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martedì 30 luglio 2024

The Well (2024)

Venerdì sera, grazie all'amico Roberto D'Onofrio, ho avuto la possibilità di andare all'anteprima milanese di The Well, diretto e co-sceneggiato dal regista Federico Zampaglione, in uscita il 1 agosto in tutta Italia. Niente spoiler, leggete pure tranquilli.


Trama: Lisa, giovane restauratrice americana, viene chiamata in Italia da una nobildonna, per restaurare un dipinto medievale. Nello stesso paesino, però, un mostro imprigiona e uccide persone in modi cruenti...


Visto quanto mi erano piaciute le precedenti opere di Zampaglione, The Well era uno dei film che aspettavo di più quest'anno e, per una volta, le mie aspettative non sono rimaste deluse. Dopo le atmosfere di Tulpa, più vicine al giallo all'italiana, The Well segna un ritorno dell'autore all'horror tout court. Ad essere più precisi, all'interno del film si mescolano almeno un paio di registri differenti, rispecchiati da diversi setting e generi musicali. Da una parte abbiamo una favola nera con echi folkloristici e medievali, che vede come protagonista la giovane restauratrice Lisa, alle prese con un quadro rovinato dalla fuliggine di un incendio, dall'altra il lurido spaccato di una camera delle torture, dove alcuni prigionieri vengono seviziati da un bruto e gettati all'interno del pozzo del titolo. Per quanto mi riguarda, è questa costante contaminazione di registri l'aspetto più interessante di The Well. Lo spettatore smaliziato (oppure più attento di altri), infatti, riuscirà probabilmente a prevedere i vari twist della trama da pochi dettagli rivelatori, ma quello che non riuscirà a fare sarà "proteggersi" dal crescendo di orrore inaspettato di un film che non si adagia sui percorsi tipici degli horror recenti, ma vuole abbracciare l'anarchia delle opere italiane del periodo d'oro del genere. In The Well non ci sono spiegoni, solo una breve introduzione dedicata a Lisa e al suo lavoro di restauratrice, dopodiché tutto procede spedito come un treno, un viaggio scomodo seduti sul bordo della poltrona, tra la paranoia e lo schifo (in senso positivo) più assoluto. Uno potrebbe pensare che l'aspetto gotico sia più tranquillo, in un certo senso. In realtà,  Lisa si aggira come la più classica delle damsel in distress all'interno di un luogo sconosciuto ed ostile, sempre più incapace di distinguere tra una realtà di anacronistica ricchezza e incubi capaci di uccidere (sensazione di spaesamento enfatizzata dall'essere straniera in terra straniera, un tema che parrebbe assai caro all'horror recente), ed è lì che si annida la vera incertezza. L'orco del pozzo, tanto quanto, ci "delizia" con la sua feroce fantasia, e lì il bello (o il brutto, scegliete voi) è capire quanto in là potrà spingersi la voglia di Zampaglione di farci vomitare il panettone di sette anni prima.


Per quanto riguarda gli aspetti più "tecnici", The Well è indubbiamente una spanna sopra moltissime produzioni recenti. Girato in tempo record (quattro settimane), il film trasuda passione da ogni fotogramma e l'unica cosa che non ho apprezzato è solo il fastidioso scollamento tra il labiale di chi ha recitato in inglese ed è stato poi ridoppiato in italiano, per il resto c'è da levarsi il cappello. In particolare, per una come me che detesta la CGI, un film come The Well è una boccata di aria fresca: gli effetti speciali sono artigianali, un trionfo di trucco prostetico e sangue finto, e ci sono sequenze che gridano "Fulci vive!" da ogni angolazione (ma gli occhi non sono più di marzapane, e fanno accartocciare dallo schifo), perché fortunatamente Zampaglione non si è trattenuto per quanto riguarda i dettagli più efferati. La fotografia nitidissima, tra l'altro, consente di non perdersi neppure una gocciolina di sangue e, pregio ancora maggiore, non penalizza il film con quella patina leccata che trasforma gli horror in dozzinali pellicole da cestone Netflix. Le sequenze ambientate nelle segrete, in particolare, trasmettono una sensazione di disagio e di sporco tangibile e, oltre che a Fulci, ho pensato a Stuart Gordon e a quel suo modo particolare di razzolare nel torbido, specialmente in film come Castle Freak. C'è da dire che, forse, mi è tornato in mente questo titolo in particolare anche grazie alla natura inquietante del demone protagonista di The Well, ma, per quanto mi riguarda, la palma di personaggio più terrificante (e della scena cult dell'anno) va all'Arruda di Lorenzo Renzi, col suo trucco alla "De la Iglesia" e il modo certosino con cui si impegna a scegliere gli strumenti di tortura per le vittime moleste. E se quest'ultimo entra di diritto nel novero nei migliori mostri del cinema horror italiano, mentre Lauren LaVera, Claudia Gerini e Melanie Gaydos si confermano delle certezze, un'ultima menzione d'onore la farei per Linda Zampaglione, la quale continua la tradizione delle inquietanti ragazzine horror sulla scia di Maria Pia Marsala e Nicoletta Elmi, donando però al suo personaggio un'inusuale malinconia. Concludo dunque con un "correte a vedere The Well!", se avrete la fortuna di averlo proiettato in qualche sala vicina, perché un film così gioiosamente orgoglioso di essere horror, senza maschere né orpelli, va soltanto premiato!


Del regista e co-sceneggiatore Federico Zampaglione ho già parlato QUI. Claudia Gerini (Emma) e Giovanni Lombardo Radice (il padre di Lisa) li trovate invece ai rispettivi link.

Lauren LaVera interpreta Lisa. Americana, ha partecipato a Terrifier 2 e serie come Iron Fist. Anche sceneggiatrice, ha 30 anni e la rivedremo negli attesissimi Terrifier 3 e Life of Chuck!


Melanie Gaydos
, che interpreta Dorka, era già apparsa nel bellissimo Tous les dieux du ciel. Se The Well vi fosse piaciuto recuperate Shadow! ENJOY!

venerdì 23 marzo 2018

BollAnteprima: Ready Player One (2018)

Grazie all'amico Roberto, martedì sera sono andata all'anteprima (savonese, miracolo in Terra!!) di Ready Player One, diretto da Steven Spielberg e tratto dal romanzo omonimo di Ernest Cline. Segue post entusiasta ma SENZA SPOILER, tranquilli!


Trama: in un futuro neppure troppo lontano tutte le persone sono connesse a OASIS, mondo virtuale dove ognuno può essere ciò che desidera. All'interno di questa realtà si conduce da anni una caccia al tesoro che consentirebbe al vincitore di ottenere una rendita bilionaria e il controllo di OASIS: il giovane Parzival è uno di questi "cacciatori" e si ritroverà ad avere a che fare con gli spietati dirigenti della IOI, multinazionale che vorrebbe OASIS tutta per sé...


Nonostante un paio di trailer ad alto tasso di scimmia sulla spalla ammetto che, dopo avere letto e adorato il libro di Cline, l'idea di andare a vedere Ready Player One mi terrorizzava un po', soprattutto a causa della poraccitudine di alcune di queste locandine. Mi aspettavo un film coi pupazzetti, un novello GGG che avrebbe confermato la definitiva incapacità Spielberghiana di approcciarsi all'elemento fantastico dopo anni di dignitosissime pellicole "serie", un'opera tutta tecnica e niente cuore... invece sono uscita dal cinema stordita e anche un po' impreparata a riaffrontare la fredda realtà del mondo reale, dopo avere condiviso il mio entusiasmo con parecchi amici esaltati quanto me. Per chi non avesse letto il romanzo di Ernest Cline, la versione "cartacea" di Ready Player One è un gigantesco omaggio ai videogame, film, serie TV, cartoni animati, libri e fumetti anni '80 condensato in una caccia al tesoro articolata in tre prove, avente per protagonista un moccioso nerd dai comportamenti talvolta discutibili; stare dietro a tutte le citazioni presenti nel romanzo è faticosissimo e spesso si ha l'impressione che Cline perda un po' il filo della trama, troppo impegnato a mostrare la sua conoscenza della cultura pop e a strizzare l'occhio al lettore per curare l'insieme come dovrebbe. Ciò non accade nel film di Spielberg, peraltro co-sceneggiato dallo stesso Cline, che "lima" le tre prove presenti nel libro (obiettivamente poco cinematografiche) e ammorbidisce il personaggio principale, rendendolo un ragazzone simpatico e un po' ingenuo privo della paranoica misantropia che caratterizza la sua versione cartacea; inoltre, come accadeva già nei migliori film di avventura della nostra infanzia, quando la situazione si fa pesante ci sono solo dei ragazzi giovanissimi a risolverla, senza nessun intervento da parte degli adulti (cosa che invece nel libro accade, almeno un paio di volte), il che porta a un certo punto ad avere in scena un gruppo di personaggi simpatici e scafati ma anche tremendamente goffi, ben diversi dagli avatar potentissimi ed infallibili che li rappresentano in OASIS. Questo a mio avviso è il vero tocco di magia spielberghiana, il gusto per l'avventura senza pensieri e anche un po' incosciente che si accompagna naturalmente ad un messaggio positivo più marcato rispetto a quello già presente nel romanzo di Cline, un invito non tanto a distinguere la realtà dal mondo virtuale (bella forza, visto il mondo distopico in cui vivono i protagonisti!) ma ad affrontare con coraggio tutto ciò che ci fa paura, assaporando ogni istante di libertà e "vita" concessoci senza paura di rimanere delusi o preoccuparsi troppo per il futuro; le lacrime finali di Parzival hanno raggiunto anche il mio cuore cinico e ammetto di avere avuto un groppo in gola durante le scene dedicate alle malinconiche figure dei due creatori di OASIS, caratterizzati al meglio nonostante il pochissimo tempo di presenza sullo schermo (nonché interpretati da due attori che adoro. Ciao Simon! Oh hi, Mark!).


Ready Player One è dunque un film con un grande cuore umano... ma vorremo mica dimenticare OASIS? La gioia e l'aspettativa di vedere Spielberg alle prese con un mondo in cui qualunque cosa può essere omaggiata e riproposta (tranne tutto ciò che appartiene alla Disney, maledetta, egoista Casa del Topo) sono state ripagate con intere sequenze da riguardare nei mesi a venire con il dito immobilizzato sul pulsante still così da analizzarle fotogramma per fotogramma, perché le citazioni, persino nell'adorato campo horror, sono davvero infinite. Si va da quelle microscopiche, perse nella marea di personaggi o mezzi di locomozione presenti nelle scene di massa e quasi impossibili da decifrare a meno di non avere una cultura nerd enciclopedica, a quelle buttate in faccia allo spettatore a mo' di bruschetta nell'occhio, sia visive che musicali (lo score è di Alan Silvestri. Vi dice nulla?), per arrivare ad almeno tre megacitazioni che diventano parte integrante della trama e che in due occasioni mi hanno fatto partire le coronarie nello sforzo di non mettermi a urlare e saltellare in sala; se siete fan di Spielberg o comunque lo riconoscete come uno dei più grandi registi viventi, arriverete ad ammettere che lo scontro finale tra tre personaggi, due dei quali pilastri di Nippolandia, è la cosa più epica che vedrete quest'anno. In tutto questo, il timore di ritrovarsi a guardare una schifezza in CG si è sciolto come neve al sole davanti all'incredibile fluidità ipercinetica delle scene d'azione e del montaggio (per dire, la corsa iniziale è da manuale) e anche gli avatar dei singoli personaggi sono bellissimi. Benché quelli dei "cattivi" siano palesemente finti e volutamente bruttarelli, Parzival e Art3mis funzionano perché non si è cercato di renderli realistici per forza: nei primi piani danno l'idea di essere delle colorate e dettagliatissime maschere di lattice ma nelle inquadrature un po' più distanziate non sembrano i personaggi di un videogame quanto piuttosto un riuscito mix tra animazione computerizzata e live action (la scena del ballo è una delle più belle viste nel 2018 a mio umilissimo parere). L'unico difetto che posso trovare a Ready Player One, in quanto maledetta Precisina Della Fungia, è l'aver trasformato Nolan Sorrento da villain tout court in belinone gabbabile con trucchetti da bambini oltre a un adattamento italiano da pelle d'oca ("Zio" utilizzato sempre più a sproposito ma anche robe come "ci KILLerai tutti"... Gesù, so di essere vecchia ma non si possono sentire!) ma anche questo lieve fastidio passa in secondo piano davanti a un film entusiasmante e ben realizzato, capace di tenere avvinto alla poltrona sia lo spettatore "acculturato" corso al cinema per fare il conteggio dei riferimenti (o fare le pulci a Spielberg) sia quello che vorrebbe godersi "solo" due ore e passa di sano divertimento. Io sono tornata bambina come non mi succedeva da tempo e per questo, dopo essermi profusa in ringraziamenti per Del Toro, torno a ringraziare un altro grandissimo Regista che non ha mai smesso di essere tale, nemmeno col GGG.


Del regista Steven Spielberg ho già parlato QUI. Tye Sheridan (Wade Owen Watts/Parzival), Olivia Cooke (Samantha Evelyn Cook/Art3mis), Ben Mendelsohn (Nolan Sorrento), T. J. Miller (i-R0k), Simon Pegg (Ogden Morrow/Og), Mark Rylance (James Halliday/Anorak) e Ralph Ineson (Rick) li trovate invece ai rispettivi link.


Tra i registi in lizza per dirigere il film c'erano Christopher Nolan, Robert Zemeckis (pluricitato, per inciso), Matthew Vaughn, Peter Jackson e Edgar Wright: nel 2015 Spielberg ha firmato il contratto e, tra le cose fatte nel corso della realizzazione del film, ha chiesto a Gene Wilder di partecipare, ottenendo un fermo rifiuto da parte dell'attore poi morto nel 2016. Altri attori che invece "non ce l'hanno fatta" sono Michael Keaton per il ruolo di Halliday ed Elle Fanning per quello di Art3mis. Detto questo, se Ready Player One vi piacerà non dimenticate di recuperare il libro da cui è tratto e magari ripescate Ralph Spaccatutto... oltre ai millemila film citati nella pellicola. Per non fare spoiler vi dico "aspettate, segnate, recuperate" ma intanto mi permetto di dire: Buckaroo Banzai. Almeno quello, visto che lo conosciamo in dodici. ENJOY!

mercoledì 8 novembre 2017

Bollanteprima: Auguri per la tua morte (2017)

Una delle poche esperienze positive di questo Lucca Comics, purtroppo funestato dall'impossibilità di andare in un giorno che non fosse il maledetto ed affollatissimo sabato, è stata la chance di vedere in anteprima Auguri per la tua morte (Happy Death Day), diretto dal regista Christopher Landon e in uscita domani in tutta Italia. Segue recensione SENZA SPOILER.


Trama: il giorno del suo compleanno la stronzissima e bionda Tree si risveglia solo per concludere la giornata uccisa da un killer mascherato e ricominciare tutto da capo...


Auguri per la tua morte è uno di quei film che, sebbene poco pubblicizzato e passato un po' in sordina, è stato comunque in grado di colpirmi col trailer, visto durante una delle millemila serate passate al cinema. Onestamente, dopo aver guardato il tristissimo young adult Prima di domani l'idea di sorbirmi la versione teen slasher di Ricomincio da capo non mi sorrideva tantissimo ma è anche vero che il concetto stesso di "giornata ripetuta mille volte" è intrigante e di solito mi spinge automaticamente al cinema. A questo dovete aggiungere che la sceneggiatura di Auguri per la tua morte è stata scritta da un certo Scott Lobdell, il quale a inizio millennio era uno degli scrittori chiave di X-Men e compagnia, nonché co-creatore di Generation X, una delle serie mutanti a fumetti più gradevoli di sempre (almeno finché ci sono stati lui e Chris Bachalo al timone, poi è diventata fuffa della peggior specie, come spesso accade), cosa che ha impennato parecchio il mio livello di curiosità. Così, sabato sera io e il Bolluomo abbiamo approfittato di un comodo e assai gradito accredito stampa per superare la fiumana di gente in attesa di entrare al cinema e sederci belli paciosi in poltrona onde giudicare di persona la bontà di un film simile e sinceramente non ricordo di essermi divertita così tanto guardando un horror, almeno negli ultimi mesi. Horror per modo dire, ché Auguri per la tua morte è prima di tutto una commedia contaminata con un simpatico tocco slasher che si concretizza essenzialmente nelle reazioni esilaranti di un'odiosa ragazzetta uccisa in modi sempre più cruenti da un killer proprio nel giorno del suo compleanno. Il perché e il percome di questo destino infingardo e delle nove vite della fanciulla vengono ovviamente chiariti con l'avvicinarsi del finale, la cosa divertente però è abbandonarsi senza troppe pretese alle regole e ai cliché del genere, stilati fin dal lontano 1993: la protagonista dev'essere essenzialmente una stronza in pieno stile Chanel Oberlin, dopo un primo e comprensibile momento di follia e sconforto la protagonista deve avvantaggiarsi della situazione di loop temporale per realizzare tutto ciò che sarebbe impossibile fare in una vita e, infine, la "vittima" deve comprendere gli errori della sua via e diventare buona, disponibile e gentile con tutti, arrivando anche a migliorare la qualità della vita di chi la circonda. Il tutto, ovviamente, con la consapevolezza che a fine giornata il killer arriverà a porre fine alla sua esistenza, a prescindere da tutte le misure cautelari messe in atto per evitare la morte, cosa che non assicura una serata ad alto tasso di paura ma sicuramente regala qualche attimo di tensione, se non altro a chi magari è a digiuno di questo genere di pellicole.


Dire altro sulla trama sarebbe un delitto anche perché a un certo punto Landon e Lobdell si mettono a giocare con lo spettatore e si divertono a prendere in giro quelli più scafati, fermo restando che il target di riferimento di Auguri per la tua morte è un pubblico di adolescenti in cerca di risate e brividi facili, magari con qualche bel faccino in omaggio. Il bel faccino in questione è quello di Jessica Rothe, volto televisivo che ovviamente io non conoscevo, bionda attrice di belle speranze che da sola regge interamente il film e per un solo motivo: è caruccia, stronzetta e matta come la Drew Barrymore dei bei vecchi tempi e la sceneggiatura le mette in bocca dei dialoghi semplicemente esilaranti. Non così bella da essere irreale come, per dire, Margot Robbie o la Samara Weaving vista di recente in The Babysitter, Jessica Rothe ha il fisico da scream queen e le espressioni buffe di un'attrice del Saturday Night Live, cosa che rende le sue morti dei capolavori di umorismo nero e aiuta parecchio lo spettatore ad empatizzare con lei nonostante il suo carattere onestamente orrido (forse anche perché le "sorelle" che la circondano sono delle beeyotches della peggior specie). La natura di commedia horror viene enfatizzata anche dalla scelta di rendere il film PG-13, quindi ben poco splatter e con tagli piazzati ad hoc per interrompere le scene più cruente, e l'unico, vero aspetto inquietante di Auguri per la tua morte è la maschera del killer disegnata da Tony Gardner che, così narra la leggenda, sarebbe colui grazie al quale è nata la maschera del Ghostface di Scream; effettivamente, la pellicola di Landon (benché non si prenda MAI sul serio, nemmeno in un paio di momenti un po' più "strappalacrime") ricorda un po', per atmosfere ed ironia, la trilogia di Wes Craven, questo nonostante l'intera vicenda sia perfettamente autoconclusiva e affatto bisognosa di un sequel, che rischierebbe di allungare il brodo a dismisura, venendo presto a noia. Di questi tempi, però, mai dire mai, anche perché Auguri per la tua morte ha sfondato il box office americano nel primo weekend di uscita e sappiamo bene che alla Blum House hanno il naso fino per queste cose, quindi mi aspetto come minimo un sequel. Sperando che così non sia, vi invito comunque ad andare al cinema domani a farvi due risate, perché Auguri per la tua morte è talmente spassoso e simpatico che merita di essere visto almeno una volta.


Del regista Christopher Landon ho già parlato QUI.

Israel Broussard interpreta Carter. Americano, ha partecipato a film come Bling Ring e a serie quali Fear the Walking Dead. Ha 23 anni e due film in uscita.


La protagonista Jessica Rothe era già apparsa in La La Land mentre Ruby Modine, che interpreta Lori Spengler, è la figlia di Matthew Modine. Il film avrebbe dovuto uscire col titolo Half to Death già nel 2008, prodotto da Michael Bay e con Megan Fox come protagonista, poi il progetto è finito in mano a Christopher Landon che ha ridotto di parecchio le scene gore presenti nella sceneggiatura di Scott Lobdell e che promette di fornire una spiegazione del loop temporale in un eventuale sequel del film. Detto questo, se Auguri per la tua morte vi fosse piaciuto consiglio il recupero dell'immortale Ricomincio da capo, citato anche alla fine del film. ENJOY!

mercoledì 18 ottobre 2017

It (2017)

Domani uscirà l'attesissimo It diretto da Andy Muschietti. Ne parlo oggi, in quanto ho avuto l'onore di vederlo un mese fa a Praga, con un post rigorosamente SPOILER FREE. Se non vi fidate e quindi non volete leggere quanto segue sappiate almeno questo: It è un film splendido, che merita di essere visto sul grande schermo, pena la persecuzione eterna di Pennywise.


Trama: nella cittadina di Derry i bambini scompaiono o vengono ritrovati morti in circostanze misteriose. Un gruppo di ragazzini, uno dei quali ha perso il fratellino l'anno prima, scoprono che il responsabile è un mostro terrificante, capace di assumere le sembianze dei loro peggiori incubi...


Chi mi conosce sa che davanti a It non riesco ad essere obiettiva. Con tutti i suoi difetti, è il romanzo di Stephen King che ho amato di più, che rileggo da anni con piacere, che avrei sempre voluto vedere portato su grande schermo da un regista valido e da sceneggiatori capaci di non affondare dentro le mille e fischia pagine del libro, così da estrapolare ciò che di esso conta davvero. Nella fattispecie, al di là della figura di Pennywise sulla quale poi tornerò, il cuore di It (o meglio, di quelle parti del romanzo ambientate negli anni '50, condensate per comodità in una pellicola unica come già fatto da Tommy Lee Wallace nella miniserie del 1990) è il percorso di un gruppo di bambini costretti ad affrontare le tragedie della vita, le prese in giro dei loro coetanei, il mondo degli adulti, l'incombere della pubertà e, non ultima, tutta una serie di piccoli problemi magari sciocchi per i loro genitori e gli insegnanti ma assolutamente importanti ed insormontabili per questi ragazzini; personalmente, leggendo It ho sempre apprezzato di più i momenti in cui Beverly, Ben, Bill e gli altri si ritrovavano ad aver a che fare con tutti i problemi legati ai loro difetti fisici o le dinamiche familiari, alcune incredibilmente complesse, oppure quelli in cui la loro amicizia si rinsaldava in maniera "naturale", senza l'intervento di una Tartaruga o chissà quale altra forza magica, tra litigi infantili, primi amori o il desiderio di fare comunella per non soccombere ad un Henry Bowers sempre più imprevedibile e pericoloso. L'It di Muschietti mi ha dato tutto questo, ha messo il cuore davanti ad ogni cosa, persino davanti ai jump scare (che ci sono, tranquilli), ed è riuscito rendere reali ed indimenticabili almeno cinque personaggi su sette, ai quali aggiungo anche Henry Bowers, grazie all'aria stupidamente fragile di Nicholas Hamilton, un moccioso che vorrebbe fare il bulletto ma è destinato a finire vittima di problemi mentali più grandi di lui. Vedere il Club dei Perdenti prendere vita sullo schermo, a volte tratteggiato grazie a piccoli dettagli che solo chi ha letto il libro potrà apprezzare appieno (il modo in cui i ragazzi sistemano le biciclette, per esempio), altre grazie a dialoghi serrati e divertenti ma anche incredibilmente commoventi e rivelatori, mi ha riempito il cuore di gioia e gli occhi di lacrime, al punto che sul finale avrei voluto che la storia continuasse per vedere come sarebbero cresciuti QUESTI Perdenti, ben distanti dai bambocci monoespressivi della tanto celebrata serie degli anni '90, nonostante Stan e soprattutto Mike rimangano purtroppo un po' sullo sfondo. All'incredibile bellezza di una Beverly che sembra già ben più grande dei suoi coetanei, ferita nel profondo da una figura paterna molto ambigua prima ancora che violenta, si affiancano i problemi del "New Kid on the Block" cicciottello Ben, un Richie dalla logorrea incontrollabile, un Eddie che è più di una spalla per quest'ultimo e che finalmente riceve una storyline "materna" degna di questo nome, e soprattutto un Big Bill terrorizzato all'idea di non essere più nulla per i genitori distrutti dalla scomparsa del fratellino Georgie e quindi vero motore della storia, vero "capo" dei perdenti, l'unico dotato dell'incrollabile volontà di fare fuori Pennywise per riaffermare la propria esistenza prima ancora di vendicare il piccolo. A proposito, parliamo un po' di Pennywise, vah.


A quelli che "Tim Curry è l'unico vero Pennywise" (per quanto io adori comunque Tim, ci mancherebbe) rispondo citando le voci della Luna che ascolta Henry Bowers nel romanzo e dico "Ha-Ha ALL OVER you!!". Bill Skarsgard è la punta di diamante di un cast quasi perfetto, la sua voce mette letteralmente i brividi e quegli occhietti scompagnati già di suo sono la ciliegina sulla torta, che abbiano le iridi azzurre oppure gialle/rosse; è risaputo che l'attore abbia partecipato alle riprese solo all'ultimo, per ottenere dai giovani co-protagonisti delle reazioni di terrore più genuine possibili, ma sono lo stesso rimasta deliziata e sconvolta dalla faccia orripilata di Sophia Lillis durante il confronto con Pennywise nella casa di Neibolt Street, si vede proprio l'orrore negli occhi della ragazzina! L'idea di agghindare il buon vecchio Clown Ballerino come un pupazzo di fine '800 non solo è vincente ma si collega anche ai mille rimandi inseriti dagli sceneggiatori sul sanguinoso passato di Derry, cittadina all'interno della quale Pennywise campa da secoli uccidendo, depredando e spargendo il male sottile che influenza tutti gli abitanti; agghiacciante nel make-up più "mostruoso" ma anche in quello normale, il Pennywise di Skarsgard è dotato di un folle, infantile umorismo nero che lo rende ancora più inquietante di Tim Curry e anche di una sorta di "fascino" perverso, lo stesso che porta a fissare morbosamente qualcosa di disgustoso anche se razionalmente bisognerebbe distogliere lo sguardo. Aggiungo che Pennywise non è l'aspetto più agghiacciante del film, anzi. Muschietti osa l'inosabile e tocca gli intoccabili, infilando allegramente nella pellicola una sequenza pressoché ininterrotta di nefandezze assortite, alcune sbattute in faccia agli spettatori in un profluvio di gore, altre appena suggerite ma comunque da far accapponare la pelle, giocando tra l'altro in maniera subdola con chi conosce bene il libro e si aspettava alcune scene scioccanti (e NO, non sto parlando dell'"orgia". Quella non c'è, ma come può anche solo pensarlo la gente?). Anzi, nonostante adori il romanzo alla follia ho apprezzato la maggior parte dei cambiamenti, soprattutto per quel che riguarda le paure dei singoli Perdenti, alcune realizzate per esigenze di "spettacolo", come quella di Richie (ah ma Paul Bunyan è lì che osserva...), altre cambiate per offrire allo spettatore la possibilità di conoscere aspetti di Derry altrimenti impossibili da riportare su pellicola senza realizzare un girato di 40 ore.


Quindi l'It di Muschietti è un film perfetto, senza nemmeno un difettuccio? Ovviamente no, ma ciò non toglie che abbiamo davanti uno dei migliori adattamenti Kinghiani di sempre, almeno per quel che riguarda mezzo romanzo e si spera che il regista faccia il bis tra un paio d'anni, quando arriverà la seconda parte in cui i protagonisti si ritroveranno ad affrontare Pennywise con 27 anni in più sul groppone (cosa che viene spesso ironicamente citata nel film, per inciso). Tra i difetti della pellicola, salta all'occhio una scrittura frettolosa che ha reso Mike una figura bidimensionale, come se gli sceneggiatori non sapessero bene che farne. E' vero che l'"importanza" di Mike dovrebbe aumentare nel secondo capitolo e che molto di ciò che rendeva il ragazzino un outsider negli anni '50 probabilmente sarebbe suonato stridente in un film ambientato negli anni '80 però allo stesso modo ho trovato un po' deludente la sua presenza, anche perché Fukunaga con lui aveva fatto un lavoro migliore (vedi note in fondo). Così come ho trovato deludenti alcuni effetti speciali, con quel sapore di CG "finta" che già aveva inficiato la completa riuscita del lavoro precedente di Muschietti, Mama. A questi punti penso che il regista non sappia bene come connettere le riprese dal vero con gli effetti speciali più seri perché il resto del film è di una bellezza incredibile, ricco di sequenze omaggianti classici degli anni '80 che tuttavia non opprimono né stufano lo spettatore ormai saturo di questa voglia perenne di revival; in It è più una questione di atmosfera, il ritorno ai coming of age inseriti in un contesto horror/fantastico più che una rincorsa alla citazione d'annata, la riaffermazione del gruppo di ragazzini che tirano fuori le palle perché gli adulti hanno dimenticato di averle o non le hanno mai avute, troppo presi dai loro problemi per farsi carico degli "incubi" di un branco di mocciosi sfigati. Ecco, è questo che ho apprezzato maggiormente di It, al di là di tutte le idiozie assortite e faziose che si sono lette in rete: la volontà degli autori di omaggiare una storia bellissima CREANDONE una nuova, simile ma diversa, magari un pelino meno potente (pare che azzeccare il pre-finale sia piuttosto difficile ma d'altronde è risaputo che anche King non sia una cima a risolvere le sue stesse storie...) ma capace di coinvolgere tutti, sia gli amanti di Stephen King sia chi non ha mai nemmeno sentito parlare di It. Col Bolluomo accanto, stranieri in terra straniera, mi è sembrato che alla fine fossimo tutti pronti a prenderci per mano e prometterci di tornare, non tra 27 anni ma tra 2, per dare nuovamente fiducia a Muschietti e ai suoi collaboratori; nell'attesa, da brava loser/lover, io tornerò al cinema già domani, così da godermi per intero i dialoghi... sperando che l'adattamento e il doppiaggio italiani non facciano pena come al solito.


Del regista Andy Muschietti ho già parlato QUI mentre Bill Skarsgård, alias Pennywise, lo trovate QUA.

Jaeden Lieberher interpreta Bill Denbrough. Americano, ha partecipato a film come St. Vincent, Midnight Special e The Book of Henry, inoltre ha doppiato serie come American Dad!. Ha 14 anni e due film in uscita.


Nicholas Hamilton interpreta Henry Bowers. Australiano, lo ricordo per film come Captain Fantastic e La torre nera. Ha 17 anni e un film in uscita.


Jeremy Ray Taylor, che interpreta Ben, era già comparso in Ant-Man invece Jack Dylan Grazer, ovvero Eddie, ha partecipato ad uno degli episodi di Tales of Halloween e Owen Teague, alias Patrick Hockstetter, ha già fatto parte dell'universo Kinghiano grazie a quell'orrore di Cell. Anche Wyatt Oleff, che interpreta Stan, potrebbe non essere un volto nuovo per molti spettatori visto che è stato un giovane Peter Quill in Guardiani della galassia e un giovane Tremotino nella serie C'era una volta, mentre Finn Wolfhard, che interpreta Richie (e che è l'unico attore rimasto dopo che il film è passato da Cary Fukunaga ad Andy Muschietti), è ovviamente il Mike della serie Stranger Things; a tal proposito, i Duffer Brothers avrebbero voluto dirigere il film ma all'epoca delle prime fasi di produzione il loro nome era ancora poco conosciuto, quindi hanno dovuto "ripiegare" proprio su Stranger Things, uno dei migliori omaggi a King degli ultimi anni. Torno un attimo a parlare di attori dicendo che il piccolo Jackson Robert Scott, ovvero George Denbrough, dovrebbe tornare sullo schermo grazie al figlio di Stephen King, Joe Hill, in una serie TV (sempre diretta da Andy Muschietti) tratta dallo stupendo Locke & Key, dove il piccolino dovrebbe interpretare il dolce Bode Locke assieme a Megan Charpentier, che in It compare come Gret(t)a Bowie e nella serie TV dovrebbe essere invece Kinsey Locke. Passando a Pennywise, alla fine i due attori rimasti a contendersi il ruolo dopo l'abbandono di Will Poulter erano Hugo Weaving e Bill Skarsgård ma alla fine l'ha spuntata quest'ultimo in quanto Weaving non era in grado di offrire un'interpretazione che fosse anche infantile ed ironica ma faceva solo paura. Passando dagli attori ai registi/sceneggiatori, on line è disponibile lo script del 2014 scritto da Cary Fukunaga, immagino prima che lo stesso aggiungesse le scene controverse che lo hanno allontanato dal progetto (si parla di Henry Bowers che fa sesso con una capra ed eiacula su una torta di compleanno, della fusione di Stan e Richie in un personaggio di nome Richie Goldfarb, di un Pennywise nudo che si mostra ad una dei Padri Pellegrini, di una Beverly picchiata dagli amici del padre i quali, si dice, avrebbero fatto sesso con lei, del fatto che Pennywise avesse lasciato vivere Al Marsh solo per fargli molestare la figlia ogni sera e di Bowers e la sua gang che costringono delle ragazze a praticare loro sesso orale), ed è molto simile al film di Muschietti salvo per un paio di cose. Per esempio, Mike ha un ruolo ben più preponderante e il padre gli racconta dell'incendio al Punto Nero, l'"epica battaglia a sassate" diventa "l'epica battaglia con fuochi d'artificio", Al Marsh viene posseduto da It e cerca di violentare Beverly, Belch e Victor muoiono nelle fogne e la forma finale di It, così come un paio di visioni dei bambini, sono molto diverse (Stella marina coi tentacoli? Aiuto!); Muschietti è rimasto più legato al romanzo di King e avrebbe voluto inserire anche il rito del fumo nel quale Mike e Richie scoprono l'origine di It ma limiti di budget hanno purtroppo impedito la realizzazione della scena. E dopo questo infoporn praticamente infinito, mi duole informarvi che per It - Chapter II occorrerà aspettare il 2019, nel frattempo speriamo che molti degli attori che i bambini vorrebbero veder interpretare i perdenti da adulti esaudiscano le loro giovani controparti: sto parlando soprattutto con te, Jessica, ma potrebbero accettare anche Jake Gyllenhaal (Eddie), Joseph Gordon-Levitt (Stan), Chris Pratt (Ben) e Christian Bale (Bill), che dite? Il mio dreamcasting sarebbe però Casey Affleck (Stan), Ethan Embry (Ben), James Franco o Ryan Reynolds (Richie), Elijah Wood (Eddie), James McAvoy (Bill) e David Oyelowo (Mike), lascio solo Jessicona che sarebbe perfetta! ENJOY!








martedì 23 giugno 2015

Bollanteprima: E.N.D. - The Movie (2015)

Grazie ad un appello corale di Frank Manila in questi giorni ho avuto l'occasione di vedere in anteprima il film E.N.D. - The Movie, diretto nel 2015 dai registi Luca Alessandro, Allegra Bernardoni, Federico Greco (anche sceneggiatori dei vari segmenti) e Domiziano Cristopharo.


Trama: a causa di una partita di eroina tagliata male, a Roma esplode un epidemia che trasforma gli esseri umani in zombie. Col tempo il virus si estende a tutta la penisola e i rapporti numerici di vivi e morti si invertono, con risultati imprevedibili...


Come sa chi legge il mio blog ormai da qualche tempo, sono incredibilmente prevenuta verso gli horror italiani, nonostante ogni nuova proposta susciti la mia curiosità. Quest'ultima è stata la molla che mi ha spinta ad accogliere l'"appello" di Frank e ad entrare in contatto con Federico Greco che, molto gentilmente, mi ha permesso di guardare in anteprima questo E.N.D. - The Movie. Devo dire di non essermi affatto pentita della scelta perché E.N.D., pellicola indipendente finanziata in buona parte con il crowfunding, ha tantissime potenzialità e sviluppa un tema ormai inflazionato come la pandemia zombie in modo abbastanza inaspettato. Il film è diviso in quattro episodi che seguono le diverse fasi dello sviluppo del virus, ovvero Giorno zero, Giorni uno e due, Giorno 1466 e Giorno 2333; il primo è molto breve e funge da sanguinosa introduzione a tutta la vicenda, il secondo, ambientato in una peculiare agenzia di pompe funebri, circoscrive lo scoppio dell'epidemia ad un pugno di personaggi (di cui uno strettamente legato alla nascita del virus) che ricompariranno nell'ultimo capitolo mentre il terzo episodio è quello che segue una direzione più "classica" e mostra la fuga disperata di un paio di sopravvissuti, una dei quali è incinta. Proprio perché l'argomento zombie ormai è ben conosciuto sia dai fan dell'horror che dal semplice "uomo di strada" (mio zio non si perde una puntata di The Walking Dead, per dire) il bello di E.N.D. è che la sceneggiatura non si perde in lunghe, didascaliche e conseguentemente inutili spiegazioni ma lascia che sia lo spettatore a creare i collegamenti necessari partendo dai dialoghi e dalle immagini, lasciando addirittura in sospeso alcune questioni ininfluenti (per esempio, come si uccidono i morti viventi o, meglio, come si possono ferire?), cosa che aiuta a mettersi nei panni degli umani che si ritrovano all'improvviso a dover vivere sulla propria pelle l'orrore di una piaga mortale. Il film sembra volere "semplicemente" descrivere le diverse fasi di una pandemia, dallo stupore iniziale, passando per il terrore e la disperazione, fino ad arrivare (nel finale che ho adorato) ad una società completamente nuova nella quale i punti di vista vengano ribaltati e il confine tra vivi e morti si fa assai labile, cosa che rende molto difficile parteggiare per l'una o l'altra fazione.


Tecnicamente parlando, sorvolerei sul mio innato fastidio davanti alla dizione degli attori nostrani che a me, bravi o non bravi, pare sempre si trovino lì per caso e che si siano memorizzati il copione così da ripeterlo nel tono più monocorde possibile e passerei all'aspetto visivo: per quel poco che ne capisco il film è girato molto bene, sicuramente non ha quell'aria da film amatoriale tipica di tanti horror indipendenti italiani, anzi. Mi è sembrato che soprattutto i primi due episodi fossero più "visionari" e che nonostante la brevità dei segmenti si ricercasse una sorta di complessità in grado di spezzare la narrazione, inframmezzandola con flash di immagini il cui senso compiuto si verrà a scoprire col prosieguo della storia. Gli altri due segmenti sono invece più vicini all'idea di un tipico film di zombie ma, nonostante abbia molto gradito il pessimismo cosmico infuso in Giorno 1466, ho preferito di gran lunga Giorno 2333: 1466 è indubbiamente più gore e contiene le scene più scioccanti di tutto il film ma non ho apprezzato né gli attori principali (siamo sempre lì!) né quei terribili morti viventi che sembravano usciti direttamente da un videogame mentre 2333, pur fiaccato da un paio di deliranti dialoghi messi in bocca ad un personaggio trasformatosi da riluttante spacciatore a spadaccino sostenitore della purezza della razza, mi ha scioccata con una divertente trovata (sulla quale non farò spoiler) che lì per lì mi ha fatto storcere parecchio il naso, salvo poi rivelarsi una delle idee più carine dell'intera pellicola. In conclusione, nonostante i miei dubbi iniziali devo dire che E.N.D. - The Movie, pur non essendo esente da difetti, si è rivelato una visione divertente e anche molto interessante: se il buongiorno si vede dal mattino questi ragazzi faranno molta strada e, chissà, magari daranno nuova linfa al nostro cinema di genere, così fiacco ed abbruttito ma non per questo morto!


Se il post vi ha incuriositi e volete vedere E.N.D. - The Movie, sappiate che MERCOLEDI' 24 GIUGNO, ALLE 20.30, PRESSO IL MULTISALA BARBERINI DI ROMA, nell'ambito del FANTAFESTIVAL potrete assistere all'anteprima internazionale del film e conoscere gli attori principali, i registi e il cast tecnico. Io purtroppo sono un po' troppo distante dalla Capitale quindi mi limito a ringraziare di nuovo Frank Manila, Federico Greco e tutti i realizzatori di E.N.D. - The Movie per avermi dato l'opportunità di ovviare all'inconveniente con una visione casalinga! ENJOY!


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