Dopo aver rivisto The Woman mi sono dedicata a Darlin', diretto e sceneggiato da Pollyanna McIntosh.
Trama: la piccola Darlin', ormai ragazza, viene abbandonata dalla Donna davanti a un ospedale e finisce in un collegio religioso che ospita giovani orfane...
Darlin' inizia, più o meno, dove The Woman finiva. A quanto pare, delle tre sorelle Cleek solo la piccola e rossa Darlin' è rimasta assieme alla Donna ma la stessa, a un certo punto, decide di abbandonarla in un ospedale senza apparente motivo. Darlin', un tempo bimba ciarliera, è diventata la versione più giovane della Donna, una creatura incapace di parlare e dagli istinti brutali, selvaggi, e proprio per queste sue caratteristiche diventa il "progetto" di un vescovo impegnato a non far chiudere un istituto da lui gestito, che la affida ad una suora dal passato oscuro e a ragazzine problematiche. Due uomini diversi, Chris Cleek e il vescovo, il primo violento e psicopatico, il secondo affabile ma veniale, entrambi tuttavia accomunati da un desiderio di prendere le donne e plasmarle secondo i loro desideri, reputandosi superiori e pronti ad indirizzare sulla giusta via creature palesemente inferiori, sciocche, incapaci di decidere da sé (almeno dal loro punto di vista). Purtroppo, vedere Darlin' venire "addomesticata" a son di prediche e letture bibliche atte a mostrarle il peccato in ogni aspetto della vita, fa forse ancora più male che vedere la Donna incatenata nella cantina dei Cleek, perché Darlin', a differenza della Donna, è una creatura dall'innocenza assoluta, facilmente malleabile nel bene e nel male, soprattutto se la sua ignoranza di ogni aspetto della vita umana viene alimentata da persone che tendono a giudicare ed indottrinare invece di spiegare. La libertà di Darlin', in grado già da sola di capire la differenza tra bene e male (il momento in cui parla di mangiare chi si ama mette il magone) ma anche di affrontarla senza remore per questioni legate alla sopravvivenza, si trasforma nel corso del film in un crogiolo di incubi e sensi di colpa, all'interno di un terribile coming of age nel quale la protagonista femminile ottiene una consapevolezza imposta dagli uomini, dalla religione e dalla società, filtrata dal loro punto di vista, che riesce ad annientarla più di quanto non abbia fatto la vita selvaggia.
Diversamente da Lucky McKee, Pollyanna McIntosh realizza un film elegante e quasi privo di sequenze gore, preferendo concentrarsi sul volto bellissimo di Lauryn Canny, sensuale ed innocente al tempo stesso, e sul contrasto tra gli squallidi interni del collegio dov'è rinchiusa Darlin' e la natura appena fuori da esso, deliziando lo spettatore con raffinate riprese crepuscolari e campi lunghi in cui viene racchiuso tutto il desiderio di libertà della protagonista e della Donna, per non parlare della bellezza dei flashback (pochi dettagli significativi che rivelano molto più di mille spiegoni), dell'uso delle luci, degli incubi che popolano i sonni di Darlin'. Ha del coraggio Pollyanna McIntosh a ritagliarsi un ruolo piccolissimo, rendendo la Donna (beniamina del pubblico) un personaggio "marginale" alla disperata ricerca della figlia, ha del coraggio a cambiare i toni del racconto cercando atmosfere più drammatiche che horror, eppure il messaggio che passa non è diverso da quello di The Woman, accusato a torto di essere misogino, ed è il rifiuto a conformarsi a idee ipocrite e vetuste, che non tengono conto del cambiamento dei tempi, del potere insito nella natura femminile, che impongono anziché tentare di inglobare punti di vista differenti, cercando magari un punto di contatto. Sono le posizioni estreme di chi rifiuta di guardare oltre il proprio patetico egoismo a richiamare una furia selvaggia come quella della Donna, pronta ovviamente a difendere se stessa e i suoi cari assieme a tutti quelli che si trovano nella stessa condizione di prigionia (fisica e mentale) e cercano in tutti i modi di liberarsene, lottando con le unghie e con i denti; si può dire che la Donna aiuti chi cerca già di aiutarsi da sé o, perlomeno, non gli strappa la gola a morsi, e chissà se la rivedremo mai a curare una nuova generazione di donne libere, prendendo a calci nel sedere padri di famiglia psicopatici e prelati disgustosi. Certamente, dovesse succedere, io sarò lì in prima fila.
Della regista e sceneggiatrice Pollyanna McIntosh, che interpreta anche la Donna, ho già parlato QUI.
Cooper Andrews, che interpreta l'infermiere Tony, è il Jerry di The Walking Dead mentre il vescovo Bryan Batt era il sindaco delle prime due serie di Scream. Se Darlin' vi fosse piaciuto recuperate i prequel Offspring e The Woman. ENJOY!
martedì 10 settembre 2019
domenica 8 settembre 2019
The Woman (2011)
Siccome in questi giorni è uscito Darlin', ho deciso di rivedere The Woman, diretto nel 2011 da Lucky McKee e co-sceneggiato a partire dal romanzo omonimo di Jack Ketchum, e parlarne un po'.
Trama: un avvocato trova nei boschi una donna selvaggia, dedita al cannibalismo, e decide di catturarla e portarla a casa per educarla assieme ai membri della sua assurda famiglia.
Nel novero di film che fanno stare male davvero, un posto d'onore ce l'ha sicuramente The Woman. Non è facile parlare di questo film senza scadere nelle banalità quindi vi chiedo scusa fin da subito se tutto quello che leggerete lo avranno già detto meglio altri prima di me. The Woman è un film che prende allo stomaco, sia per la violenza che mostra sia, soprattutto, per quella che volutamente insinua tra le righe, nei silenzi dei personaggi e negli sguardi che si scambiano, nell'incalzare del ritmo della colonna sonora, nelle inquadrature realizzate ad arte anche quando la situazione sfocia nel paradossale. Sequel di Offspring (ma non è importante per seguire la trama), The Woman racconta appunto la storia di una donna selvaggia, l'ultima discendente di una stirpe di cannibali che un giorno incappa in qualcosa di ancor più terribile: un uomo folle che decide di "domarla" come tutte le inutili, imperfette donne della sua famiglia. Chris, avvocato e cacciatore, è un uomo che mette a disagio fin dalle prime inquadrature, dalle prime parole che rivolge alla moglie Belle e alla figlia Peggy, permeate da una durezza e un distacco che scompaiono quando le interlocutrici sono altre donne, da blandire ed ingannare; in questo novero, ovviamente, rientra anche la Donna, vittima degli interessi sessuali di Chris e soggetto perfetto da educare e conformare in base ai desideri dell'uomo, un progetto da sottoporre alla famiglia così da ribadire la supremazia del maschio alfa in barba ad ogni buon senso. E se, da un lato, abbiamo Belle e Peggy che si scambiano sguardi tra il perplesso e il disgustato, consapevoli di essere in balia del capofamiglia tanto quanto la Donna ma incapaci di ribellarsi a un giogo che viene mantenuto da anni, dall'altro c'è il figlio Brian che pare voler seguire le orme del padre palesando una malvagità inusuale per un ragazzino. In mezzo, la piccola Darlin', ancora innocente e permeabile a qualsiasi suggestione, l'unica ad accettare la Donna per quello che è: un essere vivente, né più né meno, dotata del fondamentale diritto di essere rispettata e trattata dignitosamente anche se diversa.
Ovvio, Lucky McKee non ci illude nemmeno per un momento che la Donna sia un personaggio bello o positivo, anzi. Pollyanna McIntosh, affascinante e animalesca, sporca come il lume e capace di esprimersi solo in un raffazzonato antico gaelico, è una delle creature più mortali mai apparse sullo schermo e la cosa viene ribadita fin dalle primissime sequenze, per non parlare della terribile, inappellabile condanna finale ai danni di chi ha scelto di sottomettersi senza aiutare, di odiare senza provare nemmeno un minimo di compassione, spinta da un'incomprensibile gelosia. Eppure c'è chi è ancora più orribile di chi, come la Donna, segue semplicemente la sua natura animalesca, ovvero colui che impone la sua visione del mondo col terrore e la violenza, convinto di essere matematicamente nel giusto anche davanti alle situazioni più aberranti, privando moglie e figlia delle più banali libertà. Più delle botte, più del sangue che scorre a fiumi, più delle condizioni inumane in cui viene costretta la Donna fanno male le lacrime silenziose di Peggy, l'animo distrutto da un segreto inconfessabile che condannerà l'unica persona capace di leggerle dentro, oppure lo sguardo stralunato di Belle (una Angela Bettis strepitosa come al solito), moglie annichilita dalla personalità soverchiante di un marito che non le ha mai perdonato un "errore" terribile e che ciò nonostante ha continuato ad usarla come sfornafigli perché, diamine, l'importante è dare agli altri l'illusione di avere una famiglia perbene, con tanti piccoli pargoletti "felici" come nelle pubblicità di una volta e che ci importa se l'illusione viene mantenuta a furia di botte, prevaricazioni e insulti. Ben venga dunque la Donna, a spazzare via chiunque si attacchi all'erronea idea di essere un santo e un condottiero, strappandogli di dosso l'ingannevole maschera perfetta per esporre al mondo un cuore marcio e imputridito, non buono nemmeno per venire mangiato. Ben venga l'orrore di The Woman, uno dei migliori horror moderni, film da vedere e rivedere, senza smettere mai di apprezzarlo.
Del regista e co-sceneggiatore Lucky McKee ho già parlato QUI. Sean Bridgers (Chris Cleek) e Angela Bettis (Belle Cleek) li trovate invece ai rispettivi link.
Pollyanna McIntosh interpreta la Donna. Scozzese, la ricordo per film come Offspring e Tales of Halloween, inoltre ha partecipato a serie come The Walking Dead. Anche sceneggiatrice e regista, ha 40 anni e due film in uscita.
Il film è il seguito di Offspring mentre il sequel è Darlin', di cui parlerò nei prossimi giorni. ENJOY!
Trama: un avvocato trova nei boschi una donna selvaggia, dedita al cannibalismo, e decide di catturarla e portarla a casa per educarla assieme ai membri della sua assurda famiglia.
Nel novero di film che fanno stare male davvero, un posto d'onore ce l'ha sicuramente The Woman. Non è facile parlare di questo film senza scadere nelle banalità quindi vi chiedo scusa fin da subito se tutto quello che leggerete lo avranno già detto meglio altri prima di me. The Woman è un film che prende allo stomaco, sia per la violenza che mostra sia, soprattutto, per quella che volutamente insinua tra le righe, nei silenzi dei personaggi e negli sguardi che si scambiano, nell'incalzare del ritmo della colonna sonora, nelle inquadrature realizzate ad arte anche quando la situazione sfocia nel paradossale. Sequel di Offspring (ma non è importante per seguire la trama), The Woman racconta appunto la storia di una donna selvaggia, l'ultima discendente di una stirpe di cannibali che un giorno incappa in qualcosa di ancor più terribile: un uomo folle che decide di "domarla" come tutte le inutili, imperfette donne della sua famiglia. Chris, avvocato e cacciatore, è un uomo che mette a disagio fin dalle prime inquadrature, dalle prime parole che rivolge alla moglie Belle e alla figlia Peggy, permeate da una durezza e un distacco che scompaiono quando le interlocutrici sono altre donne, da blandire ed ingannare; in questo novero, ovviamente, rientra anche la Donna, vittima degli interessi sessuali di Chris e soggetto perfetto da educare e conformare in base ai desideri dell'uomo, un progetto da sottoporre alla famiglia così da ribadire la supremazia del maschio alfa in barba ad ogni buon senso. E se, da un lato, abbiamo Belle e Peggy che si scambiano sguardi tra il perplesso e il disgustato, consapevoli di essere in balia del capofamiglia tanto quanto la Donna ma incapaci di ribellarsi a un giogo che viene mantenuto da anni, dall'altro c'è il figlio Brian che pare voler seguire le orme del padre palesando una malvagità inusuale per un ragazzino. In mezzo, la piccola Darlin', ancora innocente e permeabile a qualsiasi suggestione, l'unica ad accettare la Donna per quello che è: un essere vivente, né più né meno, dotata del fondamentale diritto di essere rispettata e trattata dignitosamente anche se diversa.
Ovvio, Lucky McKee non ci illude nemmeno per un momento che la Donna sia un personaggio bello o positivo, anzi. Pollyanna McIntosh, affascinante e animalesca, sporca come il lume e capace di esprimersi solo in un raffazzonato antico gaelico, è una delle creature più mortali mai apparse sullo schermo e la cosa viene ribadita fin dalle primissime sequenze, per non parlare della terribile, inappellabile condanna finale ai danni di chi ha scelto di sottomettersi senza aiutare, di odiare senza provare nemmeno un minimo di compassione, spinta da un'incomprensibile gelosia. Eppure c'è chi è ancora più orribile di chi, come la Donna, segue semplicemente la sua natura animalesca, ovvero colui che impone la sua visione del mondo col terrore e la violenza, convinto di essere matematicamente nel giusto anche davanti alle situazioni più aberranti, privando moglie e figlia delle più banali libertà. Più delle botte, più del sangue che scorre a fiumi, più delle condizioni inumane in cui viene costretta la Donna fanno male le lacrime silenziose di Peggy, l'animo distrutto da un segreto inconfessabile che condannerà l'unica persona capace di leggerle dentro, oppure lo sguardo stralunato di Belle (una Angela Bettis strepitosa come al solito), moglie annichilita dalla personalità soverchiante di un marito che non le ha mai perdonato un "errore" terribile e che ciò nonostante ha continuato ad usarla come sfornafigli perché, diamine, l'importante è dare agli altri l'illusione di avere una famiglia perbene, con tanti piccoli pargoletti "felici" come nelle pubblicità di una volta e che ci importa se l'illusione viene mantenuta a furia di botte, prevaricazioni e insulti. Ben venga dunque la Donna, a spazzare via chiunque si attacchi all'erronea idea di essere un santo e un condottiero, strappandogli di dosso l'ingannevole maschera perfetta per esporre al mondo un cuore marcio e imputridito, non buono nemmeno per venire mangiato. Ben venga l'orrore di The Woman, uno dei migliori horror moderni, film da vedere e rivedere, senza smettere mai di apprezzarlo.
Del regista e co-sceneggiatore Lucky McKee ho già parlato QUI. Sean Bridgers (Chris Cleek) e Angela Bettis (Belle Cleek) li trovate invece ai rispettivi link.
Pollyanna McIntosh interpreta la Donna. Scozzese, la ricordo per film come Offspring e Tales of Halloween, inoltre ha partecipato a serie come The Walking Dead. Anche sceneggiatrice e regista, ha 40 anni e due film in uscita.
Il film è il seguito di Offspring mentre il sequel è Darlin', di cui parlerò nei prossimi giorni. ENJOY!
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venerdì 6 settembre 2019
It - Capitolo due (2019)
Mercoledì sera mi sono imbarcata in una maratona degna di quelle di Mentana, culminata con la proiezione di mezzanotte dell'attesissimo It - Capitolo due (It Chapter Two), diretto dal regista Andy Muschietti e tratto dall'omonimo romanzo di Stephen King. Siccome non sono una brutta persona, NIENTE SPOILER.
Trama: i Perdenti tornano dopo 27 anni a Derry, così da uccidere il malvagio clown Pennywise una volta per tutte.
Disclaimer: ho solo 4 ore di sonno addosso, quindi mi scuso in anticipo se questo post sarà scritto coi piedi (per non dire di peggio) ma tanto c'è chi ha già parlato e soprattutto parlerà di questo secondo capitolo di It meglio di quanto possa fare io, ergo non mi preoccupo. Abbiamo aspettato due anni, pianto e gioito sul dream cast messo in piedi da Muschietti e soci, incrociato le dita affinché la conclusione di It cancellasse con un colpo di spugna il ragno di gomma di Tommy Lee Wallace e finalmente è arrivato il momento di tirare le somme: i perdenti sono cresciuti, hanno dimenticato quello che è successo a Derry nel corso della loro terrificante adolescenza e ventisette anni dopo sono tornati all'ovile, pronti a uccidere Pennywise una volta per tutte. Se la prima parte della serie del 1990 si concludeva con un evento ben preciso, dopo aver giustamente mescolato passato, presente e telefonate minatorie, il film del 2017 si era concluso invece con la promessa dei Perdenti ancora ragazzini: è normale, quando non si sa quale successo potrà avere la pellicola e quindi bisogna offrire un film in grado di stare in piedi da solo. Ecco perché uno degli eventi più importanti di It, uno dei più scioccanti e, perché no, "scenografici", qui viene ridotto a mero flash (mentre io quelle caspita di gocce che cadono le ricordo ancora adesso), parte di un processo di accelerazione che riunisce i Perdenti già adulti nel giro di pochi minuti. Uno dei difetti del film, senza dubbio, ma difetti inevitabili, ahimé. Come condensare in tre ore, tante ma purtroppo lo stesso insufficienti, tutta la ricchezza delle fisime, dei problemi, del dolore accumulatosi in 27 anni? C'è giusto il tempo di qualche sprazzo di indizio che il pubblico potrà cogliere o meno, di far pace con l'idea che forse Tom e Audra non sono poi così importanti all'economia della storia, di pensare che magari Bowers qualche minuto in più l'avrebbe anche meritato altrimenti non è null'altro che una macchia messa lì per far colore; di chiedersi, di nuovo, dove diamine è finito Mike, povero bibliotecario con la mera funzione di guardiano e portasfiga cosmico, prima che l'azione incalzi e cancelli ogni pensiero. Non si può dire, infatti, che il secondo capitolo di It manchi di ritmo. Allo spettatore non viene concesso nemmeno un istante di tregua perché anche i momenti più riflessivi sono il preludio a qualcosa di orribile, con l'occhio onnipresente di Pennywise sempre puntato sulla schiena dei protagonisti, nel passato e nel presente.
E quanto è più infantile e malvagio Pennywise in questo secondo capitolo. Così appare, ovvio, perché i Perdenti sono cresciuti, gli anni '80 hanno lasciato il posto al nuovo millennio ma Pennywise è rimasto sempre lo stesso, una creatura piena di sé convinta di avere sempre davanti dei bambini incapaci di liberarsi dai traumi passati e che quindi agisce di conseguenza, probabilmente nell'unico modo che conosce. Vero, sono passati 27 anni, non dovrebbero essere solo i Perdenti ad essere cambiati ma anche il mondo, popolato da ragazzini più smaliziati che hanno per l'anima di farsi prendere in giro da un clown; eppure, la solitudine e la paura travalicano i tempi, i diversi e perdenti vengono sempre perseguitati, e di questo il maledetto clown si nutre, approfittando della natura umana che tende a voler dimenticare quello che fa male, anche a costo di allontanarsi dai momenti felici e abbandonare tutto, le cose importanti e quelle che non lo sono mai state. Per questo, sono tanto più importanti quei momenti in cui i perdenti si ritrovano, l'umorismo infantile degli esilaranti battibecchi tra Richie ed Eddie e quei momenti di apparente comic relief che aiutano a stemperare la tensione, perché il fulcro della storia è, banalmente, questo: Pennywise è ridicolo, Pennywise incarna la stupida bruttezza del mondo, è il bullo supremo che merita di essere annullato con una risata in faccia per mostrargli la realtà della sua insipienza, non di essere temuto e venerato. Questo King lo diceva nel libro, lo ribadisce Muschietti, e se per un paio di momenti divertenti vi siete messi a gridare allo scandalo e al "ma questo non è horror", mi spiace ma non avete capito nulla. Anzi, It - Capitolo due, nonostante non sia privo di momenti agghiaccianti, è un film volutamente molto ironico e demolisce non solo Pennywise ma anche quelli che "la vecchia miniserie era meglio" (in effetti un ragno c'è anche qui), quelli che "ma questo pezzo nel libro non era così" (sì, mi ci metto in mezzo io per prima. E ammetto che alcuni contentini mi hanno fatto un po' male, decontestualizzati come sono), quelli che "Stephen King non sa scrivere i finali" (a volte è vero) e persino lo stesso Stephen King (amore mio), facendosi volere ancora più bene.
Non che il film sia esente da difetti, ci mancherebbe. Come ho scritto, tante, troppe cose si perdono qui e là o vengono totalmente stravolte per le esigenze più svariate ma ci sta, gli sceneggiatori non possono diventare scemi e inoltre non hanno vilipeso in toto un libro che al limite posso rileggere per la ventesima volta; è soprattutto la CGI a non convincere. Vedendo in sequenza il primo e il secondo capitolo saltano all'occhio gli imbarazzanti pupazzoni deformi e se già, rivista a mente fredda, la donna di Modigliani fa pietà, preparatevi all'orribile visu della strega/gollum e ad altre schifezzuole assortite, finte come i soldi virtuali di un Monopoli giocato su un green screen. Peccato, perché poi la battaglia finale è epica, tra regia e montaggio si arriva a un certo punto che manca il respiro per l'ansia e Bill Skarsgård è talmente "bello" che verrebbe voglia di abbracciarlo e allora perché Muschietti non ce la fa a stare lontano dagli obbrobri grotteschi? Chi lo sa, non pensiamoci, perché in It - Capitolo due ci sono ancora tante cose bellissime. Il dream cast di cui parlavo sopra, in primis. Tutti gli attori, nessuno escluso, sono assolutamente in parte e se da Jessicona nostra e Jamesuccio bello me lo aspettavo, non avevo idea che Bill Hader sarebbe stato un Richie sfaccettato, dolce da spezzare il cuore, né che i semi-sconosciuti James Ransone e Jay Ryan avrebbero riportato in vita alla perfezione due personaggi amatissimi come Eddie e Ben (tra l'altro scusate ma Ben è strafigo, come l'avevo sempre pensato). I loro volti, le loro espressioni, i loro gesti non fanno rimpiangere quelli delle loro giovani controparti (anche se, non me ne voglia la Chastain, ma la Lillis è talmente bella da essere innaturale) ed entrano nel cuore dello spettatore, concorrendo a spillare qualche lacrima, non certo per il bruciore dovuto a cinque ore ininterrotte di film. E qui, mi dispiace, ma parte lo SPOILER, tanto la recensione è bell'e finita, il film mi è piaciuto, correte a vederlo.
SPOILER
Stephen King potrà anche non sapere scrivere finali, ma quello di It è amaro e malinconico, una rappresentazione lucida di quello che è la vita, dove anche i legami più saldi, col tempo e a causa di percorsi diversi, tendono ad indebolirsi e forse a scomparire. E' un finale per nulla felice, che ho amato da lettrice, detestato da fan girl. Muschietti mi è venuto incontro con un happy ending per il quale non posso che ringraziarlo tra le lacrime, che hanno cominciato a scorrere copiose quando sullo schermo è comparsa una delle citazioni più belle di It e si sono intensificate con l'inno alla vita e all'amicizia di Stan. E' una cosa paracula, lo so. E' un tradimento dello spirito dell'opera, va bene, senza contare che Stan è morto per mera paura (e qui avrebbero potuto ricamare sul fatto che è stato l'unico, assieme a Beverly, a guardare DENTRO It) enon per qualche contorto e scricchiolante piano. Ma che cazzo, già la vita dona poche gioie, perché non si può sperare, abbracciando idealmente un Ben finalmente felice, innamorato e pronto a girare il mondo in compagnia di Beverly? Sperando che la maledetta rimpatriata al ristorante cinese sia una delle mille che accompagneranno i Perdenti superstiti fino alla vecchiaia? Suvvia, lasciatemi sognare. E lasciate in pace Muschietti, criticoni.
FINE SPOILER
Del regista Andy Muschietti ho già parlato QUI. Jessica Chastain (Beverly Marsh), James McAvoy (Bill Denbrough), Bill Hader (Richie Tozier), James Ransone (Eddie Kaspbrak), Bill Skarsgård (Pennywise), Jaden Lieberher (Bill Denbrough da giovane) Nicholas Hamilton (Henry Bowers da giovane), Javier Botet (il barbone/la strega) e Xavier Dolan (Adrian Mellon) li trovate invece ai rispettivi link.
Il primo It ha portato fortuna ai giovani protagonisti, tutti tornati anche in questo secondo capitolo? Non proprio a tutti, in effetti, ma ad alcuni sì: Jack Dylan Grazer (Eddie) ha partecipato al film Shazam!, Finn Wolfhard (Richie) è sempre più mostro e, oltre a continuare a interpretare Mike in Stranger Things ha avuto tempo di doppiare Pugsley nell'imminente La famiglia Addams e parteciperà al nuovo Ghostbusters 2020; Sophia Lillis (Beverly) era nel cast di Sharp Objects, Chosen Jacobs (Mike) in quello di Castle Rock mentre Jeremy Ray Taylor (Ben) ha fatto capolino in Piccoli brividi 2 - I fantasmi di Halloween. Interessante invece vedere come l'attrice Molly Atkinson, che nel primo film interpretava la madre di Eddie, sia stata utilizzata nel secondo film per incarnarne la moglie, Myra; se inoltre, come me, volete sapere chi sia il "Peter" regista del film di Bill, trattasi di un regista vero, nella fattispecie Peter Bogdanovich il quale, per inciso, non è l'unica guest star eccellente della pellicola, anzi. Ma ho promesso niente spoiler, quindi vi rimando semplicemente alla visione di It e della miniserie del 1990 oltre a consigliarvi di leggere il romanzo di Stephen King. ENJOY!
Trama: i Perdenti tornano dopo 27 anni a Derry, così da uccidere il malvagio clown Pennywise una volta per tutte.
Disclaimer: ho solo 4 ore di sonno addosso, quindi mi scuso in anticipo se questo post sarà scritto coi piedi (per non dire di peggio) ma tanto c'è chi ha già parlato e soprattutto parlerà di questo secondo capitolo di It meglio di quanto possa fare io, ergo non mi preoccupo. Abbiamo aspettato due anni, pianto e gioito sul dream cast messo in piedi da Muschietti e soci, incrociato le dita affinché la conclusione di It cancellasse con un colpo di spugna il ragno di gomma di Tommy Lee Wallace e finalmente è arrivato il momento di tirare le somme: i perdenti sono cresciuti, hanno dimenticato quello che è successo a Derry nel corso della loro terrificante adolescenza e ventisette anni dopo sono tornati all'ovile, pronti a uccidere Pennywise una volta per tutte. Se la prima parte della serie del 1990 si concludeva con un evento ben preciso, dopo aver giustamente mescolato passato, presente e telefonate minatorie, il film del 2017 si era concluso invece con la promessa dei Perdenti ancora ragazzini: è normale, quando non si sa quale successo potrà avere la pellicola e quindi bisogna offrire un film in grado di stare in piedi da solo. Ecco perché uno degli eventi più importanti di It, uno dei più scioccanti e, perché no, "scenografici", qui viene ridotto a mero flash (mentre io quelle caspita di gocce che cadono le ricordo ancora adesso), parte di un processo di accelerazione che riunisce i Perdenti già adulti nel giro di pochi minuti. Uno dei difetti del film, senza dubbio, ma difetti inevitabili, ahimé. Come condensare in tre ore, tante ma purtroppo lo stesso insufficienti, tutta la ricchezza delle fisime, dei problemi, del dolore accumulatosi in 27 anni? C'è giusto il tempo di qualche sprazzo di indizio che il pubblico potrà cogliere o meno, di far pace con l'idea che forse Tom e Audra non sono poi così importanti all'economia della storia, di pensare che magari Bowers qualche minuto in più l'avrebbe anche meritato altrimenti non è null'altro che una macchia messa lì per far colore; di chiedersi, di nuovo, dove diamine è finito Mike, povero bibliotecario con la mera funzione di guardiano e portasfiga cosmico, prima che l'azione incalzi e cancelli ogni pensiero. Non si può dire, infatti, che il secondo capitolo di It manchi di ritmo. Allo spettatore non viene concesso nemmeno un istante di tregua perché anche i momenti più riflessivi sono il preludio a qualcosa di orribile, con l'occhio onnipresente di Pennywise sempre puntato sulla schiena dei protagonisti, nel passato e nel presente.
E quanto è più infantile e malvagio Pennywise in questo secondo capitolo. Così appare, ovvio, perché i Perdenti sono cresciuti, gli anni '80 hanno lasciato il posto al nuovo millennio ma Pennywise è rimasto sempre lo stesso, una creatura piena di sé convinta di avere sempre davanti dei bambini incapaci di liberarsi dai traumi passati e che quindi agisce di conseguenza, probabilmente nell'unico modo che conosce. Vero, sono passati 27 anni, non dovrebbero essere solo i Perdenti ad essere cambiati ma anche il mondo, popolato da ragazzini più smaliziati che hanno per l'anima di farsi prendere in giro da un clown; eppure, la solitudine e la paura travalicano i tempi, i diversi e perdenti vengono sempre perseguitati, e di questo il maledetto clown si nutre, approfittando della natura umana che tende a voler dimenticare quello che fa male, anche a costo di allontanarsi dai momenti felici e abbandonare tutto, le cose importanti e quelle che non lo sono mai state. Per questo, sono tanto più importanti quei momenti in cui i perdenti si ritrovano, l'umorismo infantile degli esilaranti battibecchi tra Richie ed Eddie e quei momenti di apparente comic relief che aiutano a stemperare la tensione, perché il fulcro della storia è, banalmente, questo: Pennywise è ridicolo, Pennywise incarna la stupida bruttezza del mondo, è il bullo supremo che merita di essere annullato con una risata in faccia per mostrargli la realtà della sua insipienza, non di essere temuto e venerato. Questo King lo diceva nel libro, lo ribadisce Muschietti, e se per un paio di momenti divertenti vi siete messi a gridare allo scandalo e al "ma questo non è horror", mi spiace ma non avete capito nulla. Anzi, It - Capitolo due, nonostante non sia privo di momenti agghiaccianti, è un film volutamente molto ironico e demolisce non solo Pennywise ma anche quelli che "la vecchia miniserie era meglio" (in effetti un ragno c'è anche qui), quelli che "ma questo pezzo nel libro non era così" (sì, mi ci metto in mezzo io per prima. E ammetto che alcuni contentini mi hanno fatto un po' male, decontestualizzati come sono), quelli che "Stephen King non sa scrivere i finali" (a volte è vero) e persino lo stesso Stephen King (amore mio), facendosi volere ancora più bene.
Non che il film sia esente da difetti, ci mancherebbe. Come ho scritto, tante, troppe cose si perdono qui e là o vengono totalmente stravolte per le esigenze più svariate ma ci sta, gli sceneggiatori non possono diventare scemi e inoltre non hanno vilipeso in toto un libro che al limite posso rileggere per la ventesima volta; è soprattutto la CGI a non convincere. Vedendo in sequenza il primo e il secondo capitolo saltano all'occhio gli imbarazzanti pupazzoni deformi e se già, rivista a mente fredda, la donna di Modigliani fa pietà, preparatevi all'orribile visu della strega/gollum e ad altre schifezzuole assortite, finte come i soldi virtuali di un Monopoli giocato su un green screen. Peccato, perché poi la battaglia finale è epica, tra regia e montaggio si arriva a un certo punto che manca il respiro per l'ansia e Bill Skarsgård è talmente "bello" che verrebbe voglia di abbracciarlo e allora perché Muschietti non ce la fa a stare lontano dagli obbrobri grotteschi? Chi lo sa, non pensiamoci, perché in It - Capitolo due ci sono ancora tante cose bellissime. Il dream cast di cui parlavo sopra, in primis. Tutti gli attori, nessuno escluso, sono assolutamente in parte e se da Jessicona nostra e Jamesuccio bello me lo aspettavo, non avevo idea che Bill Hader sarebbe stato un Richie sfaccettato, dolce da spezzare il cuore, né che i semi-sconosciuti James Ransone e Jay Ryan avrebbero riportato in vita alla perfezione due personaggi amatissimi come Eddie e Ben (tra l'altro scusate ma Ben è strafigo, come l'avevo sempre pensato). I loro volti, le loro espressioni, i loro gesti non fanno rimpiangere quelli delle loro giovani controparti (anche se, non me ne voglia la Chastain, ma la Lillis è talmente bella da essere innaturale) ed entrano nel cuore dello spettatore, concorrendo a spillare qualche lacrima, non certo per il bruciore dovuto a cinque ore ininterrotte di film. E qui, mi dispiace, ma parte lo SPOILER, tanto la recensione è bell'e finita, il film mi è piaciuto, correte a vederlo.
SPOILER
Stephen King potrà anche non sapere scrivere finali, ma quello di It è amaro e malinconico, una rappresentazione lucida di quello che è la vita, dove anche i legami più saldi, col tempo e a causa di percorsi diversi, tendono ad indebolirsi e forse a scomparire. E' un finale per nulla felice, che ho amato da lettrice, detestato da fan girl. Muschietti mi è venuto incontro con un happy ending per il quale non posso che ringraziarlo tra le lacrime, che hanno cominciato a scorrere copiose quando sullo schermo è comparsa una delle citazioni più belle di It e si sono intensificate con l'inno alla vita e all'amicizia di Stan. E' una cosa paracula, lo so. E' un tradimento dello spirito dell'opera, va bene, senza contare che Stan è morto per mera paura (e qui avrebbero potuto ricamare sul fatto che è stato l'unico, assieme a Beverly, a guardare DENTRO It) enon per qualche contorto e scricchiolante piano. Ma che cazzo, già la vita dona poche gioie, perché non si può sperare, abbracciando idealmente un Ben finalmente felice, innamorato e pronto a girare il mondo in compagnia di Beverly? Sperando che la maledetta rimpatriata al ristorante cinese sia una delle mille che accompagneranno i Perdenti superstiti fino alla vecchiaia? Suvvia, lasciatemi sognare. E lasciate in pace Muschietti, criticoni.
FINE SPOILER
Del regista Andy Muschietti ho già parlato QUI. Jessica Chastain (Beverly Marsh), James McAvoy (Bill Denbrough), Bill Hader (Richie Tozier), James Ransone (Eddie Kaspbrak), Bill Skarsgård (Pennywise), Jaden Lieberher (Bill Denbrough da giovane) Nicholas Hamilton (Henry Bowers da giovane), Javier Botet (il barbone/la strega) e Xavier Dolan (Adrian Mellon) li trovate invece ai rispettivi link.
Il primo It ha portato fortuna ai giovani protagonisti, tutti tornati anche in questo secondo capitolo? Non proprio a tutti, in effetti, ma ad alcuni sì: Jack Dylan Grazer (Eddie) ha partecipato al film Shazam!, Finn Wolfhard (Richie) è sempre più mostro e, oltre a continuare a interpretare Mike in Stranger Things ha avuto tempo di doppiare Pugsley nell'imminente La famiglia Addams e parteciperà al nuovo Ghostbusters 2020; Sophia Lillis (Beverly) era nel cast di Sharp Objects, Chosen Jacobs (Mike) in quello di Castle Rock mentre Jeremy Ray Taylor (Ben) ha fatto capolino in Piccoli brividi 2 - I fantasmi di Halloween. Interessante invece vedere come l'attrice Molly Atkinson, che nel primo film interpretava la madre di Eddie, sia stata utilizzata nel secondo film per incarnarne la moglie, Myra; se inoltre, come me, volete sapere chi sia il "Peter" regista del film di Bill, trattasi di un regista vero, nella fattispecie Peter Bogdanovich il quale, per inciso, non è l'unica guest star eccellente della pellicola, anzi. Ma ho promesso niente spoiler, quindi vi rimando semplicemente alla visione di It e della miniserie del 1990 oltre a consigliarvi di leggere il romanzo di Stephen King. ENJOY!
giovedì 5 settembre 2019
(Gio)WE, Bolla! del 4/9/2019
Buon giovedì a tutti!! Oggi esce in tutta Italia il secondo capitolo di It, che ho già visto stanotte nel orso di una lunga maratona... ed effettivamente è l'unico film meritevole di una visione. ENJOY!
It - Capitolo 2
Blinded by the Light - Travolto dalla musica
Martin Eden
Riapre anche il cinema d'élite!
L'amour flou
It - Capitolo 2
Reazione a caldo: Love!!!
Bolla, rifletti!: Se riesco a non addormentarmi domani avrete la recensione senza spoiler servita su un piatto d'argento, per ora vi dico di andare a vederlo perché merita quanto il primo capitolo!Blinded by the Light - Travolto dalla musica
Reazione a caldo: Ohibò.
Bolla, rifletti!: Faccio coming out: a me Bruce Springsteen non ha mai detto nulla. La storia di un suo fan indiano che riscopre la vita attraverso le canzoni del Boss la lascio a chi è in grado di apprezzarla.Martin Eden
Reazione a caldo: Mah.
Bolla, rifletti!: Non avendo letto il romanzo da cui è tratto e non avendo letto nemmeno critiche tanto entusiaste da quelli che l'hanno visto a Venezia, non sono molto interessata alla trasposizione in salsa napoletana di una storia di Jack London, nonostante il bel Marinelli.Riapre anche il cinema d'élite!
L'amour flou
Reazione a caldo: Di nuovo, not interested.
Bolla, rifletti!: Storia vera (?) della separazione dei due attori e registi, uniti per amor dei figli da un sépartement, due appartamenti indipendenti collegati dalla camera dei figli. Un esperimento interessante ma chissà se il film lo sarà altrettanto? Per il momento, non sono abbastanza intrigata da correre a vederlo.mercoledì 4 settembre 2019
Bolle di Ignoranza: Premonitions (2015)
Seconda "recensione" ignorante di un film beccato per caso durante la vacanza sul Lake District. La struttura del post sarà un po' atipica per questa rubrica, perché lì per lì pensavo avrei avuto molto da dire sul film ma è vero che per buona parte di esso l'ho seguito con un occhio sullo schermo e un altro all'organizzazione della giornata successiva, quindi mi sarò sicuramente persa dei passaggi e, insomma, mi sembrava poco corretto proseguire normalmente. Ma bando alle ciance, ecco a voi Premonitions (Solace), diretto nel 2015 da Afonso Poyart.
Trama: l'ispettore Joe Merrywether chiede aiuto all'ex detective John Clancy, dotato di poteri psichici, per scovare ed arrestare un pericoloso serial killer...
All'epoca dell'uscita di Premonitions avevo vagamente avuto sentore che il genere potesse interessarmi ma alla fine o non era uscito a Savona o c'erano altri film da vedere oppure avevo letto recensioni tiepidissime che mi avevano fatta desistere. Effettivamente, Premonitions non è un film da vedere a tutti i costi, eh. Intanto succede una cosa bruttissima quasi all'inizio che, mannaggiallamorte, mi ero messa a guardare il film per UN motivo e quel motivo è venuto meno dopo nemmeno mezz'oretta, poi c'è almeno un personaggio inutile, quello interpretato da Abbie Cornish, mero oggetto del contendere di due persone dotate di poteri speciali e una diversa visione del mondo. E poi, beh... poi c'è l'idea scellerata che sta alla base di Premonitions, ovvero quella di farlo nascere come SEQUEL (gesù) di Se7en e si vede dal modo in cui il villain del film (introdotto, come già accadeva nel film di Fincher, ben oltre metà pellicola) si ingegna per portare al lato oscuro il povero Anthony Hopkins in virtù di desideri autodistruttivi che partono da un presupposto condivisibile portato avanti nella peggiore delle maniere: ci sta che qualcuno, mosso da manie di grandezza, decida di porre fine alla sofferenza dei malati terminali, ma perché Cristo lo devi fare con metodi da serial killer, quando basterebbe chiedere alle persone in questione che magari, in maniera dolce e tranquilla, vorrebbero anche una mano a suicidarsi nel momento di massimo dolore? Invece i due protagonisti si parlano addosso per ore, facendo a gara a chi è più fico e intelligente, tra una visione e l'altra di futuri possibili e disastrosi (ecco, si vede che Afonso Poyart ci teneva molto a far vedere di essere bravo e visionario vista la cura messa in ognuno dei flash di chiaroveggenza mostrati nel film, peccato che ci metta anche troppo impegno e a tratti pare di guardare un video fighetto girato negli anni '90) e le espressioni intense di chi sa ma vorrebbe non sapere oppure non sa e gli girano le balle. Alla fine, per come l'ho visto io, direi comunque che il film intrattiene ma, anche ad una visione distratta, mi è parso che qualcosa non andasse quindi non so cosa sarebbe uscito fuori in questo post se lo avessi guardato con attenzione. Probabilmente lo avrei stroncato, così invece direi che per una serata di thriller disimpegnati possa anche andare bene... peccato per il cast, ché una volta i film con Anthony Hopkins non si potevano liquidare in questa maniera vile ed ignorante.
Di Anthony Hopkins (John Clancy), Jeffrey Dean Morgan (Joe Merriwether), Abbie Cornish (Katherine Cowles) e Colin Farrell (Charles Ambrose) ho già parlato ai rispettivi link.
Afonso Poyart è il regista della pellicola. Brasiliano, ha diretto altri due film a me sconosciuti, tra cui Il più forte del mondo. Anche produttore, sceneggiatore e attore, ha 40 anni.
Premonitions avrebbe dovuto essere il seguito di Se7en, con Morgan Freeman nuovamente nei panni del Detective Somerset MA con poteri psichici. Ovviamente, David Fincher ha rispedito l'idea al mittente e il film è diventato un'opera a sé stante; a un certo punto si pensava che il film avrebbe potuto essere diretto da Shekhar Kapur, con Bruce Willis come protagonista, ma anche lì, nulla di fatto. Comunque, a questi punti vi consiglio il recupero di Se7en, se non altro guarderete un bel film! ENJOY!
Trama: l'ispettore Joe Merrywether chiede aiuto all'ex detective John Clancy, dotato di poteri psichici, per scovare ed arrestare un pericoloso serial killer...
All'epoca dell'uscita di Premonitions avevo vagamente avuto sentore che il genere potesse interessarmi ma alla fine o non era uscito a Savona o c'erano altri film da vedere oppure avevo letto recensioni tiepidissime che mi avevano fatta desistere. Effettivamente, Premonitions non è un film da vedere a tutti i costi, eh. Intanto succede una cosa bruttissima quasi all'inizio che, mannaggiallamorte, mi ero messa a guardare il film per UN motivo e quel motivo è venuto meno dopo nemmeno mezz'oretta, poi c'è almeno un personaggio inutile, quello interpretato da Abbie Cornish, mero oggetto del contendere di due persone dotate di poteri speciali e una diversa visione del mondo. E poi, beh... poi c'è l'idea scellerata che sta alla base di Premonitions, ovvero quella di farlo nascere come SEQUEL (gesù) di Se7en e si vede dal modo in cui il villain del film (introdotto, come già accadeva nel film di Fincher, ben oltre metà pellicola) si ingegna per portare al lato oscuro il povero Anthony Hopkins in virtù di desideri autodistruttivi che partono da un presupposto condivisibile portato avanti nella peggiore delle maniere: ci sta che qualcuno, mosso da manie di grandezza, decida di porre fine alla sofferenza dei malati terminali, ma perché Cristo lo devi fare con metodi da serial killer, quando basterebbe chiedere alle persone in questione che magari, in maniera dolce e tranquilla, vorrebbero anche una mano a suicidarsi nel momento di massimo dolore? Invece i due protagonisti si parlano addosso per ore, facendo a gara a chi è più fico e intelligente, tra una visione e l'altra di futuri possibili e disastrosi (ecco, si vede che Afonso Poyart ci teneva molto a far vedere di essere bravo e visionario vista la cura messa in ognuno dei flash di chiaroveggenza mostrati nel film, peccato che ci metta anche troppo impegno e a tratti pare di guardare un video fighetto girato negli anni '90) e le espressioni intense di chi sa ma vorrebbe non sapere oppure non sa e gli girano le balle. Alla fine, per come l'ho visto io, direi comunque che il film intrattiene ma, anche ad una visione distratta, mi è parso che qualcosa non andasse quindi non so cosa sarebbe uscito fuori in questo post se lo avessi guardato con attenzione. Probabilmente lo avrei stroncato, così invece direi che per una serata di thriller disimpegnati possa anche andare bene... peccato per il cast, ché una volta i film con Anthony Hopkins non si potevano liquidare in questa maniera vile ed ignorante.
Di Anthony Hopkins (John Clancy), Jeffrey Dean Morgan (Joe Merriwether), Abbie Cornish (Katherine Cowles) e Colin Farrell (Charles Ambrose) ho già parlato ai rispettivi link.
Afonso Poyart è il regista della pellicola. Brasiliano, ha diretto altri due film a me sconosciuti, tra cui Il più forte del mondo. Anche produttore, sceneggiatore e attore, ha 40 anni.
Premonitions avrebbe dovuto essere il seguito di Se7en, con Morgan Freeman nuovamente nei panni del Detective Somerset MA con poteri psichici. Ovviamente, David Fincher ha rispedito l'idea al mittente e il film è diventato un'opera a sé stante; a un certo punto si pensava che il film avrebbe potuto essere diretto da Shekhar Kapur, con Bruce Willis come protagonista, ma anche lì, nulla di fatto. Comunque, a questi punti vi consiglio il recupero di Se7en, se non altro guarderete un bel film! ENJOY!
martedì 3 settembre 2019
5 è il numero perfetto (2019)
Attirata da un trailer accattivante, domenica sono andata a vedere 5 è il numero perfetto, diretto e sceneggiato dal regista Igort e tratto dalla sua omonima graphic novel.
Trama: Peppino, killer della camorra ormai in pensione, rientra in attività dopo la morte del figlio Nino e crea scompiglio all'interno della malavita napoletana.
5 è il numero perfetto è finito sotto i riflettori del web qualche giorno fa, per colpa delle infelici dichiarazioni di un Toni Servillo all'apice dell'ignoranza e dell'arroganza; dichiarare, infatti, la superiorità delle graphic novel sui fumetti "come quelli di Topolino o Paperino" differenziando i due generi, significa non avere idea di come la differenza tra i due, di fatto, non sussista, in quanto graphic novel è fondamentalmente solo una categoria commerciale di comodo utilizzata per ingannare il lettori con la puzza sotto il naso. Una sceneggiatura di Cimino, una saga di Reginella o quella della Spada di Ghiaccio hanno la stessa dignità letteraria di un Kobane Calling e se la gente non lo capisce non è un problema mio, bensì di persone come Servillo che sparano a zero su ciò che non conoscono. Chiuso l'argomento, com'è allora questo 5 è un numero perfetto? Carino, almeno per quel che riguarda il film, ché purtroppo il fumetto di Igort non ho mai avuto modo di leggerlo. Un po' noir, un po' pulp fiction e un po' melodramma napoletano, il film racconta la storia di Peppino, killer in pensione in una Napoli anni '70 che non vede il sole nemmeno per sbaglio, richiamato all'attività dopo che il figlio Nino, killer a sua volta, è stato ucciso in servizio. La morte di Nino e la conseguente guerra solitaria (o quasi) di Peppino è un mero pretesto per indurre il personaggio a riflessioni sulla società (strepitosa la spiegazione al figlio di come i cattivi siano necessari all'equilibrio del mondo), sulla vecchiaia e sulla vita in generale, consegnando allo spettatore un ex sicario malinconico e stanco, consapevole di aver perso molto durante il suo cammino al servizio della "Famiglia" e di essere stato privato dell'ultima cosa che poteva contribuire a farlo sentire umano e felice. Nella sua vendetta però Peppino non è solo. Al suo fianco, la storica spalla Totò o' Macellaio e Rita, antica fiamma mai sopita che ha cercato di tirarsi fuori dalla spirale di violenza legata alla camorra e allo stesso Peppino, più altri personaggi vagamente caricaturali e connotati spesso in maniera tragicomica, se non addirittura archetipica, nemmeno fossero dei cliché ambulanti tirati fuori da qualsiasi film "di mafia" mai girato.
La natura "fumettosa" di 5 è un numero perfetto si vede benissimo, a partire dalla divisione in capitoli ognuno introdotto da una sorta di "copertina", per arrivare al taglio delle inquadrature (avessi letto il fumetto probabilmente avrei colto delle similitudini con le vignette, un po' come successo con Sin City di Rodriguez) e i monologhi messi in bocca al protagonista anche voce narrante, talvolta persino troppo lunghi e "complessi", adatti ad essere riletti e metabolizzati all'interno di baloons o didascalie più che pronunciati con l'accento partenopeo di Servillo. Apro una parentesi. Per fortuna o purtroppo sono ligure, probabilmente in me vige un po' di razzismo del nord e ammetto che, a tratti, davanti alle Madonne, alle preghiere, alla teatralità del dialetto e agli insulti coloriti, nella mia mente si stagliavano le immagini di Merola e Nino D'Angelo e cominciavo a ridere fortissimo dentro di me quindi forse ho trovato 5 è il numero perfetto più "weird" di quanto fosse nelle intenzioni dell'autore; altra cosa, se Servillo e Buccirosso sono molto bravi e comprensibili anche in un dialetto non proprio semplice per me, la Golino rientra nella definizione Borisiana di cagna maledetta e avrei voluto i sottotitoli ogni volta che compariva. Peggio ancora, il suo personaggio e la sua interpretazione sono insipidi da morire e avrei preferito mille volte la saturazione di macchiette camorriste à la "Dick Tracy" piuttosto che vederla un secondo di più sullo schermo, nonostante sia sempre bellissima. A parte questo difetto e la mia conformazione mentale deviata, 5 è il numero perfetto è molto ben diretto e ben realizzato, alterna momenti epici e pulp ad altri più riflessivi e non si nega a un citazionismo simpatico benché ruffiano accompagnato da una gradevole aria vintage e una bella colonna sonora. Il mio consiglio è quello di superare la comprensibile e condivisa antipatia verso il Servillone nazionale e andarlo a vedere, per una volta che il cinema italiano sforna qualcosa di un po' più lontano dai soliti canoni della filmografia nostrana recente.
Di Toni Servillo (Peppino Lo Cicero), Valeria Golino (Rita) e Carlo Buccirosso (Totò o'Macellaio) ho già parlato ai rispettivi link.
Igort (vero nome Igor Tuveri) è il regista e sceneggiatore della pellicola, al suo primo film dietro la macchina da presa, inoltre compare anche tra i passeggeri dell'autobus. Fumettista nato a Cagliari, al momento è il direttore editoriale della rivista Linus e ha 61 anni.
Trama: Peppino, killer della camorra ormai in pensione, rientra in attività dopo la morte del figlio Nino e crea scompiglio all'interno della malavita napoletana.
5 è il numero perfetto è finito sotto i riflettori del web qualche giorno fa, per colpa delle infelici dichiarazioni di un Toni Servillo all'apice dell'ignoranza e dell'arroganza; dichiarare, infatti, la superiorità delle graphic novel sui fumetti "come quelli di Topolino o Paperino" differenziando i due generi, significa non avere idea di come la differenza tra i due, di fatto, non sussista, in quanto graphic novel è fondamentalmente solo una categoria commerciale di comodo utilizzata per ingannare il lettori con la puzza sotto il naso. Una sceneggiatura di Cimino, una saga di Reginella o quella della Spada di Ghiaccio hanno la stessa dignità letteraria di un Kobane Calling e se la gente non lo capisce non è un problema mio, bensì di persone come Servillo che sparano a zero su ciò che non conoscono. Chiuso l'argomento, com'è allora questo 5 è un numero perfetto? Carino, almeno per quel che riguarda il film, ché purtroppo il fumetto di Igort non ho mai avuto modo di leggerlo. Un po' noir, un po' pulp fiction e un po' melodramma napoletano, il film racconta la storia di Peppino, killer in pensione in una Napoli anni '70 che non vede il sole nemmeno per sbaglio, richiamato all'attività dopo che il figlio Nino, killer a sua volta, è stato ucciso in servizio. La morte di Nino e la conseguente guerra solitaria (o quasi) di Peppino è un mero pretesto per indurre il personaggio a riflessioni sulla società (strepitosa la spiegazione al figlio di come i cattivi siano necessari all'equilibrio del mondo), sulla vecchiaia e sulla vita in generale, consegnando allo spettatore un ex sicario malinconico e stanco, consapevole di aver perso molto durante il suo cammino al servizio della "Famiglia" e di essere stato privato dell'ultima cosa che poteva contribuire a farlo sentire umano e felice. Nella sua vendetta però Peppino non è solo. Al suo fianco, la storica spalla Totò o' Macellaio e Rita, antica fiamma mai sopita che ha cercato di tirarsi fuori dalla spirale di violenza legata alla camorra e allo stesso Peppino, più altri personaggi vagamente caricaturali e connotati spesso in maniera tragicomica, se non addirittura archetipica, nemmeno fossero dei cliché ambulanti tirati fuori da qualsiasi film "di mafia" mai girato.
La natura "fumettosa" di 5 è un numero perfetto si vede benissimo, a partire dalla divisione in capitoli ognuno introdotto da una sorta di "copertina", per arrivare al taglio delle inquadrature (avessi letto il fumetto probabilmente avrei colto delle similitudini con le vignette, un po' come successo con Sin City di Rodriguez) e i monologhi messi in bocca al protagonista anche voce narrante, talvolta persino troppo lunghi e "complessi", adatti ad essere riletti e metabolizzati all'interno di baloons o didascalie più che pronunciati con l'accento partenopeo di Servillo. Apro una parentesi. Per fortuna o purtroppo sono ligure, probabilmente in me vige un po' di razzismo del nord e ammetto che, a tratti, davanti alle Madonne, alle preghiere, alla teatralità del dialetto e agli insulti coloriti, nella mia mente si stagliavano le immagini di Merola e Nino D'Angelo e cominciavo a ridere fortissimo dentro di me quindi forse ho trovato 5 è il numero perfetto più "weird" di quanto fosse nelle intenzioni dell'autore; altra cosa, se Servillo e Buccirosso sono molto bravi e comprensibili anche in un dialetto non proprio semplice per me, la Golino rientra nella definizione Borisiana di cagna maledetta e avrei voluto i sottotitoli ogni volta che compariva. Peggio ancora, il suo personaggio e la sua interpretazione sono insipidi da morire e avrei preferito mille volte la saturazione di macchiette camorriste à la "Dick Tracy" piuttosto che vederla un secondo di più sullo schermo, nonostante sia sempre bellissima. A parte questo difetto e la mia conformazione mentale deviata, 5 è il numero perfetto è molto ben diretto e ben realizzato, alterna momenti epici e pulp ad altri più riflessivi e non si nega a un citazionismo simpatico benché ruffiano accompagnato da una gradevole aria vintage e una bella colonna sonora. Il mio consiglio è quello di superare la comprensibile e condivisa antipatia verso il Servillone nazionale e andarlo a vedere, per una volta che il cinema italiano sforna qualcosa di un po' più lontano dai soliti canoni della filmografia nostrana recente.
Di Toni Servillo (Peppino Lo Cicero), Valeria Golino (Rita) e Carlo Buccirosso (Totò o'Macellaio) ho già parlato ai rispettivi link.
Igort (vero nome Igor Tuveri) è il regista e sceneggiatore della pellicola, al suo primo film dietro la macchina da presa, inoltre compare anche tra i passeggeri dell'autobus. Fumettista nato a Cagliari, al momento è il direttore editoriale della rivista Linus e ha 61 anni.
domenica 1 settembre 2019
Lupin the IIIrd: Mine Fujiko no uso (2019)
A fine maggio è uscito nei cinema nipponici il film Lupin the IIIrd: Mine Fujiko no uso ( LUPIN THE IIIRD 峰不二子の嘘 - La bugia di Fujiko Mine), diretto dal regista Takeshi Koike e io mi sono sfregata le manine dalla gioia.
Trama: Fujiko si ritrova ad occuparsi di un ragazzino il cui padre ha rubato una montagna di soldi a una società che funge da copertura a qualcosa di ben più losco. Con un assassino quasi sovrannaturale alle calcagna, Fujiko dovrà sfoderare tutte le sue arti per sopravvivere...
Dopo la tomba di Jigen e la spada di Goemon, Takeshi Koike torna al suo primo amore, ovvero Fujiko. Come biasimarlo quando tra le sue mani la bella miss Mine diventa un crogiolo di sfacciata sensualità e sottile perfidia, pronta ad usare il suo corpo come un'arma facendo innamorare di sé persino le pietre ma anche a conficcare pugnali nella schiena di chi è tanto incauto da avvicinarsi? Tra le grinfie della pettoruta Fujiko stavolta finiscono ben tre uomini (senza contare, ovviamente, Jigen e Lupin, Goemon stavolta ha preso licenza e Zenigata probabilmente è in ferie): il dipendente di un'ambigua ditta che è appena fuggito col malloppo, il figlioletto cardiopatico di costui e l'assassino spedito a riacchiappare il maltolto, una creatura dall'aspetto mostruoso dotata del potere di "maledire" le sue vittime costringendole a piegarsi al suo volere e virtualmente immortale. Dico la verità, quando ho visto che il pargoletto sarebbe stato protagonista quasi assoluto della vicenda ho avuto uno scompenso e temuto che Koike e soci avessero preso tutta la loro sfacciata verve zozzoporna anni '70 per sacrificarla al pubblico di eventuali bambini, ma non potevo fare un errore di valutazione più grande, basta vedere il modo in cui Fujiko si rapporta col frugoletto, consolandolo quando le fa comodo e cazziandolo senza pietà quando il piccino mostra di non capire. "Odio i bambini perché pensano che ci sarà sempre qualcuno che accorrerà a proteggerli non appena si mettono a piangere", dice Fujiko prima di abbandonare il bambino al suo destino, lasciandogli soldi e la stanza di un albergo per rimettersi in piedi da solo. Ma è davvero così crudele Fujiko? O sotto la sua popputa scorza e lo stiloso smalto giallo c'è un animo più sensibile di quanto sembri? Risposta non c'è o forse chi lo sa, sta di fatto che, al solito, nelle opere di Koike c'è un'ambivalenza malinconica e inquietante che manca in qualsiasi caratterizzazione recente di Fujiko, il che la rende meravigliosamente affascinante e pericolosa.
Lo sa bene Lupin, relegato a spalla assieme al fido Jigen ma comunque lo stesso pronto a ritagliarsi un paio di scene particolarmente cool a differenza di quanto succedeva in Chikemuri no Ishikawa Goemon, dove i personaggi non titolari facevano un po' la figura dei gatti di marmo. A proposito del penultimo film di Koike, con Mine Fujiko no Uso i realizzatori scoprono le carte e rivelano come i tre spin-off cinematografici di Una donna chiamata Fujiko Mine siano collegati da una sottotrama che probabilmente avrà più peso nell'eventuale quarta pellicola della serie e che riguarda gli assassini spediti ad uccidere prima Jigen, poi Goemon, infine Fujiko. Aspettiamo e vediamo, dunque, ma con riserva. Non posso fare a meno di sottolineare, infatti, come le animazioni e i disegni di questi film si facciano sempre più sciatti, soprattutto quando i personaggi vengono ripresi a figura intera in campo medio o campo lungo, e anche i primi piani talvolta sono inquietanti (a tratti il naso di Jigen diventa deforme, porca miseria, ma compensa la mise figherrima in maglietta bordeaux e giacca nera); l'idea che ho avuto è quella di un film in cui gli animatori si sono impegnati giusto nelle sequenze introduttive e ogni volta che Fujiko si ritrova a cambiare abito, quasi tutti splendidi e sensualissimi, per il resto aria ed è un peccato, anche se il corpo a corpo finale è esaltantissimo, violento e sexy in egual misura. Fortunatamente non mancano le citazioni tarantiniane, tra fontane di sangue e Onitsuka Tiger ai piedi dell'assassino, la colonna sonora è molto cool e la trama è talmente interessante che un po' di sciatteria a livello d'animazione è sopportabile, considerata l'infima qualità degli ultimi special TV dedicati a Lupin, quindi anche questa volta Takeshi Koike è promosso a pieni voti, sperando non mi faccia aspettare troppo per un sequel!
Del regista Takeshi Koike ho già parlato QUI.
Se il film, dedicato alla memoria del compianto Monkey Punch, vi fosse piaciuto recuperate la serie La donna chiamata Fujiko Mine e i film Jigen Daisuke no Bohyou e Chikemuri no Ishikawa Goemon. ENJOY!
Trama: Fujiko si ritrova ad occuparsi di un ragazzino il cui padre ha rubato una montagna di soldi a una società che funge da copertura a qualcosa di ben più losco. Con un assassino quasi sovrannaturale alle calcagna, Fujiko dovrà sfoderare tutte le sue arti per sopravvivere...
Dopo la tomba di Jigen e la spada di Goemon, Takeshi Koike torna al suo primo amore, ovvero Fujiko. Come biasimarlo quando tra le sue mani la bella miss Mine diventa un crogiolo di sfacciata sensualità e sottile perfidia, pronta ad usare il suo corpo come un'arma facendo innamorare di sé persino le pietre ma anche a conficcare pugnali nella schiena di chi è tanto incauto da avvicinarsi? Tra le grinfie della pettoruta Fujiko stavolta finiscono ben tre uomini (senza contare, ovviamente, Jigen e Lupin, Goemon stavolta ha preso licenza e Zenigata probabilmente è in ferie): il dipendente di un'ambigua ditta che è appena fuggito col malloppo, il figlioletto cardiopatico di costui e l'assassino spedito a riacchiappare il maltolto, una creatura dall'aspetto mostruoso dotata del potere di "maledire" le sue vittime costringendole a piegarsi al suo volere e virtualmente immortale. Dico la verità, quando ho visto che il pargoletto sarebbe stato protagonista quasi assoluto della vicenda ho avuto uno scompenso e temuto che Koike e soci avessero preso tutta la loro sfacciata verve zozzoporna anni '70 per sacrificarla al pubblico di eventuali bambini, ma non potevo fare un errore di valutazione più grande, basta vedere il modo in cui Fujiko si rapporta col frugoletto, consolandolo quando le fa comodo e cazziandolo senza pietà quando il piccino mostra di non capire. "Odio i bambini perché pensano che ci sarà sempre qualcuno che accorrerà a proteggerli non appena si mettono a piangere", dice Fujiko prima di abbandonare il bambino al suo destino, lasciandogli soldi e la stanza di un albergo per rimettersi in piedi da solo. Ma è davvero così crudele Fujiko? O sotto la sua popputa scorza e lo stiloso smalto giallo c'è un animo più sensibile di quanto sembri? Risposta non c'è o forse chi lo sa, sta di fatto che, al solito, nelle opere di Koike c'è un'ambivalenza malinconica e inquietante che manca in qualsiasi caratterizzazione recente di Fujiko, il che la rende meravigliosamente affascinante e pericolosa.
Lo sa bene Lupin, relegato a spalla assieme al fido Jigen ma comunque lo stesso pronto a ritagliarsi un paio di scene particolarmente cool a differenza di quanto succedeva in Chikemuri no Ishikawa Goemon, dove i personaggi non titolari facevano un po' la figura dei gatti di marmo. A proposito del penultimo film di Koike, con Mine Fujiko no Uso i realizzatori scoprono le carte e rivelano come i tre spin-off cinematografici di Una donna chiamata Fujiko Mine siano collegati da una sottotrama che probabilmente avrà più peso nell'eventuale quarta pellicola della serie e che riguarda gli assassini spediti ad uccidere prima Jigen, poi Goemon, infine Fujiko. Aspettiamo e vediamo, dunque, ma con riserva. Non posso fare a meno di sottolineare, infatti, come le animazioni e i disegni di questi film si facciano sempre più sciatti, soprattutto quando i personaggi vengono ripresi a figura intera in campo medio o campo lungo, e anche i primi piani talvolta sono inquietanti (a tratti il naso di Jigen diventa deforme, porca miseria, ma compensa la mise figherrima in maglietta bordeaux e giacca nera); l'idea che ho avuto è quella di un film in cui gli animatori si sono impegnati giusto nelle sequenze introduttive e ogni volta che Fujiko si ritrova a cambiare abito, quasi tutti splendidi e sensualissimi, per il resto aria ed è un peccato, anche se il corpo a corpo finale è esaltantissimo, violento e sexy in egual misura. Fortunatamente non mancano le citazioni tarantiniane, tra fontane di sangue e Onitsuka Tiger ai piedi dell'assassino, la colonna sonora è molto cool e la trama è talmente interessante che un po' di sciatteria a livello d'animazione è sopportabile, considerata l'infima qualità degli ultimi special TV dedicati a Lupin, quindi anche questa volta Takeshi Koike è promosso a pieni voti, sperando non mi faccia aspettare troppo per un sequel!
Del regista Takeshi Koike ho già parlato QUI.
Se il film, dedicato alla memoria del compianto Monkey Punch, vi fosse piaciuto recuperate la serie La donna chiamata Fujiko Mine e i film Jigen Daisuke no Bohyou e Chikemuri no Ishikawa Goemon. ENJOY!
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