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venerdì 19 gennaio 2024

Alien (1979)

Mi sono impelagata in una challenge settimanale su Letterboxd (che non so, ovviamente, se riuscirò a mantenere fino a fine anno e che non pubblicherò secondo il calendario, visto che sono già passate due settimane dalla visione del film...) e il primo prompt era "Most popular horror film on your watchlist". La scelta è così caduta su Alien, diretto nel 1979 dal regista Ridley Scott.


Trama: durante il viaggio di ritorno, l'astronave cargo Nostromo riceve un segnale da un altro pianeta. Quello che gli esploratori riportano a bordo è l'inizio di un incubo...


Mi rendo conto ora che la challenge non contemplava rewatch per il primo prompt, quindi mi tocca dichiarare di averla fallita in partenza. Pazienza, erano decenni che non riguardavo Alien e non ne avevo mai parlato sul blog, quindi sono contenta, anche se sarà dura scrivere qualcosa di intelligente che non sia mai stato detto su un riconosciuto capolavoro della fantascienza e dell'horror. Quindi, largo ad impressioni personali e banalità, senza troppi voli pindarici. Alien è il film perfetto per chi, come me, è refrattaria alla fantascienza "cervellotica" e adora l'horror, perché si può tranquillamente riassumere come un creature feature o un home invasion nello spazio, con l'aggiunta di un pizzico di body horror che lo rende ancora più inquietante. La trama, ridotta all'osso, è di una semplicità estrema perché prevede la progressiva morte dei membri dell'equipaggio per mano di una creatura portata a bordo dopo la breve esplorazione di un pianeta ostile e cupo, ma è tutto il "contorno" a contare. Fin dall'inizio, il clima all'interno della Nostromo comunica inquietudine ed incertezza: il viaggio di ritorno dell'equipaggio è stato interrotto dall'intercettazione di una comunicazione misteriosa e, per cause squisitamente contrattuali, gli occupanti dell'astronave sono costretti a fermarsi e indagare. L'impressione inziale che si ha, al di là dell'ovvio scoramento dei personaggi, è che non solo lo spazio esterno sia loro nemico, ma anche la tecnologia interna alla nave, sensazione che viene confermata più avanti nel film. Al di fuori della linda ed asettica sicurezza delle capsule di ipersonno, gli ambienti sono claustrofobici e, sembrerebbe, vetusti, fatti di corridoi male illuminati e sale che danno l'impressione di essere garage o cortili esterni, zeppi come sono di cianfrusaglie impilate e persino danneggiati da una condensa in grado di generare scrosci d'acqua continui. L'unica prova di una tecnologia all'avanguardia è l'esistenza dell'A.I. Mother, ma anche quest'ultima non offre risposta alcuna ai dubbi crescenti del capitano e del suo secondo, anzi, sembra quasi essere andata a scuola da Hal 9000: la vita umana, nello spazio, vale quanto il due di coppe a briscola e può essere facilmente sfruttata, distrutta e rimpiazzata, aggiungendo un ulteriore livello di orrore a quello già incarnato dall'alieno del titolo.


Il facehugger prima e il chestburster poi rappresentano lo schifo primigenio di avere il proprio corpo violato e non potervi porre rimedio, lo xenomorfo nato dal sangue e dalle viscere incarna il terrore di venire cacciati e uccisi da una creatura priva di sentimenti "e per questo perfetta". I risultati, in entrambi i casi, è l'annientamento della vita, forse per questo i protagonisti e unici sopravvissuti sono, rispettivamente, una donna e un gattone. Tra l'altro, Ripley è proprio il personaggio che, per la prima ora, viene messo in ombra dal resto di una ciurma in cui ognuno è dotato di un ruolo archetipico ben definito, con tutto ciò che consegue in termini di sorpresa e coinvolgimento quando quello che si pensava fosse il protagonista viene fatto fuori come gli altri; la stella di Ripley sorge dal nulla, ma quando lo fa non abbiamo occhi che per lei, per la forza che Sigourney Weaver infonde in ogni sguardo, in ogni tentativo di posporre l'ineluttabile maledizione scagliata contro lei e il resto dell'equipaggio da una creatura ancora più deprecabile dell'alieno. Il confronto finale tra la bella, il gatto e la bestia è da antologia, un colpo di coda dopo un piccolo afflato di speranza alla fine di intere mezz'ore passate a non respirare, ed ho sempre amato tantissimo il modo in cui Ripley viene mostrata quasi nuda e quindi ancor più indifesa, mentre indossa biancheria immacolata, costretta ad affrontare una creatura dall'impenetrabile corazza, nera come la pece. E' fin troppo facile immaginare un corpo femminile violato da zanne e denti o, peggio ancora, costretto a dare vita a un altro essere mostruoso, ed è anche per questo che il nostro cuore vola verso la sfortunata fanciulla e continua a tremare anche durante gli scabri titoli di coda, perché come ci si può ancora fidare di una tecnologia che ha causato tanto dolore?


Mi sono riletta un attimo e vedo che ho sproloquiato, ma questo è una specie di diario, non un sito di recensioni serie (che lascio ad altri più esperti di cinema in generale e della saga in particolare), quindi poco importa. Mi preme sottolineare come, nell'anno del Signore 2024, se l'alieno progettato da Giger incute ancora il terrore di Dio e della Madonna (ed è talmente insinuante e pieno di rimandi fallici che non starei nemmeno qui a parlarne, visto che lo fanno tutti), ciò che spezza di più il cuore è vedere quella tavolata iniziale zeppa di talento attoriale, ad oggi decimata. Harry Dean Stanton, John Hurt, Ian Holm e Yaphet Kotto hanno tutti lasciato questo mondo, e vederli lì, giovani e forti, impegnati in ruoli e sequenze talmente iconici da lasciare un segno nella storia del cinema, porta anche i più aperti di mente a diventare vecchi dentro e scuotere la testa al grido di "non ci sono più i film/gli attori di una volta". Scott lo dovrebbe sapere, visto che non comprendo come lo stesso regista di Alien possa avere realizzato una palla pretenziosa e cringe come Napoleon, ma ringraziamo che, all'epoca, avesse talento da vendere e tanta voglia di sperimentare. Alien, infatti, è un miracolo di regia, montaggio, scenografie, colonna sonora ed effetti speciali, un capolavoro che ha generato troppi emuli mediocri e che non bisognerebbe rivedere solo una volta ogni dieci anni, come ho fatto io (a rischio di dimenticare dettagli fondamentali. Ma questo si chiama Alzheimer, mi sa), ma dedicargli almeno un omaggio all'anno. Un buon proposito da mantenere per il futuro!


Del regista Ridley Scott ho già parlato QUI. Tom Skerritt (Dallas), Sigourney Weaver (Ripley), Veronica Cartwright (Lambert), Harry Dean Stanton (Brett), John Hurt (Kane), Ian Holm (Ash), Yaphet Kotto (Parker) li trovate invece ai rispettivi link.


Per il ruolo di Ripley, la scelta era tra Sigourney Weaver e Meryl Streep, ma quest'ultima, all'epoca, era in lutto per la morte del compagno John Cazale; Harrison Ford ha invece rifiutato il ruolo di Dallas. La saga di Alien è proseguita con Aliens - Scontro finale, Alien 3, Alien - La clonazione, Prometheus, Alien: Covenant e l'aggiunta degli spin-off Alien vs Predator e Aliens vs. Predator 2. Se il genere vi piace, recuperateli tutti! ENJOY!

mercoledì 29 luglio 2020

Gli uccelli (1963)

Oggi mi imbarcherò nella difficile impresa di parlare de Gli uccelli (The Birds) diretto nel 1963 da Alfred Hitchcock e tratto dal racconto omonimo di Daphne Du Maurier.


Trama: la bella e ricca Melanie si incapriccia di un avvocato e, con la scusa di regalare due inseparabili alla sorellina, si reca a casa di lui, a Bodega Bay. Lì avrà la sventura di dover affrontare la follia inspiegabile dei volatili locali...



Erano anni, decenni che non riguardavo Gli uccelli. Mi era venuta una voglia pazzesca di recuperarlo a marzo, dopo aver avuto la fortuna di andare a Genova a vedere la mostra dedicata a Hitchcock, proprio la settimana prima del lockdown; lì proiettavano un ottimo documentario di cui purtroppo non ricordo il titolo, interamente imperniato su Gli uccelli, reso come uno dei più perfetti esempi di horror mai girati, mentre in un altra sezione della mostra si sottolineava la genialità della colonna sonora del film, curata da Bernard Herrmann e interamente composta da suoni elettronici atti a replicare i versi degli uccelli, gli unici suoni udibili nel corso del film a parte la snervante Risseldy Rosseldy, utilizzata per una delle sequenze più tese dell'intera pellicola. E cos'è, in effetti, Gli uccelli, se non un horror? Pensate alle motivazioni risibili che portano la protagonista, Melanie, a recarsi a Bodega Bay, antesignane di tutti gli sciocchi pretesti utilizzati per trascinare i personaggi in boschi infestati, case fatiscenti o simili: la bionda fanciulla si incapriccia di un avvocato, tale Mitch, dopo essersi finta per lui commessa di un negozio di animali e, colta in flagrante, fa carte false per scoprire dove abita e poterlo così rivedere. A Bodega Bay, amena cittadina sul mare, ci saranno ad attenderla equivoci amorosi (la parte più "frizzante" del film, tra vecchie fiamme di Mitch che diventano amiche e confidenti di Melanie), madri gelose e autoritarie e, ovviamente, uccelli assassini pronti a fare scempio degli ignari abitanti e di qualunque turista di passaggio. E bello vedere come, prima di entrare nel vivo dell'azione, Hitchcock si impegni a delineare innanzitutto i legami tra personaggi e ricreare l'atmosfera di una cittadina dove tutti si conoscono, zeppa di abitanti a dir poco folkloristici e impreparati ad affrontare una calamità per la quale non ci sono spiegazioni, ma quando l'azione chiama il vecchio Hitch non si tira di sicuro indietro.


Ricordo la prima volta che avevo visto Gli uccelli. Conoscevo il film di fama, ma ovviamente ero una ragazzina e mi sarei aspettata qualcosa di più "violento" e anche se ne ero rimasta soddisfatta mi aveva lasciata con un lieve retrogusto amaro in bocca. Visto con un po' più di sale in zucca, mi rendo conto che Gli uccelli funziona di più quando gioca ad accrescere la tensione e non mostra, piuttosto che quando i pennuti si scatenano (anche se la sequenza ambientata in città, caotica ma perfettamente controllata dal genio di Hitchcock, è assai notevole), provocando nello spettatore il terrore di ciò che potrebbe succedere semplicemente inquadrando stormi di uccelli in attesa, accompagnati dall'inquietante suono dei loro versi. Le immagini efferate a dire il vero non mancano: penso alla macabra scoperta di Lydia, talmente scioccante da bloccare persino l'urlo nella gola della povera donna (e Jessica Tandy è l'attrice più brava del mucchio), oppure al destino che tocca uno dei personaggi principali, vittima della beffarda ironia del regista, prima ancora che alla scena più famosa e difficile della pellicola, quel prefinale al cardiopalma che ha mandato la povera Tippi Hedren all'ospedale per una settimana. Eppure, col tempo sono arrivata ad apprezzare altre sequenze, tutte giocate sulle inquadrature dei volti stravolti degli attori e su un montaggio nervoso che replica alla perfezione lo sguardo di un essere umano in tensione, pronto a cogliere frammenti spezzati di luoghi amati e conosciuti trasformati in incubi claustrofobici, con teneri pennuti a prendere il posto di mostri famelici, becchi adunchi che si protendono al posto delle mani, frullare d'ali invece di versi gutturali e uno, due, tre uccellini che, ad ogni inquadratura, aumentano di numero gettando un piombo dopo l'altro nello stomaco dello spettatore. Un film dell'orrore, come ho scritto sopra, uno dei più belli e inaspettati, ennesima dimostrazione della genialità di un regista che, passati ormai più di cinquant'anni, non smette ancora di stupire.


Del regista Alfred Hitchcock, che compare anche come proprietario dei due cagnolini all'uscita del negozio di animali, ho già parlato QUI mentre Veronica Cartwright, che interpreta Cathy Brenner, la trovate QUA.

Rod Taylor interpreta Mitch Brenner. Australiano, ha partecipato a film come Il gigante, Bastardi senza gloria e a episodi di serie quali Ai confini della realtà, La signora in giallo e Walker Texas Ranger, inoltre ha lavorato come doppiatore in La carica dei 101. Anche sceneggiatore e produttore, è morto nel 2015 all'età di 84 anni.


Jessica Tandy interpreta Lydia Brenner. Inglese, la ricordo per film come Cocoon - L'energia dell'universo, Miracolo sull'8a strada, Cocoon - Il ritorno, A spasso con Daisy (che le è valso l'Oscar come migliore attrice protagonista) e Pomodori verdi fritti alla fermata del treno, inoltre ha partecipato a serie quali Alfred Hitchcock presenta. E' morta nel 1994 all'età di 85 anni.


Tippi Hedren (vero nome Natalie Kay Hedren) interpreta Melanie Daniels. Americana, madre di Melanie Griffith, ha partecipato a film come Marnie, Il grande ruggito, Gli uccelli II e a serie quali La donna bionica, Alfred Hitchcock presenta, Beautiful, L'ispettore Tibbs, La signora in giallo, The 4400 e CSI - Scena del crimine. Anche produttrice, ha 90 anni.


Esiste un Gli uccelli II, film per la TV del 1994 dove compare anche Tippi Hedren, nei panni di un altro personaggio chiamato Helen. Non l'ho mai visto e, onestamente, non vi consiglio di vederlo ma sarebbe interessante l'idea di una serie TV basata sullo stesso soggetto. Se ne parlava nel 2017 ma il progetto pare sia stato abbandonato. ENJOY!

mercoledì 22 aprile 2015

The Town That Dreaded Sundown (2014)

Ultimamente avevo un po' abbandonato il recupero dei Best Horror 2014 According to Lucia ma qualche sera fa ho deciso di riprendere il listone e guardare The Town That Dreaded Sundown, diretto nel 2014 dal regista Alfonso Gomez - Rejon.


Trama: Nel 1947 la cittadina di Texarkana è stata la sede di efferati omicidi compiuti da un maniaco mai catturato e durante gli anni '70 i delitti sono stati trasposti nel film The Town That Dreaded Sundown, riproposto ogni anno ad Halloween. Ai giorni nostri, il killer ricomincia a mietere vittime, cominciando proprio durante l'annuale proiezione del film...



Quando credevo che ormai lo slasher non mi potesse più sorprendere, ecco arrivare The Town That Dreaded Sundown che, con tutte le sue imperfezioni, è comunque un film che si dimostra intelligente fin dalle prime battute. Sì perché la pellicola di Alfonso Gomez - Rejon è un remake sui generis che non nasconde la sua natura di omaggio, anzi; per tutta la durata le immagini dell'originale La città che aveva paura si affiancano e si alternano a quelle degli eventi che stanno "realmente" accadendo e il film di Charles B. Pierce diventa così una parte fondamentale della trama, un protagonista al pari del killer incappucciato che torna a terrorizzare gli adolescenti infoiati di Texarkana. I personaggi si documentano sul caso non solo scartabellando archivi ma soprattutto riguardandosi ininterrottamente un filmaccio girato negli anni '70, spaventandosi o ridendo assieme agli spettatori, intervistando registi, speculando sui pensieri di una cittadina che sul nome di un serial killer ha fatto fortuna ma ha anche vissuto nel terrore, con tutte le conseguenze del caso. Tutto questo contorno metacinematografico che, a tratti, sfocia nel documentario, è ovviamente molto più interessante della parte slasher, soprattutto considerato quanto deludente e tirata per i capelli sia la scoperta dell'identità del killer ma c'è da dire che, per una volta, la protagonista non è una povera sciocchina senza cervello né spina dorsale e che la presenza di adolescenti imbecilli è ridotta all'osso, con i realizzatori che preferiscono concentrarsi sui pittoreschi "vecchi" che popolano la peculiare città di Texarkana, metà texana e metà dell’Arkansas, con due consigli comunali, due diversi corpi di polizia e conseguenti, inevitabili rivalità tra le sue due nature (e io che, scioccamente, pensavo che l'esotico nome Texarkana derivasse da chissà quale misterioso ed esoterico passato…).


Altro punto a favore di The Town That Dreaded Sundown è la sua natura indubbiamente stilosa. Il film è davvero bello e gradevole da vedere, Alfonso Gomez - Rejon mostra un gusto accattivante per la composizione delle immagini, la fotografia è nitida anche durante le sequenze notturne, i colori sono molto saturi ma non fastidiosi, il montaggio mixa sapientemente immagini vintage (tratte da La città che aveva paura ma non solo) a riprese "moderne" e il killer compare sempre in modi e luoghi inaspettati, come se avesse sempre fatto parte del paesaggio e noi ce ne accorgessimo solo quando è ormai troppo tardi. A proposito del killer, The Town That Dreaded Sundown è abbastanza gore e l'assassino particolarmente fantasioso (nonostante l'omicidio più eclettico venga ripreso praticamente identico all'originale e l'omaggio venga ribadito poco prima mostrando la stessa scena mentre uno dei personaggi guarda La città che aveva paura); le scene più sanguinose non sono molte, è vero, ma sono ben realizzate e tanto basta. Gli attori sono tutti abbastanza validi; come ho detto prima, la protagonista non è fastidiosa quanto altre sue "colleghe" anzi, a tratti ricorda la storica Sidney di Scream per il carico di sfiga che si porta appresso, ma gli elementi più pregevoli del cast sono fior di caratteristi come Anthony Anderson, Gary Cole e soprattutto il meraviglioso Denis O'Hare, professionisti in grado di prendere i loro personaggi "secondari" e renderli più tridimensionali di quelli principali. Per tutti questi motivi "tecnici" e non, ho trovato The Town That Dreaded Sunlight particolarmente piacevole. Sicuramente non è stato il film più innovativo del 2014 ma nel suo genere è comunque un piccolo gioiellino, da recuperare e vedere!


Di Veronica Cartwright (Lillian), Anthony Anderson (Lone Wolf Morales), Joshua Leonard (Agente Foster), Gary Cole (Capo Tillman), Ed Lauter (Sceriffo Underwood) e Denis O'Hare (Charles B. Pierce Jr.) ho già parlato ai rispettivi link.

Alfonso Gomez - Rejon è il regista della pellicola. Americano, ha diretto episodi di serie come Glee, Red Band Society e American Horror Story. Anche produttore, assistente alla regia e attore, ha 43 anni.


Addison Timlin interpreta Jami. Americana, ha partecipato a film come Derailed - Attrazione letale e Uomini di parola. Ha 24 anni e due film in uscita.


Edward Herrmann interpreta il reverendo Cartwright. Americano, ha partecipato a film come Ragazzi perduti, Richie Rich - Il più ricco del mondo, The Aviator, The Wolf of Wall Street e a serie come MASH, Oz, Una mamma per amica, Grey's Anatomy, 30 Rock, CSI - Scena del crimine e How I Met Your Mother; come doppiatore ha inoltre lavorato per serie come American Dad!. E' morto nel 2014, all'età di 71 anni.


Siccome The Town That Dreaded Sundown è un particolare "meta-sequel" di La città che aveva paura, se vi fosse piaciuto vi direi di recuperare il film del 1976 (che devo ancora vedere) e aggiungerei Venerdì 13 e Scream. ENJOY!

mercoledì 9 aprile 2014

Bollalmanacco On Demand: Terrore dallo spazio profondo (1978)

Torna l’appuntamento con il Bollalmanacco On Demand e questa volta la richiesta arriva dall’alto, ovvero da uno dei blogger più appassionati e sinceri che esista, Davide de Lo spettatore indisciplinato! Disquisendo su faccialibro di una pellicola storica come L’invasione degli ultracorpi il suo imperativo categorico è stato “Guarda il remake, è anche meglio!!” e io non me lo sono fatta dire due volte. Ecco quindi la recensione indegna di Terrore dallo spazio profondo (Invasion of the Body Snatchers), diretto nel 1978 dal regista Philip Kaufman. Il prossimo film On Demand sarà invece Moon. ENJOY!


Trama: gli abitanti di San Francisco vengono sostituiti a poco a poco da copie aliene prive di sentimenti od emozioni. Solo pochissime persone se ne accorgono e cercano di contrastare l'invasione...


Avevo visto L'invasione degli ultracorpi (tratto, come Terrore dallo spazio profondo, dal romanzo Gli invasati di Jack Finney) ai tempi delle superiori e l'avevo trovato affascinante e sottilmente inquietante, con quell'idea maccartista del nemico nascosto in mezzo alla popolazione, invisibile e perfettamente integrato, massimo emblema della paranoia anti-comunista. Nel film di Siegel non c'era nemmeno un effetto speciale eppure non si poteva evitare di provare un disagio profondo, in grado di andare ben oltre lo sguardo, una sensazione "a pelle" resa perfettamente da dialoghi e recitazione, un desiderio infausto di scendere in cantina e vedere se il baccellone alieno era lì, pronto ad assorbire e sostituire anche te, povero spettatore ignaro. Philip Kaufman con Terrore dallo spazio profondo abbandona ovviamente la paranoia politica e fa leva su un orrore più grafico (mai esagerato) e moderno, puntando più sulla de-personalizzazione già innescata dalla società e dal modo di vivere, con qualcosa di piccino ed innocuo che si introduce in casa sfruttando gli animi più sensibili e attacca familiari, amici ed amanti senza che nessuno, o quasi, se ne accorga. All'inizio vediamo infatti come la protagonista, Elizabeth, abbia un compagno che, bene o male, la considera davvero poco, preso com'è da lavoro e partite televisive che lo portano persino ad isolarsi con le cuffie: vero è che lei si accorge della sostituzione ma obiettivamente si potrebbe dire che Geoffrey è cambiato davvero poco e lo stesso vale per molti dei personaggi che popolano la pellicola di Kaufman. Considerato anche che Terrore dallo spazio profondo, fin dal principio, indica chiaramente che la Terra è sotto attacco alieno, la cosa consente agli sceneggiatori di giocare parecchio su questo aspetto della trama e rifilare allo spettatore parecchi colpi bassi (se ripenso al finale mi viene la tachicardia. Basterebbe solo questo a rendere Terrore dallo spazio profondo uno dei migliori remake mai girati), tenendolo in scacco e preda del dubbio costante riguardo alla natura di questo o quel personaggio.


Molto, ovviamente, fanno anche gli attori, tutti bravissimi (a partire da un Donald Sutherland che all'inizio è semplicemente un eccentrico e sbrigativo dottore e poi, progressivamente, perde ogni traccia di giovialità ed incredulità ma c'è anche un insospettabile e luciferino Spock!), e soprattutto quei piccoli, insignificanti dettagli che Kaufman inserisce qua e là nella pellicola: sguardi che passano repentini tra la gente, persone che corrono senza un motivo apparente, scene che vengono volutamente riprese in modo che lo spettatore non veda precisamente quello che accade, tutti questi elementi contribuiscono ad accrescere inquietudine e disagio e funzionano meglio dell'effetto speciale brutalmente palesato. Non che gli effetti in questione siano fatti male, anzi. La nascita dei replicanti, implacabile ed inarrestabile, fa tuttora abbastanza senso, così come il progressivo disgregarsi delle povere vittime terrestri, ma è soprattutto il sonoro del film (omaggiato poi da Edgar Wright nel suo La fine del mondo) a far accapponare la pelle, sia per quella commistione di sibili e battiti cardiaci che accompagnano i baccelli nelle loro metamorfosi, sia perché ogni rumore naturale scema fino ad arrivare agli inquietanti titoli di coda senza musica sia, soprattutto, per il terribile urlo che gli alieni usano per segnalare la presenza di esseri umani nei dintorni. E chi ha visto il film capirà soprattutto quest'ultimo punto, mannaggia. Ora come ora non saprei dire se ho preferito l'originale (che non vedo da decenni) o questo remake ma, indubbiamente, Terrore dallo spazio profondo è l'intelligente evoluzione di un materiale di partenza che già funzionava alla perfezione, trasposto da una piccola comunità urbana ad una grande città e, per estensione, all'intera popolazione terrestre: sicuramente la pellicola di Siegel lasciava un minimo di speranza mentre quella di Kaufman, a partire dal cameo di Kevin McCarty, l'annulla completamente diventando così un tragico specchio dell'impotenza quasi volontaria del comune uomo della strada davanti a forze occulte (non necessariamente extraterrestri) più grandi di lui. Da recuperare assolutamente!!


Donald Sutherland (Matthew Bennell), Brooke Adams (Elizabeth Driscoll), Jeff Goldblum (Jack Bellicec) e Veronica Cartwright (Nancy Bellicec) li trovate ai rispettivi link.

Philip Kaufman è il regista della pellicola. Americano, ha diretto film come L'insostenibile leggerezza dell'essere, Henry & June, Sol levante, Quills - La penna dello scandalo e La tela dell'assassino. Anche sceneggiatore, produttore e attore, ha 78 anni.


Leonard Nimoy interpreta il Dr. David Kibner. Indimenticabile Dr. Spock della storica serie Star Trek, ha partecipato ad altre serie come Ai confini della realtà, Perry Mason, General Hospital, Missione impossibile, Oltre i limiti e The Big Bang Theory. Come doppiatore, ha partecipato ai film Pagemaster - L'avventura meravigliosa, Atlantis - L'impero perduto e alle serie I Simpson Futurama. Anche regista, produttore e sceneggiatore, ha 83 anni.


Art Hindle interpreta il Dr. Geoffrey Howell. Canadese, ha partecipato a film come Black Christmas - Un Natale rosso sangue, Brood - La covata malefica, Porky's - Questi pazzi pazzi porcelloni!, Porky's II - Il giorno dopo e a serie come Starsky & Hutch, Dallas, MacGyver, Hunter, La signora in giallo, 21 Jump Street, Alfred Hitchcock presenta, Walker Texas Ranger, Beverly Hills 90210 Millenium. Anche regista e produttore, ha 66 anni e un film in uscita.


Kevin McCarthy compare in un cameo nel ruolo del Dr. Miles J. Bennell, ripreso direttamente da L'invasione degli ultracorpi, dove l'attore americano era protagonista. Ricordo anche la sua partecipazione a film come Morte di un commesso viaggiatore, I quattro dell'Ave Maria, Piranha, L'ululato, Salto nel buio, Matinee e a serie come Ai confini della realtà, Missione impossibile, Colombo, Love Boat, Dynasty, A-Team, Saranno famosi, L'ispettore Tibbs, La signora in giallo e Racconti di mezzanotte. E' morto nel 2010, all'età di 96 anni.


Tra gli altri attori presenti in Terrore dallo spazio profondo, segnalo la guest appearance di Robert Duvall nei panni del prete che all'inizio dondola sull'altalena e quella del regista de L'invasione degli ultracorpi, Don Siegel, che interpreta il tassista che dovrebbe portare Sutherland e la Adams all'aeroporto. Il film, come ho già avuto modo di dire, è il remake "ufficiale" de L'invasione degli ultracorpi ma negli anni seguenti la stessa storia è stata riproposta anche con Ultracorpi - L'invasione continua e Invasion, che vede la partecipazione di Veronica Cartwright: ammetto di non averli mai visti quindi non posso consigliarvi il recupero ma, se avete amato Terrore dallo spazio profondo, cercate almeno L'invasione degli ultracorpi, The Faculty, Il villaggio dei dannati (sia l'originale che il remake di Carpenter) e anche The Blob - Fluido mortale. ENJOY!

lunedì 6 settembre 2010

Le Streghe di Eastwick (1987)

Torna l’operazione nostalgia, con un film che ho sempre adorato e che non mi stancherei mai di rivedere. Sto parlando de Le streghe di Eastwick (The Witches of Eastwick), commedia un po’ rosa un po’ esoterica diretta nel 1987 da George Miller, tratta dal libro omonimo di John Updike (che peraltro ha una trama ancora più “scandalosa”!).

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Trama: Alex, Sukie e Jane sono tre donne single, alcune con figli altre senza, lasciate tutte e tre dai mariti per diversi motivi. Durante uno dei loro incontri serali, senza volerlo e senza esserne consapevoli, in qualche modo invocano l’uomo ideale, Darryl Van Horne, che le seduce tutte e tre portandosele in casa, creando grande scalpore nella bigotta cittadina. Quando poi qualcuno dei benpensanti ci lascia la pelle, le tre donne cominciano a domandarsi da dove vengano Darryl e i loro nuovi, strani poteri…

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Siccome (anche se non sembra) per scrivere le mie belinate un po’ mi documento, per parlare di questo film vorrei partire dalla vera trama del romanzo, che in effetti mi ha lasciata leggermente sconcertata. La pellicola ci mostra, in maniera abbastanza “innocua”, quello che alla fin fine non è altro che un ménage à quatre e un bell’esempio di poligamia in mezzo alla solida morale di una cittadina americana. Nonostante il film mostri la progressiva pazzia di una donna e un omicidio appena suggerito, per il resto si concentra tutto su innocenti schermaglie sessuali ed amorose, sulla storia di tre donne che ritrovano sé stesse attraverso l’amore ed arrivano a capire che, alla fine, l’uomo ideale non esiste e la dipendenza assoluta dai compagni è, nel bene e nel male, deleteria. Leggermente edulcorato, sia per la trama che per la morale, visto che nel libro il buon Darryl dispensa sì amore e altro, ma dopo un po’ si stufa delle tre fanciulle, preferendo sposarsi con una loro compaesana molto più giovane che subisce l’ira delle Streghe beccandosi un simpatico cancro. Ah però. E mica finisce lì. Dopo che la donzella schiatta le tre si pentono, solo per vedere Darryl scappare con… il fratello minore della morta, che a quanto pare era il suo amante. Personaggi completamente eliminati dal film, nel quale il cattivo è chiaramente il diabolico Darryl (che ovviamente viene punito…), e dove viene essenzialmente mantenuta l’innocenza delle tre streghe, mentre nel libro le donne sono tutt’altro che innocenti, ed usano i loro poteri per fare del male consapevolmente. Strano che in questi tempi pregni di remake nessuno abbia pensato a girare una versione del film più cupa e vicina al libro.

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Comunque, al di là dell’inaspettata scoperta, il film è carinissimo come lo ricordavo. Merito di tutti gli attori coinvolti, Jack Nicholson in primis, l’unico uomo in grado di interpretare il diavolo come se esistesse davvero, ma anche Veronica Cartwright con la sua Felicia pazza, sboccata e malata offre un’interpretazione veramente da brividi. E merito anche di scene decisamente memorabili, come la seduzione della timida Susan Sarandon (che, a pensarci bene, riprende un po’ il modello della Janet Weiss del Rocky Horror Picture Show, inibita all’inizio e mega wacca alla fine) sulle note di un furioso pezzo suonato al violoncello, e il voodoo a base di noccioli di ciliegia che colpisce prima Felicia e poi, per contrappasso, Darryl. Indimenticabile anche l’introduzione di quest’ultimo: un passaparola tra le pettegole del paese che neppure ricordano il suo nome, mille grandiose notizie, le tre protagoniste sempre più incuriosite e poi… delusion!! Un ometto scarmigliato che russa come un mantice durante un concerto, maleducato, chiassoso e neppure tanto bello (come giustamente gli fa notare Alex in un dialogo memorabile), che chissà perché è il risultato dei desideri reconditi delle tre donne… mah! Gli effetti speciali sono molto buoni per l’epoca e per nulla invasivi, il Jack Nicholson gigante sul finale è sempre inquietante. In definitiva, se non lo avete ancora visto, guardatelo, secondo me merita!

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Di Jack Nicholson, che interpreta Daryl Van Horne, ho già parlato qui, mentre qualche notiziola su Susan Sarandon la trovate qua.

George Miller è il regista della pellicola. Australiano, lo ricordo per film come Interceptor, Interceptor il guerriero della strada, Ai confini della realtà – il film, Mad Max oltre la sfera del tuono, il terrificante (in senso negativo) L’olio di Lorenzo, Babe va in città e Happy Feet. Ha 65 anni e due film in preparazione, tra cui il quarto seguito della serie Mad Max. Gesù, son davvero tornati gli anni ’80!!

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Michelle Pfeiffer interpreta Sukie. Se dovessi dire quale è la mia attrice preferita metterei lei, in assoluto, anche solo per quatrro interpretazioni che me l’hanno fatta amare alla follia: Isabelle D’Anjou nello splendido LadyHawke, Madame de Tourvel nel magistrale Le relazioni pericolose, Catwoman nel Batman Returns di Tim Burton, il migliore tra quelli mai realizzati, e infine la Contessa Ellen Olenska ne L’Età dell’Innocenza di Scorsese, talmente bello che ci ho fatto anche la tesi. Se, come me, vorrete di nuovo vederla altrove guardate anche Scarface (e questo non solo perché c’è lei ma perché è un film splendido!), Una vedova allegra… ma non troppo, I favolosi Baker, Wolf – La belva è fuori, Pensieri pericolosi, il dolce Un giorno per caso, Sogno di una notte di mezza estate, Storia di noi due, Le verità nascoste, Mi chiamo Sam e Stardust, mentre se volete guardarvi qualche telefilm con lei presente segnalo Delta House, Chips e Fantasilandia. Piccolo sproloquio personale: la donna ideale di Homer Simpson, la procace Mindy che ogni fan ricorda, da noi l’ha doppiata quel vajassone della Marini, negli USA si sono beccati proprio Michelle Pfeiffer. Il mondo è ingiusto. Americana, ha 52 anni.

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Cher, al secolo Cheryl Sarkisian LaPiere, interpreta Alex. Questa cantante e attrice, dopo Barbara Streisand of course, è l’icona gay per eccellenza, ed è talmente trash e rifatta da non sembrare nemmeno vera. All’epoca si poteva ancora concepire come essere umano, e ha fatto anche film pregevoli, tra i quali ricordo Sirene, Stregata dalla luna e Un the con Mussolini. Americana, ha 64 anni e tre film in uscita, tra cui quello che si preannuncia uno dei musical più kitch della storia: Burlesque, con Christina Aguilera. Non c’è limite al peggio…

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Richard Jenkins interpreta Clyde. Meraviglioso attore che io ricordo volentieri per il suo ruolo nella bellissima serie Six Feet Under, lo potete trovare in parti più o meno importanti in film come Nikita,spie senza volto, Seduzione pericolosa, Wolf – la belva è fuori, Può succedere anche a te, Tutti pazzi per Mary, Io me & Irene, L’uomo che non c’era, North Country, Dick e Jane – operazione furto e Burn After Reading; ha inoltre recitato nelle serie Miami Vice e Ally McBeal. Americano, ha 63 anni e cinque film in uscita, tra cui il remake di Lasciami entrare, Let Me In, nel quale interpreta il fantomatico “padre” di Eli, che in realtà sarebbe l’amante/servo, a dimostrazione di come gli americani debbano sempre modificare inopportunamente tutto ciò che finisce tra le loro mani.

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Veronica Cartwright interpreta la bigotta Felicia Alden. Inglese, ha partecipato a film come lo storico capolavoro Uccelli di Hitchcock, Terrore dallo spazio profondo, Alien, Navigator, Candyman II – Inferno nello specchio e Scary Movie 2, oltre che a serie TV come Alfred Hitchcock presenta, Ai confini della realtà, Tre nipoti e un maggiordomo, Miami Vice, Baywatch, American Gothic, I viaggiatori, ER, X – Files, Will & Grace, Giudice Amy, Senza traccia, Six Feet Under, Law & Order, Nip/Tuck, Cold Case, CSI, Settimo cielo ed Eastwick. Ha 61 anni e tre film in uscita.

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Il film, come ho detto, è tratto dal libro omonimo; da entrambi ha preso spunto una sfortunata serie TV del 2009, chiusa dopo soli 13 episodi, ovvero Eastwick. La serie contava nel cast un’attrice già presente nella pellicola (Veronica Cartwright, che interpreta un personaggio completamente diverso: nel film è un’odiosa bigotta, nel telefilm una strega del luogo) e Rebecca Romijin (la Mystica degli X – Men cinematografici) nei panni di una delle tre protagoniste. E dopo la curiosità, la cazzata del millennio. Sì perché dovete sapere che il film passa sulle reti televisive italiane parecchio censurato, soprattutto sul finale (che effettivamente non ricordavo come l’ho visto ora in DVD), a causa di una vecchia legge. Dateci un’occhiata e poi spiegatemi il motivo di una censura così idiota…

SPOILER


Il finale originale ( e a questi punti spero anche della versione cinematografica e home video italiana…) mostra le tre donne abitare tutte assieme nella casa di Darryl, con i tre figli avuti da lui, ognuno con i capelli del colore della madre. L’ultima scena è quella dei tre bimbi attirati dagli schermi televisivi che mostrano il faccione sorridente del papà mentre intorta i pargoletti, prima che le protagoniste, con un bel telecomando, lo tolgano definitivamente dalle scatole. Nella versione italiana le immagini dei figlioli vengono assurdamente eliminate, quello che rimane mostra solo le tre streghe e bimbi avuti dalle precedenti relazioni. Posso solo immaginare che la censura sia stata effettuata per non mostrare “il frutto del peccato” di una relazione così particolare, ma, siamo seri: dubito che gli spettatori italiani fossero convinti che Darryl con le tre grazie si limitasse a giocare a carte. Quindi, finché si fa sesso senza figli la morale italiana non viene intaccata, ma se ci sono delle conseguenze è meglio non farle neppure vedere? Che ipocrisia, complimenti, soprattutto quando in TV si mostrano cose ben peggiori e, purtroppo, vere…

FINE SPOILER

E ora vi lascio con il trailer del film... ENJOY!!!








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