Visualizzazione post con etichetta russell crowe. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta russell crowe. Mostra tutti i post

venerdì 7 giugno 2024

L'esorcismo - Ultimo atto (2024)

Mercoledì sono andata al cinema a vedere L'esorcismo - Ultimo atto (The Exorcism), diretto e co-sceneggiato dal regista Joshua John Miller.


Trama: reduce da due anni di alcolismo e tossicodipendenza, Anthony vede un barlume di speranza quando gli viene offerto il ruolo del prete in un film horror, almeno finché finzione e realtà non iniziano a mescolarsi...


Stavolta produttori e distributori si sono impegnati per fare il colpaccio, riuscendo a gabbare più di uno spettatore (io sono andata al cinema perché gli horror non si perdono a prescindere, non faccio testo, gné). L'esorcismo - Ultimo atto è un film girato nel 2019, rimasto a frollare nel limbo della distribuzione mondiale finché, l'anno scorso, non è arrivato L'esorcista del papa a sdoganare Russell Crowe in versione nemico lambrettato del demonio, conquistando il cuore di tutti noi. Con un titolo inglese quanto più vago possibile (e uno italiano ancora più infingardo), nonché un poster praticamente identico a quello de L'esorcista del papa per colori, posa del protagonista e persino font, L'esorcismo - Ultimo atto si è proposto, a tradimento, come sequel/prequel/spin-off o comunque parte dell'Amorth Cinematic Universe, invece non potrebbe essere un film più diverso, per atmosfere e ambizioni. Che poi queste ultime si siano tragicamente infrante contro un secondo tempo ridicolo e banale è qualcosa di cui parlerò più avanti, adesso vi accenno un po' cosa dovete aspettarvi da L'esorcismo - Ultimo atto. Il film è diretto e co-sceneggiato da Joshua John Miller, il quale altri non è che il figlio di Jason Miller, l'attore che interpretava padre Karras ne L'esorcista. Ora, il capolavoro di Friedkin, benché non venga mai nominato, è l'opera a cui si rifà The Georgetown Project, ovvero il "film nel film" per il quale il personaggio di Russell Crowe decide di fare il provino. La sceneggiatura de L'esorcismo - Ultimo atto parte dalle suggestioni biografiche del regista figlio d'arte, spingendosi fino a includere ed enfatizzare gli incidenti reali accorsi sul set de L'esorcista e altri film a tema demoniaco, per raccontare il dramma di un attore fallito che ha scelto di scappare dalla malattia della moglie diventando un alcolizzato e drogato, abbandonando così anche la figlia. Questo dramma, caricato nella prima parte del film sulle ampie spalle di Russell Crowe, viene ulteriormente ingigantito dal palese affetto esistente tra Tony e la figlia Lee e dalla speranza che il film possa segnare la rinascita della carriera dell'uomo, brutalmente stroncata quando il demonio decide di metterci lo zampino sfruttando le traumatiche esperienze infantili che Tony ha avuto con la Chiesa. 


L'idea che vuol dare di sé L'esorcismo - Ultimo atto, almeno nella prima parte, è quella di un elevated horror con riferimenti cinefili e c'è da dire che, per un po', funziona. La ricostruzione quasi filologica degli ambienti de L'esorcista, con tanto di interessantissimo set a tre piani raffigurante una villetta, la riproposizione di luci, fotografia (purtroppo scurissima quando finiscono gli omaggi al film di Friedkin, tanto che alla riaccensione delle luci ho rischiato di perdere la vista) e persino inquadrature è affascinante, e rende molto sottile la distanza che separa realtà, "leggenda" e finzione cinematografica. E' bello anche che Joshua John Miller si prenda il tempo di approfondire il personaggio di Tony, il legame con la figlia e il concetto di perdono, così difficile da concedere ma ancor più difficile da accettare, e che sfrutti le fredde regole dello showbusiness come veicolo per far precipitare definitivamente la situazione. Purtroppo, a un certo punto devono avergli ricordato che il film si chiama L'esorcismo - Ultimo atto, mettendogli una fretta boia, e il risultato è che tutto il precedente lavoro di "costruzione" della tensione viene mandato in vacca per diventare l'ennesimo, loffio horror a base di démoni importuni. Personaggi che fanno cose idiote (gli attori chiamati ad interpretare il prete, per contratto, devono fare le prove di notte, da soli, sul set deserto. Anche se quelli prima di loro sono morti male facendo la stessa cosa), Russel Crowe che si torce come un cavatappi e neanche una persona che chiami un medico, sempre le solite voci demoniache con insulti annessi, un prete simil-Fassino che si improvvisa esorcista dopo aver passato l'intero film a dire che lui a queste cose non crede, un esorcismo finale durante il quale l'esclamazione "grazie ar cazzo, così sono capaci tutti" ha raggiunto apici di non ritorno, una Chiesa FORSE infestata da pedofili ma forse sono adoratori di Satana, chissà, tanto sono meri plot device per dare colore. E' inevitabile che una seconda parte così frettolosa e ridicola afflosci, in retrospettiva, anche quanto è stato mostrato prima, che si fa di rimando pesante e presuntuoso quanto quel finale poetico che sembra aggiunto con lo sputo. E' un vero spreco, perché Crowe è un signor attore e sia lui che la brava Ryan Simpkins si impegnano anche troppo per un film simile, al quale avrebbe giovato molto di più rimanere in ambito psicologico con qualche venatura sovrannaturale, oppure giocare maggiormente con l'idea dei set maledetti senza diventare, paradossalmente, l'ennesima imitazione mal riuscita de L'esorcista


Di Russell Crowe (Anthony Miller), Ryan Simpkins (Lee Miller), Sam Worthington (Joe) e Adam Goldberg (Peter) ho già parlato ai rispettivi link. 

Joshua John Miller è il regista e co-sceneggiatore della pellicola, inoltre interpreta il tecnico degli effetti speciali. Americano, è al suo secondo film dietro la macchina da presa. Anche produttore, ha 50 anni. 


David Hyde Pierce
, che interpreta padre Conor, è famoso per aver partecipato alla sit-com Frasier. Se L'esorcismo - Ultimo atto vi fosse piaciuto, recuperate L'esorcista, che è meglio. ENJOY!


mercoledì 26 aprile 2023

L'esorcista del papa (2023)

E' sempre meraviglioso andare al cinema con le aspettative sotto i piedi. E' il modo migliore di godersi film come L'esorcista del papa (The Pope's Exorcist), diretto dal regista Julius Avery.


Trama: l'esorcista Gabriele Amorth viene inviato dal Papa in persona presso una famiglia che ha da poco ereditato un'abbazia in Spagna e il cui figlio minore è stato posseduto da un potente demone...


Io volo, gente. Un "horror" divertente come questo, soprattutto perché non vuole (forse) essere divertente ma parte invece da presupposti serissimi e, almeno per me, potenzialmente terrificanti, non lo vedevo da parecchio. Mettete da parte quasi tutto quello che sapete su Padre Amorth, figura realmente esistita davanti alla quale, ad ogni apparizione televisiva, mi trovo costretta a scegliere tra cambiare canale e non dormire la notte (infatti di lui non so praticamente nulla), ed accogliete con gioia la versione ammeregana, che lo dipinge come un compagnone dannatamente bravo a fare il suo lavoro, un crogiolo di battute e tic esilaranti che prende ordini nientemeno che da un Papa col volto di Franco Nero. Questo Gabriele Amorth è il migliore esorcista ever, non ha paura di sporcarsi le mani, è dotato di talmente tanti oggetti magici che al confronto Sailor Moon è una pivella e, in più, ha il carisma di Russell Crowe, quindi cos'altro vogliamo dalla vita? Forse la sua stessa Lambretta miracolosa, che ha il dono di trasportarlo da Roma alla Spagna senza perdere un colpo, o forse la nonchalance con cui si sciaguatta le ascelle con l'acqua santa dopo il lungo viaggio? O forse una sceneggiatura meno banale, che tanto a un certo punto scompare, concentrati come sono gli spettatori su Gabriele detto Gaby. Prendete, infatti, tutti i film a tema "esorcismi" girati a partire dal capolavoro di Friedkin in poi e, più o meno, dovreste riuscire a prevedere ogni twist, situazione particolare o mattana del demone senza neppure spaventarvi, anche perché L'esorcista del diavolo è stranamente privo di jump scare e procede dritto come un treno verso l'ambizioso obiettivo che tutti speriamo venga realizzato: la nascita di un ACU, un Amorth Cinematic Universe che sdogani gli Avengers del Vaticano e duri la bellezza di 199 sequel, uno più corposo e lungo dell'altro e con uno scontro finale che veda Gabry sfidare Lucifero in persona, magari in space. D'altronde, abbiamo già il vescovo Nick Fury e un Papa che fa un po' Charles Xavier, ci sono la base segreta e un sacco di potenziali preti e suore in grado di assurgere al ruolo di comprimari, anzi, datemi un crossover con Gli occhi del diavolo e sarò felicissima!


Mentre sogno in grande, intanto, mi auguro che un eventuale casting per questa futura meraviglia non si privi di Russell Crowe per quanto, mi duole ammetterlo, già solo la sua presenza metta a rischio il franchise, visto quanta sfiga porta st'uomo agli universi cinematografici. Il buon Russell, che somiglia sempre più a Bud Spencer (e un crossover con Don Matteo e Terence Hill? Dai, dai, dai!!), ci crede tantissimo a questo ruolo e gigioneggia come non mai, non sottraendosi al ridicolo e riuscendo, chissà come, a non renderlo tale nemmeno quando il livello di WTF raggiunge quello di "Madonna dell'Incoronéta with surprise"; Crowe fa sparire con un solo sguardo, e al limite un cucù, tutto il resto del cast, e l'unico momento in cui il suo carisma vacilla è quello in cui entra chi ne trasuda a carrettate dal 1962, un uomo che a 82 anni è figo come quando ne aveva 20, ovvero Franco "Vai in Ispagna" Nero. Gli altri, chi più chi meno, fanno il loro lavoro, così come il regista, che pur non raggiungendo i livelli di Overlord è riuscito almeno a farsi perdonare Samaritan e, probabilmente, ad imparare la lezione di non sovraccaricare il film di CGI pessima. Purtroppo, qualcosa ancora rimane, e il finale somiglia tanto ad un videogioco privo di fascino e tanto caciarone, ma ho visto decisamente di peggio nel corso degli anni, quindi non mi va di fare troppo le pulci a L'esorcista del papa. Ovvio, lungi da me dirvi che abbiamo l'horror migliore dell'anno o anche solo un horror, ché qui siamo più dalle parti del film fantastico con demoni annessi e se non siete più che bendisposti ad accettare del trash più o meno involontario rischiate di odiarlo tantissimo (ah, mi tocca anche avvertire le persone particolarmente sensibili alla violenza sugli animali, ci sono un paio di scene bruttine), ma io mi ci sono molto divertita e posso dirmi pienamente soddisfatta. Più Padre Amorth per tutti quindi, almeno quello finto, e preghiamo il signuruzzu perché arrivi presto un L'esorcista del papa 2, con Pilou Asbæk nei panni di un demone e old man Stallone in quelli del mentore di Amorth!  


Del regista Julius Avery ho già parlato QUI. Russell Crowe (Gabriele Amorth) e Franco Nero (il Papa) li trovate invece ai rispettivi link.

Daniel Zovatto interpreta Padre Esquibel. Costaricano, ha partecipato a film come It Follows, Man in the Dark, Lady Bird e a serie quali Agents of S.H.I.E.L.D., Fear the Walking Dead e Dal tramonto all'alba - La serie. Ha 32 anni e un film in uscita. 


Alex Essoe interpreta Julia. Nata in Arabia Saudita, la ricordo per film come Starry Eyes, Tales of Halloween, Doctor Sleep; inoltre, ha partecipato a serie quali The Haunting of Bly Manor, Midnight Mass e The Midnight Club. Anche sceneggiatrice e produttrice, ha 31 anni e un film in uscita. 


Se L'esorcista del Papa vi fosse piaciuto, avete solo l'imbarazzo della scelta e potete recuperare L'esorcista (a noleggio su Prime Video), la saga di The Conjuring (tutti e tre su Netflix, i primi due anche su Prime)Il rito (a noleggio su Prime), Liberaci dal male (su Netflix) e The Vatican Tapes (gratis su Rakuten TV o Pluto). ENJOY! 


martedì 23 agosto 2022

Thor: Love and Thunder (2022)

Aiuto. E' passato più di una settimana da quando ho visto Thor: Love and Thunder, diretto e co-sceneggiato dal regista Taika Waititi. Spero di ricordarmi ancora qualcosa.


Trama: Thor viene richiamato dal suo esilio nello spazio nel momento in cui Gorr, il distruttore di dei, attacca il nuovo regno di Asgard. Lì, Thor si trova di fronte la sua ex fidanzata Jane Foster, scelta dal martello Mjolnir per diventare la Potente Thor.



Se non altro questa volta ero preparata. Dopo i primi due serissimi (e ammorbantissimi, almeno per quanto riguarda The Dark World) Thor, la visione di quell'invereconda trashata di Ragnarok mi aveva lasciata basita, mentre stavolta Love and Thunder non mi ha sconvolta, anche se Waititi ha messo di sicuro il turbo alle meenchiate portate sullo schermo, a maggior ragione perché, da brava Dory dei poveri, prima di andare al cinema ho riguardato la trashata di cui sopra. Devo inoltre ammettere di averla trovata meno orribile di quanto (non) ricordassi e riconosco che l'aver stravolto completamente la natura seriosa di un personaggio anacronistico come una divinità vichinga, trasformandolo da babbalone malinconico a supereroe babbeo, è senza dubbio vincente; certo, continuano a sanguinarmi le orecchie davanti a "zio del tuono", ma non è colpa di Waititi, quanto di un adattamento italiano orribilmente cciovane. Ma parliamo di Love and Thunder. La vita di un Thor sempre più scemo viene raccontata con toni epici attraverso la voce dello stesso regista (il doppiatore originale del personaggio che funge da narratore, Korg), il quale ribadisce così la paternità di questa versione folle del Dio del Tuono, al punto da permettersi di tornare sui suoi passi e colmare le mancanze del precedente capitolo nel modo che più gli è congeniale, trasformando così un film di supereroi in uno strampalato film d'amore dove i protagonisti sono Thor, la sua ex fiamma Jane Foster, il martello Mjolnir e l'ascia Stormbreaker. L'Amore è il fil rouge di ogni vicenda della pellicola e ogni personaggio chiave ha il suo percorso di caduta e redenzione ad esso legato: il villain Gorr diventa un mostro per amore della figlia defunta, Thor rifiuta l'amore per timore di soffrire e per questo è solo, triste ed imperfetto, Jane (afflitta da un tumore incurabile) diventa la Potente Thor per amore di un martello, un'ascia perde il controllo per gelosia, e così via, fino ad arrivare a chi di amore ne è privo, ovvero le divinità, che invece dovrebbero provarne in abbondanza verso chi crede in loro. 


Come ho scritto su, il film si dimentica facilmente, anche perché procede per accumulo di assurdità visive e scene spettacolari che pure si conformano, comunque, allo standard Marvel nonostante fingano originalità e weirdness, dal momento in cui tutto fa parte della Fase 4 del MCU e ogni cosa è finalizzata al raggiungimento di un obiettivo, ovvero il completamento della "Saga del Multiverso" di cui vedremo la fine nel 2025 (aiuto!!!!). L'unica cosa che veramente spicca in Thor: Love and Thunder, ancora più delle capre urlanti, della colonna sonora cafona e delle chiappe nude di un Chris Hemsworth al quale vanno tutti i miei complimenti per la fisicata, è Christian Bale, un uomo che probabilmente riuscirebbe a rendere interessante anche l'interpretazione di un comodino. Il suo Gorr è un mostro uscito dritto da un film dell'orrore, il babau che ti aspetti di vedere sotto il letto, una creatura in grado di prendere a coppini ogni versione di Pennywise riducendola a intrattenimento per bambini, e non è merito solo del trucco; probabilmente, Bale si è pensato alla perfezione il personaggio di Gorr dandogli tutta la tridimensionalità di cui era privo il post-it su cui Waititi avrà vergato giusto due appunti, infondendo, in quello che dalle foto di scena sembrava uno Zio Fester magrolino e nulla più, tutta la dignità, la disperazione, l'odio e il disprezzo di un uomo tradito dalla fede (forse scrivo questo perché sono Team Gorr, al quale viene davvero difficile dare torto, ma sfido chiunque abbia visto il film a dire di non avere tifato per lui per più di metà pellicola). Purtroppo, la complessità incarnata da Bale fa a pugni con troppa faciloneria da parte di Waititi, che la fa spesso fuori dal vaso: il pre-finale non ha senso, con Thor che conferisce la "dignità" nemmeno fosse la Santità di Padre Maronno, al finale che spiega il significato del titolo volevo alzarmi e andarmene, ché non ci sono già abbastanza supereroi che cicciano fuori al ritmo di venti al mese nel MCU, ma la cosa che mi ha infastidita di più è il modo in cui è stato gestito il tumore di Jane, maneggiato con la delicatezza di un elefante e l'umorismo inopportuno di un Boldi qualsiasi. Arrivati a questo punto, siccome Thor "thornerà", io spero davvero che Waititi trovi un equilibrio tra commedia e tragedia, altrimenti il quinto episodio della saga (se mai ci sarà) sarà la zappa che il regista rischierà di darsi sui piedi, mettendo a rischio la sua carriera cinematografica per portare avanti la sua fama di "trollone". Incrocio le dita perché ciò non accada, sarebbe davvero un peccato dopo tutte le belle opere che ci ha regalato. 


Del regista e co-sceneggiatore Taika Waititi, che doppia anche Korg e il dio Kronano, ho già parlato QUI. Chris Hemsworth (Thor), Natalie Portman (Jane Foster/La Potente Thor), Christian Bale (Gorr), Tessa Thompson (Re Valchiria), Russell Crowe (Zeus), Chris Pratt (Peter Quill/Starlord), Dave Bautista (Drax), Karen Gillan (Nebula), Sean Gunn (Kraglin/On-Set Rocket), Vin Diesel (voce di Groot), Bradley Cooper (voce di Rocket), Matt Damon (attore che interpreta Loki), Idris Elba (Heimdall), Melissa McCarthy (attrice che interpreta Hela) e Sam Neill (attore che interpreta Odino) li trovate invece ai rispettivi link.  

Jaimie Alexander torna nei panni di Sif dopo l'assenza in Thor: Ragnarok e lo stesso vale per Kat Dennings, la cui Darcy Lewis era tuttavia una presenza preponderante nella serie Wanda/Vision. Torna anche Luke Hemsworth, uno dei fratelli di Chris, nei panni della versione teatrale di Thor, e non è l'unico membro della famiglia ad essere presente nel cast: i figli di Chris Hemsworth, Sasha e Tristan, interpretano Thor da bambino, India Rose è la figlia di Gorr (ribattezzata Love sul finale), e la moglie di Chris, Elsa Pataky, è la donna lupo. Per godere appieno di Thor: Love and Thunder, infine, recuperate  ThorThor: The Dark WorldGuardiani della galassiaGuardiani della Galassia vol. 2, Thor: Ragnarok, Avengers: Infinity War, Avengers: Endgame e le serie Wanda Vision e Loki. ENJOY!

martedì 1 dicembre 2020

Il giorno sbagliato (2020)

E' stato uno degli ultimi film ad uscire prima che chiudessero di nuovo i cinema, eppure non ero riuscita ad andare a vederlo e solo adesso ho recuperato Il giorno sbagliato (Unhinged), diretto dal regista Derrick Borte

Trama: dopo un alterco davanti a un semaforo, la ritardataria Rachel comincia a venire perseguitata da un folle in automobile...

Il giorno sbagliato è il residuato bellico anni '80 che non ti aspetti nel 2020, reazionario e intimidatorio come uno slasher qualsiasi (ma con meno sangue) e zeppo di messaggi subliminali nemmeno tanto velati che invitano ad indossare sempre una faccia felice, qualsiasi cosa succeda, perché non sai mai quale razza di maniaco potrebbe nascondersi nel tizio che hai giustamente deciso di mandare a quel paese durante una giornata storta. La cosa buffa è che anche nel 2020 un film simile funziona, almeno come divertimento di una sera, soprattutto perché, salvo l'introduzione minacciosissima in cui viene spiattellato il costante degrado della società americana à la Un giorno di ordinaria follia, Il giorno sbagliato imbocca la sua strada e molla i freni, senza fermarsi più a riflettere nemmeno per un istante, reggendosi interamente sulla follia de "l'uomo" interpretato da Russell Crowe e sulla disperazione della povera Rachel, rea di avergli strombazzato contro con un po' troppa veemenza. All'interno di una struttura semplicissima, nella quale l'obiettivo di Rachel è evitare che Crowe le massacri tutti gli amici e i familiari, si inanella un'escalation di violenza dove il matto ad ogni omicidio alza l'asticella dell'"intoccabilità" delle sue vittime mentre, ovviamente, la protagonista si trova sempre più sola per colpa di tutti i problemi elencati nell'introduzione: non ci sono abbastanza poliziotti, non ci sono abbastanza ambulanze, laGGente pensa solo a se stessa (e ciò vale anche per Rachel, non un personaggio particolarmente simpatico, infatti per poter empatizzare con lei la si dota di figlio e di una nemesi mostruosa) e il traffico non dà tregua, così che anche la giungla metropolitana d'asfalto diventa un luogo claustrofobico, dove le ultime tecnologie danno una bella mano alla tigre affamata di sangue.

Quanto a sangue, non ce n'è neppure poco, per una produzione simile. Il personaggio di Crowe è particolarmente efferato e violento e non lesina martellate, coltellate e pugni nella faccia da far saltare i denti, il tutto con una cattiveria che si sposa alla perfezione con la mole ormai raggiunta dall'attore, il quale per tutto il film pare la pubblicità ambulante di un infarto, tanto che comincio a preoccuparmi un po' per la tua salute, Russ. Sudato, svunzo e borzo, a onore del vero registi e sceneggiatori devono aver provato pietà per l'ex Gladiatore perché sono ben poche le scene che non lo vedono seduto o in macchina ma, anche così, la stazza da grizzly incazzoso funziona perfettamente, anche perché Crowe, di tanto in tanto, si ricorda che esiste una cosa chiamata "espressività facciale" e strabuzza gli occhi come un matto vero. Purtroppo, per le regole di questo genere di film, le sue sberle perdono di potenza durante il confronto finale, che lo vedrebbero ahimé perdere in un faccia a faccia contro Bud Spencer, ma anche così Il giorno sbagliato è un vero spasso e Russell Crowe potrebbe essere avviato verso una carriera da caratterista malvagio di tutto rispetto. Quindi, recuperate in fiducia Il giorno sbagliato. Non gli avrei dato un euro ma mi sono davvero divertita guardandolo e ogni tanto i film ignorantissimi come questo fanno soltanto bene all'animo, per quanto intimidatori siano.

Di Russell Crowe, che interpreta "l'uomo", ho già parlato QUI mentre Gabriel Bateman, che interpreta Kyle, lo trovate QUA.

Derrick Borte è il regista della pellicola. Tedesco, ha diretto film come The Joneses. Anche sceneggiatore e produttore, ha 53 anni.

Se Il giorno sbagliato vi fosse piaciuto recuperate Cape Fear - Il promontorio della paura, One Hour Photo e Un giorno di ordinaria follia. ENJOY!

mercoledì 20 marzo 2019

Boy Erased - Vite cancellate (2018)

Conquistata fin dal trailer, questa settimana sono corsa a guardare anche Boy Erased - Vite cancellate (Boy Erased), diretto e co-sceneggiato nel 2018 dal regista Joel Edgerton a partire dall'autobiografia omonima di Garrard Conley.


Trama: il giovane Jared, figlio di un pastore, scopre al college di essere gay. Il padre decide quindi di mandarlo in una struttura "correttiva".


Già non dev'essere facile nascere gay e scoprire, quando cominciano ad affacciarsi le prime pulsioni sessuali, di non essere come gli altri si aspettano, ovvero pronto a vivere una "sana" vita di coppia eterosessuale e sfornare tanti bei pargoletti; non oso immaginare cosa debba essere nascere gay in una famiglia estremamente religiosa, che considera l'omosessualità una malattia al pari di una polmonite, un "incidente di percorso" da correggere con l'aiuto di Dio. Non posso (e non voglio) nemmeno cominciare a riflettere sul perché simili cretinate antiscientifiche ed incredibilmente bigotte si siano diffuse al punto da giustificare l'esistenza di centri correttivi apposta per gay, dove le persone vengono costrette a rinnegare se stesse attraverso discutibili percorsi fatti di preghiera e psicanalisi d'accatto, atti ad individuare i motivi esterni che hanno fatto nascere questo "peccato" così da riuscire a liberarsene il prima possibile. Il problema, come sottolinea Garrard Conley che in uno di questi centri c'è stato davvero, è che i ragazzi e le ragazze omosessuali non vengono mandati lì per cattiveria ma probabilmente perché le famiglie sono sinceramente convinte di fare il loro bene e, spesso, non conoscono l'inevitabile incompetenza di chi gestisce queste strutture, magari anche loro animati da buone intenzioni ma comunque capre ignoranti poco meno superstiziose di chi uccide i gatti neri perché portano sfortuna; il risultato di queste "cure", alla fine di un percorso fatto di umiliazione e vergogna quando va bene, rischia tra l'altro di non essere quello sperato dai familiari, poiché giustamente per evitare di vivere in quelle condizioni un istante di più, il paziente decide di mentire a se stesso e agli altri, pronto ad affrontare una vita in perenne clandestinità emotiva, frustrante e triste. Insomma, un incubo. Un incubo legalizzato che Joel Edgerton ha scelto di portare sullo schermo in questo dramma misurato e dai toni delicati ma comunque ben difficile da digerire, all'interno del quale il protagonista, Jared, viene costretto dapprima a prendere dolorosamente coscienza della sua omosessualità, poi della chiusura mentale dei suoi genitori, tanto amorevoli quanto orribilmente bigotti.


Quello che mi ha colpita più di tutto guardando Boy Erased, al di là dell'ovvia condanna di questo tipo di centri, fortemente connotati in maniera negativa con tanto di "villain", è il modo dolceamaro in cui viene descritta la presa di coscienza di Jared, senza storie d'amore esaltanti o relazioni osteggiate dai genitori. Il cammino di Jared verso il coming out è qualcosa di intimo e dolorosamente solitario, fatto di due esperienze segnanti sia in positivo che in negativo e vissute nella solitudine di un college, lontano dagli amici e dalla famiglia; la prima violenza, accolta con terrore dopo mesi di pulsioni segrete e di speranze e la difficoltà a fidarsi nuovamente di chi è omosessuale, si rispecchiano nell'atteggiamento schivo e allo stesso tempo speranzoso di Jared, interpretato alla perfezione da un Lucas Hedges espressivo e dimesso, un ragazzo che minaccia di essere cancellato e di diventare un manichino, un semplice burattino da riempire con le aspettative dei genitori. Due grandi attori come Nicole Kidman e Russell Crowe si limitano, in questo caso, a fare da spalla, sostenendo l'interpretazione di Hedges e in un paio di casi arricchendola, rendendola ancora più emozionante, come nel confronto finale tra padre e figlio o nel momento in cui mamma Nancy si rende conto di cosa si nasconda davvero dietro il centro correzionale ("Shame on you. Shame on you. And shame on me, too"). Joel Edgerton, che come attore ha iniziato a non piacermi proprio, mette al servizio di questa storia personale la sua natura "stundaia" e delicata, creando così un film che non fa urlare al miracolo per quanto riguarda la regia o la sceneggiatura e tuttavia centra l'obiettivo che si era prefissato, preferendo concentrarsi sulla sostanza più che sull'apparenza, dando modo allo spettatore di riflettere e ragionare su una piaga sociale realmente esistente, senza farsi trasportare troppo dagli inevitabili sentimenti. Che sul finale arrivano a colpire duro, a mo' di ginocchiata, ma perlomeno sono sentimenti sinceri, in quanto non si può proprio accusare Boy Erased di essere ruffiano e lacrimevole. In sostanza, un gran bel film, consigliato, magari per aprire un po' gli occhi sulla sofferenza di chi spesso viene considerato "frivolo" e malato o forse solo capriccioso.


Del regista e co-sceneggiatore Joel Edgerton, che interpreta anche Victor Sykes, ho già parlato QUI. Lucas Hedges (Jared Eamons), Nicole Kidman (Nancy Eamons) e Russell Crowe (Marshall Eamons) li trovate invece ai rispettivi link.

Xavier Dolan interpreta Jon. Canadese, soprattutto conosciuto come regista, ha partecipato a film come Martyrs e 7 sconosciuti a El Royale. Anche sceneggiatore, produttore, costumista, compositore, ha 30 anni e due film in uscita tra i quali It: Capitolo 2, dove interpreterà nientemeno che Adrian Mellon.


Flea (vero nome Michael Peter Balzary) interpreta Brandon. Australiano, storico bassista dei Red Hot Chili Peppers, lo ricordo per film come I ragazzi della 56ª strada, Ritorno al futuro - Parte II, Ritorno al futuro - Parte III, Belli e dannati, Il grande Lebowski, Paura e delirio a Las Vegas, Psycho e Baby Driver - Il genio della fuga; come doppiatore, ha lavorato ne I Simpson, American Dad!, I Griffin e Inside Out. Anche sceneggiatore e produttore ha 57 anni.


Se Boy Erased vi fosse piaciuto cercate di recuperare il recente La diseducazione di Cameron Post, che tratta le stesse tematiche. ENJOY!

martedì 19 giugno 2018

American Gangster (2007)

Dal mucchio della collezione di film, DVD, BluRay e quant'altro è cicciato fuori qualche tempo fa American Gangster, diretto nel 2007 dal regista Ridley Scott.



Trama: Frank Lucas, criminale di Harlem, riesce a diventare un pezzo grosso importando droga dal Vietnam. Il poliziotto Richie Roberts mette quindi in piedi una task force per cercare di smontare il novello impero di Lucas...



Nonostante American Gangster fosse, fin dal titolo, uno di quei film corali sul mondo della malavita che tanto adoro, all'inizio non mi aveva catturata. So che non si guardano i film "a pezzi" ma purtroppo ho pochissimo tempo libero e American Gangster dura quasi tre ore, quindi sono stata costretta a guardarlo in tre tornate e devo dire di aver sofferto parecchio l'ora "introduttiva". Forse per gli attori coinvolti, ché Washington e Crowe non sono mai stati tra i miei preferiti, forse per lo stile di Scott, sicuramente non accattivante quanto quello di Scorsese, sta di fatto che appassionarmi alla storia vera di Frank Lucas, criminale di colore impegnato a diventare il re della droga ai tempi della guerra in Vietnam, è stato difficile quanto entusiasmarmi davanti all'indagine di Richie Roberts, poliziotto "reietto" in quanto unico sbirro onesto all'interno di un dipartimento composto al 90% da agenti corrotti. Sia Frank che Richie, a differenza dei miei criminali e poliziotti preferiti, mi hanno conquistata in maniera lenta e graduale, imponendosi come personaggi a tutto tondo solo dopo essersi aperti un po' di più e, soprattutto, dopo che le loro storie hanno cominciato ad intrecciarsi tra indagini e depistaggi, fallimenti da entrambe le parti e sconfitte a livello umano, arrivando a palesare più punti in comune che differenze; entrambi i personaggi, inconsciamente o meno, desiderano essere "speciali" (un po' come l'agente speciale Trupo, tale solo di nome) ed eccellere nel loro lavoro, facendosi portavoce di valori quasi un po' antichi, che ognuno riconosce come fondamentali nell'ambiente in cui si ritrovano a gravitare. Fin dall'inizio, Frank viene descritto come un criminale vecchio stampo, intimamente legato al suo quartiere d'origine e agli insegnamenti del suo ex boss, al punto che chiunque sgarri sotto la sua giurisdizione viene punito con spietata violenza. La sua è la tipica storia di ascesa e caduta, una rovina causata da un unico momento di "frivolezza" che consente a Roberts di accorgersi di Frank per la prima volta, superando pregiudizi razziali presenti anche nel mondo del crimine: Frank Lucas, in quanto nero, viene considerato un pesce piccolo sia dagli altri boss, costretti poi a piegarsi al suo potere, sia dai poliziotti, convinti che gli unici criminali in grado di detenere il monopolio sulla droga "del momento" siano i mafiosi italiani. Se Frank è l'uomo d'affari della situazione, Richie Roberts viene invece ritratto come un "proletario" in carriera, dotato di pelo sullo stomaco e un sacco di umanissimi difetti in grado di rendere la sua vita familiare un inferno ma anche di rara intelligenza e perseveranza, due qualità che gli hanno consentito nel tempo di arrivare lontano... e stringere amicizia con la persona più impensabile.


Nonostante le mie diffidenze iniziali, bisogna dire che Washington e Crowe offrono delle interpretazioni intense e perfette, ognuno a modo suo. Il buon Denzel punta a tirare fuori la "normalità" di Frank Lucas, a mostrare una facciata di rispettabilità con un'interpretazione misurata che solo talvolta lascia il posto alla follia di una violenza che comunque non è mai caricata; questa scelta probabilmente impedisce al personaggio di fissarsi nella memoria dello spettatore come altri suoi "colleghi" famosi ma rende Frank una figura affascinante e borderline, una sorta di "legale malvagio" (anche troppo legale, a detta del vero Richie Roberts, presente come consulente durante la realizzazione del film assieme a Frank Lucas) che non sorprenderebbe trovare davvero per le strade di Harlem. Dall'altra parte, Russell Crowe conferisce al suo sbirro l'espressione pesta dello sconfitto e il fisico dell'uomo d'azione cresciuto a birra e junk food, dotato del carisma di chi non nasce "capo" ma lo diventa mostrando sempre di essere un passo avanti agli altri pur senza essere odioso nonostante la missione infame che si è preposto. Il confronto finale tra i due, che avrebbero meritato un po' più di screen time insieme, è quello tra l'uomo d'affari arrogante e l'uomo della strada che non si fa incantare né dalla ricchezza né dalle belle parole ed è una gioia vedere duettare questi grandi attori, anche quando il vecchio Scott si adagia nelle atmosfere da legal drama. Ben diversa la regia di tutto ciò che precede il finale, rigorosa ma implacabile, fredda e precisa nel mostrare la violenza di un mondo dove ogni cosa può rappresentare una minaccia, sia di giorno che di notte, sia all'aperto che nelle lussuose case dei criminali o nei tristi ufficetti dei poliziotti (a tal proposito, splendide le scenografie, giustamente nominate all'Oscar ma surclassate da quelle di Sweeney Todd, opera dei nostrani Dante Ferretti e Francesca LoSchiavo). Altro aspetto gradevole del film è la colonna sonora, un mix di blues e soul perfetto per ricreare l'atmosfera anni '70 del film e piacevolmente in contrasto con ciò che aspetta Frank negli anni '90, un deprimente esempio della musica gangsta/nigga che andava di moda all'epoca... nonché l'ulteriore rappresentazione del tempo che passa, recando seco cambiamenti non necessariamente migliori, giusto per chiudere il circolo di ciò che viene detto all'inizio a Frank dal suo boss ormai anziano. Detto ciò, probabilmente American Gangster non entrerà in un'ideale top 5 dei miei gangster movie preferiti ma è comunque un grandissimo film che sono contenta di avere visto e che vi consiglio spassionatamente se, come me, siete rimasti indietro coi recuperi!


Del regista Ridley Scott ho già parlato QUI. Denzel Washington (Frank Lucas), Russell Crowe (Richie Roberts), Chiwetel Ejiofor (Huey Lucas), Josh Brolin (Detective Trupo), Ted Levine (Lou Toback), John Hawkes (Freddie Spearman), RZA (Moses Jones), Ruben Santiago - Hudson (Doc), Carla Cugino (Laurie Roberts), Cuba Gooding Jr. (Nicky Barnes), Idris Elba (Tango), Jon Polito (Rossi) e Roger Bart (Avvocato dell'esercito) li trovate invece ai rispettivi link.

Roger Guenveur Smith interpreta Nate. Americano, lo ricordo per film come Fa' la cosa giusta, Malcom X, La baia di Eva e Final Destination. Anche sceneggiatore, ha 63 anni e sei film in uscita.


Armand Assante interpreta Dominic Cattano. Americano, lo ricordo per film come Bella, bionda... e dice sempre sì, 1942 - La conquista del paradiso, Dredd - La legge sono io e Striptease, inoltre ha partecipato a serie come Il tenente Kojak e E.R. - Medici in prima linea. Anche produttore e stuntman, ha 69 anni e quattro film in uscita.


Norman Reedus, star di The Walking Dead, compare qui nei panni del detective all'obitorio mentre il rapper Common interpreta Turner Lucas, uno dei fratelli di Frank. Il film avrebbe già dovuto venire realizzato nel 2004 con Antoine Fuqua alla regia e Denzel Washington come protagonista, assieme a Benicio Del Toro; alla fine la Universal, preoccupata per il budget (Fuqua avrebbe voluto anche Ray Liotta e John C. Reilly nel cast, il primo nel ruolo di Ritchie Roberts), ha fermato il progetto, per poi riprenderlo qualche anno dopo con Ridley Scott, nel frattempo diventato molto amico di Russell Crowe. Al grande James Gandolfini era stato offerto invece il ruolo del detective Trupo ma l'attore ha rinunciato alla parte mentre il rapper 50 Cent ha partecipato all'audizione per il ruolo di Huey Lucas. Detto questo, se American Gangster vi fosse piaciuto recuperate Quei bravi ragazzi, C'era una volta in America e The Departed - Il bene e il male. ENJOY!


martedì 13 giugno 2017

La mummia (2017)

Mentre la povera Wonder Woman continua purtroppo a rimanere al palo (ah ma la prossima settimana DEVO andarlo a vedere!) sabato mi sono buttata a pesce su La mummia (The Mummy), diretto e co-sceneggiato dal regista Alex Kurtzman.


Trama: risvegliata da un sonno millenario, la principessa egizia Ahmanet si scatena nella Londra dei nostri giorni, alla ricerca del suo Prescelto...


Ho avuto un weekend piuttosto pesantuzzo e sono stanca morta quindi probabilmente scriverò un post schifido. Voi direte: "Ma non puoi aspettare e scrivere quando sarai riposata, alla faccia del caldo maledetto che non ti fa dormire?". Eh, bravi faGGiani (cit.). Sapete che nella blogosfera la velocità è tutto e ormai La mummia, uscito GIA' giovedì scorso, è storia vecchia! LaGGente vogliono la novità! Anche gli spettatori, a onor del vero, vorrebbero la novità ma sarà la suddetta stanchezza o l'hangover post venerdì alcoolico, sabato sono andata a vedere La mummia e non mi è dispiaciuto. Ora, del progetto Dark Universe, che mira a riproporre in chiave moderna tutti i mostri della Universal, non so praticamente nulla e sinceramente quel poco che so mi fa persino un po' paura ma La mummia, preso come divertissement ed ennesimo reboot in chiave action di un mostro "classico", non è neppure così male. Sicuramente non è una tamarreide aberrante come il fu Van Helsing o una roba ridicola come La leggenda del cacciatore di vampiri; non è neppure un film elegante e visionario, per carità, trattasi sempre di intrattenimento milionario a base di effetti speciali, versioni in 3D e attori famosi ma per le nemmeno due ore di durata fa il suo sporco lavoro e, appunto, diverte. Che poi, all'interno, vengano gettate anche le basi per i prossimi film del Dark Universe, con un personaggio in particolare eletto a "raccordo" delle varie storie che verranno proposte in futuro se La mummia avrà successo, sinceramente mi è importato poco e probabilmente il 90% degli spettatori occasionali non avrà nemmeno colto le varie citazioni presenti nel film (tranne quella palese che viene sbattuta in faccia al pubblico e che è parte integrante della trama) quindi passerei a spendere due parole su questo La Mummia. Una Signora Mummia, a sentire il parere del Bolluomo. Nel senso che se Arnold Vosloo non era un brutto uomo, Sofia Boutella nei panni della principessa Ahmanet è proprio una figona incredibile e il protagonista non pare neppure così dispiaciuto all'idea di venire perseguitato e sfruttato per diventare il suo eventuale compagno di oscura eternità. La Mummia funziona principalmente perché il mostro principale è affascinante e sensuale, fin dall'inizio mostra livelli di crudeltà particolarmente elevati e può permettersi persino di perculare l'interesse amoroso del protagonista, la povera Annabelle Wallis il cui personaggio è scritto, diciamo, un po' "a belle branché cumme a furmaggetta", come si direbbe in Liguria.


Non che il resto dei personaggi sia scritto meglio, per carità, i modelli sono quelli già sdoganati ne La mummia d'inizio millennio, solo con meno parentame e bambini, e l'unico capace di imprimersi nella memoria è un Russell Crowe d'antologia. Diciamo che con La mummia il mostro Universal diventa una minaccia da affrontare con piglio da superspia, non a caso il protagonista ha la faccia (nonché il conseguente sprezzo per il pericolo da affrontare col sorriso a sedicimila denti) di Tom Cruise e l'atteggiamento piacione e scanzonato che lo rende un mix tra il vecchio Brendan Fraser e uno Starlord qualsiasi, il tipo insomma capace di rapportarsi ad eventuali minacce egiziane con una baldanza sconfinante nell'assoluta mancanza di buon senso; tolti un paio di momenti veramente dark e un pre-finale dal twist quasi inaspettato (un po' troppo sentimentale e moscio, se vogliamo essere pedanti), La mummia di "oscuro" ha veramente poco o nulla e l'atmosfera è più action che horror, tra deserti che esplodono, città devastate, rocambolesche fughe in aereo, organizzazioni segrete e violentissimi corpo a corpo, inoltre si ride parecchio grazie ad un umorismo assai simile a quello riscontrabile nelle produzioni Marvel. Checché ne dica Kurtzman, il quale fa il figo dicendo che le scene post-credits sono appannaggio Marvel quindi ne La mummia non ne hanno messe, che lui e i suoi soci mirino a trasformare il Dark Universe e i vecchi mostri Universal in una sorta di Dark Avengers non è un'idea poi così peregrina e più di una volta, durante la visione, mi sono ritrovata a pensare al disastroso La lega degli uomini straordinari. Fortunatamente, gli albori truzzi e modaioli del nuovo millennio sono passati da un pezzo e mi è parso che ne La mummia si puntasse più alla cafonaggine distruttiva ma innocente piuttosto che al fighettame cupo finto come i soldi del Monopoli: come dicevo sopra, le scene d'azione e gli stunt sono stati girati con un'abbondante e gioiosa incoscienza capace di esaltare lo spettatore e fargli dimenticare che, in realtà, avrebbe dovuto farsela sotto dalla paura e io per questo non riesco a voler male a La mummia. Nelle mie condizioni straccionate però il parere della sottoscritta conta poco quindi per un post più completo, sensato ed interessante, col quale peraltro concordo in toto, vi rimando QUI.


Di Tom Cruise (Nick Morton), Russell Crowe (Dr. Henry Jekyll) e Annabelle Wallis (Jenny Hasley) ho già parlato ai rispettivi link.

Alex Kurtzman è il regista e co-sceneggiatore della pellicola. Americano, ha diretto film come Una famiglia all'improvviso ed episodi di serie quali Alias. Anche produttore, ha 44 anni.


Sofia Boutella interpreta Ahmanet. Algerina, ha partecipato a film come Kingsman: Secret Service e Atomica bionda. Ha 35 anni e due film in uscita, tra cui Fahreneit 451.


Javier Bardem, Joseph Gordon-Levitt, Tom Hardy e Eddie Redmayne erano stati presi in considerazione per il ruolo di Jekyll ma alla fine l'ha spuntata Crowe e Bardem dovrebbe invece interpretare il mostro di Frankenstein nel caso dovessero realizzare un film basato sul personaggio; per quel che riguarda i registi, il lavoro era stato affidato ad Andrés Muschietti, che se n'è chiamato fuori per divergenze creative (e per girare It. Mwahahaah!!). A proposito del Dark Universe, pare si sia dibattuto per qualche tempo se considerare Dracula Untold (che devo ancora vedere) come parte di esso e primo film della "saga" ma alla fine si è deciso di lasciare la pellicola di Gary Shore come opera a sé stante. Nell'attesa di sapere come finirà il progetto Dark Universe e di quali pellicole sarà composto (al momento l'unico film che sembra quasi certo è Bride of Frankenstein, che dovrebbe uscire nel 2019), se La mummia vi fosse piaciuto recuperate la trilogia composta da La mummia, La mummia - Il ritorno e La mummia - La tomba dell'imperatore Dragone. ENJOY!



venerdì 10 giugno 2016

The Nice Guys (2016)

Qualche sera fa sono tornata al cinema per vedere The Nice Guys, diretto e co-sceneggiato dal regista Shane Black.


Trama: un investigatore privato con problemi di alcolismo e un "picchiatore" di professione uniscono le forze per trovare la giovane Amelia, coinvolta in una storia di porno e criminalità che affonda le radici nell'economia stessa dell'America degli anni '70...


Tante volte basta solo il trailer giusto per andare al cinema con la semplice voglia di guardare un film, senza aspettative né sospetti, vada come vada. E' stato il caso di The Nice Guys, pellicola affrontata con la giusta dose di ignoranza, tanto che se vi aspettate la celebrazione di Shane Black (santo sceneggiatore con le palle, assolutamente sì!) o la disamina del film con in mente la serie Arma Letale (visti i film una sola volta da bambina, non li riguardo da anni ma ricordo di essermi divertita molto), avete purtroppo sbagliato blog. Io volevo solo vedere in azione la strana coppia Crowe/Gosling, immersa in un'America vintage quanto basta per intrigarmi e alle prese con una storia che aveva tutte le carte in regola per piacermi, costituita da abbondanti dosi di violenza e momenti di Crassa ironia e, fortunatamente, questo ho avuto da The Nice Guys: quasi due ore di battute al fulmicotone, un buddy movie come non se ne vedevano da tempo interamente costruito sull'alchimia praticamente perfetta tra i due attori principali, con l'ausilio di una giovanissima spalla e un pugno di cattivi abbastanza ben caratterizzati da rischiare la memorabilità, il tutto costellato da picchi di violenza e momenti grotteschi tali da fulminare lo spettatore in poltrona, condannandolo a morire dalle risate. Che poi il tutto sia un po' la presa in giro di film blasonati e seri come Vizio di forma oppure L.A.Confidential o che la trama si sfilacci un pochino sul finale non importa, la vicenda che coinvolge i due protagonisti è sufficientemente intrigante e colma di colpi di scena, sicuramente tiene desta l'attenzione dall'inizio alla fine del film e i due personaggi principali sono così simpatici che è difficile non prenderli a cuore e sperare che non facciano una brutta fine, andando così ad ingrossare il già cospicuo bodycount della pellicola. Altro sulla trama non mi sentirei di aggiungere, il bello di The Nice Guys è anche e soprattutto l'arrivare al cinema, sedersi in poltrona e gustarsi i dialoghi e alcune tra le scene d'azione più divertenti del 2016.


Passando alla realizzazione, non nascondo che The Nice Guys mi aveva già conquistata con la sua aria vintaggia, fatta non solo di costumi, pettinature, arredamenti, locandine e vetture a tema (le cui immagini spesso si fondono con veri filmati d'epoca, soprattutto pubblicità imbarazzanti o, come direbbe il Doc Manhattan, "fuorvianti") ma anche di riferimenti a temi "caldi" per l'epoca, come la diffusione del porno, le prime proteste ambientaliste consapevoli, il terrore di non detenere più il monopolio industriale e le piccole notizie capaci di turbare le menti ancora "ingenue" del popolo americano. In tal senso, Ryan Gosling interpreta un personaggio che è la quintessenza del babbeo credulone ed imbranato, ben diverso dai "superuomini" sicuri di sé nei panni dei quali siamo ormai abituati a vederlo sullo schermo; il bel Ryan è la vera spalla comica della coppia e posso assicurarvi che scene apparentemente facili e sciocche come quella del bagno o quella in cui scopre il cadavere al buio sono un perfetto esempio dell'inaspettata abilità dell'attore di gestire fisicità e tempi comici non per tutti. Dall'altra parte, Russell Crowe è il Bud Spencer del film. Enorme, a modo suo ignorante quanto March ma dotato di un determinato codice d'onore, Healy è la coscienza della coppia e colui che impedisce a questa strana alleanza di perdersi nei fumi dell'alcool o nel desiderio di denaro facile e Crowe, che ormai pare essere abbonato a questi ruoli da vecchio orsone violento e burbero (vedi L'uomo coi pugni di ferro), è il perfetto complemento a Gosling. Gli altri personaggi sono tutti interpretati alla perfezione e piacevolissimi, con menzione speciale a quel gran figo di Matt Bomer, che non riesce ad essere brutto neppure con un bozzo sulla faccia, e soprattutto alla piccola Angourie Rice, con un personaggio che mi ha ricordato molto quello delle furbe e simpatiche spalle adolescenti anni '80/'90 nonché la nipote dell'Ispettore Gadget, Penny. Applausi anche al chirurgo estetico della Basinger, che è riuscito a rendere la riunione tra lei e Crowe, a quasi vent'anni da L.A.Confidential, ancora più imbarazzante del dovuto: all'epoca gli uomini avrebbero fatto follie per lei e le donne (tra le quali mi metto anche io) per lui, ora pare che Crowe si sia mangiato tutte le pagnotte fatte coi campi di grano de Il gladiatore e lei è ormai un manichino privo di espressività. Ah, tempo impietoso! A parte quest'ultima considerazione, correte subito al cinema a vedere The Nice Guys prima che lo tolgano perché merita davvero.


Del regista e co-sceneggiatore Shane Black ho già parlato QUI. Russell Crowe (Jackson Healy), Ryan Gosling (Holland March), Keith David (il tizio più vecchio) e Kim Basinger (Judith Kuttner) li trovate invece ai rispettivi link.

Matt Bomer (vero nome Matthew Staton Bomer) interpreta John Boy. Americano, lo ricordo per film come Non aprite quella porta - L'inizio, inoltre ha partecipato a serie come Tru Calling e American Horror Story. Anche produttore, ha 39 anni e quattro film in uscita.


Angourie Rice, che interpreta Holly, era la piccola Rose del bellissimo These Final Hours mentre Margaret Qualley, che interpreta Amelia, dovrebbe partecipare al remake americano di Death Note come Misa Amane. Tra gli altri attori compare anche il figlio di Val Kilmer, Jack, nei panni del proiezionista Chet. Detto questo, se The Nice Guys vi fosse piaciuto recuperate la serie Arma letale, L'ultimo boyscout, Snatch - Lo strappo e Lock & Stock - Pazzi scatenati. ENJOY!

mercoledì 13 febbraio 2013

Les Misérables (2012)

Dopo aver tanto penato, finalmente anche io sono riuscita a vedere uno dei film che aspettavo di più in questo ricco gennaio, ovvero Les Misérables, trasposizione dell’omonimo musical di Broadway diretta nel 2012 dal regista Tom Hooper.


Trama: l’ex forzato Jean Valjean decide di cambiare vita dopo l’incontro con un pio vescovo. Violata la parola, riesce persino a diventare sindaco, ma il poliziotto Javert gli è sempre alle calcagna, deciso a riconsegnarlo alla giustizia. In un momento di disattenzione ed egoismo Valjean causa la definitiva rovina e conseguente morte di una sua dipendente, Fantine, e per espiare le promette di prendersi cura della figlioletta Cosette, affidata ai terribili locandieri Thénardier. Nonostante l’incombente e costante pericolo incarnato da Javert, i due riescono a condurre  una vita serena, ma l’amore e la rivoluzione sono in agguato…


Siccome di Les Misérables ho letto male dal momento stesso in cui è uscito, spezzerò subito una lancia in suo favore: a me il film è piaciuto. Non mi nascondo dietro a un dito, adoro i musical e mi faccio sempre trascinare dalla bellezza delle canzoni o dal sentimento con cui vengono cantate, e in Les Misérables ci sono tante canzoni meravigliose e un paio di performance degne di nota. Non mi vergogno nemmeno a dire che ho pianto come un vitello in almeno quattro o cinque occasioni: d'altronde il pregio del romanzo di Hugo è quello di "diluire la tragedia" con spiegoni storico-socio-politici-culturali che durano interi capitoli, mentre Hooper ammazza lo spettatore concentrando questa storia di poveri vinti in due ore e mezza (ma nelle sue intenzioni originali dovevano essere più di quattro, Dio benedica i tagli!!). All'uscita dalla sala io e le mie compagne di visione siamo sbottate in un accesso di risa isteriche invocando un musical sui Malavoglia, con Hugh Jackman/Padron 'Ntoni che piange sui lupini perduti, spero che qualche cantautore particolarmente allegro come, che so, Riccardo Cocciante mi legga ed esaudisca il nostro desiderio. Ma sto divagando, scusate, è solo che la commozione è ancora tanta e in qualche modo va sdrammatizzata. Passiamo alla recensione.


Les Misérables cinematografico è una sorta di compendio del musical di Broadway a cui si aggiungono elementi presi dal romanzo di Hugo e, come l'opera dello scrittore francese, porta avanti un parallelo tra la vita di questi miserabili e la Francia. Jean Valjean è un uomo che lo stato e la cosiddetta giustizia hanno privato dell'identità, della fiducia verso il prossimo e della possibilità di avere un lavoro onesto e una vita serena; la Francia dell'epoca trattata è più o meno simile, una nazione passata in brevissimo tempo dalla Rivoluzione all'impero di Napoleone per poi tornare alla monarchia, uno stato allo sbando dove il popolo è ridotto nella miseria più nera e dove la legge tutela solo chi è benestante, quindi rispettabile. Sia i protagonisti dell'opera che la Francia dovranno trovare nell'amore, nella passione, nella comunione d'intenti e persino nel sacrificio e nella morte la forza per riaffermare sé stessi e ritrovare la dignità perduta, perché in caso di fallimento le alternative sono ugualmente terribili: o rimanere a razzolare nel fango e nell'ignominia come gli abietti Thénardier, oppure rimanere ciecamente ancorati ai propri pregiudizi come Javert, consacrando la propria intera esistenza e la propria sanità mentale al dovere, all'odio e alla persecuzione. Nonostante siano passati secoli il succo della storia mantiene intatta la sua potenza e riesce a far dimenticare persino le ingenuità da feuilletton come la storia d'amore tra Cosette e Marius, nata nel giro di un paio di minuti e sfociata immediatamente in struggente melodrammone.


Il punto di forza di Les Misérables, dunque, sono i passaggi in cui la critica sociale del romanzo (e di conseguenza del musical) riesce a farsi sentire e a raggiungere il cuore del pubblico: che sia la sordida rappresentazione dei bassifondi di Montreuil, che siano le scorrerie del monello Gavroche, che sia il terribile attacco alle barricate o il trionfo dei truffaldini Thénardier, la pellicola di Hooper da il suo meglio in queste sequenze corali, dove il mezzo cinematografico concorre indubbiamente a rendere più vivace la rappresentazione e riesce a infondere nuova linfa in canzoni bellissime e conosciute come At the end of the day, Lovely ladies, Master of the House e Do you hear the people sing?, che risultano così i brani più belli sia per quanto riguarda la regia, che le scenografie. Ovviamente, stiamo parlando di un musical, quindi l'aspetto più importante sono i cantanti. Qui ce ne sono due che svettano su tutti, al di là della tecnica sulla quale non posso esprimermi perché mi mancano le competenze: Anne Hathaway e Russell Crowe. Innanzitutto, ho finalmente capito perché la Hathaway, pur comparendo solo per una ventina scarsa di minuti, si sia beccata miliardi di premi e nomination. Sfido CHIUNQUE a non rimanere a bocca aperta e a non piangere come se non ci fosse un domani davanti alla sua incredibile interpretazione della tristissima I dreamed a dream. Una performance così sentita e commovente che credo avrebbe potuto spaccare il cuore a un sasso, una sequenza che varrebbe da sola il prezzo del biglietto. E l'altro è Russell Crowe. Io ero partita puntando alla tempesta ormonale davanti a Hugh Jackman ma il granitico, impenetrabile e bastardissimo Javert di Crowe è un trionfo che supera di gran lunga ogni aspettativa. Mi permetto di dire che l'ex Gladiatore ha una voce forse troppo impostata, ma il pezzo in cui canta il suo Soliloquio prima di gettarsi nella Senna mette i brividi e non solo per il suono realistico del corpo che si spezza contro la pietra. Chapeau a entrambi e menzione d'onore anche per i simpaticissimi Thénardier di Sacha Baron Cohen e Helena Bonham Carter, sempre a loro agio nei ruoli di laidi cialtroni (anche se qualcuno avrebbe dovuto ricordare alla signora Burton che il musical si ambienta a Parigi, non serviva indulgere nell'accento di Mrs.Lovett).


Purtroppo, e non avete idea di quanto mi dispiaccia, ci sono anche parecchie critiche da fare. Innanzitutto, Les Misérables abbonda di sequenze statiche. Io ne ho visti parecchi di musical ma non ne ricordo uno così pieno di primi piani e mezzi busti a bocca spalancata. In due ore e mezza, i momenti in cui i cantanti si ritrovano soli con uno sfondo alle spalle, immobili, a cantare i loro dubbi e il loro dolore superano quasi sicuramente metà della durata della pellicola e purtroppo solo Anne Hathaway può permettersi un simile trattamento. Lo stesso, ahimé, non si può dire di Hugh Jackman. Jean Valjean, posso dirlo? E che due maroni, sempre lì a frignare come un disperato, a lamentarti, a preoccuparti per tutti tranne che per te stesso e persino ad invecchiare male! Sì, il povero Hugh passa dall'essere uno scheletro inquietante all'indossare un'inguardabile parrucchetta riccia per poi morire con in faccia un improponibile trucco da vecchio. Sono sincera, era mille volte meglio Depardieu nella serie TV, Jackman non è proprio tagliato per il ruolo di Jean Valjean. Altra cosa orrenda, ma questa ce la siamo beccata solo noi italiani, è la scelta di doppiare quei dieci minuti scarsi di dialogo: santo cielo, vi rendete conto che non si possono sentire gli intermezzi pronunciati da un'altra persona e in un'altra lingua nel bel mezzo di una canzone?? Tanto, ormai avevate fatto trenta, potevate far trentuno, qualche sottotitolo in più non avrebbe creato delle sommosse popolari. E aggiungo che Santa Claus e Babbo Natale non sono proprio la stessa cosa, credo che per un film ambientato nella Francia dell'800 una simile traduzione sia quantomeno discutibile. No comment. Vabbé, a parte questi due o tre difetti, Les Misérables mi è piaciuto, lo ribadisco. Non lo candido a film dell'anno, questo proprio no, ma se volete guardare un bell'omaggio ad uno dei più grandi e conosciuti musical di Broadway non vi pentirete di aver messo piede in sala.


Del regista Tom Hooper ho già parlato qui. Di Hugh Jackman (Jean Valjean), Russell Crowe (Javert), Anne Hathaway (Fantine), Amanda Seyfried (Cosette), Sacha Baron Cohen (Thénardier) e Helena Bonham Carter (Madame Thénardier) li trovate invece ai rispettivi link.

Eddie Redmayne (vero nome Edward John David Redmayne) interpreta Marius. Inglese, ha partecipato a film come Elizabeth: The Golden Age e Marilyn. Ha 31 anni e un film in uscita.


Samantha Barks, che interpreta Eponine, aveva già incarnato il personaggio in occasione del 25simo anniversario del musical di Broadway e per fortuna la scelta è ricaduta su di lei, oppure avremmo dovuto beccarci la “performance” di Taylor Swift. Tra le altre fanciulle in lizza per il ruolo segnalo Hayden Panettiere, Scarlett Johansson ed Emily Browning, mentre ad ambire a quello di Cosette c’era anche Emma Watson. E’ cosa risaputa invece che durante i provini Anne Hathaway (fortemente voluta proprio da Hugh Jackman) abbia lasciato tutti in lacrime, surclassando così gente come Jessica Biel, Marion Cotillard, Kate Winslet e Rebecca Hall. Passiamo ora ai maschietti. Prima di ingaggiare Crowe si era pensato a Paul Bettany per il ruolo di Javert, Jamie Campbell Bower ha rifiutato il ruolo di Enjorlas e Geoffrey Rush (già Javert ne I miserabili del 1998) era stato preso in considerazione per quello di Thénardier ma, in tutta sincerità, meglio che la parte sia andata all’esilarante Sacha Baron Cohen.  E con questo concludo, aggiungo solo che a fine mese Les Misérables concorrerà per otto Oscar: migliori costumi, miglior make-up (ma stiamo scherzando??!), miglior canzone originale (Suddenly), miglior scenografia, miglior sonoro, miglior film (no, sinceramente, non lo merita, soprattutto non con le altre pellicole in lizza per il premio…), Hugh Jackman miglior attore protagonista (e anche lì, assolutamente no, sarebbe immeritato…)  e Anne Hathaway migliore attrice non protagonista (se potessi glielo consegnerei io ora, giuro). Nell’attesa della notte degli Oscar, se Les  Misérables vi fosse piaciuto consiglio la visione de Il fantasma dell’Opera e Moulin Rouge. ENJOY!!

Se vuoi condividere l'articolo