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lunedì 8 gennaio 2024

Dream Scenario (2023)

Grazie all'imbeccata di Cassidy de La bara volante, oggi ho l'occasione di prendere due piccioni con una fava: fare gli auguri al mitico Nicolas Cage (che ieri ha compiuto ben 60 anni!) e recuperare un film talmente bistrattato dalla distribuzione che nemmeno il cinema d'élite di Savona lo ha programmato, ovvero Dream Scenario, diretto e sceneggiato nel 2023 dal regista Kristoffer Borgli.


Trama: Paul, insegnante di biologia, sposato e con due figlie, comincia inspiegabilmente ad apparire nei sogni delle persone e la sua vita ne viene stravolta...


Siccome il post nasce in occasione del compleanno del nostro Nic Cage, vorrei cominciare con una nota di biasimo rivolta alla I Wonder Pictures, che sul manifesto italiano ha messo questa citazione tratta da un articolo dell'Hollywood Reporter: "Una performance davvero esilarante. Nicolas Cage non è mai stato così divertente". Ora, va bene invogliare la gente ad andare a vedere i film, ci sta cavalcare la moda dei meme dedicati al nostro, ma quel che penso è che l'Hollywood Reporter non abbia capito Dream Scenario, mentre i responsabili marketing della I Wonder Pictures non l'abbiano nemmeno visto. Il personaggio di Cage a me è sembrato tutto meno che divertente, fin dall'inizio. Anzi, a essere sincera mi ha causato un misto di pena e fastidio assai simile a quello provato davanti alla protagonista di Sick of Myself, altra pellicola di Kristoffer Borgli con la quale Dream Scenario condivide parecchi aspetti. Paul Matthews è una persona ordinaria e dimenticabile, dalla vita altrettanto ordinaria e dimenticabile; è come il protagonista de La vita è meravigliosa, non gli manca nulla ma non ha nemmeno quella scintilla che rende speciale lui o le sue giornate e, come la Signe di Sick of Myself, non sopporta di non essere diventato famoso. Sì, vederlo farsi bello davanti alla moglie dopo un colloquio disastroso o cercare mezzucci per capire se la ex è ancora interessata a lui strappa un sorriso e la stessa cosa accade quando Paul comincia a comparire nei sogni delle persone come una presenza "inutile", un mero voyeur delle fantasie altrui, senza polso nella vita come nella dimensione onirica, ma Dream Scenario fa presto a cambiare registro e sbattere in faccia allo spettatore quanto sia facile venire masticati e sputati da una fama costruita sul nulla. Finché Paul si limita a comparire nei sogni, con la sua faccetta rassicurante (cit.), le persone lo trattano come una star e ogni porta gli viene spalancata, e nessuno (lui per primo) si impegna a capire il motivo dello strano fenomeno; quando è la sua stessa vita a diventare un incubo, alimentato dalla paura di chi inizia a vederlo come un mostro, non c'è modo di fermare il disastro o di recuperare anche l'"insoddisfacente" bellezza della normalità, con conseguenze angoscianti e tristissime. Per quanto mi riguarda, Dream Scenario nella sua interezza, ma specialmente nell'ultimo atto, è un'opera di modernissima tristezza, una spietata rappresentazione del male di vivere e della pressione sociale che siamo tutti costretti a subire quotidianamente, e l'ultima sequenza in particolare mi ha fatta sciogliere in lacrime.


Nicolas Cage, il festeggiato, è stato giustamente nominato ai Golden Globes. Non vincerà, anche perché tra i suoi contendenti ci sono Giamatti, Damon e Phoenix, ma la sua interpretazione è una delle migliori degli ultimi anni, un ritorno alla triste, goffa quintessenza dell'uomo medio(cre) che me lo aveva fatto amare in film come Il ladro di orchidee e Al di là della vita: Paul trasuda da ogni poro la volontà di essere celebrato per qualcosa di più, è imbarazzante nei suoi tentativi di elargire sorrisi accattivanti, alimenta un'empatia infinita quando le sue labbra si muovono nel tentativo di dire qualcosa di intelligente o "potente", invano. Cage si contiene e mostra il dito medio a tutti quelli che si sarebbero aspettati il suo overacting, diventando così un perfetto Paul, un protagonista che delude costantemente le aspettative e a cui sembra quasi venga negata ogni possibilità di sfogarsi, sempre schiacciato da qualcosa, persino in un finale talmente poetico e surreale che sembra essere stato preso di peso da un film di Spike Jonze. A tal proposito, Kristoffer Borgli è sulla buona strada per diventare un regista tra i più quotati. Le scene oniriche sono deliziosamente surreali ma mai "esagerate", e la realtà, soprattutto dal secondo atto in poi, prende la connotazione di un sogno grazie a riprese grandangolari ed inquadrature sghembe che lasciano quella sensazione che si prova dopo essersi appena svegliati, ancora intrappolati nelle maglie di un incubo restio ad abbandonare la nostra coscienza. Rispetto a Sick of Myself mi è sembrato che lo stile di Borgli, sia a livello di regia che di sceneggiatura, si sia affinato ancora di più, sacrificando forse un po' di quella rozzezza indipendente e volutamente sgradevole che aleggiava sulla sua pellicola precedente, ma senza indebolire la sua modernissima critica sociale. Nell'attesa del suo prossimo lavoro, vi consiglio Dream Scenario in quanto è uno dei film più belli dell'anno passato e faccio di nuovo gli auguri a Nicolas Cage, di buon compleanno e di altre mille pellicole così interessanti!  


Di Nicolas Cage (Paul Matthews), Julianne Nicholson (Janet Matthews), Dylan Baker (Richard) e Michael Cera (Trent) ho già parlato ai rispettivi link.

Kristoffer Borgli è il regista e sceneggiatore della pellicola. Norvegese, ha diretto il bellissimo Sick of Myself, che potete trovare su MUBI. Anche montatore, attore e produttore, ha 39 anni. 


E ora, un po' di trivia: Dream Scenario è prodotto dalla A24 ed Ari Aster, che in origine avrebbe dovuto dirigere il film con Adam Sandler come protagonista; Marc Coppola, fratello di Nicolas Cage, interpreta Sidney, l'ospite a cena di Richard che somiglia tanto a Paul. Prima di scappare, non dimenticate di leggere anche l'omaggio dei miei altri colleghi!!

Il Zinefilo affronta “L'ultimo dei templari”:

Non quel Marlowe presenta, "Cagis Salomonis: la Clavicola di Nicolas Cage!"

La Bara Volante a caccia di tesori con “Il mistero dei Templari - National Treasure”:

"Knowing" sulle pagine di Vengono fuori dalle fottute pareti:

domenica 12 maggio 2019

Ted Bundy - Fascino criminale (2019)

Spinta da un trailer intrigante, non ho potuto fare a meno di recuperare Ted Bundy - Fascino criminale (Extremely Wicked, Shockingly Evil and Vile), diretto dal regista Joe Berlinger.


Trama: Ted Bundy, studente di legge legato a una ragazza con figlia a carico, viene fermato dalla polizia per una semplice infrazione stradale e finisce processato per mezza dozzina di terrificanti omicidi.


Lo so, lo hanno già fatto tutti ma sapete che ho una (de)formazione "linguistica", pertanto non posso non soffermarmi sull'orrore di un titolo italiano sbagliatissimo per cominciare a parlare di Ted Bundy - Fascino criminale, perché l'adattamento nostrano offre una chiave di lettura del film completamente errata. Extremely Wicked, Shockingly Evil and Vile è una definizione estrapolata direttamente dal processo a Ted Bundy, riferita alla natura dei suoi crimini. Estremamente malvagia, in primis. Quasi sovrannaturale, un male disumanizzato, da orco delle fiabe, tanto da non sembrare nemmeno possibile, atto a recare alle vittime quanto più danno possibile. Nell'accezione italiana, Wicked e Evil avrebbero anche potuto accorparli in un Estremamente, terribilmente malvagio, in realtà c'è differenza tra wicked ed evil: l'uno viene utilizzato per il male compiuto verso altri, l'altro è pertinente alla sfera della moralità, ma non stiamo a spaccare il capello. Arriviamo a Vile. Come in italiano. Vile, abietto, spregevole, ignobile. Quindi estremamente, terribilmente malvagio e ignobile. Questo era Ted Bundy. Questi erano i suoi crimini. Definizione di fascino: potenza di attrazione e seduzione. Se ad esso si aggiunge "criminale", mi da ad intendere che qualcuno possa trovare affascinante l'idea di un pazzo che, nel tempo, ha ucciso, stuprato e mutilato almeno una trentina di giovani donne, che teneva alcune delle loro teste mozzate come trofeo, che, non pago, talvolta ha infierito sessualmente anche sui cadaveri. Un titolo simile mi fa pensare che, consapevoli di tali aberranti azioni, le donne americane lanciassero comunque mutandine addosso a Bundy, oppure che quest'ultimo sia stato connotato come antieroe romantico nel sentire comune, un po' come un Clyde Barrow qualsiasi, ma non c'è UN SOLO minuto di tutto il film in cui si percepisce una cosa simile, per fortuna.


E' vero, verissimo, che Joe Berlinger mostra interviste di ragazze incapaci di convincersi di come quel bel ragazzo dal modo di fare spigliato e gentile possa essere un serial killer efferato, ed è anche vero che Carole Ann Boone ha scelto di sposarlo durante il processo, ma queste scelte ed opinioni non nascono dal fascino: nascono, appunto, dall'incapacità di credere, a prescindere da tutte le prove disponibili, ché la teoria del GomBloDDoH non è qualcosa nata ora su internet. Un'incapacità (o, meglio, mancanza di volontà) di credere che non ha impedito comunque a Elizabeth Kloepfer, all'epoca fidanzata con Bundy, di sospettare e superare ogni tipo di sentimento davanti a coincidenze un po' troppo grandi per poter essere ignorate. E, aggiungo, il Ted Bundy del film avrà anche il visetto di Zac Efron ma non è affascinante per niente, anzi. Nonostante non venga mai mostrato Bundy nell'atto di compiere i suoi crimini, lasciando così virtualmente il beneficio del dubbio almeno fino alla fine, il ritratto che emerge è quello di un ragazzo pieno di sé, strafottente, consapevole di essere bello e pronto ad esibirsi in numeri di inaudita, ridicola sfacciataggine anche per un sistema giudiziario consacrato allo spettacolo come quello americano ma tuttavia incapace di convincere poliziotti, avvocati e giudici, convinti a ragione di avere davanti agli occhi un mostro di una malizia immane. Il risultato è sconvolgente perché uno pensa all'esagerazione dello strumento cinematografico e poi si trova a dover testimoniare come molte delle intemperanze di Bundy, riportate sui titoli di coda attraverso filmati d'epoca, fossero vere, reali quanto l'allegria guascona mostrata nelle interviste, da far accapponare la pelle.


Merito di uno che l'argomento lo conosce bene, visto che il regista Joe Berlinger ha sfornato per Netflix anche la serie Conversazioni con un killer: il caso Bundy, che non mancherò di recuperare nei prossimi giorni. Il regista ha scelto l'approccio psicologico e giudiziario, lasciando da parte l'efferatezza, affidando interamente il dolore e lo sconcerto delle vittime alla Liz Kendall della brava Lily Collins, fanciulla uscita indenne fisicamente dalla relazione con Bundy ma completamente annientata nell'animo al pari dell'altra povera crista che si è ritrovata a sostituirla, ingannata dal bel Ted tanto da aiutarlo in tribunale e condannare una bambina a portare il suo stesso cognome. Tra canzoni inserite qui e là ad hoc, sapienti ricostruzioni processuali, flashback inquietanti e confronti al cardiopalma, mai mi sarei aspettata di dover ammettere che Zac Efron è un Ted Bundy perfetto, terribilmente inquietante nel suo atteggiamento da bravo ragazzo piacione e capace di mangiarsi tutto il resto del pur valido cast. L'unico a cui, se permette, non gliela si mena, è un meraviglioso John Malkovich che compare poco ma lascia il segno (e pensare che il giudice vero era realmente così caustico, severo, scoglionato ma giusto come lo interpreta Malkovich) anche più del protagonista. In soldoni, film interessante e godibilissimo, con un unico, enorme difetto: è stato distribuito ovunque su Netflix, che lo produce, tranne in Italia, dove ovviamente potete trovarlo in ben pochi cinema oltre che mal titolato. C'è solo da sperare che la piattaforma on line se l'accaparri presto anche da noi, soprattutto perché visto in lingua originale rende ovviamente molto di più.


Di Lily Collins (Liz Kendall), Zac Efron (Ted Bundy), Jeffrey Donovan (John O'Connell, avvocato difensore dello Utah), Dylan Baker (David Yocom, pubblico ministero dello Utah), Haley Joel Osment (Jerry), Brian Geraghty (Pubblico difensore Dan Dowd), Jim Parsons (Pubblico ministero Larry Simpson) e John Malkovich (Giudice Edward D. Cowart) ho parlato ai rispettivi link.

Joe Berlinger è il regista della pellicola. Americano, ha diretto film come Il libro segreto delle streghe: Blair Witch 2 prima di convertirsi ai documentari, tra i quali segnalo Paradise Lost 3: Purgatory e Conversazioni con un killer: il caso Bundy. Anche produttore, attore e sceneggiatore, ha 58 anni.


Kaya Scodelario interpreta Carole Anne Boone. Inglese, ha partecipato a film come Moon e Pirati dei Caraibi - La vendetta di Salazar. Ha 27 anni e due film in uscita tra cui Crawl.


James Hetfield, cantante dei Metallica, compare per la prima volta nel ruolo di attore come Bob Hayward, un poliziotto. Se la figura di Ted Bundy vi interessa, parecchi film e serie si sono dedicati a lui: Il mostro, film per la TV del 1986, Ted Bundy, Ted Bundy - Il serial killer e Bundy, più virato sull'horror e con Kane Hodder tra i protagonisti, senza dimenticare ovviamente Conversazioni con un kiler: il caso Bundy, diretto sempre da Joe Berlinger e disponibile su Netflix. ENJOY!

venerdì 12 maggio 2017

Miss Sloane (2016)

Avrebbe dovuto uscire la scorsa settimana in tutta Italia (ma a quanto pare si è perso nei meandri della distribuzione) Miss Sloane, diretto nel 2016 dal regista John Madden, film recuperato esclusivamente per la presenza di Jessica Chastain e rivelatosi inaspettatamente bello.


Trama: Elizabeth Sloane è una delle lobbiste più quotate sul mercato, spregiudicata e senza scrupoli. La sua stessa carriera viene però messa in pericolo quando decide di accettare un lavoro in diretto contrasto con la lobby delle armi, atto a spingere i senatori ad approvare una legge per il controllo dei precedenti dei privati che le acquistano e ne fanno uso.



Prima di cominciare la parte positiva del post è necessario che ammetta di avere avuto MOLTA difficoltà a superare la prima, logorroica e complicata mezz'ora di Miss Sloane. Innanzitutto, e viva l'ignoranza, il termine "lobbista" mi era familiare ma evocava echi di corruzione e criminalità, mentre la sua accezione americana è assimilabile a quella di qualcuno che si occupa di pubbliche relazioni, creando l'ambiente ideale affinché politici et simili possano prendere decisioni in accordo coi grandi elettori o con rappresentanti di poteri forti. Quindi sì, obiettivamente il termine "lobbista" continua ad essere espressione di qualcosa di poco "pulito" in quanto i politici dovrebbero agire nell'interesse dei cittadini e non di entità non meglio definite e dotate di soldi, PERO' è anche vero che i senatori americani non dovrebbero ricavare NULLA dalle concessioni a questa o quell'altra fazione, in base ad una legge che ne regola l'etica, quindi i lobbisti, come ho detto più sopra, virtualmente sarebbero assimilabili ai PR. Virtualmente, ovvio. In un mondo ideale. Di sicuro Elizabeth Sloane, la Miss protagonista del film a cui da il nome, non è l'espressione di una moralità adamantina ed è talmente determinata a raggiungere i suoi obiettivi da non guardare in faccia a nessuno quando si tratta di far vincere la fazione che l'ha assunta, nemmeno quando si tratta di convincere i senatori ad approvare una legge che controlli i precedenti di chi acquista delle armi. Pur essendosi votata ad una causa positiva, miss Sloane si avvale infatti di metodi poco ortodossi, al limite dell'illegalità (come lo spionaggio) o dell'immoralità (sfruttare il tragico passato di una sua collaboratrice gettandola sotto i riflettori a sua insaputa), risultando così fredda e pericolosa quanto le armi di cui vorrebbe limitare l'uso oltre che meschina quanto i membri della cosiddetta lobby delle armi, un personaggio insomma col quale è difficile empatizzare ma al cui carisma non si riesce a rimanere indifferenti, affatto. Per di più, la sceneggiatura verte sull'annosa questione del Secondo Emendamento della Costituzione americana, che protegge il diritto delle persone di possedere armi e addirittura di portarle con sé, ed è scritta in modo da non dare un giudizio definitivo sul problema, preferendo lasciare allo spettatore la possibilità di considerare i pro e i contro di una simile libertà, profondamente radicata nella natura "di frontiera" degli Stati Uniti.


Detto ciò, si può tranquillamente affermare che Miss Sloane poggi interamente sulla superba interpretazione di Jessica Chastain, talmente valida che mi chiedo come mai non sia riuscita a superare gli standard dell'Academy (altra bella dimenticanza, assieme alla Amy Adams di Arrival). La bella rossa si carica sulle spalle un'interpretazione non facile, quella di una "macchina da guerra" apparentemente priva di sentimenti e interamente concentrata su sé stessa e sul lavoro, che si concede pochissimo alle aperture minime di una sceneggiatura per nulla conciliante o positiva, dove tutti prima o poi fanno una figura ben meschina, persino i personaggi più "innocenti"; l'incredibile bellezza della Chastain la rende ancora più distante dai comuni mortali e risulta così difficile per lo spettatore sentirsi vicino ad una donna così forte e potente che, nonostante l'aspetto, punta interamente su intelligenza, carisma e capacità di previsione, scrollandosi di dosso i rari momenti di debolezza come se fossero dei difetti di programmazione (diciamo che talvolta il ruolo sembra scritto per un uomo o per un essere totalmente asessuato, questo è l'unico difetto reale del film se vogliamo tenere da conto un punto di vista "femminista" che, peraltro, viene messo alla berlina come tutto il resto dell'establishment politico-sociale americano). Il cast di supporto è altrettanto valido, a partire dall'impronunciabile Gugu Mbatha-Raw e Mark Strong, i due che sicuramente saltano più all'occhio, passando per quel Michael Stuhlbarg che di nascosto impreziosisce tutte le pellicole che lo vedono presente per arrivare a due vecchi leoni come John Lithgow e Sam Waterston, attori che è sempre un piacere vedere sul grande e piccolo schermo. In tutta sincerità, compiango un po' gli adattatori e i doppiatori che dovranno rendere in italiano una sceneggiatura così verbosa e difficile, zeppa di termini tecnici che nella nostra lingua neppure esistono, eppure vi consiglierei lo stesso di "provare" Miss Sloane e di non farvi spaventare né dalla difficoltà dell'argomento trattato né dall'aria vagamente "Trumpista" che si respira per tutta la pellicola, specchio di tempi negativi (il film in america è uscito proprio a ridosso delle elezioni presidenziali e secondo me ne incarna tutto il pessimismo e lo "schifo") che purtroppo non sono ancora passati... e forse non passeranno mai.


Di Jessica Chastain (Elizabeth Sloane), Gugu Mbatha-Raw (Esme Manucharian), Michael Stuhlbarg (Pat Connors), John Lithgow (Ron M. Sperling), Mark Strong (Rodolfo Schmidt), Alison Pill (Jane Molloy), Douglas Smith (Alex), Sam Waterston (George Dupont) e Dylan Baker (Moderatore) ho già parlato ai rispettivi link.

John Madden è il regista della pellicola. Inglese, ha diretto film come Shakespeare in Love, Il mandolino del capitano Corelli, Marigold Hotel e Ritorno al Marigold Hotel. Anche produttore e sceneggiatore, ha 68 anni.


Se Miss Sloane vi fosse piaciuto recuperate Jerry Maguire, Il candidato, Tutti gli uomini del presidente e Thank You for Smoking. ENJOY!


domenica 22 febbraio 2015

Selma - La strada per la libertà (2014)

Stasera verranno consegnati i premi Oscar e, nonostante i post debbano ancora uscire, io ho fatto del mio meglio per guardare praticamente tutti i film che concorreranno a qualche statuetta "importante". L'ultimo in ordine di tempo è stato Selma - La strada per la libertà (Selma), diretto nel 2014 dalla regista Ava DuVernay e candidato a due Oscar, uno per il Miglior Film e uno per la Miglior Canzone, Glory.


Trama: nel 1965, Martin Luther King si batte affinché i neri ottengano il diritto di voto e la chiave del movimento di protesta è riuscire ad organizzare una pericolosa, benché pacifica, marcia da Selma a Montgomery, in Alabama.


Selma è un film che mi incuteva timore, come tutte le pellicole che, in qualche modo, hanno a che fare con delle figure storiche moderne. Alla matematica certezza di perdermi nei nomi e nelle date, infatti, si aggiunge di solito la paura di avere davanti una mattonata retorica della peggior specie e questo Selma, che aveva anche troppi legami col pesantissimo The Butler - Un maggiordomo alla Casa Bianca, sembrava davvero averne tutte le caratteristiche. Fortunatamente esiste Lucia, con la quale di solito mi trovo assai d'accordo in fatto di gusti, che ha cominciato a magnificare il film subito dopo averlo visto spingendomi così a recuperarlo, cosa che mi ha permesso di guardare uno dei migliori biopic in un anno che è stato anche troppo pieno di esempi mediocri del genere. Lungi da essere una menosissima prosopopea sul razzismo e sugli ideali di Martin Luther King, Selma è innanzitutto un film su un uomo. Un uomo sulle cui spalle un'intera comunità ha posato desideri, speranze, paure e odio, pretendendo che lui se ne facesse carico, senza mai sbagliare, senza mai tirarsi indietro, accompagnando i suoi sostenitori verso una battaglia contro dei mulini a vento che avrebbero intimorito lo stesso Don Chisciotte. Il film si intitola Selma e non "King" proprio per questo motivo; la cittadina di Selma e la marcia fino a Montgomery, sono lo snodo cruciale da cui si dipanano tutti i dubbi e le incertezze di Martin Luther King, afflitto da problemi personali, incalzato dai ragionamenti non interamente sbagliati del presidente Johnson (vero è che il vecchio testone cercava di accontentare i bianchi cercando di procrastinare le leggi elettorali ma non era neppure sbagliato concentrarsi prima su problemi come l'ignoranza e la povertà) e sconvolto dalla consapevolezza di avere sulle mani il sangue di molti suoi "fratelli neri" morti nel tentativo di resistere pacificamente ai soprusi e manifestare per i propri diritti in uno stato, l'Alabama, ancora profondamente razzista. King viene così quasi interamente spogliato del suo ruolo di icona e Selma diventa un film corale in cui, giustamente, molti uomini e donne "grandi" ma anche "semplici" influenzano in qualche modo le scelte del protagonista facendo la Storia come noi la conosciamo.  


Selma può vantare una bella sceneggiatura dunque, scorrevole ed emozionante, non banale, una vicenda interpretata magistralmente da tutti gli attori coinvolti a cominciare da un intenso David Oyelowo che riesce ad incarnare perfettamente il lato umano di Martin Luther King, ma anche tutti i personaggi "di contorno" (che, come ho detto sopra, di contorno non sono) finiscono ognuno per ritagliarsi un piccolo spazio importante e ben definito, risultando tridimensionali e credibili quanto il protagonista. Detto questo, tutti quelli che hanno visto Selma saranno però d'accordo col fatto che la mancata candidatura di Ava DuVernay per la regia è stata uno scandalo di proporzioni epiche, perché al di là della sceneggiatura (alla quale peraltro ha messo mano anche la DuVernay sebbene non venga accreditata) e degli attori sono molte le sequenze che rimangono nel cuore dello spettatore dopo la visione del film. L'aggressione dei manifestanti durante la prima marcia verso Montgomery, con le violente figure dei poliziotti che emergono dalle nebbie dei gas lacrimogeni per colpire le persone indifese, ha un sapore horror, quasi post-apocalittico, ed è girata con rara maestria ma è solo l'esempio più eclatante (o meglio, quello che più mi ha colpita) di una pellicola che è piena di bellissime immagini, dove l'equilibrio della composizione e un sapiente uso delle luci si fondono per sottolineare sia i momenti salienti che quelli solitamente ritenuti "di passaggio". A questo proposito, ho molto apprezzato, per esempio, le immagini che accompagnano le inevitabili scritte in sovraimpressione che riassumono il destino dei protagonisti alla fine del film, montate assieme in un modo troppo particolare per essere casuale, arrangiate in modo diverso per ogni personaggio. Davanti a tanta bravura trovo quindi ancora più scandaloso il contentino offerto al film per la moscia canzone Glory che accompagna i titoli di coda, forse la parte più debole di una colonna sonora altrimenti assai azzeccata. Peccato davvero: Selma - La strada della libertà è un grandissimo film e meriterebbe, oltre ad una visione assicurata, molti dei riconoscimenti che sono stati accordati a pellicole ben più celebrate che, al confronto, risultano mediocri. Maledetta Academy, maledetta!


Di David Oyelowo (Martin Luther King Jr.), Tom Wilkinson (Lyndon B. Johnson), Giovanni Ribisi (Lee White), Dylan Baker (J. Edgar Hoover), Tim Roth (Governatore George Wallace), Jeremy Strong (James Reeb), Cuba Gooding Jr. (Fred Gray), Alessandro Nivola (John Doar) e Martin Sheen (Frank Minis Johnson) ho già parlato ai rispettivi link.

Ava DuVernay è la regista della pellicola. Americana, ha diretto film come I Will Follow e Middle of Nowhere. Anche produttrice, sceneggiatrice e attrice, ha 42 anni e un film in uscita.


Oprah Winfrey interpreta Annie Lee Cooper ed è anche la produttrice della pellicola. "Donna più potente d'America" e conduttrice storica dell'Oprah Winfrey Show, come attrice la ricordo per film come Il colore viola e The Butler - Un maggiordomo alla casa bianca; inoltre, ha partecipato a serie come 30 Rock e doppiato film come La principessa e il ranocchio. Anche sceneggiatrice, ha 60 anni.


Ruben Santiago-Hudson interpreta Bayard Rustin. Americano, ha partecipato a film come Il principe cerca moglie, L'avvocato del diavolo, Shaft e a serie come NYPD; come doppiatore, ha lavorato per la serie Gargoyles. Anche sceneggiatore e produttore, ha 58 anni.


Colman Domingo interpreta Ralph Abernathy. Americano, ha partecipato a film come Lincoln, The Butler - Un maggiordomo alla casa bianca e a serie come Nash Bridges. Ha 45 anni e un film in uscita.


Wendell Pierce interpreta il reverendo Hosea Williams. Americano, ha partecipato a film come Sono affari di famiglia, Malcom X, Può succedere anche a te, Sleepers, Come ammazzare il capo... e vivere felici e a serie come Tutto in famiglia, Numb3rs e The Michael J. Fox Show. Anche produttore, ha 51 anni e due film in uscita.


In origine il film avrebbe dovuto essere diretto da Lee Daniels (altri interessati erano Steven Spielberg, Stephen Frears, Spike Lee e Michael Mann) e il cast comprendeva Hugh Jackman nel ruolo dello sceriffo Jim Clark, Liam Neeson in quello di Lyndon Johnson, Robert De Niro come George Wallace e Lenny Kravitz come Andrew Young; dopo che il progetto è passato ad Ava DuVernay l'unico ad avere mantenuto la parte è stato David Oyelowo, che fin dall'inizio era stato designato come Martin Luther King Jr. (sebbene Lee Daniels non lo ritenesse adatto). Detto questo, se Selma vi fosse piaciuto recuperate Grido di libertà, Malcom X e The Butler - Un maggiordomo alla casa bianca. ENJOY!


lunedì 24 ottobre 2011

Trick'r Treat (2007)

Tutte le volte che penso che l’horror USA sia ormai morto e sepolto, spuntano fuori chicche che mi portano a dargli ancora qualche speranza, come questo bellissimo Trick’r Treat, diretto nel 2007 dal regista Michael Dougherty. E siccome il film è bello e tra poco è Halloween... perché non approfittarne?



Trama: mentre una piccola cittadina americana festeggia la notte di Halloween, per le strade e nelle case si intrecciano diverse storie, sotto lo sguardo attento di un misterioso bimbo incappucciato. Una ragazza vorrebbe togliere le spettrali decorazioni anzitempo; un preside cerca di insegnare ad un suo alunno il rispetto delle tradizioni; dei bambini vanno ad esplorare un luogo che, anni prima, era stato teatro di una terribile tragedia; una ragazza deve trovare un accompagnatore per la festa, senza sapere che in città circola un vampiro assetato di sangue; un vecchio misantropo solitario riceve visite inaspettate.



Era da parecchio che un horror non mi entusiasmava tanto come è riuscito a fare Trick’r Treat. Il fatto è che adoro i film composti da più storie in qualche modo collegate le une alle altre, soprattutto di questo genere, ovviamente, e a parte i vecchi Creepshow o I delitti del gatto nero (che tuttavia sono ancora diversi in quanto a struttura…) spesso e volentieri i risultati sono deludenti. Trick’r Treat invece è praticamente perfetto, e riesce a mantenere alto l’interesse, la tensione e la sorpresa dall’inizio alla fine, seguendo un unico, sanguinoso e saggio fil rouge: in una notte “magica” come quella di Halloween non è consigliabile farsi beffe delle tradizioni o non conoscerle, perché nulla è quello che sembra. Scavando un po’ più a fondo, troviamo anche una sana critica alla commercializzazione di feste che hanno radici antichissime e che col tempo si sono banalizzate a tal punto che nessuno o quasi ricorda da cosa deriva la tradizione di intagliare zucche e farne lanterne, oppure di richiedere un dolcetto per evitare lo scherzetto… male!, perché i protagonisti del film ne pagheranno le conseguenze.



Parlando della struttura e delle storie di Trick’r Treat, diciamo che le più inquietanti sono l’introduzione e quella finale, mentre le altre puntano un po’ di più sul grottesco e l’ironico, tranne quella dedicata ai bambini che invece è più crudele e malinconica. A me sono piaciute molto tutte, a dir la verità, non riesco a dire onestamente quale sia la mia preferita (forse servirebbe una seconda visione), ma la cosa bella è che in ognuna c’è un rimando alle altre e che seguirle, nonostante svariati salti temporali e didascalie che ci portano indietro nel tempo, non è affatto difficile. La realizzazione dell’intero film, poi, è decisamente di qualità superiore. L’introduzione ci mostra dapprima un piccolissimo schermo anni ’50 dove scorrono immagini che ci raccontano la storia del vero Halloween, subito sommerse dai titoli animati di Trick’r Treat, che ci presentano elementi di tutti gli episodi contenuti nel film come se fossero parte di quelle vecchie raccolte di fumetti horror. Da lì in poi è un trionfo di nero ed arancione, i colori della festa di Ognissanti, che avvolgono una fotografia pulitissima e nitida, regalandoci immagini da fiaba dark popolate da zucche, lumini e nebbia, con l’unica eccezione di un flashback diurno, dai toni ammorbiditi e quasi sgranati tipici di una vecchia pellicola casalinga.



Gli effetti speciali ci sono, sono molto belli ma vengono anche usati con parsimonia. Spettacolare il finale della storia di “Cappuccetto Rosso” (anche grazie all’utilizzo della Sweet Dreams di Marilyn Manson, una colonna sonora azzeccatissima!), dove gli artisti del makeup hanno davvero dato il bianco, come si suol dire, e delizioso anche il Jack O’Lantern dell’ultimo episodio, assolutamente inquietante. Quanto agli attori, per una volta non sono affatto irritanti, né stupidi, né banali, neppure quelli “adolescenti”, per così dire. Voto dieci al vecchio leone Brian Cox e anche all’attore Dylan Baker, che interpreta il personaggio più ambiguo ed esilarante di tutta la pellicola. Aggiungo il personale apprezzamento per la scelta di abbondare con l’ironia nera, tanto da rendere Trick’r Treat una sorta di ibrido in perfetto equilibrio tra la black comedy e l’horror tout court. Consigliato spassionatamente, e non solo ad Halloween!



Di Brian Cox, qui nei panni di Mr. Kreeg, ho già parlato qua.

Michael Dougherty è il regista e sceneggiatore della pellicola che è anche il suo primo (e per ora unico) film. Americano, anche sceneggiatore, attore e produttore, ha 37 anni.



Anna Paquin interpreta Laurie. Canadese, ha conquistato l’Oscar come miglior attrice non protagonista giovanissima, con lo splendido Lezioni di piano, e poi è finita nel cast dei primi tre X – Men a vestire i panni di uno dei personaggi più amati dai fan, la sfortunata Rogue. Tra gli altri suoi film ricordo Jane Eyre, Bugie, baci, bambole & bastardi, La 25esima ora e Scream 4 (che devo ancora vedere!!). Anche produttrice, ha 29 anni e tre film in uscita.  



Dylan Baker interpreta Steven. Americano, ha partecipato a film come The Cell – La cellula, Era mio padre, Spider Man 2 e Spider Man 3, oltre a serie come Miami Vice, Oz, CSI, Ugly Betty e Dr House. Ha 52 anni e tre film in uscita.



Leslie Bibb interpreta Emma. Americana, ha partecipato a film come Talladega Nights: The Ballad of Ricky Bobby, Iron Man e Iron Man 2, oltre a serie come Quell’uragano di papà, E.R. Medici in prima linea, Nip/Tuck e CSI: Miami. Anche produttrice, ha 37 anni e due film in uscita.



Tra gli attori, segnalo la presenza di Tahmoh Penikett, che interpreta uno dei due fidanzati nell’introduzione (era lo sbirro che si alleava con Echo nella serie Dollhouse). Se Trick’r Treat vi fosse piaciuto, consiglierei la visione di un'altra divertente pellicola “a tema”, Giovani diavoli. Intanto, io vi lascio con un inquietante corto animato diretto dallo stesso regista, Season’s Greetings, del 1996, da cui è stato tratto il film recensito (che mi pare passassero tempo addietro o su MTV o su quel contenitore di corti che, di tanto in tanto, trasmettevano su Italia Uno...). ENJOY!!!

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