domenica 17 marzo 2019

Lords of Chaos (2018)

Dopo averne letto benissimo sul blog di Lucia ho deciso di recuperare Lords of Chaos, diretto e co-sceneggiato nel 2018 dal regista Jonas Åkerlund.


Trama: ascesa e caduta di Euronymous, fondatore della band black metal Mayhem, che dopo aver mietuto successi sulla scena musicale internazionale viene ucciso dall'amico e collega Varg, fondatore di Burzum.


Ciò che mi ha attirata di Lords of Chaos, oltre al bellissimo post di Lucia, sono state le immagini viste online e più in generale una sorta di macabra attrazione verso una storia vera che non conoscevo e che, sicuramente, all'epoca avrà fatto moltissimo scalpore tra gli amanti di un certo genere di metal. Essendo ignorantissima in materia, non avevo mai sentito nominare né Euronymous (i Mayhem sì) né tanto meno Burzum, "one man band" composta da Varg Vikernes, e non avevo idea dell'enorme influenza che hanno avuto questi gruppi norvegesi sulla scena musicale internazionale dopo un inizio praticamente in sordina. Intendiamoci, il film di Jonas Åkerlund non aiuta lo spettatore ignorante come me a farsi un'idea del processo creativo dietro la nascita di queste band né permette di conoscerne la musica (i coinvolti ovviamente non hanno dato i diritti), anche se sicuramente invoglia a documentarsi; quello che interessa al regista e co-sceneggiatore, dopo aver tratto spunto dalla biografia omonima di Michael Moynihan e Didrik Søderlind, è mostrarci un branco di ragazzini stupidi che hanno cominciato a giocare con cose più grandi di loro e si sono rovinati l'esistenza. L'intera vicenda viene raccontata, molto ironicamente, dalla voce di Euronymous, al secolo Øystein Aarseth, ragazzotto norvegese dalla lingua lunga e dalle enormi velleità artistiche che, un giorno, decide di fondare i Mayhem per diventare famoso a livello internazionale. "Tutto chiacchiere e distintivo", Euronymous predica l'avvento del Male, sobilla amici e conoscenti, si spara pose da satanista ma in realtà non farebbe del male a una mosca; a far le spese di questo atteggiamento sono Dead, il cantante dei Mayhem, già profondamente depresso di suo e sicuramente non invogliato a risollevarsi da un chitarrista che per la pubblicità si venderebbe anche la madre, e Varg Vikernes, talmente disprezzato durante il primo incontro con Euronymous da essere costretto a mostrarsi capace di fare dannatamente sul serio. Ovviamente, il punto di vista di Euronymous, peraltro voce narrante, è quello che gli sceneggiatori hanno dovuto ricostruire da zero, attraverso testimonianze e mitologia impossibili da districare, dunque non abbiamo la certezza che Øystein fosse davvero così. Più certo, invece, il livello di idiozia di gente come Varg, Faust e tutto il resto del Black Circle fondato da Euronymous, poco più che adolescenti e fomentati da una contraddittoria ridda di "idee" spazianti dal satanismo al paganesimo al nazismo, giusto per non farsi mancare nulla.


Åkerlund non perde occasione di beffarsi di questa gente, figli di papà fancazzisti costretti a chiedere soldi ai loro genitori per finanziare la loro stessa "ribellione" dalla società e spesso sembra di avere davanti una di quelle commedie americane a base di adolescenti idioti (l'intervista di Varg è tragicomica, davvero. E per quanto possa essere sicuramente romanzata, sta di fatto che l'imbecille le foto se le è fatte davvero fare), se non fosse per quelle tre morti violente che arrivano a spezzare il ritmo del film e schiaffeggiano lo spettatore riportandolo alla brusca realtà. La storia del black metal norvegese nasce da un profondo e stupido disagio ma è realmente costellata di sangue, di quella morte tanto favoleggiata da Euronymous e compagnia come qualcosa di epico e "satanico" ma in realtà faticosa, sporca, "banale" quasi. Alla facilità con cui le chiese fatte di legno bruciano si contrappone la testarda tenacia di corpi umani che non vogliono abbandonare la vita, né quando vengono colpiti dalle coltellate d'altri, né tanto meno quando la morte viene auto inflitta, come nel caso di Dead; e se la morte e il sangue in Polar, sempre di Åkerlund, avevano il sapore finto e trash di un film alla Rodriguez (o degli horror che i protagonisti del film, Faust in primis, guardano in loop continuo), in Lords of Chaos sono insostenibili, reiterate, raggiungono un livello tale di profondità che pare quasi di sentirsi il coltello di Varg nella pancia e nella schiena, altro che snuff movie. Hai voglia poi a dire "era tutto uno scherzo" quando lo scherzo fomenta le psicosi di gente già matta di suo. E così questo Lords of Chaos, imperniato su vicende destinate a un pubblico "di nicchia", diventa un film in grado di parlare un linguaggio universale, arrivando a confermarsi come una delle pellicole più belle ed interessanti viste in quest'anno cinematografico da poco iniziato.


Del regista e co-sceneggiatore Jonas Åkerlund ho già parlato QUI. Rory Culkin (Euronymous) ed Emory Cohen (Kristian "Varg" Vikernes) li trovate invece ai rispettivi link.

Sky Ferreira interpreta Anne-Marit. Cantante americana, ha partecipato a film come The Green Inferno, Baby Driver - Il genio della fuga e a serie come Twin Peaks: Il ritorno. Anche sceneggiatrice e produttrice, ha 27 anni.


Jack Kilmer, che interpreta Pelle "Dead" Ohlin è il figlio di Val Kilmer mentre, come si evince dal cognome e dai tratti somatici, Valter Skarsgård, che interpreta Bård Guldvik 'Faust' Eithun, è figlio di Stellan Skarsgård e fratello minore di Bill Skarsgård. ENJOY!


venerdì 15 marzo 2019

Bollalmanacco On Demand: Solaris (1971)

Torna finalmente il Bollalmanacco On Demand con una chicca scelta da Kris Kelvin del blog Solaris, ovvero... Solaris (Solyaris), per l'appunto, diretto e co-sceneggiato nel 1971 dal regista Andrei Tarkovsky e tratto dal romanzo omonimo di Stanislaw Lem. Il prossimo film On Demand sarà La signora della porta accanto. ENJOY!


Trama: uno psicologo viene inviato su una piattaforma spaziale all'interno della quale tre scienziati stanno ancora studiando, dopo decenni, il pianeta Solaris, cominciando apparentemente a soffrire di allucinazioni.


Dopo la visione di 2001: Odissea nello spazio, il buon Kris mi ha proposto una bella sfida. Recuperare uno dei suoi film preferiti e parlare con cognizione di causa di uno dei capisaldi della fantascienza cinematografica mondiale non è per niente facile, anche perché ogni mia opinione sarà viziata dall'ignoranza di non conoscere né il romanzo di Lem né tanto meno la poetica di Tarkovsky. Dunque, al solito, cercherò di buttare giù semplicemente le sensazioni provocate durante la visione di Solaris, senza pretendere di dargli un significato o offrire chissà quali nuovi punti di vista relativi alla regia e alla sceneggiatura dell'opera. Innanzitutto, quello che mi ha colpita più di ogni cosa è la malinconia che permea ogni singolo fotogramma del film, accompagnata dalla triste consapevolezza dei protagonisti di essere "solo" umani e crucciati da domande filosofiche che, ahimé, sono destinate a rimanere senza risposte. La fantascienza diventa quindi una scusa per mettere in scena una storia d'amore e rimpianto, all'interno della quale i fantasmi evocati da Solaris, immortali ed indistruttibili, si fanno portavoce del senso di colpa di chi non ha saputo godere del tempo passato assieme alla persona amata, oppure dei peggiori incubi che si agitano nell'inconscio degli uomini. Lo psicologo Kris Kelvin è il fulcro di tutto il racconto; inviato quale "persona razionale", come specialista, a smascherare la presunta follia degli astronauti in orbita attorno al pianeta Solaris per mettere fine alla loro spedizione, si ritroverà letteralmente invischiato nell'atmosfera insinuante e viscida dell'Oceano senziente presente sul pianeta, perseguitato dal fantasma della moglie morta. Una persecuzione che, se all'inizio viene accolta dall'uomo con orrore, andando avanti diventa molto simile all'idea di paradiso, tanto che Kelvin si ritrova combattuto tra il dovere di tornare sulla Terra, nella "realtà" tangibile della dacia paterna e dei suoi datori di lavoro, e il desiderio di rimanere nell'orbita di Solaris, dove il tempo pare essersi fermato e gli abitanti della stazione spaziale si trascinano ubriachi e disperati, piagati dalle loro stesse pulsioni inconsce.


Mano a mano che il film prosegue, lo scontro tra Kris e gli altri due abitanti della stazione spaziale (uno dei quali deciso a distruggere Solaris, l'altro più propenso a cercare un contatto col pianeta) si fa sempre più acceso e verte su una domanda che ricorre spesso nei racconti di fantascienza: cos'è l'umanità? Al di là di una differenza meramente strutturale, anche a livello subatomico, se una creatura arriva a provare sentimenti e a sviluppare un'autocoscienza che la porta a soffrire per la consapevolezza di non avere un passato né ricordi, di essere la mera proiezione dell'inconscio di un altro, perché dovrebbe essere definita non umana? La capacità di sacrificarsi per gli altri e di suscitare empatia, oltre che a provarla, si scontra con la freddezza di chi ragiona in termini meramente scientifici ed è tuttavia terrorizzato da qualcosa che non può essere controllato con la scienza, che richiede un "ponte" tra essa e l'irrazionalità tipica degli esseri umani, ma la cosa interessante di Solaris è che Tarkovsky non si impegna a dare ragione all'una o all'altra fazione. Oltre alla malinconia, c'è infatti un sottile senso di inquietudine, teso come un filo per tutta la durata della pellicola, che non abbandona lo spettatore nemmeno nell'ambiguo finale, davanti alla rivelazione mostrata da una cinepresa che allarga a poco a poco il campo della visuale e si allontana, lasciando i personaggi a un destino che forse si sono scelti o dal quale forse sono stati catturati, chissà. Sta di fatto che Solaris, con tutte le domande che solleva, i riferimenti a Don Chisciotte e Tolstoy, con quelle scenografie alternativamente spoglie ed inquietanti benché futuristiche oppure zeppe di dettagli di squisita arte e arredamento, con quel rincorrersi di bianco e nero e colore, con quei ricordi mescolati senza soluzione di continuità alla realtà e al sogno, con quei tintinnii inquietanti che preludono alle apparizioni, quei bambini muti che evocano ricordi di pura malvagità cinematografica e quei tocchi di lieve poesia, è uno dei film più strani ed interessanti che abbia mai visto e vorrei recuperarlo ancora, magari dopo essermi documentata meglio su tutto ciò che si collega all'universo di questa splendida pellicola.

Andrei Tarkovsky è il regista e co-sceneggiatore della pellicola. Russo, ha diretto film come Andrej Rublev, Stalker e Sacrificio. Anche attore e scenografo, è morto nel 1986, all'età di 54 anni.


Nel 2002 Steven Soderbergh ha girato un remake del film che sinceramente non ho intenzione di recuperare ma, se Solaris vi fosse piaciuto, voi potete farlo e aggiungere 2001: Odissea nello spazio. ENJOY!

giovedì 14 marzo 2019

(Gio)WE, Bolla! del 14/3/2019

Buon giovedì a tutti! Nonostante debba ancora recuperare Captain Marvel, avrò sicuramente molto altro da vedere questa settimana! ENJOY! 

Escape Room
Reazione a caldo: Yeeeeh!!
Bolla, rifletti!: Mi stupiva che ancora nessuno avesse girato un horror sulle famose escape room ed infatti eccolo qua, in tutto il suo glorioso PG-13. Non mi aspetto niente di che, sinceramente, ma magari è una pellicola interessante, chissà.

Boy Erased - Vite cancellate
Reazione a caldo: Aw ç_ç
Bolla, rifletti!: Film che mi fa piangere fin dal trailer e puntato mesi fa grazie alla presenza del bravo Lucas Hedges. Preparo i fazzoletti e una bella dose di nervoso, perché queste storie di bigotti che tentano di "curare" gli omosessuali mi fanno uscire di testa, e non in modo positivo.

Momenti di trascurabile felicità
Reazione a caldo: Hmm..
Bolla, rifletti!: Non mi è capitato nemmeno una volta di vedere dei trailer per questo film con Pif per protagonista, tratto dai libri di Francesco Piccolo che non ho mai avuto occasione di leggere. Storia di un uomo con meno di due ore a disposizione per mettere a posto tutto ciò che non va nella sua vita, questo film sembra un'opera poetica e particolare... o forse è solo perché voglio bene a Pif?

Un viaggio a quattro zampe
Reazione a caldo: Mmah.
Bolla, rifletti!: Tipica storia "a quattro zampe" di un cagnolino a cui ne succedono di ogni per ritornare a casa. Immagino ci siano da preparare i fazzoletti anche qui ma stavolta passerò!

Al cinema d'élite ripropongono Green Book e si accaparrano The Guilty - Il colpevole, entrambi consigliatissimi e già recensiti sul blog!

mercoledì 13 marzo 2019

Il colpevole - The Guilty (2018)




La settimana scorsa è uscito in Italia Il colpevole - The Guilty (Den skyldige), diretto e co-sceneggiato nel 2018 dal regista Gustav Möller.


Trama: durante il turno di notte, un poliziotto impegnato al centralino riceve la telefonata di Iben, rapita dal marito e portata in un luogo sconosciuto...


Nella marea di thriller italiani ed internazionali che escono mensilmente al cinema, Il colpevole - The Guilty spicca per la sobrietà e per il suo essere uno one man show che non rinuncia alla tensione e ai colpi di scena. Com'è possibile, direte voi, girare un thriller "al telefono", ambientato per intero in un centralino di primo soccorso, capace di inchiodare lo spettatore allo schermo e farlo temere per il destino di personaggi di cui si sente solo la voce? E' possibile grazie a una sceneggiatura intelligente che richiederebbe una seconda visione per cogliere appieno i "trucchi" coi quali lo spettatore viene indotto ad accogliere per intero il punto di vista di Asger, malinconico centralinista pro-tempore, ex poliziotto in attesa di un processo che potrebbe farlo tornare a lavorare come tale oppure condannarlo per sempre. La sceneggiatura del film ci porta sia a temere per la vita di Iben, donna senza volto rapita da un marito con precedenti penali, sia a chiederci quale sia il segreto di Asger, al quale si accenna a spizzichi e bocconi, tra telefonate imbarazzanti agli ex colleghi e sguardi di biasimo da quelli attuali, che trattano il protagonista con talmente tanta freddezza da dare a intendere che l'errore da lui compiuto in servizio non sia proprio una quisquilia; Asger, che sia al telefono o che venga inquadrato perso in chissà quali pensieri, sembra sempre camminare su un filo teso e pronto a spezzarsi al minimo tentennamento, con la vita di una persona sconosciuta tra le mani e il proprio destino sull'orlo di un baratro profondo, in un clima di costante tensione psicologica che non manca di riservare sorprese dolorose e persino raccapriccianti.


La cinepresa di Gustav Möller non abbandona per un solo istante il volto e il corpo di Jakob Cedergren, attore costretto letteralmente a sostenere per intero il film, e lo immerge in un ambiente asettico ed impersonale, all'interno del quale è quasi scontato pensare che i dipendenti, anche solo per sfuggire alla noia, viaggino di fantasia e si aggrappino a qualunque caso vagamente "succulento", seguendo il filo dei propri pensieri. La luce rossa del centralino, unico tocco di colore all'interno di una fotografia in cui predominano azzurri e grigi, incarna alternativamente la speranza o la perdita di ogni possibilità di riscatto e arriva ad inghiottire Asger nel momento più buio del film, quando la verità gli piomba addosso senza possibilità di errore. "Il colpevole", in questo caso, ha quindi più di un'accezione e non sempre è quello che noi ed Asger vorremmo: cercato così disperatamente da chi nell'occhio ha una trave grossa quanto un grattacielo e cerca di togliersela scovando la pagliuzza in quella di un ex convitto, alla fine diventa ulteriormente colpevole anche chi cerca di sgravarsi dalla propria colpa personale arrivando a vestire i panni del cavaliere telefonico senza macchia, privo della lucidità necessaria per cogliere la situazione nella sua interezza. Alzi la mano chi non si è mai ritrovato in una situazione simile, in cui si mescolano pregiudizi e voglia di riscatto morale. E' per questo che il thriller incredibilmente umano di Gustav Möller funziona, perché è privo di supereroi improbabili e supercattivi da operetta e si concentra sulle imperfezioni talvolta macroscopiche di un personaggio che, nonostante questo, è impossibile odiare.

Gustav Möller è il regista e co-sceneggiatore della pellicola, al suo primo lungometraggio. Svedese, anche attore, ha 31 anni.



martedì 12 marzo 2019

Nosferatu a Venezia (1988)

Non sono impazzita, vi spiegherò nel post perché qualche sera fa mi sono ritrovata a vedere per la seconda volta nella mia vita Nosferatu a Venezia, diretto nel 1988 dal regista Augusto Caminito.


Trama: Nosferatu viene evocato da una seduta spiritica e si ripalesa a Venezia, dove ricomincia a mietere vittime...



Mi era capitato di vedere Nosferatu a Venezia verso la fine degli anni '90, dopo aver letto l'ormai famigerata classifica dei 100 film peggiori di sempre stilata dalla rivista Ciak. Ovviamente, ammorbo e disgusto mi avevano sconfitta e all'epoca avevo giurato di non rivedere MAI più un simile abominio. Da qualche tempo, però, Mirco palesa la voglia di guardare il Nosferatu di Herzog, spinto dall'amore per questo sketch. Purtroppo, non dispongo del DVD e trovarlo on line è un po' arduo, quindi ci siamo rivolti a Youtube dove, ahimé, c'è solo una versione in inglese... e anche Nosferatu a Venezia, che ha attirato l'attenzione di Mirco per la presenza di Klaus Kinski. Ho provato a dirgli che il film di Caminito è orrendo, inguardabile e noioso ma niente, non c'è stato verso. Quindi, eccoci qui. Nosferatu a Venezia avrebbe dovuto essere il sequel di Nosferatu ma tra le intemperanze di Kinski e una serie di casini in fase produttiva, è uscito fuori questo ibrido inguardabile tra un "horror" e un filmetto erotico, dove Nosferatu viene richiamato a Venezia in maniera alquanto improbabile da una seduta spiritica mentre si trova (credo, che mica si capisce) a passare l'eternità nel Mato Grosso o in qualche altra amena località equatoriale. In quella, cicciano fuori eventi legati a una famiglia di ricconi già piagati in passato dalla presenza "iniqua" di Nosferatu, reo di aver vampirizzato una principessa e impalato un prete/scimmia urlatrice, ed è proprio per mettere a tacere delle semplici "voci" che i membri di questa famiglia di dementi decidono di chiamare il massimo esperto in vampirismo di tutto il mondo, scatenando nuovamente il lussurioso vampiro. Quest'ultimo, non pago di avere a disposizione la discendente della principessa da prosciugare e tucchignare in maniera laida, decide di bombarsene almeno altre tre e di rubare la verginità dell'ultima per liberarsi dalla maledizione dell'eternità (comodo, nevvero?), mentre gli uomini della famiglia rimangono con un palmo di naso, tra chi pensa di trovarsi davanti un cinghiale più che Nosferatu, chi accetta con sportività la propria natura di ameba inutile e si getta nel Canal Grande, chi per non sbagliare fa la figura del cioccolataio fin dal minuto 5 (ciao, Donald Pleasance!).


Per citare l'articolo di Ciak, "Kinski vaga per le calli veneziane con un'orrida parrucchetta color stoppia in testa" ed è fondamentalmente quello che succede per buona parte del film, cosa che costringe lo spettatore a subire carrellate su carrellate di calli, canali e tristi figuri in abito carnevalesco, fiaccate da una fotografia nebulosa, bluastra, ammorbante. E' sempre giorno, palesemente, in Nosferatu a Venezia, il che rende inutile i patetici tentativi di Maria di tirare le tende poco prima di venir deflorata dal vampiro, ché tanto quest'ultimo gira quando vuole manco fosse un Edward Cullen qualsiasi, ma è un giorno perennemente nebbioso e triste, triste da morire. Triste quanto la presenza di Christopher Plummer e Donald Pleasence, il primo ingessato nel ruolo di sedicente esperto di vampiri perennemente turlupinato da Nosferatu, il secondo nei panni di un prete da operetta che mangia, beve di lungo e arriva con un utilissimo "La Chiesa proibisce le sedute spiritiche" proprio nel corso della seduta stessa, venendo trattato con la stessa considerazione che si riserverebbe a Massimo Boldi durante la Notte degli Oscar, anzi, anche meno. In tutto questo, neanche a dirlo, Kinski (in veste di star e soprattutto, non accreditato, di regista e capricciosissimo deus ex machina dell'intera "opera") ottiene invece quello che vuole da questo genere di succidi personaggi: quando non gira per le calli con la faccia di chi non ha voglia di stare al mondo, si struscia sul corpo di belle fanciulle seminude, dando al morso importanza quasi nulla e concentrandosi maggiormente sulle generose palpate sul seno delle attrici (e anche peggio, a quanto si legge QUI  e QUI) che, poverine, mi sono ritrovata a compiangere più di quanto non avessi fatto vent'anni fa. Al disgusto per il film si è infatti accompagnato il disgusto per l'empio e folle Klaus, cose che mi porta ancora più a sconsigliare Nosferatu a Venezia e a maledire il giorno in cui ne sono venuta a conoscenza. Eew.


Di Klaus Kinski (Nosferatu), Christopher Plummer (Professor Paris Catalano) e Donald Pleasence (Don Alvise) ho parlato ai rispettivi link.

Augusto Caminito è il regista "ufficiale" e co-sceneggiatore della pellicola. Nato a Napoli, ha diretto film come Grandi cacciatori. Anche produttore, ha 80 anni.


Barbara De Rossi interpreta Helietta Canins. Nata a Roma, la ricordo per film come Caramelle da uno sconosciuto inoltre ha partecipato a serie TV quali La piovra. Ha 59 anni.


Narra la leggenda che Klaus Kinski abbia litigato fin dal primo giorno con il regista Mario Caiano, rifiutando di lavorare con lui e costringendo Caiano ed andarsene dal set. Il regista è stato così rimpiazzato da Augusto Caminito, produttore del film, il quale, non avendo esperienza di regia, è stato aiutato dall'assistente Luigi Cozzi e in alcuni casi persino dallo stesso Kinski (dopo avere, per inciso, assunto e licenziato prima Maurizio Lucidi e poi Pasquale Squitieri). Il vecchio Klaus ha fatto licenziare anche Amanda Sandrelli, scritturata per il ruolo di Maria Canins che è poi finito a Anne Knecht, capitata sul set per caso e finita, ahilei, ignuda tra le braccia di Klaus. Detto questo, Nosferatu a Venezia avrebbe dovuto essere il seguito di Nosferatu il principe della notte quindi se malauguratamente vi fosse piaciuto recuperate il film di Herzog. ENJOY!


domenica 10 marzo 2019

Polar (2019)

Ammiccava sulla home page di Netflix da qualche tempo e in questi giorni mi sono decisa a vedere Polar, diretto dal regista Jonas Åkerlund.


Trama: un killer a un passo dalla pensione diventa il bersaglio dei suoi colleghi più giovani, ingaggiati dal suo ex datore di lavoro.


Dico la verità. L'unico motivo per cui ho recuperato Polar è stato per prepararmi al film Lord of Chaos, sempre diretto da Jonas Åkerlund, e anche perché di tamarreidi a base di killer à la John Wick non ce n'è mai abbastanza. Però Polar è dannatamente sfacciato, porca miseria, supera la barriere del cattivo gusto come farebbe Dominic Toretto sparato su una delle sue pimpatissime macchine, col triste difetto di ammosciarsi un po' all'inizio e anche un po' alla fine. Protagonista del tutto è tale Black Kaiser, killer quasi pensionato che vorrebbe solo ritirarsi a vita privata incassando l'assegno milionario promesso dalla sua "ditta"; la gabola dietro a questo contratto vantaggiosissimo, pure troppo, per un dipendente, è che il boss della ditta, una creatura che è un incrocio tra Jabba the Hutt, il Dr. Male e uno slime, prima dell'inizio della pensione si premura di far secco il dipendente, reincassando così il vile denaro. Gli esattori di tale somma sono un branco di ragazzetti killer tagliati con l'accetta, dalle spiccate personalità che variano da "zoccolona matta come un cavallo" a "orientale pericolosissima" passando per "gigante muto" fino ad arrivare a "roscio insignificante" e "belloccio con velleità di capo", tutti lanciati contro il Black Kaiser e introdotti da scritte fighissime in sovrimpressione, tutti sacrificati a quello che, da metà film in poi, diventa il fulcro della vicenda, ovvero l'amicizia tra il protagonista e la sfigatissima vicina di casa. Per dire, per scatenare John Wick bastava la morte del cane, qui *ehm* il cane meglio dimenticarlo e passare direttamente al rapimento di una povera disadattata, ché Black Kaiser è ancora più solitario, duro, fuori dalla realtà e vecchio di quanto non fosse il buon John, benché dotato della stessa fissità facciale e dello stesso fisico impenetrabile a proiettili, coltellate, pinze, uncini, schegge di vetro, robe.


Per essere una produzione Netflix, il "bello" di Polar è che ci da giù pesantissimo, tanto che al confronto il pluricitato John Wick è un film di Bergman. All'interno della cornice ipercinetica e pop della regia di Jonas Åkerlund (il quale si è fatto le ossa con video come QUESTO, QUESTO , QUESTO ma anche QUESTO, giusto per dare un'idea), un trionfo di colori saturatissimi, casino ed esagerazioni visive, succede davvero la qualunque. Intanto, se fossi una femminista convinta, direi che il corpo femminile qui subisce una mercificazione fuori scala, tra terga inquadrate a distanza ravvicinata e (gratuitissime) scene di sesso matto e disperatissimo che 50 sfumature scansati, poi c'è proprio il gusto del sangue e della gente che muore sparata malissimo, per non parlare della lunga sequenza di tortura ai danni del povero Mads Mikkelsen, mostrata con abbondante dovizia di particolari e secchiate di liquido rosso. All'attore danese spetta l'ingrato compito di privarsi di ogni espressione facciale e offrire il suo fisico massiccio all'azione, col risultato che sì, Polar è sicuramente più efferato e trash di John Wick, ma la presenza di Keanu Reeves assicurava quelle coreografie viUlente che tanto mi avevano affascinata nel primo capitolo, mentre qui Mikkelsen spara e basta (però gli piace parecchio mostrarsi nudo). Gli attori di contorno sono tutti delle macchiette sopra le righe, come scritto sopra, sembrano quasi giocare a chi confeziona il personaggione più da facepalm (SPOILER: vincerebbe il povero Richard Dreyfuss, almeno a livello "tristezza". Ma siccome pare che il grande vecchio abbia diretto alcune delle scene di tortura, direi che la palma va a Johnny Knoxville), e di fatto vedere Vanessa Hudgens che si impegna per dare serietà e profondità al proprio personaggio fa un po' ridere ma tant'è. Comunque, difetti a parte, Polar indubbiamente intrattiene e diverte per tutta la sua durata, tanto da risultare perfetto per una serata a base di bieca ignoranza condita da esplosione di retine e cervello.


Di Mads Mikkelsen (Duncan Vizla/Black Kaiser), Vanessa Hudgens (Camille) e Richard Dreyfuss (Porter) ho già parlato ai rispettivi link.

Jonas Åkerlund è il regista della pellicola. Svedese, ha diretto anche il film Lords of Chaos. Anche sceneggiatore, produttore, attore e stuntman, ha 54 anni.


Katheryn Winnick interpreta Vivian. Canadese, ha partecipato a film come Uomini di parola, La torre nera e a serie quali Psi Factor, Relic Hunter, Oz, CSI: Miami, CSI: NY, Criminal Minds, Dr. House, CSI - Scena del crimine e Bones. Anche produttrice e regista, ha 42 anni.


Matt Lucas interpreta Blut. Inglese, ha partecipato a film come Shaun of the Dead, Alice in Wonderland, Paddington e a serie quali Little Britain, Little Britain USA e Doctor Who; come doppiatore ha lavorato in Astro Boy. Anche sceneggiatore, produttore, regista e compositore, ha 45 anni e due film in uscita.


Robert Maillet interpreta Karl. Ex wrestler canadese conosciuto col nome d'arte di Kurrgan, ha partecipato a film come 300, Sherlock Holmes, Pacific Rim, Lo straordinario viaggio di T.S. Spivet, Deadpool 2 e a serie quali C'era una volta e The Strain. Ha 50 anni.


Johnny Knoxville (vero nome Philip John Clapp) interpreta Michael Green. Americano, creatore di Jackass, lo ricordo per film come Men in Black II, Hazzard e Comic Movie, inoltre ha lavorato come doppiatore in SpongeBob Squarepants. Anche sceneggiatore e produttore, ha 48 anni e due film in uscita.


Se Polar, tratto dall'omonima web serie a fumetti e graphic novel della Dark Horse,  vi fosse piaciuto recuperate il pluricitato John Wick e aggiungete Atomica bionda e Kick Ass. ENJOY!

venerdì 8 marzo 2019

Animas (2018)



La stessa persona che mi ha suggerito di guardare Velvet Buzzsaw ha fatto anche il nome di Animas (Ánimas), film Netflix diretto e sceneggiato dai registi Laura Alvea e Jose F. Ortuño. Occhio agli SPOILER.


Trama: Álex e Bram sono amici d'infanzia ma il loro rapporto comincia a sfaldarsi quando Bram trova una fidanzata e Álex comincia ad essere vittima di visioni sempre più orribili...



Al di là dell'effettiva qualità di Animas, quello che mi ha perplesso maggiormente quando, prima della visione, ho fatto un paio di ricerche on line per capire di cosa parlasse il film, è che la gente non l'abbia capito. "Animas spiegazione" probabilmente è una delle chiavi di ricerca che farà schizzare alle stelle le visite del blog perché a quanto pare questa pellicola è stata definita da più parti "visionaria" ed "incomprensibile", cosa che mi ha fatto sinceramente perdere la poca fiducia residua che ho ancora nell'umanità. E' perplimente, in effetti, la necessità di cercare spiegazioni su un film che, di fatto, palesa il reale rapporto esistente tra i due protagonisti più o meno dopo una mezz'oretta di film o perlomeno porta lo spettatore a farsi delle domande sulle visioni di Alex. Io, da brava seguace de Il sesto senso e di The Others, avrei scommesso già dopo una decina di minuti che la fanciulla fosse morta e che solo Bram potesse vederla, ma è bastata un'inquadratura durante il confronto tra i due e la fidanzata di lui per capire che Alex esiste solo nella testa di Bram, anzi, è parte di lui, come viene chiaramente detto dai protagonisti a un certo punto del film. Se non bastassero gli spiegoni della psichiatra e dello stesso Bram, ci pensano le sequenze che mostrano il palazzo in cui vive Alex come se fosse la testa di Bram, subito dopo aver inquadrato la ragazza mentre legge libri di psicologia nei quali, guarda caso, è raffigurata una testa. Davvero, al netto della trama arzigogolata, all'interno della quale, fondamentalmente, si parla solo di un ragazzino con problemi famigliari e di una fanciulla con problemi di autolesionismo che, dopo essersi sostenuti a vicenda per anni, smettono di parlarsi, gratta gratta Animas è un'opera molto semplice, zeppa di cliché e personaggi stereotipati. Non è un brutto film, per carità. Dopo un inizio a dir poco lento la storia comincia ad ingranare e, nonostante avessi sgamato quasi subito il twist, un po' di curiosità su dove volesse andare a parare il tutto c'era, ma lo capirebbe anche un bambino che Animas è molto fumo e ben poca sostanza.


Parlo di fumo, in effetti, perché il concetto alla base di Animas è un po' lo stesso col quale il mago di Oz riusciva ad ingannare i suoi sudditi. Laura Alvea Jose F. Ortuño puntano infatti moltissimo sulla confezione del prodotto, ricorrendo ad uno stile che una volta si sarebbe potuto definire da "videoclip", adesso invece non saprei perché non guardo video musicali da decenni. In soldoni, i due ricorrono a immagini distorte, scenografie da incubo, cambi di prospettiva, immagini simboliche/oniriche e giri di macchina che vanno contro ad ogni regola della fisica, saturando il tutto con una luce verdastra alternata a momenti in cui sono le ombre (dalle quali potrebbe uscire qualunque cosa) a farla da padrone, trasmettendo più un senso di angoscia che di effettiva paura. Animas, più che un horror, è un thriller psicologico con riferimenti al cinema dell'orrore e ai grandi classici del genere come Psyco, peraltro citato in una locandina all'interno della camera di Bram, che forse rischia di risultare antipatico ed involuto proprio per la volontà dei due registi di farsi vedere "bravi" ed originali, inutilmente "complessi"; nonostante questo, i due non sono degli stupidi e si vede, sia per il modo in cui, quando i due protagonisti sono presenti sullo schermo, Bram si trova sempre a sinistra ed Alex a destra, o per quell'ultima scena dove il protagonista viene immerso in una luce asettica che potrebbe essere sia dannosa che salvifica ma che in definitiva simboleggia la sua solitudine ultima. Insomma, Animas non è il film più brutto che potete trovare nel catalogo Netflix e a modo suo è ben realizzato e particolare, poi è europeo e parte già con una marcia in più. Un'occhiata disimpegnata gliela darei.


Di Ángela Molina, che interpreta Karla Berger, ho già parlato QUI.

Laura Alvea Jose F. Ortuño sono i registi e sceneggiatori del film. Spagnoli, hanno diretto film come The Extraordinary Tale. La Alvea è anche direttrice del casting, attrice, produttrice e ha 43 anni mentre Ortuño è compositore, produttore e ha 41 anni.


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