martedì 18 ottobre 2022

Videodrome (1983)

Oggi comincia il ToHorror Film Fest e il film d'inaugurazione della rassegna sarà la versione restaurata dalla Cineteca di Bologna di Videodrome, diretto e sceneggiato nel 1983 dal regista David Cronenberg. Io stasera purtroppo non potrò essere presente ma parlerò lo stesso del film, visto (sempre in questa splendida versione restaurata) a Savona in occasione della Festa del Cinema.


Trama: Max Renn è lo spregiudicato proprietario di un'emittente televisiva specializzata in programmi pornografici ed ultraviolenti. Un giorno incappa in una trasmissione pirata denominata Videodrome e da quel momento la sua percezione della realtà diventa un crogiolo di inquietanti allucinazioni...


Sarà un bel casino parlare di Videodrome, perché anche se non è il film horror che preferisco (ma è nella top 5) è comunque il mio Cronenberg del cuore, e non vorrei scrivere delle banalità scaturite dall'ansia da prestazione. Credo di averlo guardato, doppiato e in v.o., in VHS, DVD e finalmente al cinema, almeno una dozzina di volte, e ad ogni visione mi sembra di fruire di un film sempre nuovo, zeppo di dettagli che avevo perso o dimenticato; allo stesso tempo, Videodrome mi fa l'effetto di una sanguinolenta, schifida ma confortevole coperta, che mi accoglie e repelle in un modo tutto particolare, lasciandomi comunque sempre a bocca aperta (come può testimoniare il mio sconosciuto vicino di poltrona, che immagino sia rimasto perplesso a vedermi lì, in silenzio, con gli occhi sgranati e il sorriso da ebete per quasi due ore). Questa sensazione di repulsione è comprensibile, perché non solo l'argomento trattato è "scomodo", ma sono gli stessi protagonisti che tendono ad allontanare lo spettatore. Prendiamo Max Renn, "graziato" dalla faccia ambigua e per nulla "aperta" di James Woods, antieroe dai tratti somatici particolarissimi, se mai ce n'è stato uno. Seguire l'ordalia di Max significa parteggiare per uomo senza scrupoli, spregiudicato sul lavoro al punto da solleticare i più bassi istinti degli spettatori della sua emittente televisiva, nonché pronto ad assecondare le voglie masochiste della sua amante; se già da subito non è facile empatizzare con Max, le cose peggiorano ulteriormente man mano che il film prosegue, perché l'uomo viene costretto a subire tutto ciò che gli accade dal momento in cui viene esposto a Videodrome, perdendo dapprima il controllo della realtà che lo circonda, per poi arrivare a smarrire persino la coscienza di sé, cancellata come un nastro dalla riprogrammazione di Convex prima e Bianca poi. Non essendo dotato della stoffa dell'eroe, probabilmente è più semplice vedere Max come l'uomo comune, imperfetto e persino antipatico, al quale potrebbe succedere di venire inghiottito da una tecnologia spietata, da un potere superiore che mira a depersonalizzare ancora di più l'essere umano e sfruttarlo per scopi imperscrutabili.


Nel 2022, purtroppo, la visione modernissima di Cronenberg si è realizzata. Videodrome non ci ha fatto crescere nuovi organi scambiati per tumori (o viceversa), tuttavia ciò che vediamo sugli schermi dei cellulari è diventata la nuova realtà, in grado di tenerci tutti connessi, come viene promesso ai senzatetto ospiti della Chiesa Catodica, e di cambiare letteralmente la nostra percezione della stessa, tanto che anche le verità assodate risultano incerte per chi non ha più nemmeno voglia di aprire un libro. I messaggi più efficaci (pensate ai partiti politici che hanno acquisito prestigio negli ultimi anni, che da una parte esaltano l'autodifesa armata ma dall'altra urlano all'orrore davanti a coppie dello stesso sesso...) sono quelli che parlano alla pancia delle persone e sollecitano quella naturale, perversa fascinazione nei confronti del "proibito" che abbiamo più o meno tutti, oppure quelli che tentano di negarla a tutti i costi; allo stesso modo, le due organizzazioni presenti in Videodrome arrivano a contendersi l'anima di Max e, per estensione, il dominio su un mondo da plasmare attraverso le mutazioni indotte dal tubo catodico. Sia Convex, col suo desiderio di cancellare le perversioni, che gli O' Blivion, che mirano a fare evolvere l'umanità in qualcosa di "nuovo", sono ugualmente deprecabili sia nei loro mezzi che negli intenti ed è questa loro natura prevaricante a mettere angoscia e a rendere le cifre stilistiche di Cronenberg ancora più efficaci e disgustose.


Grazie agli effetti speciali di Rick Baker, le visioni del regista si concretizzano con una lucidità incredibile, consegnando a generazioni di amanti dell'horror immagini cult come televisori e videocassette che non solo respirano, ma diventano soprattutto l'incarnazione voluttuosa e tangibile della fascinazione verso la violenza e il sesso, veicolati dall'unico modo per averli senza incorrere in punizioni, ovvero i video pirata. Le videocassette "senzienti" di Videodrome penetrano, letteralmente, chi non è capace di sottrarsi ai propri istinti come Max e Nicky, privandoli ironicamente di ciò che li rendeva peculiari e riducendoli a mere macchine, alla faccia della "nuova carne" decantata da O' Blivion e figlia, e tra un'allucinazione e l'altra è proprio la realtà stessa raccontata nel film ad assomigliare tristemente a un video d'annata, tanto che risulta difficile distinguere ciò che è vero da ciò che non lo è. Ad aumentare ancora di più la sensazione di straniamento, infatti, come se non bastasse la già citata ambiguità di James Woods (ma anche di Debbie Harry, talmente sensuale da risultare irreale), ci si mettono anche una fotografia la cui palette di marroni e grigi, intervallata da sprazzi di vivido rosso o dall'azzurrino del tubo catodico, trasmette l'idea di una società squallida e allo sbando anche senza l'intervento di Videodrome, e la colonna sonora di Howard Shore, la cui solennità quasi religiosa viene alterata dai suoni del sintetizzatore, che la rendono ancora più cupa ed inquietante. Basta, ho sproloquiato troppo e mi rendo conto di non avere né i mezzi né le competenze per rendere onore a Videodrome come vorrei, quindi datemi solo retta come si fa con gli scemi e correte a vedere il film al ToHorror. Se non lo avete mai guardato sarà un'esperienza devastante, se invece lo conoscete e lo amate come me sarà un bel modo di innamorarsi di nuovo! E, come sempre... Lunga vita alla nuova carne!
 

Del regista e sceneggiatore David Cronenberg ho già parlato QUI. James Woods (Max Renn) e Debbie Harry (Nicky Brand) li trovate invece ai rispettivi link.


Peter Dvorsky, che interpreta Harlan, avrebbe poi partecipato a un altro film diretto da Cronenberg, La zona morta, assieme a Leslie Carson (Barry Convex), che è comparso anche ne La mosca, sempre diretto da Cronenberg. Se Videodrome vi fosse piaciuto recuperate Il demone sotto la pelle, Rabid - Sete di sangue, Brood - La covata malefica eXistenZ e Crimes of the Future. ENJOY!

venerdì 14 ottobre 2022

Smile (2022)

Non gli avrei dato un centesimo. E invece Smile, diretto e sceneggiato dal regista Parker Finn, mi ha terrorizzata.


Trama: dopo il violento suicidio di una paziente, la psichiatra Rose comincia ad essere perseguitata da un'entità malevola...


Okay, rimettiamo un po' le cose in prospettiva. Sono andata a vedere Smile aspettandomi una sòla, una roba orribile e per ragazzetti in stile Obbligo o verità o qualunque altro film horror brutto con minchiette sorridenti in quanto possedute. E' verosimile, dunque, che il mio apprezzamento verso la pellicola sia cresciuto proprio in virtù di queste scarse aspettative, almeno per quanto riguarda la trama, che ho trovato decisamente angosciante; abbiamo, similmente a It Follows, una maledizione incarnata da un "qualcosa" che perseguita chi ne è afflitto e che prende la forma di persone normali, sconosciute o meno, le quali cicciano fuori armate di sorriso agghiacciante nei momenti meno opportuni, ma in questo caso la maledizione si scatena non tramite i rapporti sessuali, bensì tramite i suicidi. Questa è la svolta "adulta" della trama, che sottolinea quanto sia facile non solo perdere il controllo della propria esistenza a causa di un trauma orribile, ma anche quanto sia arduo venire accettati da chi ci circonda quando la malattia, in questo caso quella mentale o presunta tale, comincia a mordere con ferocia, trasformandoci da membri "rispettabili" della società in reietti da scansare con sguardi di commiserazione. Rose, la protagonista di Smile, è una psichiatra stacanovista, che mette i pazienti davanti a tutto il resto, è un modello di compostezza e professionalità. Assistere alla sua progressiva trasformazione in una pazza urlante, distrutta dall'ansia e dal terrore, abbandonata da famiglia e fidanzato, privata della sua rispettabilità di professionista, è una delle cose più angoscianti viste al cinema quest'anno, soprattutto quando l'apparente follia di Rose la porta a fare del male, inconsapevolmente, a chi le è più caro (parliamo del colpo di scena meglio gestito del film, una cosa che si capisce pochissimi istanti prima della rivelazione e che ammazza lo spettatore a causa della sua ineluttabilità). Probabilmente, uno dei motivi per cui Smile ha avuto così tanto effetto su di me è la possibilità, rara in un horror recente, di empatizzare totalmente con la protagonista; vero è che nessuno ha mai provato (spero!) l'ansia di venire perseguitati da un'entità maligna, ma di sicuro a molti sarà capitato di provare il terrore di essere bloccati in una situazione senza via d'uscita e di non riuscire a far capire agli altri l'entità della paura che proviamo, anche per questioni che per tante persone sono di facile soluzione o di nessun interesse, e per questo gli sfoghi di rabbia e dolore di Rose mi hanno portato più volte sull'orlo del magone.


Magonata com'ero, anche perché, diciamolo, tanto tranquilla in questo periodo non sono, sono diventata anche più permeabile all'elemento horror, che a me è sembrato gestito in maniera egregia. Parker Finn è al suo primo film ed è stupefacente come riesca, alla faccia di registi anche più "esperti", ad introdurci fin dall'inizio all'interno di un'atmosfera di totale disagio, con la macchina da presa che, spesso, prende il punto di vista di "qualcosa" che, dall'esterno, governa in qualche modo la vita della protagonista privandola del libero arbitrio, designandola come vittima neppure troppo casuale, all'inizio, e in seguito togliendole ogni sicurezza quando la sua casa si trasforma in un terrificante crogiolo di anfratti bui, ombre sospette e suoni inquietanti. E' un mondo alla rovescia quello catturato dalla cinepresa di Finn, fatto di panoramiche che sfidano lo spettatore a scorgere l'elemento dissonante, oppure di inquadrature che piano piano si chiudono sulla protagonista togliendole ogni via di scampo, e nonostante il regista non faccia granché affidamento sui jump scares classici, la combinazione mortale tra montaggio e colonna sonora (particolarmente inquietante ed insidiosa) offre salti sulla sedia assicurati. Sarà che ero abbastanza logorata, ma anche sul finale, quando l'entità si palesa in tutta la sua bruttezza, l'ho trovata particolarmente spaventosa a discapito dell'abbondante CGI che, di solito, mi fa cadere ogni sentimento, e nel tornare a casa ho corso nelle strade buie come non mi capitava da qualche anno (tra l'altro sono invecchiata male, avevo il fiatone), temendo di trovarmela dietro qualche angolo o portone. Come avrete capito, ho apprezzato moltissimo anche la protagonista, la cui metamorfosi nel corso del film è davvero sorprendente, e mi sono stupita di non essermi mai accorta prima di Sosie Bacon, pur avendo visto qualcuna delle opere in cui è comparsa, mentre il resto del cast, pur essendo apprezzabile, non conta nessuno in grado di rubarle la scena. In soldoni, Smile è un film che consiglio e che, molto probabilmente, entrerà nella mia top 5 di fine anno, ma siccome sto leggendo molti pareri contrastanti devo essere sincera ed ammettere di non sapere se è davvero un film efficace o se ero io, martedì sera, particolarmente "permeabile" all'ansia. Provatelo e fatemi sapere! 


Di Kyle Gallner (Joel), Caitlin Stasey (Laura Weaver) e Kal Penn (Dr. Morgan Desai) ho già parlato ai rispettivi link. 

Parker Finn è il regista e sceneggiatore della pellicola, al suo primo lungometraggio. Americano, è anche produttore.


Sosie Bacon interpreta Rose Cotter. Americana, figlia di Kevin Bacon, ha partecipato a film come Charlie Says e a serie quali Scream: La serie. Ha 30 anni e un film in uscita. 


Jessie T. Usher, che interpreta Trevor, è l'A-Train della serie The Boys. Il film si basa sul corto Laura Hasn't Slept, sempre diretto e sceneggiato da Parker Finn e avente per protagonista Caitlin Stasey. Se Smile vi fosse piaciuto, cercatelo e aggiungete It Follows. ENJOY!

mercoledì 12 ottobre 2022

Hellraiser (2022)

Lo si aspettava con un po' di trepidazione, quindi appena ho potuto ho cercato di guardare il nuovo Hellraiser, diretto dal regista David Bruckner.


Trama: una ragazza entra in possesso di un rompicapo capace di spalancare le porte di una dimensione infernale...


Non essendo un'esperta di Hellraiser, di cui credo di avere visto giusto il primo film della saga (oltre ad aver letto The Hellbound Heart di Clive Barker, che ha dato origine al mito dei supplizianti) e qualche pezzetto dei sequel, mi sono approcciata al reboot di David Bruckner senza particolari aspettative né pregiudizi e devo dire che la visione mi ha lasciata parecchio soddisfatta. La trama, frutto di una sceneggiatura a tre mani, prende solo spunto dal romanzo e dal film di Barker, per il resto va in una direzione completamente nuova, anche se non esattamente imprevedibile. La protagonista è un'ex tossicodipendente dalla vita sregolata, che all'improvviso si ritrova per le mani la famigerata Configurazione dei Lamenti o scatola/cubo di Lemarchand, un rompicapo in grado di richiamare i Cenobiti (o Supplizianti, chiamateli un po' come volete) dalla loro dimensione infernale; purtroppo per lei, negli anni '80 le creature si limitavano a torturare chi era tanto sventurato da risolvere il puzzle e poi se ne tornavano a casa, mentre in questo reboot l'oggetto ha sette configurazioni diverse e i Cenobiti stanno sul collo del momentaneo proprietario della scatola finché quest'ultimo non è riuscito a procurarsi altrettanti sacrifici per giungere alla configurazione finale, in grado di esaudire qualsiasi desiderio. A fronte di questa trama, la struttura del nuovo Hellraiser diventa assai simile a quella di uno slasher "a tappe", con final girl annessa, e il conseguente aumento di personaggi priva questi ultimi di buona parte della personalità, connotandone la maggioranza come mera "carne da macello" sulla quale i Supplizianti possono sfogarsi. Ci sono un paio di carte jolly che gli sceneggiatori scelgono di giocare per complicare un po' di più la trama, ma in generale questo Hellraiser è un horror "tranquillo", dall'impostazione assai classica, dove l'orrore risiede ovviamente nella natura maligna e sovrannaturale dei Supplizianti e nel destino della protagonista, costretta a combattere il suo destino di carnefice di innocenti, mentre l'opera prima di Barker era molto più ambigua e il desiderio sessuale, prima ancora del connubio tra eros e thanatos, era una componente fondamentale dell'opera, capace di repellere e allo stesso tempo attrarre non solo i personaggi, ma anche gli spettatori.


Qui, di sesso e perversione ce n'è poco o niente, se non prendete in considerazione la bava che ho dovuto asciugare con un fazzoletto alla vista di un Goran Visnjic malvagio e disgustoso ma sempre più figo, mentre la perfetta unione di eros e thanatos la incarna la bellissima Jamie Clayton, il nuovo "Priest" o Pinhead, se preferite, dotata di un fascino ultraterreno che la ascrive indifferentemente alla categoria degli angeli o dei demoni, tanto è algida ed elegante nella sua incredibile presenza scenica. Diciamo che, a fronte di protagonisti abbastanza anonimi (si salva giusto la protagonista, connotata come pazza isterica e malata, quindi gioca parecchio facile), i nuovi Supplizianti sono una gioia per gli occhi, e vanno dal genuinamente orribile al giusto mix di sensualità e orrore che dovrebbe essere la caratteristica principale di questi eleganti e silenziosi mostri deputati alla ricerca del piacere supremo; la loro presenza viene centellinata all'inizio per diventare più preponderante e gore sul finale e la loro eleganza viene ulteriormente amplificata dalla bella regia di David Bruckner, regista che già con The RitualThe Night House aveva dimostrato di essere molto bravo a gestire atmosfere da incubo legate non tanto ai jump scares quanto piuttosto alle scenografie (la villa di Voight, dove si svolge l'atto finale del film, è uno spettacolo per gli occhi), alle luci e ombre, ai colori e agli spazi che circondano gli attori. Il livello tecnico di Hellraiser lo eleva dunque di parecchie spanne rispetto alla sciatteria straight to video di molti suoi seguiti, che mi è capitato di sbirciare in TV ai tempi di Notte Horror, tuttavia gli manca quel pizzico di coraggio "popporno" che, onestamente, avrei preteso nell'anno del Signore 2022 e che, in mano ad un regista raffinato come Bruckner, avrebbe potuto trasformare Hellraiser in un perverso incubo erotico in grado di tenere alta la fama del conclamato sadomasochismo dei Cenobiti. Chissà che non esca qualche seguito in grado di esaudire il mio desiderio!


Del regista David Bruckner ho già parlato QUI mentre Goran Visnjic lo trovate QUA.

Jamie Clayton interpreta The Priest. Americana, ha partecipato a film come The Neon Demon, L'uomo di neve e a serie quali Sense8. Ha 44 anni. 


Ovviamente, se Hellraiser vi fosse piaciuto, potete recuperare l'originale di Clive Barker. ENJOY!


martedì 11 ottobre 2022

Omicidio nel West End (2022)

Attirata dal cast, mercoledì scorso sono andata al cinema a vedere Omicidio nel West End (See How They Run), diretto dal regista Tom George.


Trama: durante i festeggiamenti per la 100esima rappresentazione di Trappola per topi viene ucciso un membro del cast. Un investigatore alcolizzato, affiancato da una giovane recluta, deve indagare sul misterioso omicidio...


Omicidio nel West End è un piccolo film che, purtroppo, rischia di passare inosservato in queste settimane di uscite veneziane, forse perché l'impianto giallo spinge lo spettatore a considerarlo troppo banale per vederlo in sala. In realtà, pur essendo confortevole quanto una coperta calda, soprattutto ora che si sta avvicinando l'inverno, la struttura di Omicidio nel West End si basa proprio sulla consapevolezza e sulla presa in giro della "banalità" dei gialli classici, quelli che hanno sdoganato il cliché di un omicidio all'interno di un luogo chiuso, con il colpevole smascherato dall'ispettore di turno dopo una riunione di tutti i sospettati, e ci gioca costruendo un'opera metacinematografica e metateatrale. Il luogo del delitto, infatti, è un teatro dove sta andando in scena Trappola per topi, un'opera di Agatha Christie realmente esistente (che, peraltro, è l'unica opera teatrale a non avere mancato uno spettacolo dal giorno di uscita, tranne nel periodo dei lockdown da Covid), e buona parte di ciò che accade nel corso del film viene anticipato in almeno due scene diverse dalla cinica voce narrante di un personaggio che non ama il genere e che, per questo, vorrebbe vederlo rinnovato fino a snaturarlo. Il piglio ironico dell'operazione, le cui atmosfere richiamano spesso il divertentissimo Signori, il delitto è servito, non sminuiscono l'intelligenza di una trama dove tutto torna perfettamente sul finale e che confida molto sulla memoria dello spettatore, prendendolo in giro per la disattenzione con cui, normalmente, ci si approccia ai film ("tanto ricorderanno solo gli ultimi 20 minuti" è una frase che mi ha uccisa dalle risate); inoltre, la sceneggiatura di Mark Chappell riesce, con pochissimi tratti, a rendere interessanti i due personaggi principali e a dare loro una personalità che non sia solo quella di "ispettore" e "agente inesperto".


Certo, un punto in più ai due protagonisti lo dà venire interpretati da due signori attori come Sam Rockwell e Saoirse Ronan, che insieme sono ben assortiti e hanno un'ottima alchimia, soprattutto conferiscono ai rispettivi personaggi delle sfumature malinconiche che concorrono a renderli ancora più tridimensionali. Purtroppo, a tal proposito, il vero difetto di un Omicidio nel West End visto al cinema doppiato in Italia è l'impossibilità di godere di tutti gli accenti originali che dovrebbero essere parte integrante non solo del divertimento dello spettatore ma anche della natura dei singoli personaggi, che messi tutti assieme formano un melting pot linguistico assai interessante. Noi, al solito, dobbiamo "accontentarci" di un mix assai riuscito di regia (e pensare che, fino ad oggi, il britannico Tom George ha diretto solo episodi di serie televisive), scenografie ricchissime di dettagli e fotografia che donano al film una vaga rassomiglianza ai film di Wes Anderson, anche se l'argomento e i personaggi non sono né abbastanza weird né intellettualmente superiori a noi comuni mortali, anzi. Mi scuso per il breve post ma, essendo un giallo, mi tocca mantenere il segreto su moltissimi aspetti, e limitarmi a consigliarvi di andare al cinema e godervi questo piccolo, divertentissimo Omicidio nel West End, soprattutto se amate Agatha Christie


Di Ruth Wilson (Petula Spencer), Adrien Brody (Leo Kopernick), David Oyelowo (Mervyn Cocker-Norris), Saoirse Ronan (Agente Stalker), Sam Rockwell (Ispettore Stoppard) e Shirley Henderson (Agatha Christie) ho già parlato ai rispettivi link.

Tom George è il regista della pellicola. Inglese, al suo primo lungometraggio, lavora anche come sceneggiatore e produttore. 


Harris Dickinson, che interpreta Richard Attenborough, era il figlio di Ralph Fiennes in The King's Man - Le origini. Omicidio nel West End era in cantiere già da anni e, all'epoca, il primo nome fatto per l'Ispettore Stoppard è stato Hugh Grant, affiancato da Keira Knightley come Agente Stalker. Ciò detto, se il film vi fosse piaciuto recuperate Cena con delitto - Knives Out e Signori il delitto è servito. ENJOY!

venerdì 7 ottobre 2022

Hatching - La forma del male (2022)

Dovrebbe essere uscito in Italia in questi giorni, ma chissà in quante sale, Hatching - La forma del male (Pahanhautoja), diretto e co-sceneggiato dalla regista Hanna Bergholm.


Trama: la piccola Tinja si ritrova a covare segretamente un uovo dopo avere ucciso l'uccello che lo aveva deposto. Quello che uscirà dall'uovo metterà a nudo tutti i difetti di una famiglia apparentemente perfetta...


Hatching è un film finlandese che ha avuto parecchio successo all'ultima edizione del Sundance. La trama è un mix tra racconto di formazione, favola nera, body horror e critica sociale, e mette a nudo tutto l'orrore delle "famiglie felici" che campano di video fasulli on line, indossando i sorrisi più raccapriccianti in ogni circostanza. Infatti la protagonista, Tinja, è una ragazzina che la madre (ex pattinatrice costretta da un incidente a mettere fine alla sua carriera) ha costretto a diventare una ginnasta, con la pretesa che la figlia vivesse al posto suo un percorso sportivo di successo; madre, donna volitiva e senza nome, persegue l'ideale di una vita perfetta fino all'estremo, circondandosi di vezzosa carta da parati a fiori, biancheria immacolata, giardini perfetti e abiti coordinati madre/figlia e padre/figlio, mantenendo una terrificante facciata di perfezione familiare dalla quale lei per prima ricava una gioia posticcia. Il film comincia con la prima delle molte vittime di questa voglia di perfezione a tutti i costi, ovvero un corvo nero che osa portare scompiglio nella sacralità di un salotto appena immortalato in video, e che per questo viene ridotto in fin di vita da madre. Costretta a un orribile gesto di pietà, Tinja si ritrova per le mani l'uovo orfano del corvo, e decide di curarlo e "covarlo" nel segreto della sua cameretta, sviluppando presto un legame empatico con la creatura non ancora nata, che comincia a nutrirsi di tutte le comprensibili emozioni negative che Tinja da sempre è costretta a reprimere. Non aggiungo altro sulla trama, che pur non brilla di inventiva ed è quindi ampiamente prevedibile, perché qualche momento scioccante Hatching ce l'ha ed è giusto goderselo, come tutte le belle favole nere.


Passando alla realizzazione, Hatching è un'opera prima che non manca di difetti, in primis una fotografia e un montaggio un po' incerti, che talvolta danno l'idea di un film fatto con due lire, comunque con tutti i "problemi" delle opere indipendenti. D'altra parte, ha anche un comparto VFX che dà dei punti a parecchie produzioni più "serie", anche perché, come avrete immaginato, a un certo punto qualcosa esce dall'uovo e quel qualcosa è stato reso alla perfezione grazie all'utilizzo degli animatronics e di vari attori che si sono accollati un trucco particolarmente raccapricciante e realistico che probabilmente avrebbe fatto la gioia di Cronenberg; nonostante l'istintivo disgusto causato dalla creatura uscita dall'uovo, c'è anche da dire che la Bergholm e tutti i coinvolti sono riusciti a renderla miserevole e commovente al punto giusto, così che, salvo un per paio di vittime collaterali che mettono tristezza, per la maggior parte del tempo si tifa per la povera bestiola denominata Alli. Anche perché, diciamolo, gli attori ingaggiati per interpretare la famiglia di Tinja sono perfetti sia nella loro isteria sottesa (Sophia Heikkilä, che interpreta madre, ricorda un po' Missi Pyle e ha proprio la faccia di una matta coi fiocchi, di quelle che sorridono fuori ma dentro urlano) che nella loro inutilità congenita (scegliete voi chi preferite massacrare di botte, se il padre clueless o il bimbo stronzo, a me vanno bene entrambi) e non è difficile sperare che Alli li faccia tutti fuori, salvando l'unica normale, Tinja, dall'infelicità perpetua. In conclusione, dalla Scandinavia è arrivato un altro bell'horrorino, di un'autrice da tenere d'occhio per il futuro. Dategli una chance, se potete!

Hanna Bergholm
è la regista e co-sceneggiatrice della pellicola, al suo primo lungometraggio. Finlandese, è anche attrice, montatrice e produttrice. Ha 42 anni.



mercoledì 5 ottobre 2022

The Seed (2021)

Consigliata da Lucia, ho recuperato anche questo The Seed, diretto e sceneggiato dal regista Sam Walker, che trovate come sempre su Shudder.


Trama: tre amiche vanno in una villa appartenente al padre di una di loro e lì, dopo una tempesta di meteore, trovano vicino alla piscina una ben strana creatura...


Ormai, a 41 anni, dovrei averlo capito. C'è qualcosa, nelle storie aventi per protagonisti degli alieni, che mi repelle, mi annoia e mi disturba, tutto allo stesso tempo. The Seed ha suscitato in me tutte queste reazioni e un po' mi è dispiaciuto, perché il lungo preambolo iniziale mi aveva anche divertita. Le dinamiche che governano le relazioni tra le protagoniste del film, infatti, sono assai gradevoli: abbiamo tre amiche dai tempi della scuola, due che nella vita hanno avuto soldi e successo e la terza, Charlotte, che invece lavora in un negozio di animali e tira a campare. Le prime due, ovviamente, sono connotate come le tipiche influencer dei tempi moderni, soprattutto la prepotente Deirdre, mentre Heather cerca di fare da mediatrice nonostante un carattere pavido, da figlia di papà con daddy issues, e questo scontro di caratteri rendono The Seed un'esilarante commedia anche quando le tre rinvengono lo schifosissimo e puzzolente alieno a bordo piscina, con Charlotte che tenta di proteggerlo dalla volontà delle amiche di farlo fuori e continuare a godersi il dolce far nulla all'interno dell'elegante villa che il destino ha dato in sorte a Heather. Non ci vorrà molto, chevvelodicoaffare, perché la creatura dall'aspetto anche dolciotto, se vogliamo (peccato per quel liquido nerastro che lo ricopre e che avrebbe spinto anche me a calcioruotarlo se non al creatore almeno fuori dalla villa), si riveli un mostrillo infingardo uscito dritto da pellicole come Inseminoid o Antibirth, con tutte le schifide conseguenze del caso. E qui, lo so, è un mio limite, ma qualcosa si è spento in me, forse perché ho cominciato a pensare troppo ad Antibirth, per l'appunto, un film che ho detestato (ma che comunque si è sedimentato, maledizione, nella mia psiche).


Invece di mantenere la goliardia un po' sciocchina dell'inizio, ad un certo punto Sam Walker butta tutto sul pessimismo e fastidio cosmico. E se, da una parte, le sequenze allucinate durante le quali la natura dell'alieno viene rivelata nel modo peggiore hanno il loro perché e sono ottimamente realizzate, così come gli effetti speciali più disgustosi del globo e un paio di idee "alimentari" davanti alle quali volevo morire, dall'altra tutta la tristezza che accompagna il destino delle tre amiche e una mezza svolta "zombie" dell'intera questione mi hanno ammorbata non poco. Sicuramente la colpa è mia, proprio per la mia mancanza d'amore verso un determinato genere di tematiche, perché, nonostante il basso budget, The Seed è un lavoro oggettivamente apprezzabile in quanto ricchissimo di idee, inoltre è molto colorato, "bruciato dal sole", zeppo di momenti esilaranti e retto in buona parte dalle bionde e bitchissime spalle di Lucy Martin, che mi chiedo dove sia stata finora, visto che la sua Deirdre è una delle cose migliori della pellicola. Sì, migliore anche del bestiolino urlante, il cui design, più che un armadillo come continuano a ripetere le storditissime protagoniste, somiglia più a un incrocio tra una tartaruga e uno dei cani-mostro di Ghostbusters, almeno nella sua forma più tenera. Per l'altra forma, ho avuto gli incubi la notte, quindi anche no, grazie!   

Sam Walker
è il regista e sceneggiatore della pellicola, al suo primo lungometraggio. E' anche produttore, compositore e attore. 



Se The Seed vi fosse piaciuto recuperate Antibirth. ENJOY!

martedì 4 ottobre 2022

Blonde (2022)

Siccome il multisala di Savona ha deciso di consacrare la programmazione settimanale a puttanate (Taddeo l'esploratore, Tutti a bordo) e film vecchi che poco mi interessa rivedere al cinema (Avatar in tutte le versioni possibili e immaginabili), ho dovuto ripiegare sul film di punta di Netflix, ovvero Blonde, diretto e co-sceneggiato dal regista Andrew Dominik a partire dal romanzo omonimo di Joyce Carol Oates.


Trama: il film racconta parte della vita di Marilyn Monroe, divisa tra una fama necessaria e una desiderata normalità, dalla tragica infanzia al presunto suicidio...


Come sempre, prima di vedere un film sulla bocca di tutti ho fatto l'unica cosa possibile: non ho letto niente in merito, anche se stavolta non è stato per nulla facile visto che chiunque, persino chi guarda un film all'anno, ha sentito il bisogno di esprimere un'opinione su Blonde. Considerato che non ho mai letto il romanzo di  Joyce Carol Oates e che di Marilyn Monroe conosco solo pochi fatti risaputi da chiunque, non sapevo proprio cosa aspettarmi dall'opera di Andrew Dominik, tranne il fatto che Blonde NON è un biopic accurato, bensì una rivisitazione della vita della bionda icona, una libera interpretazione, se vogliamo. Talmente libera, in effetti, che gli appassionati di biografie farebbero meglio ad astenersi dalla visione, in quanto Blonde è più un incubo allucinato che una ricostruzione di fatti, per quanto romanzati; per intenderci, chi ha odiato Spencer probabilmente detesterà Blonde, in quanto, anche in questo caso, il regista abbraccia completamente il punto di vista di una mente spezzata, inquieta e disperata, senza badare molto alla verità. Si può proprio dire che non c'è una gioia che sia una all'interno di Blonde, che parte raccontando l'orrore vissuto da una Norma Jeane bambina per mano di una madre depressa e malata e prosegue offrendo il ritratto di una donna divorata dagli sguardi e dalle voglie altrui, impossibilitata a trovare un equilibrio tra la Marilyn Monroe desiderata dal pubblico, dagli studios e dai giornalisti, e la Norma Jeane che vorrebbe solo vivere un'esistenza normale, circondata da affetti di cui è sempre stata tragicamente priva. Il film è scioccante per la violenza che viene mostrata, sia fisica che psicologica, e per il modo in cui alcuni eventi assumono realmente le fattezze di un horror vissuto da una persona trascinata sistematicamente in fondo al baratro nel momento esatto in cui tenta di tirarsene fuori (ogni uomo mostrato nel film è ugualmente deprecabile, tranne forse Arthur Miller, che tuttavia a un certo punto sparisce, e proprio quando Marilyn avrebbe più bisogno di una persona accanto, quindi se non viene rappresentato come orribile esempio di umanità, risulta comunque inutile); Blonde, in questo senso, demolisce il mito di una Marilyn stupida e fragile, perché la stupidità era solo una maschera che l'attrice, tra l'altro, neppure voleva indossare e che agli altri faceva più comodo vedere, mentre se fosse stata davvero fragile non sarebbe probabilmente nemmeno arrivata a compiere 20 anni.


Poiché, spesso, le vicende assumono toni onirici ed allucinati, lo stile di Blonde non è assolutamente lineare, né si può sperare in una consecutio temporum, se non quella vaga di una cronologia generica scandita più che altro da un paio di film particolarmente conosciuti e un paio di mariti ed amanti eccellenti, peraltro mai chiamati per nome. Andrew Dominik rinuncia al realismo e gira il film principalmente in bianco e nero, con alcuni inserti realizzati come i film a colori anni '50 o come vecchi filmati casalinghi, a sottolineare quanto la vita di Norma Jeane fosse così intrecciata al mito di Marilyn Monroe da rendere impossibile distinguerle, ed è inquietante come spesso e volentieri il regista inserisca delle riproposizioni anastatiche di foto o filmati ormai diventati parte del patrimonio culturale dell'umanità, soprattutto perché ad ogni immagine familiare riuscivo a sentirmi in colpa, parte di quel pubblico che ha condannato Marilyn ad essere (e a venire tramandata) sempre in un certo modo. E la stessa Marilyn è stata fatta rinascere per l'occasione, non grazie all'ausilio dell'odiata ed irrispettosa CGI, ma grazie ad un attrice che porta sulle spalle tutto il peso del film e che, a tratti, sembra la reincarnazione della bionda bombshell. Ana De Armas è spettacolare, non solo si annulla fisicamente nei panni di Marilyn, ché lì si giocherebbe nel territorio "facile" del cosplay, ma ne tira fuori l'anima tormentata, e nello sguardo riesce a racchiudere la condanna di rimanere perennemente una bambina spaventata, l'orrore di rappresentare un giocattolo sessuale, la dignità di chi cerca di mostrarsi al di là dei preconcetti, la tristezza di chi comunque è destinato a non essere capito ed accettato per ciò che è, il dolore di chi vorrebbe essere madre e non riesce, i rarissimi sprazzi di felicità incarnati da pochi, nervosi sorrisi che contrastano con quello sexy, quasi vorace, al quale siamo abituati a pensare quando si parla di Marilyn. Certo, la De Armas probabilmente non basta ad "alleggerire" un film imperfetto nei ritmi e nelle intenzioni, lacunoso ed impreciso a livello biografico, che comunque richiede molto allo spettatore, sia in termini di tempo che di attenzione, e che rischia di lasciare insoddisfatta la maggior parte degli utenti, ma qualcuno potrebbe venire catturato dall'elegante, perverso fascino di Blonde, com'è successo a me... Quindi vi invito a trovare una sera (o un paio, non si offenderà nessuno se spezzerete la visione in due) per dare almeno una chance a questo film. Se vi va di parlarne, ci risentiamo nei commenti!


Di Ana de Armas (Norma Jeane), Julianne Nicholson (Gladys), Sara Paxton (Miss Flynn), Xavier Samuel (Cass Chaplin), Bobby Cannavale (Ex Atleta) e Adrien Brody (il Drammaturgo) ho parlato ai rispettivi link.

Andrew Dominik è il regista e co-sceneggiatore della pellicola. Neozelandese, ha diretto film come L'assassinio di Jesse James per mano del codardo Robert Ford e Cogan - Killing Them Softly. Ha 55 anni. 


Il romanzo di Joyce Carol Oates era già stato adattato nel 2001 in una miniserie TV in due parti dal titolo omonimo. Sia Naomi Watts che Jessica Chastain (il film è in progetto dal 2010) erano state considerate per la parte ma entrambe hanno rinunciato. Ciò detto, se Blonde vi fosse piaciuto recuperate Spencer. ENJOY!
 

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