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mercoledì 25 marzo 2026

Train Dreams (2025)


La Oscar Rush mi ha fatto recuperare anche Train Dreams, diretto e co-sceneggiato nel 2025 dal regista Clint Bentley a partire dal romanzo di Denis Johnson e candidato a quattro premi Oscar (Miglior film, Miglior sceneggiatura non originale, Miglior fotografia, Miglior canzone originale).

Trama

Robert Grainier è un taglialegna dal carattere schivo. Quando incontra Gladys, i due si innamorano e mettono su famiglia, ma la tragedia è dietro l'angolo...

RECENSIONE

Train Dreams era uscito su Netflix il 21 novembre 2025 e mi ci ero tenuta ben distante. Il primo motivo è che ero già rimasta "scioccata" l'anno scorso da Sing Sing, scritto e diretto da Greg Kwedar, co-sceneggiatore anche di Train Dreams; il secondo è Joel Edgerton, che sono ormai arrivata a considerare sinonimo di pesantezza coi controfiocchi. Il tremendo binomio prometteva un tedio infinito, soprattutto perché Edgerton si presentava nuovamente con un personaggio stundaio (vedi QUI ma anche QUI), quindi ho pensato bene di evitare, almeno finché non è diventato obbligatorio guardare Train Dreams in previsione degli Oscar. Per una volta, mi vedo costretta a cospargere il capo di cenere e ringraziare l'Academy per l'"obbligo", altrimenti avrei perso un film molto bello, poetico e commovente. Nonostante mi sia piaciuto molto, però, non sono sicura di avere capito bene Train Dreams, che a me è comunque parso un film fatto di "nulla", se mi passate l'imprecisione ignorante, o, meglio, un film fatto di sfiga cosmica, chiamata e sopportata da un uomo stolido nella sua ferma volontà di non godersi proprio una mazza. Mi spiego meglio. Robert Grainier è un uomo che non ha mai provato interesse per nulla, un lavoratore indefesso che vive senza curarsi troppo di chi gli sta attorno, senza mai fare quel passo in più per avvicinarsi a qualcuno. L'unico momento che spezza questo stile di vita è l'incontro con Gladys, colei che diventerà il suo grande amore nonché immensa fonte di disperazione e rimpianto. Senza addentrarci troppo in spoiler, il film racconta pezzi della vita di Grainier, alternando semplici momenti di quotidiana felicità casalinga ad episodi più o meno significativi legati al suo lavoro di boscaiolo e tutto un codazzo di compagni incontrati durante le lunghe trasferte lontano da casa. Gli episodi sono legati da un unico fil rouge, che è poi quella che credo sia la chiave di lettura di tutto il film, ovvero i cambiamenti all'interno della società e del paesaggio americano, osservati e talvolta causati da una natura "matrigna" che si lascia "stuprare" dall'uomo fino a un certo punto, prima di riprendere prepotentemente il controllo e ridurlo al ruolo che merita, quello di parassita da schiacciare, bruciare, o lasciare morire lentamente di vecchiaia e malattia. Chi pensa che i suoi tormenti siano importanti vive male, arriva alla fine dell'esistenza senza lasciare nulla e non si accorge, come dice il divino William H. Macy (ma lo dicono un po' anche i Negramaro) "di quanto il mondo sia meraviglioso". In poche parole, serve equilibrio, e la capacità di far fruttare ogni momento, anche il più futile e banale. Ora, io so di avere "solo" 44 anni, ma credetemi se vi dico che Grainier e tutti i suoi poco allegri compagni mi hanno messo addosso una tristezza terribile, la malinconia devastante al pensiero di guardarmi indietro e vedere quante cose non mi sono goduta presa da preoccupazioni futili col senno di poi, e di quanto tempo perderò ancora finché non giungerà il momento in cui non ne avrò più.

La vita di Robert scorre sotto gli occhi dello spettatore, scandita dalla perfetta narrazione "vecchio stampo" di Will Patton; ascoltando la voce dell'attore, sembra di stare seduti accanto al fuoco, ad ascoltare la storia di un'America (e di un tipo di americano) che non esiste più, cancellata da un progresso che è al tempo stesso fonte di rinascita e distruzione. Le immagini del film sono splendide, ricordano molto la bellezza poetica delle opere di Malick, in particolare The Tree of Life. Proprio gli alberi, le foreste sterminate, sono ripresi ed illuminati in tutta la loro gloria, diventano il cuore di Train Dreams, la metà legata alla natura; l'altra metà sono le sequenze connesse a treni e altri mezzi di locomozione, che hanno una qualità appunto onirica, e trasmettono quel misto di speranza e timore con le quali sicuramente si saranno approcciate le persone nell'epoca descritta nel film. Regia e fotografia consegnano una realtà dove i dettagli più prosaici si fanno poesia, dove ogni cosa è importante, dall'albero morto al cucciolo di cane, dai panorami mozzafiato al tavolo di casa propria, dove il mondo degli spiriti è talmente vicino da poter essere toccato e dove ogni storia è degna di essere raccontata. Anche quella di un uomo che praticamente non apre bocca, e che costringe Joel Edgerton ad esprimersi con lo sguardo, con il corpo, con una remissività talmente tenera da fare stare male, perché cosa vuoi dire a questo sfortunato pezzo di pane, "maledetto" da un unico momento di inazione dovuto ad un innato spirito di autoconservazione? In ruoli più brevi ma importantissimi brillano anche Felicity Jones, Kerry Condon (che si è fatta perdonare la partecipazione a quel giocattolone di F1 - Il film e, soprattutto, William H. Macy. William, io ti ho sempre amato e sono sempre stata convinta che la tua presenza rendesse un gioiello anche il film più trascurabile, e qui ne ho avuto l'ulteriore conferma, anche se Train Dreams è già da solo un'opera bellissima. Non fate come me e recuperatelo senza indugio!

CAST

Di Joel Edgerton (Robert Grainier), Clifton Collins Jr. (Boomer), Felicity Jones (Gladys Grainier), Paul Schneider (Frank l'apostolo), William H. Macy (Arn Peeples), Kerry Condon (Claire Thompson), Will Patton (voce narrante) ho già parlato ai rispettivi link.
  • Clint Bentley è il regista e co-sceneggiatore del film. Americano, ha diretto film come L'ultima corsa. Anche produttore, attore e montatore, ha 39 anni.

martedì 25 novembre 2025

The Running Man (2025)


Temevo me lo sarei perso per via dell'influenza, ma martedì scorso sono riuscita a vedere The Running Man, diretto e co-sceneggiato dal regista Edgar Wright a partire dal romanzo L'uomo in fuga di Richard Bachman.

Trama

In una società distopica dove le televisioni detengono il potere effettivo, Ben Richards si ritrova a dover partecipare al mortale gioco a premi The Running Man, per poter curare la figlioletta malata...

Recensione

L'uomo in fuga è un romanzo del 1982, scritto da Stephen King sotto lo pseudonimo di Richard Bachman. Senza scendere troppo nei dettagli, Bachman era la "scommessa" di uno scrittore già famoso che voleva capire se sarebbe riuscito a scalare le classifiche anche privo di un nome importante, e che voleva essere libero di sperimentare, sfogarsi con opere un po' più grezze, rimaste magari nel cassetto per anni. Mi ritengo una kinghiana di ferro ma ammetto che tendo a dimenticarmi de L'uomo in fuga, perché è un romanzo scoperto in età più tarda e non è tra i miei preferiti dell'autore; non voglio essere antipatica ma è l'equivalente di uno di quei romanzetti di fantascienza mordi e fuggi, da Autogrill se vogliamo, ed è zeppo di situazioni surreali e personaggi tagliati con l'accetta, con qualche intuizione interessante che si perde in una trama abbastanza ordinaria, almeno per il mio gusto. Ritengo giusto che Edgar Wright abbia aggiornato il materiale di partenza, pur rimanendogli comunque molto fedele, calcando il pedale sul lato più grottesco ed umoristico della vicenda, perché così The Running Man diventa uno specchio della superficialità di cui siamo costantemente circondati. Il pugno di ferro pessimista, il nichilismo che governa il romanzo, qui viene diluito (ma, attenzione, non completamente cancellato!) accentuando la natura ridicola e baracconesca degli spettacoli vomitati addosso alle masse per addomesticarle attraverso la promessa di soldi facili, dando loro uno sfogo perverso verso chi "sta peggio" e muore in TV. Lo stesso Ben Richards, incazzato col mondo e duro come l'acciaio, accentua nel film quelle caratteristiche latenti di showman ed eroe suo malgrado che gli erano proprie anche nel romanzo, diventando più plausibile rispetto ad un superuomo malnutrito che riesce a fare fessa un'intera nazione. Il film punta il dito in maniera non banale sia sulla sovraesposizione mediatica che sulla facilità con cui le masse possono venire manipolate, ma anche sul pericolo dell'AI e dei deepfake, e lo fa con la leggerezza di un ottimo film d'azione, che non offre il fianco neppure a un minuto di noia e, pur seguendo la struttura di base del romanzo, reinventa ed arricchisce le "tappe" della corsa mortale di Ben Richards. 

La riuscita di The Running Man poggia, per buona parte, sulle larghe spalle di Glenn Powell, che aveva già dimostrato con Hitman - Killer per caso di saper reggere quasi da solo un intero film, grazie a un mix tra l'effettivo phisique du role, un'ottima versatilità e, soprattutto, quell'umorismo che me lo ha fatto adorare fin da subito in Scream Queens (mi spiace ma, per me, Powell sarà sempre il "Chad"). Qui l'attore riceve lo scomodo scettro di Arnold Schwarzenegger e poi se ne va per la sua strada, eclissando tutti gli altri pur bravi attori che lo affiancano, ad eccezione di Michael Cera, che mi da l'occasione per parlare di un altro aspetto del film, ovvero la regia di Wright. Ecco, il vero difetto di The Running Man è che è un po' anonimo. Questo non nel senso di "brutto" o "piatto",  quanto piuttosto che risulta quasi impossibile percepire la mano di Edgar Wright, se non per la cura dedicata alla colonna sonora, al montaggio e ad alcune sequenze in particolare come, appunto, quella ambientata nella casa di Perrakis. Nonostante la maggior parte delle scene siano notevoli, anche a livello di effetti speciali e ambientazioni (in particolare, spiccano la sede dell'emittente televisiva e, ovviamente, il palcoscenico dello show, ma anche l'aereo non scherza), tutto il segmento che coinvolge Parrakis e la madre è un mix perfetto di umorismo e azione, con booby traps dai risultati esplosivi e una fantastica sinergia tra la colonna sonora e quello che passa sullo schermo secondo dopo secondo. Insomma, The Running Man è un buon action distopico, ma privo di quella zampata autoriale perfettamente riconoscibile che riusciva a rendere indimenticabili le opere più famose del regista. A mio avviso, è un ottimo adattamento, perfetto per i tempi attuali, e smussa un paio di caratteristiche del romanzo che, ad oggi, sarebbero non solo anacronistiche, ma anche irricevibili. Di sicuro, anche se so di essere una brutta persona ad ammetterlo, l'ho apprezzato molto più de L'implacabile, di cui spero di parlare nei prossimi giorni. 

Cast

Del regista e co-sceneggiatore Edgar Wright ho già parlato QUI. Glen Powell (Ben Richards), Karl Glusman (Frank), Lee Pace (Evan McCone), Sean Hayes (Gary Greenbacks), Josh Brolin (Dan Killian), Colman Domingo (Bobby T), William H. Macy (Molie) e Michael Cera (Elton Perrakis) li trovate invece ai rispettivi link. 

Curosità

Jayme Lawson, che interpreta Sheila, ha partecipato a I peccatori nei panni di Pearline. Prima che Glen Powell venisse scelto come protagonista, la rosa di candidati per il ruolo di Ben Richards comprendeva Ryan Gosling, Chris Evans e Chris Hemsworth. ENJOY!

domenica 29 settembre 2019

Bollalmanacco On Demand: Inland Empire - L'impero della mente (2006)

Dopo millemila giorni torna il Bollalmanacco On Demand. Ce n'è voluta, eh, ma alla fine sono riuscita a finire di vedere Inland Empire - L'impero della mente (Inland Empire), scritto e diretto nel 2006 dal regista David Lynch e chiesto dall'adorata amica Silvia. Il prossimo film On Demand dovrebbe essere Penelope. ENJOY!


Trama: dopo avere ottenuto il ruolo tanto desiderato, un'attrice smette di distinguere la realtà dalla finzione e si perde in un allucinante trip di eventi...



Siccome di Inland Empire non si può proprio parlare, vi tedierò un po' con qualche aneddoto personale che giustifica anche perché ci ho messo così tanto per sfornare un nuovo post On Demand. L'ultimo lungometraggio di David Lynch (se non vogliamo considerare tale l'ultima serie di Twin Peaks) dura quasi tre ore e io, ovviamente, tutto questo lusso temporale non ce l'ho. Sono vecchia, ormai ho 38 anni, prima delle 21.30 non riesco a cominciare a guardare film (e considerate che questo non l'ho nemmeno proposto al Bolluomo, ci mancherebbe) e ammetto che ogni volta Inland Empire mi faceva crollare tra le braccia di Morfeo dopo 15/20 minuti al massimo; ho provato a guardarlo al mattino, mentre facevo colazione, e talvolta mi veniva da dormire anche lì, a rischio di pucciare la faccia nel tea. Insomma, un successone. Probabilmente Lynch riderebbe di me, oppure magari mi direbbe che il modo migliore per fruire di Inland Empire è proprio lasciare che le immagini del film si mescolino a quel meraviglioso momento in cui la mente svariona prima di abbandonarsi al sonno e ai sogni, mentre gli amanti di Lynch e i cinèfili degni di questo nome mi ricopriranno di insulti e ignominia perpetua. Vi do ragione, per carità, ma a mia discolpa posso dire di averci provato e di essere stata onesta: "qualcuno", messo davanti ai miei evidenti limiti e di fronte alla mia richiesta di aiuto, mi ha detto "leggiti qualche recensione in giro e prova a fartene una tua idea, simulando di averlo visto. Magari dilungati sul fatto che è un film molto lynciano, con degli attori molto lynciani... con un po' di pratica vedrai che riuscirai a scrivere lunghissimi post anche sul nulla cosmico. In fondo è quello che fanno i critici cinematografici stipendiati... mica li guardano per davvero i film". Come dargli torto, in effetti? Perfetto, allora la butto lì: Inland Empire è un film importantissimo, un pugno nello stomaco, indispensabile, lynchiano, perturbante, inquietante e, soprattutto, disturbante. Di sicuro ho azzeccato tutti i termini giusti, il post potrebbe anche essere finito qui, nevvero?


Dai, si scherza. Però diamine, leggenda narra che Lynch abbia telefonato alla Dern e, manco fosse Uma Thurman nella pubblicità della Schweppes, le abbia detto "ti va di sperimentare?" e di sicuro né lui né gli attori coinvolti sono riusciti a spiegare in che diamine consista Inland Empire quindi come posso riuscirci io? E soprattutto, perché dovrei? Lì per lì, tra l'altro, Inland Empire ti gabba, infido, e salvo un siparietto con una sit-com a base di conigli antropomorfi e gente che parla in ungherese, ti illude che abbia una trama: un'attrice moglie di un marito orco ottiene il ruolo tanto agognato e finisce preda, nonostante mille avvertimenti, del co-protagonista donnaiolo, al punto da confondere la vera se stessa con il personaggio che sta interpretando, mentre cominciano a circolare voci inquietanti sull'impossibilità di concludere le riprese di un film già naufragato una volta per motivi mai chiariti. Una trama interessante, che già di per sé titillerebbe l'attenzione dello spettatore e di tutti i fan di Lynch. Peccato che quest'ultimo non avesse intenzione di dirigere un lungometraggio, bensì una serie di "corti" che alla fine lo sono diventati e che hanno creato un trip cinematografico senza capo né coda, senza unità di tempo o spazio, un'infinita serie di suggestioni che sta allo spettatore scegliere come vivere e, probabilmente, come interpretare. Passato, presente e futuro non esistono più, c'è un continuo stream of consciousness che definire tale sarebbe comunque improprio, perché il punto di vista non è sempre quello di Nikki/Susan e talvolta vengono inseriti altri personaggi protagonisti di vicende proprie, che possono essere legate o slegate da quella principale, che comunque principale non è. Insomma, un casino vero, e rimanerne affascinati o meno dipende dalla disposizione d'animo dello spettatore.


Io, lo ammetto, andavo a momenti. L'atavico istinto di horroromane unito alla pavloviana memoria dei migliori istanti twinpeaksiani mi ha portata ad apprezzare moltissimo gli infiniti corridoi in cui si perde Laura Dern, bui salvo per luci rossastre, tendaggi, pavimenti con pattern assai simili a quelli della Loggia Nera, gente deforme che strilla sconvolta in camera, persone che appaiono e scompaiono senza un perché; oppure, le assurde sequenze in cui la gente canta e balla, d'amblé, con altri posti a fare i silenziosi testimoni della follia, ma anche il momento in cui la senzatetto asiatica in botta racconta la sua assurda storia, per non parlare della sempre meravigliosa Grace Zabriskie, la cui sola presenza a me fa gelare il sangue nelle vene. La Dern meriterebbe l'applauso per il modo in cui asseconda ogni pazzia di Lynch senza perdere bravura o dignità, ché son tutti buoni a far gli attori per il depresso Von Trier, ma non vorrei essere nei panni di chi legge uno script di Lynch e affida l'anima al Sacro Cuore di Maria ad ogni ciak, sperando di non sbagliare o non fare una figura barbina imboccando invece la strada per il ridicolo involontario. Per contro, all'ennesimo dialogo tra polacchi e davanti alla fissità di uno psicologo che guardava la Dern con la stessa mia faccia disinteressata e annoiata, avrei voluto che il mio cervello partisse per l'Inland Empire dei sogni per non tornare mai più e ammetto, comunque, di avere fatto una fatica incredibile ad arrivare al termine di una visione protrattasi più o meno per una settimana, segno che questo Lynch sperimentatore ed estremo non fa proprio per me, per quanto gli riconosca una dignità artistica e visionaria senza pari. Di sicuro, la visione di Inland Empire è un'esperienza che consiglio, almeno una volta nella vita, ma dubito che io stessa la ripeterò.


Del regista e sceneggiatore David Lynch, anche voce di Bucky J, ho già parlato QUI. Grace Zabriskie (visitatore n. 1), Laura Dern (Nikki Grace/Susan Blue), Jeremy Irons (Kingsley Stewart), Justin Theroux (Devon Berk/Billy Side), Harry Dean Stanton (Freddie Howard), William H. Macy (Annunciatore), Laura Harring (Ospite alla festa/Jane Rabbit) e Naomi Watts (voce di Suzie Rabbit) li trovate invece ai rispettivi link.


Tra le guest star compaiono Nastassja Kinski nei panni della signora e Ben Harper in quelli del pianista. Il film ha un "sequel" o, meglio, è affiancato da una raccolta di scene eliminate dal titolo More Things That Happened, uscito nel 2007 come appendice alle edizioni video del film. Se Inland Empire vi fosse piaciuto, ovviamente, recuperatelo, e aggiungete il resto della filmografia di David Lynch. ENJOY!

martedì 1 marzo 2016

Room (2015)

Nel momento in cui sto scrivendo queste righe la Notte degli Oscar non c'è ancora stata e io sto tifando spudoratamente per Room, diretto nel 2015 da Lenny Abrahamson, tratto dal romanzo omonimo di Emma Donoghue e candidato a quattro premi Oscar (Miglior Film, Brie Larson Miglior Attrice Protagonista, Miglior Regia e Miglior Sceneggiatura Non Originale). Siccome però la mala distribución italiana ha deciso di fare uscire Room il 3 marzo ecco che ho scelto di pubblicare oggi la recensione di questo splendido film.


Trama: Jack è nato e cresciuto all'interno di una stanza, dove ha vissuto con la madre per cinque anni, convinto che il mondo esterno fosse solo fantasia. Un giorno però entrambi escono da quell'ambiente chiuso e il piccolo comincia a scoprire una realtà al tempo stesso eccitante e paurosa...


Spesso tendiamo a dimenticare che quello che siamo lo dobbiamo non solo al modo in cui ci hanno cresciuti ma anche all'ambiente in cui abbiamo vissuto da bambini, ai ricordi creati da piccoli oggetti all'apparenza insignificanti, da quello che ci hanno raccontato i nostri genitori, inculcandoci magari anche idee e preconcetti che poi abbiamo scoperto non corrispondere proprio alla realtà. Ovviamente, moltissime cose crescendo ce le lasciamo alle spalle ma credo che ciò che di importante abbiamo assorbito durante l'infanzia rimanga e contribuisca a formare il nostro carattere di adulti, condizionando anche scelte banali relative agli affetti, alla casa, al lavoro purtroppo no perché qui in Italia ognuno fa quel che trova se lo trova. Questo per dire che io, Erica Bolla, sono una persona fondamentalmente equilibrata perché ho avuto un'infanzia serena, passata in un posto di campagna, all'interno di una casa in affitto ma comunque carina, con due genitori assennati e severi il giusto, tuttavia ora mi scoppio quasi tutti i soldi in ca**ate probabilmente proprio perché i miei hanno rifiutato di assecondare moltissimi miei capricci, lasciandomi a sbavare sulle immense collezioni di My Little Pony, film Disney, Swatch e quant'altro delle amiche più abbienti/viziate e accontentandomi giusto a Natale ma mai come avrei voluto. Jack invece, povero piccino, è nato e cresciuto in una stanza. Anzi, in Stanza, come se si parlasse di una persona. E perché no? Quando un bambino conosce solamente una stanza chiusa e la sua unica compagnia è quella di Ma e dei pochi arredi di quel luogo, diventa quasi normale che un "animale" socievole qual è l'uomo decida inconsciamente di personificare degli oggetti, trasformandoli in compagni di gioco e amici. Soprattutto se Ma, per far sì che il figlio non si faccia troppe domande sulla propria condizione, gli racconta che le persone che si vedono in TV non sono reali e non esiste un mondo esterno a Stanza. Sinceramente, una condizione simile non posso neppure immaginarla, non riesco a mettermi nei panni di un bimbo che non sa assolutamente nulla della realtà al di fuori di una stanza, piuttosto posso arrivare a concepire un bambino nato e cresciuto libero in una foresta ma non un piccolino che conosce solo questa strana forma di cattività. Eppure, guardando Room si arriva a condividere in toto le sensazioni di Jack e quanto diventano assurdamente plausibili i suoi pensieri rivolti a quel mondo estraneo, troppo veloce e confuso, affascinante e spaventevole allo stesso tempo, quanto dolorosamente comprensibile il suo desiderio di tornare a rifugiarsi nella Stanza mentre Ma si lascia sopraffare dalla disperazione, dalla vergogna e dal rimpianto!


Room è un film che si insinua sottopelle e si prefigge di rimanere nel cuore dello spettatore a lungo, così come lo sguardo diffidente e spaventato di Jack, bimbo coinvolto in una vicenda incomprensibile ed ingiusta. Il piccolo Jacob Tremblay è favoloso, all'età di dieci anni sarebbe stato in grado di sbaragliare tutti i suoi colleghi più grandi, se solo gli avessero concesso l'onore di una candidatura all'Oscar in una kermesse che mai come quest'anno mi è sembrata tanto stupida e gestita da incompetenti. Il legame tra Jack e Ma è di quelli in grado di spezzare il cuore, poiché costringe lo spettatore a dividersi tra comprensibili moti di affetto verso un bambino tanto sfortunato e un'enorme empatia nei confronti di una donna costretta a prendere decisioni difficili e discutibili; la giovane Joy, questo il nome di Ma (e per pietà mi viene male al pensiero che lo stesso nome lo condivida un personaggio interpretato da un'altra attrice che a Brie Larson non è neppure degna di leccare le scarpe!), si comporta in maniera egoista, isterica e spesso ingiusta ma chi non reagirebbe come lei in una situazione simile? Come ci si può guardare allo specchio dopo aver perso gli anni migliori della propria vita e come si può non soccombere al senso di colpa quando qualche malelingua insinua nella nostra mente dei dubbi orribili? Di fronte a questi personaggi semplici ma a modo loro grandiosi parrebbe quasi superfluo guardare alla regia, invece Lenny Abrahamson riesce nel miracolo di trasformare un ambiente potenzialmente monotono come quello di una stanza in un mondo tutto da scoprire, quasi un universo infinito; il trucco è concentrarsi sui personaggi, lasciando il resto sullo sfondo sfocato, ingannando lo spettatore quel tanto che basta prima di ricatapultarlo all'interno di quelle quattro, soffocanti pareti, e colpirlo nuovamente con la fatidica domanda: perché Ma e Jack non escono da lì? Non starà a me dirvelo, fa tutto parte del gioco. Il mistero sulla condizione di Jack ci porta a farci le stesse sue domande e a guardare con diffidenza non solo quegli elementi perturbanti celati all'interno di Stanza ma anche la stessa Joy, precipitandoci nell'incertezza e nella confusione, anche quando l'azione si sposta in quel mondo esterno filtrato dagli occhi azzurri del bambino. Perché non sempre la libertà coincide con una felicità immediata, non quando il mondo che NOI conosciamo può risultare alieno ed inquietante quanto un pianeta lontano. Lasciate che Jack vi catturi e cercate di guardare questa realtà familiare e tranquilla attraverso ai suoi occhioni: non la dimenticherete più, fidatevi.


Del regista Lenny Abrahamson ho già parlato QUI. Joan Allen (Nancy) e William H. Macy (Robert) li trovate invece ai rispettivi link.

Brie Larson (vero nome Brianne Sidonie Desaulniers) interpreta Ma. Americana, ha partecipato a film come Scott Pilgrim vs. The World, Don Jon e a serie come Ghost Whisperer. Anche sceneggiatrice, regista e compositrice, ha 27 anni e quattro film in uscita.


Sean Bridgers interpreta Old Nick. Americano, ha partecipato a film come Grano rosso sangue II: Sacrificio finale, Nell, The Woman, Dark Places - Nei luoghi oscuri, L'ultima parola - La vera storia di Dalton Trumbo e a serie come Criminal Minds, Cold Case, CSI e Bones. Anche regista, sceneggiatore e produttore, ha 46 anni e tre film in uscita.


Emma Watson, Rooney Mara e Shailene Woodley, assieme a Brie Larson, erano state tutte prese in considerazione per il ruolo di Ma, tuttavia alla fine la "gara" si è ridotta ad essere tra la Woodley e la Larson, risolvendosi felicemente (e per fortuna!!) per quest'ultima. Sinceramente, se Room vi fosse piaciuto non saprei cos'altro consigliarvi di vedere quindi posso solo dirvi di cercare e leggere il romanzo di Emma Donoghue, intitolato in Italia Stanza, letto, armadio, specchio. ENJOY!

mercoledì 19 febbraio 2014

Philip Seymour Hoffman Day: Boogie Nights - L'altra Hollywood (1997)


Il 2 febbraio di quest'anno è stato un giorno funesto per tutti i cinefili perché se n'è andato uno dei più grandi attori dei nostri tempi, Philip Seymour Hoffman. Per celebrare come si conviene il giovane attore (nonostante le apparenze aveva solo 46 anni), il solito gruppetto di Blogger di cui faccio parte ha deciso di dedicare una giornata a chi, in così breve tempo, è riuscito ad entrare nei cuori di gran parte degli amanti del Cinema. Il film che ho scelto per l'occasione è Boogie Nights - L'altra Hollywood (Boogie Nights), diretto nel 1997 da Paul Thomas Anderson.


Trama: Eddie Adams è un giovane cameriere di night club che, un giorno, viene notato dal regista di film porno Jack Horner. Eddie prende così il nome d'arte di Dirk Diggler e diventa una star, ma il tempo passa e comincia l'inevitabile declino...


Ammetto di avere scelto un film in cui il povero Philip Seymour Hoffman si vede davvero poco ma è stato anche il primo ad avermi fatto notare questo meraviglioso attore che, giusto un paio di anni dopo e sempre con Anderson, avrebbe dato prova di essere molto più di un semplice caratterista ciccione sullo sfondo. A 30 anni Hoffman incarnava comunque il lato "innocente" e "puro" dell'industria del porno e racchiudeva in sé buona parte dell'aria familiare che il regista aveva cercato di ricreare in Boogie Nights. Scottie J., il personaggio interpretato dall'attore, è il gay un po' ritardato che la troupe del regista Horner si porta dietro a mo' di mascotte e che, rimanendo sempre in ombra ma costantemente presente, arriva ad innamorarsi del protagonista e a stargli disperatamente accanto, pur senza riuscire ad aiutarlo, anche nei momenti peggiori della sua esistenza. Outsider tra gli outsider (probabilmente anche nell'industria del porno essere palesemente gay era tabù a fine anni '70), è una figura a suo modo tragica che rimane impressa non solo per il terribile modo di vestire, ma sopratutto per la debolezza tutta umana con cui tiene nascosti i suoi sentimenti fino a farli esplodere nel peggiore dei modi; mentre tutti si divertono a Capodanno, il poveraccio gioca le sue carte, o almeno ci prova, e finisce per rimanere da solo a piangere in una delle scene più tristi e meno grottesche dell'intera pellicola.


Il film in sé invece è un trionfo di ironica e graffiante sceneggiatura impreziosito da una colonna sonora della Madonna, popolato da personaggi indimenticabili, assurdi ed emblematici di un'epoca molto più ingenua, dove le perversioni e i vizi venivano vissuti in maniera anche troppo giocosa, nel pieno rispetto dello spirito americano (secondo cui CHIUNQUE nasce con qualcosa che lo rende speciale, come successo a Dirk Diggler), e dove la squallida realtà veniva nascosta sotto tonnellate di glamour, soldi e droga. Il regista Jack Horner viene rappresentato come un benevolo papà che salva i ragazzi dalla strada e li rende non solo pornostar ma anche parte di una grande famiglia composta da madri, sorelle e fratelli che all'occasione diventano anche amanti; da buon patriarca, Horner incoraggia i suoi "bambini" e cerca di preservarli dalle brutture della vita reale instillando nelle loro menti dei valori distorti ma in qualche modo positivi, purtroppo però talvolta i due mondi vengono in contatto creando deflagranti cortocircuiti (emblematica la sequenza che vede coinvolto un grandissimo William H. Macy). Il passaggio dai gloriosi '70 agli anni '80 dello yuppismo e del profitto a tutti i costi divide il film in due parti ben distinte, una più allegra e movimentata e una seconda più cupa e drammatica, dove i protagonisti vedono crollare miseramente il loro modo di vivere ormai anacronistico. Gli interpreti sono semplicemente perfetti e, tra tutti, spiccano un'indimenticabile Heather Graham perennemente sui pattini e un Burt Reynolds incredibile nei panni del vecchio e scafatissimo regista porno, mentre il finale con Mark Whalberg dotato di "protuberanza" è ancora oggi scioccante.


Dopo tanti anni dalla prima visione, però, ho trovato Boogie Nights sempre geniale ma un po' discontinuo, troppo lungo e sfilacciato. Il declino di Dirk Diggler e il contemporaneo degrado dell'industria del porno, asservita al mercato dei video amatoriali e sempre più squallida ed impersonale col passare degli anni, è coerente ed interessante nella prima parte della pellicola ma si perde sul finale; se da un lato la sequenza che segna la definitiva caduta di Horner e Rollergirl con lo squallido reality on the road è densa di significato ed importante, quella che vede coinvolti Dirk e soci in casa del ricco spacciatore sembra messa quasi lì per caso, giusto per fornire al protagonista un valido motivo (non fossero bastate le percosse e la mancanza di soldi) per tornare all'ovile e rimettersi in carreggiata. A parte questo, sono comunque stata contentissima di rivedere Boogie Nights e di reimmergermi nel folle mondo omaggiato da Paul Thomas Anderson, fosse anche solo per godere degli incredibili costumi vintage che arricchiscono ogni istante della pellicola... e per rivedere sullo schermo l'indimenticabile Philip Seymour Hoffman, la cui perdita è ancora troppo viva e fresca per non fare ancora male. Se non avete mai avuto modo di guardare Boogie Nights, questo è il periodo migliore per farlo! Intanto recuperate anche questi due film recensiti sul Bollalmanacco:

I Love Radio Rock (2009), l'indimenticabile Conte.


The Master (2012), il carismatico ed ambiguo Lancaster Dodd.


e non dimenticate gli omaggi degli altri Blogger:

In Central Perk

White Russian

Viaggiando Meno

Non c'è Paragone

Cinquecento Film Insieme

Pensieri Cannibali

Montecristo

Director's Cult

50/50

Scrivenny 2.0

Combinazione Casuale

martedì 22 novembre 2011

I predatori del Bollalmanacco perduto: Psycho (1998)

Siccome col passaggio da Splinder a Blogger si è perso un intero mese di Bollalmanacco (ottobre 2010, nientemeno!!) ho deciso di ripostare i pezzetti mancanti, anche a beneficio dei nuovi lettori. Ovviamente copierò i post paro paro, quindi eventuali errori/refusi vanno guardati con assoluta indulgenza, vi prego!

Comincerò con Psycho di Gus Van Sant... ENJOY!!

Ci sono dei film che sono capolavori assoluti, a prescindere dal genere. E poi, ovviamente, ci sono i remake, più o meno belli, i prequel e i sequel (spesso pessimi) e cose come lo Psycho di Gus Van Sant che non si limita ad essere un remake, ma un omaggio scena per scena, una copia precisa ed aggiornata dell’opera di Hitchcock, una testimonianza dell’allievo verso il Maestro indiscusso impreziosita da una colonna sonora che, aggiornata dal dio Elfman, non penalizza affatto le splendide e famosissime musiche di Bernard Herrmann.

La trama, per chi non la sapesse, è questa: Marion Crane lavora in banca, un’umile impiegatuccia che ha una tresca con un altro poveraccio che non arriva alla fine del mese. L’occasione per cambiare vita si presenta quando un miliardario deposita nella sua banca una somma di denaro spropositata, che le viene affidata. Marion prende i soldi e scappa, finendo a rifugiarsi nel Bates Motel, gestito da Alan Bates, tassidermista vessato da una madre carogna. Rifugio infausto, visto che la povera Marion, come da leggenda, viene fatta fuori nella doccia dalla madre di Bates… e lì cominciano le indagini (e il vero fulcro del film).

Come dicevo sopra, più che un remake questo è un omaggio, rifatto scena per scena, dello Psyco originale, ambientato ai nostri giorni ma con un gusto molto retrò, sia per gli ambienti che per i costumi (si vedano le splendide mise di Anne Heche o l’abito molto “bogartiano” del detective Arbogast) che, a mio avviso, anziché esaltare i pregi dell’originale, affossa completamente una trama che, per chi ha già visto la pellicola di Hitchcock, si rivela essenzialmente banale e anche un po’ kitsch (Vince Vaughn imparruccato e caramellomane non si può vedere!). Certo, l’analisi della schizofrenia è sempre interessante, soprattutto per l’inquietante finale che si discosta un po’ dall’originale, e gli attori sono bravini (seppure ogni personaggio sia una figuretta bidimensionale eclissata da quello di Norman Bates) ma alla fine questo film è stato così tante volte ridotto a clichè e parodia che qualunque cosa si discosti dal Capolavoro del regista inglese sa un po’ di presa in giro commerciale.

Rammento infatti che ai tempi ci fu un gran battage pubblicitario per questo remake.. oggetti ora introvabili come la tenda da doccia completamente rossa sangue con il logo della pellicola, per esempio. Mentre invece, parlando di parodie, a mio avviso la migliore è e resterà sempre Il Silenzio dei Prosciutti del nostrano Ezio Greggio, che vanta nel cast la presenza di Martin Balsam (il detective Arbogast dello Psyco originale), Billy Zane, Dom DeLuise e anche John Astin, il Gomez della vera Famiglia Addams. Impareggiabile… IGHIBU’!!


Gus Van Sant è un regista americano esperto di film stilosi, patinati e soprattutto commerciali. Non ne vado proprio matta, ma tra le sue pellicole ricordo Belli e dannati, Cowgirls il nuovo sesso, Will Hunting e Elephant. Ha 56 anni e due film in uscita.

Vince Vaughn interpreta Norman Bates ed è, lo ammetto, una mia debolezza, da quando mi sono vista almeno cinque o sei suoi film in Australia. In originale è incomprensibile, ha una parlantina velocissima ed è logorroico da morire. Però è un fico, c’è poco da fare. Tra i suoi film ricordo Il mondo perduto: Jurassic Park, l'orrendo The Cell - La cellula, Starsky and Hutch, Dodgeball, l'esilarante Anchorman: The Legend of Ron Burgundy, Due single a nozze. Ha 38 anni e due film in uscita.

Anne Heche interpreta Marion Crane. Salita alla ribalta ai tempi per essere la fidanzata di Ellen DeGeneres, la prima attrice ad essersi dichiarata liberamente lesbica e fiera di esserlo, ha interpretato tra gli altri Donnie Brasco, So cosa hai fatto, Sei giorni sette notti e ha partecipato, per la tv, a serie come Allie McBeal, Ellen, Nip/Tuck. Ha 39 anni e un film in uscita.


William H. Macy, che interpreta il Detective Arbogast, è uno dei miei attori/caratteristi preferiti, sposato con la splendida Felicity Hauffman. Assieme alla lunga partecipazione al serial ER lo ricordo in Radio Days, Il cliente, Fargo, Air Force One, Boogie Nights - L'altra Hollywood, Pleasantville, Magnolia, oltre che alla serie Incubi e deliri. Ha 58 anni e sei film in uscita.

Viggo Mortensen interpreta il fidanzato di Marion, Sam Loomis, ed è l’unico attore mostro, che diventa un fico assurdo quando è spettinato, zozzo e barbone. Artista, cantante e scrittore, oltre che attore, ha recitato in film come Non aprite quella porta III, Carlito's Way, L'ultima profezia, Ritratto di Signora, Insoliti criminali, Daylight - Trappola nel tunnel, Il delitto perfetto (è abbonato ai remake di Hitchcock XD) la trilogia de Il Signore degli Anelli, A History of Violence. Ha 50 anni e 3 film in uscita.

Julianne Moore è una delle mie nemesi. Interpreta Lila, la sorella di Marion, e al pari di Nicholas Cage non capisco perché un’attrice col carisma e l’espressività di una patata molla e lessa debba essere protagonista di film splendidi. Tra le pellicole che ho visto e di cui è protagonista: I delitti del gatto nero, Body of Evidence, America oggi, Il mondo perduto: Jurassic Park, I segreti del cuore, Boogie Nights - L'altra Hollywood, Il grande Lebowski, Magnolia, Hannibal, The Shipping News, Far From Heaven, The Hours. Ha 48 anni e cinque film in uscita.

Nel post originale mettevo qualche foto e concludevo con un paio di video de Il silenzio dei prosciutti, ma visto che Blogger ha qualche problema con le foto e i video non sono più disponibili e che comunque ora non metto più video l'intento filologico è andato a farsi benedire. Pertanto... ENJOY il resto del blog u__u!

Già pubblicato anche su The Ed Wooder

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