Siccome in questi giorni è uscito Darlin', ho deciso di rivedere The Woman, diretto nel 2011 da Lucky McKee e co-sceneggiato a partire dal romanzo omonimo di Jack Ketchum, e parlarne un po'.
Trama: un avvocato trova nei boschi una donna selvaggia, dedita al cannibalismo, e decide di catturarla e portarla a casa per educarla assieme ai membri della sua assurda famiglia.
Nel novero di film che fanno stare male davvero, un posto d'onore ce l'ha sicuramente The Woman. Non è facile parlare di questo film senza scadere nelle banalità quindi vi chiedo scusa fin da subito se tutto quello che leggerete lo avranno già detto meglio altri prima di me. The Woman è un film che prende allo stomaco, sia per la violenza che mostra sia, soprattutto, per quella che volutamente insinua tra le righe, nei silenzi dei personaggi e negli sguardi che si scambiano, nell'incalzare del ritmo della colonna sonora, nelle inquadrature realizzate ad arte anche quando la situazione sfocia nel paradossale. Sequel di Offspring (ma non è importante per seguire la trama), The Woman racconta appunto la storia di una donna selvaggia, l'ultima discendente di una stirpe di cannibali che un giorno incappa in qualcosa di ancor più terribile: un uomo folle che decide di "domarla" come tutte le inutili, imperfette donne della sua famiglia. Chris, avvocato e cacciatore, è un uomo che mette a disagio fin dalle prime inquadrature, dalle prime parole che rivolge alla moglie Belle e alla figlia Peggy, permeate da una durezza e un distacco che scompaiono quando le interlocutrici sono altre donne, da blandire ed ingannare; in questo novero, ovviamente, rientra anche la Donna, vittima degli interessi sessuali di Chris e soggetto perfetto da educare e conformare in base ai desideri dell'uomo, un progetto da sottoporre alla famiglia così da ribadire la supremazia del maschio alfa in barba ad ogni buon senso. E se, da un lato, abbiamo Belle e Peggy che si scambiano sguardi tra il perplesso e il disgustato, consapevoli di essere in balia del capofamiglia tanto quanto la Donna ma incapaci di ribellarsi a un giogo che viene mantenuto da anni, dall'altro c'è il figlio Brian che pare voler seguire le orme del padre palesando una malvagità inusuale per un ragazzino. In mezzo, la piccola Darlin', ancora innocente e permeabile a qualsiasi suggestione, l'unica ad accettare la Donna per quello che è: un essere vivente, né più né meno, dotata del fondamentale diritto di essere rispettata e trattata dignitosamente anche se diversa.
Ovvio, Lucky McKee non ci illude nemmeno per un momento che la Donna sia un personaggio bello o positivo, anzi. Pollyanna McIntosh, affascinante e animalesca, sporca come il lume e capace di esprimersi solo in un raffazzonato antico gaelico, è una delle creature più mortali mai apparse sullo schermo e la cosa viene ribadita fin dalle primissime sequenze, per non parlare della terribile, inappellabile condanna finale ai danni di chi ha scelto di sottomettersi senza aiutare, di odiare senza provare nemmeno un minimo di compassione, spinta da un'incomprensibile gelosia. Eppure c'è chi è ancora più orribile di chi, come la Donna, segue semplicemente la sua natura animalesca, ovvero colui che impone la sua visione del mondo col terrore e la violenza, convinto di essere matematicamente nel giusto anche davanti alle situazioni più aberranti, privando moglie e figlia delle più banali libertà. Più delle botte, più del sangue che scorre a fiumi, più delle condizioni inumane in cui viene costretta la Donna fanno male le lacrime silenziose di Peggy, l'animo distrutto da un segreto inconfessabile che condannerà l'unica persona capace di leggerle dentro, oppure lo sguardo stralunato di Belle (una Angela Bettis strepitosa come al solito), moglie annichilita dalla personalità soverchiante di un marito che non le ha mai perdonato un "errore" terribile e che ciò nonostante ha continuato ad usarla come sfornafigli perché, diamine, l'importante è dare agli altri l'illusione di avere una famiglia perbene, con tanti piccoli pargoletti "felici" come nelle pubblicità di una volta e che ci importa se l'illusione viene mantenuta a furia di botte, prevaricazioni e insulti. Ben venga dunque la Donna, a spazzare via chiunque si attacchi all'erronea idea di essere un santo e un condottiero, strappandogli di dosso l'ingannevole maschera perfetta per esporre al mondo un cuore marcio e imputridito, non buono nemmeno per venire mangiato. Ben venga l'orrore di The Woman, uno dei migliori horror moderni, film da vedere e rivedere, senza smettere mai di apprezzarlo.
Del regista e co-sceneggiatore Lucky McKee ho già parlato QUI. Sean Bridgers (Chris Cleek) e Angela Bettis (Belle Cleek) li trovate invece ai rispettivi link.
Pollyanna McIntosh interpreta la Donna. Scozzese, la ricordo per film come Offspring e Tales of Halloween, inoltre ha partecipato a serie come The Walking Dead. Anche sceneggiatrice e regista, ha 40 anni e due film in uscita.
Il film è il seguito di Offspring mentre il sequel è Darlin', di cui parlerò nei prossimi giorni. ENJOY!
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domenica 8 settembre 2019
venerdì 30 giugno 2017
Free State of Jones (2016)
L'avevo perso, non so per quale motivo, all'uscita cinematografica ma in questi giorni ho deciso di recuperare Free State of Jones, diretto e co-sceneggiato nel 2016 dal regista Gary Ross.
Trama: nel corso della guerra di secessione, il medico da campo Newton Knight decide di disertare per difendere i contadini dalle ingiuste richieste dei Confederati, unendo sotto la stessa bandiera di libertà bianchi e neri...
Quando gli Oscar si avvicinano cominciano a spuntare come funghi film più o meno "patriottici", o comunque legati a doppio filo ad una parte di storia Americana, possibilmente quella scomoda legata a schiavismo, guerre e tensioni razziali. Non è esente da questo cliché Free State of Jones che racconta, come da titolo, la rapida nascita e declino del cosiddetto "Stato libero di Jones", in cui un gruppo di contadini ribelli era riuscito ad affrancarsi dalle ingiuste leggi della Confederazione e a creare una sorta di paradiso dove i poveri potevano tenersi i frutti del loro duro lavoro e dove bianchi e neri collaboravano apparentemente senza conflitti. Apparentemente, ovvio, ché al primo segno di cambiamento presidenziale una delle leggi su cui si fondava lo staterello (o sarebbe meglio dire contea?), ovvero quella che recitava "siamo tutti uomini, senza distinzione", ha cominciato a venire ignorata da quelli che erano fondamentalmente un branco di redneck burini i quali, una volta finita la guerra e riottenuto quello che volevano, hanno mandato al diavolo Knight e tutti i suoi amici di colore, gettando i semi del Ku Klux Clan nella felicissima terra del Mississippi. Nelle quasi due ore e mezza di film, Gary Ross infila quindi tutte le contraddizioni del sud degli Stati Uniti, tra poveracci che combattono i ricconi possidenti e contemporaneamente il nemico nordista, tra contadini che hanno praticamente gli stessi non-diritti degli schiavi di colore e che tuttavia li odiano, offrendo il ritratto di un popolo pavido, umorale e retrogrado (l'eredità razzista del sud si ripercuoterà ottant'anni dopo su un pro-nipote di Knight, per un ottavo di colore, ma l'uomo riuscirà ad evitare il carcere per timore di ritorsioni da parte della Corte Suprema) e di un eroe duro e puro costretto a combattere contro i mulini a vento dell'ignoranza e della paura. La storia funziona, nonostante un senso di "incompletezza" e confusione dato dall'eccessiva attenzione conferita alla parte iniziale, quella in cui i ribelli dimorano in paludi trasformate a poco a poco in zona residenziale, alla quale si affiancano sei o sette postille finali che paiono appiccicate con lo sputo perché "bisognava raccontarle ma non ci stavano più" e perché sono appunto funzionali ai flash forward che mostrano il già citato pro-nipote di Knight.
Incrocio tra Robin Hood, un padre pellegrino e un cowboy, Newton Knight è ovviamente il fulcro della pellicola e nonostante Free State of Jones patisca una lunghezza eccessiva e un punto di vista univoco, non c'è dubbio che il personaggio sia in grado di coinvolgere lo spettatore col suo carisma e col suo sguardo indignato. Questo è quindi uno di quei casi in cui si può ben dire che un attore regge da solo un intero film: in barba alla presenza di un cast composto da ottimi attori e caratteristi, a spiccare su tutti è Matthew McConaughey, convincente sia nei panni del dottore dimesso che in quelli del combattivo proprietario terriero, nei momenti in cui gli tocca anticipare l'occhio spiritato di Randall Flagg e in quelli dove alla foga vendicativa si sostituisce la natura quasi solenne di un padre fondatore. E' anche vero che accanto a Matthew non spiccano altri nomi particolarmente eccellenti, anzi, viene un po' da sorridere perché praticamente mezzo cast di 12 anni schiavo è finito ad ingrossare le fila dei co-protagonisti e buona parte dei discendenti del vero Newton Knight ha ottenuto una particina nel film, comunque Free State of Jones mi è parso ben recitato e nel complesso anche ben diretto, sia nelle parti statiche che in quelle dinamiche, pur essendo privo di sequenze particolarmente memorabili. A mio avviso, il difetto più grande del film (che pur mi è piaciuto) è la sua natura un po' didascalica e, come si diceva sopra, disomogenea, cosa che non mi ha portata ad entusiasmarmi per le vicende narrate, come accade di solito con questo genere di pellicole, né a farmi venire voglia di saperne di più su Newton Knight e questo singolare episodio di storia americana. Sarà mica che dopo Silence pretendo una perfezione e una profondità fuori dal comune? Può essere. A prescindere, se vi piace il genere, un'occhiata a Free State of Jones la consiglio!
Del regista e co-sceneggiatore Gary Ross ho già parlato QUI. Matthew McConaughey (Newton Knight), Gugu Mbatha-Raw (Rachel), Mahershala Ali (Moses) e Sean Bridgers (Will Sumrall) li trovate invece ai rispettivi link.
Keri Russell interpreta Serena. Americana, ha partecipato a film come Tesoro, mi si è allargato il ragazzino, Mission: Impossible III, Dark Skies - Oscure presenze, Apes Revolution - Il pianeta delle scimmie e a serie quali Scrubs. Ha 41 anni.
Se Free State of Jones vi fosse piaciuto recuperate 12 anni schiavo, Lincoln e The Birth of a Nation (che devo ancora vedere). ENJOY!
Trama: nel corso della guerra di secessione, il medico da campo Newton Knight decide di disertare per difendere i contadini dalle ingiuste richieste dei Confederati, unendo sotto la stessa bandiera di libertà bianchi e neri...
Quando gli Oscar si avvicinano cominciano a spuntare come funghi film più o meno "patriottici", o comunque legati a doppio filo ad una parte di storia Americana, possibilmente quella scomoda legata a schiavismo, guerre e tensioni razziali. Non è esente da questo cliché Free State of Jones che racconta, come da titolo, la rapida nascita e declino del cosiddetto "Stato libero di Jones", in cui un gruppo di contadini ribelli era riuscito ad affrancarsi dalle ingiuste leggi della Confederazione e a creare una sorta di paradiso dove i poveri potevano tenersi i frutti del loro duro lavoro e dove bianchi e neri collaboravano apparentemente senza conflitti. Apparentemente, ovvio, ché al primo segno di cambiamento presidenziale una delle leggi su cui si fondava lo staterello (o sarebbe meglio dire contea?), ovvero quella che recitava "siamo tutti uomini, senza distinzione", ha cominciato a venire ignorata da quelli che erano fondamentalmente un branco di redneck burini i quali, una volta finita la guerra e riottenuto quello che volevano, hanno mandato al diavolo Knight e tutti i suoi amici di colore, gettando i semi del Ku Klux Clan nella felicissima terra del Mississippi. Nelle quasi due ore e mezza di film, Gary Ross infila quindi tutte le contraddizioni del sud degli Stati Uniti, tra poveracci che combattono i ricconi possidenti e contemporaneamente il nemico nordista, tra contadini che hanno praticamente gli stessi non-diritti degli schiavi di colore e che tuttavia li odiano, offrendo il ritratto di un popolo pavido, umorale e retrogrado (l'eredità razzista del sud si ripercuoterà ottant'anni dopo su un pro-nipote di Knight, per un ottavo di colore, ma l'uomo riuscirà ad evitare il carcere per timore di ritorsioni da parte della Corte Suprema) e di un eroe duro e puro costretto a combattere contro i mulini a vento dell'ignoranza e della paura. La storia funziona, nonostante un senso di "incompletezza" e confusione dato dall'eccessiva attenzione conferita alla parte iniziale, quella in cui i ribelli dimorano in paludi trasformate a poco a poco in zona residenziale, alla quale si affiancano sei o sette postille finali che paiono appiccicate con lo sputo perché "bisognava raccontarle ma non ci stavano più" e perché sono appunto funzionali ai flash forward che mostrano il già citato pro-nipote di Knight.
Incrocio tra Robin Hood, un padre pellegrino e un cowboy, Newton Knight è ovviamente il fulcro della pellicola e nonostante Free State of Jones patisca una lunghezza eccessiva e un punto di vista univoco, non c'è dubbio che il personaggio sia in grado di coinvolgere lo spettatore col suo carisma e col suo sguardo indignato. Questo è quindi uno di quei casi in cui si può ben dire che un attore regge da solo un intero film: in barba alla presenza di un cast composto da ottimi attori e caratteristi, a spiccare su tutti è Matthew McConaughey, convincente sia nei panni del dottore dimesso che in quelli del combattivo proprietario terriero, nei momenti in cui gli tocca anticipare l'occhio spiritato di Randall Flagg e in quelli dove alla foga vendicativa si sostituisce la natura quasi solenne di un padre fondatore. E' anche vero che accanto a Matthew non spiccano altri nomi particolarmente eccellenti, anzi, viene un po' da sorridere perché praticamente mezzo cast di 12 anni schiavo è finito ad ingrossare le fila dei co-protagonisti e buona parte dei discendenti del vero Newton Knight ha ottenuto una particina nel film, comunque Free State of Jones mi è parso ben recitato e nel complesso anche ben diretto, sia nelle parti statiche che in quelle dinamiche, pur essendo privo di sequenze particolarmente memorabili. A mio avviso, il difetto più grande del film (che pur mi è piaciuto) è la sua natura un po' didascalica e, come si diceva sopra, disomogenea, cosa che non mi ha portata ad entusiasmarmi per le vicende narrate, come accade di solito con questo genere di pellicole, né a farmi venire voglia di saperne di più su Newton Knight e questo singolare episodio di storia americana. Sarà mica che dopo Silence pretendo una perfezione e una profondità fuori dal comune? Può essere. A prescindere, se vi piace il genere, un'occhiata a Free State of Jones la consiglio!
Del regista e co-sceneggiatore Gary Ross ho già parlato QUI. Matthew McConaughey (Newton Knight), Gugu Mbatha-Raw (Rachel), Mahershala Ali (Moses) e Sean Bridgers (Will Sumrall) li trovate invece ai rispettivi link.
Keri Russell interpreta Serena. Americana, ha partecipato a film come Tesoro, mi si è allargato il ragazzino, Mission: Impossible III, Dark Skies - Oscure presenze, Apes Revolution - Il pianeta delle scimmie e a serie quali Scrubs. Ha 41 anni.
Se Free State of Jones vi fosse piaciuto recuperate 12 anni schiavo, Lincoln e The Birth of a Nation (che devo ancora vedere). ENJOY!
venerdì 23 giugno 2017
Una doppia verità (2016)
Vai a sapere perché, al cinema ero rimasta intrigata dal trailer di Una doppia verità (The Whole Truth), diretto nel 2016 dalla regista Courtney Hunt. Sono così corsa a vederlo e il risultato è stato MEH a tal punto che non scriverò più di un paragrafo (tanto è estate, chi ha voglia di leggere recensioni?).
Trama: il giovane Mike viene accusato di avere ucciso il padre violento e l'avvocato di famiglia si assume l'incarico di difenderlo durante il processo per omicidio.
I cosiddetti courtroom movie possono essere una brutta bestia. Interamente ambientati, come da definizione, all'interno di un tribunale, quello che si richiede loro è di intrattenere lo spettatore, coinvolgerlo nel caso che viene messo in scena, spingerlo a parteggiare per gli avvocati protagonisti, instillare il dubbio riguardo la presunta innocenza o colpevolezza dell'imputato, in pratica deve fare venire voglia di seguire un processo. Una doppia verità ci riesce, duole dirlo, solo per i primi cinque minuti. E' infatti PALESE che Mike, accusato di omicidio, non abbia ucciso il padre manesco e stronzo, il problema è che sono passati anni da L'avvocato del diavolo e Keanu Reeves come avvocato è oggi mollo come la panissa. Come si evince dal trailer, tutti mentono all'interno di Una doppia verità, e la monocorde voce narrante del vecchio Keanu vorrebbe prendere per mano lo spettatore e fargli da guida tra testimoni bugiardi, inutili assistenti accusate di essere delle folli stalker (il personaggio di Gugu Mbatha-Raw probabilmente vince il Premio Inutilità 2017) e accusati che si rifiutano giustamente di parlare, mentre dei flashback dal passato ci mostrano come Boone, interpretato da un Jim Belushi sempre più vicino a diventare l'erede della bonanima di James Gandolfini, fosse un uomo di merda meritevole di venire ucciso; il risultato è una noia mortale, appiattita da una regia che non sa di nulla ed enfatizzata dalla visione di una Renée Zellweger tirata ed inguardabile come non mai. Per carità, tanto di cappello al twist finale, con tirata d'orecchi agli spoilerosi titolisti italiani capaci di vanificare un trailer fatto bene, però si riesce ad arrivare fino in fondo giusto grazie al metraggio corto della pellicola, ché se avessero girato uno dei soliti mattoni da due ore e fischia non so neppure se sarei rimasta sveglia per capire, alla fine, chi avesse ficcato il coltello in petto a Boone. Il Bolluomo, appassionato di casi giudiziari, ha decretato migliore una puntata di Un giorno in pretura, e sì che avevo scelto questo film apposta per lui! Meglio indirizzarlo verso American Crime Story!
Di Keanu Reeves (Ramsey), Gugu Mbatha - Raw (Janelle), Jim Belushi (Boone) e Sean Bridgers (Arthur Westin) ho parlato ai rispettivi link.
Courtney Hunt è la regista della pellicola. Americana, è al suo secondo lungometraggio, il primo è stato Frozen River - Fiume di ghiaccio. Anche sceneggiatrice, ha 53 anni.
Renée Zellweger interpreta Loretta. Americana, la ricordo per film come Giovani, carini e disoccupati, Love e una .45, Non aprite quella porta IV, Jerry Maguire, Betty Love, Io, me & Irene, Il diario di Bridget Jones, Chicago, Ritorno a Cold Mountain (che le è valso l'Oscar come migliore attrice non protagonista), Che pasticcio, Bridget Jones! e Bridget Jones's Baby; come doppiatrice, ha lavorato in Shark Tale e Mostri contro alieni. Anche produttrice e sceneggiatrice, ha 48 anni e due film in uscita.
Gabriel Basso, che interpreta Mike, era uno dei ragazzini di Super 8. L'attore Daniel Craig avrebbe dovuto interpretare Ramsey ma si è tirato indietro quattro giorni prima dell'inizio delle riprese mentre Lupita Nyong'o si è fatta soffiare il ruolo di Janelle da Gugu Mbatha-Raw. Se vi piace questo genere di film provate a guardare Schegge di paura, Sotto accusa, Philadelphia, Codice d'onore e magari anche Mio cugino Vincenzo. ENJOY!
Trama: il giovane Mike viene accusato di avere ucciso il padre violento e l'avvocato di famiglia si assume l'incarico di difenderlo durante il processo per omicidio.
I cosiddetti courtroom movie possono essere una brutta bestia. Interamente ambientati, come da definizione, all'interno di un tribunale, quello che si richiede loro è di intrattenere lo spettatore, coinvolgerlo nel caso che viene messo in scena, spingerlo a parteggiare per gli avvocati protagonisti, instillare il dubbio riguardo la presunta innocenza o colpevolezza dell'imputato, in pratica deve fare venire voglia di seguire un processo. Una doppia verità ci riesce, duole dirlo, solo per i primi cinque minuti. E' infatti PALESE che Mike, accusato di omicidio, non abbia ucciso il padre manesco e stronzo, il problema è che sono passati anni da L'avvocato del diavolo e Keanu Reeves come avvocato è oggi mollo come la panissa. Come si evince dal trailer, tutti mentono all'interno di Una doppia verità, e la monocorde voce narrante del vecchio Keanu vorrebbe prendere per mano lo spettatore e fargli da guida tra testimoni bugiardi, inutili assistenti accusate di essere delle folli stalker (il personaggio di Gugu Mbatha-Raw probabilmente vince il Premio Inutilità 2017) e accusati che si rifiutano giustamente di parlare, mentre dei flashback dal passato ci mostrano come Boone, interpretato da un Jim Belushi sempre più vicino a diventare l'erede della bonanima di James Gandolfini, fosse un uomo di merda meritevole di venire ucciso; il risultato è una noia mortale, appiattita da una regia che non sa di nulla ed enfatizzata dalla visione di una Renée Zellweger tirata ed inguardabile come non mai. Per carità, tanto di cappello al twist finale, con tirata d'orecchi agli spoilerosi titolisti italiani capaci di vanificare un trailer fatto bene, però si riesce ad arrivare fino in fondo giusto grazie al metraggio corto della pellicola, ché se avessero girato uno dei soliti mattoni da due ore e fischia non so neppure se sarei rimasta sveglia per capire, alla fine, chi avesse ficcato il coltello in petto a Boone. Il Bolluomo, appassionato di casi giudiziari, ha decretato migliore una puntata di Un giorno in pretura, e sì che avevo scelto questo film apposta per lui! Meglio indirizzarlo verso American Crime Story!
Di Keanu Reeves (Ramsey), Gugu Mbatha - Raw (Janelle), Jim Belushi (Boone) e Sean Bridgers (Arthur Westin) ho parlato ai rispettivi link.
Courtney Hunt è la regista della pellicola. Americana, è al suo secondo lungometraggio, il primo è stato Frozen River - Fiume di ghiaccio. Anche sceneggiatrice, ha 53 anni.
Renée Zellweger interpreta Loretta. Americana, la ricordo per film come Giovani, carini e disoccupati, Love e una .45, Non aprite quella porta IV, Jerry Maguire, Betty Love, Io, me & Irene, Il diario di Bridget Jones, Chicago, Ritorno a Cold Mountain (che le è valso l'Oscar come migliore attrice non protagonista), Che pasticcio, Bridget Jones! e Bridget Jones's Baby; come doppiatrice, ha lavorato in Shark Tale e Mostri contro alieni. Anche produttrice e sceneggiatrice, ha 48 anni e due film in uscita.
Gabriel Basso, che interpreta Mike, era uno dei ragazzini di Super 8. L'attore Daniel Craig avrebbe dovuto interpretare Ramsey ma si è tirato indietro quattro giorni prima dell'inizio delle riprese mentre Lupita Nyong'o si è fatta soffiare il ruolo di Janelle da Gugu Mbatha-Raw. Se vi piace questo genere di film provate a guardare Schegge di paura, Sotto accusa, Philadelphia, Codice d'onore e magari anche Mio cugino Vincenzo. ENJOY!
martedì 1 marzo 2016
Room (2015)
Nel momento in cui sto scrivendo queste righe la Notte degli Oscar non c'è ancora stata e io sto tifando spudoratamente per Room, diretto nel 2015 da Lenny Abrahamson, tratto dal romanzo omonimo di Emma Donoghue e candidato a quattro premi Oscar (Miglior Film, Brie Larson Miglior Attrice Protagonista, Miglior Regia e Miglior Sceneggiatura Non Originale). Siccome però la mala distribución italiana ha deciso di fare uscire Room il 3 marzo ecco che ho scelto di pubblicare oggi la recensione di questo splendido film.
Trama: Jack è nato e cresciuto all'interno di una stanza, dove ha vissuto con la madre per cinque anni, convinto che il mondo esterno fosse solo fantasia. Un giorno però entrambi escono da quell'ambiente chiuso e il piccolo comincia a scoprire una realtà al tempo stesso eccitante e paurosa...
Spesso tendiamo a dimenticare che quello che siamo lo dobbiamo non solo al modo in cui ci hanno cresciuti ma anche all'ambiente in cui abbiamo vissuto da bambini, ai ricordi creati da piccoli oggetti all'apparenza insignificanti, da quello che ci hanno raccontato i nostri genitori, inculcandoci magari anche idee e preconcetti che poi abbiamo scoperto non corrispondere proprio alla realtà. Ovviamente, moltissime cose crescendo ce le lasciamo alle spalle ma credo che ciò che di importante abbiamo assorbito durante l'infanzia rimanga e contribuisca a formare il nostro carattere di adulti, condizionando anche scelte banali relative agli affetti, alla casa, al lavoro purtroppo no perché qui in Italia ognuno fa quel che trova se lo trova. Questo per dire che io, Erica Bolla, sono una persona fondamentalmente equilibrata perché ho avuto un'infanzia serena, passata in un posto di campagna, all'interno di una casa in affitto ma comunque carina, con due genitori assennati e severi il giusto, tuttavia ora mi scoppio quasi tutti i soldi in ca**ate probabilmente proprio perché i miei hanno rifiutato di assecondare moltissimi miei capricci, lasciandomi a sbavare sulle immense collezioni di My Little Pony, film Disney, Swatch e quant'altro delle amiche più abbienti/viziate e accontentandomi giusto a Natale ma mai come avrei voluto. Jack invece, povero piccino, è nato e cresciuto in una stanza. Anzi, in Stanza, come se si parlasse di una persona. E perché no? Quando un bambino conosce solamente una stanza chiusa e la sua unica compagnia è quella di Ma e dei pochi arredi di quel luogo, diventa quasi normale che un "animale" socievole qual è l'uomo decida inconsciamente di personificare degli oggetti, trasformandoli in compagni di gioco e amici. Soprattutto se Ma, per far sì che il figlio non si faccia troppe domande sulla propria condizione, gli racconta che le persone che si vedono in TV non sono reali e non esiste un mondo esterno a Stanza. Sinceramente, una condizione simile non posso neppure immaginarla, non riesco a mettermi nei panni di un bimbo che non sa assolutamente nulla della realtà al di fuori di una stanza, piuttosto posso arrivare a concepire un bambino nato e cresciuto libero in una foresta ma non un piccolino che conosce solo questa strana forma di cattività. Eppure, guardando Room si arriva a condividere in toto le sensazioni di Jack e quanto diventano assurdamente plausibili i suoi pensieri rivolti a quel mondo estraneo, troppo veloce e confuso, affascinante e spaventevole allo stesso tempo, quanto dolorosamente comprensibile il suo desiderio di tornare a rifugiarsi nella Stanza mentre Ma si lascia sopraffare dalla disperazione, dalla vergogna e dal rimpianto!
Room è un film che si insinua sottopelle e si prefigge di rimanere nel cuore dello spettatore a lungo, così come lo sguardo diffidente e spaventato di Jack, bimbo coinvolto in una vicenda incomprensibile ed ingiusta. Il piccolo Jacob Tremblay è favoloso, all'età di dieci anni sarebbe stato in grado di sbaragliare tutti i suoi colleghi più grandi, se solo gli avessero concesso l'onore di una candidatura all'Oscar in una kermesse che mai come quest'anno mi è sembrata tanto stupida e gestita da incompetenti. Il legame tra Jack e Ma è di quelli in grado di spezzare il cuore, poiché costringe lo spettatore a dividersi tra comprensibili moti di affetto verso un bambino tanto sfortunato e un'enorme empatia nei confronti di una donna costretta a prendere decisioni difficili e discutibili; la giovane Joy, questo il nome di Ma (e per pietà mi viene male al pensiero che lo stesso nome lo condivida un personaggio interpretato da un'altra attrice che a Brie Larson non è neppure degna di leccare le scarpe!), si comporta in maniera egoista, isterica e spesso ingiusta ma chi non reagirebbe come lei in una situazione simile? Come ci si può guardare allo specchio dopo aver perso gli anni migliori della propria vita e come si può non soccombere al senso di colpa quando qualche malelingua insinua nella nostra mente dei dubbi orribili? Di fronte a questi personaggi semplici ma a modo loro grandiosi parrebbe quasi superfluo guardare alla regia, invece Lenny Abrahamson riesce nel miracolo di trasformare un ambiente potenzialmente monotono come quello di una stanza in un mondo tutto da scoprire, quasi un universo infinito; il trucco è concentrarsi sui personaggi, lasciando il resto sullo sfondo sfocato, ingannando lo spettatore quel tanto che basta prima di ricatapultarlo all'interno di quelle quattro, soffocanti pareti, e colpirlo nuovamente con la fatidica domanda: perché Ma e Jack non escono da lì? Non starà a me dirvelo, fa tutto parte del gioco. Il mistero sulla condizione di Jack ci porta a farci le stesse sue domande e a guardare con diffidenza non solo quegli elementi perturbanti celati all'interno di Stanza ma anche la stessa Joy, precipitandoci nell'incertezza e nella confusione, anche quando l'azione si sposta in quel mondo esterno filtrato dagli occhi azzurri del bambino. Perché non sempre la libertà coincide con una felicità immediata, non quando il mondo che NOI conosciamo può risultare alieno ed inquietante quanto un pianeta lontano. Lasciate che Jack vi catturi e cercate di guardare questa realtà familiare e tranquilla attraverso ai suoi occhioni: non la dimenticherete più, fidatevi.
Del regista Lenny Abrahamson ho già parlato QUI. Joan Allen (Nancy) e William H. Macy (Robert) li trovate invece ai rispettivi link.
Brie Larson (vero nome Brianne Sidonie Desaulniers) interpreta Ma. Americana, ha partecipato a film come Scott Pilgrim vs. The World, Don Jon e a serie come Ghost Whisperer. Anche sceneggiatrice, regista e compositrice, ha 27 anni e quattro film in uscita.
Sean Bridgers interpreta Old Nick. Americano, ha partecipato a film come Grano rosso sangue II: Sacrificio finale, Nell, The Woman, Dark Places - Nei luoghi oscuri, L'ultima parola - La vera storia di Dalton Trumbo e a serie come Criminal Minds, Cold Case, CSI e Bones. Anche regista, sceneggiatore e produttore, ha 46 anni e tre film in uscita.
Emma Watson, Rooney Mara e Shailene Woodley, assieme a Brie Larson, erano state tutte prese in considerazione per il ruolo di Ma, tuttavia alla fine la "gara" si è ridotta ad essere tra la Woodley e la Larson, risolvendosi felicemente (e per fortuna!!) per quest'ultima. Sinceramente, se Room vi fosse piaciuto non saprei cos'altro consigliarvi di vedere quindi posso solo dirvi di cercare e leggere il romanzo di Emma Donoghue, intitolato in Italia Stanza, letto, armadio, specchio. ENJOY!
Trama: Jack è nato e cresciuto all'interno di una stanza, dove ha vissuto con la madre per cinque anni, convinto che il mondo esterno fosse solo fantasia. Un giorno però entrambi escono da quell'ambiente chiuso e il piccolo comincia a scoprire una realtà al tempo stesso eccitante e paurosa...
Spesso tendiamo a dimenticare che quello che siamo lo dobbiamo non solo al modo in cui ci hanno cresciuti ma anche all'ambiente in cui abbiamo vissuto da bambini, ai ricordi creati da piccoli oggetti all'apparenza insignificanti, da quello che ci hanno raccontato i nostri genitori, inculcandoci magari anche idee e preconcetti che poi abbiamo scoperto non corrispondere proprio alla realtà. Ovviamente, moltissime cose crescendo ce le lasciamo alle spalle ma credo che ciò che di importante abbiamo assorbito durante l'infanzia rimanga e contribuisca a formare il nostro carattere di adulti, condizionando anche scelte banali relative agli affetti, alla casa, al lavoro purtroppo no perché qui in Italia ognuno fa quel che trova se lo trova. Questo per dire che io, Erica Bolla, sono una persona fondamentalmente equilibrata perché ho avuto un'infanzia serena, passata in un posto di campagna, all'interno di una casa in affitto ma comunque carina, con due genitori assennati e severi il giusto, tuttavia ora mi scoppio quasi tutti i soldi in ca**ate probabilmente proprio perché i miei hanno rifiutato di assecondare moltissimi miei capricci, lasciandomi a sbavare sulle immense collezioni di My Little Pony, film Disney, Swatch e quant'altro delle amiche più abbienti/viziate e accontentandomi giusto a Natale ma mai come avrei voluto. Jack invece, povero piccino, è nato e cresciuto in una stanza. Anzi, in Stanza, come se si parlasse di una persona. E perché no? Quando un bambino conosce solamente una stanza chiusa e la sua unica compagnia è quella di Ma e dei pochi arredi di quel luogo, diventa quasi normale che un "animale" socievole qual è l'uomo decida inconsciamente di personificare degli oggetti, trasformandoli in compagni di gioco e amici. Soprattutto se Ma, per far sì che il figlio non si faccia troppe domande sulla propria condizione, gli racconta che le persone che si vedono in TV non sono reali e non esiste un mondo esterno a Stanza. Sinceramente, una condizione simile non posso neppure immaginarla, non riesco a mettermi nei panni di un bimbo che non sa assolutamente nulla della realtà al di fuori di una stanza, piuttosto posso arrivare a concepire un bambino nato e cresciuto libero in una foresta ma non un piccolino che conosce solo questa strana forma di cattività. Eppure, guardando Room si arriva a condividere in toto le sensazioni di Jack e quanto diventano assurdamente plausibili i suoi pensieri rivolti a quel mondo estraneo, troppo veloce e confuso, affascinante e spaventevole allo stesso tempo, quanto dolorosamente comprensibile il suo desiderio di tornare a rifugiarsi nella Stanza mentre Ma si lascia sopraffare dalla disperazione, dalla vergogna e dal rimpianto!
Room è un film che si insinua sottopelle e si prefigge di rimanere nel cuore dello spettatore a lungo, così come lo sguardo diffidente e spaventato di Jack, bimbo coinvolto in una vicenda incomprensibile ed ingiusta. Il piccolo Jacob Tremblay è favoloso, all'età di dieci anni sarebbe stato in grado di sbaragliare tutti i suoi colleghi più grandi, se solo gli avessero concesso l'onore di una candidatura all'Oscar in una kermesse che mai come quest'anno mi è sembrata tanto stupida e gestita da incompetenti. Il legame tra Jack e Ma è di quelli in grado di spezzare il cuore, poiché costringe lo spettatore a dividersi tra comprensibili moti di affetto verso un bambino tanto sfortunato e un'enorme empatia nei confronti di una donna costretta a prendere decisioni difficili e discutibili; la giovane Joy, questo il nome di Ma (e per pietà mi viene male al pensiero che lo stesso nome lo condivida un personaggio interpretato da un'altra attrice che a Brie Larson non è neppure degna di leccare le scarpe!), si comporta in maniera egoista, isterica e spesso ingiusta ma chi non reagirebbe come lei in una situazione simile? Come ci si può guardare allo specchio dopo aver perso gli anni migliori della propria vita e come si può non soccombere al senso di colpa quando qualche malelingua insinua nella nostra mente dei dubbi orribili? Di fronte a questi personaggi semplici ma a modo loro grandiosi parrebbe quasi superfluo guardare alla regia, invece Lenny Abrahamson riesce nel miracolo di trasformare un ambiente potenzialmente monotono come quello di una stanza in un mondo tutto da scoprire, quasi un universo infinito; il trucco è concentrarsi sui personaggi, lasciando il resto sullo sfondo sfocato, ingannando lo spettatore quel tanto che basta prima di ricatapultarlo all'interno di quelle quattro, soffocanti pareti, e colpirlo nuovamente con la fatidica domanda: perché Ma e Jack non escono da lì? Non starà a me dirvelo, fa tutto parte del gioco. Il mistero sulla condizione di Jack ci porta a farci le stesse sue domande e a guardare con diffidenza non solo quegli elementi perturbanti celati all'interno di Stanza ma anche la stessa Joy, precipitandoci nell'incertezza e nella confusione, anche quando l'azione si sposta in quel mondo esterno filtrato dagli occhi azzurri del bambino. Perché non sempre la libertà coincide con una felicità immediata, non quando il mondo che NOI conosciamo può risultare alieno ed inquietante quanto un pianeta lontano. Lasciate che Jack vi catturi e cercate di guardare questa realtà familiare e tranquilla attraverso ai suoi occhioni: non la dimenticherete più, fidatevi.
Del regista Lenny Abrahamson ho già parlato QUI. Joan Allen (Nancy) e William H. Macy (Robert) li trovate invece ai rispettivi link.
Brie Larson (vero nome Brianne Sidonie Desaulniers) interpreta Ma. Americana, ha partecipato a film come Scott Pilgrim vs. The World, Don Jon e a serie come Ghost Whisperer. Anche sceneggiatrice, regista e compositrice, ha 27 anni e quattro film in uscita.
Sean Bridgers interpreta Old Nick. Americano, ha partecipato a film come Grano rosso sangue II: Sacrificio finale, Nell, The Woman, Dark Places - Nei luoghi oscuri, L'ultima parola - La vera storia di Dalton Trumbo e a serie come Criminal Minds, Cold Case, CSI e Bones. Anche regista, sceneggiatore e produttore, ha 46 anni e tre film in uscita.
Emma Watson, Rooney Mara e Shailene Woodley, assieme a Brie Larson, erano state tutte prese in considerazione per il ruolo di Ma, tuttavia alla fine la "gara" si è ridotta ad essere tra la Woodley e la Larson, risolvendosi felicemente (e per fortuna!!) per quest'ultima. Sinceramente, se Room vi fosse piaciuto non saprei cos'altro consigliarvi di vedere quindi posso solo dirvi di cercare e leggere il romanzo di Emma Donoghue, intitolato in Italia Stanza, letto, armadio, specchio. ENJOY!
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