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martedì 11 marzo 2025

Mickey 17 (2025)

Domenica sra sono andata a vedere Mickey 17, l'ultimo film scritto e diretto dal regista Bong Joon Ho, tratto dal romanzo Mickey7 di Edward Ashton.


Trama: dopo aver contratto ingenti debiti con un pericoloso criminale, Mickey Barnes decide di candidarsi come "sacrificabile" e andare nella colonia spaziale Niflheim. La sua condizione gli impone di morire e poi venire ricreato da una sorta di stampante, almeno finché le cose non cominciano ad andare ancora più storte...


Avevo sbirciato (non leggo mai veramente le recensioni prima di guardare i film e scrivere i post per il blog...) pareri assai tiepidi sull'ultima fatica di Bong Joon Ho. Per questo, nonostante il trailer mi avesse ispirato fin dalla prima visione, sono andata al cinema con aspettative abbastanza basse e forse, proprio per questo, mi sono molto divertita guardando Mickey 17. Come al solito, non ho letto il romanzo da cui è tratto, quindi non posso fare paragoni, ma Mickey 17 è una satira abbastanza corrosiva su una società che mastica e sputa il prossimo, sui riccastri e politici (non si fanno nomi ma il modello è abbastanza chiaro) che, dopo aver mangiato a sazietà nel nostro pianeta fino a rovinarlo, guardano a nuovi pascoli più verdi, e a ricrearsi un mondo a loro immagine e somiglianza. Mickey Barnes, ragazzo non proprio brillantissimo, decisamente incapace a scegliersi i migliori amici, rimane invischiato in una storiaccia di debiti e minacce di morte. Decide quindi di imbarcarsi nella missione spaziale capitanata dal politico Kenneth Marshall, candidandosi come "sacrificabile" per avere la certezza di lasciare la Terra. Un sacrificabile è il frutto di una tecnologia proibita in grado di clonare le persone e ricrearle con i ricordi della "versione" precedente, quindi può venire utilizzato per esperimenti e compiti mortali, senza troppi problemi morali (che sulla Terra, invece, ci sarebbero, visto che la tecnologia è stata bandita). I problemi cominciano quando il diciassettesimo Mickey, uscito in esplorazione sull'inospitale pianeta ghiacciato denominato Niflheim, sopravvive inaspettatamente, all'insaputa di chi, nel frattempo, ha creato la sua diciottesima versione. Dati i presupposti, e la voce narrante rassegnata e un po' babbea del povero Mickey, il film risulta un'opera spassosa e grottesca, ma non priva di momenti di riflessione; il protagonista viene trattato come un balocco da manipolare a piacimento, al limite oggetto di una curiosità morbosa ("Cosa si prova a morire?" è la domanda che tutti gli rivolgono), ma la sua condizione è un giusto un gradino sotto quella dei suoi compagni di viaggio, semplici "mezzi" per garantire a Marshall e alla moglie di soddisfare il loro ego ridicolo. Come ogni conquistatore da operetta, Marshall segue la sua ridicola visione, eleva simboli vuoti a segni divini, tratta qualsiasi vita come inferiore, soprattutto quella degli autoctoni, che diventano vittime di diffidenza e pregiudizio tanto quanto il povero Mickey, relegato al rango di sub-umano. La satira di Mickey 17 non è molto sottile, ma è sicuramente efficace, e tolti gli elementi sci-fi non si fa granché fatica a scorgere tristi scorci del nostro marcissimo presente.


Ora verrò bersagliata dalle "medaglie d'oro di sputo" (ciao, Lucio!) ma non mi ritengo granché esperta di Bong Joon Ho, quindi non stupitevi della mia incapacità di cogliere gli elementi salienti del suo stile, cosa che mi ha portata ad apprezzare ugualmente Mickey 17, nonostante sia stato accusato di essere "troppo americano". Posso dire che, a tratti, durante la visione mi è tornato in mente Okja, sia per i tanti elementi grotteschi della trama, sia per il sembiante dei mostrilli "striscianti" che compaiono nella pellicola; questi ultimi, a dire la verità, mi hanno ricordato anche l'Ohmu di Nausicaa della Valle del vento, un baluardo gentile ma feroce contro la stupidità umana e il desiderio di conquistare, inquinare, calpestare la natura, compresa quella umana. A questo proposito, gli effetti speciali non mi hanno fatto venire voglia di strapparmi gli occhi, come purtroppo accade sempre più spesso, e alcune sequenze, coadiuvate da una bella fotografia e un ottimo montaggio, mi hanno decisamente galvanizzata. Per quanto riguarda gli attori, col senno di poi sarebbe forse stato meglio guardare Mickey 17 in lingua originale, visto che Robert Pattinson funge anche da voce narrante, ma ho comunque apprezzato lo sforzo infuso dall'attore nell'interpretare Mickey nelle sue diverse incarnazioni, ognuna con un tratto caratteriale diverso, oltre alla noncuranza con la quale sfoggia un look simile a quello del Lloyd di Scemo e più scemo. Bravissimi, ovviamente, anche Mark Ruffalo, sempre più a suo agio nei ruoli weird di uomini di merdissima, e Nostra Signora Toni Collette, alla quale il regista ha confezionato una sequenza perfetta per la sua natura di horror queen, ma la piacevole novità è stata Naomi Ackie (già protagonista di Blink Twice)nei panni del personaggio più sensato e umano della pellicola. Se deciderete di andare al cinema a vedere Mickey 17, il mio consiglio per godervelo al meglio è dimenticare Parasite e le pellicole più autoriali di Bong Joon Ho; l'ultima opera del regista è decisamente più commerciale e "normale",se mi passate il termine, ma è un viaggio molto divertente e pieno di momenti inaspettati, che secondo me vale la pena intraprendere. Basta solo sapere a cosa andrete incontro!
 

Del regista e co-sceneggiatore Bong Joon Ho ho già parlato QUI. Robert Pattinson (Mickey Barnes), Steven Yeun (Timo), Naomi Ackie (Nasha), Daniel Henshall (Preston), Mark Ruffalo (Kenneth Marshall), Toni Collette (Ylfa) e Steve Park (Zeke) li trovate invece ai rispettivi link.


Se Mickey 17 vi fosse piaciuto recuperate Source Code e Infinity Pool. ENJOY!

venerdì 28 febbraio 2020

Memorie di un assassino (2003)

La Joon Bong Ho mania non accenna a diminuire, tanto che in Italia è stato distribuito al cinema, proprio in questi giorni, Memorie di un assassino (Sarinui chueok), da lui diretto e co-sceneggiato.


Trama: nel 1986, in un paesino sudcoreano un assassino comincia a violentare ed uccidere giovani ragazze senza lasciare indizi, con sommo scorno dei poliziotti assegnati al caso.



La Joon Bong Ho mania, si diceva. Sì perché il film era già arrivato in Italia qualche anno fa, straight to video (un DVD venduto ora a prezzi esorbitanti su eBay, per la cronaca), ed ora è stato portato nelle sale, almeno in quelle non chiuse a causa del Coronavirus. Val la pena correre al cinema a vederlo? Secondo me, se non lo avete mai visto, sì, perché è un film che dimostra come Bong Joon Ho avesse le idee chiarissime già diciassette anni fa e fosse già proiettato all'interno di quell'adorabile gioco di contaminazioni di genere e di atmosfere che lo ha consacrato poi con Parasite pochi mesi or sono. Tratto da una storia vera risoltasi, guarda caso l'ironia, proprio l'anno scorso, Memorie di un assassino racconta dei terribili omicidi perpetrati ai danni di giovani donne in un piccolo paese della Corea del Sud, sul finire degli anni '80. Il racconto è profondamente radicato all'interno del clima repressivo della quinta repubblica, un periodo di aspre proteste contro un governo presidenziale che era, di fatto, una dittatura e in cui le forze dell'ordine venivano giustamente criticate per i loro metodi violenti, sconfinanti spesso nella tortura; le indagini dei poliziotti vengono spesso intervallate oppure addirittura si svolgono durante coprifuoco, proteste, esercitazioni militari, simulazioni di attacchi terroristici o chimici, tutti eventi "straordinari" che sono stati ormai inglobati nell'apparente "tranquillità" del paesino che funge da ambientazione e dove l'unica cosa che fa davvero paura è questo serial killer a piede libero. Come spesso accade nei film di Joon Bong Ho, almeno in quelli che ho visto, la pellicola comincia in un'atmosfera grottesca e surreale, più legata ai toni della commedia. I poliziotti capitanati da Park Doo-man, agente superficiale ed ignorante, che si vanta di saper riconoscere i colpevoli "guardandoli negli occhi", sono sbirri da operetta costretti ad operare in un paese di cretini e ficcanaso, e non si fanno scrupoli a torturare dei poveracci per dare finalmente un volto a un assassino infido ed abile; la situazione all'interno della stazione di polizia si fa esplosiva dal momento in cui arriva, da Seul, un giovane investigatore i cui metodi sono molto più ortodossi e, apparentemente, efficaci, il che causa inevitabili attriti tra lui e Park. I due sono accomunati, tuttavia, dal desiderio di arrestare il killer e nel corso del film entrambi cambieranno radicalmente, arrivando persino ad invertire i ruoli, così come cambia, inevitabilmente, il registro della narrazione.


Al di sotto della superficie grottesca e quasi comica delle sgangherate indagini di Park e Seo c'è infatti una tragedia reale, ma non solo. Ogni personaggio, anche il più strambo, cela in sé una profondità insospettabile che gli consente di bucare lo schermo e una frustrazione che comincia a prendere sempre più campo, alterando l'equilibrio dei registri narrativi, così che, da metà film in poi, il dramma comincia a farla da padrone, fino a raggiungere l'insostenibile tensione del pre-finale e la malinconica tristezza dell'ultima sequenza. Come già accadeva in The Host, i protagonisti di Memorie di un assassino non sono i tipici "superpoliziotti" americani; anche Seo, che viene da Seul ed è tra tutti il più serio e competente, si ritrova a un certo punto a dover affrontare la sua natura di essere umano, il comprensibile (benché sbagliato) desiderio di dare la colpa a qualcuno, di dare un senso a mesi di indagini infruttuose, di vendicare donne innocenti che non avevano alcun motivo di venire uccise e profanate in modo così barbaro. Non esiste nulla di risolutorio in Memorie di un assassino, né lo spettatore può trovare consolazione in eventi casuali e salvifici; il poetico finale, in cui Kang-Ho Song guarda dritto in camera dopo che il suo personaggio è stato beffato una volta di più, sottolinea la banalità del male, che indossando una faccia "normale" può nascondersi ovunque, persino all'interno di un cinema sudcoreano nel 2003, dato che l'assassino di Hwaseong è stato scoperto solo nel 2019. I registri che si mescolano passano anche per la regia di Bong Joon Ho, ovviamente. Se è vero che per buona parte del film il taglio è quello che si potrebbe dare a una commedia oppure a un film poliziesco, sfido chiunque a non trattenere il fiato davanti ai due delitti mostrati e al flashback dell'unica sopravvissuta, fatti di sequenze al cardiopalma che mescolano soggettive degne di un giallo all'italiana a stilemi che potrebbero tranquillamente trovarsi all'interno di un k-horror, con tutto il dinamismo di un thriller "americano". Potrei scrivere ancora altri 10 paragrafi, tuttavia descrivere a parole un'opera stratificata come Memorie di un assassino serve a poco: vedere per credere!


Del regista e co-sceneggiatore Bong Joon Ho ho già parlato QUI mentre Kang-Ho Song, che interpreta il detective Park Doo-man, lo trovate QUA.

Hee-Bong Byun interpreta il sergente Koo-He Bong. Sud Coreano, ha partecipato a film come The Host e Okja. Ha 78 anni.


Se Memorie di un assassino vi fosse piaciuto recuperate Prisoners, Se7en e Zodiac. ENJOY!

venerdì 21 febbraio 2020

The Host (2006)

Il giorno di San Valentino dovevo trascinare il Bolluomo a vedere Memorie di un assassino, poi per una serie di circostanze non avevo più voglia di uscire di casa e Mirco, con infinita pazienza, mi ha comunque tenuto compagnia guardando assieme a me The Host (Gwoemul), diretto e co-sceneggiato nel 2006 dal regista Bong Joon Ho.


Trama: a seguito dell'inquinamento delle acque del fiume Han, un terrificante mostro dalle sembianze di pesce comincia a mietere vittime sulla terraferma e rapisce la piccola Hyun-Seo. Il padre e i parenti, dopo averla creduta erroneamente morta, si mettono alla sua ricerca...



Forse The Host non era proprio il film migliore per passare San Valentino, per quanto io e il Bolluomo non lo festeggiamo a prescindere. Il fatto è che ultimamente sono parecchio giù per svariati problemi e sperare di risollevarsi un po' il morale guardando un horror (o meglio: un kaiju movie) che all'inizio sembrerebbe la quintessenza del weird esilarante non è stata proprio una grande idea. Non avevo tenuto in conto, infatti, della facilità con cui Bong Joon Ho riesce a cambiare registro senza creare fratture all'interno della sceneggiatura, passando dall'introdurre personaggi strani e quasi caricaturali, le cui vicende sono più tragicomiche che tragiche, al sottoporre questi stessi personaggi a un'ordalia che non si augurerebbe a nessuno, men che meno a persone alle quali siamo arrivati a voler bene, tanto che ogni episodio negativo equivale ad una coltellata al cuore. E colpi ne vengono inferti molti da Bong Joon Ho, che infila i suoi protagonisti all'interno di situazioni talmente surreali da risultare angoscianti; non bastasse un kaiju terrificante sul quale nessuno sembra avere il controllo e nato, come tutti i migliori kaiju, dalla stupidità e dall'incuria umane, a rendere impossibile la vita di Gang-Doo e della sua sgangherata famiglia si aggiungono autorità e medici kafkiani che non riescono (o non vogliono) ascoltarli abbastanza da aiutarli nell'impresa di salvare Hyun - Seo e anche quando sembra che i nostri possano contare sul loro coraggio, sulla testardaggine e sull'unione familiare... beh, si arriva a scoprire che tutte queste cose bellissime e positive rischiano di non essere abbastanza, perché chi nasce reietto non può diventare, all'improvviso e per quanto sarebbe indispensabile ed incredibilmente cinematografico, un supereroe. Gang-Doo, fin dall'inizio, paga lo scotto di essere considerato, a torto o a ragione, lo scemo del villaggio, e lo stesso vale per sua sorella (campionessa olimpionica di tiro con l'arco, destinata sempre ad essere terza perché priva della velocità necessaria a colpire il bersaglio in tempo), suo fratello (un ubriacone) e un padre ormai troppo avanti con l'età per essere preso sul serio; basta un piccolissimo errore, un'incredibile botta di sfortuna, e i quattro si ritrovano a dover lottare per recuperare l'elemento più importante della famiglia, soli contro l'ottusità di un'intera nazione.


Altro sulla trama sarebbe meglio non dire. Al pari di un film shyamalano qualsiasi (solo molto più bello), The Host ha un finale inspoilerabile pena la decapitazione dell'incauto spoileratore, quindi potrei banalmente parlarvi dell'Host del titolo e sottolineare, se ancora non fossero bastati quattro Oscar vinti recentemente, la bravura di Bong Joon Ho dietro la macchina da presa, chè il modo in cui il kaiju viene introdotto nel bel mezzo di una tranquilla giornata di ozio coreano, con quel piano sequenza che lo vede arrivare in corsa da lontano sulla riva del fiume facendosi man mano più grosso e pericoloso mentre la gente comincia a scappare, mi ha messo letteralmente i brividi, per non parlare delle scene finali, zeppe di tossico fumo giallo e sangue. Quanto al pescione da incubo sputato dalle acque del fiume Han, ci sono un paio di considerazioni da fare. La prima, è che ormai il film ha quattordici anni sul groppone, abbastanza perché il bestio risulti un po' posticcio d'aspetto, soprattutto nei campi lunghi, tuttavia ancora oggi alla sua bruttezza si accompagnano fluidità di movimenti e la perfetta sincronizzazione con gli ambienti in cui è costretto a muoversi e con gli attori coi quali si ritrova ad interagire, alla faccia di molte mega-produzioni USA che questi risultati spesso non li raggiungono nemmeno ora. A proposito di attori, li ho trovati tutti ugualmente adorabili, oltre al fatto che infondere tragicità in figure potenzialmente ridicole, riempendole di dignità umana e degne di empatia e pietà, non è solo questione di sceneggiatura, ma anche di grande abilità recitativa. Quindi, ancora una volta, bravo Bong Joon Ho e bravi tutti quelli che hanno avuto la fortuna di lavorare con lui. Trovate il film su Netflix, quindi non avete scuse per non guardarlo, e ricordate che non è la solita, stupida storia di mostri.


Del regista e co-sceneggiatore Bong Joon Ho ho già parlato QUI mentre Kang-ho Song (Park Gang-Doo) lo trovate QUA.


Nella parte del dottore americano della morgue compare Scott Wilson, alias Hershel della serie The Walking Dead. Detto questo, se The Host vi fosse piaciuto recuperate Train to Busan. ENJOY!


lunedì 10 febbraio 2020

Oscar 2020

Buon lunedì a tutti! Stanotte ero bella pimpante ma ora ho un sonno boia, quindi spero di non scrivere troppe belinate sul recap della notte degli Oscar da poco conclusa, che ha visto il giusto trionfo di Parasite, la triste "punizione" a un Maestro del Cinema che ha osato andare contro lo strapotere della Disney/Marvel e tanto diludendo per un altro snobbato, il povero Quentin. Ma andiamo con ordine e... ENJOY!


Penso che nessuno si sarebbe aspettato, dopo l'Oscar a Parasite come miglior Film Straniero, quello per la regia e quello per la sceneggiatura originale a Bong Joon Ho, che l'intero cast del film più amato dell'anno salisse sul palco per ritirare anche la statuetta per il Miglior Film. Giusto riconoscimento alla pellicola più particolare dello scorso anno e a un regista bravissimo, che probabilmente ora starà girando ubriaco per le strade di Los Angeles e a cui va tutto il mio amore (ha ringraziato, giustamente, Martin Scorsese, di cui si studiano i film persino in Corea, scatenando una standing ovation che mi ha spezzato il cuore, ché Martino meritava TUTTO, alla faccia dell'Academy di merda, ignorante e bieca; e, giusto per sottolineare la bieca ignoranza, ha ringraziato Tarantino, altrimenti col cazzo che in America avrebbero saputo dell'esistenza di una cinematografia coreana), però, se posso dire, agli Oscar o si fanno minchiate o si stroppia: a questo punto, l'Oscar per il Miglior Film Straniero FORSE potevano assegnarlo a un altro film, no? Pazienza, è andata come andata, la fortuna è avere al mondo Bong Joon Ho e il suo Parasite. 


E per un quartetto di premi inaspettati, ce ne sono due sui quali non c'erano dubbi, da settimane. Joaquin Phoenix vince l'Oscar per il Miglior Attore Protagonista con Joker, infilando nel suo spiazzante discorso di ringraziamento rimbrotti vegani, giustizia per i vitelli e una citazione del fratello morto. Poteva concludere sparando alla Zellweger, invece no, ahimé. Joker, ringraziando il cielo, porta a casa solo un altro premio, quello per la migliore colonna sonora originale. Per carità, Hildur Guðnadóttir è stata carinissima, ma quel premio sa tanto di contentino per le quote rosa, altrimenti abbastanza sacrificate quest'anno.


La terrificante (e non in senso buono) Renée Zellweger vince invece come Miglior Attrice Protagonista per Judy, film freddissimo salvato, in parte, dalla sua interpretazione, valida solo nelle parti cantate. Dispiace, e molto, per Saoirse Ronan e Scarlett Johansson, che con due nomination non ha vinto una cippa.


Laura Dern vince la statuetta di Miglior Attrice Non Protagonista per Marriage Story. Mi spiace storcere il naso davanti a Laura Dern, che adoro da sempre, però quest'anno avrei visto meglio come vincitrici Margot Robbie oppure Kathy Bates. Certo, in un mondo migliore, Florence Pugh si sarebbe contesa con Lupita Nyong'o il premio di Attrice Protagonista, l'una per Midsommar e l'altra per Noi, ma questo è un mondo brutto, e dobbiamo vedere nomination date a caso da gente che 99 su 100 non guarda film. Ah, a proposito di Laura Dern, David Lynch ha ottenuto, assieme a Lina Wertmuller e Wes Studi, l'Oscar alla carriera, mentre Geena Davis si è presa quello "umanitario".


Va a Brad Pitt l'Oscar come Miglior Attore Non Protagonista, e vabbé. Ogni Oscar che, indirettamente o meno, finisce a Quentin (purtroppo C'era una volta a... Hollywood ha vinto solo un altro premio, quello per la Migliore Scenografia, probabilmente quello meno adatto) è un Oscar ben speso, ma lasciatemi dire che Joe Pesci e Al Pacino meritavano molto ma molto di più. Gli Oscar non vanno dati "perché era l'unico rimasto ancora senza", ma per l'effettiva bravura, dai.


JoJo Rabbit vince invece il premio per la Miglior Sceneggiatura Non Originale, ahimé l'unico Oscar portato a casa dal film di Waititi, che se non altro non è rimasto a bocca asciutta.


Assieme a Scorsese, ad uscirne con le ossa rotte è stato il favoritissimo 1917, premiato "solo" con un Oscar importante, quello per la Fotografia (bravissimo Roger Deakins, che ha fatto un lavoro della Madonna percepibile persino da un'ignorante come me, ma non riconoscere la superiorità e l'eleganza di una mano come quella di Jarin Blaschke in The Lighthouse è davvero da stronzi), e quelli tecnici per gli effetti speciali e il missaggio sonoro. A proposito di vilipendio continuo e reiterato a Scorsese, la povera Thelma Schoonmaker è stata battuta dal montaggio di Le Mans '66, che ha vinto anche il premio per il miglior montaggio sonoro. Alle piccole gioie per le vittorie dei costumi di Piccole Donne, di Elton John con la miglior canzone originale e del make-up/acconciature di Bombshell, si accompagna invece l'incredula tristezza per la marchettona gigante alla Pixar: davanti a ottimi esempi di animazione non banale come Dov'è il mio corpo?, Missing Link e Klaus, si è preferito premiare Toy Story 4, che per quanto abbia trovato molto carino è il meno bello della quadrilogia. Insomma, questi Oscar non sono andati male, ma potevano andare molto, molto meglio. Andrò ad ubriacarmi assieme al nuovo eroe di Hollywood, Bong Joon Ho, dandovi appuntamento all'anno prossimo. ENJOY!

domenica 10 novembre 2019

Parasite (2019)

Approfittando di una distribuzione stranamente illuminata, sono riuscita anche io a vedere Parasite (기생충 - Gisaengchung), diretto e co-sceneggiato dal regista Joon-ho Bong e vincitore della Palma d'oro all'ultimo Festival di Cannes. No spoiler!


Trama: i membri di una famiglia, tutti disoccupati e costretti a vivere in un minuscolo appartamento sotto il livello della strada, riescono ad avvicinarsi alla ricca famiglia Park, impiegandosi in vari modi finché una strana scoperta non manderà all'aria tutti i loro sogni di gloria...


In un mare di film tutti uguali, tra remake, saghe cinematografiche o minime variazioni sulle stesse trame, trovare nel 2019 un'opera sfaccettata e imprevedibile come Parasite è un piccolo miracolo. L'ultimo lavoro di Joon-ho Bong è un giro sulle montagne russe all'interno del quale non si sa mai che direzione prenderà il vagone e, come la migliore delle "giostre", è allo stesso tempo molto divertente ma anche assai poco rassicurante, visto il suo cambiare di registro in modo repentino e totalmente inaspettato. Alla base di Parasite, come avrete letto e sentito ovunque, c'è una fortissima critica sociale ma quello che non immaginavo è che quella stessa critica sarebbe stata portata avanti in modo così spiazzante. All'inizio, infatti, Parasite sembra quasi una parodia dei peggiori atteggiamenti del "popolino", grazie soprattutto alla rappresentazione al limite della legalità della famiglia Kim; parassiti, per l'appunto, della società, i Kim si arrangiano come possono per rubare il wi-fi e sono dei furboni matricolati in grado di falsificare qualsiasi cosa e fingersi chiunque, abilità degne di una famiglia di truffatori che, di fatto, li portano a infiltrarsi all'interno della famiglia Park. Anche questi ricconi, in effetti, sono connotati in maniera simpatica, risultando assai buffi nella loro stupidità di gente abituata ad avere tutto nella vita: abbiamo la madre scema come un tacco, il padre superficiale ma efficiente, i figli viziati ma comunque innocui, insomma non certo un nucleo familiare per cui provare odio a prima vista. Poi succede qualcosa, un episodio surreale di miseria e disperazione che entra a gamba tesa a smontare non solo il piano perfetto dei Kim ma anche ad aprire gli occhi ad almeno due dei membri della famiglia, spalancando la porta ad emozioni come rabbia e sdegno, a un senso di ingiustizia scatenato dalla consapevolezza di essere considerati inutili come ratti, "sopportati", relegati ai margini della società fintantoché non viene oltrepassato un certo limite.


Non è tanto l'ingiustizia di non avere dei soldi a pesare, di essere poveri mentre gli altri sono ricchi. La famiglia Kim, all'inizio, è povera e disastrata ma unita e felice, per quanto convinta che i soldi possano "lisciare le grinze" e rendere migliori le persone. Questo in parte è vero. Se la figlia dei Kim avesse avuto i soldi, sarebbe stata una grafica provetta, il figlio forse un grande attore o comunque un bravo studente universitario e un'altra tremenda situazione non sarebbe venuta a verificarsi; certo, c'è modo e modo di ottenere soldi, ma spesso la disperazione porta a compiere cose impensabili ed è innegabile che la società prema sulle persone più sfortunate o inette fino a schiacciarle. Tuttavia, cominciando a lavorare a stretto contatto coi Park e trovandosi anche nella posizione (non troppo) privilegiata di poterli osservare di nascosto, i Kim cominciano a capire che se le persone sono brutte, sciocche e vane in partenza, non sono i soldi a salvarle, anzi, è proprio la loro ricchezza a disumanizzarle ancora di più, mentre i poveri sono costretti a farsi la lotta tra loro. E così, la commedia si trasforma in tragedia e dramma, perché Joon-ho Bong non ha la soluzione per tutti questi problemi sociali (è inutile fare piani, perché tanto poi arrivano gli imprevisti a buttarli all'aria). Può solo aiutarci ad aprire gli occhi ma comunque nemmeno la consapevolezza può donarci un happy ending; può darci speranza, forza di volontà, un minimo di sprone, ma senza alcuna certezza. L'unica cosa certa che noi spettatori possiamo toccare con mano è la bellezza di Parasite, la raffinatezza delle scelte narrative e visive che lo compongono (ma quant'è bella la lunga sequenza della pioggia torrenziale, devastante per i Kim e divertente per i Park? E il momento "musicarello", con Morandi a farla da padrone? O quelle riprese ampie, i piani sequenza, i movimenti di macchina che inglobano ciò che viene visto e quello che dovrebbe rimanere nascosto? Nella mia crassa ignoranza mi è sembrato che ogni sequenza fosse un gioiellino!), la bravura di questi attori sempre in bilico tra macchiette e personaggi tragici ma tutti, comunque, terribilmente umani. Il film più bello dell'anno? Probabilmente sì, mi piacerebbe riguardarlo per gustarmi ancora tanti piccoli dettagli che a una prima visione potrebbero essermi sfuggiti, ma intanto vi consiglio di correre a cercarlo finché ancora lo programmano in Italia!


Del regista e co-sceneggiatore Joon-ho Bong ho già parlato QUI.

Kang-ho Song interpreta Kim Ki-Taek. Sud Coreano, ha partecipato a film come Mr. Vendetta, Lady Vendetta, The Host, Thirst e The Interview. Ha 52 anni.


Woo-sik Choi interpreta Kim Ki-woo. Sud Coreano, ha partecipato a film come Train to Busan e Okja. Ha 29 anni.




mercoledì 5 luglio 2017

Okja (2017)

Spinta dalle recensioni positive (una, bellissima, è quella di Lucia) e dal fatto di avere finalmente Netflix, qualche giorno fa ho recuperato Okja, scritto e diretto dal regista Bong Joon-Ho.


Trama: una ragazzina coreana deve cercare di liberare il maiale gigante Okja dalle grinfie della multinazionale che ha creato lui e i suoi simili.


Dopo aver visto Okja mi vergogno quasi a dirlo ma io sono carnivora. Non onnivora, proprio carnivora. Dopo due settimane passate in Giappone praticamente senza mangiare nemmeno un pezzetto di ciccia che non fosse raro e triste pollo ho sbranato la casalinga fettina di vitello con gusto estremo. E mi sento molto merda a scrivere questa cosa, non tanto per i miei livelli di salute (per la cronaca, al momento sto benissimo, analisi a posto, grazie) ma proprio perché sono consapevole di ciò che è accaduto all'animaletto che sto ingerendo, non mi nascondo dietro il dito dell'ignoranza né dietro alla concezione SakiHiwatariana del "la mucca ti ringrazia perché non stai sprecando la sua vita e la trasformi in energia per le tue cellule", mi rendo conto da sola che se la mucca potesse parlare mi manderebbe a cagare assieme a tutto ciò che compone il mio organismo e non parliamo poi di quello che mi direbbe il maiale. Ecco, no, parliamo del maiale, anzi, del super-maiale. Okja. Il protagonista di questo film, creato "biologicamente" da una multinazionale per superare il problema della fame nel mondo. Prometto che non aprirò la parentesi del bio e di quello che le persone comprano spendendo una fraccata di soldi solo grazie a quest'etichetta, probabilmente mangerebbero anche mia nonna se le tagliassi delle fettine di chiappa e le mettessi sul mercato assicurandone la natura BIO. Orto bio. Comunque, tornando al film, la multinazionale Mirando Corporation ha scoperto questi maiali giganti assolutamente bio (sì, credici) e ha concesso a ventisei allevatori diversi di tirarne su altrettanti esemplari, così da poter decretare il miglior super-maiale nel giro di una decina d'anni e cominciare a venderli ai consumatori sbavanti. Uno di questi maiali, Okja, viene cresciuto in Corea da un vecchio allevatore che ha una nipotina, Mija, un'orfanella che giustamente riversa sulla creatura tutto l'affetto e l'innocenza di una bimba solitaria trasformandola in qualcosa di più di una maxisalsiccia destinata a finire sul mercato mondiale. Il problema è che Okja, dieci anni dopo, viene incoronata "miglior maiale" e viene portata via dalla sua casa, con conseguente sconforto della piccola Mija, la quale scopre che il nonno non ha mai neppure provato ad acquistare la creatura dalla Mirando Corporation, come invece aveva fatto credere alla bambina. Questi sono i presupposti di un'avventura che porta Mija a scappare di casa per inseguire Okja fino in America, il problema è che la pellicola di Joon-Ho Bong non è un'avventura allegra e spensierata, lo avrete già capito.


Sul suo cammino, Mija trova infatti i peggiori adulti possibili, a partire proprio dal nonno, ma non solo. Accanto ad esseri palesemente abietti come il veterinario televisivo Johnny Wilcox e le folli Lucy e Nancy Mirando, immediatamente inseribili nel novero dei "cattivi" tout court, ci sono anche gli animalisti che dovrebbero essere buoni ma fondamentalmente sfruttano la povera Mija per i loro fini, per quanto nobili; nel corso della pellicola, Mija viene sottovalutata e presa in giro da tutti in primis perché è piccola e "non capirebbe" ma il confronto con l'"altro" passa anche attraverso una barriera linguistica invalicabile, tutti "paletti" che trasformano l'impresa della bambina in un viaggio verso una terra ostile, incomprensibile e violenta, in aperto contrasto con una natura quasi incontaminata dove per parlare a chi è diverso basta il cuore. Per sopravvivere alla follia di una società moderna fatta di contraddizioni, sceneggiate costruite a tavolino per non turbare gli animi sensibili e gente che nasconde la testa sotto la sabbia come gli struzzi, persino Mija è costretta a scendere a compromessi e soprattutto a comprendere i meccanismi che governano la nostra società, così da riuscire a salvare perlomeno il suo piccolo mondo e la propria innocenza, ma il finale di Okja è uno dei più atroci e crudelmente realistici mai mostrati su schermo. Da spettatrice e da carnivora ipocrita ho fatto fatica a guardare tutto ciò che Joon-Ho Bong sceglie di mostrare agli spettatori e a Mija, tutte le brutture a cui viene sottoposta la povera Okja, quell'orrendo spettacolo capace di richiamare alla mente un olocausto umano e ben radicato nella nostra memoria storica, persino i lividi che rimedia la bambina ad ogni passo del suo faticoso percorso verso la libertà e la salvezza del suo amico animale.


Giustamente Joon-Ho Bong deve avere pensato che una simile violenza fosse necessaria per raggiungere le nostre coscienze addormentate ma la verità è che il regista coreano è soprattutto un fine poeta e un Autore con la A maiuscola, capace di portarci a provare per Okja lo stesso affetto che proveremmo verso una creatura reale. E Okja, di fatto, E' reale, un miracolo di computer graphic che non sembra posticcio neppure per un istante, talmente ben integrata con ciò che la circonda da rendere plausibile persino il dolce omaggio iniziale a Il mio vicino Totoro; Okja è vera, conseguentemente risultano veri anche i suoi tristi compagni di sventura, sottoposti a torture inenarrabili, e il nostro cuore arriva a piangere per ognuno di loro, anche se non hanno nome. E' un vero peccato che Okja sia un film disponibile solo su Netflix perché una distribuzione cinematografica renderebbe giustizia ad alcune delle scene d'azione più belle mai girate, una su tutte la concitatissima fuga al supermercato dove tutti i coinvolti, animale compreso, sembrano farsi incredibilmente male, oppure il terribile inseguimento dopo la parata, per arrivare al pluricitato e cupo finale, dove ogni dettaglio dovrebbe imprimersi a fuoco nella mente dello spettatore in saecula saeculorum. Come già avevo scritto nella recensione di Train to Busan, un film come Okja riesce a dare dei punti a qualsiasi blockbuster occidentale mescolando sapiente tecnica artistica al cuore pulsante di una sceneggiatura semplice ma profonda, che rielabora cliché universali in un modo tutto nuovo e parla al mondo intero non solo grazie all'ausilio di bravissimi attori occidentali ma anche e soprattutto grazie al musetto espressivo di una ragazzina bellissima e coraggiosa, con due occhioni addolorati che spezzerebbero il cuore a un sasso. Io mi fermo qui ma avrete capito che Okja è un film splendido che merita di essere visto da chiunque e lo consiglio spassionatamente, anche se rischia di farvi diventare vegani. Faccio solo un appunto agli adattatori italiani: ma perché mettere in bocca ai personaggi frasi come "Cerca di imparare l'italiano, ti sarà molto utile!" quando Mija va a New York? E andiamo, su...


Di Tilda Swinton (Lucy e Nancy Mirando), Giancarlo Esposito (Frank Dawson), Jake Gyllenhaal (Johnny Wilcox), Shirley Henderson (Jennifer), Paul Dano (Jay), Daniel Henshall (Blond) e Lily Collins (Red) ho già parlato ai rispettivi link.

Joon-Ho Bong è il regista e sceneggiatore della pellicola. Sud Coreano, ha diretto film come The Host e Snowpiercer. Anche attore e produttore, ha 48 anni e un film in uscita.


Nei panni di K avrete notato l'attore Steven Yeun, meglio noto come il Glenn di The Walking Dead. Se Okja vi foste piaciuto provate a recuperare E.T. - L'extraterrestre. ENJOY!


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