allenamento per imparare a sopportare la pressione gravitazionale. 






martedì 28 giugno 2022

Spiderhead (2022)

Tra vacanze liete e meno lieti, nonché stressantissimi, impegni, è più di una settimana che non scrivo, anche se il blog è in qualche modo andato avanti. Ricomincio oggi con Spiderhead, diretto dal regista Joseph Kosinski e tratto dal racconto Fuga dall'Aracnotesta di George Saunders.


Trama: in un futuro abbastanza vicino, alcuni detenuti vivono all'interno di un carcere all'apparenza dotato di ogni comodità, costretti tuttavia a testare sieri dagli effetti imprevedibili...


Tornata a casa dopo le ferie, ho chiesto consiglio agli amici di Facebook su quale film recuperare all'interno delle tre piattaforme a mia disposizione, ed è spuntato questo Spiderhead, disponibile su Netflix e tratto da un racconto di un autore a me sconosciuto, George Saunders. Come al solito non posso fare confronti tra racconto e film, quindi partiamo con l'usuale "recensione" ignorante. Spiderhead è il nome di un complesso fortificato, situato su un'isola deserta, che funge da carcere, ma con una particolarità; i detenuti sono trattati come gli ospiti di un hotel a quattro stelle da cui non possono ovviamente uscire, tuttavia per ottenere questo trattamento sono costretti a dare il proprio consenso per periodici esperimenti a base di sieri che alterano le emozioni. Se, all'inizio, lo spettatore si ritrova coinvolto nel "gioco" di scoprire i vari sieri e quali siano le loro funzioni, tra momenti molto faceti (pure troppo!) e altri più inquietanti, provandoli sulla pelle del protagonista Jeff, mano a mano che il film prosegue diventano chiare le implicazioni di un paio di esperimenti più crudeli e, soprattutto, la natura infingarda di Abnesti, capo della ricerca scientifica del carcere. Tra un esperimento, una confessione tra detenuti e i ricordi del protagonista, Spiderhead rimane per tutta la sua durata in perfetto ed incredibile equilibrio tra generi, senza sconfinare mai nel troppo fantascientifico o nel troppo horror (cosa che, a mio avviso, gli avrebbe dato una marcia in più) e, anche se la riflessione finale sull'autodeterminazione e l'importanza della volontà è chiara e rimarcata, non diventa mai neppure un racconto dalla morale netta. Ciò, da una parte, lo rende una perfetta opera d'intrattenimento, mentre dall'altra lo priva dell'incisività necessaria per essere qualcosa di più del solito film Netflix da dimenticare dopo un paio di giorni.


Peccato, perché la particolarità di Spiderhead è quella di offrire a Chris Hemswort la possibilità di tentare un ruolo un po' diverso da quelli soliti di babbeo o eroe, consegnandolo in un'inedita versione "villain". Come rimarcato nei dialoghi, Hemsworth è un uomo di grande bellezza, e questo lo avvantaggia nel ruolo di un genio (del male) che sfrutta l'aspetto e la retorica per attirare le sue vittime con un'apparenza gentile e affabile, con idee progressiste di libertà e condivisione, celando la sua reale natura di presuntuosa testa di pazzo che non si fermerebbe di fronte a nulla pur di blandire la propria genialità. Miles Teller, come contraltare, è forse poco incisivo ma ha abbastanza personalità per non farsi "mangiare" dal suo antagonista (o forse è Hemsworth a non riuscire a fare quel piccolissimo salto per diventare memorabile, come è stato invece per Sebastian Stan in Fresh), anche perché il cast potrebbe anche essere finito lì; gli altri attori, impegnati in ruoli più o meno minori, non saltano mai veramente all'occhio, e lo stesso vale anche per la regia di Joseph Kosinski, che porta a casa un lavoro dignitoso ma mai davvero particolare o entusiasmante. L'unica sequenza di Spiderhead che ricorderò finché campo, in effetti, è giusto quella dell'incidente in macchina che condanna Jeff a finire in carcere, scritta e realizzata con una sciatteria fuori scala: come faccia una persona a volare fuori dal parabrezza di un'auto, dopo averlo sfondato con la testa, ad atterrare scomposto come il bambino/pupazzo de La terza madre e a rialzarsi senza neppure una goccia di sangue sul volto, è qualcosa che mi porta a rivalutare l'uomo nascosto nel controsoffitto dell'astronave in Estraneo a bordo. A parte questo, comunque, è estate, Hemsworth è un bel vedere, la storia di Spiderhead è simpatica, quindi per una serata passata davanti a Netflix ci sono scelte ben peggiori.


Di Chris Hemsworth (Abnesti) e Miles Teller (Jeff) ho già parlato ai rispettivi link.

Joseph Kosinski è il regista della pellicola. Americano, ha diretto film come Tron: Legacy, Oblivion, Fire Squad - Incubo di fuoco e Top Gun: Maverick. Anche produttore e sceneggiatore, ha 48 anni.


Jurnee Smollett interpreta Lizzy. Americana, la ricordo per film come La baia di Eva e Birds of Prey e la fantasmagorica rinascita di Harley Quinn, inoltre ha partecipato a serie come E.R. Medici in prima linea, Grey's Anatomy, Doctor House, True Blood e Lovecraft County. Anche produttrice, ha 35 anni e due film in uscita. 




Se vuoi condividere l'articolo