Visualizzazione post con etichetta philip seymour hoffman. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta philip seymour hoffman. Mostra tutti i post

mercoledì 7 agosto 2024

Bolla Loves Bruno: La vita a modo mio (1994)

Torna la rubrica Bolla Loves Bruno con La vita modo mio (Nobody's Fool), diretto e sceneggiato nel 1994 dal regista Robert Benton a partire dal romanzo omonimo di Richard Russo e candidato a due premi Oscar (Paul Newman miglior attore protagonista, Miglior sceneggiatura non originale).


Trama: l'anziano Sully è un perdigiorno che vive di lavoretti saltuari ed è molto amato, salvo rare eccezioni, dalla sua comunità. L'incontro con un nipotino lo spingerà a ripensare alle sue priorità...


Dopo Genitori cercasi, anche La vita a modo mio è un altro di quei film in cui Bruce Willis compare per un tempo molto breve (qui sarà una mezz'oretta scarsa di minutaggio) ma, per fortuna, è comunque un'opera che val la pena vedere e che mi rende felice di avere pensato a questa lunga e discontinua rassegna. La vita a modo mio sarebbe stato perfetto all'interno della filmografia di Lasse Hallström, in quanto slice of life avente per protagonista un personaggio peculiare, abitante di una cittadina di provincia composta da persone interessanti quanto lui, anche nella loro banale quotidianità. Sully è un signore già avanti con gli anni che vive di lavoretti saltuari come tuttofare e muratore, caratterizzato da un'indipendenza "randagia" nei confronti degli affetti stabili, soprattutto familiari. A dispetto di ciò, e di una vita comunque un po' ai margini dell'illegalità, Sully è benvoluto e rispettato da tutti i cittadini, anche da chi gli è dichiaratamente nemico come Carl Roebuck (interpretato da Bruce Willis), padrone della ditta di costruzioni che, di tanto in tanto, da lavoro a Sully, nonché marito fedifrago della donna più bella del paese, alla quale il vecchiaccio non è così indifferente. Il film, almeno all'inizio, è costruito appunto su tanti piccoli episodi di quotidiana sopravvivenza che vedono protagonista Sully e che tessono la trama dei legami interpersonali tra i vari abitanti della cittadina, e il divertimento sta proprio in queste interazioni; la svolta della trama è l'arrivo di Peter, il figlio di Sully abbandonato all'età di un anno per motivi che non verranno mai chiariti e, in particolare, del nipotino Will, che si rivelerà fondamentale affinché il nonno cominci a mettere un po' di sale in zucca. Il film è essenzialmente tutto qui. Si ride, e parecchio, del carattere pratico ma rozzo di Sully, di recurring joke come quello dello spazzaneve, di tutta una serie di personaggi che sembrano usciti da un episodio de I Simpson, ma si arriva anche a volere sinceramente bene al protagonista, vero cuore di una cittadina che, senza di lui, sarebbe sicuramente più triste, con tutti quegli animi solitari e fragili che non saprebbero a chi aggrapparsi (o di chi ridere, con chi scontrarsi, con chi vantarsi di una vita apparentemente migliore!) per trovare conforto.


Per questo, pur non essendo un film triste, sono arrivata al finale con le lacrime agli occhi. La vita a modo mio è il ritratto di un'America che di sicuro non è mai esistita, ma al suo interno ho ritrovato tanti elementi (pur con tutte le esagerazioni legate ad esigenze cinematografiche) in grado di ricordarmi le peculiarità dei paesi come quello in cui vivo tutt'ora, soprattutto quel "conoscersi tutti" che ormai si è perso, la pazienza di sopportare i difetti caratterizzanti una persona di base buona, la volontà di stare accanto a chi ha bisogno, che sia una vecchia insegnante o un ragazzone tardo di comprendonio. E' un modo di vivere che sta scomparendo per colpa di quelli della mia generazione, io per prima, e a questa considerazione se ne sono aggiunte altre legate alla somiglianza tra il carattere burbero, "tirabelino" ma gentile di Sully, e quello di mio papà, che ha spalancato le porte al terrore sempre più pressante e vicino di perdere lui, mia mamma o tutti e due. A fronte di queste personali riflessioni, può quindi essere che La vita a modo mio sia un film banale e bruttino, e che io lo abbia amato per questioni puramente soggettive, ma mi sento di mettere la mano sul fuoco relativamente al cast superlativo. Nel 1995 Paul Newman non avrebbe mai potuto vincere l'Oscar (Cristo, era l'anno di Morgan Freeman in Le ali della libertà e John Travolta in Pulp Fiction, anche se non ci fosse stato Tom Hanks col suo Forrest Gump sarebbe stata dura!) ma la sua interpretazione è quella di un vecchio piacione consumato, dal cuore rozzo ma tenero, ed è arduo non lasciarsi travolgere dal puro carisma che trasuda. Fortunatamente, nonostante Newman spicchi, La vita a modo mio non è uno di quei casi in cui un attore si mangia tutti gli altri, anzi, le interpretazioni delle "spalle" vengono notevolmente arricchite, anche se è brutto definire tali gente del calibro di Jessica Tandy (alla quale il film è dedicato, in quanto ultima pellicola girata prima di morire), Melanie Griffith e Pruitt Taylor Vince (c'è persino un Philip Seymour Hoffman praticamente agli esordi e già adorabile). Quanto a Bruce Willis, nel ruolo di stronzo mangiadonne dalla faccetta di cazzo è perfetto, e i duetti fra lui e Newman sono tra i più spassosi dell'intero film, Non guasta anche vederlo in un apprezzato momento strip poker, anche se, per concludere il post rimanendo in tema "oggettificazione sessuale", l'unico vero difetto di La vita a modo mio è quello di presentare giovani personaggi femminili dotati dello spessore di un foglio di carta velina, caratterizzati o come zoccole, o come tristi innamorate dell'uomo sbagliato, o come rompicoglioni sfasciafamiglie. 


Del regista e sceneggiatore Robert Benton ho già parlato QUI. Paul Newman (Sully), Jessica Tandy (Miss Beryl), Bruce Willis (Carl Roebuck), Melanie Griffith (Toby Roebuck), Pruitt Taylor Vince (Rub Squeers), Philip Seymour Hoffman (Agente Raymer), Margo Martindale (Birdy) ed Elizabeth Wilson (Vera) li trovate invece ai rispettivi link.

Dylan Walsh interpreta Peter. Indimenticato Dr. McNamara della serie Nip/Tuck, ha partecipato anche a film come Il segreto di David ed altre serie quali Oltre i limiti, The Twilight Zone e CSI Scena del crimine. Americano, anche costumista e sceneggiatore, ha 61 anni. 




martedì 12 maggio 2020

Red Dragon (2002)

Stranamente, qualche tempo fa è stato il Bolluomo a rimanere ipnotizzato davanti alla TV durante l'incipit di Red Dragon, diretto nel 2002 dal regista Brett Ratner e tratto dall'omonimo romanzo di Richard Harris, e chi sono io per non approfittarne?


Trama: dopo essere quasi stato ucciso da Hannibal Lecter, l'agente FBI Will Graham è costretto a ritornare in servizio, e a ritrovarsi faccia a faccia col cannibale, durante la caccia a un altro serial killer, il cosiddetto Lupo Mannaro.



Bisogna tenere conto di due cose, quando si comincia a guardare Red Dragon, film che ero andata a vedere al cinema proprio nel 2002, in gioiosa ignoranza. Primo, il film è il remake di una pellicola vista milioni di anni fa, Manhunter - Frammenti di un omicidio, che purtroppo non ricordo perché probabilmente ero ragazzina e l'avrò guardata senza la dovuta attenzione (da qui la gioiosa ignoranza che mi accompagnava nel 2002); secondo, il film è una mera operazione commerciale nata sulla scia del successo del libro Hannibal e della pellicola omonima uscita giusto l'anno prima, un'opera realizzata per "completare" l'ideale trilogia iniziata nel 1991 con Il silenzio degli innocenti, e per questo il ruolo di Hannibal Lecter è sensibilmente pompato rispetto a quello del romanzo di Richard Harris, con intere sequenze inventate di sana pianta e debitrici delle scenografie, dei costumi, delle inquadrature e dell'atmosfera del capolavoro di Jonathan Demme. Col quale, beninteso, Red Dragon non è nemmeno parente. Il film di Brett Ratner non è un brutto thriller, anzi, è un ottimo thriller venato d'horror, buono come il materiale di partenza da cui è tratto, ma è incapace di fare quel salto di qualità che condanna lo spettatore ad avere gli incubi la notte e fargli cambiare strada nel malaugurato caso di un incontro con Sir Anthony Hopkins; diciamo che è un thriller "normale" nobilitato da attori grandissimi, che però hanno tutti dato il meglio di sé altrove, e questo vale soprattutto per Philip Seymour Hoffman, ridotto al ruolo di viscido giornalista ciccione. La trama si dovrebbe concentrare su Will Graham, agente dell'FBI col potere di mettersi nei panni dei killer e capirne i ragionamenti contorti, e sull'efferato percorso di elevazione del serial killer Lupo Mannaro (in originale Tooth Fairy, "fata dei dentini", e perché mai in fase di adattamento abbiano cambiato il nome mi è oscuro), ma in realtà ci sono parecchie deviazioni "Lecteriane" che portano il buon dottore a sviare l'attenzione rispetto al killer protagonista e Will Graham a diventare un novello Clarice Sterling, tanto che le scene in cui è presente il Lupo Mannaro parrebbero quasi un riempitivo e il poveraccio una pedina all'interno di uno scontro tra intelletti.


In generale, al film avrebbe sicuramente giovato un po' di personalità in più, ma non è facile quando i modelli sono alti. Rispetto al precedente Hannibal, perlomeno, Red Dragon è molto meno trash (siamo sempre lì: registi e sceneggiatori dovrebbero capire che quello che funziona nel libro non sempre funziona nel film), però sa molto di lavoro fatto in fretta, senza sfruttare appieno le potenzialità di storia e cast e questo si nota soprattutto quando entra in ballo Lecter; sembra quasi, infatti, che i realizzatori avessero in mano un taccuino con elencate tutte le caratteristiche tipiche di eventuali scene con il personaggio e una penna per segnare quello che manca, a mo' di lista della spesa (cena sontuosa e ambigua celo, momento artistico celo, screzio col dottore celo, catene e maschera celo, cella trasparente celo, ecc.), il che rende non solo gli altri personaggi delle macchiette sfumate (e pensare che Reba e il Lupo Mannaro sono pieni di potenzialità!) ma lo stesso Lecter è una figurina all'interno della quale Anthony Hopkins sta stretto e si muove preda della volontà di renderlo molto più cattivo e molto meno affascinante. Dimenticato un Edward Norton dalla terribile tinta bionda, gli unici attori che spiccano davvero all'interno del nutrito e famoso cast sono Ralph Fiennes, che però era molto più inquietante in Spider e qui è penalizzato da un doppiaggio fesso, e una Emily Watson magnetica, che compensa al difetto fisico del suo personaggio con una sicumera tenerissima. Insomma, avendo rivisto Red Dragon dopo quasi venti anni capisco perché del film mi era rimasto poco, tranne un paio di vividi ricordi di un tatuaggio particolarmente ardito accompagnato all'unica scena davvero al cardiopalma dell'intera pellicola. Non male per una serata davanti alla TV senza troppe pretese, ma i veri capolavori sono altri, anche senza l'ausilio di cast grandiosi.


Del regista Brett Ratner ho già parlato QUI. Anthony Hopkins (Hannibal Lecter), Edward Norton (Will Graham), Ralph Fiennes (Francis Dolarhyde), Harvey Keitel (Jack Crawford), Emily Watson (Reba McLane), Mary-Louise Parker (Molly Graham) e Philip Seymour Hoffman (Freddy Lounds) li trovate invece ai rispettivi link.


Anthony Heald ha interpretato il Dottor Chilton già ne Il silenzio degli innocenti (nel caso non fosse stato disponibile si era già pensato di chiedere a Tim Roth), che vedeva nel cast anche Frankie Faison, sempre nel ruolo di Barney (come anche in Hannibal); l'attore ha anche partecipato a Manhunter- Frammenti di un omicidio, il primo adattamento del romanzo Red Dragon. Michael Jackson, grande amico di Bett Ratner, avrebbe voluto il ruolo di Francis Dolarhyde (ruolo offerto invece a Paul Bettany, che ha rinunciato per partecipare a Dogville, ma tra gli altri papabili attori c'erano persino Sean Penn e Nicolas Cage) mentre Frank Langella ha doppiato il Drago ma il monologo registrato dall'attore alla fine non è stato utilizzato. La prima scelta per il ruolo di Will Graham era invece Ethan Hawke (al quale si sono aggiunti Matt Damon e Jeremy Renner), mentre per Freddy Lounds si pensava persino a Jack Black; nel toto-registi è spuntato il nome di Michael Bay. Nonostante sia uscito dopo Il silenzio degli innocenti e Hannibal, Red Dragon è cronologicamente collocato prima ed è il remake di Manhunter - Frammenti di un omicidio; se il film vi fosse piaciuto vi consiglio di recuperare tutte e tre le pellicole e di aggiungere, per completezza, Hannibal Lecter - Le origini del male e la serie Hannibal. ENJOY!

mercoledì 19 marzo 2014

Il grande Lebowski (1998)

Dopo non so più ormai quante migliaia di anni, in questi giorni ho deciso di riguardare Il grande Lebowski (The Big Lebowski), diretto e sceneggiato nel 1998 da Joel ed Ethan Coen.


Trama: Jeffrey Lebowski, detto il Drugo, viene aggredito da due delinquentelli a causa di uno scambio di persona. Deciso ad essere risarcito (i due hanno gli hanno pisciato sul tappeto che “dava un tono all’ambiente”), il Drugo va a cercare il suo omonimo Grande Lebowski, infilandosi così in un’intricata vicenda di denaro e rapimenti…


La prima volta che vidi Il grande Lebowski ci rimasi così male che per poco non buttai via la videocassetta. Folgorata da quello che per me, a tutt'oggi, è il capolavoro dei fratelli Coen, ovvero Fargo, immaginatevi come posso essermi sentita davanti a questa verbosissima commedia grottesca fatta di equivoci e deliri con una trama esilissima dove fondamentalmente è il caos a farla da padrone e dove, alla fin fine, succede davvero poco. Probabilmente il mio pensiero all'epoca sarà stato "Ma come? Nessun morto ammazzato? E quindi? Il sangue dov'è, dov'è la giusta vendetta di un incazzatissimo Walter o Drugo? Perché c'è quella patata lessa della Moore?". Per fortuna questi dubbi amletici non sono risorti dopo più di 10 anni di ostinata inimicizia, perché Il grande Lebowski non è riuscito a scalzare Fargo dalla classifica ma è davvero un film divertentissimo, zeppo di dialoghi esilaranti, interpretato da grandissimi attori... e capisco anche come il buon Drugo (The Dude in originale) possa aver dato vita ad un culto del dudeismo che conta parecchi seguaci perché se tutti prendessimo la vita come lui probabilmente il mondo sarebbe un posto migliore. Drugo Lebowski è la perfetta sintesi del "se per caso cadesse il mondo io mi sposto un po' più in là", l'incarnazione biblica della Terra che, mentre una generazione passa e l'altra giunge (cosa che, effettivamente, accade nel film), sta lì immota ad aspettare in eterno, senza apparentemente venire toccata dalle vicende umane: dategli un White Russian e una canna e il Drugo solleverà il mondo o, meglio, aspetterà che voi lo solleviate con lui seduto sopra. Principe dei loser Coeniani, lui nel suo essere outsider ci sguazza e, se ci pensate bene, effettivamente tutte le disavventure che gli capitano nel film derivano dal fatto che gli altri lo spingano ad uscire dal comodo guscio che si è creato e ad essere un "avido" criminale e ricattatore.


Il Drugo è una spugna e non solo perché beve come un carcamanno. Si lascia trascinare dalla follia guerrafondaia dell'amico Walter, dai problemi del Grande Lebowski e dal fascino dell'indipendente Maude e da ognuno di loro, anzi, da ogni cosa che lo circonda afferra frasi, concetti, modi di dire che troverà modo di ripetere ad eventuali nuovi interlocutori o si affastelleranno nelle deliranti sequenze oniriche girate da degli ispiratissimi Coen. La struttura stessa de Il grande Lebowski è un delirio, imprevedibile quanto il suo fattissimo protagonista: raccontato in prima persona come un noir dalla quintessenza dell'americanità (un cowboy, nientemeno), inserisce di tanto in tanto personaggi iconici che hanno davvero pochissima funzionalità all'interno della trama e interrompe la narrazione con i sogni del Drugo che, in definitiva, riassumono la situazione fino a quel momento filtrandola attraverso l'occhio del subconscio che ingigantisce dettagli apparentemente insignificanti tratti da varie scene e avvenimenti. Lo spettatore non può fare altro che perdersi in questo delirio e ridere della goffaggine del Drugo e compari, simpatizzando con loro fin dal primissimo istante nonostante Walter sarebbe da prendere a schiaffi ogni due per tre (ma d'altronde, chi non ha un amico fanatico ed impulsivo?).


Jeff Bridges si annulla completamente in una delle interpretazioni più memorabili della sua carriera, arrivando ad interpretare una vera forza (immota) della natura, una persona che "conforta" sapere che c'è; personalmente, nonostante le mise inguardabili e la sbronza costante, l'ho trovato anche bellissimo come uomo ma qui si parla di devianza, lasciate stare. John Goodman è la forza opposta: se il Drugo è l'occhio del ciclone, Walter è lo tsunami che passa e lascia distruzione ovunque, assolutamente certo delle sue idee e dei suoi mezzi fino a prova contraria. L'attore offre una prova grandiosa e a farne le spese, come giusto contrappasso dopo la logorrea di Fargo, è il povero Steve Buscemi che viene costantemente e malamente zittito dal ciccione guerrafondaio ma, in qualche modo, riesce comunque a risultare indispensabile nel suo fragile, piccolo silenzio. Indimenticabili anche Philip Seymour Hoffman, Peter Stormare, Julianne Moore, John Turturro (favoloso!!!!) e David Huddleston, ognuno a modo loro, ognuno parte integrante di questo folle noir dei poveri orchestrato dai fratelli Coen. E, a proposito di orchestra, meravigliosa anche la colonna sonora, nella quale spicca un'Hotel California versione Gipsy Kings che mi fa stramazzare a terra dalle risate ancora adesso. Sono passati dieci anni, come dicevo... e finalmente con Il grande Lebowski ho fatto pace, al punto da arrivare a considerarlo un gioiello, sebbene non un cult assoluto. Meglio tardi che mai, no?


Dei registi e sceneggiatori Joel ed Ethan Coen ho già parlato qui. Jeff Bridges (Jeffrey "Drugo" Lebowski), John Goodman (Walter Sobchak), Julianne Moore (Maude Lebowski), Steve Buscemi (Theodore Donald 'Donny' Kerabatsos), Philip Seymour Hoffman (Donnie), Tara Reid (Bunny Lebowski), Peter Stormare (Karl Hungus), David Thewlis (Knox Harrington) li trovate invece ai rispettivi link.

David Huddleston interpreta il Grande Lebowski. Americano, ha partecipato a film come Mezzogiorno e mezzo di fuoco, I due superpiedi quasi piatti, Nati con la camicia, Qualcosa di cui... sparlare, The Producers e a serie come Vita da strega, Kung Fu, Charlie's Angels, Magnum P.I., La signora in giallo, Colombo, Lucky Luke, Walker Texas Ranger Una mamma per amica. Anche regista e produttore, ha 84 anni.


Mark Pellegrino (vero nome Mark Ross Pellegrino) interpreta lo scagnozzo biondo di Treehorn. Americano, ha partecipato a film come Arma letale 3, Il mondo perduto - Jurassic Park, Mulholland Drive, The Hunted - La preda, Il mistero dei templari, Truman Capote, Number 23 e a serie come Hunter, Racconti di mezzanotte, Renegade, E.R. - Medici in prima linea, Nash Bridges, X- Files, N.Y.P.D., Grey's Anatomy, Dexter, Prison Break, Numb3rs, Criminal Minds, Fear Itself, Ghost Whisperer, CSI - Scena del crimine, Lost, il pilot di Locke & Key (sarebbe stato Rendell ç_ç), CSI: Miami Supernatural. Ha 49 anni.


John Turturro interpreta Jesus Quintana. Americano, lo ricordo per film come Toro scatenato, Cercasi Susan disperatamente, Hannah e le sue sorelle, Il colore dei soldi, Fa' la cosa giusta, La tregua, Fratello, dove sei?, Terapia d'urto, Secret Window Zohan - Tutte le donne vengono al pettine, inoltre ha partecipato a serie come Miami Vice e Monk. Anche regista, sceneggiatore e produttore, ha 57 anni e cinque film in uscita.


Sam Elliott (vero nome Samuel Pack Elliott) interpreta lo Straniero. Americano, ha partecipato a film come Un poliziotto in blue jeans, Scappatella con il morto, Hulk, Ghost Rider e a serie come Missione impossibile, inoltre ha doppiato un episodio di Robot Chicken. Anche produttore e sceneggiatore, ha 70 anni e due film in uscita.


Tra gli altri interpreti segnalo la presenza di Flea, bassista dei Red Hot Chili Peppers, che compare nei panni di uno dei compari di Karl Hungus, mentre l'ex compagno di Madonna Carlos Leon interpreta uno degli scagnozzi di Maude; altre guest star eccellenti sono Charlie Kaufman, che siede tra il pubblico durante lo spettacolo teatrale e la musicista Aimee Mann, l'unica donna nel gruppo di tedeschi. Tra quelli che "non ce l'hanno fatta" figura invece Charlize Theron, brevemente considerata per il ruolo di Bunny. Per finire, se Il grande Lebowski vi fosse piaciuto, recuperate Fargo e gli altri film dei Coen. ENJOY!

mercoledì 19 febbraio 2014

Philip Seymour Hoffman Day: Boogie Nights - L'altra Hollywood (1997)


Il 2 febbraio di quest'anno è stato un giorno funesto per tutti i cinefili perché se n'è andato uno dei più grandi attori dei nostri tempi, Philip Seymour Hoffman. Per celebrare come si conviene il giovane attore (nonostante le apparenze aveva solo 46 anni), il solito gruppetto di Blogger di cui faccio parte ha deciso di dedicare una giornata a chi, in così breve tempo, è riuscito ad entrare nei cuori di gran parte degli amanti del Cinema. Il film che ho scelto per l'occasione è Boogie Nights - L'altra Hollywood (Boogie Nights), diretto nel 1997 da Paul Thomas Anderson.


Trama: Eddie Adams è un giovane cameriere di night club che, un giorno, viene notato dal regista di film porno Jack Horner. Eddie prende così il nome d'arte di Dirk Diggler e diventa una star, ma il tempo passa e comincia l'inevitabile declino...


Ammetto di avere scelto un film in cui il povero Philip Seymour Hoffman si vede davvero poco ma è stato anche il primo ad avermi fatto notare questo meraviglioso attore che, giusto un paio di anni dopo e sempre con Anderson, avrebbe dato prova di essere molto più di un semplice caratterista ciccione sullo sfondo. A 30 anni Hoffman incarnava comunque il lato "innocente" e "puro" dell'industria del porno e racchiudeva in sé buona parte dell'aria familiare che il regista aveva cercato di ricreare in Boogie Nights. Scottie J., il personaggio interpretato dall'attore, è il gay un po' ritardato che la troupe del regista Horner si porta dietro a mo' di mascotte e che, rimanendo sempre in ombra ma costantemente presente, arriva ad innamorarsi del protagonista e a stargli disperatamente accanto, pur senza riuscire ad aiutarlo, anche nei momenti peggiori della sua esistenza. Outsider tra gli outsider (probabilmente anche nell'industria del porno essere palesemente gay era tabù a fine anni '70), è una figura a suo modo tragica che rimane impressa non solo per il terribile modo di vestire, ma sopratutto per la debolezza tutta umana con cui tiene nascosti i suoi sentimenti fino a farli esplodere nel peggiore dei modi; mentre tutti si divertono a Capodanno, il poveraccio gioca le sue carte, o almeno ci prova, e finisce per rimanere da solo a piangere in una delle scene più tristi e meno grottesche dell'intera pellicola.


Il film in sé invece è un trionfo di ironica e graffiante sceneggiatura impreziosito da una colonna sonora della Madonna, popolato da personaggi indimenticabili, assurdi ed emblematici di un'epoca molto più ingenua, dove le perversioni e i vizi venivano vissuti in maniera anche troppo giocosa, nel pieno rispetto dello spirito americano (secondo cui CHIUNQUE nasce con qualcosa che lo rende speciale, come successo a Dirk Diggler), e dove la squallida realtà veniva nascosta sotto tonnellate di glamour, soldi e droga. Il regista Jack Horner viene rappresentato come un benevolo papà che salva i ragazzi dalla strada e li rende non solo pornostar ma anche parte di una grande famiglia composta da madri, sorelle e fratelli che all'occasione diventano anche amanti; da buon patriarca, Horner incoraggia i suoi "bambini" e cerca di preservarli dalle brutture della vita reale instillando nelle loro menti dei valori distorti ma in qualche modo positivi, purtroppo però talvolta i due mondi vengono in contatto creando deflagranti cortocircuiti (emblematica la sequenza che vede coinvolto un grandissimo William H. Macy). Il passaggio dai gloriosi '70 agli anni '80 dello yuppismo e del profitto a tutti i costi divide il film in due parti ben distinte, una più allegra e movimentata e una seconda più cupa e drammatica, dove i protagonisti vedono crollare miseramente il loro modo di vivere ormai anacronistico. Gli interpreti sono semplicemente perfetti e, tra tutti, spiccano un'indimenticabile Heather Graham perennemente sui pattini e un Burt Reynolds incredibile nei panni del vecchio e scafatissimo regista porno, mentre il finale con Mark Whalberg dotato di "protuberanza" è ancora oggi scioccante.


Dopo tanti anni dalla prima visione, però, ho trovato Boogie Nights sempre geniale ma un po' discontinuo, troppo lungo e sfilacciato. Il declino di Dirk Diggler e il contemporaneo degrado dell'industria del porno, asservita al mercato dei video amatoriali e sempre più squallida ed impersonale col passare degli anni, è coerente ed interessante nella prima parte della pellicola ma si perde sul finale; se da un lato la sequenza che segna la definitiva caduta di Horner e Rollergirl con lo squallido reality on the road è densa di significato ed importante, quella che vede coinvolti Dirk e soci in casa del ricco spacciatore sembra messa quasi lì per caso, giusto per fornire al protagonista un valido motivo (non fossero bastate le percosse e la mancanza di soldi) per tornare all'ovile e rimettersi in carreggiata. A parte questo, sono comunque stata contentissima di rivedere Boogie Nights e di reimmergermi nel folle mondo omaggiato da Paul Thomas Anderson, fosse anche solo per godere degli incredibili costumi vintage che arricchiscono ogni istante della pellicola... e per rivedere sullo schermo l'indimenticabile Philip Seymour Hoffman, la cui perdita è ancora troppo viva e fresca per non fare ancora male. Se non avete mai avuto modo di guardare Boogie Nights, questo è il periodo migliore per farlo! Intanto recuperate anche questi due film recensiti sul Bollalmanacco:

I Love Radio Rock (2009), l'indimenticabile Conte.


The Master (2012), il carismatico ed ambiguo Lancaster Dodd.


e non dimenticate gli omaggi degli altri Blogger:

In Central Perk

White Russian

Viaggiando Meno

Non c'è Paragone

Cinquecento Film Insieme

Pensieri Cannibali

Montecristo

Director's Cult

50/50

Scrivenny 2.0

Combinazione Casuale

lunedì 3 febbraio 2014

Philip Seymour Hoffman (1967 - 2014)



 To all our listeners, this is what I have to say - God bless you all. And as for you bastards in charge, don't dream it's over. Years will come, years will go, and politicians will do fuck all to make the world a better place. But all over the world, young men and young women will always dream dreams and put those dreams into song. Nothing important dies tonight, just a few ugly guys on a crappy ship. The only sadness tonight is that, in future years, there'll be so many fantastic songs that it will not be our privilege to play. But, believe you me, they will still be written, they will still be sung and they will be the wonder of the world.

martedì 2 luglio 2013

The Master (2012)

Dopo mesi dall’uscita nelle sale, in questi caldi giorni estivi ho deciso di recuperare The Master, diretto nel 2012 dal regista Paul Thomas Anderson.


Trama: Freddie, violento e psicotico reduce di guerra, viene accolto da Lancaster Dodd, una sorta di filosofo e fondatore della sedicente Causa, che cerca di sedarne gli istinti…


Su The Master, all'epoca, erano stati spesi fiumi di parole riguardo al fatto che la storia del "Maestro" somigliasse incredibilmente a quella del fondatore di Scientology (o Chiesa del Cristo Scienziato per gli ignoranti miscredenti come la sottoscritta e un pugno di amici). Siccome della questione non mi è mai importato nulla, ho cercato di guardare il film senza pensarci troppo ed ecco che The Master è diventata la storia di due uomini opposti che, in qualche modo, si attraggono e si completano. Abbiamo da un lato Freddie, il caos. La bestia segnata e condizionata dalla guerra, il puro istinto incontrollabile, preda di violenti scatti d'ira e pulsioni sessuali che riesce a sedare solo con l'alcool o con intrugli imbevibili a base di trielina e sostanze anche peggiori, cosa che inevitabilmente lo porta ad essere un reietto. Dall'altra parte c'è invece Lancaster Dodd, patriarca rispettato, razionale filosofo e scrittore in grado di aiutare gli adepti della Causa a guarire da problemi psichici e fisici attraverso l'ipnosi, che consentirebbe loro di "viaggiare nel tempo" e trarre forza dalle loro vite passate. Il cosiddetto Maestro del titolo si impegna a rendere Freddie un essere umano, una persona normale, ma anche lui tanto normale non è: in odore di cialtroneria, probabilmente bisessuale, guidato da una moglie-bambina tiranna e dal pugno di ferro, Dodd è fragile quanto Freddie e forse per questo non riuscirà mai ad aiutarlo e controllarlo, perché per placare una forza della natura servirebbe qualcuno assolutamente consapevole di sé stesso e dei propri mezzi.


L'incontro-scontro tra questi due uomini, di conseguenza, è la parte più bella del film, completamente affidata a due attori che definire "immensi" sarebbe ancora poco. Philip Seymour Hoffman offre un'interpretazione controllata, pacata, con quegli occhi che paiono sprofondati nella calma e tuttavia sono acuti come quelli di un rapace, un omone in grado di passare dalla serietà dello psicologo alla divertita giocosità di un bambino; Joaquin Phoenix, d'altro canto, è completamente privo di controllo e si abbandona agli eccessi di un personaggio incapace di trovare la via di mezzo tra un'apatia quasi totale e degli scatti d'ira incontrollabili, si priva della sua solita bellezza e si mostra allo spettatore come un relitto biascicante, fiaccato dalla vita e dalla follia. Anderson giostra questi due grandissimi attori con la consueta abilità, alternando immagini emblematiche, quasi poetiche (tutta la sequenza iniziale che mostra l'esistenza di Freddie in tempo di guerra), visioni talmente realistiche da prendere alla sprovvista lo spettatore e momenti più "statici", il tutto girato nel formato 65mm, cosa che si lega alla passione del protagonista per la fotografia e si traduce anche agli occhi del profano in una maggiore grandezza dell'immagine con conseguente aumento della profondità e della nitidezza. Detto questo, in un impeto di sincerità mi verrebbe da aggiungere che, a fronte dell'innegabile natura di capolavoro di The Master, rispetto a Magnolia e Boogie Nights - L'altra Hollywood l'ultima opera di Anderson patisce di una lentezza che mette a dura prova lo spettatore, che rischia di perdersi nei deliri psicotici di Freddie e nelle pose da santone di Dodd, ma non lasciatevi scoraggiare da questo dettaglio: The Master è grande, grandissimo cinema che bisogna recuperare e fare conoscere.


Di Philip Seymour Hoffman, che interpreta Lancaster Dodd, ruolo per il quale è stato nominato per l'Oscar come miglior attore non protagonista, ho già parlato qui.

Paul Thomas Anderson è il regista e sceneggiatore della pellicola. Americano, ha diretto film come Boogie Nights – L’altra Hollywood, Magnolia e Il petroliere. Anche produttore e attore, ha 43 anni e un film in uscita.


Joaquin Phoenix (vero nome Joaquin Rafael Bottom) interpreta Freddie Quell, ruolo per il quale è stato nominato per l'Oscar come miglior attore protagonista. Portoricano, lo ricordo per film come 8 MM – Delitto a luci rosse, Il gladiatore, Signs, The Village e Quando l’amore brucia l’anima, inoltre ha partecipato alle serie La signora in giallo e Alfred Hitchcock presenta. Anche produttore e sceneggiatore, ha 39 anni e due film in uscita.


Amy Adams interpreta Peggy Dodd, ruolo per il quale è stata nominata per l'Oscar come miglior attrice non protagonista. Nata a Vicenza da genitori americani, ha partecipato a film come Cruel Intentions 2, Prova a prendermi, Talladega Nights: The Ballad of Ricky Bobby, Tenacious D in The Pick of Destiny, Come d’incanto, Il dubbio, Una notte al museo 2 – La fuga, I Muppet, L’uomo d’acciaio e a serie come That ‘70s Show, Streghe, Buffy the Vampire Slayer e Smallville. Ha 39 anni e sei film in uscita.


Laura Dern interpreta Helen Sullivan. Americana, ha partecipato a film come Alice non abita più qui, Velluto blu, Cuore selvaggio, Jurassic Park, Un mondo perfetto, Jurassic Park III, Novocaine, Mi chiamo Sam e alla serie Ellen. Anche produttrice, sceneggiatrice e regista, ha 46 anni e tre film in uscita.  


Con il film ancora in fase di progettazione (si parla del 2010), Reese Witherspoon era stata presa in considerazione per il ruolo di Peggy, Jeremy Renner per quello di Freddie, Emma Stone ed Amanda Seyfried invece per quello di Elizabeth, la figlia di Dodd. The Master trae parecchia ispirazione dal documentario di John Huston Let There Be Light, incentrato proprio sui soldati rimasti traumatizzati dagli orrori della guerra. Ho guardato un po' in giro e mi sembra che la pellicola sia facilmente reperibile.. ma se The Master vi fosse piaciuto consiglierei la visione di tutti gli altri film girati da Anderson. Da parte mia, recupererò presto Il petroliere! ENJOY!


giovedì 1 aprile 2010

I Love Radio Rock (2009)

Dopo tanti film horror, seri, trash, e chi più ne ha più ne metta, finalmente riesco a parlare di una bella commedia. Oddio, bella è riduttivo… diciamo che questo I Love Radio Rock (The Boat That Rocked), inglesissimo film girato nel 2009 da Richard Curtis, potrebbe anche essere annoverato nell’Olimpo dei miei film cult.


BoatThatRockedPoster325


La trama: Carl è un adolescente che viene spedito dalla madre, come punizione per essere stato sorpreso a fumare a scuola, a “lavorare” su una barca gestita da un suo conoscente. Peccato che quella barca è la sede di una radio pirata, Radio Rock, ed è abitata da un gruppo di scoppiatissimi dj. I giorni del ragazzo così cominciano a passare tra musica, ragazze e “lezioni di vita”, mentre il compassato governo inglese cerca di fare chiudere per sempre la Radio…


(160309142827)The_Boat_That_Rocked_2


In un cinema come quello odierno, dove ogni film che passano dev’essere o un polpettone pieno di effetti speciali (meglio se in 3D), o un remake, o talmente demenziale e raffazzonato da non valere nemmeno i soldi del biglietto, un film come I Love Radio Rock è una ventata d’aria pura. Grazie ad una trama semplice e anche molto ingenua (peraltro, anche se il film non è tratto da una storia vera, le radio pirata esistevano, e alcuni avvenimenti di I Love Radio Rock, come il matrimonio sulla barca o il naufragio, sono capitati davvero su altre navi simili, all’epoca), dove ogni cosa alla fine si risolve in modo “cool”, a tarallucci e vino, e i cattivi fanno la figura dei fessi mentre i buoni si godono la vita fino in fondo, lo spettatore riesce a rilassarsi e anche ad appassionarsi alle storie dei singoli personaggi che vengono curati benissimo, da quelli più carismatici a quelli più sfigati. Gente come Il Conte, “Il dottore”, Bob il barbone, la cuoca lesbica, il dj in cerca dell’amore vero, il capitano della nave dandy, sono gli amici che tutti vorremmo avere, gli “zii e papà” con in quali vorremmo essere cresciuti.


the-boat-that-rocked-600712817


I personaggi risultano vivi e carismatici grazie ad attori bravissimi (il film ha davvero un cast di tutto rispetto), che sostengono una valida sceneggiatura e dei dialoghi esilaranti. E ovviamente un film simile non potrebbe esistere senza una colonna sonora di tutto rispetto, che scandisce ogni secondo della pellicola, introdotta dalle voci dei dj che lavorano 24 ore su 24. Brani dei Beach Boys, The Who, Jimi Hendrix, Cat Stevens, Dusty Springfield e, nei titoli di coda, la bellissima Let’s Dance di David Bowie, che ci conferma come dopo gli anni ’60 il Rock fosse tutt’altro che “debellato”… anzi!! Assieme ovviamente alla soundtrack e agli attori, quello che più ho amato del film però sono i costumi, i balletti in cui di tanto in tanto si impegnano i protagonisti; l’idea di mostrare le reazioni degli ascoltatori dell’epoca “in diretta” ovvero mentre i dj parlano, creando la sensazione di vedere questa sorta di enorme famiglia formata da groupies e semplici fan che ridono, piangono, ballano e vivono al ritmo di rock; e infine la scena che più ho amato (oltre a quella del matrimonio d’interesse, of course!!), ovvero la contrapposizione tra le due cene di Natale: quella chiassosa e divertente sulla barca e quella triste e moscia della famiglia del ministro (un irriconoscibile ed esilarante Kenneth Branagh) con la moglie che allo scoppio di un piccolo petardo sobbalza ed esala “uuh, quante emozioni per una sera!”. Al di là di tutto, comunque, anche l’unica, lunga scena d’azione che c’è verso la fine è fatta benissimo e lascia con il fiato sospeso come la pericolosa sfida tra il Conte e il Re… se l’avessi vista al cinema, data l’impressione che mi fanno le scene girate in luoghi sospesi nel vuoto, credo che avrei distolto lo sguardo! L’unico mio rimpianto è quello di non averlo visto in lingua originale, credo meriti davvero anche se il doppiaggio è fatto molto bene. Rimedierò!


the-boat-that-rocked-radio-encubierta-s4


Del mitico Nick Frost ho già parlato qui, e devo dire che è un piacere per una volta vederlo in un ruolo che non sia relegato a quello di “spalla” dell’altrettanto mitico Simon Pegg. Un altro attore che è spesso collaboratore dei due comici è il bravissimo Bill Nighy, di cui ho parlato invece qui.


Richard Curtis è regista e sceneggiatore del film. Neozelandese, ha all’attivo come regista solo questo film e Love, Actually, mentre come sceneggiatore dobbiamo ringraziarlo per parecchi episodi dello storico Mr. Bean. Ha 54 anni.


Branagh-Ifans-Jones-board-Curtis-Boat


Philip Seymour Hoffman interpreta il Conte. Famosissimo attore americano, interprete di molti dei più bei film dell’ultimo decennio nonché vincitore di un premio Oscar come miglior attore protagonista per Capote (l’unico film, ahimé, che mi ha fatta addormentare al cinema, ma avevo la febbre ed era senza sottotitoli…), lo ricordo anche in Scent of a Woman – Profumo di donna, Twister, Boogie Nights – L’altra Hollywood, Il grande Lebowski, Patch Adams, Magnolia, Il talento di Mr. Ripley, Red Dragon, La 25sima ora, … e alla fine arriva Polly. Ha 43 anni.


philip-seymour-hoffman_l


Kenneth Branagh interpreta Sir Alistair Dormandy. Grande attore e regista inglese, legatissimo a fedeli trasposizioni cinematografiche di grandiose e famose opere di Shakespeare, lo ricordo per film come Frankenstein di Mary Shelley (di cui era anche regista), Othello, Hamlet (anche regista), Wild Wild West e Harry Potter e la camera dei segreti. Ha 50 anni e sta girando come regista l’ennesimo film tratto dai comics della Marvel, Thor.


1173883


Jack Davenport interpreta il viscido Dominic Pirlott. Attore inglese che i più ricorderanno per il ruolo di Norrington nella trilogia de I pirati dei Caraibi, ha partecipato anche a film come Creature selvagge, Il talento di Mr. Ripley e The Libertine. Ha 37 anni.


250px-jack_davenport_cotbp-p


Emma Thompson interpreta Charlotte. Famosissima attrice inglese vincitrice di un Oscar come miglior protagonista per Casa Howard e anche di uno per la sceneggiatura di Ragione e sentimento (era stata anche nominata, per lo stesso film, come attrice non protagonista), tra le sue altre pellicole cito Nel nome del padre, Ma dov’è andata la mia bambina?, Junior; la splendida serie TV Angels in America, Harry Potter e il prigioniero di Azkaban e Harry Potter e l’ordine della fenice. Ha 51 anni.


Emma-Thompson_l


Una curiosità: il cognome dell’assistente/lecchino del ministro, in italiano è stato tradotto in Pirlott, ma in originale è Twatt. “A twat”, by the way, è un coglione, o uno stronzo, fate vobis. Cambiando argomento, invece, Rhys Ifans, che interpreta il “Re” Gavin Cavanagh, molto probabilmente parteciperà all’atteso Harry Potter e i doni della morte, nei panni dello stordito padre di Luna, Xenophilius Lovegood. E ora vi lascio al trailer del film… ENJOY!!  




Se vuoi condividere l'articolo