Ho lasciato passare il solito mese per via di tutti i problemi del multisala, ma alla fine sono riuscita ad andare a vedere Spider-Man: Brand New Day, diretto dal regista Destin Daniel Cretton.
martedì 18 agosto 2026
Spider-Man: Brand New Day (2026)
Ho lasciato passare il solito mese per via di tutti i problemi del multisala, ma alla fine sono riuscita ad andare a vedere Spider-Man: Brand New Day, diretto dal regista Destin Daniel Cretton.
martedì 4 agosto 2026
Odissea (2026)
Con un bel po' di ritardo, in quanto trovare biglietti senza prenotarli prima era impossibile anche a Savona, sono riuscita a vedere Odissea (The Odyssey), diretto e sceneggiato dal regista Christopher Nolan a partire, ovviamente, dall'omonimo poema epico di Omero.
Trama
Recensione
Cast
Curiosità
mercoledì 8 aprile 2026
The Drama (2026)
Il lunedì di Pasquetta sono andata al cinema per vedere The Drama, diretto e sceneggiato dal regista Kristoffer Borgli.
Trama
RECENSIONE
La caduta libera di Charlie verso la paranoia e la nevrosi, così come l'angoscia crescente di Emma, vengono resi sullo schermo da Kristoffer Borgli col suo solito stile frammentario ed allucinato, coadiuvato dal montaggio di Joshua Raymond Lee. La narrazione non è lineare, il presente si alterna a rapidi flashback che, talvolta, sfruttano diversi punti di vista e, in particolare dopo la confessione di Emma, mescolano la realtà alla fantasia (o, meglio, all'immaginazione distorta). Oppure, si fa ricorso a dei fast forward repentini, che spostano l'attenzione dai confronti tra i personaggi alle conseguenze degli stessi, enfatizzando l'importanza dello stress psicologico a discapito dei ragionamenti spesso irricevibili che lo generano. Lo stesso trattamento viene inferto al matrimonio, evento completamente rimosso dal film e sostituito da preparativi e ricevimento, quindi derubricato ad incombenza da sbrigare il prima possibile, più importante come emblema di "status" sociale che come passaggio importante per la vita di una coppia, un modo per salvare le apparenze che getta ancora più benzina sul fuoco. Sotto le mani spietate ma capaci di Borgli, l'alchimia tra Zendaya e Pattinson diventa l'anima del film, nel bene e nel male. Lei, a dispetto di quel musetto splendido ma un po' antipatico che non la rende mai particolarmente gradevole, fa così tanta tenerezza da spezzare il cuore e lui, ormai, è abbonato ai ruoli weird di nevrotico senza speranza, grazie anche ad una predisposizione naturale verso tempi (tragi) comici perfetti. Cosa avessero visto i produttori dell'epoca per venderlo come sex symbol, quando quest'uomo risplende solo nel cinema indipendente che lo vuole brutto, sfatto e matto come un cavallo, è un mistero che non comprenderò mai. Ma la vera rivelazione di The Drama è Alana Haim, qui in un ruolo che incarna la summa della malvagia ipocrisia americana, ovvero una persona che ha compiuto un gesto inenarrabile, giustificandolo come "errore" di gioventù, e che si sente ugualmente in dovere di condannare chi invece l'errore (anzi, l'orrore) l'ha evitato per un soffio, in virtù di una tragedia vissuta sulla pelle altrui. La Haim è la punta di un triangolo "morale" che vi farà venire i nervi a fior di pelle, lasciandovi parecchio su cui ragionare e di cui discutere con chiunque vi accompagnerà al cinema, a dimostrazione di come The Drama non sia uno dei soliti film che si dimenticano nel giro di qualche giorno. Non lasciatevi ingannare, come ho rischiato di fare io, dalla pubblicità ingannevole che lo vuole romantico e sciocchino, e correte in sala armati di ansiolitici, non ve ne pentirete... a meno che non stiate per sposarvi o pensiate di farlo nell'immediato. In quel caso eviterei, perché la narrazione anche troppo realistica di terrificanti, costosissimi preparativi rischierebbe di farvi desistere più del dramma umano!
CAST
- Alana Haim interpreta Rachel. Americana, la ricordo per film come Licorice Pizza e Una battaglia dopo l'altra. Anche cantante, ha 34 anni.
SE VI è PIACIUTO...
venerdì 3 maggio 2024
Challengers (2024)
Trama: due ex amici, entrambi tennisti, si scontrano durante un torneo Challenger, sotto lo sguardo della donna amata e contesa tra i due sin dai tempi del college...
Inizio il post col solito disclaimer. La mia natura di bradipo mi impedisce di amare ogni genere di sport, e credo che poche cose mi annoino quanto vedere delle partite di tennis in TV, quindi immaginate quanto avessi paura che rotolassero le mie, di palle (più quelle del Bolluomo), durante la visione di Challengers. A discapito di questi timori, Guadagnino non mi è mai dispiaciuto e il trailer mi ha intrigata, quindi ho deciso di dare al film una chance, cosa di cui non mi sono pentita. In totale onestà, non credo di averlo capito al 100%, perché la mia natura spiccia e "pane e salame" ha opposto una strenua resistenza all'idea che due ragazzotti con un promettente futuro davanti decidano di consacrarsi anima e corpo, per tutta l'esistenza, a una come Tashi Duncan, il cui unico pregio è essere inconfutabilmente gnocca, ma per il resto talmente vanesia, antipatica, spocchiosa ed egoista da far venire voglia di prenderla a racchettate. Non che i due baldi fanciulli siano meglio: due servi della gleba a testa alta, uno dotato della vitalità di un'ameba, l'altro spocchioso quasi quanto Tashi, due tennisti che non sono mai riusciti a raggiungere il loro pieno potenziale, ognuno per motivi non meglio specificati o comunque discutibili. In mezzo, per l'appunto, Tashi Duncan. Brillante tennista la cui carriera finisce bruscamente per colpa di un incidente, fulcro di un triangolo che nasce come gioco adolescenziale e si evolve in una partita a tennis lunga decenni, alla perenne ricerca di quel momento perfetto di agonismo e passione pura, in cui contano solo il gioco e i due contendenti, quella sensazione orgasmica che fa urlare per la gioia. Ha il ritmo di un thriller, Challengers. Per quanto i protagonisti siano insopportabili, c'è ovviamente la curiosità (morbosa?) di capire quali saranno i risultati delle macchinazioni di Tashi e chi, tra i due giocatori, vincerà non solo la partita, ma anche il cuore della bella stronza che, apparentemente, è duro ed impenetrabile come l'acciaio. Si crea, inevitabilmente, un preferito per cui tifare (non vi dirò mai per chi ho parteggiato!) e, di conseguenza, si sviluppano tutti i meccanismi che rendono il gioco, se portato avanti bene, degno di essere seguito con attenzione, a costo di farsi venire il torcicollo come succede agli spettatori sugli spalti.
La struttura stessa del film è quella di una partita a tennis, cadenzata dalla truzzissima colonna sonora di Trent Reznor e Atticus Ross (so che tanti l'hanno odiata, io l'ho adorata, non riuscivo a smettere di andare a tempo con la testa). La pallina del tempo va avanti e indietro, senza fermarsi mai, rimbalzando tra il presente e i flashback di un passato sempre meno remoto, costringendo lo spettatore a concentrarsi per non perdere dei pezzi. Come in una partita a tennis cambia la tecnica dei giocatori, qui si fa vario uso di tecniche registiche. Guadagnino sperimenta, soprattutto durante le riprese dei match, con la go-pro che riflette il punto di vista dei due giocatori, e addirittura la simulazione della percezione della pallina, oppure attraverso lastre trasparenti che ci permettono di "diventare" il campo da tennis; sprazzi di originalità che non privano di importanza il fulcro della narrazione, ovvero le inquadrature di corpi atletici sempre più nervosi e sudati, i primi piani di sguardi che celano inquiete tempeste emotive, ferite che, come quelle fisiche, lasciano cicatrici e indeboliscono animi e corpi che non torneranno mai più freschi come un tempo. A proposito di corpi freschi. Zendaya è bellissima, non le serve altro. La sua faccetta naturalmente scazzata è perfetta per il personaggio di Tashi, con lo sguardo colmo di spregio e quel labbrino sempre in giù; peccato per le babbucce di Chanel, l'unico capo orrido di un guardaroba altrimenti stupendo, che la fa ulteriormente spiccare rispetto alla massa (fate caso alle scene "corali". Zendaya è sempre circondata o da uomini o da donne più vecchie, brutte e mal vestite di lei. Guadagnino, non ce n'era bisogno, giuro). I due fanciulli comunque non stanno a guardare. Pur penalizzati dalla necessità di interpretare uomini dall'occhio spento e il viso di cemento, Josh O'Connor e Mike Faist non se lo fanno menare e i loro duetti, sia da amici che da rivali, sono uno spettacolo, tanto che avrei gradito molto la svolta seriamente omoerotica in un film che è pieno di allusioni gay neppure tanto sottese. Probabilmente, Challengers non sarà la cup of tea di molti, soprattutto se vi aspettate qualcosa di artistico e cerebrale come The Dreamers (citato da troppi, in realtà la somiglianza si ferma in superficie, al triangolo iniziale), ma a me è piaciuto molto, nonostante fosse un film potenzialmente inadatto alla sottoscritta. Dategli un'occhiata!
Del regista Luca Guadagnino ho già parlato QUI mentre Zendaya, che interpreta Tashi Donaldson, la trovate QUA.
Mike Faist, che interpreta Art Donaldson, aveva partecipato al West Side Story di Steven Spielberg; per il suo ruolo, inizialmente si era pensato ad Austin Butler e Timothée Chalamet, mentre per quello di Patrick Zweig era in lizza anche Jacob Elordi. Lo sceneggiatore del film, Justin Kuritzkes, è il marito della regista e sceneggiatrice Celine Song. ENJOY!
mercoledì 6 marzo 2024
Dune - Parte due (2024)
Trama: dopo l'incontro-scontro con la tribù dei Fremen, Paul ne impara i costumi diventando uno dei guerrieri più potenti. Ma l'ombra di un futuro sanguinoso come Messia incombe su di lui...
Sarò priva di mezze misure: Dune - Parte 2 è un trionfo. Lo dico da profana, perché dal 2021, anno di uscita di Dune, non ho mica trovato il tempo di leggermi il romanzo di Herbert e, in tutta sincerità, ero persino riuscita a dimenticarmi il primo capitolo (guardato con estrema soddisfazione, per la seconda volta, nel weekend), quindi il mio è il commento a caldo di una mente fresca. Ripeto quello che avevo giù dichiarato tre anni fa: "Gli ultimi Star Wars, ma anche quelli vecchi, con tutto il rispetto, a Dune spicciano casa", e gli spiccia casa qualsiasi saga moderna, in primis i fumettoni Marvel da cui il regista ha preso tre quarti del cast. Serio ed epico, senza alcuna concessione nemmeno alla più piccola briciola di umorismo, Dune - Part 2 mette in scena la crescita di Paul Atreides, da rampollo in fuga di una nobile famiglia a ragazzo maturo, deciso a prendere il futuro tra le sue mani senza seguire un cammino che qualcuno ha scelto per lui, almeno per buona parte del film. Il desiderio di vendetta verso chi ha sterminato la sua casata lascia presto il posto a un sentimento più complesso verso la tribù dei Fremen, alimentato sì dall'amore verso la bella Chani, ma anche dall'ammirazione verso la tenacia, l'intelligenza e gli usi di un popolo ben lontano dall'accozzaglia di selvaggi dipinta dalla nobiltà ignorante. Purtroppo per Paul, il mondo di Dune è fatto di complotti vecchi di secoli, invischiato in una tela tessuta in primis dalle Bene Gesserit, ed è difficile sottrarsi ad apocalittiche visioni di un tragico futuro, quando quella stessa ignoranza che rende ciechi i nobili viene sfruttata per aizzare il fondamentalismo di popolazioni isolate, istigandole a combattere una guerra santa in nome di segni e profezie assai facili da manipolare e fare avverare. Se i terribili Harkonnen sono i nazisti, quindi orribili e malvagi per definizione, le Bene Gesserit sono la Santa Inquisizione, gli Atreides i Crociati e gli invasati Fremen dei fondamentalisti islamici, e ben sappiamo a cosa possa portare ogni tipo di estremismo, anche quello che nasce con intenti "buoni", soprattutto quando ci si distanzia sempre più dal popolo che si vorrebbe guidare, e subentrano interessi personali.
Come già succedeva nel primo capitolo, Villeneuve fa corrispondere il valore della storia narrata alla grandeur di una fantascienza visiva fatta di mostruose navi spaziali che si muovono e crollano con la lentezza di giganti, trascinando con sé buoni e cattivi, di paesaggi sconfinati che lo schermo fa fatica a contenere, di battaglie epiche girate e montate con nitida chiarezza anche a fronte del limite del PG13 (che non impedisce la percezione di torture e morti orripilanti, soprattutto quando si ha a che fare con i mostruosi Harkonnen), il tutto con l'ausilio di una CGI mai invasiva né "finta". Un'altra cosa che adoro di Villeneuve è la capacità di dare ad ogni ambiente la sua personalità, sfruttando non solo la regia, ma anche la scenografia e i costumi, oltre che la coinvolgente colonna sonora di Hans Zimmer. Le inquadrature ampie della zona nord di Arrakis, la ricostruzione di questo deserto sconfinato, benché pericoloso, dove una comunione con la natura inclemente può garantire libertà e un futuro tranquillo, fanno a pugni con le sequenze realizzate per rappresentare la zona sud dei fondamentalisti, più claustrofobiche, con lo schermo che si riempie di impenetrabili tempeste di sabbia e folle di persone adoranti, chiuse all'interno di sotterranei dove la novella Reverenda Madre Jessica (sulla quale poi tornerò) tesse le sue trame. Il pianeta degli Harkonnen è invece un glaciale, geometrico orrore in odore di espressionismo tedesco, dove prevalgono il bianco e il nero di tristissimi fuochi d'artificio che "esplodono" silenziosi come macchie di inchiostro, mentre la natura "medievale" dei luoghi dove risiedono l'imperatore e la figlia viene richiamata da chiostri, mise che sembrano uscite dal ciclo arturiano e interni che, per quanto moderni, contengono elementi architettonici assimilabili a quelli di un castello. Alcune chicche, come l'inquadratura ravvicinata di formiche brulicanti sul cranio e sull'orecchio di un certo personaggio, oppure la rappresentazione iniziale delle truppe Harkonnen come silenziosi scarafaggi volanti, mi hanno fatto apprezzare la regia ancora di più e chissà quante cose ci sarebbero da dire dopo una seconda visione.
Per quanto riguarda gli interpreti, a me pare che Villeneuve sia riuscito a tirare fuori il meglio da ognuno dei coinvolti. Per quanto non mi sia mai strappata i capelli né per le doti recitative di Chalamet né per il suo fisico da twink, il ruolo di Paul Atreides gli calza a pennello, con quell'espressione malinconica e fiera che si ritrova, e ammetto di essermi parecchio emozionata nei momenti decisivi della sua ascesa a messia, con tanto di vecchia che urlava all'abominio e altri istanti di pura esaltazione che vi lascio scoprire. Il legame che si va a creare tra Paul e Chani viene reso alla perfezione non solo da un regista che rifugge la via dell'amore bimbominkia, ma soprattutto da due giovani attori dall'interessante alchimia, capaci di mantenere l'innocenza dei ragazzi e la consapevolezza quasi rassegnata di due persone adulte che ne hanno viste di cotte e di crude, scambiandosi sguardi e gesti che, sul finale, diventano commoventi. Tra le nuove aggiunte al cast spicca, neanche a dirlo, un irriconoscibile Austin Butler, affascinante nell'assoluta empietà di un personaggio che tiene tranquillamente testa al sempre valido Stellan Skarsgård e ad annientare il povero Bautista, mentre tra i "vecchi" non si può non citare un ottimo Javier Bardem assurto al ruolo di Paolo Brosio della situazione (grazie a Kara Lafayette, alla quale ho rubato la citazione!). Il mio cuore, però, sarà per sempre di Rebecca Ferguson. Se nel primo film l'attrice viveva di pochi sguardi fragili che la rendevano umana anche a fronte di una natura tenace e dura, ottimamente dissimulata, in Dune - Parte 2 Jessica perde ogni traccia di umanità (sia in una realtà che la vede spesso celata dietro veli e tatuaggi, ma anche in visioni da incubo) e diventa un'invasata dallo sguardo folle, pronta a tutto pur di favorire il figlio e metterla nello stoppino alle maledette vecchiacce che l'hanno resa così, trasudante di fascino e carisma dalla prima all'ultima inquadratura. Aspettare altri quattro anni per rivederla, conoscere il destino finale di Paul e cogliere più di uno scintillio della bellezza particolare di Anya Taylor-Joy sarà una cosa durissima, ma se Villeneuve riuscirà a confezionare un altro film come questo, varrà la pena soffrire!
Del regista e co-sceneggiatore Denis Villeneuve ho già parlato QUI. Timothée Chalamet (Paul Atreides), Zendaya (Chani), Rebecca Ferguson (Jessica), Javier Bardem (Stilgar), Josh Brolin (Gurney Halleck), Austin Butler (Feyd-Rautha), Florence Pugh (Principessa Irulan), Dave Bautista (Rabban), Christopher Walken (Imperatore), Léa Seydoux (Lady Margot Fenring), Stellan Skarsgård (Barone Harkonnen), Charlotte Rampling (Reverenda Madre Mohiam) e Anya Taylor-Joy (Alia Atreides) li trovate invece ai rispettivi link.
Stephen McKinley Henderson e Tim Blake Nelson hanno girato delle scene nei panni, rispettivamente, di Thufir Hawat e del Conte Hasimir Fenring, ma sono state tagliate e i due attori sono stati ringraziati nei credit, mentre Sting ha rifiutato di comparire in un cameo. Non ce l'hanno fatta, invece, Bill Skarsgård e Barry Keoghan, in lizza per il ruolo di Feyd-Rautha; addirittura, per il ruolo di Margot Fenring si erano fatti i nomi di Elizabeth Debicki, Eva Green, Amy Adams, Natalie Dormer, Olivia Taylor Dudley e Gwyneth Paltrow. Inutile dire che Dune - Parte due va visto dopo Dune e, nel caso non vi basti, potete aggiungere anche il Dune di David Lynch o la miniserie televisiva Dune - Il destino dell'universo, oltre a leggere i libri. ENJOY!
venerdì 7 gennaio 2022
Spider-Man: No Way Home (2021)
martedì 28 settembre 2021
Dune (2021)
Di ritorno dalla vacanza settembrina, sono corsa a vedere Dune, diretto e co-sceneggiato dal regista Denis Villeneuve a partire dal romanzo omonimo di Frank Herbert.
Trama: in un lontano futuro, il pianeta Arrakis è teatro di guerre all'ultimo sangue per il controllo della Spezia, indispensabile elemento per navigare nello spazio. A farne le spese, i membri della casata Atreides, inviati dall'imperatore proprio su Arrakis...
Io sono estasiata. Felice, assolutamente e per una volta, della mia ignoranza crassissima. Credo infatti di essere parte delle pochissime centinaia di persone in tutto il mondo che sono andate a vedere Dune senza sapere nulla non solo di tutto l'universo creato da Frank Herbert, ma anche delle altre due fallimentari (a quanto pare) versioni cinematografiche e televisive che sono state tratte dal primo libro della saga; di conseguenza, penso di essere stata anche una dei pochi spettatori che si sono goduti un racconto completamente nuovo, magico e misterioso, fatto di personaggi complessi e colpi di scena a non finire, a prescindere dall'effettiva bellezza della regia di Villeneuve. Come ho detto al Bolluomo a fine visione, durata due ore e mezza volate in un soffio, "Dune agli ultimi Star Wars, ma anche a quelli vecchi, con tutto il rispetto, spiccia casa". Quella di Dune è una fantascienza adulta, che non vive per il product placement, ma porta sullo schermo personaggi a tutto tondo invischiati in una trama complessa sviscerata a poco a poco, senza spiegazioni al limite del didattico, ma lasciando molto spazio all'intelligenza dello spettatore; non ci sono solo il bianco e il nero, il bene e il male in Dune (tranne forse per la casata Harkonnen, i cui membri sono gli unici connotati come mostri veri), ma moltissime sfumature di grigio, che rendono i protagonisti tridimensionali ed imprevedibili, ricchi di segreti, anche poco piacevoli, da scoprire senza fretta. I fan rideranno a leggere queste parole ma ho particolarmente apprezzato, senza fare troppi spoiler per chi è ignorante come me, le azioni "disonorevoli" (ahimé, anche inutili) compiute da un personaggio che dell'onore aveva fatto la sua bandiera fino a un secondo prima, la vena di profonda e dura oscurità che permea l'animo di chi dovrebbe tradizionalmente essere donna e madre, e in generale tutto il percorso di presa di consapevolezza del protagonista, Paul, legato alla spezia e a qualcosa di assai più grande e pericoloso prima ancora di cominciare il suo cammino di uomo. Le visioni di Paul, oniriche e spesso terrificanti, spingono a volerne sapere di più non solo su ciò che sarà del suo futuro, ma anche su quei Fremen che qui vengono più nominati che visti, incarnati da occhi azzurri che rendono Zendaya ancora più bella di quanto non sia normalmente e da un deserto caldo ed accogliente che contrasta con l'inferno mortale sperimentato nella realtà dai vari personaggi, popolato da creature mostruose ma forse più clementi del sole.
Buona parte di questo incredibile trasporto che ho avuto verso quasi tutti i personaggi è sicuramente da ricercare nella bravura degli attori e del regista che li ha diretti. Fa un po' ridere che Villeneuve si sia unito al gruppo di registi anti-Marvel quando metà del cast di Dune viene dalle ormai sempre più folte scuderie Disney/DC, eppure come si vede la differenza quando anche un "cojone" come Jason Momoa si ritaglia momenti talmente epici da spezzare il cuore (ma non toglietegli mai più la barba, vi prego, che pare Cicciobello!) e Oscar Isaac, dimenticabilissimo nei panni di Dameron Poe, sembra uscito dritto da una tragedia di Shakespeare. Certo, a colpire più di tutti sono due che con la Marvel poco c'entrano, ci mancherebbe. Timothée Chalamet è il perfetto connubio di bellezza "maledetta" e fragilità di ragazzino, due caratteristiche che, a mio avviso, al personaggio di Paul Atreides calzano alla perfezione, ma perdonatemi se darei ogni premio da qui all'eternità ad un attrice che aveva già dimostrato di sapere il fatto suo in Doctor Sleep, quando ha incarnato quell'indimenticabile Rose Cilindro; Rebecca Ferguson è IL motivo per cui chiunque dovrebbe correre a vedere Dune, con quegli occhi profondissimi e nervosi, l'apparenza fragile di chi è abituata a stare sempre un passo indietro che lascia spazio, nel giro di un secondo, alla durezza quasi fanatica di chi rimane sì indietro, ma per tirare i fili nell'ombra e mettertelo nello stoppino. Ripeto, non ho mai letto i libri di Herbert quindi magari questa versione di Lady Atreides è farina del sacco di Villeneuve, ma trovare un personaggio femminile così particolare in un'opera degli anni '60 per me ha del miracoloso e non vedo l'ora di capire come si svilupperà il rapporto tra lei e il figlio, visto il finale sospeso e quello sguardo da suocera del Sud rivolto a Chani.
Ciò detto, diamo a Villeneuve quello che è di Villeneuve. Dune è una meraviglia da vedere e ogni fotogramma è pura emozione. La grandiosità delle astronavi davanti alle quali gli uomini sembrano degli infinitesimali granelli di sabbia, l'ingannevole e placida bellezza di un deserto il cui calore pare trasudare dallo schermo, smosso dai mostruosi (e bellissimi) vermi della sabbia pronti a trasformare le dune in onde di un oceano sconfinato, perfetto contraltare del mare reale che circonda le terre della Casata Atreides, la fotografia che cambia con il cambiare dei pianeti, dal grigio-bluastro di quello da dove proviene Paul, ai colori caldi di Arrakis, alla cupezza "nazista" del pianeta degli Harkonnen, le scene d'azione e di corpo a corpo che rimangono fluide, chiare e talvolta angoscianti anche col PG-13, la brillantezza della spezia, tutto concorre a fare di Dune un sogno ad occhi aperti, o un incubo, a seconda dei momenti. Se, infatti, davanti al pupazzo gnappo dell'imperatore Palpatine al massimo mi veniva da fare un sorrisetto scazzato, tutte le sequenze imperniate sulla casata Harkonnen e i mostri che la popolano mi hanno messo la stessa ansia di un horror e quel maledetto Barone probabilmente popolerà i miei incubi per mesi. E per mesi, probabilmente, ascolterò la colonna sonora di Hans Zimmer, talmente evocativa ed esotica da risultare quasi ipnotica, uno score emozionante come non mi capitava di sentire da tempo in un "blockbuster", per quanto d'autore. Non so se riuscirò ad aspettare anni per avere il seguito di Dune e non so neppure se, nel frattempo, resisterò alla tentazione di sapere (magari guardando il Dune di Lynch o meglio ancora leggendo i libri) quale sarà il destino di Paul, ma se l'attesa verrà ripagata con un film bello come questo, ne sarà valsa la pena.
Del regista e co-sceneggiatore Denis Villeneuve ho già parlato QUI. Timothée Chalamet (Paul Atreides), Rebecca Ferguson (Lady Jessica Atreides), Oscar Isaac (Duca Leto Atreides), Jason Momoa (Duncan Idaho), Stellan Skarsgård (Barone Vladimir Harkonnen), Stephen McKinley Henderson (Thufir Hawat), Josh Brolin (Gurney Halleck), Javier Bardem (Stilgar), Chen Chang (Dr. Wellington Yueh), Dave Bautista (Rabban Harkonnen), David Dastmalchian (Piter De Vries) e Charlotte Rampling (Reverenda Madre Gaius Helen Mohiam) li trovate invece ai rispettivi link.
Zendaya (vero nome Zendaya Maree Stoermer Coleman) interpreta Chani. Americana, la ricordo per film come Spider-Man: Homecoming e Spider-Man: Far From Home. Anche produttrice, cantante e sceneggiatrice, ha 25 anni e un film in uscita, Spider-Man: No Way Home.
Nel caso Dune andasse bene al botteghino dovrebbe uscire nei prossimi anni un seguito, sempre diretto da Villeneuve; nell'attesa, se volete sapere (come me!) come va a finire la storia, potete sempre recuperare il Dune di David Lynch o la miniserie televisiva Dune - Il destino dell'universo, anche se nel secondo caso non so onestamente quanto vi convenga! ENJOY!
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