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martedì 18 agosto 2026

Spider-Man: Brand New Day (2026)


Ho lasciato passare il solito mese per via di tutti i problemi del multisala, ma alla fine sono riuscita ad andare a vedere Spider-Man: Brand New Day, diretto dal regista Destin Daniel Cretton.

Trama

Peter Parker, dimenticato dalla fidanzata MJ e dai suoi amici, cerca di tirare avanti mettendo tutte le energie nella "carriera" di supereroe nei panni di Spider-Man. Questo finché problemi fisici e una nuova, pericolosa minaccia, non arrivano a sconvolgere la sua routine...

Recensione

Salvo poche eccezioni, ho saltato senza farmi troppi problemi parecchi dei film Marvel degli ultimi tre anni, forte delle delusioni cocenti di robaccia come Thor: Love and ThunderBlack Panther: Wakanda Forever e Ant-Man and the Wasp: Quantumania, gli ultimi due visti, peraltro, direttamente in streaming. Pur non avendo mai letto i fumetti de L'uomo ragno, o di Spider-Man che dir si voglia, mi sono comunque affezionata a quello del MCU, e ritengo che i tre film a lui dedicati siano tra i migliori usciti dalla branca cinematografica della Casa delle Idee. Ecco perché, con tutta la calma derivante dall'impossibilità di trovare posto nel multisala causa riduzione delle sale e guasti all'impianto di condizionamento, ho deciso di vedere Spider-Man: Brand New Day in sala, senza peraltro pentirmene. Avevamo lasciato Peter Parker solo come un cane, dopo avere chiesto al Dr. Strange di cancellarlo dalla memoria di amici, nemici e parenti, per salvare il multiverso. Lo ritroviamo ugualmente solo, salvo per un paio di improbabili "colleghi", consacrato al 100% al suo ruolo di supereroe, mentre la vita di MJ e Ned è andata avanti, portando con sé amori, successi accademici, una vita normale. Il personaggio di Peter Parker/Spider-Man si evolve dunque seguendo due percorsi ben precisi, che diventano un po' il fulcro psicologico-sentimentale del film. Peter è connotato come un workaholic che annega i propri fallimenti come persona nel suo alter ego di supereroe, al quale si consacra fino a consumarsi mentalmente e fisicamente, prendendo una cantonata dietro l'altra. Ma Peter è connotato anche, nonostante i lutti e le esperienze passate, come un ragazzino rimasto ancorato all'adolescenza perduta, terrorizzato dalla mutazione più tremenda di tutte, quella in adulto capace di affrontare e mettere insieme tutte le sfaccettature della propria personalità. I due percorsi di evoluzione sono strettamente connessi l'uno all'altro, intrecciati all'incontro con almeno quattro figure chiave che fungono da esempio da seguire (vedi la Vedova Nera e il suo modus vivendi assai rilassato), da evitare, con cui confrontarsi o a cui guardare per avere un terrificante quanto probabile squarcio di futuro.

Siccome ho fatto i salti mortali per evitare antipatici spoiler legati all'introduzione di personaggi che potrebbero rivelarsi fondamentali per il futuro del MCU (inutilmente, aggiungo, tanto ci hanno pensato persino i siti specialistici a mettere foto fuori contesto ma comunque spoilerose), per correttezza verso chi non avesse ancora visto il film eviterò di ricamare troppo sulla trama, pesantemente connessa proprio ad un nuovo, importantissimo personaggio, quindi passerò agli aspetti tecnici di Spider-Man: Brand New Day. Mi tocca ripetere ciò che hanno già detto in molti, ovvero che il film di Destin Daniel Cretton è uno dei più "supereroistici" del franchise, questo perché non solo offre moltissimo spazio all'azione e all'attività di Spider-Man inserito nel quotidiano newyorchese, ma anche perché riprende tantissime delle copertine e splash page che hanno fatto la storia cartacea del personaggio. E', per fortuna vostra e purtroppo per me, anche uno dei film del franchise più "urbani", il che si traduce in Spider-Man che si catapulta dai grattacieli e penzola dalle sue dannatissime ragnatele, offrendo prospettive e soggettive da incubo, alla faccia di chi teme questo genere di altezze e di tuffi nel vuoto. Salvo un paio di effetti speciali posticci che, ormai, sono la cifra stilistica del MCU, l'interazione tra il corpo di Tom Holland e tutto il paesaggio digitale che lo circonda, oltre a tutte le rapidissime e concitate sequenze di lotta, impreziosite da fantasiosi usi della ragnatela, sono tra le cose migliori viste negli ultimi anni. Da fan dell'horror, ho apprezzato anche tantissimo la citazione all'amato Il tocco del male come rappresentazione visiva dei poteri in boccio di uno dei personaggi, a proposito del quale, il tocco di finezza dei colori di uno scrunchie ha soddisfatto la nerd che è in me. Per quanto riguarda gli attori, che gli vuoi dire a Tom Holland? Lui ormai E' Spider-Man, la sua faccina è semplicemente perfetta, in ogni momento del film, e le interazioni con MJ riconfermano lui e Zendaya come una delle coppie più belle del mondo. Voto 10 anche a Jon Bernthal, ormai perfettamente a suo agio nei panni del Punitore, benché ormai sia un personaggio schizofrenico, viste quante interpretazioni diverse gli danno i vari sceneggiatori, e bravissima anche Sadie Sink, destinata a una gloriosa e meritata carriera. So già che tutte queste belle cose verranno mandate in vacca da Avengers: Doomsday e Avengers: Secret Wars, i quali mi faranno pentire di non ricordare il 70% di quanto avvenuto nel MCU in questi ultimi sette anni (anche per progressiva perdita di interesse, soprattutto verso le serie Disney +), quindi meglio godersi questi film deliziosi e "piccini", finché è possibile!

Cast

Del regista Destin Daniel Cretton ho già parlato QUITom Holland (Peter Parker/Spider-Man), Zendaya (MJ), Mark Ruffalo (Bruce Banner/Hulk), Jon Bernthal (Frank Castle/Punisher), Jacob Batalon (Ned Leeds), Sadie Sink, Florence Pugh (Yelena Belova/Vedova Nera), Marisa Tomei (May Parker), Naomi Watts (voce originale di E.V.) e Keith David (Narratore di Spider Video) li trovate invece ai rispettivi link.

Se vi è piaciuto...

Se volete farla semplice, la conditio sine qua non è recuperare  Spider-Man: HomecomingSpider-Man: Far From Home e Spider-Man: No Way Home. Se invece volete fare i completisti, aggiungete Captain America: Civil WarAvengers: Infinity War, Avengers: Endgame, Black WidowThunderboltsla seconda stagione di Daredevil, le due stagioni di The Punisher, le due stagioni di Daredevil: Born Again e lo speciale The Punisher: One Last Kill. ENJOY!

martedì 4 agosto 2026

Odissea (2026)


Con un bel po' di ritardo, in quanto trovare biglietti senza prenotarli prima era impossibile anche a Savona, sono riuscita a vedere Odissea (The Odyssey), diretto e sceneggiato dal regista Christopher Nolan a partire, ovviamente, dall'omonimo poema epico di Omero.

Trama

Musa, di quell'uom di multiforme ingegno dimmi che molto errò, poich'ebbe a terra gittate di Ilïòn le sacre torri; che città vide molte, e delle genti l'indol conobbe; che sovr'esso il mare molti dentro del cor sofferse affanni, mentre a guardar la cara vita intende, e i suoi compagni a ricondur...

Recensione

C'è un momento, poco prima dell'ultimo atto del film, in cui mi sono finalmente sentita coinvolta dall'operazione di Nolan, al di là degli ovvi sentimenti di fascinazione, paura, angoscia e curiosità delle due ore e fischia precedenti. Quel momento coincide col flashback di Ulisse, che accompagna il racconto della conquista di Troia, finalmente udito dalla bocca di chi viene ritenuto un eroe, un genio, da chiunque. Davanti ad una Penelope ignara dell'identità del suo interlocutore, Ulisse racconta tutta l'orribile verità della guerra, offrendo a lei e agli spettatori il punto di vista di chi, schiacciato dal piede del più forte, vede i prodi vincitori per quello che sono: barbari, assassini e stupratori. Il colpo di genio tramandato dai canti, l'inganno del cavallo di Troia, è una bassezza che va contro la legge degli dèi e degli uomini, e che sputa in faccia ad ogni idea di correttezza. E' questo il peso che grava sul cuore di Ulisse, che si traduce in tremende vicissitudini atte a tenerlo lontano da casa. Un senso di colpa incarnato dal volto di un'Atena giovanissima, un pungolo che gli avvelena l'animo al punto da temere, per Itaca, un destino simile a quello di Troia, scatenato proprio dalle sue azioni. Non si può non volere bene a questo Ulisse imperfetto e ben lontano da quell'aggettivo, "polìtropo", attribuitogli da Omero. Anzi, per reazione al risultato tremendo del suo ingegno, sembrerebbe che l'Ulisse di Nolan si guardi bene dall'usare l'astuzia. Il protagonista di questa Odissea è dunque un uomo impulsivo ed egoista, testardo nel suo essere fermo su un desiderio di autodeterminazione che non prevede la presenza di divinità impiccione, forse per questo più umano e pronto a concedere il beneficio del dubbio a creature impaurite e sofferenti, come Circe. Certo, il rovescio della medaglia di questa umanità ritrovata è che Ulisse imbrocca una cretinata dietro l'altra, ma accanto a uomini e re connotati come mostri guidati dai loro impulsi più bassi, ci fa la figura del principe. Chi ci fa invece la figura dell'inetto è il povero figliolo Telemaco, surclassato sia dal tostissimo servo cieco Eumeo che da mamma Penelope. In un finale durante il quale Ulisse diventa John Wick, Telemaco fatica a tenere a bada un solo uomo, e riesce a beccarsi persino il cazziatone di una madre che, dopo vent'anni a reggere da sola il trono e tenere a bada i Proci, deve sopportare i piani di un figliolo imberbe intenzionato a diventare re "perché serve un uomo". Penelope è uno dei pochi personaggi femminili che Nolan, nella sua carriera, è riuscito a gestire ottimamente, affiancata da una Circe e una Elena (per non parlare di Clitemnestra) che, nonostante il brevissimo metraggio concesso, si imprimono nella mente dello spettatore come donne complesse, consapevoli del loro potere e dell'orrore di ritrovarsi impotenti davanti a un mondo ormai in rovina, governato dagli istinti di uomini che non solo lo piegano alla loro volontà, ma distorcono l'interpretazione di eventi reali in base alle loro necessità. Un altro personaggio femminile, Calipso, non è stata altrettanto fortunata, messa lì come mero plot device per consentire ad Ulisse di raccontare la sua storia e ricordare a poco a poco, come se la ninfa lo stesse curando da una tremenda forma di PTSD. Sono piccole sfumature che un po' disturbano, così come la fede intermittente di Ulisse verso gli dèi (a volta sembra che ne metta in discussione persino l'esistenza, il che in un universo come quello dell'Odissea è assurdo), ma che non inficiano l'alta qualità del film.

E questo è il momento in cui dovrei smettere di scrivere il post, lo so. Ché io il film non l'ho visto in IMAX, né all'Arcadia di Melzo, né in Inghilterra, e nemmeno in v.o., giusto cielo. Meriterei di fare la fine dei disgraziati masticati da Polifemo, ne sono consapevole, però posso dire che, per quel che si è visto sugli schermi di Savona, Nolan ha fatto un lavoro egregio. Mettendo un attimo da parte il mastodontico lavoro, che definirei commovente, di scenografi e costumisti, nonché il delirio di filmare con le megacineprese IMAX, per non parlare della fotografia nitidissima e dei paesaggi naturali mozzafiato, o dell'incalzante colonna sonora di Ludwig Goransson (che, assieme al sonoro avvolgente, ha messo a dura prova l'impianto savonese), io ho solo una cosa importante da dire. Nolan, Cristo, lo avevo già pensato mentre guardavo Oppenheimer e ora te lo metto giù nero su bianco: REALIZZA. UN. HORROR. Solo questo devi fare. Basta film larger than life, abbraccia senza vergogna la tua vera vocazione! All'interno di Odissea ci sono quattro sequenze che sono dei veri e propri capolavori. Una è quella di Polifemo, dove il ciclope, peraltro orrendo e deforme come pochi, sembra Saturno che divora i suoi figli di Goya. La seconda è quella dei Lestrigoni, angosciante come un horror d'assedio, con i boschi e le lame che non lasciano scampo alcuno ai marinai e quella sensazione di claustrofobia anche a ridosso del mare aperto. La terza, ovviamente, è Circe, un trionfo di effetti speciali artigianali che avrebbero fatto invidia a un body horror anche senza utilizzare nemmeno una goccia di sangue finto. La quarta è la splendida sequenza della discesa nell'Ade, impreziosita da un favoloso contrasto tra il nero dei morti e le sparute fiammelle che guidano Ulisse e i suoi compagni. Non è che le sequenze d'azione, tra cavalli di Troia, razzie di guerra e naufragi non siano meravigliose (contesto solo lo showdown finale di Ulisse. Tremendo, incomprensibile, montato e coreografato in un modo che non rende giustizia a tutto ciò che lo ha preceduto), ma quelle in cui l'atmosfera è la stessa di un horror tout court valgono il prezzo di qualsiasi biglietto. Nolan, te lo ripeto, riflettici. Nel frattempo che lui ci pensa su, io non posso fare altro che unirmi al coro quasi unanime di quanti si sperticano a consigliare Odissea. Andatelo a vedere, godetevelo nel cinema più bello che potete, non aspettate lo streaming e sopportate le sale gremite, perché vi posso assicurare che non sentirete volare una mosca e quelle tre ore vi sembreranno tre minuti. E questa è una cosa che MAI mi sarei aspettata da Nolan!

Cast

Del regista e sceneggiatore Christopher Nolan ho già parlato QUI. Matt Damon (Ulisse), Robert Pattinson (Antinoo), Corey Hawkins (Polibo),Tom Holland (Telemaco), Elliot Page (Sinone), Shiloh Fernandez (primo troiano), Anne Hathaway (Penelope), John Leguizamo (Eumeo), Mia Goth (Melanto), Benny Safdie (Agamennone), Himesh Patel (Euriloco), Logan Marshall-Green (Melantio), Charlize Theron (Calipso), Zendaya (Atena), Jon Bernthal (Menelao), Bill Irwin (Ciclope), Lupita Nyong'o (Elena/Clitemnestra), Samantha Morton (Circe) li trovate invece ai rispettivi link.

Curiosità

Christopher Nolan avrebbe dovuto dirigere il film Troy ma aveva abbandonato il progetto in favore di Batman Begins. A Robert Downey Jr. era stato invece offerto il ruolo di Poseidone, quando ancora il film prevedeva la presenza di altri dèi, ma l'attore ha rinunciato per partecipare ad Avengers: Doomsday. ENJOY!

mercoledì 8 aprile 2026

The Drama (2026)


Il lunedì di Pasquetta sono andata al cinema per vedere The Drama, diretto e sceneggiato dal regista Kristoffer Borgli.

Trama

Emma e Charlie stanno per sposarsi ma, qualche sera prima del matrimonio, la rivelazione di un oscuro segreto nel passato di lei minaccia di distruggere la relazione...

RECENSIONE

Faccio una confessione: non avevo assolutamente intenzione di andare a vedere The Drama. Non è che Zendaya e Pattinson mi siano antipatici, anzi, quest'ultimo ormai è diventato uno dei miei attori preferiti, ma onestamente credevo che il film fosse, appunto, un dramma romantico, e chi ha voglia di guardarne uno? Poi, per fortuna, mi è caduto l'occhio sul nome del regista. Io, che amo Kristoffer Borgli fin da quando, al ToHorror, vidi lo splendido Sick of Myself, non potevo assolutamente perdermi un suo film e, soprattutto, non potevo credere che una sua opera fosse una banale sciocchezzuola sentimentale. Infatti non lo è. Anzi, The Drama, al momento, è uno di quei titoli che inserirei senza fatica nella Top 5 di fine anno, perché è una grottesca discesa nell'ipocrisia della società (soprattutto quella americana) e nell'incubo delle cerimonie nuziali moderne, un giro sulle montagne russe pieno di svolte imprevedibili e scioccanti. La storia comincia con una coppia perfetta. Emma e Charlie sono affiatatissimi ed innamorati, e stanno per sposarsi. Tutto di loro è carino e divertente, a cominciare dai loro "inizi" (l'approccio di lui, in realtà è un po' creepy, ma degno di un film romantico o di un romanzo rosa) e persino nel corso degli inevitabili imprevisti pre-matrimoniali riescono a cavarsela grazie ad un'intesa invidiabile e ad una sana ironia. Durante una cena con i testimoni, complice l'ubriachezza, Emma confessa però un oscuro segreto del suo passato e la vita di coppia finisce in frantumi, assieme all'amicizia con la damigella d'onore. Da quel momento, Charlie rivede tutta la storia con Emma sotto un'altra prospettiva, arriva ad analizzare ogni comportamento di lei alla luce della terribile rivelazione, e non sa come affrontare una persona che, ai suoi occhi, risulta ormai irrimediabilmente diversa. A scanso di equivoci, The Drama è, appunto, ciò che l'ironico titolo sottolinea. Emma non è un mostro, anzi, è una donna che si è tirata fuori da sola dal periodo più buio della sua vita e se lo è lasciato alle spalle cercando di trarne un insegnamento e uno sprone per migliorarsi. Il "drama" lo creano Charlie e la damigella d'onore Rachel, egoisticamente ed ipocritamente "offesi" dalla scoperta che Emma non è l'adorabile, imperfetto scricciolo con cui vivere un'esistenza da favola oppure, nel caso di Rachel, da rimproverare e guidare come una sorella minore. Le due "drama queen" non pensano minimamente a come le loro parole e i loro gesti possano far ripiombare Emma in un incubo che la tormenterà per tutta la vita e che, saggiamente, aveva deciso di non raccontare a nessuno, consapevole delle conseguenze, ma si ergono a paladini della rettitudine tormentandosi ed incazzandosi a sproposito, con tutta una serie di ripercussioni tragicomiche sulla loro vita in generale e sul matrimonio in particolare.

La caduta libera di Charlie verso la paranoia e la nevrosi, così come l'angoscia crescente di Emma, vengono resi sullo schermo da Kristoffer Borgli col suo solito stile frammentario ed allucinato, coadiuvato dal montaggio di Joshua Raymond Lee. La narrazione non è lineare, il presente si alterna a rapidi flashback che, talvolta, sfruttano diversi punti di vista e, in particolare dopo la confessione di Emma, mescolano la realtà alla fantasia (o, meglio, all'immaginazione distorta). Oppure, si fa ricorso a dei fast forward repentini, che spostano l'attenzione dai confronti tra i personaggi alle conseguenze degli stessi, enfatizzando l'importanza dello stress psicologico a discapito dei ragionamenti spesso irricevibili che lo generano. Lo stesso trattamento viene inferto al matrimonio, evento completamente rimosso dal film e sostituito da preparativi e ricevimento, quindi derubricato ad incombenza da sbrigare il prima possibile, più importante come emblema di "status" sociale che come passaggio importante per la vita di una coppia, un modo per salvare le apparenze che getta ancora più benzina sul fuoco. Sotto le mani spietate ma capaci di Borgli, l'alchimia tra Zendaya e Pattinson diventa l'anima del film, nel bene e nel male. Lei, a dispetto di quel musetto splendido ma un po' antipatico che non la rende mai particolarmente gradevole, fa così tanta tenerezza da spezzare il cuore e lui, ormai, è abbonato ai ruoli weird di nevrotico senza speranza, grazie anche ad una predisposizione naturale verso tempi (tragi) comici perfetti. Cosa avessero visto i produttori dell'epoca per venderlo come sex symbol, quando quest'uomo risplende solo nel cinema indipendente che lo vuole brutto, sfatto e matto come un cavallo, è un mistero che non comprenderò mai. Ma la vera rivelazione di The Drama è Alana Haim, qui in un ruolo che incarna la summa della malvagia ipocrisia americana, ovvero una persona che ha compiuto un gesto inenarrabile, giustificandolo come "errore" di gioventù, e che si sente ugualmente in dovere di condannare chi invece l'errore (anzi, l'orrore) l'ha evitato per un soffio, in virtù di una tragedia vissuta sulla pelle altrui. La Haim è la punta di un triangolo "morale" che vi farà venire i nervi a fior di pelle, lasciandovi parecchio su cui ragionare e di cui discutere con chiunque vi accompagnerà al cinema, a dimostrazione di come The Drama non sia uno dei soliti film che si dimenticano nel giro di qualche giorno. Non lasciatevi ingannare, come ho rischiato di fare io, dalla pubblicità ingannevole che lo vuole romantico e sciocchino, e correte in sala armati di ansiolitici, non ve ne pentirete... a meno che non stiate per sposarvi o pensiate di farlo nell'immediato. In quel caso eviterei, perché la narrazione anche troppo realistica di terrificanti, costosissimi preparativi rischierebbe di farvi desistere più del dramma umano! 

CAST

Del regista e sceneggiatore Kristoffer Borgli ho già parlato QUI. Zendaya (Emma), Robert Pattinson (Charlie), Mamoudou Athie (Mike) e Michael Abbott Jr. (Blake) li trovate invece ai rispettivi link.

SE VI è PIACIUTO...

Se The Drama vi è piaciuto, recuperate i film che Borgli ha fatto guardare al cast come preparazione prima delle riprese: Bob & Carol & Ted & Alice, Melancholia e Passione. ENJOY!

venerdì 3 maggio 2024

Challengers (2024)

Domenica ho costretto il povero Bolluomo ad accompagnarmi a vedere Challengers, diretto dal regista Luca Guadagnino.


Trama: due ex amici, entrambi tennisti, si scontrano durante un torneo Challenger, sotto lo sguardo della donna amata e contesa tra i due sin dai tempi del college...


Inizio il post col solito disclaimer. La mia natura di bradipo mi impedisce di amare ogni genere di sport, e credo che poche cose mi annoino quanto vedere delle partite di tennis in TV, quindi immaginate quanto avessi paura che rotolassero le mie, di palle (più quelle del Bolluomo), durante la visione di Challengers. A discapito di questi timori, Guadagnino non mi è mai dispiaciuto e il trailer mi ha intrigata, quindi ho deciso di dare al film una chance, cosa di cui non mi sono pentita. In totale onestà, non credo di averlo capito al 100%, perché la mia natura spiccia e "pane e salame" ha opposto una strenua resistenza all'idea che due ragazzotti con un promettente futuro davanti decidano di consacrarsi anima e corpo, per tutta l'esistenza, a una come Tashi Duncan, il cui unico pregio è essere inconfutabilmente gnocca, ma per il resto talmente vanesia, antipatica, spocchiosa ed egoista da far venire voglia di prenderla a racchettate. Non che i due baldi fanciulli siano meglio: due servi della gleba a testa alta, uno dotato della vitalità di un'ameba, l'altro spocchioso quasi quanto Tashi, due tennisti che non sono mai riusciti a raggiungere il loro pieno potenziale, ognuno per motivi non meglio specificati o comunque discutibili. In mezzo, per l'appunto, Tashi Duncan. Brillante tennista la cui carriera finisce bruscamente per colpa di un incidente, fulcro di un triangolo che nasce come gioco adolescenziale e si evolve in una partita a tennis lunga decenni, alla perenne ricerca di quel momento perfetto di agonismo e passione pura, in cui contano solo il gioco e i due contendenti, quella sensazione orgasmica che fa urlare per la gioia. Ha il ritmo di un thriller, Challengers. Per quanto i protagonisti siano insopportabili, c'è ovviamente la curiosità (morbosa?) di capire quali saranno i risultati delle macchinazioni di Tashi e chi, tra i due giocatori, vincerà non solo la partita, ma anche il cuore della bella stronza che, apparentemente, è duro ed impenetrabile come l'acciaio. Si crea, inevitabilmente, un preferito per cui tifare (non vi dirò mai per chi ho parteggiato!) e, di conseguenza, si sviluppano tutti i meccanismi che rendono il gioco, se portato avanti bene, degno di essere seguito con attenzione, a costo di farsi venire il torcicollo come succede agli spettatori sugli spalti.


La struttura stessa del film è quella di una partita a tennis, cadenzata dalla truzzissima colonna sonora di Trent Reznor e Atticus Ross (so che tanti l'hanno odiata, io l'ho adorata, non riuscivo a smettere di andare a tempo con la testa). La pallina del tempo va avanti e indietro, senza fermarsi mai, rimbalzando tra il presente e i flashback di un passato sempre meno remoto, costringendo lo spettatore a concentrarsi per non perdere dei pezzi. Come in una partita a tennis cambia la tecnica dei giocatori, qui si fa vario uso di tecniche registiche. Guadagnino sperimenta, soprattutto durante le riprese dei match, con la go-pro che riflette il punto di vista dei due giocatori, e addirittura la simulazione della percezione della pallina, oppure attraverso lastre trasparenti che ci permettono di "diventare" il campo da tennis; sprazzi di originalità che non privano di importanza il fulcro della narrazione, ovvero le inquadrature di corpi atletici sempre più nervosi e sudati, i primi piani di sguardi che celano inquiete tempeste emotive, ferite che, come quelle fisiche, lasciano cicatrici e indeboliscono animi e corpi che non torneranno mai più freschi come un tempo. A proposito di corpi freschi. Zendaya è bellissima, non le serve altro. La sua faccetta naturalmente scazzata è perfetta per il personaggio di Tashi, con lo sguardo colmo di spregio e quel labbrino sempre in giù; peccato per le babbucce di Chanel, l'unico capo orrido di un guardaroba altrimenti stupendo, che la fa ulteriormente spiccare rispetto alla massa (fate caso alle scene "corali". Zendaya è sempre circondata o da uomini o da donne più vecchie, brutte e mal vestite di lei. Guadagnino, non ce n'era bisogno, giuro). I due fanciulli comunque non stanno a guardare. Pur penalizzati dalla necessità di interpretare uomini dall'occhio spento e il viso di cemento, Josh O'Connor Mike Faist non se lo fanno menare e i loro duetti, sia da amici che da rivali, sono uno spettacolo, tanto che avrei gradito molto la svolta seriamente omoerotica in un film che è pieno di allusioni gay neppure tanto sottese. Probabilmente, Challengers non sarà la cup of tea di molti, soprattutto se vi aspettate qualcosa di artistico e cerebrale come The Dreamers (citato da troppi, in realtà la somiglianza si ferma in superficie, al triangolo iniziale), ma a me è piaciuto molto, nonostante fosse un film potenzialmente inadatto alla sottoscritta. Dategli un'occhiata!
 

Del regista Luca Guadagnino ho già parlato QUI mentre Zendaya, che interpreta Tashi Donaldson, la trovate QUA.

Josh O'Connor interpreta Patrick Zweig. Inglese, ha partecipato a film come Cenerentola, Florence, Emma. e a serie quali Doctor Who e The Crown. Anche sceneggiatore e produttore, ha 34 anni e un film in uscita. 


Mike Faist
, che interpreta Art Donaldson, aveva partecipato al West Side Story di Steven Spielberg; per il suo ruolo, inizialmente si era pensato ad Austin Butler e Timothée Chalamet, mentre per quello di Patrick Zweig era in lizza anche Jacob Elordi. Lo sceneggiatore del film, Justin Kuritzkes, è il marito della regista e sceneggiatrice Celine Song. ENJOY!

mercoledì 6 marzo 2024

Dune - Parte due (2024)

Domenica siamo corsi a vedere Dune - Parte 2 (Dune - Part 2), diretto e co-sceneggiato da Denis Villeneuve a partire dal romanzo Dune di Frank Herbert.


Trama: dopo l'incontro-scontro con la tribù dei Fremen, Paul ne impara i costumi diventando uno dei guerrieri più potenti. Ma l'ombra di un futuro sanguinoso come Messia incombe su di lui...


Sarò priva di mezze misure: Dune - Parte 2 è un trionfo. Lo dico da profana, perché dal 2021, anno di uscita di Dune, non ho mica trovato il tempo di leggermi il romanzo di Herbert e, in tutta sincerità, ero persino riuscita a dimenticarmi il primo capitolo (guardato con estrema soddisfazione, per la seconda volta, nel weekend), quindi il mio è il commento a caldo di una mente fresca. Ripeto quello che avevo giù dichiarato tre anni fa: "Gli ultimi Star Wars, ma anche quelli vecchi, con tutto il rispetto, a Dune spicciano casa", e gli spiccia casa qualsiasi saga moderna, in primis i fumettoni Marvel da cui il regista ha preso tre quarti del cast. Serio ed epico, senza alcuna concessione nemmeno alla più piccola briciola di umorismo, Dune - Part 2 mette in scena la crescita di Paul Atreides, da rampollo in fuga di una nobile famiglia a ragazzo maturo, deciso a prendere il futuro tra le sue mani senza seguire un cammino che qualcuno ha scelto per lui, almeno per buona parte del film. Il desiderio di vendetta verso chi ha sterminato la sua casata lascia presto il posto a un sentimento più complesso verso la tribù dei Fremen, alimentato sì dall'amore verso la bella Chani, ma anche dall'ammirazione verso la tenacia, l'intelligenza e gli usi di un popolo ben lontano dall'accozzaglia di selvaggi dipinta dalla nobiltà ignorante. Purtroppo per Paul, il mondo di Dune è fatto di complotti vecchi di secoli, invischiato in una tela tessuta in primis dalle Bene Gesserit, ed è difficile sottrarsi ad apocalittiche visioni di un tragico futuro, quando quella stessa ignoranza che rende ciechi i nobili viene sfruttata per aizzare il fondamentalismo di popolazioni isolate, istigandole a combattere una guerra santa in nome di segni e profezie assai facili da manipolare e fare avverare. Se i terribili Harkonnen sono i nazisti, quindi orribili e malvagi per definizione, le Bene Gesserit sono la Santa Inquisizione, gli Atreides i Crociati e gli invasati Fremen dei fondamentalisti islamici, e ben sappiamo a cosa possa portare ogni tipo di estremismo, anche quello che nasce con intenti "buoni", soprattutto quando ci si distanzia sempre più dal popolo che si vorrebbe guidare, e subentrano interessi personali. 


Come già succedeva nel primo capitolo, Villeneuve fa corrispondere il valore della storia narrata alla grandeur di una fantascienza visiva fatta di mostruose navi spaziali che si muovono e crollano con la lentezza di giganti, trascinando con sé buoni e cattivi, di paesaggi sconfinati che lo schermo fa fatica a contenere, di battaglie epiche girate e montate con nitida chiarezza anche a fronte del limite del PG13 (che non impedisce la percezione di torture e morti orripilanti, soprattutto quando si ha a che fare con i mostruosi Harkonnen), il tutto con l'ausilio di una CGI mai invasiva né "finta". Un'altra cosa che adoro di Villeneuve è la capacità di dare ad ogni ambiente la sua personalità, sfruttando non solo la regia, ma anche la scenografia e i costumi, oltre che la coinvolgente colonna sonora di Hans Zimmer. Le inquadrature ampie della zona nord di Arrakis, la ricostruzione di questo deserto sconfinato, benché pericoloso, dove una comunione con la natura inclemente può garantire libertà e un futuro tranquillo, fanno a pugni con le sequenze realizzate per rappresentare la zona sud dei fondamentalisti, più claustrofobiche, con lo schermo che si riempie di impenetrabili tempeste di sabbia e folle di persone adoranti, chiuse all'interno di sotterranei dove la novella Reverenda Madre Jessica (sulla quale poi tornerò) tesse le sue trame. Il pianeta degli Harkonnen è invece un glaciale, geometrico orrore in odore di espressionismo tedesco, dove prevalgono il bianco e il nero di tristissimi fuochi d'artificio che "esplodono" silenziosi come macchie di inchiostro, mentre la natura "medievale" dei luoghi dove risiedono l'imperatore e la figlia viene richiamata da chiostri, mise che sembrano uscite dal ciclo arturiano e interni che, per quanto moderni, contengono elementi architettonici assimilabili a quelli di un castello. Alcune chicche, come l'inquadratura ravvicinata di formiche brulicanti sul cranio e sull'orecchio di un certo personaggio, oppure la rappresentazione iniziale delle truppe Harkonnen come silenziosi scarafaggi volanti, mi hanno fatto apprezzare la regia ancora di più e chissà quante cose ci sarebbero da dire dopo una seconda visione.


Per quanto riguarda gli interpreti, a me pare che Villeneuve sia riuscito a tirare fuori il meglio da ognuno dei coinvolti. Per quanto non mi sia mai strappata i capelli né per le doti recitative di Chalamet né per il suo fisico da twink, il ruolo di Paul Atreides gli calza a pennello, con quell'espressione malinconica e fiera che si ritrova, e ammetto di essermi parecchio emozionata nei momenti decisivi della sua ascesa a messia, con tanto di vecchia che urlava all'abominio e altri istanti di pura esaltazione che vi lascio scoprire. Il legame che si va a creare tra Paul e Chani viene reso alla perfezione non solo da un regista che rifugge la via dell'amore bimbominkia, ma soprattutto da due giovani attori dall'interessante alchimia, capaci di mantenere l'innocenza dei ragazzi e la consapevolezza quasi rassegnata di due persone adulte che ne hanno viste di cotte e di crude, scambiandosi sguardi e gesti che, sul finale, diventano commoventi. Tra le nuove aggiunte al cast spicca, neanche a dirlo, un irriconoscibile Austin Butler, affascinante nell'assoluta empietà di un personaggio che tiene tranquillamente testa al sempre valido Stellan Skarsgård e ad annientare il povero Bautista, mentre tra i "vecchi" non si può non citare un ottimo Javier Bardem assurto al ruolo di Paolo Brosio della situazione (grazie a Kara Lafayette, alla quale ho rubato la citazione!). Il mio cuore, però, sarà per sempre di Rebecca Ferguson. Se nel primo film l'attrice viveva di pochi sguardi fragili che la rendevano umana anche a fronte di una natura tenace e dura, ottimamente dissimulata, in Dune - Parte 2 Jessica perde ogni traccia di umanità (sia in una realtà che la vede spesso celata dietro veli e tatuaggi, ma anche in visioni da incubo) e diventa un'invasata dallo sguardo folle, pronta a tutto pur di favorire il figlio e metterla nello stoppino alle maledette vecchiacce che l'hanno resa così, trasudante di fascino e carisma dalla prima all'ultima inquadratura. Aspettare altri quattro anni per rivederla, conoscere il destino finale di Paul e cogliere più di uno scintillio della bellezza particolare di Anya Taylor-Joy sarà una cosa durissima, ma se Villeneuve riuscirà a confezionare un altro film come questo, varrà la pena soffrire!


Del regista e co-sceneggiatore Denis Villeneuve ho già parlato QUITimothée Chalamet (Paul Atreides), Zendaya (Chani), Rebecca Ferguson (Jessica), Javier Bardem (Stilgar), Josh Brolin (Gurney Halleck), Austin Butler (Feyd-Rautha), Florence Pugh (Principessa Irulan), Dave Bautista (Rabban), Christopher Walken (Imperatore), Léa Seydoux (Lady Margot Fenring), Stellan Skarsgård (Barone Harkonnen), Charlotte Rampling (Reverenda Madre Mohiam) e Anya Taylor-Joy (Alia Atreides) li trovate invece ai rispettivi link.


Stephen McKinley Henderson
e Tim Blake Nelson hanno girato delle scene nei panni, rispettivamente, di Thufir Hawat e del Conte Hasimir Fenring, ma sono state tagliate e i due attori sono stati ringraziati nei credit, mentre Sting ha rifiutato di comparire in un cameo. Non ce l'hanno fatta, invece, Bill Skarsgård e Barry Keoghan, in lizza per il ruolo di Feyd-Rautha; addirittura, per il ruolo di Margot Fenring si erano fatti i nomi di Elizabeth Debicki, Eva Green, Amy Adams, Natalie Dormer, Olivia Taylor Dudley e Gwyneth Paltrow. Inutile dire che Dune - Parte due va visto dopo Dune e, nel caso non vi basti, potete aggiungere anche il Dune di David Lynch o la miniserie televisiva Dune - Il destino dell'universo, oltre a leggere i libri. ENJOY!

venerdì 7 gennaio 2022

Spider-Man: No Way Home (2021)

Finalmente domenica sono andata a vedere Spider-Man: No Way Home, diretto nel 2021 dal regista Jon Watts, dopo un'attesa di quasi un mese dovuta alla gente folle che si è riversata a frotte in sale, come quella savonese, dove le regole anti-covid, prima dell'obbligo di portare la FFP2, erano pura utopia. Vediamo un po' se è valsa la pena attendere!


Trama: dopo che Mysterio ha rivelato al mondo l'identità di Spider-Man, la vita di Peter Parker e dei suoi amici è diventata un disastro. Il ragazzo decide quindi di chiedere aiuto a Doctor Strange per cancellare la memoria delle persone ma ovviamente l'incantesimo va storto...


Sì, ne è valsa la pena. Non sono di quelle che definiscono i film Marvel dei capolavori, anche perché salvo pochissimi casi li ho tutti dimenticati ad una settimana dalla visione, ma No Way Home ha davvero il suo perché e oserei dire (ma, come avete letto, non sono granché affidabile) che è una delle poche pellicole del MCU a curare veramente il personaggio protagonista, facendolo evolvere e crescere tra gioie e dolori; non so se è un paragone da fare, anche perché i Potterhead sono più micidiali dei fan del MCU, ma l'evoluzione del personaggio Spider-man interpretato da Tom Holland mi ha ricordato i romanzi di Harry Potter, dove i primi due erano libri per bambini semplici e principalmente ironici, poi dal terzo in poi i toni si sono fatti più cupi e i protagonisti più complessi e problematici. A costo di privare della freschezza il Peter Parker di Holland, credo sia questa la strada da seguire per elevarlo dal novero di eroi "cazzari" i cui problemi durano il giro di un film, sepolti da una salva ininterrotta di battute e siparietti esilaranti, perché, se ci pensate, il Bimbo Ragno del MCU finora ha avuto vita molto facile: è entrato di diritto nella squadra di eroi più forti della Terra, preso subito sotto l'ala potente di Stark, che lo ha fornito di ogni tipo di gadget, e dopo la morte dell'adorato Tony ci hanno pensato Happy Hogan e Nick Fury a far sì che a Peter non mancasse nulla. A fare cerchio attorno alla sua identità segreta, oltre ai due pesi massimi, c'erano anche l'adorata zia May, l'amico fraterno Ned e la fidanzata MJ, cosa che ha sempre consentito a Peter di vivere come un'adolescente normale ma anche come supereroe, una fortuna che credo non sia mai toccata a nessun ragazzino di nessun fumetto, film o cartone animato, e tutte queste cose combinate hanno fatto sì che Peter Parker diventasse una sorta di ragazzino viziato, dolce e carino quanto volete ma comunque privo di una dose di durezza e indipendenza tali da renderlo un supereroe consapevole e responsabile, e questo viene sottolineato parecchie volte nel corso di No Way Home, che sbatte in faccia al protagonista fin da subito una situazione dalla quale il ragazzo non potrebbe mai fuggire da solo, senza essere "paraculato" a più livelli. 


Purtroppo, sarà proprio questa consapevolezza di avere sempre e comunque le spalle coperte che causerà il casino cosmico che ha fatto bagnare il 90% dei nerd del pianeta e che ha trasformato No Way Home in un vero e proprio evento, rendendolo più ricco, intrigante e anche piacevole da guardare, non posso negarlo. Giocherò a carte mezze scoperte senza fare troppi spoiler, tanto ormai il film lo avranno visto tutti (ma, se non l'avete ancora fatto, evitate l'infoporn con tutti i nomi degli attori coinvolti) e il mio blog ormai è meno letto di Grand Hotel, dicendo che rivedere certi volti è stato come riavvolgersi in una calda coperta, souvenir dei bei tempi in cui i cinecomics erano ancora appannaggio di poche case di produzione pazze e registi che ci credevano senza omologarsi, un rischio per lo spettatore che apriva il cuore alla speranza e poi rischiava di ritrovarsi tra le mani una mezza ciofeca ma, nonostante tutto, si teneva le urla di dolore nel cuore perché non erano ancora spuntati internet e i maledetti social a dar voce anche alle capre. L'interazione tra i moltissimi personaggi presenti nel film mi è parsa naturale e rispettosa delle personalità dei coinvolti (almeno, di quelli che conoscevo) e se è vero che è sempre divertente vedere Doctor Strange alle prese con quelle che per lui sono fondamentalmente delle inutili minchie di mare a fronte della sua infinita e spocchiosa sapienza, è ancora più vero che un film senza dramma sarebbe nulla e che i signori attori sono pochi ma riescono a nobilitare pellicole ben peggiori di queste: qui, in particolare, c'è un attore che mangia la scena a tutti quelli che si ritrovano a doverla condividere con lui, arricchendo non solo le loro interpretazioni, ma anche le sequenze appena successive alla sua apparizione, nelle quali il fantasma della sua presenza aleggia ancora, impossibile da ignorare. Si piange parecchio in No Way Home e, come ho scritto sopra, è giusto così, perché un po' di cupezza rende i personaggi più complessi e migliori, al di là di tutto il codazzo di gag ed effetti speciali che possono accompagnare le loro avventure.


Questi ultimi elementi, ovviamente, non mancano. Come nei primi due film si cerca di approfondire la vita scolastica e sentimentale di Peter Parker, e ormai il terzetto Holland/Zendaya/Batalon è talmente affiatato che viene da pensare che i tre siano molto amici anche fuori dal set, inoltre a Batalon è richiesto di alleggerire un po' le atmosfere fungendo da elemento comico. In questo caso, gli sceneggiatori sono riusciti a tenersi in ottimo equilibrio senza sconfinare nella farsa e anche a gestire le fila di una storia comunque assai complessa a livello di continuity senza troppe sbavature (non chiedetemi lumi in merito, mi mancano pezzi di puzzle. Fate come se doveste guardare Tenet, godetevelo e non fate domande). Passando agli effetti speciali, io ho un debole per la magia di Strange e per la sua dimensione specchio, ho dunque trovato l'intera sequenza di combattimento tra lui e Spider-Man assai entusiasmante vista su grande schermo, oltre ad avere ovviamente apprezzato lo showdown finale, chiaro e dettagliato nonostante l'abbondanza di personaggi e poteri coinvolti, e la scena centrale del film, dove Spider-Man viene messo di fronte ai suoi limiti nel modo più violento e tragico possibile. Non riesco, al momento, a prevedere che direzione prenderanno le avventure di Spider-Man (e nemmeno dell'MCU vista la graditissima guest star che compare a un certo punto!!), soprattutto visto che è il Dottor Strange il fulcro delle anticipazioni post-credit, ma se l'ex Bimbo-Ragno dovesse tornare in futuro tornerò al cinema a fargli compagnia perché ormai ho cominciato a volergli molto bene, nonostante le dichiarazioni scellerate del minchietta che lo interpreta. 
 

Del regista Jon Watts ho già parlato QUITom Holland (Peter Parker/Spider-Man), Zendaya (MJ), Benedict Cumberbatch (Doctor Strange), Jon Favreau (Happy Hogan), Jamie Foxx (Max Dillon/Electro), Willem Dafoe (Norman Osborn/Goblin), Alfred Molina (Dr. Otto Octavius/Doc Ock), Benedict Wong (Wong), Tony Revolori (Flash Thompson), Marisa Tomei (May Parker), Andrew Garfield (Peter Parker/Spider-Man), Tobey Maguire (Peter Parker/Spider-Man), Angourie Rice (Betty Brant), Martin Starr (Mr. Harrington), J.K.Simmons (J. Jonas Jameson), Rhys Ifans (Dr. Curt Connors/Lizard), Charlie Cox (Matt Murdock) e Tom Hardy (Eddie Brock/Venom) li trovate invece ai rispettivi link. 

Jacob Batalon interpreta Ned Leeds. Hawaiano, ha partecipato a film come Spiderman: Homecoming, Blood Fest, Avengers: Infinity War, Avengers: Endgame e Spiderman: Far From Home. Ha 26 anni. 


Thomas Haden Church interpreta Flint Marko/L'uomo sabbia. Americano, ha partecipato a film come Il cavaliere del male, Sideways, Spider-Man 3 e Hellboy. Ha 62 anni e due film in uscita.


La trama del film, che avrebbe dovuto riprendere una delle scene post-credits di Far From Home, quella in cui si scopre che i Maria Hill e Nick Fury della Terra sono in realtà degli Skrull mentre il vero Fury è nello spazio, è stata completamente cambiata per poter realizzare la mini-serie Secret Invasion, che dovrebbe uscire quest'anno. Nell'attesa che ciò, accada, se Spider-Man: No Way Home vi fosse piaciuto recuperate Spider-Man: Homecoming, Spider-Man: Far From Home, Doctor Strange, la serie Wanda/Vision (peraltro molto ma molto carina), Shang Chi e la leggenda dei 10 anelli... e poi armatevi di santa pazienza vintage con Spider-Man, Spider-Man 2, Spider-Man 3, The Amazing Spider-Man e The Amazing Spider-Man 2 - Il potere di Electro, mentre potete serenamente evitare quella cacca fumante di Venom e, ovviamente, Venom 2. ENJOY!

martedì 28 settembre 2021

Dune (2021)

Di ritorno dalla vacanza settembrina, sono corsa a vedere Dune, diretto e co-sceneggiato dal regista Denis Villeneuve a partire dal romanzo omonimo di Frank Herbert


Trama: in un lontano futuro, il pianeta Arrakis è teatro di guerre all'ultimo sangue per il controllo della Spezia, indispensabile elemento per navigare nello spazio. A farne le spese, i membri della casata Atreides, inviati dall'imperatore proprio su Arrakis...


Io sono estasiata. Felice, assolutamente e per una volta, della mia ignoranza crassissima. Credo infatti di essere parte delle pochissime centinaia di persone in tutto il mondo che sono andate a vedere Dune senza sapere nulla non solo di tutto l'universo creato da Frank Herbert, ma anche delle altre due fallimentari (a quanto pare) versioni cinematografiche e televisive che sono state tratte dal primo libro della saga; di conseguenza, penso di essere stata anche una dei pochi spettatori che si sono goduti un racconto completamente nuovo, magico e misterioso, fatto di personaggi complessi e colpi di scena a non finire, a prescindere dall'effettiva bellezza della regia di Villeneuve. Come ho detto al Bolluomo a fine visione, durata due ore e mezza volate in un soffio, "Dune agli ultimi Star Wars, ma anche a quelli vecchi, con tutto il rispetto, spiccia casa". Quella di Dune è una fantascienza adulta, che non vive per il product placement, ma porta sullo schermo personaggi a tutto tondo invischiati in una trama complessa sviscerata a poco a poco, senza spiegazioni al limite del didattico, ma lasciando molto spazio all'intelligenza dello spettatore; non ci sono solo il bianco e il nero, il bene e il male in Dune (tranne forse per la casata Harkonnen, i cui membri sono gli unici connotati come mostri veri), ma moltissime sfumature di grigio, che rendono i protagonisti tridimensionali ed imprevedibili, ricchi di segreti, anche poco piacevoli, da scoprire senza fretta. I fan rideranno a leggere queste parole ma ho particolarmente apprezzato, senza fare troppi spoiler per chi è ignorante come me, le azioni "disonorevoli" (ahimé, anche inutili) compiute da un personaggio che dell'onore aveva fatto la sua bandiera fino a un secondo prima, la vena di profonda e dura oscurità che permea l'animo di chi dovrebbe tradizionalmente essere donna e madre, e in generale tutto il percorso di presa di consapevolezza del protagonista, Paul, legato alla spezia e a qualcosa di assai più grande e pericoloso prima ancora di cominciare il suo cammino di uomo. Le visioni di Paul, oniriche e spesso terrificanti, spingono a volerne sapere di più non solo su ciò che sarà del suo futuro, ma anche su quei Fremen che qui vengono più nominati che visti, incarnati da occhi azzurri che rendono Zendaya ancora più bella di quanto non sia normalmente e da un deserto caldo ed accogliente che contrasta con l'inferno mortale sperimentato nella realtà dai vari personaggi, popolato da creature mostruose ma forse più clementi del sole.


Buona parte di questo incredibile trasporto che ho avuto verso quasi tutti i personaggi è sicuramente da ricercare nella bravura degli attori e del regista che li ha diretti. Fa un po' ridere che Villeneuve si sia unito al gruppo di registi anti-Marvel quando metà del cast di Dune viene dalle ormai sempre più folte scuderie Disney/DC, eppure come si vede la differenza quando anche un "cojone" come Jason Momoa si ritaglia momenti talmente epici da spezzare il cuore (ma non toglietegli mai più la barba, vi prego, che pare Cicciobello!) e Oscar Isaac, dimenticabilissimo nei panni di Dameron Poe, sembra uscito dritto da una tragedia di Shakespeare. Certo, a colpire più di tutti sono due che con la Marvel poco c'entrano, ci mancherebbe. Timothée Chalamet è il perfetto connubio di bellezza "maledetta" e fragilità di ragazzino, due caratteristiche che, a mio avviso, al personaggio di Paul Atreides calzano alla perfezione, ma perdonatemi se darei ogni premio da qui all'eternità ad un attrice che aveva già dimostrato di sapere il fatto suo in Doctor Sleep, quando ha incarnato quell'indimenticabile Rose Cilindro; Rebecca Ferguson è IL motivo per cui chiunque dovrebbe correre a vedere Dune, con quegli occhi profondissimi e nervosi, l'apparenza fragile di chi è abituata a stare sempre un passo indietro che lascia spazio, nel giro di un secondo, alla durezza quasi fanatica di chi rimane sì indietro, ma per tirare i fili nell'ombra e mettertelo nello stoppino. Ripeto, non ho mai letto i libri di Herbert quindi magari questa versione di Lady Atreides è farina del sacco di Villeneuve, ma trovare un personaggio femminile così particolare in un'opera degli anni '60 per me ha del miracoloso e non vedo l'ora di capire come si svilupperà il rapporto tra lei e il figlio, visto il finale sospeso e quello sguardo da suocera del Sud rivolto a Chani.


Ciò detto, diamo a Villeneuve quello che è di Villeneuve. Dune è una meraviglia da vedere e ogni fotogramma è pura emozione. La grandiosità delle astronavi davanti alle quali gli uomini sembrano degli infinitesimali granelli di sabbia, l'ingannevole e placida bellezza di un deserto il cui calore pare trasudare dallo schermo, smosso dai mostruosi (e bellissimi) vermi della sabbia pronti a trasformare le dune in onde di un oceano sconfinato, perfetto contraltare del mare reale che circonda le terre della Casata Atreides, la fotografia che cambia con il cambiare dei pianeti, dal grigio-bluastro di quello da dove proviene Paul, ai colori caldi di Arrakis, alla cupezza "nazista" del pianeta degli Harkonnen, le scene d'azione e di corpo a corpo che rimangono fluide, chiare e talvolta angoscianti anche col PG-13, la brillantezza della spezia, tutto concorre a fare di Dune un sogno ad occhi aperti, o un incubo, a seconda dei momenti. Se, infatti,  davanti al pupazzo gnappo dell'imperatore Palpatine al massimo mi veniva da fare un sorrisetto scazzato, tutte le sequenze imperniate sulla casata Harkonnen e i mostri che la popolano mi hanno messo la stessa ansia di un horror e quel maledetto Barone probabilmente popolerà i miei incubi per mesi. E per mesi, probabilmente, ascolterò la colonna sonora di Hans Zimmer, talmente evocativa ed esotica da risultare quasi ipnotica, uno score emozionante come non mi capitava di sentire da tempo in un "blockbuster", per quanto d'autore. Non so se riuscirò ad aspettare anni per avere il seguito di Dune e non so neppure se, nel frattempo, resisterò alla tentazione di sapere (magari guardando il Dune di Lynch o meglio ancora leggendo i libri) quale sarà il destino di Paul, ma se l'attesa verrà ripagata con un film bello come questo, ne sarà valsa la pena. 


Del regista e co-sceneggiatore Denis Villeneuve ho già parlato QUI. Timothée Chalamet (Paul Atreides), Rebecca Ferguson (Lady Jessica Atreides), Oscar Isaac (Duca Leto Atreides), Jason Momoa (Duncan Idaho), Stellan Skarsgård (Barone Vladimir Harkonnen), Stephen McKinley Henderson (Thufir Hawat), Josh Brolin (Gurney Halleck), Javier Bardem (Stilgar), Chen Chang (Dr. Wellington Yueh), Dave Bautista (Rabban Harkonnen), David Dastmalchian (Piter De Vries) e Charlotte Rampling (Reverenda Madre Gaius Helen Mohiam) li trovate invece ai rispettivi link.

Zendaya (vero nome Zendaya Maree Stoermer Coleman) interpreta Chani. Americana, la ricordo per film come Spider-Man: Homecoming e Spider-Man: Far From Home. Anche produttrice, cantante e sceneggiatrice, ha 25 anni e un film in uscita, Spider-Man: No Way Home.


Nel caso Dune andasse bene al botteghino dovrebbe uscire nei prossimi anni un seguito, sempre diretto da Villeneuve; nell'attesa, se volete sapere (come me!) come va a finire la storia, potete sempre recuperare il Dune di David Lynch o la miniserie televisiva Dune - Il destino dell'universo, anche se nel secondo caso non so onestamente quanto vi convenga! ENJOY!

 

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