Spinta da alcune recensioni positive lette in rete, ho dato una chance anche a The Room - La stanza del desiderio (The Room), diretto e co-sceneggiato nel 2019 dal regista Christian Volckman. Per la cronaca, potete trovarlo a noleggio su Chili, Google Play e altre piattaforme di streaming legale.
Trama: due giovani fidanzati vanno a vivere in una casa dove c'è una stanza in grado di procurare agli abitanti qualsiasi cosa desiderino. Passato il momento di iniziale euforia, i due cominciano ad accorgersi delle terribili implicazioni...
Questa recensione conterrà un po' di SPOILER nel prossimo paragrafo, perché in questo periodo sono un po' polemica e di questo film alcune cose mi hanno dato fastidio. Se volete guardare The Room - La stanza del desiderio (da non confondersi col ben più particolare The Room e basta, che vi consiglio spassionatamente, poi venitemi a picchiare mi raccomando) fatelo perché in effetti è un fanta-horror molto interessante, con un'ottima premessa e una tensione che si mantiene alta fino alla fine, quando purtroppo i realizzatori hanno cercato il finale shock dalla logica facilmente confutabile, ché non tutti nascono sceneggiatori di Dark, ahimé. La bellezza di The Room risiede soprattutto nel pregevolissimo lavoro di scenografia, sia all'interno della stanza che dà il titolo al film sia in tutta la casa, che a un certo punto diventa una sorta di "creatura" dotata di cuore e tantissimi vasi sanguigni che si collegano ad esso, resi ancora più inquietanti da un uso sapiente di luci ed ombre, le prime giallastre e malate, capaci di rendere squallida e noiosa anche l'opulenza in cui a un certo punto si ritrovano immersi i protagonisti. Questi ultimi, per inciso, passato il momento 50 sfumature di lusso capiscono di essere finiti in un horror e ci mettono l'anima per dare credibilità ai loro personaggi per nulla simpatici, ma la presenza di un sosia di Michael Rooker e di un bambino in perfetto equilibrio tra la capacità di provocare odio subitaneo e quella di indurre pena infinita rischiano di surclassarli nella memoria dello spettatore. Considerato che The Room è facilmente reperibile on line, nonostante moltissimi horror migliori ancora inspiegabilmente inediti sulle varie piattaforme streaming italiane, il mio consiglio è quello di recuperarlo e guardarlo sapendo poco o nulla, come ho fatto io, e goderselo dall'inizio alla fine. Per ora potete anche finire qui di leggere; se poi volete tornare a discuterne con me una volta finita la visione, oppure se avete già guardato The Room, proseguite tranquillamente la lettura!
SPOILER
Io comprendo che un film all'interno del quale una stanza concede ai protagonisti tutto ciò che desiderano (soldi, gioielli, vestiti, cibo) a un certo punto debba dotarsi di un punto di svolta, altrimenti non esisterebbe trama. Ma vorrei capire perché questo punto di svolta, ovvero il desiderio di maternità di Kate, debba venire introdotto e sviluppato con una mancanza di coerenza imbarazzante e svilente. Dopo giorni passati nel lusso, ovviamente subentra per i nostri (dotati, per inciso, di zero inventiva, come dimostra l'uso decisamente migliore che verrà fatto in seguito della stanza...) un senso di insoddisfazione, e naturalmente Richard ritiene che l'unica cosa capace di tirar su il morale alla mogliettina... sia mettere al mondo un pargolo dopo che lei ha già subito due aborti. Concepire che la vita di una coppia possa essere felice anche senza un bambino è impossibile, giusto? Così come è sempre giustissimo pensare che la donna, nonostante sia bella, colta, intelligente, con un lavoro di traduttrice (che invidia!), una bella casa e un bel marito si senta comunque "mancante" perché priva di figli o incapace di generarne. E certo. Conseguenza di tutto ciò è che la bella e razionale Kate diventa una matta che si procura un bambino per mezzo stanza. A nulla valgono le proteste del marito, trasformatosi nel giro di cinque minuti in orco malvagio pronto a sacrificare la povera creatura, e a nulla vale il terribile destino a cui andrebbe incontro il bambino se venisse portato fuori di casa, ovvero un rapido invecchiamento seguito dalla morte: Kate, in quanto donna e quindi madre per forza, si affeziona irrimediabilmente al bambino dopo 30 secondi anche quando il pargolo, incautamente portato fuori, passa dall'essere un adorabile neonato a un mocciosetto stronzo mentre la coppia, ça va sans dire, si sfascia. Dopo due giorni di maternità, anzi, lei arriva persino a pensare di morire per far sì che il bambino viva (conditio sine qua non perché gli oggetti generati dalla stanza diventino reali è che muoia chi li ha messi al mondo), gettando via un'esistenza tutto sommato soddisfacente e lasciando il marito nella merda con una creatura potenzialmente immonda. Per carità, negli horror ho visto persone fare cose ancor più sceme, tuttavia come donna mi sono sentita presa in giro da una scelta così facilona, che peraltro offre il fianco a fastidiosissime scene di violenza psicologica e verbale su un bambino reo semplicemente di esistere; anche in questo caso ho visto di peggio, ma era contestualizzato in altro modo, mentre così è semplicemente qualcosa di sgradevole buttato lì tanto per far andare avanti la trama e nonostante tutte le cose gravi che accadono loro, i due protagonisti rimangono, fino alla fine, soltanto due europei snob di una superficialità imbarazzante. Bah, sarà il periodo in cui ho le palle particolarmente girate ma sono rimasta davvero infastidita da tutto.
Christian Volckman è il regista e co-sceneggiatore della pellicola. Francese, ha diretto il film Reneissance. Anche attore, animatore e produttore, ha 49 anni.
Olga Kurylenko interpreta Kate. Ucraina, ha partecipato a film come Morto Stalin, se ne fa un altro e L'uomo che uccise Don Chisciotte. Anche sceneggiatrice e produttrice, ha 41 anni e due film in uscita.
Kevin Janssen era il Richard di Revenge. Se il film vi fosse piaciuto recuperate Vivarium. ENJOY!
venerdì 31 luglio 2020
mercoledì 29 luglio 2020
Gli uccelli (1963)
Oggi mi imbarcherò nella difficile impresa di parlare de Gli uccelli (The Birds) diretto nel 1963 da Alfred Hitchcock e tratto dal racconto omonimo di Daphne Du Maurier.
Trama: la bella e ricca Melanie si incapriccia di un avvocato e, con la scusa di regalare due inseparabili alla sorellina, si reca a casa di lui, a Bodega Bay. Lì avrà la sventura di dover affrontare la follia inspiegabile dei volatili locali...
Erano anni, decenni che non riguardavo Gli uccelli. Mi era venuta una voglia pazzesca di recuperarlo a marzo, dopo aver avuto la fortuna di andare a Genova a vedere la mostra dedicata a Hitchcock, proprio la settimana prima del lockdown; lì proiettavano un ottimo documentario di cui purtroppo non ricordo il titolo, interamente imperniato su Gli uccelli, reso come uno dei più perfetti esempi di horror mai girati, mentre in un altra sezione della mostra si sottolineava la genialità della colonna sonora del film, curata da Bernard Herrmann e interamente composta da suoni elettronici atti a replicare i versi degli uccelli, gli unici suoni udibili nel corso del film a parte la snervante Risseldy Rosseldy, utilizzata per una delle sequenze più tese dell'intera pellicola. E cos'è, in effetti, Gli uccelli, se non un horror? Pensate alle motivazioni risibili che portano la protagonista, Melanie, a recarsi a Bodega Bay, antesignane di tutti gli sciocchi pretesti utilizzati per trascinare i personaggi in boschi infestati, case fatiscenti o simili: la bionda fanciulla si incapriccia di un avvocato, tale Mitch, dopo essersi finta per lui commessa di un negozio di animali e, colta in flagrante, fa carte false per scoprire dove abita e poterlo così rivedere. A Bodega Bay, amena cittadina sul mare, ci saranno ad attenderla equivoci amorosi (la parte più "frizzante" del film, tra vecchie fiamme di Mitch che diventano amiche e confidenti di Melanie), madri gelose e autoritarie e, ovviamente, uccelli assassini pronti a fare scempio degli ignari abitanti e di qualunque turista di passaggio. E bello vedere come, prima di entrare nel vivo dell'azione, Hitchcock si impegni a delineare innanzitutto i legami tra personaggi e ricreare l'atmosfera di una cittadina dove tutti si conoscono, zeppa di abitanti a dir poco folkloristici e impreparati ad affrontare una calamità per la quale non ci sono spiegazioni, ma quando l'azione chiama il vecchio Hitch non si tira di sicuro indietro.
Ricordo la prima volta che avevo visto Gli uccelli. Conoscevo il film di fama, ma ovviamente ero una ragazzina e mi sarei aspettata qualcosa di più "violento" e anche se ne ero rimasta soddisfatta mi aveva lasciata con un lieve retrogusto amaro in bocca. Visto con un po' più di sale in zucca, mi rendo conto che Gli uccelli funziona di più quando gioca ad accrescere la tensione e non mostra, piuttosto che quando i pennuti si scatenano (anche se la sequenza ambientata in città, caotica ma perfettamente controllata dal genio di Hitchcock, è assai notevole), provocando nello spettatore il terrore di ciò che potrebbe succedere semplicemente inquadrando stormi di uccelli in attesa, accompagnati dall'inquietante suono dei loro versi. Le immagini efferate a dire il vero non mancano: penso alla macabra scoperta di Lydia, talmente scioccante da bloccare persino l'urlo nella gola della povera donna (e Jessica Tandy è l'attrice più brava del mucchio), oppure al destino che tocca uno dei personaggi principali, vittima della beffarda ironia del regista, prima ancora che alla scena più famosa e difficile della pellicola, quel prefinale al cardiopalma che ha mandato la povera Tippi Hedren all'ospedale per una settimana. Eppure, col tempo sono arrivata ad apprezzare altre sequenze, tutte giocate sulle inquadrature dei volti stravolti degli attori e su un montaggio nervoso che replica alla perfezione lo sguardo di un essere umano in tensione, pronto a cogliere frammenti spezzati di luoghi amati e conosciuti trasformati in incubi claustrofobici, con teneri pennuti a prendere il posto di mostri famelici, becchi adunchi che si protendono al posto delle mani, frullare d'ali invece di versi gutturali e uno, due, tre uccellini che, ad ogni inquadratura, aumentano di numero gettando un piombo dopo l'altro nello stomaco dello spettatore. Un film dell'orrore, come ho scritto sopra, uno dei più belli e inaspettati, ennesima dimostrazione della genialità di un regista che, passati ormai più di cinquant'anni, non smette ancora di stupire.
Del regista Alfred Hitchcock, che compare anche come proprietario dei due cagnolini all'uscita del negozio di animali, ho già parlato QUI mentre Veronica Cartwright, che interpreta Cathy Brenner, la trovate QUA.
Rod Taylor interpreta Mitch Brenner. Australiano, ha partecipato a film come Il gigante, Bastardi senza gloria e a episodi di serie quali Ai confini della realtà, La signora in giallo e Walker Texas Ranger, inoltre ha lavorato come doppiatore in La carica dei 101. Anche sceneggiatore e produttore, è morto nel 2015 all'età di 84 anni.
Jessica Tandy interpreta Lydia Brenner. Inglese, la ricordo per film come Cocoon - L'energia dell'universo, Miracolo sull'8a strada, Cocoon - Il ritorno, A spasso con Daisy (che le è valso l'Oscar come migliore attrice protagonista) e Pomodori verdi fritti alla fermata del treno, inoltre ha partecipato a serie quali Alfred Hitchcock presenta. E' morta nel 1994 all'età di 85 anni.
Tippi Hedren (vero nome Natalie Kay Hedren) interpreta Melanie Daniels. Americana, madre di Melanie Griffith, ha partecipato a film come Marnie, Il grande ruggito, Gli uccelli II e a serie quali La donna bionica, Alfred Hitchcock presenta, Beautiful, L'ispettore Tibbs, La signora in giallo, The 4400 e CSI - Scena del crimine. Anche produttrice, ha 90 anni.
Esiste un Gli uccelli II, film per la TV del 1994 dove compare anche Tippi Hedren, nei panni di un altro personaggio chiamato Helen. Non l'ho mai visto e, onestamente, non vi consiglio di vederlo ma sarebbe interessante l'idea di una serie TV basata sullo stesso soggetto. Se ne parlava nel 2017 ma il progetto pare sia stato abbandonato. ENJOY!
Trama: la bella e ricca Melanie si incapriccia di un avvocato e, con la scusa di regalare due inseparabili alla sorellina, si reca a casa di lui, a Bodega Bay. Lì avrà la sventura di dover affrontare la follia inspiegabile dei volatili locali...
Erano anni, decenni che non riguardavo Gli uccelli. Mi era venuta una voglia pazzesca di recuperarlo a marzo, dopo aver avuto la fortuna di andare a Genova a vedere la mostra dedicata a Hitchcock, proprio la settimana prima del lockdown; lì proiettavano un ottimo documentario di cui purtroppo non ricordo il titolo, interamente imperniato su Gli uccelli, reso come uno dei più perfetti esempi di horror mai girati, mentre in un altra sezione della mostra si sottolineava la genialità della colonna sonora del film, curata da Bernard Herrmann e interamente composta da suoni elettronici atti a replicare i versi degli uccelli, gli unici suoni udibili nel corso del film a parte la snervante Risseldy Rosseldy, utilizzata per una delle sequenze più tese dell'intera pellicola. E cos'è, in effetti, Gli uccelli, se non un horror? Pensate alle motivazioni risibili che portano la protagonista, Melanie, a recarsi a Bodega Bay, antesignane di tutti gli sciocchi pretesti utilizzati per trascinare i personaggi in boschi infestati, case fatiscenti o simili: la bionda fanciulla si incapriccia di un avvocato, tale Mitch, dopo essersi finta per lui commessa di un negozio di animali e, colta in flagrante, fa carte false per scoprire dove abita e poterlo così rivedere. A Bodega Bay, amena cittadina sul mare, ci saranno ad attenderla equivoci amorosi (la parte più "frizzante" del film, tra vecchie fiamme di Mitch che diventano amiche e confidenti di Melanie), madri gelose e autoritarie e, ovviamente, uccelli assassini pronti a fare scempio degli ignari abitanti e di qualunque turista di passaggio. E bello vedere come, prima di entrare nel vivo dell'azione, Hitchcock si impegni a delineare innanzitutto i legami tra personaggi e ricreare l'atmosfera di una cittadina dove tutti si conoscono, zeppa di abitanti a dir poco folkloristici e impreparati ad affrontare una calamità per la quale non ci sono spiegazioni, ma quando l'azione chiama il vecchio Hitch non si tira di sicuro indietro.
Ricordo la prima volta che avevo visto Gli uccelli. Conoscevo il film di fama, ma ovviamente ero una ragazzina e mi sarei aspettata qualcosa di più "violento" e anche se ne ero rimasta soddisfatta mi aveva lasciata con un lieve retrogusto amaro in bocca. Visto con un po' più di sale in zucca, mi rendo conto che Gli uccelli funziona di più quando gioca ad accrescere la tensione e non mostra, piuttosto che quando i pennuti si scatenano (anche se la sequenza ambientata in città, caotica ma perfettamente controllata dal genio di Hitchcock, è assai notevole), provocando nello spettatore il terrore di ciò che potrebbe succedere semplicemente inquadrando stormi di uccelli in attesa, accompagnati dall'inquietante suono dei loro versi. Le immagini efferate a dire il vero non mancano: penso alla macabra scoperta di Lydia, talmente scioccante da bloccare persino l'urlo nella gola della povera donna (e Jessica Tandy è l'attrice più brava del mucchio), oppure al destino che tocca uno dei personaggi principali, vittima della beffarda ironia del regista, prima ancora che alla scena più famosa e difficile della pellicola, quel prefinale al cardiopalma che ha mandato la povera Tippi Hedren all'ospedale per una settimana. Eppure, col tempo sono arrivata ad apprezzare altre sequenze, tutte giocate sulle inquadrature dei volti stravolti degli attori e su un montaggio nervoso che replica alla perfezione lo sguardo di un essere umano in tensione, pronto a cogliere frammenti spezzati di luoghi amati e conosciuti trasformati in incubi claustrofobici, con teneri pennuti a prendere il posto di mostri famelici, becchi adunchi che si protendono al posto delle mani, frullare d'ali invece di versi gutturali e uno, due, tre uccellini che, ad ogni inquadratura, aumentano di numero gettando un piombo dopo l'altro nello stomaco dello spettatore. Un film dell'orrore, come ho scritto sopra, uno dei più belli e inaspettati, ennesima dimostrazione della genialità di un regista che, passati ormai più di cinquant'anni, non smette ancora di stupire.
Del regista Alfred Hitchcock, che compare anche come proprietario dei due cagnolini all'uscita del negozio di animali, ho già parlato QUI mentre Veronica Cartwright, che interpreta Cathy Brenner, la trovate QUA.
Rod Taylor interpreta Mitch Brenner. Australiano, ha partecipato a film come Il gigante, Bastardi senza gloria e a episodi di serie quali Ai confini della realtà, La signora in giallo e Walker Texas Ranger, inoltre ha lavorato come doppiatore in La carica dei 101. Anche sceneggiatore e produttore, è morto nel 2015 all'età di 84 anni.
Jessica Tandy interpreta Lydia Brenner. Inglese, la ricordo per film come Cocoon - L'energia dell'universo, Miracolo sull'8a strada, Cocoon - Il ritorno, A spasso con Daisy (che le è valso l'Oscar come migliore attrice protagonista) e Pomodori verdi fritti alla fermata del treno, inoltre ha partecipato a serie quali Alfred Hitchcock presenta. E' morta nel 1994 all'età di 85 anni.
Tippi Hedren (vero nome Natalie Kay Hedren) interpreta Melanie Daniels. Americana, madre di Melanie Griffith, ha partecipato a film come Marnie, Il grande ruggito, Gli uccelli II e a serie quali La donna bionica, Alfred Hitchcock presenta, Beautiful, L'ispettore Tibbs, La signora in giallo, The 4400 e CSI - Scena del crimine. Anche produttrice, ha 90 anni.
Esiste un Gli uccelli II, film per la TV del 1994 dove compare anche Tippi Hedren, nei panni di un altro personaggio chiamato Helen. Non l'ho mai visto e, onestamente, non vi consiglio di vederlo ma sarebbe interessante l'idea di una serie TV basata sullo stesso soggetto. Se ne parlava nel 2017 ma il progetto pare sia stato abbandonato. ENJOY!
martedì 28 luglio 2020
The Beach House (2019)
Nonostante Lucia ne avesse parlato molto bene, ammetto che non avrei dato una lira a The Beach House, produzione Shudder diretta e sceneggiata dall'esordiente Jeffrey A. Brown, invece...
Trama: due ragazzi decidono di passare un weekend nella casa sul mare del padre di lui. Lì, troveranno due ospiti inattesi e qualcos'altro...
Giustamente, sulla sua recensione Lucia consiglia di non leggere nulla su The Beach House, e io mi sono attenuta alle sue istruzioni, godendomelo e morendo d'ansia dall'inizio alla fine. Se volete, potete fare altrettanto e smettere di leggere qui: The Beach House è un film che comincia palesando una natura di "thriller drammatico" e poi sconfina in territori tra il lovecraftiano e il cronenberghiano, e più non dimandate. Se volete continuare, cercherò di non fare spoiler. The Beach House è un crescendo di ansia, che si viene a creare non tanto grazie alla sceneggiatura (benché alcuni dialoghi siano profetici e rivelatori) quanto piuttosto attraverso i piccoli dettagli di una regia che riesce a far paura sia nei momenti in cui i personaggi si ritrovano immersi nella nebbia e al buio, sia quando si trovano su una splendida spiaggia assolata, là dove mare blu si stende fino a perdita d'occhio. L'ansia si trova nelle riprese ravvicinate di acqua, pulviscolo, piccoli animali invertebrati, gusci di ostriche, ma anche nelle panoramiche di una cittadina sonnacchiosa, dove la stagione balneare non è ancora cominciata (oppure è praticamente finita), cosa che accresce il senso di spaesato isolamento in cui si verranno a trovare i due protagonisti, giovani universitari con un rapporto in crisi, costretti a condividere una casa con due sconosciuti nel momento esatto in cui "qualcosa" va storto. Complice una tavoletta di cioccolato "simpatico", i nostri non si accorgono di ciò che sta succedendo finché non è troppo tardi... ma sarebbe servito a qualcosa aprire gli occhi un po' prima e scappare? Jeffrey A. Brown pensa di no.
Il senso di angoscia trasmesso da The Beach House è palpabile, è una piccola apocalisse dalle enormi implicazioni, ancora più terribile perché i personaggi si ritrovano ad essere completamente impotenti, nessuno escluso; se il ragazzo della coppia, Randall, è un povero minchione che non troverebbe l'acqua in mare, compreso nei drammi esistenziali di un ragazzotto che non sa ancora cosa fare della sua vita, Emily è invece uno dei quei rari esempi di personaggio intelligente e pieno di risorse senza essere una supereroina, peccato che nel mondo creato da Brown intelligenza sia semplicemente sinonimo di tragica consapevolezza rispetto al nostro valore di caccole cosmiche passabili di venire schiccherate via al minimo accenno di squilibrio all'interno di un ecosistema che spesso sottovalutiamo. La seconda metà del film è una corsa scellerata verso un finale inevitabile, all'interno della quale comincia ad essere difficile respirare persino per lo spettatore, schiacciato da un senso di claustrofobia crescente a cui non giovano un paio di cliché horror particolarmente efficaci, che siano trasmissioni televisive interrotte o cose ancora più abominevoli, attraverso le quali The Beach House mostra comunque di sapersi difendere molto bene anche a livello di effetti speciali, particolarmente disgustosi ed efficaci. E pazienza se gli attori, soprattutto Noah Le Gros, sono un po' dei cani maledetti, perché The Beach House è uno degli horror più interessanti e onestamente ansiogeni visti recentemente. Dategli un'occhiata.
Jeffrey A. Brown è il regista e sceneggiatore della pellicola, al suo primo lungometraggio. Principalmente location manager, è anche produttore.
Jake Weber interpreta Mitch. Inglese, ha partecipato a film come Nato il quattro luglio, Vi presento Joe Black, The Cell - La cellula, L'alba dei morti viventi e a serie quali Medium e Dr. House. Ha 56 anni e due film in uscita.
Noah Le Gros, che interpreta Randall, aveva partecipato anche a Depraved. Se il film vi fosse piaciuto, recuperate quelli a cui si è ispirato Jeffrey A. Brown per realizzarlo: L'invasione degli ultracorpi, Terrore dallo spazio profondo, Il demone sotto la pelle, Alien e L'astronave atomica del dott. Quatermass. ENJOY!
Trama: due ragazzi decidono di passare un weekend nella casa sul mare del padre di lui. Lì, troveranno due ospiti inattesi e qualcos'altro...
Giustamente, sulla sua recensione Lucia consiglia di non leggere nulla su The Beach House, e io mi sono attenuta alle sue istruzioni, godendomelo e morendo d'ansia dall'inizio alla fine. Se volete, potete fare altrettanto e smettere di leggere qui: The Beach House è un film che comincia palesando una natura di "thriller drammatico" e poi sconfina in territori tra il lovecraftiano e il cronenberghiano, e più non dimandate. Se volete continuare, cercherò di non fare spoiler. The Beach House è un crescendo di ansia, che si viene a creare non tanto grazie alla sceneggiatura (benché alcuni dialoghi siano profetici e rivelatori) quanto piuttosto attraverso i piccoli dettagli di una regia che riesce a far paura sia nei momenti in cui i personaggi si ritrovano immersi nella nebbia e al buio, sia quando si trovano su una splendida spiaggia assolata, là dove mare blu si stende fino a perdita d'occhio. L'ansia si trova nelle riprese ravvicinate di acqua, pulviscolo, piccoli animali invertebrati, gusci di ostriche, ma anche nelle panoramiche di una cittadina sonnacchiosa, dove la stagione balneare non è ancora cominciata (oppure è praticamente finita), cosa che accresce il senso di spaesato isolamento in cui si verranno a trovare i due protagonisti, giovani universitari con un rapporto in crisi, costretti a condividere una casa con due sconosciuti nel momento esatto in cui "qualcosa" va storto. Complice una tavoletta di cioccolato "simpatico", i nostri non si accorgono di ciò che sta succedendo finché non è troppo tardi... ma sarebbe servito a qualcosa aprire gli occhi un po' prima e scappare? Jeffrey A. Brown pensa di no.
Il senso di angoscia trasmesso da The Beach House è palpabile, è una piccola apocalisse dalle enormi implicazioni, ancora più terribile perché i personaggi si ritrovano ad essere completamente impotenti, nessuno escluso; se il ragazzo della coppia, Randall, è un povero minchione che non troverebbe l'acqua in mare, compreso nei drammi esistenziali di un ragazzotto che non sa ancora cosa fare della sua vita, Emily è invece uno dei quei rari esempi di personaggio intelligente e pieno di risorse senza essere una supereroina, peccato che nel mondo creato da Brown intelligenza sia semplicemente sinonimo di tragica consapevolezza rispetto al nostro valore di caccole cosmiche passabili di venire schiccherate via al minimo accenno di squilibrio all'interno di un ecosistema che spesso sottovalutiamo. La seconda metà del film è una corsa scellerata verso un finale inevitabile, all'interno della quale comincia ad essere difficile respirare persino per lo spettatore, schiacciato da un senso di claustrofobia crescente a cui non giovano un paio di cliché horror particolarmente efficaci, che siano trasmissioni televisive interrotte o cose ancora più abominevoli, attraverso le quali The Beach House mostra comunque di sapersi difendere molto bene anche a livello di effetti speciali, particolarmente disgustosi ed efficaci. E pazienza se gli attori, soprattutto Noah Le Gros, sono un po' dei cani maledetti, perché The Beach House è uno degli horror più interessanti e onestamente ansiogeni visti recentemente. Dategli un'occhiata.
Jeffrey A. Brown è il regista e sceneggiatore della pellicola, al suo primo lungometraggio. Principalmente location manager, è anche produttore.
Jake Weber interpreta Mitch. Inglese, ha partecipato a film come Nato il quattro luglio, Vi presento Joe Black, The Cell - La cellula, L'alba dei morti viventi e a serie quali Medium e Dr. House. Ha 56 anni e due film in uscita.
Noah Le Gros, che interpreta Randall, aveva partecipato anche a Depraved. Se il film vi fosse piaciuto, recuperate quelli a cui si è ispirato Jeffrey A. Brown per realizzarlo: L'invasione degli ultracorpi, Terrore dallo spazio profondo, Il demone sotto la pelle, Alien e L'astronave atomica del dott. Quatermass. ENJOY!
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domenica 26 luglio 2020
Bollalmanacco On Demand: L'altro inferno (1981)
Siccome Obsidian mi vuole proprio bene, la sua richiesta per l'On Demand odierno è stata L'altro inferno, diretto e co-sceneggiato, assieme a Claudio Fragasso, nel 1981. Se riesco a recuperarlo, il prossimo film On Demand sarà Ciao, Nì! ENJOY!
Trama: in un convento, le suore cominciano a morire misteriosamente. Un giovane e aitante prete indaga.
Prima di cominciare la visione de L'altro inferno ho avvertito Mirco: "stiamo per guardare una Fragassata". Lui non ha capito allora, ma adesso sì, poverino. Eppure, quello che è riuscito a non addormentarsi durante la visione del film è stato lui, che di tanto in tanto mi tirava delle gomitate per farmi riprendere dal diludendo di un "horror" che speravo trash e pieno di dialoghi esilaranti da riportare pezzo per pezzo, ma che invece si è rivelato una noia mortale. Sono quasi più interessanti i retroscena del film, girato contemporaneamente a La vera storia della monaca di Monza, con lo stesso cast e la stessa location per risparmiare e dotato di una colonna sonora presa in prestito da vecchi dischi dei Goblin, che per delle nuove melodie volevano troppi soldi (ed effettivamente c'era qualcosa di familiare, visto che molto è tratto da Buio Omega...). Insomma, un film condiviso e di seconda mano, come poteva venire fuori un'opera decente? A dirla tutta, ci ho sperato, lo ammetto. L'inizio de L'altro inferno è puro delirio trash, ambientato in un laboratorio sotterraneo da mad doctor (in un convento? Perché mai??) all'interno del quale una suora matta seziona una consorella morta per far vedere a una povera novizia gli organi dove risiede il peccato, come l'utero, le ovaie, altre brutte cose simili; in quella, compare il demonio, ovvero, a naso, i catarifrangenti posteriori di un'Ape Cross, debitamente illuminati, e succede il patatrac. Bon. Da lì in poi potete anche evitare di proseguire, ché nemmeno la follia di Franca Stoppi, sempre assai "misurata" nel suo interpretare personaggi incazzosi, riesce a salvare L'altro inferno da una noia mortale fatta di manichini appesi, gente che vaga in corridoi/scale/soffitte e suore che vomitano robe strane.
Il genere nunsploitation mi è fortunatamente poco familiare ma, se non altro, le suore qui non copulano, cosa che mi avrebbe onestamente fatta inorridire visti gli uomini presenti (Carlo de Mejo, tanto quanto, ma il giardiniere, proprio, orrore!) e, di fatto, la sconclusionata trama le vuole soltanto vittime di un demonio che non si capisce bene cosa faccia lì nel convento. Forse Fragasso e Mattei hanno preso alla lettera il titolo italiano del Carrie di De Palma, perché verso il finale tutto converge su una povera, presunta figlia del Demonio (di cui a un certo punto provano a sbarazzarsi in un modo che farebbe inorridire il Moige, non bastasse, e lo dico per gli amici animalisti, un povero gallo a cui viene tagliato via il collo) dotata di strani poteri e un simpatico make-up che ce la mostra più barbuta che ustionata. D'altronde, come diceva Groucho forse, le suore hanno i baffi, giusto? In tutto questo, L'altro inferno si salva giusto per l'utilizzo di un convento vero che concorre a mantenere quel minimo di atmosfera "sacrilega" e dà l'idea dell'artigianalità selvaggia degli horror italiani dell'epoca, ma è un po' poco per consigliare un film peraltro fruibilissimo in quanto presente nel vasto cestone di monnezza horror che fa parte del catalogo Amazon Prime. Al prossimo On Demand inquietante!!
Di Carlo De Mejo, che interpreta Padre Valerio, ho già parlato QUI.
Bruno Mattei, qui col nome di Stefan Oblowski, è il regista e co-sceneggiatore della pellicola. Nato a Roma, ha diretto film come Virus, Rats - Notte di terrore, Robowar - Robot da guerra, Terminator 2, Double Target e Strike Commando. Anche attore e produttore, è morto nel 2007 all'età di 75 anni.
Franca Stoppi, che interpreta Madre Vincenza, era la Iris di Buio Omega, di cui L'altro inferno, per inciso, riutilizza parte della colonna sonora. ENJOY!
Trama: in un convento, le suore cominciano a morire misteriosamente. Un giovane e aitante prete indaga.
Prima di cominciare la visione de L'altro inferno ho avvertito Mirco: "stiamo per guardare una Fragassata". Lui non ha capito allora, ma adesso sì, poverino. Eppure, quello che è riuscito a non addormentarsi durante la visione del film è stato lui, che di tanto in tanto mi tirava delle gomitate per farmi riprendere dal diludendo di un "horror" che speravo trash e pieno di dialoghi esilaranti da riportare pezzo per pezzo, ma che invece si è rivelato una noia mortale. Sono quasi più interessanti i retroscena del film, girato contemporaneamente a La vera storia della monaca di Monza, con lo stesso cast e la stessa location per risparmiare e dotato di una colonna sonora presa in prestito da vecchi dischi dei Goblin, che per delle nuove melodie volevano troppi soldi (ed effettivamente c'era qualcosa di familiare, visto che molto è tratto da Buio Omega...). Insomma, un film condiviso e di seconda mano, come poteva venire fuori un'opera decente? A dirla tutta, ci ho sperato, lo ammetto. L'inizio de L'altro inferno è puro delirio trash, ambientato in un laboratorio sotterraneo da mad doctor (in un convento? Perché mai??) all'interno del quale una suora matta seziona una consorella morta per far vedere a una povera novizia gli organi dove risiede il peccato, come l'utero, le ovaie, altre brutte cose simili; in quella, compare il demonio, ovvero, a naso, i catarifrangenti posteriori di un'Ape Cross, debitamente illuminati, e succede il patatrac. Bon. Da lì in poi potete anche evitare di proseguire, ché nemmeno la follia di Franca Stoppi, sempre assai "misurata" nel suo interpretare personaggi incazzosi, riesce a salvare L'altro inferno da una noia mortale fatta di manichini appesi, gente che vaga in corridoi/scale/soffitte e suore che vomitano robe strane.
Il genere nunsploitation mi è fortunatamente poco familiare ma, se non altro, le suore qui non copulano, cosa che mi avrebbe onestamente fatta inorridire visti gli uomini presenti (Carlo de Mejo, tanto quanto, ma il giardiniere, proprio, orrore!) e, di fatto, la sconclusionata trama le vuole soltanto vittime di un demonio che non si capisce bene cosa faccia lì nel convento. Forse Fragasso e Mattei hanno preso alla lettera il titolo italiano del Carrie di De Palma, perché verso il finale tutto converge su una povera, presunta figlia del Demonio (di cui a un certo punto provano a sbarazzarsi in un modo che farebbe inorridire il Moige, non bastasse, e lo dico per gli amici animalisti, un povero gallo a cui viene tagliato via il collo) dotata di strani poteri e un simpatico make-up che ce la mostra più barbuta che ustionata. D'altronde, come diceva Groucho forse, le suore hanno i baffi, giusto? In tutto questo, L'altro inferno si salva giusto per l'utilizzo di un convento vero che concorre a mantenere quel minimo di atmosfera "sacrilega" e dà l'idea dell'artigianalità selvaggia degli horror italiani dell'epoca, ma è un po' poco per consigliare un film peraltro fruibilissimo in quanto presente nel vasto cestone di monnezza horror che fa parte del catalogo Amazon Prime. Al prossimo On Demand inquietante!!
Di Carlo De Mejo, che interpreta Padre Valerio, ho già parlato QUI.
Franca Stoppi, che interpreta Madre Vincenza, era la Iris di Buio Omega, di cui L'altro inferno, per inciso, riutilizza parte della colonna sonora. ENJOY!
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venerdì 24 luglio 2020
Extra Ordinary (2019)
Altra gioia, stavolta è il caso di aggiungere anche divertente, tirata fuori dal blog di Lucia è Extra Ordinary, diretto e co-sceneggiato nel 2019 dai registi Mike Ahern ed Enda Loughman.
Trama: un'istruttrice di guida deve tornare ad utilizzare i suoi poteri medianici quando un uomo le chiede aiuto per la figlia, presa di mira da un cantante satanista...
Io amo l'Irlanda e amo le commedie horror che arrivano da quelle parti, ché non è solo la perfida Albione ad avere il monopolio del genere. Probabilmente, se Extra Ordinary venisse distribuito da queste parti perderebbe un buon 80% di pregi, visto che il bello è guardarlo godendosi l'accento meraviglioso dei coinvolti e l'intonazione tra il cortese e il pazzerello di Maeve Higgins, ma magari con un po' di fortuna se lo accaparrerà qualche piattaforma streaming e il problema non si porrà. Ma di cosa parla, in definitiva, Extra Ordinary? Per l'appunto di un'istruttrice di scuola guida, Rose, dalle abilità medianiche "stra ordinarie": Rose riesce a vedere i fantasmi (che, per inciso, adorano infestare i formaggi, tra le altre cose) ma ha scelto di ignorare i suoi poteri dal giorno in cui è successo qualcosa a suo padre, cacciatore televisivo di fantasmi e demoni. In più, Rose è anche una timida patologica, passa le serate da brava zitella a imbottirsi di porcherie e la sorella, Sailor, ha il suo bel daffare a spingere la sorella a vivere un po'. Tutto cambia, come nelle migliori commedie, quando Rose riceve la telefonata del bel vedovo Martin Martin, la cui figlia è stata presa di mira da Christian, cantante che, nonostante il nome, ha scelto di sacrificare una vergine al Diavolo per poter tornare sulla cresta dell'onda dopo essere stato una meteora della musica. Altro non è il caso di aggiungere sul modo in cui la trama si svilupperà, perché il bello di Extra Ordinary è il modo in cui i personaggi interagiscono tra loro senza seguire i cliché che vedrebbero un percorso di formazione/redenzione oppure di crescita dell'aMMore, perché i testardissimi irlandesi sono assai restii a cambiare le loro abitudini e il gioco dei due registi e sceneggiatori è proprio quello di ridere in faccia allo spettatore smontando le sue aspettative con gag ottimamente riuscite, che non fanno calare il ritmo della pellicola neppure per un secondo.
Realizzato ottimamente dal punto di vista della regia, che intervalla la narrazione della vicenda con colorati spezzoni vintage della trasmissione del padre di Rose, nemmeno Extra Ordinary ne fosse un episodio, il film è pregevole per la furbizia con cui sopperisce ai limiti di budget, fornendo una rappresentazione di fantasmi e demoni fanciullesca ma non ridicola, sfruttando per esempio l'iconografia del lenzuolo, che in questo caso è perfetto per il clima scanzonato e vagamente cartoonesco della pellicola, che inanella anche ottime citazioni da Ghostbusters e L'esorcista. Ovviamente, al di là della realizzazione fa molto la simpatia degli interpreti, quasi tutti abbastanza sconosciuti nel nostro Paese, anche se l'americano Will Forte, che interpreta Christian, ha partecipato a tantissime commedie demenziali assai famose per chi bazzica il genere; onestamente, io non lo conoscevo ma il suo Christian è esilarante, a livello dei migliori personaggi interpretati da Will Ferrell, e le sequenze in cui duetta con la moglie Claudia sono tra le migliori del film. Altra bella sorpresa l'attore Barry Ward, che in effetti ci mette un po' ad ingranare, surclassato dalla verve della simpaticissima Maeve Higgins, ma verso il finale si profonde in un doppio ruolo talmente divertente che spesso mi sono ritrovata a ridere come una matta, con le lacrime agli occhi. Dopo tanti horror cupi e deprimenti una supercazzola horror come questa ci voleva proprio, quindi se vi sentite giù provate a recuperare Extra Ordinary, non ve ne pentirete!
Mike Ahern ed Enda Loughman sono i registi e co-sceneggiatori della pellicola, entrambi irlandesi e anche produttori, sono al loro primo lungometraggio.
Trama: un'istruttrice di guida deve tornare ad utilizzare i suoi poteri medianici quando un uomo le chiede aiuto per la figlia, presa di mira da un cantante satanista...
Io amo l'Irlanda e amo le commedie horror che arrivano da quelle parti, ché non è solo la perfida Albione ad avere il monopolio del genere. Probabilmente, se Extra Ordinary venisse distribuito da queste parti perderebbe un buon 80% di pregi, visto che il bello è guardarlo godendosi l'accento meraviglioso dei coinvolti e l'intonazione tra il cortese e il pazzerello di Maeve Higgins, ma magari con un po' di fortuna se lo accaparrerà qualche piattaforma streaming e il problema non si porrà. Ma di cosa parla, in definitiva, Extra Ordinary? Per l'appunto di un'istruttrice di scuola guida, Rose, dalle abilità medianiche "stra ordinarie": Rose riesce a vedere i fantasmi (che, per inciso, adorano infestare i formaggi, tra le altre cose) ma ha scelto di ignorare i suoi poteri dal giorno in cui è successo qualcosa a suo padre, cacciatore televisivo di fantasmi e demoni. In più, Rose è anche una timida patologica, passa le serate da brava zitella a imbottirsi di porcherie e la sorella, Sailor, ha il suo bel daffare a spingere la sorella a vivere un po'. Tutto cambia, come nelle migliori commedie, quando Rose riceve la telefonata del bel vedovo Martin Martin, la cui figlia è stata presa di mira da Christian, cantante che, nonostante il nome, ha scelto di sacrificare una vergine al Diavolo per poter tornare sulla cresta dell'onda dopo essere stato una meteora della musica. Altro non è il caso di aggiungere sul modo in cui la trama si svilupperà, perché il bello di Extra Ordinary è il modo in cui i personaggi interagiscono tra loro senza seguire i cliché che vedrebbero un percorso di formazione/redenzione oppure di crescita dell'aMMore, perché i testardissimi irlandesi sono assai restii a cambiare le loro abitudini e il gioco dei due registi e sceneggiatori è proprio quello di ridere in faccia allo spettatore smontando le sue aspettative con gag ottimamente riuscite, che non fanno calare il ritmo della pellicola neppure per un secondo.
Realizzato ottimamente dal punto di vista della regia, che intervalla la narrazione della vicenda con colorati spezzoni vintage della trasmissione del padre di Rose, nemmeno Extra Ordinary ne fosse un episodio, il film è pregevole per la furbizia con cui sopperisce ai limiti di budget, fornendo una rappresentazione di fantasmi e demoni fanciullesca ma non ridicola, sfruttando per esempio l'iconografia del lenzuolo, che in questo caso è perfetto per il clima scanzonato e vagamente cartoonesco della pellicola, che inanella anche ottime citazioni da Ghostbusters e L'esorcista. Ovviamente, al di là della realizzazione fa molto la simpatia degli interpreti, quasi tutti abbastanza sconosciuti nel nostro Paese, anche se l'americano Will Forte, che interpreta Christian, ha partecipato a tantissime commedie demenziali assai famose per chi bazzica il genere; onestamente, io non lo conoscevo ma il suo Christian è esilarante, a livello dei migliori personaggi interpretati da Will Ferrell, e le sequenze in cui duetta con la moglie Claudia sono tra le migliori del film. Altra bella sorpresa l'attore Barry Ward, che in effetti ci mette un po' ad ingranare, surclassato dalla verve della simpaticissima Maeve Higgins, ma verso il finale si profonde in un doppio ruolo talmente divertente che spesso mi sono ritrovata a ridere come una matta, con le lacrime agli occhi. Dopo tanti horror cupi e deprimenti una supercazzola horror come questa ci voleva proprio, quindi se vi sentite giù provate a recuperare Extra Ordinary, non ve ne pentirete!
Mike Ahern ed Enda Loughman sono i registi e co-sceneggiatori della pellicola, entrambi irlandesi e anche produttori, sono al loro primo lungometraggio.
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mercoledì 22 luglio 2020
Relic (2020)
Il blog di Lucia offre, come sempre, moltissime gioie. La più recente è stata Relic, diretto e co-sceneggiato dalla regista Natalie Erika James.
Trama: dopo la sparizione prolungata della madre, Kay e la figlia Sam decidono di trasferirsi a casa sua per starle vicino ma cominciano ad accadere inquietanti fenomeni...
Uno dei film che più mi aveva angosciata, qualche tempo fa, era stato Still Alice, la storia di una donna ancora abbastanza giovane che vedeva la sua vita divorata dall'Alzheimer. Che sia Alzheimer o demenza senile, l'idea di non ricordare più nulla, di vedere gli affetti e la coscienza di se stessi e del mondo scorrere via dalle dita è qualcosa di orribile e se a questo si aggiungono gli acciacchi della vecchiaia, la consapevolezza di un corpo che non risponde più ai nostri desideri, costringendoci ad umiliarci, anche, davanti alle persone a cui vogliamo bene, mi rendo conto che forse non vorrei arrivare ad essere troppo vecchia e che mi piacerebbe molto lasciare questo mondo prima di diventare un peso per gli altri. La condizione fisica di mia nonna, che pure fortunatamente (o sfortunatamente per lei, temo) ha la testa ancora lucidissima, ce l'ho sotto gli occhi ogni giorno e guardando questo Relic ho inevitabilmente trasferito la sua condizione su quella di Edna, anziana ed indipendente signora che comincia a cambiare. La casa in cui ha vissuto per anni le sembra un luogo minaccioso, i volti si confondono, cominciano a spuntare dei post-it per ricordarsi le cose basilari, sul corpo compaiono inquietanti lividi neri e, cosa forse peggiore, la figlia e la nipote, ognuna pronta ad aiutare nonostante la prima sia stata distante per anni, decidono di assistere Edna trasferendosi nella sua casa, facendola involontariamente sentire ancora più invalida, incapace e colma di vergogna. Cosa si celi nella casa di Edna non è dato sapere di preciso, ma non è importante: Natalie Erika James e Christian White hanno dato una "forma" a qualcosa che può annidarsi nel corpo e nell'anima di tutti e trasformare la realtà in un incubo, e lo hanno fatto con una raffinatezza inusuale per un'opera prima, senza ricorrere a jump scare faciloni.
Relic è innanzitutto un horror di atmosfera, e fa un po' effetto che venga dall'Australia, quando parrebbe girato in qualche tristissimo marsh o brughiera inglese, dove non smette di piovere nemmeno per un secondo e la nebbia divora le caviglie nemmeno ci si trovasse a Vinden. Quasi interamente girato all'interno di una casa vecchia, disordinata e piena di luoghi nascosti (il che si rivelerà fondamentale a un certo punto del film), e nell'uggioso bosco che la circonda il film è una cupa riflessione su qualcosa che potrebbe colpire chiunque, sia direttamente che indirettamente, e ha la furbizia di mantenersi abbastanza vago da far sì che sia il singolo spettatore a caricarlo di significati e aspettative derivanti dalla sua esperienza personale. Oggettivamente, ci sono delle sequenze parecchio inquietanti in Relic, assai legate a un certo tipo di iconografia legata al body horror o a quelle opere che parlano di possessioni demoniache, ma la cosa bella del film è che tutti questi elementi vengono riutilizzati, mescolati e rinfrescati per offrire qualcosa di nuovo, claustrofobico e anche in grado di emozionare lo spettatore, di coinvolgerlo grazie anche alla bella prova offerta dalle tre attrici principali, Robyn Nevin in primis. Oserei dire che, guardando Relic, ognuno potrebbe vedere e vivere un film diverso; probabilmente qualcuno di voi si annoierà preferendo qualcosa di più dinamico, altri, come Lucia, lo eleveranno a film del cuore. Io non sono arrivata a definirlo l'horror dell'anno ma mi ha coinvolta parecchio e sul finale mi sono anche commossa, quindi non posso fare altro che consigliarlo spassionatamente.
Di Emily Mortimer, che interpreta Kay, e Bella Heathcote, che interpreta Sam, ho già parlato ai rispettivi link.
Natalie Erika James è la regista e co-sceneggiatrice della pellicola. Nata in America, anche produttrice, è al suo primo lungometraggio.
Trama: dopo la sparizione prolungata della madre, Kay e la figlia Sam decidono di trasferirsi a casa sua per starle vicino ma cominciano ad accadere inquietanti fenomeni...
Uno dei film che più mi aveva angosciata, qualche tempo fa, era stato Still Alice, la storia di una donna ancora abbastanza giovane che vedeva la sua vita divorata dall'Alzheimer. Che sia Alzheimer o demenza senile, l'idea di non ricordare più nulla, di vedere gli affetti e la coscienza di se stessi e del mondo scorrere via dalle dita è qualcosa di orribile e se a questo si aggiungono gli acciacchi della vecchiaia, la consapevolezza di un corpo che non risponde più ai nostri desideri, costringendoci ad umiliarci, anche, davanti alle persone a cui vogliamo bene, mi rendo conto che forse non vorrei arrivare ad essere troppo vecchia e che mi piacerebbe molto lasciare questo mondo prima di diventare un peso per gli altri. La condizione fisica di mia nonna, che pure fortunatamente (o sfortunatamente per lei, temo) ha la testa ancora lucidissima, ce l'ho sotto gli occhi ogni giorno e guardando questo Relic ho inevitabilmente trasferito la sua condizione su quella di Edna, anziana ed indipendente signora che comincia a cambiare. La casa in cui ha vissuto per anni le sembra un luogo minaccioso, i volti si confondono, cominciano a spuntare dei post-it per ricordarsi le cose basilari, sul corpo compaiono inquietanti lividi neri e, cosa forse peggiore, la figlia e la nipote, ognuna pronta ad aiutare nonostante la prima sia stata distante per anni, decidono di assistere Edna trasferendosi nella sua casa, facendola involontariamente sentire ancora più invalida, incapace e colma di vergogna. Cosa si celi nella casa di Edna non è dato sapere di preciso, ma non è importante: Natalie Erika James e Christian White hanno dato una "forma" a qualcosa che può annidarsi nel corpo e nell'anima di tutti e trasformare la realtà in un incubo, e lo hanno fatto con una raffinatezza inusuale per un'opera prima, senza ricorrere a jump scare faciloni.
Relic è innanzitutto un horror di atmosfera, e fa un po' effetto che venga dall'Australia, quando parrebbe girato in qualche tristissimo marsh o brughiera inglese, dove non smette di piovere nemmeno per un secondo e la nebbia divora le caviglie nemmeno ci si trovasse a Vinden. Quasi interamente girato all'interno di una casa vecchia, disordinata e piena di luoghi nascosti (il che si rivelerà fondamentale a un certo punto del film), e nell'uggioso bosco che la circonda il film è una cupa riflessione su qualcosa che potrebbe colpire chiunque, sia direttamente che indirettamente, e ha la furbizia di mantenersi abbastanza vago da far sì che sia il singolo spettatore a caricarlo di significati e aspettative derivanti dalla sua esperienza personale. Oggettivamente, ci sono delle sequenze parecchio inquietanti in Relic, assai legate a un certo tipo di iconografia legata al body horror o a quelle opere che parlano di possessioni demoniache, ma la cosa bella del film è che tutti questi elementi vengono riutilizzati, mescolati e rinfrescati per offrire qualcosa di nuovo, claustrofobico e anche in grado di emozionare lo spettatore, di coinvolgerlo grazie anche alla bella prova offerta dalle tre attrici principali, Robyn Nevin in primis. Oserei dire che, guardando Relic, ognuno potrebbe vedere e vivere un film diverso; probabilmente qualcuno di voi si annoierà preferendo qualcosa di più dinamico, altri, come Lucia, lo eleveranno a film del cuore. Io non sono arrivata a definirlo l'horror dell'anno ma mi ha coinvolta parecchio e sul finale mi sono anche commossa, quindi non posso fare altro che consigliarlo spassionatamente.
Di Emily Mortimer, che interpreta Kay, e Bella Heathcote, che interpreta Sam, ho già parlato ai rispettivi link.
Natalie Erika James è la regista e co-sceneggiatrice della pellicola. Nata in America, anche produttrice, è al suo primo lungometraggio.
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martedì 21 luglio 2020
Bollalmanacco On Demand: Irma Vep (1996)
Con l'On Demand di oggi scoprirete che ci sono amici blogger che mi sopravvalutano, come Bobby Han Solo, che mi ha chiesto di guardare e recensire Irma Vep, diretto nel 1996 dal regista Olivier Assayas. Il prossimo film On Demand, che gli dei mi assistano, dovrebbe essere L'altro inferno, peraltro disponibile su Prime Video. ENJOY!
Trama: un regista francese decide di realizzare un remake del serial I vampiri e, per l'occasione, sceglie di affidare il ruolo della protagonista a un'attrice di Hong Kong. La produzione dell'opera risulterà però molto travagliata...
Irma Vep è uno di quei film sul cinema in cui lo spettatore viene portato per mano dietro le quinte, per dare una sbirciata a tutto ciò che di pragmatico e reale si nasconde dietro la magia del grande schermo. In questo caso, la "lezione" di metacinema serve a riflettere sulla condizione del cinema francese degli anni '90, forse per estensione anche di quello odierno, fiaccato da un glorioso passato intellettuale che, nel sentire comune, ha cristallizzato le pellicole d'oltralpe in un insieme di codici percepiti, dal pubblico bue, come noiosi, autoreferenziali, vagamente blasé. Ed effettivamente, le velleità autoriali al vecchio regista René non mancano, tanto da impelagarsi nella realizzazione del remake dello sceneggiato realmente esistito Les Vampires, arricchendolo tuttavia della presenza di un'attrice di Hong Kong, Maggie Cheung. Un incontro tra tradizione, avanguardia e modernità davanti al quale molti addetti ai lavori storcono il naso e che porta persino il regista, a un certo punto, a chiedersi quale sia il suo scopo, mentre la sua musa orientale è l'unica di tutto l'entourage ad andargli incontro e a cercare di capire non solo lui ma anche il personaggio della misteriosa Irma Vep, ladra e vampira. Attorno a queste problematiche c'è tutto un microcosmo di addetti ai lavori con pregi e difetti, legati l'uno all'altro da poche simpatie e molti pettegolezzi maligni, che rendono il set una polveriera sempre pronta ad esplodere anche quando, apparentemente, la produzione del film fila liscia. Premesso ciò, l'unico problema che ho avuto, durante la visione di Irma Vep, è che io faccio parte del pubblico bue e, per quanto abbia trovato assolutamente confutabili le parole messe in bocca a un certo punto a un giornalista americanofilo, all'opera di Assayas ho preferito di gran lunga Boris che, mi perdonino i puristi, non è molto distante per concetto, oltre ad avere due registi col nome identico.
Irma Vep, di base, non mi è dispiaciuto, però l'ho trovato poco interessante, pregno di argomenti che ho visto trattare meglio in altri film. Sarà perché, onestamente, della situazione del cinema francese poco mi tange, soprattutto dopo che sono passati più di dieci anni dall'uscita del film, o sarà perché ho trovato poco coinvolgenti i problemi personali dei vari personaggi, non sono riuscita ad entusiasmarmi come molti di coloro per cui Irma Vep è un capolavoro senza eguali. Di sicuro ho molto apprezzato la regia di Assayas e sono rimasta affascinata dai continui rimandi a Les Vampires, così come la scelta di fondere la finzione con la verosimiglianza annullandone, a un certo punto, tutti i confini, per non parlare del montaggio finale del film nel film, una follia sperimentale che ho gradito parecchio (e poi come faccio a voler male a una pellicola in cui viene utilizzata una canzone dei Sonic Youth?). Inoltre, nonostante anche il resto del cast sia molto valido, soprattutto Nathalie Richards, ho trovato perfetta Maggie Cheung, spaesata chinesewoman in Paris che non spiccica una parola di francese ma conserva comunque la sua personalità e dignità in una realtà che la vede straniera, letteralmente oggetto di desideri e pulsioni di cui è completamente ignara, una catwoman sexy e fragile dall'enorme professionalità e sensibilità. Irma Vep è sicuramente un film che non riguarderei ma capisco il fascino che ha esercitato su molti spettatori, quindi vi direi di provarlo (anzi, ringrazio Bobby Han Solo per avermelo consigliato, ché sperimentare cose nuove mi fa sempre piacere), magari scoprirete il cult della vostra vita!
Del regista e sceneggiatore Olivier Assayas ho già parlato QUI. Maggie Cheung (Maggie Cheung) e Jean-Pierre Léaud (René Vidal) li trovate invece ai rispettivi link.
Il film è lo "spin-off" di un film del 1915, I vampiri di Louis Feuillade. Se Irma Vep vi fosse piaciuto magari recuperatelo e aggiungete Effetto notte e soprattutto Attenzione alla puttana santa, che Assayas cita come sua fonte di ispirazione primaria. ENJOY!
Trama: un regista francese decide di realizzare un remake del serial I vampiri e, per l'occasione, sceglie di affidare il ruolo della protagonista a un'attrice di Hong Kong. La produzione dell'opera risulterà però molto travagliata...
Irma Vep è uno di quei film sul cinema in cui lo spettatore viene portato per mano dietro le quinte, per dare una sbirciata a tutto ciò che di pragmatico e reale si nasconde dietro la magia del grande schermo. In questo caso, la "lezione" di metacinema serve a riflettere sulla condizione del cinema francese degli anni '90, forse per estensione anche di quello odierno, fiaccato da un glorioso passato intellettuale che, nel sentire comune, ha cristallizzato le pellicole d'oltralpe in un insieme di codici percepiti, dal pubblico bue, come noiosi, autoreferenziali, vagamente blasé. Ed effettivamente, le velleità autoriali al vecchio regista René non mancano, tanto da impelagarsi nella realizzazione del remake dello sceneggiato realmente esistito Les Vampires, arricchendolo tuttavia della presenza di un'attrice di Hong Kong, Maggie Cheung. Un incontro tra tradizione, avanguardia e modernità davanti al quale molti addetti ai lavori storcono il naso e che porta persino il regista, a un certo punto, a chiedersi quale sia il suo scopo, mentre la sua musa orientale è l'unica di tutto l'entourage ad andargli incontro e a cercare di capire non solo lui ma anche il personaggio della misteriosa Irma Vep, ladra e vampira. Attorno a queste problematiche c'è tutto un microcosmo di addetti ai lavori con pregi e difetti, legati l'uno all'altro da poche simpatie e molti pettegolezzi maligni, che rendono il set una polveriera sempre pronta ad esplodere anche quando, apparentemente, la produzione del film fila liscia. Premesso ciò, l'unico problema che ho avuto, durante la visione di Irma Vep, è che io faccio parte del pubblico bue e, per quanto abbia trovato assolutamente confutabili le parole messe in bocca a un certo punto a un giornalista americanofilo, all'opera di Assayas ho preferito di gran lunga Boris che, mi perdonino i puristi, non è molto distante per concetto, oltre ad avere due registi col nome identico.
Irma Vep, di base, non mi è dispiaciuto, però l'ho trovato poco interessante, pregno di argomenti che ho visto trattare meglio in altri film. Sarà perché, onestamente, della situazione del cinema francese poco mi tange, soprattutto dopo che sono passati più di dieci anni dall'uscita del film, o sarà perché ho trovato poco coinvolgenti i problemi personali dei vari personaggi, non sono riuscita ad entusiasmarmi come molti di coloro per cui Irma Vep è un capolavoro senza eguali. Di sicuro ho molto apprezzato la regia di Assayas e sono rimasta affascinata dai continui rimandi a Les Vampires, così come la scelta di fondere la finzione con la verosimiglianza annullandone, a un certo punto, tutti i confini, per non parlare del montaggio finale del film nel film, una follia sperimentale che ho gradito parecchio (e poi come faccio a voler male a una pellicola in cui viene utilizzata una canzone dei Sonic Youth?). Inoltre, nonostante anche il resto del cast sia molto valido, soprattutto Nathalie Richards, ho trovato perfetta Maggie Cheung, spaesata chinesewoman in Paris che non spiccica una parola di francese ma conserva comunque la sua personalità e dignità in una realtà che la vede straniera, letteralmente oggetto di desideri e pulsioni di cui è completamente ignara, una catwoman sexy e fragile dall'enorme professionalità e sensibilità. Irma Vep è sicuramente un film che non riguarderei ma capisco il fascino che ha esercitato su molti spettatori, quindi vi direi di provarlo (anzi, ringrazio Bobby Han Solo per avermelo consigliato, ché sperimentare cose nuove mi fa sempre piacere), magari scoprirete il cult della vostra vita!
Del regista e sceneggiatore Olivier Assayas ho già parlato QUI. Maggie Cheung (Maggie Cheung) e Jean-Pierre Léaud (René Vidal) li trovate invece ai rispettivi link.
Il film è lo "spin-off" di un film del 1915, I vampiri di Louis Feuillade. Se Irma Vep vi fosse piaciuto magari recuperatelo e aggiungete Effetto notte e soprattutto Attenzione alla puttana santa, che Assayas cita come sua fonte di ispirazione primaria. ENJOY!
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