venerdì 19 ottobre 2018

Laissez bronzer les cadavres (2017)

Tra i film presentati in anteprima al ToHorror Film Fest c'era Laissez Bronzer Les Cadavres, diretto e sceneggiato nel 2017 dai registi Hélène Cattet e Bruno Forzani e tratto dal romanzo omonimo di Jean Patrick Manchette e Jean-Pierre Bastid.


Trama: in cerca di un rifugio dopo una rapina, un gruppo di malviventi finisce nel luogo di villeggiatura di uno scrittore e della sua musa. Tra doppiogiochisti assortiti, arrivi inaspettati e poliziotti, la faccenda butterà malissimo...


Può un film essere visivamente stupendo ma totalmente insulso a livello di trama, al punto da non riuscire a coinvolgere ed interessare lo spettatore nemmeno per sbaglio? Hai voglia, Laissez Bronzer les Cadavres è un ottimo esempio di questo paradosso, tanto che la visione è risultata tra le più pesanti da me affrontate quest'anno. La cosa è assai strana perché a me, di base, le storie di rapine andate male ed assedi, popolate da criminali brutti, sporchi e cattivi piacciono tantissimo, eppure in questo caso non mi sono entusiasmata, forse perché i personaggi non vengono approfonditi nemmeno per sbaglio e sono poco più di figurine in movimento su uno sfondo bellissimo, tutte destinate a morire più o meno male. La morte incombe infatti su ognuno dei protagonisti come una figura misteriosa e affascinante, una sensuale donna senza volto che popola le visioni dalle quali è inframmezzato il film (o, almeno, questo è quello che mi è sembrato di capire, magari sbagliando), visioni di sesso violento, sangue, torture... e golden shower. Letteralmente. La percezione di come la Cattet e Forzani abbiano scelto di approfondire maggiormente l'aspetto estetico del film sacrificando appunto la disperazione e lo squallore dei criminali rappresentati o la loro amara, violenta ironia, mi ha subito reso inviso Laissez Bronzer les Cadavres, un'ora e mezza di "stallo" privo del ritmo e dell'angoscia di Free Fire, girato anch'esso in un ambiente chiuso e con pochissimi personaggi ma molto più esaltante e violento. Nel film di Ben Wheatley non c'era un attimo di tregua, le situazioni cambiavano di continuo e si arrivava a provare sulla propria pelle il terrore di beccarsi una pallottola in fronte, qui sembra di guardare delle statue realistiche che vanno in pezzi, tra un breve dialogo e l'altro, sensazione accentuata dal tripudio di arte e colori che è la cifra stilistica di regia, fotografia e montaggio di Laissez Bronzer Les Cadavres.


Già la scena iniziale racchiude in sé tutto ciò che sarà il film, con quella tela imbrattata di colori e buchi di pallottola, le riprese ravvicinatissime di occhi e labbra, i suoni enfatizzati. Ogni inquadratura di Laissez Bronzer les Cadavres è una tela, un'opera d'arte, una ricerca di soluzioni visive atte a stupire lo spettatore mettendogli davanti una serie infinita di quadri semoventi con la scusa di seguire un mero canovaccio che potrebbe anche non esserci. Più del gusto del sangue, benché le sequenze "ardite" non manchino, conta più il gusto della bellezza e del colore in ogni sua forma o la particolarità della messa in scena. Un esempio su tutti, la colonna sonora fatta sentire al contrario nel momento in cui il tempo torna indietro diventando un misto tra flashback e visioni, le formiche a simboleggiare i personaggi che brulicano disperati all'interno dei loro nascondigli, il passaggio da strisce di sangue a strisce di oro liquido senza soluzione di continuità, coi corpi (i cadaveri) che rimangono lì indolenti, a farsi toccare, dipingere, ferire e distruggere come se i registi avessero per le mani dei manichini o dei pezzi di argilla. Anche solo per la bellezza dei colori e delle location o per l'accostamento tra eros e thanatos, presente in altre opere dei due registi peraltro, non posso dire che Laissez Bronzer les Cadavres sia un film brutto ma purtroppo non è proprio il mio genere di pellicola. Per carità, a ripensarci anche The Neon Demon era al 90% estetica eppure qualcosa all'interno della trama mi aveva toccata e ipnotizzata, invece Laissez Bronzer les Cadavres non mi ha lasciato altro che il vuoto cosmico dentro. Che a qualcuno, per carità, potrà anche piacere ma, ribadisco, non è il mio genere.


Hélène Cattet e Bruno Forzani sono i registi e co-sceneggiatori della pellicola. Marito e moglie, entrambi francesi, hanno diretto film come Amer, Lacrime di sangue e l'episodio O is for Orgasm di The ABCs of Death. Anche produttori, hanno entrambi 42 anni.


Se Laissez Bronzer les Cadavres vi fosse piaciuto consiglierei di recuperare il più prosaico ma soddisfacente Free Fire. ENJOY!

giovedì 18 ottobre 2018

(Gio)WE, Bolla! del 18/10/2018

Buon giovedì a tutti! Passata l'euforia da ToHorror Film Fest, vediamo cosa offre il multisala di Savona questa settimana... ENJOY!

Soldado
Reazione a caldo: Benissimo!!
Bolla, rifletti!: Per l'occasione ho guardato Sicario in questi giorni e ne parlerò domenica. Temo il film di Sollima (che pure apprezzo come regista) non sarà nemmeno lontanamente paragonabile a quello di Villeneuve ma confido nella meraviglia di Benicio Del Toro.

Piccoli brividi 2: I fantasmi di Halloween
Reazione a caldo: Meh.
Bolla, rifletti!: Piccoli Brividi era molto carino ma qui manca Jack Black quindi scema la voglia di guardarlo al cinema. Magari lo recupererò in futuro.

Nessuno come noi
Reazione a caldo: Ma anche no.
Bolla, rifletti!: Credevo fosse un tristissimo young adult invece è una tristissima robetta sentimentale italiana. Il risultato, comunque, è sempre un grosso NO.

Pupazzi senza gloria
Reazione a caldo: Sono davvero indecisa.
Bolla, rifletti!: So per certo che questo film è una cazzata immane e devo dire che il trailer mi ha dato anche un po' fastidio. Ma Maccio Capatonda attira sempre quindi chissà...

Cinema impegnato alla saletta d'élite!

Il verdetto
Reazione a caldo: Sembra interessante!
Bolla, rifletti!: Attori della madonna per una vicenda che sicuramente porterà a più di una riflessione. Lo segno per il futuro visto che i soliti orari infingardi del cinema questa settimana sono proibitivi!

mercoledì 17 ottobre 2018

Il Bollodromo #67: ToHorror Film Fest - parte 2

Se il (mio) primo giorno del ToHorror Film Fest è stato bene o male all'insegna dei film più divertenti o "spensierati", nei limiti di quanto potesse essere spensierato St. Agatha, la giornata di chiusura è stata di una pesantezza indicibile, a causa di due pellicole splendide e particolari ma decisamente provanti per l'umore. ENJOY!


Tigers Are Not Afraid (Vuelven) di Issa López

Come anche Dog, di cui parlerò tra poco, questo piccolo gioiellino Messicano non può definirsi propriamente horror. L'elemento sovrannaturale c'è ma non è preponderante ed è dosato col contagocce, oltre a veicolare più dolore e sconforto che paura, poiché esso è il modo dei piccoli protagonisti di affrontare una realtà già per sé abbastanza orrenda. Estrella è una bambina dotata di moltissima fantasia, la cui madre è improvvisamente stata rapita dai membri di un cartello della droga, diventando così una dei tantissimi desaparecidos messicani; affamata ed impaurita dalle presenze che sembrano avere preso possesso di casa sua, la piccola cerca rifugio presso una banda di bambini resi orfani dagli stessi criminali e sperimenterà sulla sua pelle l'orrore della vita di strada e la crudeltà di chi non si ferma davanti a nulla pur di ottenere denaro e potere. Non è un caso se Guillermo del Toro ha apprezzato questo film perché Tigers are Not Afraid è intriso della stessa crudele malinconia delle sue opere più riuscite ed è impreziosito da piccoli tocchi horror e fantastici (il tigrotto semovente è delizioso ma sono splendidi anche i vari murales realizzati da Shine) che rendono le vicende di Estrella, Shine e Morro ancora più poetiche, benché non meno realistiche e difficili da affrontare per lo spettatore. Si piange parecchio guardando il film e ci si sente piccoli come una formica, soprattutto considerando i ringraziamenti finali di un'autrice che probabilmente ha vissuto traumi molto simili a quelli dei bambini che ha portato su schermo con così tanta sensibilità. Sperate solo che Tigers are Not Afraid possa arrivare anche in Italia, più che altro pregate santa Netflix, che una distribuzione cinematografica mi pare improbabile.


Dog (Chien) di Samuel Benchetrit

Presentato come "la commedia più nera degli ultimi dieci anni", Dog è in realtà poco meno deprimente del Dogman di Garrone e, salvo la prima mezz'oretta, non fa ridere per nulla, anzi, è una fonte di angoscia devastante. Il protagonista, interpretato da uno strepitoso Vincent Macaigne il cui sguardo dolce e vinto rimane nel cuore per giorni dopo la visione, è l'equivalente dell'omino triste presente in una vecchia storia di Dylan Dog, più che altro è un uomo che viene preso a pugni, sputi e pesci in faccia dalla vita per quanto riguarda ogni suo aspetto: famiglia, lavoro, soldi, fortuna, sentimenti, nominatene uno e sarete certi del fatto che il povero Jacques ogni giorno sarà segnato da una cattiva stella. Questo finché, dopo una serie di eventi tragicomici, il poveraccio non finisce sotto le "cure" di un addestratore di cani la cui vita, nonostante l'ostentazione di sicurezza, è squallida quanto quella di Jacques. Sfruttando un registro malinconico e grottesco, Samuel Benchetrit racconta le disavventure di un uomo incapace di reagire, un "cane" nel senso peggiore del termine, bastonato e vessato eppure sempre riconoscente anche nei confronti della mano che lo percuote, un uomo grigio in un ambiente grigio e deprimente, zeppo di persone egoiste o semplicemente stufe del suo atteggiamento. Anche qui, come in Tigers are Not Afraid, il finale, apparentemente catartico almeno in parte ed incredibilmente poetico, spezza il cuore lasciando lo spettatore sconfitto, a rimuginare sul fondamentale squallore dell'esistenza e su quanto sia facile dare per scontate, accettandole a testa bassa, tutte le ingiustizie alle quali siamo sottoposti quotidianamente. Ovviamente, anche per Dog non vi è traccia di eventuali distribuzioni future. Incrociate le dita e tenete gli occhi aperti, non volete davvero perderlo.


martedì 16 ottobre 2018

Il Bollodromo #66: ToHorror Film Fest - parte 1

Venerdì dopo il lavoro ho preso il treno e sono partita per Torino, alla volta del ToHorror Film Fest, manifestazione già cominciata mercoledì con l'anteprima esauritissima di Climax di Gaspar Noé. Ovviamente, per questioni lavorative e "affettive", non sono riuscita né ad essere presente tutti e quattro i giorni di programmazione né a vedere tutti i film in concorso e fuori ma mi sono limitata a due per le due giornate di presenza, per un totale di quattro. Nel post di oggi e di domani vi parlerò quindi brevemente delle quattro pellicole che sono riuscita a vedere, senza troppi spoiler! ENJOY!


St. Agatha di Darren Lynn Bousman

Presentato da una dei co-sceneggiatori, l'italiana Sara Sometti Michaels, e dall'attore Seth Michaels, St. Agatha è un violento thriller "gotico" con alcune sequenze che virano sull'horror sovrannaturale, ambientato in un convento di suore dedito all'accoglienza di ragazze madri. La protagonista è Mary, giovane dal passato tormentato che sceglie di affidarsi alle "cure" del convento per svariati motivi che ci verranno palesati in una serie di flashback sempre più angoscianti e che, neanche a dirlo, avrà da pentirsi amaramente della scelta fatta visto che, fin dall'inizio, le suore in generale e la madre superiora in particolare sono tutto meno che sante e pie. Il pregio di St. Agatha è che non offre un solo momento di tregua né allo spettatore, sul quale vengono vomitate le peggiori efferatezze (nei limiti. A detta della co-sceneggiatrice pare che lo script iniziale prevedesse molta più violenza), né alle sfortunate protagoniste, vittime di torture fisiche e psicologiche; l'altro lato della medaglia è che talvolta tutta questa violenza risulta quasi parodica, per quanto le attrici, molto brave, si impegnino a metterci tutta la serietà possibile. Ad accompagnare questa sceneggiatura altalenante ci sono delle melodie assai evocative, debitrici della colonna sonora del vecchio Suspiria, e la regia talvolta barocca di Darren Lynn Bousman che devo dire a me non è affatto spiaciuta nel contesto della pellicola. Purtroppo, la sensazione rimasta dopo la visione del film è stata essenzialmente di catartico divertimento, non di angoscia o di presa di coscienza relativamente alla condizione delle donne nel mondo e dubito che ciò fosse nelle intenzioni dei realizzatori; tuttavia, nonostante a molti dei miei compagni di visione il film non sia piaciuto, mi sento di consigliare la visione di St. Agatha se e quando uscirà in Italia, al cinema o su Netflix


One Cut of the Dead (Kamera o Tomeru na!) di Shinichiro Ueda

Vincitore meritevolissimo di quest'edizione del ToHorror Film Fest, One Cut of the Dead è l'horror più divertente e genuinamente esaltante per un cinefilo che possiate vedere quest'anno. Esempio di metacinema all'ennesima potenza, film nel film nel film nel film, la pellicola di Shinichiro Ueda è sia una dichiarazione d'amore al genere horror che al cinema come operazione artigianale, frutto della fatica non tanto del cast ma di chi sta dietro le quinte a controllare che tutto funzioni alla perfezione, tra picchi di frustrazione, esaltazione e gioia in pari misura. Parlare della trama nel dettaglio sarebbe un crimine contro l'umanità perché il bello di One Cut of the Dead (che comincia come un zombie movie giusto un po' meno raffazzonato di Zombie Ass - The Toilet of the Dead ma fortunatamente siamo ben distanti dalle mattane di Noboru Iguchi) è proprio goderselo poco per volta e scoprire cosa si nasconde dietro al sorprendente titolo, quel One Cut che regala allo spettatore la gioia di vedere un horror realizzato senza tagli, come un unico, lunghissimo piano sequenza. Peccato che questo titolo geniale in Italia diventerà Zombie contro Zombie quando il film verrà distribuito per soli tre giorni come evento speciale, dal 7 al 9 novembre. Il mio consiglio, nonostante la sua probabilmente scarsissima distribuzione, è di non perderlo per nulla al mondo, anche se non amate l'horror, perché il film di Ueda è molto di più: divertimento, follia, amore per il cinema, sentimento a palate e... POM!! E se non vi fidate di me correte a leggere QUI.

ACTION!!!! 






domenica 14 ottobre 2018

Housewife (2017)

Uno dei film presentati al ToHorror Film Fest e programmato venerdì sera è stato Housewife, diretto e co-sceneggiato nel 2017 dal regista Can Evrenol.


Trama: Holly, traumatizzata da un passato in cui la madre ha massacrato la sorella maggiore e il padre, cerca di vivere un'esistenza normale ma un giorno entra in contatto con una setta i cui membri traggono forza dai sogni...


Un paio di anni fa usciva Baskin. Malato, delirante, con reminescenze fulciane e parecchio splatter, nonostante le sue molte imperfezioni mi aveva fatta ben sperare per quel che riguarda il regista Can Evrenol, tanto che, all'uscita di Housewife, mi sono precipitata subito a guardarlo. Purtroppo, Housewife è un enormissimo NO già fin dal titolo, perché la protagonista, Holly, è tutto meno che una casalinga. Fancazzista sarebbe l'espressione più giusta ma comunque il suo grado di utilità all'interno della società conta davvero poco perché, in soldoni, la pellicola di Evrenol è una sorta di thriller sconfinante nel delirio onirico finale avente per protagonista una donna traumatizzata, che sia o meno casalinga. Per buona parte del film, vediamo dunque la "simpatica" Holly, donna che espleta le sue funzioni fisiologiche in vasche da bagno o lavandini perché da bambina ha visto la sorella venire annegata nel water, vagare per luoghi, sogni e memorie senza suscitare nello spettatore particolare interesse, caratterizzata giusto dalla sua ferma volontà di NON avere un bambino e di essere frigida e talvolta bisessuale, oltre che prona a scarabocchiare roba apocalittica su fogli di carta. A un certo punto, quest'inutile creatura viene introdotta ai riti di una setta il cui capo, un cinolaido di nome Bruce O'Hara, riesce a viaggiare nei sogni altrui e lì per lì, come ha scritto su Facebook il buon Simone facendomi riderissimo, il tizio "la terapizza e le stura LETTERALMENTE il water e poi è guarita e felice!", ma fosse finita lì sarebbe stato meglio. Invece, dopo questa raffinata metafora idraulica, Evrenol si convince di essere un Autore e perde completamente il controllo della sua creatura, dimenticandosi che, se non sei Nicolas Winding Refn o Darren Aronofsky, non conviene abbandonare la sceneggiatura e affidarsi al "così, de botto, senza senso" di Borisiana memoria e dare in pasto allo spettatore immagini schifide dotate di velleità artistiche "perché sì".


Non è questione di non capire una fava, benché ammetta che, a un certo punto, tra piano reale e piano onirico sia andata in marasma fantozziano mandando letteralmente al diavolo Evrenol e socio. Io posso anche aver perso il filo del discorso, va bene, ma se il discorso è semplicemente un'accozzaglia di suggestioni mutuate da altri film che non si ricollegano alle immagini iniziali salvo per una "rivelazione" che, arrivati a quel punto, non interessa davvero più a nessuno, io scoppio a ridere, altro che applaudire. Baskin era malato, rivoltante, sfidava lo spettatore a trarre un senso da quello che veniva mostrato, Housewife è solamente scemo perché cerca di darsi un'importanza che non merita e si prende tremendamente sul serio infilando qui e là scene morbosette affidate ad attori che, santo cielo, non chiamiamoli tali. La protagonista, che di suo brava non è o forse è solo costretta a dare corpo e anima a un personaggio fastidioso, è letteralmente circondata da cani ululanti, col carisma del nulla cosmico; come caposetta e portatore della novella di un'entità Lovecraftiana, il cinogiappocoreanolaido è imbarazzante, non mette inquietudine manco a morire e, al limite, fa venire voglia di urlare "non toccarmi!" sì, ma per lo schifo (poi quando fa tai chi nudo o quando, orrore!, compare all'interno della scopata a tre c'è proprio da sentirsi male), il marito a un certo punto si mette a sibilare, la bionda ricciolina svenevole da il meglio giusto quando viene corcata di mazzate e per il resto gli attori vagamente degni di nota sono forse le ragazzine e la signora all'inizio che poi, in effetti, è l'unica sequenza salvabile del film, anche come regia. Il fatto che a tratti Housewife mi abbia richiamato alla mente Le notti proibite del marchese De Sade e che, più ci penso, più lo ritengo un incrocio tra il "capolavoro" di Hooper, Madre! (magari, gli piacerebbe!) e l'arrogante The Void , filtrato dai colori di Crimson Peak (o della maglia del Genoa, fate voi), non depone molto a favore del film, vero?

NO
Del regista Can Evrenol ho già parlato QUI.


venerdì 12 ottobre 2018

L'assassina - The Villainess (2017)

Ultimamente Netflix mi ha regalato una bella sorpresa, ovvero questo L'assassina - The Villainess (Aknyeo), diretto e sceneggiato nel 2017 dal regista Byung-gil Jung.


Trama: arrestata dalla polizia a seguito di una strage, la giovane Sook-Hee viene prelevata da una branca dei servizi segreti coreani che la costringono a lavorare come assassina per 10 anni, dopo i quali le verrà resa la libertà.


L'assassina è la versione sud-coreana di Nikita, però in acido e, ovviamente, un po' più complessa e tamarra rispetto al film cult di Besson. L'ossatura della trama è più o meno la stessa per quel che concerne l'educazione di Sook-Hee, giovane assassina che viene resa ancora più letale e capace dai servizi segreti del suo Paese e si ritrova, una volta completato l'addestramento, a dover vivere un'esistenza normale con la "pendenza" degli incarichi affidati dall'agenzia nei momenti più impensabili (per esempio, durante il matrimonio, sequenza che rispecchia parecchio quella in cui Nikita, dalla stanza d'albergo, veniva costretta a montare un fucile e uccidere il bersaglio), tuttavia Byung-gil Jung non segue una narrazione lineare e, a poco a poco, rivela allo spettatore ciò che ha portato Sook-Hee a venire coinvolta nella sanguinosissima strage in solitaria che la impegna nelle primissime sequenze del film. Quella di Sook-Hee è una storia di vendetta, di infanzie negate, di persone infide che nascondono mille segreti, uno più orribile dell'altro, di menzogne e di famiglia, una famiglia distrutta, un'altra desiderata al punto da arrivare a mentire persino a se stessi e un'altra che non è mai stata tale; Sook-Hee, come Nikita, non è semplicemente un'assassina o una villainess, è un essere umano fragilissimo, spinta dal disperato bisogno di amare ed essere amata eppure spezzata al punto da non essere più in grado di fidarsi di nessuno. La scena finale, terribile ed ambigua, è frutto di una lunghissima serie di eventi atti a privare Sook-Hee dell'umanità e di ogni appiglio che possa legarla ad essa, qualcosa che ha trasformato una figlia, donna e madre in un essere composto soltanto da odio e follia. In questo, L'assassina è MOLTO più pessimista di Nikita, la cui protagonista nel finale riusciva a riappropriarsi della sua identità e a darsi alla macchia, probabilmente libera, inoltre è MOLTO più crudele e meno glamour del film di Besson, con tutti i twist che arrivano a spiazzare lo spettatore, soprattutto quello meno avvezzo ai deliri temporali delle opere asiatiche.


A fronte di una storia intricata, benché magari troppo legata ai cliché del genere per non essere in qualche modo prevedibile, quello che colpisce maggiormente de L'assassina è la qualità delle scene d'azione, soddisfacenti e deliranti come piacciono a me, fatte di stunt folli che portano lo spettatore a chiedersi "ma come diamine avranno fatto a girarlo?". La scena clou, in tal senso, è quella in cui Sook-Hee si ritrova a dover combattere in sella a una moto contro degli scagnozzi armati di katana, una sequenza che inizia richiamando echi Tarantiniani a tutto spiano (le inquadrature iniziali sono assai simili a quelle in cui gli 88 folli scortano O-Ren Ishii per le strade di Tokyo in Kill Bill e, a proposito di Kill Bill, l'infanzia della protagonista è sostanzialmente la riproposizione live action dell'anime dedicato a O-Ren) e poi prende una direzione tutta sua, tra arditissimi movimenti di macchina, bellissime soluzioni "di menare" e una tensione che si taglia col coltello. Ovviamente, questa è la sequenza più bella ed interessante per me ma le riprese iniziali, girate interamente in soggettiva, mozzano il fiato e dissetano chi adora vedere scorrere il liquido rosso sullo schermo, mentre quella sull'autobus tocca picchi di sfrontata e pacchiana genialità. Ok-bin Kim, vero cuore della vicenda, è bellissima e ha il phisique du role per interpretare Sook-Hee sia nei panni di assassina che in quelli di raffinata attrice e madre amorevole; un trucco molto leggero e un taglio di capelli le consentono di "viaggiare nel tempo" ed interpretare una protagonista giovane ed ingenua oppure un'altra più matura, fredda e disillusa, e di risultare affascinante in sequenze dal registro più action e anche in quelle che riportano alla mente i peggiori k-drama (per fortuna poche). Probabilmente L'assassina, visto anche il poco accattivante titolo italiano, rischia di passare inosservato all'interno del vastissimo catalogo Netflix ma se vi piacciono gli action aventi per protagoniste donne forti e girati da un regista in grado di trarre il meglio da stunt spericolati e macchina da presa, cercate di guardarlo prima che lo tolgano!

Byung-gil Jung è il regista e sceneggiatore della pellicola. Sudcoreano, ha diretto film come Confession of Murder. Anche attore, ha 38 anni.


Ok-bin Kim interpreta Sook-Hee. Sudcoreana, ha partecipato a film come Thirst e The Unfair. Ha 32 anni.


Come Ok-bin Kim, anche l'attore Ha-Kyun Shin, qui nei panni di Joong-Sang, ha partecipato al film Thirst. Detto questo, se il film vi fosse piaciuto recuperate assolutamente Nikita e magari anche Atomica bionda. ENJOY!

giovedì 11 ottobre 2018

(Gio)WE, Bolla! del 11/10/2018

Buon giovedì a tutti! A prescindere dalle uscite savonesi, questo weekend sarò a Torino al ToHorror Film Fest e conto di farmi una bella abbuffata di horror così da parlarne presto sul blog. Quindi, oggi più che mai... ENJOY!

The Predator
Reazione a caldo: Ho paura. E non in senso buono.
Bolla, rifletti!: Torna Shane Black ad occuparsi di una creatura che, a modo suo, lo ha reso famoso ai tempi in cui era un attore con velleità di sceneggiatore e regista, e lo fa dietro la macchina da presa e al copione. Le speranze c'erano tutte, peccato che le critiche al film siano tra il disgustato e il negativo. Andiamo bene.

A Star is Born
Reazione a caldo: Boh.
Bolla, rifletti!: Mi spiegate perché non ho voglia di vedere questo film? Bradley Cooper è un figo della Madonna e Lady Gaga come cantante mi piace... e allora, ribadisco, perché non ne ho voglia?

Johnny English colpisce ancora
Reazione a caldo: Wargh!
Bolla, rifletti!: Ancora? Ma basta Johnny English, con tutto il rispetto per Rowan Atkinson! Piuttosto ridatemi Austin Powers!

Al cinema d'élite si respira una misteriosa aria francese...

L'apparizione
Reazione a caldo: Mh.
Bolla, rifletti!: Storia di un reporter costretto a scoprire se il racconto di una presunta apparizione sia vero oppure no. Di base, mi ispira davvero poco, sono sincera. 

mercoledì 10 ottobre 2018

Apartment 143 (2011)

Qualche sera fa mi è capitato di vedere Apartment 143 (Emergo), diretto e co-sceneggiato nel 2011 dal regista Carles Torrens.


Trama: un trio di scienziati viene invitato da un vedovo padre di due figli in una casa apparentemente infestata, per cercare di capire cosa perseguiti la famigliola.



Questa sarà una recensione brevissima perché Apartment 143 non spicca né per bellezza, né per bruttezza, men che meno è interessante. Gli ho dato una chance perché di Torrens ricordavo un divertente episodio di The ABCs of Death 2.5 e, soprattutto, il bellissimo Pet, ma fin dall’inizio ho capito che stavolta mi sarei trovata davanti l’ennesimo emulo di Paranormal Activity a base di telecamere nascoste, riprese in soggettiva, finti mockumentary e roba che si muove di notte all’improvviso. In due parole, un film di una banalità incredibile e di una noia mortale. Dire che non succede nulla è riduttivo, i due jump scare che ci sono in tutta la pellicola non fanno nemmeno saltare sulla sedia (anche perché, nell’attesa che arrivino, subentra la letargia) e per il resto i personaggi si limitano ad indagare e parlare del più e del meno fino agli ultimi dieci minuti, nei quali si concentra l’azione “tosta”, come spesso accade in questo genere di film. Apartment 143 ha solo una particolarità, ovvero quella di tenere fede alla sua natura di indagine scientifica fino all’ultimo. Gli scienziati protagonisti, infatti, agiscono in modo da escludere sistematicamente la presenza di entità paranormali, partendo dal presupposto che i fantasmi non esistono, e cercano altre spiegazioni agli inquietanti fenomeni che si manifestano nella casa; il risultato è un film che si appoggia parecchio sui dialoghi, atti a sviscerare le problematiche della famiglia e il cupo passato che ne turba i membri, e sulle inquadrature di particolari strumenti di misurazione opportunamente “censurati”, quasi che Apartment 143 sia stato realizzato per il pubblico dagli stessi scienziati, desiderosi di mantenere la privacy sui loro metodi. Un po’ poco per elevare Apartment 143 dall’infinito novero degli horror mediocri e mi fa quasi strano pensare che sia una produzione spagnola e non americana, ma tant’è. Vi capitasse sotto mano evitatelo!


Del regista Carles Torrens ho già parlato QUI.

Kai Lennox interpreta Alan White. Americano, ha partecipato a film come Allarme rosso, Boogie Nights - L'altra Hollywood, Starship Troopers - Fanteria dello spazio, Pleasantville, Rush Hour - Due mine vaganti, Hitchcock, Green Room, Equals e a serie quali E.R. Medici in prima linea, Grey's Anatomy, Bones e Dr. House. Ha un film in uscita.


A interpretare Caitlin c'è la giovane attrice Gia Mantegna, figlia dell'attore Joe Mantegna. Detto questo, se Apartment 143 vi fosse piaciuto, consiglio il recupero della saga Paranormal Activity, Le origini del male e The Atticus Institute. ENJOY!

martedì 9 ottobre 2018

Venom (2018)

Venerdì sera, trascinata dal Bolluomo e con uno scazzo epico davanti alla coda di adolescenti in visibilio, sono andata a vedere Venom, diretto dal regista Ruben Fleischer.


Trama: durante un'indagine, il giornalista Eddie Brock viene in contatto col simbionte alieno Venom e la sua vita cambia per sempre...



Come sanno gli amici di Facebook, la mia avventura con Venom non è cominciata proprio benissimo. Dopo la coda estenuante, siamo finiti in QUARTA FILA, ovviamente mica al centro, eh no. In più, almeno un esponente dell'accozzaglia di millenials presenti in sala puzzava come un cataletto, ma roba che probabilmente 'sta creatura non ha mai visto la doccia. Io sono schizzinosa solo quando si tratta di cimici ma stavolta ho dovuto gettare la spugna e guardare l'intero film col naso tappato, respirando con la bocca. Con lo scazzo a mille, molto probabilmente ho SUBITO Venom invece di guardarlo, però il risultato a mio avviso cambia poco, ché il film di Fleischer è qualcosa che trasuda brutti anni '90 fin dalle prime sequenze, un ibrido creato da un folle tra il vecchio Spawn The Mask, pellicola quest'ultima di cui Venom ricalca pedissequamente più di una sequenza, al punto che a un bel momento mi sarei aspettata di vedere Eddie Brock "uccidere" i nemici sulle note di Cuban Pete. Razionalmente, potrei dire che Venom è un film "normale", quasi banale, né meglio né peggio dei puntuali compitini Marvel che arrivano come riempitivo tra un Avengers e l'altro (salvo Guardiani della Galassia); come dicevano in The Rocky Horror Picture Show, "I expected nothing and I had that... in abundance!", anche perché a me lo Spiderverse e Venom in particolare non sono mai interessati dunque non potrei nemmeno urlare al vilipendio del personaggio, che del villain ho giusto qualche vecchio ricordo non mutuato da Spider-Man 3 (mai visto). A tal proposito, sinceramente mi sarei aspettata una creatura ben più malvagia, non un simbionte tanto buonino che arriva al punto di dare saggi consigli d'amore al suo ospite o a battibeccare con lui come nemmeno nelle peggiori sequenze di Thor: Ragnarok, toccando l'apice del disagio confessando di essere lo "sfigato" della razza di appartenenza. E allora, ospite e simbionte fanno davvero una bella coppia visto che Eddie Brock è stato caratterizzato come poco più astuto di uno Stanley Ipkiss qualsiasi, il tipico giornalista sensazionalista alla Striscia la notizia che, una volta privato del suo status dal riccone di turno, vaga clueless per le strade della città a rimediare figure di tolla finché l'altrettanto sfigato Venom non comincia ad utilizzarlo come EdgarAbito, maledicendolo con una blandissima necrosi quasi totale degli organi interni in cambio della possibilità di fare una vita che wow!, levàti! Brutto citare nuovamente The Mask ma giuro che la trama è identica dall'inizio alla fine (c'è persino il cane simbionte), con la piccola differenza che Ipkiss sul finale capiva di non aver bisogno della maschera per essere figo mentre Brock rimane ancorato alla sua fondamentale inutilità e niente, serve materiale per un secondo Venom e per giustificare l'imbarazzante scena post credit che vede sprecato uno dei più grandi attori di sempre in virtù probabilmente della sua amicizia con Fleischer.


Ma ciò che più mi ha infastidito, ciò che davvero mi faceva alzare ogni volta gli occhi al soffitto maledicendo di non essere io stessa simbionte per falcidiare tutti i presenti in sala, è il potenziale sprecato. L'inizio di Venom è una sorta di Alien meets L'alieno, col simbionte che passa da un corpo all'altro sfruttando parecchi topos del body horror "psicologico", quello che non porta lo spettatore a vomitare le sue stesse interiora ma che comunque lo inquieta lo stesso. Ovviamente, tutto ciò viene mandato in vacca in tempo zero, con una sceneggiatura disonesta combinata col terribile spauracchio del PG-13. Davvero, non potevano i realizzatori giocare tutto sul sottilmente inquietante, sulla possessione, sull'incapacità di avere il controllo del proprio corpo invece di sottolineare la fame perenne di Venom, il suo desiderio di staccare teste... reso sullo schermo senza nemmeno UNA goccia di sangue? No, ragazzi, allora. Qui non abbiamo Thanos che schiocca le dita e puff!, la gente sparisce, abbiamo MOSTRI con le zanne che divorano teste e impalano persone con propaggini organiche, non puoi renderlo nella maniera più asettica possibile, come se stessimo parlando di noccioline. Non puoi privare lo spettatore, anche il più giovane, dell'ORRORE della cosa, perché Mombi in Nel fantastico mondo di Oz collezionava teste senza mostrarci una singola goccina di sangue ma Cristo se anche il più stupido dei bambini capiva le implicazioni della questione e non ci dormiva la notte, invece qui il risultato è "Venom mangia le teste? Ah, beh, sticazzi", che è il punto di non ritorno di una desensibilizzazione spaventosa. A ciò va aggiunta la voce di Venom. Ho controllato su Wikipedia perché ad un certo punto ho creduto che il doppiatore italiano del killer in Scary Movie fosse lo stesso di Venom, invece abbiamo da una parte Pino Insegno in un film comico e dall'altra Adriano Giannini in un... beh, in un film comico? Non si spiegherebbe altrimenti perché Venom è garrulo e perculante, una sorta di maggiordomo innamorato della sua voce che a un certo punto si profonde persino in un entusiastico "benone!" che mi ha causato più di un conato di vomito, la parodia di un malvagio come la si sentirebbe in una puntata dei Simpson. Ma perché? E soprattutto: perché Michelle Williams a un certo punto vaga per il film vestita da collegiale? Ma anche: perché Tom Hardy recita col pilota automatico? E infine: perché qualcuno dovrebbe scegliere di andare a vedere questo Venom?


Del regista Ruben Fleischer ho già parlato QUI. Tom Hardy (Eddie Brock/Venom), Michelle Williams (Anne Weying), Riz Ahmed (Carlton Drake/Riot) e Woody Harrelson (Cletus Kasady) li trovate invece ai rispettivi link.


Stan Lee compare in un cameo piuttosto lungo all'interno del film, che è provvisto di due scene mid e post-credit: la prima è direttamente collegata alla trama della pellicola o comunque apre la via ad un sequel, la seconda invece è una sorta di trailer per Spider-Man: Un nuovo universo, di cui il Dottor Manhattan ha parlato QUA. Ovviamente, il film in questione non è legato a Venom così come, per ora, non lo sono Spiderman: Homecoming né tanto meno Spider-Man, Spider-Man 2 e Spider-Man 3, all'interno del quale compare Venom per la prima volta. Se Venom vi fosse piaciuto potreste considerare il recupero di Life: Non oltrepassare il limite, il quale per qualche tempo è stato creduto (erroneamente) un prequel di Venom. ENJOY!



domenica 7 ottobre 2018

Le avventure di Ichabod e Mr. Toad (1949)

Siccome il Bolluomo sta ri-studiando inglese e si aiuta leggendo qualche libro in lingua facile da comprendere, gli è capitato di avere sotto mano una riduzione de Il vento tra i salici e ciò ci ha portati a recuperare Le avventure di Ichabod e Mr. Toad (The Adventures of Ichabod and Mr. Toad), diretto nel 1949 dai registi James Algar, Clyde Geronimi  e Jack Kinney e tratto sia dal racconto di Kenneth Grahame che da La leggenda di Sleepy Hollow di Washington Irving.


Trama: il film è composto da due storie. La prima racconta le follie di Mr. Toad, ricco rospo che rischia di perdere la casa per la sua noncuranza, la seconda è incentrata sull'insegnante Ichabod Crane, donnaiolo e ambizioso ma anche tanto superstizioso e fifone...



Le avventure di Ichabod e Mr. Toad è l'ultimo film "a episodi" (quelli, per intenderci, simili per concetto a Saludos Amigos e I tre caballeros, giusto per citare quelli che ho visto anche io da bambina, realizzati durante la Seconda Guerra Mondiale o poco dopo, quando la Disney era sotto personale ed impossibilitata a produrre lungometraggi) prodotto dalla Disney prima di tornare ai lungometraggi con Cenerentola. Il fil rouge che lega le due storie narrate è la presenza di due iconici eroi letterari, inglese uno, americano l'altro, per il resto i due corti non potrebbero essere più diversi, sia per temi che per atmosfere. Nel primo facciamo la conoscenza di Mr. Toad, un rospo molto ricco e privo di freni inibitori quando si tratta di spendere soldi per assecondare le sue manie, tenuto a malapena a bada da una cricca di amici di cui fanno parte Mr. Badger, tasso scozzese con ruolo di gestore finanziario, Ratto e Talpa, il primo moralista peggio di Topolino, il secondo ingenuo e pacioso. Il corto ruota attorno all'ultima mania di Mr. Toad, ovvero i viaggi in automobile, e a come quest'ultima follia del batrace lo porti prima a perdere la casa e poi a finire in prigione, cosa che più o meno avviene anche nel racconto di Grahame, benché con modalità diverse, come mi ha detto il Bolluomo. Interessante soprattutto per l'incredibile mix di accenti che caratterizza la versione originale, il corto è molto simpatico e la presenza di Mr. Toad offre agli animatori la possibilità di realizzare delle sequenze assai dinamiche che ne mettono in risalto l'incapacità di stare fermo e la costante ricerca di qualcosa di nuovo a cui appassionarsi, ovviamente quasi tutte cose foriere di distruzioni e disastri come corse a rotta di collo su calessi, automobili e persino aeroplani; la trama asseconda un intreccio in qualche modo "giallo" e offre quindi spazio all'astuzia degli animaletti amici di Mr. Toad, indispensabili al raggiungimento di un lieto fine, benché la natura del protagonista rimanga fondamentalmente "negativa", in quanto egli non imparerà mai dalle sue disavventure, a differenza di quanto accade spesso nei cartoni animati Disney.


Quest'ambivalenza e la presenza di un personaggio titolare non necessariamente "buono" si ripropone anche nel secondo cortometraggio del dittico, quello dedicato ad Ichabod Crane. Quest'ultimo viene rappresentato con un sembiante assurdo e al limite del caricaturale, introdotto da una canzone che ne mette in risalto le caratteristiche peculiari, eppure viene spesso sottolineata anche la sua natura di vile profittatore che lo porta a concupire la "profumiera" Katrina essenzialmente per soldi. Suo avversario è Brom Bones, descritto fin dall'inizio come più scavezzacollo che malvagio, ragazzone sfortunato al quale cominciano ad andare le simpatie del pubblico nel momento esatto in cui Ichabod mostra tutti i suoi difetti, con un cortocircuito mentale raro per un'opera Disney; altrettanto rara, e molto apprezzabile (tanto che La leggenda della Valle Addormentata è diventato, tra i due, il mio corto preferito) è la svolta horror degli ultimi minuti, dove lo spettro del cavaliere senza testa la fa da padrone e dove l'atmosfera allegra e bucolica dell'inizio lascia spazio a colori cupi e geniali illusioni spettrali, preludio ad un finale aperto assai poco consolatorio. Queste non sono le uniche caratteristiche adulte del cortometraggio, in aperto contrasto col primo episodio più "infantile", in quanto la bella Katrina Van Tassel è parecchio sessualizzata e procace, al punto da sembrare una pin up vestita da contadinella; consapevole della sua bellezza, Katrina fa girare la testa a tutti gli uomini in maniera assolutamente NON ingenua e nel corso della cerimonia nuziale il bacio che si scambia con lo sposo toglie brutalmente a quello tra Aladdin e Jasmine il titolo di "primo bacio alla francese" visto in un film Disney, ché quei trenta cm di lingua in gola il marito li ha sentiti tutti, ve lo dico io! Scherzi a parte, Le avventure di Ichabod e Mr. Toad è un divertissement simpatico che non conoscevo e che consiglio a tutti gli appassionati di film Disney (i quali, probabilmente, lo avranno già visto) e di cartoni animati vintage, per scoprire qualcosa di diverso dai classici ben più famosi e blasonati.


Del co-regista Clyde Geronimi ho già parlato QUI.

James Algar è co-regista della pellicola. Americano, ha diretto film come Fantasia, Bambi e Fantasia 2000. Anche sceneggiatore, produttore, animatore e doppiatore, è morto nel 1998 all'età di 85 anni.


Jack Kinney è co-regista della pellicola. Americano, ha diretto brevi sequenze di film come Pinocchio, Dumbo, Saludos Amigos, I tre caballeros, Le avventure di Peter Pan e un sacco di corti dedicati a Pippo oltre a episodi della serie Braccio di ferro. Anche produttore, sceneggiatore e animatore, è morto nel 1992 all'età di 82 anni.


Bing Crosby è il narratore della storia di Ichabod Crane. Americano, più famoso come cantante, ha partecipato a film come La mia via (che gli è valso un Oscar come miglior attore protagonista), Bianco Natale, La ragazza di campagna e Alta società. Anche produttore, è morto nel 1977 all'età di 74 anni.


Basil Rathbone è il narratore della storia di Mr. Toad e presta la voce al poliziotto. Nato in Sud Africa, ha partecipato a film come Gli ultimi giorni di Pompei, Capitan Blood, Giulietta e Romeo, La leggenda di Robin Hood, Il figlio di Frankenstein, Il mastino dei Baskerville, Le avventure di Sherlock Holmes (e ad almeno un'altra decina di film aventi l'investigatore per protagonista), I racconti del terrore e Il clan del terrore. E' morto nel 1967 all'età di 75 anni.


Guardando Le avventure di Ichabod e Mr. Toad, i fan della Disney troveranno le "basi" di alcuni tra i personaggi più amati degli anni seguenti, come il Gaston de La bella e la bestia, assai simile a Brom Bones, oppure le faine di Chi ha incastrato Roger Rabbit?. Le due storie che compongono Le avventure di Ichabod e Mr. Crane sono state distribuite anche come singoli corti dal titolo Il vento tra i salici e La leggenda della Valle Addormentata; se il film vi fosse piaciuto recuperate anche I tre caballeros, Saludos Amigos e Basil l'investigatopo. ENJOY!


venerdì 5 ottobre 2018

Mandy (2018)

Continuo a rimandare la visione di Sulla mia pelle per mancanza di una serata adatta ma non ho potuto esimermi invece dal recupero subitaneo di Mandy, diretto e co-sceneggiato dal regista Panos Cosmatos.


Trama: quando la compagna Mandy viene uccisa da un branco di adoratori del demonio, Red si imbarca in una sanguinosa vendetta...



Mandy è un film assurdo con un unico, terribile, non trascurabile difetto: c'è meno Nicolas Cage di quanto mi sarei aspettata. Questo mi preme sottolinearlo fin da subito, poiché ciò che mi ha spinta a recuperare il film di Panos Cosmatos è che nelle recensioni d'oltreoceano si parlava di un Nicolas Cage più Cageano che mai, lercio di sangue, urlante e folle nel suo brandire asce; è vero, in Mandy c'è tutto questo ma, come dire, prima di arrivare al succo del discorso c'è anche molto, molto di più... e molto, molto poco Nicolas Cage. Quindi sì, ci sono rimasta un po' male, lo ammetto. Però guardare Mandy è stato un bel viaggio, in più di un senso, ché Mandy è l'apoteosi della droga tagliata male che ti afferra il cervello, te lo strizza e tu boh, rimani lì inebetito come un cretino a guardare i colori cangianti e il Cheddar Goblin senza curarti troppo di quello che dice chi ti sta attorno, magari ritrovandoti a ridere senza un perché, anche se la storia in sé è davvero terrificante. In pratica, nei boschi di un non precisato nowhere americano trasformato per l'occasione in un paesaggio da fantasy truce, Red e Mandy passano la loro vita felici tra sigarette, alcool, ammore e metal, tanto metal (la citazione iniziale del film inquadra già bene Mandy nel regno della tamarreide metallozza più sfrenata), finché un povero minchione autoproclamatosi divinità di un branco di drogati non si invaghisce dell'aura di lei e la rapisce. Sempre per colpa della droga, la povera Mandy si ritrova a ridere in faccia al minchione di cui sopra, non si capisce bene se perché come cantante fa schifo alle capre oppure perché il suo strumento di riproduzione è, come dire, un po' ridotto, ma il risultato comunque non cambia e Mandy, poverella, viene bruciata viva davanti al suo amato Red che, ovviamente, giura vendetta. La storia, come vedete, è di per sé semplicissima, al limite vanno aggiunti un terzetto di demoni anch'essi drogati che probabilmente, nonostante l'aura malvagissima, sono degli scarti dell'inferno, per il resto abbiamo un loop continuo di gente in botta che spara idiozie, buoni o cattivi che siano, e l'effetto di tutto ciò è quantomeno straniante ma non brutto, affatto.


Al di là di Nicolas Cage, infatti, Mandy è un tripudio di colori e luci, di sequenze così allucinate che al confronto Le streghe di Salem è uno sceneggiato televisivo confezionato dalla RAI nel suo periodo più svogliato. Nel novanta per cento dei casi, infatti, i personaggi sono illuminati da luci fucsia, azzurre, gialle e rosse senza una motivazione plausibile (o meglio, è sempre colpa della droga), gli ambienti in cui deambulano sono privi di contorni definiti e quasi sempre immersi in un'inquietante penombra o in una luce lattiginosa che li rende eterei, al confine tra l'aldilà e l'aldiqua, come direbbe Groucho, e spesso e volentieri la voce di chi parla è distorta, per non parlare di quando i volti degli attori si sovrappongono in maniera quasi ipnotica o intervengono sequenze animate a rendere il tutto ancora più delirante. Ma basta parlare di cose poco importanti, parliamo di Nicolas Cage. Per quel poco che viene mostrato, visto che il fulcro dell'attenzione, fin dal titolo, è Andrea Riseborough (sulla quale apro una parentesi: come si può essere così affascinanti senza trucco e senza rispettare i canoni della bellezza di questo secolo? Spiegatemelo, è anche qui merito della droga? Io giuro che non riuscivo a staccarle gli occhi di dosso da tanto ero affascinata...), il buon Nicolas è semplicemente stupendo. Non sto a dilungarmi sulla bellezza del vederlo allucinato e ricoperto di sangue, armato dell'ascia più improbabile di sempre o di motosega in pieno stile Leatherface e circondato da gente pronto a blandirlo con promesse di sesso disgustoso; quel favoloso sorriso da pazzo sul finale basta a compensare qualunque sua assenza e a consacrarlo re dell'horror 2018, per non parlare della sequenza che vede protagonista lui, un paio di mutande flappe, una bottiglia di superalcoolico, un bagno dalla tappezzeria improbabile e strilli addolorati come se piovessero. Grazie di esistere, Nicolas, stupefacente uomo senza vergogna. Davvero. E grazie anche a Richard Brake, alla sua tigre, al vomito formaggioso del Cheddar Goblin e al mai abbastanza compianto Jóhann Jóhannsson. Quanta meraviglia!


Di Nicolas Cage (Red Miller), Andrea Riseborough (Mandy Bloom) e Richard Brake (Chemist) ho già parlato ai rispettivi link.

Panos Cosmatos è il co-regista e co-sceneggiatore della pellicola. Italiano, ha diretto film come Beyond the Black Rainbow. Anche produttore, ha 44 anni.


Bill Duke interpreta Caruthers. Americano, ha partecipato a film come Commando, Predator, Sister Act 2 - Più svitata che mai, Red Dragon, X-Men: Conflitto finale e a serie quali Il tenente Kojak, Starsky & Hutch, Charlie's Angels, Lost e Cold Case. Anche regista, produttore e sceneggiatore, ha 75 anni e tre film in uscita.


La pubblicità del Cheddar Goblin è stata realizzata da Chris "Casper" Kelly , autore di alcune serie per il canale televisivo USA Adult Swim. Detto questo, se Mandy vi fosse piaciuto recuperate Le streghe di Salem e Baskin. ENJOY!


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