mercoledì 10 gennaio 2024
Birth/Rebirth (2023)
venerdì 9 giugno 2023
The Boogeyman (2023)
Siccome è miracolosamente giunto anche a Savona, potevo forse perdermi The Boogeyman, diretto dal regista Rob Savage e tratto dal racconto Il baubau di Stephen King?
Trama: dopo la morte della madre, due sorelle devono affrontare una terribile entità omicida che predilige i luoghi bui per nascondersi...
Con la visione di The Boogeyman partivo molto prevenuta. Il baubau è uno dei racconti kinghiani che preferisco, nonché uno di quelli che mi terrorizzano di più, mentre Rob Savage, dopo il bell'exploit di Host (horror girato con due lire in pandemia, sfruttando le limitazioni da lockdown), ha rischiato che andassi a prenderlo a sberle per aver realizzato quella fonte di nervoso a propulsione atomica di Dashcam (horror girato con due lire in pandemia, sfruttando una vlogger realmente esistente e assai discutibile a livello di "idee") e, di base, non aveva mai messo la cinepresa al servizio di una sceneggiatura che prevedesse un impianto visivo classico. A tal proposito, la sceneggiatura che è arrivata dalle mani di Scott Beck e Bryan Woods, autori di A Quiet Place, e Mark Heyman, che ci aveva deliziati con Il cigno nero, è il bignami di ogni horror a misura di teenager girato negli ultimi 23 anni, quindi alla faccia dell'impianto classico. Il racconto di King (lungo una decina di pagine) viene utilizzato come "causa scatenante" di tutto ciò che accade alle sorelle Sadie e Sawyer e, sul finale, diventa una strizzata d'occhio a chi lo ha letto prima di vedere il film, per il resto tutto è stato inventato di sana pianta. L'intento degli sceneggiatori è stato quello di omaggiare comunque il Re ricreando le atmosfere a lui tanto care, fatte di famiglie distrutte non solo da eventi luttuosi o avversi, ma anche dalla mancanza di comunicazione tra i membri delle stesse, e di ragazzi costretti a crescere in fretta e, spesso, in totale solitudine o quasi; il risultato è una storia prevedibile dall'inizio alla fine ma ugualmente gradevole, con due giovani protagoniste per le quali è facile empatizzare, scritte con in mente adolescenti e bambini "veri", non dei semplici cliché (altra storia sono le amiche di Sadie, che toglierebbero fiducia verso l'umanità persino a un santo, se esistessero davvero).
In tutto questo, Savage fa il suo mestiere e sfrutta ogni elemento a sua disposizione per inquietare lo spettatore, a partire dalle peculiari caratteristiche di questo baubau, il quale non solo si acquatta nel buio (quindi, virtualmente, in ogni anfratto dell'enorme casa di Sadie e Sawyer) ma sfrutta anche il dolore delle sue vittime, attirandole allo scoperto nei modi più bastardi. Il risultato è una corsa sulle montagne russe di tensione perenne, non solo quando il mostro titolare, ancora senza volto, si limita a terrorizzare i malcapitati annunciandosi come mera "presenza" più mentale che fisica, ma anche quando si manifesta in tutta la sua eccelsa bruttezza, con una CGI che, per una volta, non fa grandi disastri. Ho molto apprezzato anche l'uso delle luci, con la furbissima lampada rotolante ahimé ampiamente spoilerata nel trailer, e un paio di sequenze in cui le fonti di illuminazione più fioche ed inusuali diventano indispensabili baluardi di salvezza, per quanto precaria, mentre un montaggio intelligente contribuisce a rendere ancora più efficaci ed inaspettati i jump scare. Su tutto, però, ho apprezzato l'utilizzo (in un cast di attori comunque molto bravi, protagoniste in primis) della splendida faccia di David Dastmalchian per interpretare Lester Billings, il protagonista originale del racconto, pur epurato di tutte le caratteristiche sgradevoli; nel giro di 5 minuti la sinergia tra attore e regista crea un pregevolissimo omaggio a Il baubau, capace di lasciare lo spettatore col fiato sospeso, soprattutto per quanto riguarda chi ha avuto la fortuna di fare la conoscenza della versione cartacea. Quindi bravo Savage, che ha realizzato un gradevole horror "commerciale", perfetto per quest'estate appena cominciata!
Del regista Rob Savage ho già parlato QUI. Chris Messina (Will Harper), David Dastmalchian (Lester Billings), Marin Ireland (Rita Billings) e LisaGay Hamilton (Dr. Weller) li trovate invece ai rispettivi link.
venerdì 28 maggio 2021
The Empty Man (2020)
L'horror più sorprendente dell'anno è, al momento, The Empty Man, diretto e co-sceneggiato dal regista David Prior. Se avete voglia di leggere, vi spiego perché...
Trama: anni '80, Buthan. La vacanza di quattro ragazzi finisce malissimo dopo un macabro ritrovamento. Ai nostri giorni, l'ex detective James Lasombra riceve dalla vicina di casa la richiesta di rintracciare la figlia, scomparsa dopo avere lasciato in bagno una scritta inquietante: "The Empty Man made me do it", ed entra in contatto con un mistero dalla portata mondiale...
Tagliamo subito la testa al toro. Non ho scritto sopra che The Empty Man è il film horror più bello dell'anno, perché ha qualche difetto su cui tornerò più avanti, ma di sicuro è il più sorprendente ed interessante perché, fino all'ultimo, riesce a spiazzare qualunque spettatore, anche quello che ha visto miliardi di pellicole d'orrore e crede di saper prevedere dall'inizio alla fine quello che succederà. Purtroppo per questo genere di spettatori, The Empty Man è, letteralmente, tre film in uno: comincia come una specie di tesissimo survival horror a sfondo sovrannaturale, di quelli capaci di far agitare parecchio sulla poltrona, continua come una di quelle cretinate per adolescenti dove i personaggi scemi fanno cose stupide (nella fattispecie: invocare l'Empty Man del titolo) per poi morire malissimo, e a un certo punto cambia completamente faccia e abbandona le velleità teen per diventare un horror "noir" a base di complotti mondiali e stravolgimenti cosmici da cardiopalma, quelle cose Lovecraftiane che ti fanno pregare di non capire MAI cosa ci sia oltre il velo della realtà (spoiler: cose brutte, ovviamente). Abbandonarsi a queste tre anime è bellissimo, rende un horror di più di due ore scorrevole come se durasse la metà e mette in campo tanta di quella carne al fuoco che sarebbe meglio far passare qualche mese e poi riguardare The Empty Man col senno di poi, giusto per godersi quei quattro/cinque passaggi che magari non avevamo colto appieno ad una prima visione. In un'epoca di horror usa e getta, di film magari bellissimi ma comunque realizzati con due lire oppure "concentrati" sul nucleo della storia (giusto quelli di Ari Aster e La cura dal benessere vanno in controtendenza), un'opera come quella di David Prior, che si prende tutto il tempo di divagare, di giocare sulle atmosfere, di indulgere in dettagli magari insignificanti, è davvero una mosca bianca e per questo ancora più piacevole.
Come ho detto sopra, certo, The Empty Man non è esente da difetti. David Prior a volte pare perdere un po' il filo della sceneggiatura imbastita, tanto che a rifletterci dopo la visione ci sono alcune cose che non tornano, soprattutto quando il film si inoltra nel territorio pericolosissimo del thriller sovrannaturale ambizioso, e onestamente non ho apprezzato granché la CGI sul finale, che fa a pugni con una realizzazione altrimenti splendida. Prior è infatti un regista con la R maiuscola e, senza fretta alcuna, gira delle scene splendide e inserisce dei raccordi assai raffinati tra l'una e l'altra (la lunga introduzione è un capolavoro di suspance che sfrutta l'ambiente montano per mettere ancora più ansia, senza bisogno di jump scare, ma c'è una sequenza di puro delirio cosmico che mette i brividi al solo ricordo, e questo per fare un paio di esempi), sfruttando alla perfezione anche il sonoro e dei sussurri particolarmente fastidiosi, che si insinuano nel cervello facendolo prudere davvero. Anche il comparto attori non è male, a partire dal protagonista James Badge Dale, che ha quell'aria da detective "fincheriano", mentre la giovane Sasha Frolova, già vista in Kindred Spirits dove spiccava per le doti recitative in un film altrimenti dimenticabile, è una di quelle facce da tenere d'occhio. Lo stesso, ovviamente, vale per The Empty Man, un film a cui dovreste dare una chance, sia che siate appassionati di horror o che semplicemente abbiate voglia di guardare una pellicola intrigante, per una serata un po' diversa.
Di James Badge Dale (James Lasombra), Marin Ireland (Nora Quail), Aaron Poole (Paul), Stephen Root (Arthur Parsons) e Owen Teague (Duncan West) ho già parlato ai rispettivi link.
David Prior è il regista e co-sceneggiatore della pellicola, al suo primo lungometraggio. Americano, è anche produttore, montatore, fotografo, attore, tecnico degli effetti speciali, compositore e scenografo. Ha 52 anni.
domenica 22 novembre 2020
The Dark and the Wicked (2020)
Il Torino Film Festival versione online è cominciato col botto, almeno per me, grazie a The Dark and the Wicked, diretto e sceneggiato dal regista Bryan Bertino.
Trama: due fratelli tornano nella fattoria dove sono cresciuti per assistere agli ultimi giorni del padre morente. Costretti ad testimoniare ad un'altra tragedia, i due scopriranno che il luogo è preso d'assedio da un'entità malvagia...
Ormai avrete capito che film horror ne guardo parecchi, quindi è naturale che, col tempo, quelli davvero capaci di spaventarmi siano diventati sempre meno. Diciamo che, ormai, ci sono tre cose che mi terrorizzano in un horror: la prima, la più superficiale, sono clown e bambole o marionette, che agiscono proprio a un livello di distruzione delle coronarie; la seconda sono le riprese all'infrarosso, che mi fanno immedesimare tantissimo in quelli che non vedono più una mazza e sono perseguitati da chissà quale orrore nascosto nel buio; la terza, e grazie Bryan Bertino per aver basato un intero film su questa sensazione, è l'ineluttabilità. Che non è quel pirla di Thanos che schiocca le dita e cancella metà della popolazione umana, ma quel senso di maledizione incombente e di tragedia inevitabile che era la caratteristica principale di The Grudge, dove non ti salvi dall'orrore, nemmeno se ti metti a pregare tutte le divinità del creato, se diventi buono e virtuoso, se provi ogni esorcismo conosciuto. Il terrore di qualcosa di ineluttabile ce l'abbiamo dentro ed è terribilmente reale. E' il dottore che ti dice che non c'è più nulla da fare, è vedere uno dei tuoi cari finire ricoverato in quella clinica Savonese che mi fa male solo nominarla, perché da lì non si esce, è il procrastinare, tra una medicina, un consulto medico, un tapullo casalingo e una caduta, l'inevitabile momento in cui dovrai portare la nonna in ospedale, anche se c'è una pandemia in corso, consapevole che non la rivedrai mai più. Questo solo per dare un'idea di cos'è successo in poco più di un anno. Ma torniamo all'orrore "fasullo". La storia di Louise e Michael è proprio, perdonatemi la liguritudine, la storia di un enorme "tapullo", una settimana di procrastinazione di un male che sogghigna e passa il tempo a fare il gesto dell'ombrello ai due poveracci e ai loro genitori. Quando i due fratelli arrivano alla fattoria dove sono nati e cresciuti, perché al padre resta poco da vivere, scoprono che la madre sta subendo non solo la solitudine e l'orrore della malattia del marito, ma che è anche perseguitata da qualcosa di oscuro che potrebbe essere solo nella sua mente, non fosse che, dopo un suicidio atroce, quel "qualcosa" sceglie di cominciare a torturare anche Louise e Michael.
Fin dalle prime battute del film, Bryan Bertino non fa sconti all'orrore, di nessun genere. Innanzitutto c'è l'orrore della malattia, sia fisica che mentale, che trasforma persone conosciute e amate in estranei che non riusciamo ad amare completamente, forse perché ci mettono anche un po' a disagio, forse perché ci ricordano cosa rischiamo di diventare anche noi. Poi c'è l'orrore della solitudine e dell'impotenza, la prima diretta conseguenza di determinate scelte di vita che magari ci hanno portati lontani dalla famiglia oppure dell'orgoglio di voler cavarsela da soli, della vergogna che non vogliamo condividere neppure con chi amiamo, la seconda orripilata spettatrice di eventi impossibili da arginare: i personaggi sono destinati ad un destino incomprensibile e terrificante, davanti al quale non serve neppure la fuga e, ancor peggio, davanti al quale non c'è logica che tenga. Perché l'entità ha deciso di accanirsi contro i protagonisti? Eh, sarebbe come chiedersi perché certe persone arrivano sane ad età centenarie mentre altre muoiono nel fiore degli anni di malattie orribili, senza che ciò dipenda dalla natura del loro carattere o delle opere che hanno realizzato in vita. Se non bastasse tutto questo a mettere ansia, Bertino aggiunge i più terrificanti topoi horror legati al genere demoniaco, che uniti alla generale sensazione di isolamento claustrofobico data da luoghi che potrebbero essere anche suggestivi se non fossero così dannatamente distanti da qualsiasi forma di civiltà urbana, contribuiscono ad annichilire lo spettatore, lasciandolo sulla poltrona tremante di paura e sconfitto da una depressione strisciante. A novembre secondo voi si può dire "horror dell'anno" o pare brutto?
Del regista e sceneggiatore Bryan Bertino ho già parlato QUI.
Marin Ireland interpreta Louise. Americana, ha partecipato a film come La famiglia Fang, Hell or High Water e The Irishman. Ha 41 anni e un film in uscita.
Michael Abbott Jr. interpreta Michael. Americano, ha partecipato a film come Mud, Loving e a serie quali Daredevil e Fear the Walking Dead. Anche produttore e regista, ha 42 anni e due film in uscita.
Xander Berkeley interpreta il prete. Americano, ha partecipato a film come L'albero del male, Terminator 2 - Il giorno del giudizio, Candyman - Terrore dietro lo specchio, Codice d'onore, Apollo 13, Heat - La sfida, The Rock, Air Force One, Gattaca - La porta dell'universo, Pallottole cinesi, Kick-Ass e a serie quali MASH, L'incredibile Hulk, A-Team, Visitors, Ai confini della realtà, Moonlighting, Miami Vice, X-Files, Roswell, Nash Bridges, E.R. Medici in prima linea, 24, CSI - Scena del crimine, Bones, Criminal Minds, Medium e The Walking Dead; come doppiatore ha lavorato per Gargoyles e Johnny Bravo. Anche produttore, ha 65 anni e due film in uscita.























