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mercoledì 8 aprile 2026

The Drama (2026)


Il lunedì di Pasquetta sono andata al cinema per vedere The Drama, diretto e sceneggiato dal regista Kristoffer Borgli.

Trama

Emma e Charlie stanno per sposarsi ma, qualche sera prima del matrimonio, la rivelazione di un oscuro segreto nel passato di lei minaccia di distruggere la relazione...

RECENSIONE

Faccio una confessione: non avevo assolutamente intenzione di andare a vedere The Drama. Non è che Zendaya e Pattinson mi siano antipatici, anzi, quest'ultimo ormai è diventato uno dei miei attori preferiti, ma onestamente credevo che il film fosse, appunto, un dramma romantico, e chi ha voglia di guardarne uno? Poi, per fortuna, mi è caduto l'occhio sul nome del regista. Io, che amo Kristoffer Borgli fin da quando, al ToHorror, vidi lo splendido Sick of Myself, non potevo assolutamente perdermi un suo film e, soprattutto, non potevo credere che una sua opera fosse una banale sciocchezzuola sentimentale. Infatti non lo è. Anzi, The Drama, al momento, è uno di quei titoli che inserirei senza fatica nella Top 5 di fine anno, perché è una grottesca discesa nell'ipocrisia della società (soprattutto quella americana) e nell'incubo delle cerimonie nuziali moderne, un giro sulle montagne russe pieno di svolte imprevedibili e scioccanti. La storia comincia con una coppia perfetta. Emma e Charlie sono affiatatissimi ed innamorati, e stanno per sposarsi. Tutto di loro è carino e divertente, a cominciare dai loro "inizi" (l'approccio di lui, in realtà è un po' creepy, ma degno di un film romantico o di un romanzo rosa) e persino nel corso degli inevitabili imprevisti pre-matrimoniali riescono a cavarsela grazie ad un'intesa invidiabile e ad una sana ironia. Durante una cena con i testimoni, complice l'ubriachezza, Emma confessa però un oscuro segreto del suo passato e la vita di coppia finisce in frantumi, assieme all'amicizia con la damigella d'onore. Da quel momento, Charlie rivede tutta la storia con Emma sotto un'altra prospettiva, arriva ad analizzare ogni comportamento di lei alla luce della terribile rivelazione, e non sa come affrontare una persona che, ai suoi occhi, risulta ormai irrimediabilmente diversa. A scanso di equivoci, The Drama è, appunto, ciò che l'ironico titolo sottolinea. Emma non è un mostro, anzi, è una donna che si è tirata fuori da sola dal periodo più buio della sua vita e se lo è lasciato alle spalle cercando di trarne un insegnamento e uno sprone per migliorarsi. Il "drama" lo creano Charlie e la damigella d'onore Rachel, egoisticamente ed ipocritamente "offesi" dalla scoperta che Emma non è l'adorabile, imperfetto scricciolo con cui vivere un'esistenza da favola oppure, nel caso di Rachel, da rimproverare e guidare come una sorella minore. Le due "drama queen" non pensano minimamente a come le loro parole e i loro gesti possano far ripiombare Emma in un incubo che la tormenterà per tutta la vita e che, saggiamente, aveva deciso di non raccontare a nessuno, consapevole delle conseguenze, ma si ergono a paladini della rettitudine tormentandosi ed incazzandosi a sproposito, con tutta una serie di ripercussioni tragicomiche sulla loro vita in generale e sul matrimonio in particolare.

La caduta libera di Charlie verso la paranoia e la nevrosi, così come l'angoscia crescente di Emma, vengono resi sullo schermo da Kristoffer Borgli col suo solito stile frammentario ed allucinato, coadiuvato dal montaggio di Joshua Raymond Lee. La narrazione non è lineare, il presente si alterna a rapidi flashback che, talvolta, sfruttano diversi punti di vista e, in particolare dopo la confessione di Emma, mescolano la realtà alla fantasia (o, meglio, all'immaginazione distorta). Oppure, si fa ricorso a dei fast forward repentini, che spostano l'attenzione dai confronti tra i personaggi alle conseguenze degli stessi, enfatizzando l'importanza dello stress psicologico a discapito dei ragionamenti spesso irricevibili che lo generano. Lo stesso trattamento viene inferto al matrimonio, evento completamente rimosso dal film e sostituito da preparativi e ricevimento, quindi derubricato ad incombenza da sbrigare il prima possibile, più importante come emblema di "status" sociale che come passaggio importante per la vita di una coppia, un modo per salvare le apparenze che getta ancora più benzina sul fuoco. Sotto le mani spietate ma capaci di Borgli, l'alchimia tra Zendaya e Pattinson diventa l'anima del film, nel bene e nel male. Lei, a dispetto di quel musetto splendido ma un po' antipatico che non la rende mai particolarmente gradevole, fa così tanta tenerezza da spezzare il cuore e lui, ormai, è abbonato ai ruoli weird di nevrotico senza speranza, grazie anche ad una predisposizione naturale verso tempi (tragi) comici perfetti. Cosa avessero visto i produttori dell'epoca per venderlo come sex symbol, quando quest'uomo risplende solo nel cinema indipendente che lo vuole brutto, sfatto e matto come un cavallo, è un mistero che non comprenderò mai. Ma la vera rivelazione di The Drama è Alana Haim, qui in un ruolo che incarna la summa della malvagia ipocrisia americana, ovvero una persona che ha compiuto un gesto inenarrabile, giustificandolo come "errore" di gioventù, e che si sente ugualmente in dovere di condannare chi invece l'errore (anzi, l'orrore) l'ha evitato per un soffio, in virtù di una tragedia vissuta sulla pelle altrui. La Haim è la punta di un triangolo "morale" che vi farà venire i nervi a fior di pelle, lasciandovi parecchio su cui ragionare e di cui discutere con chiunque vi accompagnerà al cinema, a dimostrazione di come The Drama non sia uno dei soliti film che si dimenticano nel giro di qualche giorno. Non lasciatevi ingannare, come ho rischiato di fare io, dalla pubblicità ingannevole che lo vuole romantico e sciocchino, e correte in sala armati di ansiolitici, non ve ne pentirete... a meno che non stiate per sposarvi o pensiate di farlo nell'immediato. In quel caso eviterei, perché la narrazione anche troppo realistica di terrificanti, costosissimi preparativi rischierebbe di farvi desistere più del dramma umano! 

CAST

Del regista e sceneggiatore Kristoffer Borgli ho già parlato QUI. Zendaya (Emma), Robert Pattinson (Charlie), Mamoudou Athie (Mike) e Michael Abbott Jr. (Blake) li trovate invece ai rispettivi link.

SE VI è PIACIUTO...

Se The Drama vi è piaciuto, recuperate i film che Borgli ha fatto guardare al cast come preparazione prima delle riprese: Bob & Carol & Ted & Alice, Melancholia e Passione. ENJOY!

venerdì 21 giugno 2024

Kinds of Kindness (2024)

In ritardo rispetto al mondo, per colpa della durata elefantiaca, sono riuscita a recuperare al cinema Kind of Kindness, diretto e co-sceneggiato dal regista Yorgos Lanthimos.


Trama: nel primo episodio un uomo d'affari decide di liberarsi dalla pesante influenza del suo capo; nel secondo, un poliziotto viene assalito dal dubbio che la donna salvatasi dopo un incidente in mare non sia la sua vera moglie; nel terzo, i membri di una setta cercano il loro messia dai poteri miracolosi.


Benché Kinds of Kindness sia un film a episodi, ho deciso di non dedicare a ciascuno di essi un paragrafo come faccio di solito, soprattutto per evitare inutili spoiler a chi dovesse ancora vedere il film. In seconda istanza, preferisco prendere Kinds of Kindness come un'opera unica, profondamente legata ai primi lavori di Lanthimos, all'interno della quale si possono ritrovare tutti i temi che erano preponderanti nel grottesco Dogtooth. Proprio "grottesco" è l'aggettivo giusto per definire le vicende narrate nel film, all'interno del quale tre questioni profondamente serie e drammatiche offrono risvolti inaspettatamente ridicoli, se non addirittura comici, privando i protagonisti della loro importanza di fronte alla vastità dell'universo e dell'inconoscibile. I personaggi principali di ogni episodio sono, infatti, dei poveri inetti con grosse difficoltà a rapportarsi con l'esistenza; forse per questo motivo, attirano su di loro l'altrui volontà di prevaricare o cercano spontaneamente qualcosa che dia loro uno scopo anche a costo di spersonalizzarsi e incappare in grosse cantonate. I kinds of kindness del titolo originale sono atti di devozione che sfociano nell'insano e nel perverso e rappresentano il fil rouge che porta avanti la poetica del regista, fatta di sentimenti distorti che spingono al controllo dei sentimenti (o all'anaffettività) e dei comportamenti altrui, spesso alla ricerca di una perfezione impossibile che sfocia in frustrazione e in inevitabile violenza. L'esempio perfetto di tutto ciò, nonché il mio episodio preferito, è il primo, che scava proprio in un rapporto di inquietante dipendenza da cui il protagonista cerca di fuggire; mirabile sintesi di tutto ciò che adoro in Lanthimos, è espressione del masochismo più puro ma, a modo suo, è anche tristemente tenero. C'è della tenerezza anche nel secondo episodio, ma ammetto di non averlo capito. Probabilmente, sono stata distratta dalle potenziali implicazioni fantascientifiche o horror richiamate dalla trama e dalla generale impressione che il poliziotto protagonista abbia trovato la "soluzione" al suo problema senza rendere partecipe il pubblico, tuttavia non ho capito dove volesse andare a parare il tutto e la "rivelazione" buttata lì en passant con un sogno raccontato non ha granché giovato. Il terzo episodio torna ad essere più comprensibile e ammetto di avere riso parecchio durante la visione, forse perché è costruito come una parodia di tutte le sette religiose che infestano sia il mondo che le opere di finzione. Nonostante l'abbondanza di aspetti e rituali ridicoli, per non parlare della protagonista goffa e di una serie di inenarrabili sfighe, anche questo episodio nasconde un cuore tragico, fatto di persone che hanno perso loro stesse e sono bloccate in un limbo di prospettive sgradevoli, alla mercé di chiunque voglia approfittarsi di loro o, peggio ancora, offrire aiuti non richiesti che minacciano di distruggerle. 


A prescindere da ogni considerazione personale, come ha detto la mia amica a fine visione "il film è zeppo di chicche", quindi anche nell'episodio meno riuscito ci sono momenti di puro genio che valgono la visione di Kinds of Kindness. Un altro aspetto che ho gradito tantissimo è il ritorno a una regia e una fotografia meno barocche rispetto a Povere creature! e, per quanto mi riguarda, molto più efficaci. Lo spaesamento dei personaggi, il loro essere protagonisti di una tragicommedia sulla quale non hanno alcun controllo, vengono enfatizzati da inquadrature dove sono gli sfondi (naturali o artificiali) ad essere preponderanti sulla figura umana; interni eleganti ma asettici diventano gli spettatori della desolazione dei protagonisti, oppure questi ultimi percorrono strade apparentemente senza fine, per non parlare del modo in cui persino la casetta di due sposi innamorati si priva di calore e si trasforma in ulteriore mezzo di incomunicabilità. Aggiungo inoltre che l'assurda colonna sonora di Jerskin Fendrix, inframmezzata da pezzi più pop e accattivanti, mi ha lasciata spiazzata in più di un'occasione, in particolare quando cupi cori arrivano a sottolineare i momenti più inquietanti o rivelatori. Gli attori, infine, meriterebbero un post a parte. Jesse Plemons è patrimonio mondiale, nonché avviato a percorrere la strada di un altro grande a lui molto simile per "colori" e corporatura, Philip Seymour Hoffman, e meriterebbe davvero che i registi gli cucissero addosso ruoli in bilico tra il weird e il drammatico, perché gli calzano alla perfezione. E lo so che tutti siete andati al cinema per Emma Stone, altrettanto a suo agio e palesemente divertita, però stavolta le ho preferito il biondo co-protagonista, che riesce a tenere testa persino a Willem Dafoe (divino, che ve lo dico a fare?) e a LUI. Con lui, intendo Yorgos Stefanakos, fantastico signor nessuno dalla faccia di pancotto, che arriverà a riempire ogni vostro pensiero e a perseguitarvi nel sonno: è forse lui un Dio? E' forse un silenzioso agente del caos? E' forse un tizio che voleva semplicemente mangiarsi un panino senza fare troppo casino, invano? Chissà. Vi toccherà guardare Kinds of Kindness per scoprirlo!


Del regista e co-sceneggiatore Yorgos Lanthimos ho già parlato QUI. Margaret Qualley (Vivian / Martha / Rebecca / Ruth), Jesse Plemons (Robert / Daniel / Andrew), Hong Chau (Sarah / Sharon / Aka), Willem Dafoe (Raymond / George / Omi), Mamoudou Athie (Will / Neil / Infermiere all'obitorio) e Emma Stone (Rita / Liz / Emily) li trovate invece ai rispettivi link.



venerdì 30 giugno 2023

Elemental (2023)

In settimana sono riuscita ad andare a vedere Elemental, l'ultimo film della Pixar, diretto e co-sceneggiato dal regista Peter Sohn.


Trama: Amber è una fiammella che vive in un quartiere di Element City assieme ai suoi anziani genitori, coi quali manda avanti un negozio. L'incontro con Wade, fatto d'acqua, la costringerà a mettere in discussione se stessa e la sua vita...


Non so se lo avete notato ma ultimamente va di moda dire che i prodotti Disney fanno schifo. Cioè, ultimamente va di moda dire che qualunque cosa fa schifo, di solito senza nemmeno avere visto/provato la cosa in questione, ma spalare merda sulla Disney sembra diventato uno sport nazionale. C'è un fondo di motivazioni corrette in questa "moda", non sarò io a negarlo: la necessità di creare prodotti di rapido consumo per lo streaming o franchise remunerativi, di cavalcare la terrificante onda nostalgica analizzata ottimamente dal Doc QUI, ha creato una sovrabbondanza di prodotti scadenti, banali, tecnicamente discutibili, buoni per una serata e poi condannati all'oblio quando va bene, oppure orribili quando va male. Oltre a questo, la Pixar ci ha abituati anche troppo bene con le sue opere storiche, di conseguenza ogni prodotto sottostante l'asticella del capolavoro non viene considerato come un bel film, ma direttamente una cacca fumante. Onestamente, questo atteggiamento mi ha un po' stufato ed è uno dei motivi per cui non leggo quasi nulla prima di andare a vedere un film, ché a me il bianco e nero tranchant non sono mai piaciuti e preferisco il grigio, o l'arcobaleno, come nel caso di questa meravigliosa esplosione di colori che è Elemental. A me l'ultima opera della Pixar è piaciuta parecchio e il sentimento che non mi abbandona dalla sera della visione è innanzitutto un'ammirazione spropositata per chi si è ingegnato a progettare ed animare un mondo complesso che tenesse conto dell'interazione fisica tra i quattro elementi, costretti a convivere all'interno di Element City; in una città dominata dall'acqua (l'elemento principale, la "classe ricca") gli animatori hanno dovuto trovare il modo di inserire l'aria in forma di buffe nuvolette, la terra come piante semoventi, e ovviamente il fuoco, l'elemento di disturbo costretto a venire confinato all'interno di un quartiere apposito, pena l'estinzione delle fiammelle o l'incenerimento degli alberi. Ogni edificio, oggetto, cibo, luogo, sport è declinato in chiave "elementale" e ci sarebbero tante di quelle possibilità da esplorare che non basterebbe un film di due ore, oltre al fatto che sarebbe difficile anche mantenere non solo la qualità dell'animazione eccelsa di cui si può godere in Elemental ma anche i capolavori cromatici nati dall'interazione tra acqua e fuoco (per non parlare della sequenza che vede protagonisti i coloratissimi fiori di Vivisteria) che mi hanno lasciata letteralmente a bocca aperta.


Un po' più "semplice", ma non meno valida, è la trama di Elemental. Questa volta la Pixar gioca la carta della storia d'amore tra due persone completamente diverse, incompatibili come il fuoco rappresentato da Ember e l'acqua rappresentata da Wade; l'appartenenza dei due a classi sociali che più distanti non si può da' il la ad un discorso sull'immigrazione, la ghettizzazione e tutto il carico di aspettative e paure che si portano sulle spalle i figli di chi ha lasciato tutto per raggiungere un mondo (presumibilmente) migliore. Questo, assieme a una minaccia incombente atta a fomentare ancora più i sentimenti di inadeguatezza provati da chi, dopo decenni, si sente ancora straniero e giudicato, concorrono a rendere più dinamico e profondo un canovaccio abbastanza tradizionale per il genere "love story". Inoltre, i due personaggi principali vengono arricchiti proprio dalle peculiarità tipiche della loro natura, con Wade che è trasparente e puro come l'acqua, dotato di un'empatia fuori dal comune, mentre Amber è passionale e fumina, oltre che smossa dal "fuoco" dell'arte, ed è anche per questo che diventa un piacere seguire la coinvolgente e tenera evoluzione del loro rapporto. Non pensiate adesso che Elemental sia un film cupo o sdolcinato, anzi. I momenti ironici e dinamici sono moltissimi, con gag simpatiche (ma mai invasive) legate all'interazione tra elementi o ad alcune peculiarità delle famiglie dei protagonisti, ma ci sono anche quei momenti di riflessione e commozione "adulte" a cui la Pixar ci ha abituati e che rendono i film di questa casa di produzione perfetti sia per i genitori che per i figli. A patto, ovviamente, che i primi siano intelligenti: mammina cara, se il tuo pargolo si lamenta perché il corto che precede Elemental (il commovente Carl's Date, che riprende i personaggi di Up) NON E' Elemental e quindi non gli interessa, la risposta adeguata è "Fregancazzo, stai zitto comunque per rispetto degli altri" non che lo ignori fino all'inizio del film per poi premiarlo con un "Hai ragione, ma adesso è cominciato il film VERO, quindi bisogna stare seri", perché la prossima cosa vera e seria che ti arriverà in faccia sarà una mia cinquina. E viva i buoni sentimenti!!   


Del regista e co-sceneggiatore Peter Sohn ho già parlato QUIMamoudou Athie (Wade Ripple), Ronnie Del Carmen (Bernie) e Catherine O'Hara (Brooke) li trovate invece ai rispettivi link.


Se Elemental vi fosse piaciuto recuperate Zootropolis e Inside Out. ENJOY!

domenica 11 ottobre 2020

Black Box (2020)

Il sei ottobre sono usciti su Amazon Prime i primi due film della serie Welcome to the Blumhouse e ovviamente non potevo esimermi dal guardarli! Il primo è stato Black Box, diretto e co-sceneggiato dal regista Emmanuel Osei-Kuffour.

Trama: dopo un terribile incidente in cui la moglie ha perso la vita, Nolan non ha più ricordi e fatica ad avere una vita normale per lui e per la figlioletta Ava. Disperato, chiede aiuto alla dottoressa Lillian, ma qualcosa continua ad essere terribilmente sbagliato...

Piccolo disclaimer per tutti quelli che si accingeranno a guardare i due originali Blumhouse su Amazon Prime Video: non aspettatevi un horror da non dormire la notte, anzi, non aspettatevi un horror, almeno per quanto riguarda il film in esame. Black Box si pone più sulla falsa riga di un episodio di Black Mirror, e si appoggia a un concetto di tecnologia utile e futuristica ma foriera di incubi se messa nelle mani sbagliate e racconta di un uomo che, dopo un incidente in cui è morta la moglie, si ritrova senza alcun ricordo della sua vita precedente. La sceneggiatura di Black Box si impegna molto a sottolineare il disagio legato a questa mancanza di ricordi, unita all'orrore di vedere la propria mente sempre più labile e slegata dalla realtà, e ci presenta un uomo "normale" costretto a fare fronte, in solitudine, all'inevitabile distacco verso una figlia "estranea" che, poverella, si adopera in ogni modo per aiutare papà, finendo vittima di un dolore enorme quando quest'ultimo dimentica cose fondamentali per una bimba matura ma ancora piccolina. Quel che è peggio è che il protagonista è piagato da orribili visioni di una creatura senza volto e disarticolata che ogni volta tenta di inserirsi nei suoi ricordi impedendogli di afferrare quelli fondamentali, soprattutto quando subentrano le terapie della dottoressa Lillian, che mescolano l'ipnosi alla realtà virtuale, terapie che, invece di rendere Nolan integro e consapevole, lo spingono ancor più alla confusione e al terrore di perdere ciò che resta della sua esistenza. E più non dimandate, perché se è vero che un paio di colpi di scena sono intuibilissimi per uno spettatore mediamente scafato, è comunque vero che il gusto della sorpresa rende Black Box più interessante. 


Per quanto riguarda la realizzazione, l'unico aggettivo con cui posso definire la regia è "pulita". Emmanuel Osei-Kuffour, al suo primo lungometraggio, non si perde in troppi fronzoli e realizza un film fatto di immagini chiare e luminose, con alcune inevitabili concessioni a qualcosa di più onirico, com'è ovvio per una pellicola che prevede una parziale esplorazione della mente umana, ma senza esagerare: il passaggio tra ricordi e realtà, per esempio, è sempre chiaro e netto e se non fosse per volti cancellati e creature che ricordano l'uomo storto di The Conjuring non ci sarebbe molta differenza tra ricordi e presente. E' palese inoltre l'omaggio a uno dei film di punta della casa di produzione, Get Out, a cui si rimanda non solo grazie al cast all-black ma anche per alcune sequenze di ipnosi che ricordano tantissimo il capolavoro di Jordan Peele e che, neanche a dirlo, mi hanno fatto venire voglia di riguardarlo. Nulla da dire sul cast, composto quasi tutto da facce per me nuove che non mi hanno particolarmente entusiasmata se devo essere sincera, salvo per il meraviglioso zappino della piccola Amanda Christine, che avrebbe fatto faville nel cast di Otto sotto un tetto o Tutto in famiglia con quel suo modo di fare tra il petulante e il tenerissimo, che verso il finale è in grado di spezzare il cuore a un sasso. A dirla tutta, come potenziale vetrina della Blumhouse Black Box non è un film fenomenale o indimenticabile, ma si lascia guardare. Sono curiosa di vedere come saranno i prossimi! 

Emmanuel Osei-Kuffour è il regista e co-sceneggiatore della pellicola. Americano, è al suo primo lungometraggio. E' anche produttore e attore.

Mamoudou Athie interpreta Nolan. Mauritano, ha partecipato a film come The Circle e Underwater. Anche produttore, ha 32 anni e un film in uscita. 

Phylicia Rashad interpreta Lillian. Famosa per il ruolo di Claire nella sit-com I Robinson, ha partecipato a film come Buon compleanno Topolino!, Creed - Nato per combattere, Creed 2 ad altre serie quali Santa Barbara, Love Boat, Blossom e Cosby; come doppiatrice ha lavorato in Tartarughe ninja alla riscossa e The Cleveland Show. Anche produttrice, ha 72 anni e due film in uscita tra cui Soul



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