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venerdì 3 aprile 2026

2026 Horror Challenge: L'uomo che ride (1928)


La challenge settimanale prevedeva la visione di un film con elementi horror ma non appartenente al genere. Ho così deciso di guardare L'uomo che ride (The Man Who Laughs), diretto nel 1928 dal regista Paul Leni e tratto dal romanzo omonimo di Victor Hugo.

Trama

Il piccolo Gwynplaine viene abbandonato dagli zingari dopo essere stato sfigurato. Assieme ad una neonata trovata in mezzo alla neve, viene accolto da Ursus, artista di strada, il quale adotta i due bambini. Crescendo, Gwynplaine diventa conosciuto come "L'uomo che ride", un triste clown dal sorriso perenne, perdutamente innamorato della sorellastra Dea...

RECENSIONE

L'uomo che ride è un film di transizione tra l'espressionismo tedesco dei primi anni '20 e lo stile gotico dei classici horror della Universal anni '30. Pur trovandosi nel mezzo tra due epoche cinematografiche perfettamente riconoscibili, non è un horror, quanto piuttosto un melodramma (con qualche accenno di "cappa e spada" sul finale) con elementi perturbanti, incarnati in primis dal sembiante del protagonista, che da il nome al film e campeggia giustamente su qualsiasi locandina. Nonostante il ghigno perenne, derivante dalle aberranti opere chirurgiche degli zingari Comprachicos, il protagonista Gwynplaine non è un mostro e mai, nemmeno per un istante, lascia che la percezione distorta degli altri lo porti a diventarlo, neppure quando avrebbe ogni motivo per lasciarsi andare. Il poveretto, invece, è un uomo in balia dell'umanità crudele, uno sventurato che ritiene di non avere diritto di sposare la bella Dea, che lo ama in quanto cieca. Consapevole del proprio aspetto, Gwynplaine è restio a condannarla ad una vita di prese in giro benché ne sia, a sua volta, profondamente innamorato; proprio questo senso di inadeguatezza lo spinge ad accettare la corte dell'infoiata duchessa Josiana, per provare a se stesso e al mondo che esistono donne in grado di trovarlo attraente nonostante la deformità, e sposare così Dea con rinnovata fiducia. Un ragionamento così, diciamo, arzigogolato, non è altro che un modo per consentire alla trama di ricollegarsi alle origini paterne di Gwynplaine e a tutta una serie di intrighi di corte facenti capo a due regni inglesi, quello di Giacomo II e quello della regina Anna, e alle macchinazioni del buffone di corte, il viscido Barkilphedro, che sono un po' l'ossatura di tutta la storia. Per quanto mi riguarda, la questione politica è ciò che appesantisce L'uomo che ride, un'opera che in altri momenti alterna un'ovvia, commovente malinconia, ad atmosfere grottesche e talvolta simpaticamente satiriche, molto divertenti anche a distanza di un secolo. Le quasi due ore di durata del film rallentano di ritmo sia in assenza del personaggio titolare e dei comprimari negativi (perché bisogna ammettere che la dolce Dea è un po' una pittima salvata giusto dallo stralunato Ursus e dal simpatico cagnone Homo), sia quando Paul Leni cede alle sequenze corali di spettacolo teatrale, che mi hanno portata a sbadigliare come gli ospiti della regina Anna. 

A livello formale, L'uomo che ride stupisce ancora oggi, neanche a dirlo, per l'allucinante make-up che trasforma Conrad Veidt in una maschera grottesca, figlia dell'espressionismo tedesco; il ghigno congelato di un assassino demente contrasta con gli occhi miti dell'attore, perennemente atteggiati a un'espressione triste e addolorata, con radi sprazzi di amore gioioso, e questo contrasto comunica la sofferenza del protagonista più dei pochi dialoghi scritti (però, quel "Dio mi ha fatto uomo", urlato davanti alla regina, spezza il cuore). E' interessante, anche, notare come l'effetto scioccante del sorriso di Gwynplaine venga alimentato dall'uso accorto di fazzoletti e sciarpe atti a celarlo, probabilmente per dare sollievo a Veidt tra una sessione di trucco e l'altra e per aumentare l'espressività del suo sguardo, ma anche per evitare che il pubblico si abituasse troppo al suo sembiante grottesco. Palese anche lo sforzo produttivo a livello di scenografie, meno "astratte" rispetto a quelle dei film espressionisti e più legate a un immaginario medievale anche anacronistico rispetto all'epoca in cui è ambientato L'uomo che ride; non è un caso che queste due "eccellenze", ovvero il make-up artist Jack Pierce e lo scenografo Charles D. Hall, siano diventate fondamentali per definire lo stile degli horror classici della Universal e, di conseguenza, un immaginario che ci portiamo dietro da quasi un secolo. Due parole le spenderei anche per gli attori. Veidt, come ho già scritto sopra, è una perfetta maschera tragica, che spezzerebbe il cuore a un sasso, ma la mia attenzione è stata catturata dalla Josiana di Olga Baclanova, che in seguito sarebbe diventata la perfida Cleopatra di Freaks. Lussuriosa, volgare e superba, la duchessa Josiana colpisce l'attenzione per la spregiudicatezza del personaggio, mostrato talvolta in atteggiamenti espliciti (persino nudo!) con gli uomini, spesso trattati come pezze da piedi; la sequenza in cui Josiana si incapriccia di Gwynplaine è la rappresentazione perfetta di una seduzione a distanza, affidato ad un modernissimo gioco di sguardi gestito dalla regia e dal montaggio, in assoluta sincronia con le interpretazioni fisiche, inevitabilmente molto teatrali, degli attori. Menzione speciale va anche a Brandon Hurst, che nei panni del buffone Barkilphedro fa molta più paura del povero Gwynplaine. Concludo ricordandovi che L'uomo che ride fa parte ormai del public domain, quindi potete trovarlo su Youtube in ottima qualità, se avete voglia di vederlo. Magari non è il film migliore del periodo, ma è un interessante materiale di studio e val la pena guardarlo, almeno una volta nella vita!

CAST

Di Conrad Veidt, che interpreta Gwynplaine e Lord Clancharlie, ho già parlato QUI mentre Olga Baclanova, che interpreta la duchessa Josiana, la trovate QUA.

  • Paul Leni è il regista del film. Tedesco, ha diretto film come Il gabinetto delle figure di cera e Il castello degli spettri. Anche direttore artistico, attore, costumista e sceneggiatore, è morto nel 1929.

CURIOSITà

Mary Philbin, che interpreta Dea, era la Christine Daae de Il fantasma dell'opera. Lon Chaney avrebbe dovuto interpretare Gwynplaine ma per questioni legati a contratti e diritti mancanti, è passato direttamente al progetto successivo, Il fantasma dell'Opera. Del romanzo di Victor Hugo esistono altre versioni, tra le quali una diretta nel 1966 da Sergio Corbucci, con Jean Sorel nei panni del protagonista sfigurato, e una francese del 2012, con Gérard Depardieu nel ruolo di Ursus ed Emmanuelle Seigner in quelli della duchessa. Non le ho mai viste, quindi non saprei se meritano il recupero ma, se L'uomo che ride vi fosse piaciuto, consiglio di recuperare Il fantasma dell'Opera e Il gabinetto del Dottor Caligari. ENJOY!

domenica 23 dicembre 2012

Freaks (1932)

Se c'è un film che ha sempre esercitato una sorta di fascino morboso su di me, vuoi per le inquietanti letture che per le voci che ne avevano preceduto la visione, questo è proprio Freaks, diretto nel 1932 da Tod Browning. Attenzione perché la recensione conterrà qualche SPOILER.


Trama: storie d'amore e morte si mescolano all'interno di un circo di freaks. Il nano Hans, pur essendo fidanzato con la nana Frieda, si innamora della statuaria acrobata Cleopatra la quale, in combutta col forzuto amante Hercules, decide di sposarlo per poi ucciderlo ed ereditarne l'incredibile fortuna. Ma i freaks sono all'erta, pronti a difendere i loro simili...


Brividi. Nonostante Freaks sia stato girato ben 80 anni fa, oggi come allora questo film è un pugno nello stomaco il cui "fascino" malato si insinua nella mente dello spettatore come un fluido viscido ed oscuro. Il motivo di questo incredibile effetto che perdura negli anni sta essenzialmente, banalmente, in una cosa sola: i freaks, appunto. Veri fenomeni da baraccone, dotati delle caratteristiche più assurde, molti di loro imprevedibili e ancor più inquietanti perché vittime di menomazioni mentali, pescati uno per uno nei vari e sordidi freakshow sparsi per l'America. Davanti agli occhi attoniti dello spettatore scorrono le immagini di donne barbute, gemelle siamesi, nani, uomini - torso, donne nate senza braccia, deformi microcefali e chi più ne ha più ne metta: mostri dall'animo buono, esseri umani degni della più assoluta pietà, in cerca di una dignità spesso negata e costretti a vivere perennemente bollati come fenomeni da baraccone di cui ridere o provare orrore. Il regista e gli sceneggiatori costruiscono su questa triste realtà una storia malata ed orribile, dove i veri mostri sono coloro che celano la loro orrenda natura sotto una maschera di forza, grazia e bellezza e che sottovalutano chi è diverso da loro nella convinzione della propria superiorità, pagandone le conseguenze in modo a dir poco atroce. E' così, quindi, che una storia quasi banale nel suo essere così universale è riuscita a diventare invece uno dei capisaldi dell'horror, il sacro graal delle pellicole "proibite".


Si parla di proibito perché, all'epoca, il film è stato vietato, tagliato, distribuito sotto falso nome e quant'altro. D'altronde, il vero finale prevedeva la visione integrale della terribile vendetta perpetrata dai freaks ai danni di Hercules e Cleopatra, mentre al giorno d'oggi possiamo solo immaginare in che modo e perché la fascinosa acrobata sia stata trasformata in un'orrenda, orba e demente donna-gallina, il più orribile e inumano dei Freaks, come se la sua essenza interiore fosse stata brutalmente esposta al pubblico ludibrio (non fosse bastato il supplizio a cui la donna sottopone il povero Hans, trattandolo come un bambino e arrivando persino a portarlo a cavalluccio sulle spalle...). Possiamo solo immaginarlo grazie alle sinistre inquadrature di Browning che, come delle macabre anticipazioni, innanzitutto ci mostrano il banchetto nuziale dove i mostri intonano la litania "One of Us! One of Us!" per dare il benvenuto alla novella sposa, poi si soffermano sulle ombre che circondano il campo del circo, nelle quali strisciano i freaks con i loro sguardi minacciosi, carichi di odio e segreta consapevolezza, gli occhi illuminati dal scintillìo delle lame e dal desiderio di vendetta. Sono questi elementi che catturano l'intera attenzione degli spettatori, ancora più sconvolgenti perché preceduti da siparietti di vita quotidiana quasi comici, messi lì per stemperare la tensione e consolidare nel pubblico la consapevolezza che quella dei freaks è comunque una grande, orgogliosa e "difficile" famiglia. Da non prendere MAI sottogamba. Un capolavoro dell'horror e del brivido, assolutamente consigliato.

Tod Browning (vero nome Charles Albert Browning) è il regista della pellicola. Americano, ha diretto film come Lo sconosciuto, I fantasmi del castello, Dracula, I vampiri di Praga e La bambola del diavolo. Anche attore, sceneggiatore e produttore, è morto di cancro nel  1962, all’età 82 di anni.


Leila Hyams interpreta Venus. Americana, ha partecipato anche al film L’isola delle anime perdute. E’ morta nel 1977 all’età di 72 anni.


Olga Baclanova interpreta Cleopatra.  Russa, ha partecipato anche ai film I dannati dell’oceano e L’uomo che ride. E’ morta nel 1974 all’età di 78 anni.


La riunione tra Hans e Frieda nella conclusione non fa parte della versione girata da Tod Browning,  è stata aggiunta in seguito (infatti la versione che avevo visto a Fuori orario non la mostrava…), mentre il finale originale del film prevedeva che Hercules cantasse come soprano nel nuovo show di Madame Tetrallini dopo essere stato castrato dai freaks, ma la scena è stata tagliata dopo le reazioni negative del pubblico. Reazioni disgustate si ebbero anche da attori all’epoca molto famosi: Victor McLaglen, Myrna Loy e Jean Harlow rifiutarono rispettivamente i ruoli di Hercules, Cleopatra e Venus perché non volevano condividere la scena con veri fenomeni da baraccone. In quanto cult, Freaks vanta un paio di remake non proprio ufficiali, She Freak del 1967 e Freakshow del 2007, nonché una parodia passata anche a Notte Horror, lo scioccherello Freaked - Sgorbi. Piuttosto che cercare e vedere siffatta rumenta, però, se Freaks vi fosse piacuto consiglierei la visione di The Elephant Man o, andando più sul "peso", di Basket Case. ENJOY!!

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