giovedì 14 novembre 2019

(Gio)WE, Bolla! del 14/11/2019

Buon giovedì a tutti! C'è qualche uscita interessante, anche questa settimana, che tuttavia non mi rende particolarmente pronta e scattante per correre in sala, chissà perché. ENJOY!

Le Mans '66 - La grande sfida 
Reazione a caldo: Il potente Uoddefac (Ortolani docet) colpisce ancora...
Bolla, rifletti!: Intitolarlo Ford vs Ferrari, lasciandolo in originale, faceva brutto, in effetti. Ford e Ferrari chiiii? Ma via, su. A parte questo, i film a base di corse automobilistiche mi fanno abbastanza schifo, lo sapete, però mi intrigano gli attori e il regista. Spero il primo aspetto non sia preponderante sul secondo...

Zombieland - Doppio colpo
Reazione a caldo: O mamma.
Bolla, rifletti!: Un po' sono curiosa, un po' no. Non essendo una fan sfegatata di Zombieland non mi preoccupa il fatto che sia bello quanto il primo, piuttosto non vorrei ritrovarmi a guardare lo schermo pensando "e quindi...?". Forse è meglio se intanto do una ripassata a Benvenuti a Zombieland.

Pupazzi alla riscossa
Reazione a caldo: Macheccazz...? 
Bolla, rifletti!: Un film su personaggi nati da uno scarabocchio scherzoso trasformato in tempo zero in peluche e racconti. Temo sia troppo anche per me.

Sono solo fantasmi
Reazione a caldo: E chi chiamerai...?
Bolla, rifletti!: Ma non certo De Sica. Leggete bene: commedia. horror. di e con Christian De Sica. Ce n'è abbastanza per fuggire in Patagonia.

Al cinema d'élite continua la programmazione di Parasite. Savonesi, approfittatene!!

mercoledì 13 novembre 2019

Chi ha paura delle streghe? (1990)

Sulla scia di qualche recupero anni '90 e dei residui post-Halloween di Netflix, qualche sera fa ho riguardato Chi ha paura delle streghe? (The Witches), diretto nel 1990 da Nicolas Roeg e tratto dal racconto Le streghe di Roald Dahl.


Trama: il piccolo Luke, in vacanza con la nonna, si ritrova ad essere testimone di un convegno di streghe e del loro terribile piano per eliminare tutti i bambini d'Inghilterra. Pur trasformato in topo, il ragazzino cercherà di fermarle...



Credo di aver visto Chi ha paura delle streghe? solo una volta, attratta maggiormente da Hocus Pocus, ben più simpatico, cazzaro e accattivante, oltre che "americano", con attori famosi e ben riconoscibili (qui di famoso c'è giusto Anjelica Huston e un Rowan Atkinson che tuttavia sarebbe arrivato in Italia come Mr. Bean solo cinque anni dopo). E' per questo che, del film di Roeg, ricordavo giusto l'ossatura della trama e l'inquietantissimo make-up di Anjelica Huston, e mi ha fatto un immenso piacere recuperarlo, considerata anche la caratura del regista, lo stesso di A Venezia... un dicembre rosso shocking. Chi ha paura delle streghe? non è infatti il tipico film per ragazzini, tutto azione e momenti divertenti, ma è percorso da una vena nostalgica e da una perenne inquietudine che avviluppano lo spettatore fin dalle prime scene, durante le quali la nonna di Luke gli racconta delle leggende del suo paese, degli eventi orribili che le hanno funestato l'infanzia e di come difendersi dalle streghe. Ora, le streghe del film di Roeg sono ancora più pericolose rispetto a quelle comunemente conosciute, perché in grado di mescolarsi perfettamente ai normali esseri umani, inoltre sono particolarmente disgustose e diffuse, cosa che mette costantemente in pericolo il piccolo protagonista, anche prima che arrivi a scoprire il piano della strega suprema; tra streghe che si incapricciano di bionde ragazzine, donne che offrono cioccolata e serpenti, altre che spingono carrozzine indifese giù dalle scarpate, le malvagie creature del film rientrano a malapena nei limiti del film per famiglie e inquietano più per le implicazioni delle loro azioni, per quello che non viene mostrato (come anche il dito tagliato della nonna o il destino dei genitori di Luke, reso con una toccantissima immagine di amore familiare), che per ciò che allo spettatore viene concesso vedere.


Ma siamo pur sempre in un film per famiglie, tra l'altro prodotto da Jim Henson, e nonostante i molti momenti poco allegri, paurosi e malinconici, c'è spazio anche per sequenze esilaranti e per l'incredibile tenerezza di topolini animati ancora alla vecchia maniera, con cavi nascosti e marionettisti pronti a renderli più espressivi, alla faccia di tutta l'orrenda CGI che ci consentirebbe sì di avere topi perfetti e identici a quelli reali, ma volete mettere l'innocente ingenuità di un musetto dagli occhi scompagnati? Non c'è nulla di divertente, invece, nel make-up che trasforma Anjelica Huston nella Strega Suprema, un calvo avvoltoio dal naso adunco e dalle lunghissime dita artigliate, un orrendo goblin dal trucco pesante, reso ancora più grottesco dall'interpretazione dell'attrice, che non fa nulla per nascondere la natura rozza e volgare della sua strega, nonostante gli abiti attillati e l'indiscutibile bellezza della Huston. Parliamo di qualcosa che Morticia Addams avrebbe indubbiamente apprezzato, ma i due personaggi comunque non potrebbero essere più diversi. Bisognerebbe adesso fare un confronto tra Chi ha paura delle streghe? e il racconto da cui è stato tratto ma temo di non averlo mai letto e so solo, per sentito dire, che il film indulge in un happy ending che nel racconto originale non c'è; inoltre, pare che solo la grande sensibilità di Jim Henson abbia convinto Dahl a non togliere il suo nome dai credits dopo che lo scrittore si era detto inorridito a causa del cattivo gusto, della volgarità e delle scene terrificanti presenti nel film (la cosa fa un po' ridere visto che il libro è assai più crudele). Personalmente, non l'ho trovato né volgare né di cattivo gusto ma è vero che Chi ha paura delle streghe? è anni luce lontano dai film moderni che trattano i ragazzini come degli imbecilli da coccolare e proteggere dalle brutture del mondo: qui, a un certo punto, viene persino dato a intendere che un bambino potrebbe morire prima della nonna nonostante la sconfitta dei malvagi, una cosa oggi impensabile. Ben vengano, dunque, film come Chi ha paura delle streghe?, così borderline ma ancora così freschi.


Del regista Nicolas Roeg ho già parlato QUI mentre Anjelica Huston (Miss Ernst/Grande strega suprema) la trovate QUA.

Rowan Atkinson interpreta Mr. Stringer. Attore inglese famosissimo per il personaggio di Mr. Bean, lo ricordo per film come Mai dire mai, Hot Shots! 2, Quattro matrimoni e un funerale, Mr. Bean - L'ultima catastrofe, Rat Race, Scooby - Doo e Johnny English; come doppiatore ha lavorato ne Il re leone e ovviamente nella serie animata Mr. Bean. Anche sceneggiatore, produttore e regista, ha 64 anni.



L'anno prossimo dovrebbe uscire un remake di Chi ha paura delle streghe?, diretto da Robert Zemeckis, con Anne Hathaway nei panni della Grande strega suprema. Nell'attesa di scoprire come sarà, se il film vi fosse piaciuto recuperate Hocus Pocus e Ritorno a Oz. ENJOY!

martedì 12 novembre 2019

Motherless Brooklyn - I segreti di una città (2019)

Indecisa su cosa andare a vedere, alla fine sabato sono stata "pilotata" dagli orari del multisala, e sono finita così nella sala dove proiettavano Motherless Brooklyn - I segreti di una città (Motherless Brooklyn), diretto e co-sceneggiato dal regista Edward Norton a partire dal romanzo Brooklyn senza madre (tradotto la prima volta con Testadipazzo) di Jonathan Lethem.


Trama: dopo la morte del suo mentore, un investigatore affetto da sindrome di Tourette comincia ad indagare per capire chi lo abbia ucciso e perché.


Troppe cose per le mani, troppe cose. Edward Norton è sempre stato un attore eclettico e bravissimo. Nel 2000 aveva esordito dietro la macchina da presa con Tentazioni d'amore, una commedia romantica a base di preti e rabbini innamorati, in cui recitava accanto a Ben Stiller e Jenna Elfman, poi più nulla, è tornato a fare il regista dopo quasi 20 anni con questo Motherless Brooklyn, ritagliandosi anche il ruolo di sceneggiatore. Come ho scritto prima, troppe cose. Al solito, mi tocca confessare di non aver mai letto il romanzo di Jonathan Lethem, poliedrico scrittore e sceneggiatore in grado di spaziare dalla fantascienza, ai comics, al crime, quindi non farò confronti tra il testo scritto e quello cinematografico, ma sarei curiosa di leggere Brooklyn senza madre per capire se anche il romanzo è un giro intorno al mondo che alla fine lascia il lettore con un enorme "e quindi?" (per non dire "e sticazzi?") sulla capoccia. Che è purtroppo il risultato del film di Norton, tanto splendido e splendente nella realizzazione e nelle interpretazioni quanto sfilacciato e perplimente per quanto riguarda la sceneggiatura. Senza fare troppi spoiler, come nella migliore tradizione noir abbiamo un misterioso omicidio sul quale il protagonista deve indagare. La particolarità di Lionel, detto Brooklyn, è la malattia che lo affligge, quella sindrome di Tourette che lo condanna a spasmi incontrollabili e a parlare in modo buffo ma che gli ha reso anche il cervello "come un brillante", capace di ricordare qualunque conversazione, volto o dettaglio; la voce fuori campo di Lionel non balbetta e non sragiona, anzi, conduce lucidamente lo spettatore attraverso l'indagine che lo porterà a scoprire tutti gli scandalosi segreti di una New York anni '50 corrotta e razzista, nelle mani del visionario costruttore Moses Randolph, il quale per realizzare un futuro da sogno non si fa scrupoli a rendere un inferno il presente dei poveracci che vivono nei bassifondi della Grande Mela. Purtroppo, preso com'è dalla grande personalità di Brooklyn e dalla resa Trumpiana di Randolph, Norton si perde dei pezzi per strada (i colleghi dell'agenzia investigativa di Minna, il mentore di Brooklyn, che a un certo punto spariscono), riannoda fili fondamentalmente poco importanti e che lo spettatore aveva quasi dimenticato dopo un tempo infinito (SPOILER che Vermonte facesse il doppiogioco e si scopasse la moglie di Minna era palese al minuto due della pellicola, frega abbastanza una cippa di "scoprirlo" a dieci minuti dalla fine, visto che non aggiunge nulla alla risoluzione dell'inghippo FINE SPOILER), ed offre non solo una motivazione risibile per ben due omicidi, ma anche un "villain" fondamentalmente impunito (RI-SPOILER Sì, alla fine Lieberman se la prenderà nello stoppino, non sono scema, ma Randolph continuerà a farsi gli affari suoi dopo essere sbroccato solo per una figlia di colore? Siamo nei razzisti anni '50 ma tu sei anche pieno di soldi, figlio mio, paga quel che c'è da pagare e mollaci con la solfa del "sono potente, posso far quello che voglio" FINE RI-SPOILER).


Poi, per carità, se tutti i giri intorno al mondo che approdano al nulla fossero così, salterei sul primo aereo disponibile. Edward Norton regista è di una finezza deliziosa, si ritaglia tocchi di pura poesia all'interno di una città che ne è priva e riesce persino, a un certo punto, a far vivere sulla pelle dello spettatore la sindrome di Lionel; c'è una sequenza in particolare, infatti, in cui regia, montaggio e colonna sonora trovano un equilibrio miracoloso e la forsennata partitura jazz suonata dal cosiddetto "trombettista" si ripercuote su ciò che sta accadendo al protagonista, rendendo così l'atmosfera ancora più concitata, tanto che mi sono accorta a un certo punto di avere la mascella contratta e di star battendo il piede nemmeno avessi un tic nervoso. La colonna sonora è per l'appunto bellissima. La musica è una delle poche cose capaci di calmare i tic nervosi di Lionel e giustamente Norton la sfrutta alla perfezione, tra il già citato jazz ed eleganti melodie realizzate da Thom Yorke e Flea, che arricchiscono ancor più le immagini mostrate da Norton e anche le interpretazioni degli attori. Ora, lo sapete che sono di parte. Sprecare Bruce Willis è un delitto imperdonabile, ma fortunatamente Norton si redime con lo strano personaggio di Lionel, che poteva essere caricato all'inverosimile e risultare ridicolo, invece è di una tenerezza incredibile, buffo e divertente; Baldwin, da par suo, è molto più borderline, e sembra davvero l'imitazione di Trump, forse anche troppo per essere davvero credibile, nonostante il suo personaggio si basi su una persona realmente esistente, mentre il resto del cast fa il suo lavoro, con menzione speciale alla Laura di Gugu Mbatha-Raw, dotata di uno spessore che fortunatamente va al di là dell'essere solo il love interest di Lionel. Motherless Brooklyn è dunque un film difficile da demolire, nonostante l'eccessiva lunghezza, perché ha tantissimi aspetti positivi, però non sono riuscita ad apprezzarlo quanto avrei voluto, a causa del senso di incompiutezza e "spreco" che ho provato quando hanno cominciato a scorrere i titoli di coda. A mio avviso, anche perderselo sarebbe un peccato ma con tutti i film belli in programmazione questa settimana forse è meglio aspettare una distribuzione su streaming o in home video.


Del regista e co-sceneggiatore Edward Norton, che interpreta anche Lionel Essrog, ho già parlato QUIGugu Mbatha-Raw (Laura Rose), Alec Baldwin (Moses Randolph), Bobby Cannavale (Tony Vermonte), Willem Dafoe (Paul), Bruce Willis (Frank Minna), Ethan Suplee (Gilbert Coney), Cherry Jones (Gabby Horowitz), Dallas Roberts (Danny Fantl), Fisher Stevens (Lou), Michael Kenneth Williams (il trombettista) e Leslie Mann (Julia Minna) li trovate invece ai rispettivi link.

Josh Pais interpreta William Lieberman. Americano, ha partecipato a film come Tartarughe Ninja alla riscossa, Scream 3, Denti, La famiglia Fang, Joker e a serie quali I Robinson, Sex and the City e I Soprano. Anche sceneggiatore e regista, ha 61 anni e due film in uscita.




domenica 10 novembre 2019

Parasite (2019)

Approfittando di una distribuzione stranamente illuminata, sono riuscita anche io a vedere Parasite (기생충 - Gisaengchung), diretto e co-sceneggiato dal regista Joon-ho Bong e vincitore della Palma d'oro all'ultimo Festival di Cannes. No spoiler!


Trama: i membri di una famiglia, tutti disoccupati e costretti a vivere in un minuscolo appartamento sotto il livello della strada, riescono ad avvicinarsi alla ricca famiglia Park, impiegandosi in vari modi finché una strana scoperta non manderà all'aria tutti i loro sogni di gloria...


In un mare di film tutti uguali, tra remake, saghe cinematografiche o minime variazioni sulle stesse trame, trovare nel 2019 un'opera sfaccettata e imprevedibile come Parasite è un piccolo miracolo. L'ultimo lavoro di Joon-ho Bong è un giro sulle montagne russe all'interno del quale non si sa mai che direzione prenderà il vagone e, come la migliore delle "giostre", è allo stesso tempo molto divertente ma anche assai poco rassicurante, visto il suo cambiare di registro in modo repentino e totalmente inaspettato. Alla base di Parasite, come avrete letto e sentito ovunque, c'è una fortissima critica sociale ma quello che non immaginavo è che quella stessa critica sarebbe stata portata avanti in modo così spiazzante. All'inizio, infatti, Parasite sembra quasi una parodia dei peggiori atteggiamenti del "popolino", grazie soprattutto alla rappresentazione al limite della legalità della famiglia Kim; parassiti, per l'appunto, della società, i Kim si arrangiano come possono per rubare il wi-fi e sono dei furboni matricolati in grado di falsificare qualsiasi cosa e fingersi chiunque, abilità degne di una famiglia di truffatori che, di fatto, li portano a infiltrarsi all'interno della famiglia Park. Anche questi ricconi, in effetti, sono connotati in maniera simpatica, risultando assai buffi nella loro stupidità di gente abituata ad avere tutto nella vita: abbiamo la madre scema come un tacco, il padre superficiale ma efficiente, i figli viziati ma comunque innocui, insomma non certo un nucleo familiare per cui provare odio a prima vista. Poi succede qualcosa, un episodio surreale di miseria e disperazione che entra a gamba tesa a smontare non solo il piano perfetto dei Kim ma anche ad aprire gli occhi ad almeno due dei membri della famiglia, spalancando la porta ad emozioni come rabbia e sdegno, a un senso di ingiustizia scatenato dalla consapevolezza di essere considerati inutili come ratti, "sopportati", relegati ai margini della società fintantoché non viene oltrepassato un certo limite.


Non è tanto l'ingiustizia di non avere dei soldi a pesare, di essere poveri mentre gli altri sono ricchi. La famiglia Kim, all'inizio, è povera e disastrata ma unita e felice, per quanto convinta che i soldi possano "lisciare le grinze" e rendere migliori le persone. Questo in parte è vero. Se la figlia dei Kim avesse avuto i soldi, sarebbe stata una grafica provetta, il figlio forse un grande attore o comunque un bravo studente universitario e un'altra tremenda situazione non sarebbe venuta a verificarsi; certo, c'è modo e modo di ottenere soldi, ma spesso la disperazione porta a compiere cose impensabili ed è innegabile che la società prema sulle persone più sfortunate o inette fino a schiacciarle. Tuttavia, cominciando a lavorare a stretto contatto coi Park e trovandosi anche nella posizione (non troppo) privilegiata di poterli osservare di nascosto, i Kim cominciano a capire che se le persone sono brutte, sciocche e vane in partenza, non sono i soldi a salvarle, anzi, è proprio la loro ricchezza a disumanizzarle ancora di più, mentre i poveri sono costretti a farsi la lotta tra loro. E così, la commedia si trasforma in tragedia e dramma, perché Joon-ho Bong non ha la soluzione per tutti questi problemi sociali (è inutile fare piani, perché tanto poi arrivano gli imprevisti a buttarli all'aria). Può solo aiutarci ad aprire gli occhi ma comunque nemmeno la consapevolezza può donarci un happy ending; può darci speranza, forza di volontà, un minimo di sprone, ma senza alcuna certezza. L'unica cosa certa che noi spettatori possiamo toccare con mano è la bellezza di Parasite, la raffinatezza delle scelte narrative e visive che lo compongono (ma quant'è bella la lunga sequenza della pioggia torrenziale, devastante per i Kim e divertente per i Park? E il momento "musicarello", con Morandi a farla da padrone? O quelle riprese ampie, i piani sequenza, i movimenti di macchina che inglobano ciò che viene visto e quello che dovrebbe rimanere nascosto? Nella mia crassa ignoranza mi è sembrato che ogni sequenza fosse un gioiellino!), la bravura di questi attori sempre in bilico tra macchiette e personaggi tragici ma tutti, comunque, terribilmente umani. Il film più bello dell'anno? Probabilmente sì, mi piacerebbe riguardarlo per gustarmi ancora tanti piccoli dettagli che a una prima visione potrebbero essermi sfuggiti, ma intanto vi consiglio di correre a cercarlo finché ancora lo programmano in Italia!


Del regista e co-sceneggiatore Joon-ho Bong ho già parlato QUI.

Kang-ho Song interpreta Kim Ki-Taek. Sud Coreano, ha partecipato a film come Mr. Vendetta, Lady Vendetta, The Host, Thirst e The Interview. Ha 52 anni.


Woo-sik Choi interpreta Kim Ki-woo. Sud Coreano, ha partecipato a film come Train to Busan e Okja. Ha 29 anni.




venerdì 8 novembre 2019

Doctor Sleep (2019)

Alla faccia di un battage pubblicitario foriero di paragoni ingrati, lunedì ho dato fiducia a Mike Flanagan, regista e sceneggiatore di Doctor Sleep, tratto dal romanzo omonimo di Stephen King.


Trama: Danny Torrance è cresciuto ed è caduto vittima degli stessi problemi del padre, in primis l'alcolismo, per mettere a tacere i fantasmi della luccicanza. L'uomo dovrà ricorrere nuovamente a quel pericoloso potere per aiutare Abra, ragazzina potentissima, finita nelle mire dei vampiri psichici conosciuti come Il Vero Nodo.


So che è troppo facile salire sul carro dei vincitori col senno di poi ma, onestamente, io di Flanagan non ho mai dubitato, nemmeno in questo caso. Era sufficiente mantenere il sangue freddo davanti a trailer ingannevoli che citavano a piene mani l'inarrivabile capolavoro di Stanley Kubrick e ricordare che Flanagan aveva portato a casa il miglior adattamento esistente de L'incubo di Hill House, magari rileggendo nel frattempo un romanzo che nel 2014 mi era sembrato di una faciloneria imbarazzante, ma lasciato decantare per cinque anni è riuscito a toccarmi nel profondo (salvo per il finale. Niente, lo zio King probabilmente arriva alla fine della stesura dei romanzi e pensa "e mo'? La buttiamo in caciara, dai"), per arrivare ad aspettare Doctor Sleep come si fa con Halloween (no, il Natale no). Ho avuto ragione e non ne dubitavo, come ho detto. Tagliamo subito la testa al toro. Doctor Sleep NON è Shining, non potrà mai esserlo. Flanagan non è Kubrick e non intende sostituirsi al genio inglese, inoltre bisogna anche ricordare che lo Shining cinematografico che amiamo ha ben poco di Stephen King ed è stato aspramente criticato dallo scrittore, mentre Doctor Sleep è molto fedele al romanzo di partenza, almeno fino al terzo atto, durante il quale per forza di cose lo sceneggiatore ha dovuto apportare dei cambiamenti. Ma ne parlerò un po' in zona spoiler, più avanti, perché mi sono sembrati molto interessanti e gradevoli. Sempre nel terzo atto, a scanso di equivoci, la presenza di Shining si fa più preponderante ma echi del film di Kubrick riverberano nel corso dell'intero film; al di là di alcune scene più o meno ricostruite e dei fantasmi che perseguitano Danny da bambino, c'è proprio la vecchia colonna sonora fatta di stridii acuti e battiti cardiaci che si mescola alla nuova, oppure un determinato stile di riprese, per non parlare poi di alcuni dettagli scenografici, come se Shining e, per estensione, il terribile passato del protagonista, non volesse lasciarci andare davvero e continuasse a perseguitarci. E' una scelta stilistica finissima, che non va intesa come mero "omaggio" o "plagio", bensì come componente necessaria di un film che per buona parte della sua durata evita di entrare in un territorio scomodo, come del resto fa il protagonista.


A proposito del protagonista, Danny Torrance è cambiato. Non è più il bambino dolce e spaventato degli anni '80, ma è diventato un uomo pieno di problemi che cerca di annegare nell'alcol assieme alla luccicanza. Bastano pochi tocchi a Flanagan per renderlo umano, fragile e credibile (non guasta il fatto di avere a disposizione un attore come Ewan McGregor, al quale da un po' non capitava un ruolo così bello), per accogliere con gioia la parentesi di pace come Doctor Sleep e tutte le piccole stranezze che accadono intorno a Danny, in primis il rapporto privilegiato con la morte degli anziani pazienti che gli vengono affidati, poi l'amicizia a distanza con la piccola Abra. Ora, la "luccicantissima" Abra è protagonista del peggiore plot twist kinghiano di sempre e fortunatamente Flanagan a questo si sottrae completamente, mantenendo invece intatto il carattere di un personaggio forte, di un'eroina cresciuta con modelli letterari e fumettistici ben precisi (ma quant'è bella l'inquadratura dell'action figure di una simil-Tempesta?). Abra è tosta, Abra è spietata, Abra non se la fa menare nemmeno quando in scena appare LEI, il personaggio che potenzialmente avrebbe potuto essere trashissimo, caricato all'inverosimile, vittimizzato da un'orrida CGI (un unico lunghissimo canino in mezzo alla faccia, ci pensate? Brrr) e che invece si mangia da solo l'intero film. Rebecca Ferguson nei panni di Rose Cilindro è una gioia per gli occhi. Lo è non solo perché Flanagan ha deciso di optare per un look più gipsy nel rappresentare i membri del Vero Nodo (nel romanzo sono la quintessenza dell'americano medio), rendendo Rose ancora più bella e misteriosa, ma perché Rebecca Ferguson ci mette l'anima e dà vita a un personaggio affascinante e sicuro di sé, gVande e teVVibile come l'Oz di Pet Sematary e allo stesso tempo fragile e umanissimo, terrorizzato dallo scorrere del tempo al punto da diventare un mostro. Le scene in cui Rose è protagonista sono semplicemente splendide, in particolare i confronti mentali tra lei e Abra sono realizzati in modo così elegante ed inventivo che Dark Phoenix dovrebbero eliminarlo e farlo rigirare per intero da Flanagan.


Flanagan è riuscito in un piccolo miracolo come pochi altri eletti in ambito Kinghiano. Senza scomodare l'autorialità di Kubrick e De Palma, Doctor Sleep si avvicina molto alle splendide opere di Frank Darabont: cinema onesto, "commerciale", rispettoso della fonte principale ma anche pronto a limare, cambiare e aggiungere dove necessario, com'è giusto che sia, senza snaturare il cuore dei personaggi e delle storie di King (Aggiungo che Flanagan mi pare un "vero credente", viste tutte le citazioni de La torre nera disseminate qui e là. E se non le avete colte siete persone male). E' qualcosa che gli è riuscito persino meglio che a Muschietti, e se è vero che adattare It è quasi impossibile, dall'altra parte c'è da ribadire che Flanagan ha avuto l'ingrato compito di infilarsi nelle scarpe di Kubrick, con tutto lo stuolo di fanZ di Shining ad alitargli sul collo per tagliarglielo al primo accenno di "vilipendio di infanzie o capolavori". Per questo vorrei ragionarci su ancora un po', entrando nel campo minato dello spoiler. A voi che siete arrivati a leggere fin qui dico che Doctor Sleep è uno degli horror (anche se di "spaventi" veri e propri ce ne sono pochi) o thriller sovrannaturali migliori dell'anno e che entrerebbe tranquillamente in un'ideale top 10 di adattamenti Kinghiani meglio riusciti, quindi andate a vederlo senza remore e preparatevi ad emozionarvi e persino a commuovervi.


SPOILER

Sì, il terzo atto di Doctor Sleep va per i fatti suoi. E' inevitabile, a causa di quel terribile cortocircuito mentale per cui Flanagan è stato costretto a cominciare il film là dove finiva lo Shining di Kubrick (quindi con un Overlook Hotel ancora in piedi e Dick Halloran morto con un'accetta conficcata nel petto) pur adattando un romanzo che segue lo Shining cartaceo (dove l'Overlook è bruciato e Dick ci ha rimesso solo la dentiera), cosa che per un attimo, essendo fresca di lettura, ha sconcertato anche me (alla domanda del mio compare "Ma non era morto, Dick?" ho risposto "Ma vah, è vivo", per poi prendermi a schiaffi da sola). Eppure, è un andare per i fatti suoi che migliora, e parecchio, il materiale di partenza omaggiando sia Kubrick che King, dando persino un intelligentissimo contentino a quest'ultimo, dal momento che il destino dell'Overlook e di Danny si compiono in maniera speculare a quella del Jack Torrance cartaceo. Una cosa che proprio non mi era piaciuta di Doctor Sleep, e che ho citato a inizio post, è la faciloneria della trama; nel romanzo non muore nessuno e nonostante la potenza del Vero Nodo i suoi membri vengono fatti fessi senza che i buoni ci rimettano. La cosa è assurda, anche perché il branco di "eroi" messo in piedi da King prevede un ex alcoolizzato, una ragazzina (per quanto potente), un vecchio e un paio di uomini comunissimi, che da soli sbaragliano vampiri psichici antichi come le piramidi. Nel film, grazie a Flanagan, anche i buoni muoiono. Muoiono coloro che, per bontà d'animo, decidono di aiutare i possessori di luccicanza, rimettendoci come già Dick Halloran ai tempi di Kubrick, perché il mondo è pieno di cose affamate e qualcuno deve venire masticato, anche se fa male. E questo pessimismo (nonostante un finale consolante che spezza il cuore) viene riproposto nella figura di Jack Torrance, il quale viene tirato fuori di peso dallo Shining cinematografico e privato di ogni possibile redenzione, dimostrando così l'invidiabile coerenza dell'operazione condotta da Flanagan, che dimostra di conoscere bene entrambe le fonti a sua disposizione. Nei libri, infatti, Jack cerca di combattere l'influenza dell'Overlook, come farà Danny alla fine di questo Doctor Sleep, e nel romanzo/sequel il suo fantasma è fondamentale per sconfiggere Rose; qui, invece, abbiamo il ritorno del Jack Torrance corrotto e interpretato magistralmente da Jack Nicholson, una scheggia minuscola del male profondo che abita l'Overlook, divorato dall'oscurità fin dalle prime scene di Shining perché lui, d'altronde, è "sempre stato lì". Il dialogo tra Jack e Danny al bancone del bar dell'Overlook, col primo che nutre ancora un profondo risentimento per la moglie e il figlio e cerca di far cadere quest'ultimo in tentazione, è qualcosa che magona e mette i brividi, più per il contenuto delle frasi di Jack che per quella scena storica e splendidamente omaggiata. E pazienza se l'ex Elliott fa un po' ridere nei panni di Jack Torrance. Di Jack Nicholson ce n'è uno solo e nessuno ce lo toglie, tranquilli. E a chi dovesse continuare a cianciare dell'"inutilità" di un sequel di Shining ricordo che in primis c'era il romanzo di King, il creatore di Danny Torrance, il quale ha voluto dare un futuro alla sua creatura, innanzitutto per curiosità personale e sì, anche affetto. Voi non vorreste sapere come crescono i vostri figli?

FINE SPOILER 


Del regista e sceneggiatore Mike Flanagan ho già parlato QUI. Rebecca Ferguson (Rose Cilindro), Ewan McGregor (Danny Torrance), Jacob Tremblay (Bradley Trevor), Carel Struycken (Nonno Zecca), Cliff Curtis (Billy Freeman), Bruce Greenwood (Dottor John), Carl Lumbly (Dick Hallorann) e Henry Thomas (Jack Torrance) li trovate invece ai rispettivi link.

Emily Alyn Lind interpreta Andy la serpe. Americana, ha partecipato a film come Enter the Void, J.Edgar, Comic Movie, Lights Out - Terrore nel buio, La babysitter e a serie quali Medium e Criminal Minds. Ha 17 anni e due film in uscita, tra i quali The Babysitter 2.


Zahn McClarnon interpreta Papà Corvo. Americano, ha partecipato a film come Rosso d'autunno, Bone Tomahawk  e a serie quali Tequila e Bonetti, Baywatch, Renegade, Walker Texas Ranger, Medium, Ringer e Fargo, inoltre ha lavorato come doppiatore ne Il mio vicino Totoro. Anche produttore, ha 53 anni e un film in uscita.


Robert Longstreet  interpreta Barry. Americano, ha partecipato a film come Always Shine, I don't Feel at Home in this World Anymore, Aquaman e a serie quali Dawson's Creek e Hill House. Anche produttore e sceneggiatore, ha tre film in uscita, tra cui Halloween Kills.


Danny Lloyd, il piccolo Danny dello Shining originale, compare sugli spalti come spettatore durante la partita di baseball, Alex Essoe, che interpreta Wendy, era la protagonista dello splendido Starry Eyes e la piccola Violet McGraw, che interpreta per l'appunto Violet, era la piccola Nell nel capolavoro di Flanagan, Hill House. Anche Catherine Parker, accreditata come Zittina Sarey, è una frequente collaboratrice del regista ed è comparsa in Absentia, Oculus - Il riflesso del male e Hill House. Detto ciò, se Doctor Sleep vi fosse piaciuto, consiglio l'ovvio recupero di Shining e di tutta la filmografia di Flanagan, che male non fa. ENJOY!

giovedì 7 novembre 2019

(Gio)WE, Bolla! del 7/11/2019

Buon giovedì a tutti! Per fortuna o purtroppo sarà un weekend molto impegnato quindi dubito riuscirò ad andare al cinema ed è un vero peccato perché qualche uscita interessante c'è, eccome! ENJOY!

Motherless Brooklin - I segreti di una città
Reazione a caldo: Hmm....
Bolla, rifletti!: Che indecisione. Sicuramente il genere noir mi intriga moltissimo, per non parlare poi degli attori coinvolti e il fatto che Edward Norton qui è anche regista. Temo un po' la lunghezza e il fatto che molte critiche definiscano il film privo di sostanza e abbastanza inutile...

Le ragazze di Wall Street
Reazione a caldo: che vergogna.
Bolla, rifletti!: Sono incappata nel trailer e andrei a vederlo. Un film con J-Lo che fa la pole dancer, nientemeno, e Julia Stiles, santo cielo. Temo mi toccherà comunque recuperarlo più avanti per gli Oscar, per quanto sembri paradossale, quindi tanto vale...

Gli uomini d'oro
Reazione a caldo: che vergogna - part 2.
Bolla, rifletti!: Sono pazza, perché andrei a vedere anche questo, soprattutto per capire quanto possa essere credibile Fabio De Luigi in un ruolo finalmente serio.

La palma d'oro, letteralmente, del miglior film la vince però il cinema d'élite!

Parasite
Reazione a caldo: Beh, dai!! 
Bolla, rifletti!: Qui incertezze non ce ne sono, ché parliamo di Bong Joon-ho e di un film che ha avuto così tanta risonanza da essere stato nominato persino nei TG italiani. Spero di poterne parlare prestissimo!

mercoledì 6 novembre 2019

La famiglia Addams 2 (1993)

Finalmente. Finalmente sono riuscita a riguardare La famiglia Addams 2 (Addams Family Values), uno dei miei film preferiti di sempre, diretto nel 1993 dal regista Barry Sonnenfeld.


Trama: la famiglia Addams si ingrandisce grazie all'arrivo del piccolo Pubert. A causa dell'odio dei due fratelli, Mercoledì e Pugsley, i genitori decidono di procurarsi una babysitter e la scelta ricade su Debbie, affascinante bionda che tuttavia mira al patrimonio dello zio Fester...


Esiste un film di cui conosco le battute a memoria? Sì, ragazzi, ed è La famiglia Addams 2. Che poteva essere una copia carbone del primo film e in parte lo è anche (il ballo, splendido, di Morticia e Gomez, la discesa nella disperazione di quest'ultimo per colpa del fratello Fester, le sequenze dedicate alle performance di Mano) ma, in realtà, racchiude due anime meravigliose che lo portano a svettare anni luce sopra l'originale. E' brutto dire che il piccolo Pubert, il nuovo nato degli Addams, è tanto carino quanto inutile, un mero escamotage per costringere gli Addams ad avere bisogno di una babysitter, ma è la verità: le cose che più contano all'interno de La famiglia Addams 2 sono il Campo Chippewa e, soprattutto, la stupefacente Debbie, esempio di come i personaggi secondari siano talmente ben scritti e caratterizzati da non temere il confronto con i titolari storici, partoriti dalla fantasia di Charles Addams. Partiamo dal campo Chippewa e lasciamo il meglio come dessert. Il campo Chippewa, con i suoi partecipanti tutti biondissimi e wasp, è l'estensione perfetta di quella recita da incubo mostrata nel primo La famiglia Addams, e rende di fatto la caustica Mercoledì una dei protagonisti più interessanti della pellicola, soprattutto quando la ragazzina è costretta a sfoderare tutte le sue arti oscure, la sua intelligenza e la perfidia per contrastare lo strapotere degli esilaranti, stupidissimi "Grangers" e dell'odiosa Amanda, reginetta del campo e futura attrice. Lo stile deliziosamente eccentrico della Famiglia Addams cozza contro l'accozzaglia di luoghi comuni e l'ipocrisia di chi è buono e bravo solo a parole ma in realtà arriva a ghettizzare chi non risponde ai canoni di perfezione imposti da un campo per ricconi, per non parlare poi della farsa tragicomica dello spettacolo a tema "Ringraziamento", pieno di inesattezze storiche e parole offensive mascherate da termini urbani, e l'applauso durante le sequenze di ribellione scatta in automatico.


E mentre Mercoledì e Pugsley hanno il loro bel da fare a riportare coi piedi per terra Gary Granger e i suoi adepti, tentando di sopravvivere al terribile "capanno dell'amicizia", lo zio Fester si innamora della folle Debbie, bionda gold digger (non a caso disseppellisce l'anello di fidanzamento di mammà) e psicopatica all'ultimo stadio. La cosa buffa è che Debbie, come direbbe Mercoledì, è solo maldestra, altrimenti sarebbe un perfetto membro della famiglia Addams, pazza e criminale com'è. Purtroppo per Fester, Debbie ha la stessa mentalità egoista ed elitaria dei partecipanti al campo Chippewa e ciò che vede degli Addams è solo un branco di mostri assurdi, NONOSTANTE l'incredibile tenerezza di un Fester che sbocconcella il pane per condividerlo con lei o si infila lunghissime carote nel naso, durante uno degli appuntamenti più belli della storia del cinema; da par suo, il povero Fester si trasforma in uno zerbino imparruccato color pastello, tra un "biscottino" e gli esilaranti tentativi della novella moglie di ucciderlo, a rischio di condannare l'intera famiglia all'annichilimento. Se dovessero puntarmi una pistola alla testa e chiedermi quale sia il ruolo migliore di Joan Cusack, da cinèfila dovrei dire Cheryl Lang (ma non vedo lo splendido Arlington Road da più di dieci anni, quindi...) ma il mio cuore palpita per Debbie, nemmeno fossi lo Zio Fester. Le smorfiette dell'attrice, i flash di rozzissima follia (ah, ma lei era una Barbie ballerina. Piena di grazia!), l'atteggiamento da first lady presidenziale e la danza al ritmo di Macho Man sono semplicemente meravigliosi e io non posso non amarla. E sì, questo alla fine non era un post normale ma solo un modo per mettere finalmente nero su bianco la mia adorazione perenne per La famiglia Addams 2, alla faccia della sciatteria degli anni '90!


Del regista Barry Sonnenfeld, che interpreta anche Mr.Glicker, ho già parlato QUI. Di Anjelica Huston (Morticia Addams), Raul Julia (Gomez Addams),  Christopher Lloyd (Zio Fester), Joan Cusack (Debbie Jellinsky), Christina Ricci (Mercoledì Addams), Carol Kane (Nonna), Carel Struycken (Lurch), David Krumholtz (Joel Glicker), Dana Ivey (Margaret Addams), Peter MacNicol (Gary Granger), Christine Baranski (Becky Martin-Granger), Mercedes McNab (Amanda), Nathan Lane (poliziotto) e Cynthia Nixon (Heather) ho parlato ai rispettivi link.


Se il film vi fosse piaciuto, ovviamente, recuperate La famiglia Addams. ENJOY!


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