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mercoledì 9 aprile 2025

Holland (2025)

Siccome Fresh mi era piaciuto molto, appena è uscito su Prime Video il film Holland, della regista Mimi Cave, mi ci sono fiondata senza pensarci due volte. Occhio perché il post conterrà qualche spoilerino, quindi se non avete ancora visto Holland, guardatelo poi tornate qui.


Trama: Nancy vive nella fiabesca cittadina di Holland assieme al marito Fred e al figlioletto Harry. La sua è una vita da sogno, almeno finché, cercando un orecchino scomparso, la donna non comincia a sospettare che Fred le nasconda qualcosa...


Galeotto fu un orecchino. Un piccolissimo oggetto è tutto ciò che serve a Nancy per rimettere in discussione la sua vita. Ma diciamo che l'orecchino è la goccia che fa traboccare il vaso, l'incarnazione tangibile di un sassolino nella scarpa che Nancy magari non avverte coscientemente, ma che la porta ad avere tremendi incubi la notte, visioni di un'oscurità claustrofobica, di acque che la inghiottono trascinandola a fondo. Nancy è la tipica moglie di Stepford (è un caso che abbiano scelto la Kidman per il ruolo della protagonista? Io penso di no) e vive in una deliziosa cittadina dove tutti sono amici, i pochissimi outsider sono tenuti saldamente a bada, ogni cosa richiama le immagini da cartolina di un'Olanda che non esiste ma che viene celebrata da festival, tradizioni e ricette. Nancy è apparentemente molto grata della vita che ha. DEVE essere grata, in effetti, perché qualcosa nel suo passato, che non verrà mai rivelato precisamente al pubblico, ha fatto sì che toccasse a Fred salvarla e darle un posto dove stare, degli obiettivi... un ruolo. Eppure, come ho scritto prima, il sassolino c'è, e di solito le mogli di Stepford cominciano il loro percorso di liberazione "giocando" a fare le detective, fondamentalmente per vincere la noia (taciuta, mi raccomando!) di una vita perfetta e sempre uguale. Se poi a dare una mano nell'eccitante indagine ci si mette anche un collega carino, outsider a sua volta poiché proveniente nientemeno che da un posto esotico come il Messico, alla smania da investigatrice si aggiunge il "pensiero stupendo" di una scappatella, perché forse nemmeno la vita sessuale matrimoniale è idilliaca come ci si è costretti a credere. Ma questa, se vogliamo, è la parte meno interessante di un film che diventa prevedibile in ogni suo plot twist, poiché attinge a piene mani da una tradizione consolidata e che, a un certo punto, diventa quasi la fotocopia del racconto Un bel matrimonio di Stephen King. Ciò che avrei voluto maggiormente indagato, e che invece diventa la coda di un finale aperto un po' pasticciato, è il dramma psicologico della protagonista, "bloccata" anche nel momento della liberazione dalla "programmazione" impartitale non solo da Fred, ma dall'intero sistema sociale di Holland. Nonostante tutto, Nancy decide di continuare a fare finta di niente, dopo essersi cullata per settimane nei sogni infantili di un principe azzurro sexy intervenuto a salvarla da un marito fedifrago. Questo perché Fred è qualcosa di peggiore, e non è tanto il desiderio di preservare il figlioletto da un orribile trauma a spingerla, quanto la speranza di tornare alla sua vita da sogno, a un innegabile agio economico, a una routine che annebbia la mente e non fa pensare. Sicuramente meglio venire compatita perché cornuta, che vedersi togliere tutto perché il marito è un serial killer.


Holland
, dunque, pecca in ciò che l'avrebbe reso ben più interessante, nell'approfondimento dei personaggi. Non solo di Nancy, scelta già di per sé un po' criminale, ma anche del collega Dave, a sua volta uomo dal passato misterioso e, probabilmente, introdotto a Holland come "quota" integrativa, per sottolineare la natura buona ed inclusiva degli abitanti, MA con parsimonia (d'altronde, basta sentire odore di alcool per mettere al bando un altro membro della comunità). Anzi, Dave è proprio uno degli aspetti del film che ho apprezzato meno, perché mi è sembrato che la sceneggiatura non sapesse come gestirlo; sul finale, addirittura, il personaggio viene utilizzato come veicolo di un dubbio quantomeno scorretto, arrivati a quel punto, e gli viene appioppata una natura da stalker pericoloso che solo spettatori al loro primo thriller si sarebbero potuti bere. A parte questi aspetti, che potrebbero avere dato fastidio solo alla sottoscritta, Holland è un film molto curato, soprattutto esteticamente. Mimi Cave, come già in Fresh, accompagna a concetti sgradevoli delle immagini patinate, che rendono il tutto ancora più grottesco. Holland è un posto plasticoso, colorato e finto quanto l'importante diorama che Fred costruisce nel capannone assieme al figlio, nonché un luogo fuori dal tempo (non ho capito se il film è ambientato nei primi anni dell'attuale millennio o se è solo la cittadina ad essere rimasta volutamente indietro); la regia ricorre spesso ad angoli di ripresa che distorcono le fattezze di persone e ambienti, mentre la fotografia aumenta l'effetto straniante dipingendo tutto con colori e luci palesemente posticce. Anche a livello di colonna sonora, scenografie e costumi è stato fatto un ottimo lavoro, perché in ogni sequenza c'è qualche dettaglio strano in grado di colpire lo spettatore e sviarne le percezioni, mettendolo ancora più in dubbio. Ora magari peccherò di bodyshaming ma uno di questi dettagli strani è proprio il viso di Nicole Kidman, sempre più finto, perennemente atteggiato a un'espressione di stupore, con quei lineamenti da bambolotta e la pelle lucida per i continui ritocchi estetici. Sarà la mia percezione, ma mi è sembrato che anche la sua recitazione fosse "finta", troppo caricata. All'inizio poteva anche essere una scelta vincente, visto che Nancy è fondamentalmente costretta a recitare e zittire tutto ciò che la rende umana ed imperfetta, ma anche verso il finale rimane una leziosità di fondo, una teatralità, una fissità a mio avviso indegna della grande attrice di un tempo. Preso per quel che è, Holland non è un brutto film, ma è l'ennesimo thriller usa e getta da "cestone" streaming, che, come molti suoi simili, lascia il tempo che trova. Da vedere una sera senza troppe aspettative, però, va più che bene. 


Della regista Mimi Cave ho già parlato QUI. Nicole Kidman (Nancy Vandergroot), Gael García Bernal (Dave Delgado) e Matthew Macfadyen (Fred Vandergroot) li trovate invece ai rispettivi link. 

Rachel Sennott interpreta Candy Deboer. Americana, la ricordo per film come Shiva BabyBodies, Bodies, Bodies. Anche produttrice e sceneggiatrice, ha 30 anni. 


Se Holland vi fosse piaciuto recuperate La donna perfetta, Don't Worry Darling e A Good Marriage. ENJOY!

martedì 9 maggio 2023

Bolla Loves Bruno: Billy Bathgate - A scuola di gangster (1991)

Torna la rubrica Bolla Loves Bruno con Billy Bathgate - A scuola di gangster (Billy Bathgate) diretto nel 1991 dal regista Robert Benton e tratto dal romanzo omonimo di  E. L. Doctorow.


Trama: affascinato dalla figura del gangster Dutch Schultz, il giovane Billy riesce ad entrare nelle sue grazie ma scopre che la malavita non è un gioco...


Sono passati quattro mesi dall'ultimo post dedicato a Bruce Willis e questo soltanto a causa della mia pignoleria. Invece di guardare e recensire il più disponibile L'ultimo boy scout mi sono incaponita col film che l'ha preceduto, Billy Bathgate, talmente introvabile tra i vari servizi streaming legali e non che, alla fine, ho dovuto acquistare il DVD usato su EBay per non rimanere bloccata per sempre. Scema io, tra l'altro, visto che lo screentime di Bruce Willis sarà di un quarto d'ora scarso, giusto il tempo di profondersi in uno dei ruoli che più gli si confanno, quello del viveur consumafemmine dal sorriso assassino (Tom Hanks, mi spiace, non sarai d'accordo ma è così), e di pastrugnare un po' con una Nicole Kidman disponibilissima a mostrarsi completamente ignuda. Tolto Bruno dall'equazione, rimane di Billy Bathgate una storia di gangster, come da titolo italiano, e un racconto di formazione che ha come protagonista il giovane Billy, ragazzotto irlandese che, per diventare qualcuno, si fa notare dal gangster ebreo Dutch Schultz, inconsapevolmente arrivato alla fine del suo lungo momento di gloria. Come nei migliori film a tema, la pellicola si concentra sull'ascesa e caduta di un ragazzo affascinato dal mondo della malavita, dipinto all'inizio come fonte di soldi e divertimento ma presto sporcato da sangue, violenza e soprusi, e aggiunge anche la femme fatale Drew Preston per dare un po' di pepe. Quest'ultima nasce come "pupa del gangster" e si evolve in un personaggio leggermente più ambiguo, diventando non solo il fulcro della maturazione sentimentale e sessuale di Billy ma anche l'elemento critico che gli consentirà di aprire gli occhi e cominciare a contestare i metodi del suo boss, pur senza mai sconfinare in un tradimento aperto.


Rispetto ad altri film simili, molti dei quali hanno fatto la storia del Cinema, Billy Bathgate è moscio, non saprei come altro definirlo. Il protagonista, nonostante tutto, resta abbastanza monodimensionale perché non si sporca mai davvero le mani e, fin da subito, viene "elevato" da semplice galoppino a pupilla (non ho sbagliato vocale, capirete perché se guarderete il film) di Schultz, cosa che rende molto meno coinvolgente, per lo spettatore, la sua graduale presa di coscienza. Lo stesso Schultz, costretto a un certo punto a dover fuggire in un paesino dell'Upstate e a promuovere una campagna per comprarsi la stima e l'affetto degli abitanti, non ha il carisma dei modelli a cui guarda e, spesso, fa la figura del povero minchione a cui giova solo la presenza del fidato consigliere Otto Berman, il personaggio migliore del mucchio. La cosa ha dello sconvolgente visto il cast che è stato messo in piedi e considerato che Dustin Hoffman, Nicole Kidman e Steven Hill offrono delle performance molto convincenti; inoltre, Billy Bathgate è stato scritto da Tom Stoppard, lo sceneggiatore del mio adorato Rosencrantz e Guilderstern sono morti, non proprio dall'ultimo degli scappati di casa, quindi è difficile capire cosa non abbia funzionato, a parte la direzione poco incisiva di Robert Benton, forse provato dalle molte difficoltà avute sul set con Dustin Hoffman. Per chi, come me, adora però scovare volti amati in film precedenti alla loro consacrazione, Billy Bathgate è un piccolo tesoro in quanto, oltre a Bruce Willis, regala comparsate di Steve Buscemi (che, come mi faceva notare il Bolluomo, all'epoca somigliava tantissimo a Bill Skarsgard), Frances Conroy e Stanley Tucci, quindi non è stato proprio tempo perso guardarlo!


Di Dustin Hoffman (Dutch Schultz), Nicole Kidman (Drew Preston), Bruce Willis (Bo Weinberg), Steve Buscemi (Irving), Stanley Tucci (Lucky Luciano), Mike Starr (Julie Martin), Frances Conroy (Mary Behan), Kevin Corrigan (Arnold) e Xander Berkeley (Harvey Preston) ho già parlato ai rispettivi link.

Robert Benton è il regista della pellicola. Americano, ha diretto film come Kramer contro Kramer e Le stagioni del cuore. Anche sceneggiatore, produttore, attore e scenografo, ha 91 anni.


Loren Dean
interpreta Billy Bathgate. Americano, ha partecipato a film come Apollo 13, Gattaca - La porta dell'universo, Nemico pubblico, Mumford, Space Cowboys, Il corriere - The Mule e serie quali Numb3rs, Bones, CSI - Scena del crimine e Grey's Anatomy. Ha 54 anni.


Curiosità: Moira Kelly, che nel film Fuoco cammina con me ha sostituito Lara Flynn Boyle nei panni di Donna Hayward, interpreta la ragazza di Billy. Se il film vi fosse piaciuto potete recuperare Quei bravi ragazzi, C'era una volta in America e Bronx, male non fa mai! ENJOY!




mercoledì 27 aprile 2022

The Northman (2022)

Siccome è miracolosamente uscito anche qui, sabato sono corsa a vedere The Northman, l'ultima fatica di Robert Eggers come regista e co-sceneggiatore.


Trama: un principe vichingo, ancora bambino, fugge al tentativo di omicidio da parte di suo zio e torna a cercarlo, da adulto, per riscuotere una sanguinosa vendetta...


Avevo letto le peggio cose di The Northman, anche scritte da persone fidate. Non so se è perché da Eggers ci si aspettava un delirio lisergico ancora peggiore, nel senso migliore, di The Lighthouse come terzo lungometraggio, oppure perché chi lo ha visto in lingua originale probabilmente non è riuscito a superare lo scoglionamento da dialoghi rimaneggiati, dopo le critiche, persino dallo stesso regista, che si è cosparso il capo di cenere (sì perché noi italiani, invece, con Anya Taylor Joy doppiata con l'accento da bagassa dell'est... vabbé. Vergogna. E vergogna anche ai sottotitolatori, ché poi mi tocca leggere Valalla invece che Valhalla e mi viene in mente "la palla di Lalla". Ma su!), eppure prima della visione mi sono comparsi sotto agli occhi solo commenti negativi. Il "problema" di The Northman, se di problema si può parlare, è che viene fatto passare per un blockbuster fruibile da chiunque, cosa che scontenta ovviamente la maggior parte degli spettatori casuali (ma al Bolluomo è piaciuto molto), e che è troppo "commerciale" per i cinèfili, i quali probabilmente sono morti dall'orrore di dover condividere una sala con gli utenti medi per godere dell'opera di un Autore che, fino a ieri, conoscevano solo loro. Da par mio, che fortunatamente cinèfila non sono, bensì una semplice appassionata di cinema, credo di aver lasciato il segno della bocca spalancata contro la mascherina, perché The Northman è davvero una meraviglia. Epico nel vero senso della parola, di quell'epica che si studia a scuola e che si scopre in tutta la sua crudezza e fantasiosità da soli, è tanto semplice nella sua struttura portante quanto ricco di tutto ciò che può rendere assolutamente avvincente la storia di un eroe antico: morte, tradimenti, riti di iniziazione, leggende, oggetti mitici, mostri, spiriti, superstizioni, sacrificio, divinità, odio, amore, peccati, sesso. L'"origin story" di una dinastia di re, l'ideale "primo libro" di un ciclo vichingo, segue le vicende di un principe rozzo e disperato che non può fare a meno di vivere per l'odio e la vendetta, tenuto d'occhio da messaggeri degli dèi che tessono le fila di un destino già scritto, al quale non ci si può sottrarre, pena l'ignominia perpetua o un'ancor più peggiore condanna di codardia.


E così, Amleth procede come un treno nella sua vendetta, ben lontano dall'intellettuale shakespeariano che porta un nome assai simile (Il co-sceneggiatore Sjón ha preso ispirazione dalle leggende narrate da Saxo Grammaticus, alle quali si era ispirato già Shakespeare per il suo Amleto), e noi spettatori non possiamo che plaudire al suo cammino, benché zeppo di deviazioni che avrebbero fatto storcere il naso alla Sposa, e chiudere un occhio schifato sulle pene sanguinarie inflitte a nemici talmente immorali da mettere i brividi (uno in particolare; se la maggior parte dei personaggi, Amleth compreso, è abbastanza monodimensionale, c'è qualcuno a cui invece viene regalato un monologo talmente feroce e ben recitato da mettere i brividi, oltre che qualche dubbio sulla bontà del cammino del protagonista). Chiudere un occhio, virgola, ché distogliere lo sguardo dalla bellezza della regia di Eggers sarebbe peccato mortale. Il regista confeziona violentissime scene di battaglia calibrate con perfezione millimetrica e l'ausilio di piani sequenza meravigliosi, ma a mio avviso questa è stata solo la punta dell'iceberg; ciò che mi ha davvero catturata sono le scene oniriche di battaglie e prove visionarie, il volo di una valchiria tremenda e bellissima allo stesso tempo, l'inquietante orrore di sacrifici umani colorati dalle tinte del fuoco ed eseguiti con mano "elegante" dalla particolare Olwen Fouéré, la bellezza di una natura lussureggiante ma per nulla amichevole, fatta di colline verdissime, boschi consacrati agli dei e mari salvifici e pericolosi in egual modo. In tutto questo, ovviamente, ci sono fior di attori. Nonostante il brevissimo metraggio di presenza, la Kidman è per The Northman che meriterebbe delle nomination, non per filmetti come Being the Ricardos, quanto a Alexander Skarsgård e Anya Taylor Joy, definirli dream couple di una bellezza esagerata non rende l'idea e nonostante la differenza di età sarebbero coppia da shippare anche nella vita vera; grandissime lodi anche a Claes Bang, affascinante sia quando fa Dracula che quando interpreta lo Scar versione vichinga, e complimentissimi sia a lui che a Skarsgård per la fisicata mostrata in quello che è già il duello finale migliore di sempre. Avrete capito che l'entusiasmo mi impedisce di scrivere qualcosa che vada oltre il "bello bello in modo assurdo", quindi non date retta alle malelingue menose e andate a vedere The Northman, AL CINEMA, per Odino, non aspettate lo streaming! Ce ne fossero di film "banali" e imperfetti così!


Del regista e co-sceneggiatore Robert Eggers ho già parlato QUIAlexander Skarsgård (Amleth), Nicole Kidman (Regina Gudrún), Ethan Hawke (Re Aurvandil Corvo di Guerra), Anya Taylor-Joy (Olga della Foresta di Betulle), Willem Dafoe (Heimir Il Folle), Olwen Fouéré (Áshildur Hofgythja), Ralph Ineson (Capitano Volodymyr) e Kate Dickie (Halldóra) li trovate invece ai rispettivi link.


Claes Bang interpreta Fjölnir il Senzafratello. Danese, ha partecipato a film come The Square, Millenium - Quello che non uccide e a serie quali Dracula. Ha 54 anni e un film in uscita. 


Björk
(vero nome Björk Guðmundsdóttir) interpreta la veggente. Cantante e compositrice islandese, la ricordo per film come Dancer in the Dark. Anche regista e sceneggiatrice, ha 56 anni. 


Ingvar Sigurdsson
, che interpreta lo stregone, era il protagonista di A White, White Day. Bill Skarsgård era stato scelto per il ruolo di Thorir, il fratello di Amleth, ma ha dovuto abbandonare il progetto dopo che la produzione è stata ritardata causa Covid. Ovviamente, se The Northman vi fosse piaciuto recuperate The VVitch e The Lighthouse. ENJOY!


martedì 18 gennaio 2022

Being the Ricardos (2021)

Comincia la stagione dei recuperi pre-Oscar e post Golden Globes, sempre fonte di dolori e gioie. Per primo è toccato a Being the Ricardos, diretto e sceneggiato nel 2021 da Aaron Sorkin e disponibile su Amazon Prime Video.


Trama: l'attrice Lucille Ball viene accusata di essere comunista proprio quando il marito, Desi Arnaz, viene pizzicato dai tabloid in compagnia di altre donne. Tutto questo mette a repentaglio l'esistenza della sit-com da loro interpretata, I Love Lucy...


I Love Lucy
, da noi conosciuta come Lucy ed io, è una delle sit-com americane più amate in patria, ma ovviamente io non ne ho mai guardato nemmeno una puntata e la conosco vagamente grazie ad altre opere come I Simpson o Will & Grace. Nonostante questo, ho deciso comunque di guardare Being the Ricardos, un po' per il Globe assegnato a Nicole Kidman (sul quale tornerò) e un po' perché mi piacciono i biopic sui vecchi show della TV USA, come per esempio Un amico straordinario, basato su Mister Roger's Neighborhood, altra trasmissione a me sconosciuta. In questo senso, ho trovato Being the Ricardos molto gradevole, perché Sorkin, pur rendendo i problemi politici e familiari di Lucille e Desi il fulcro della vicenda, riesce ad unirli inestricabilmente alla realizzazione di I Love Lucy, consentendo allo spettatore di dare uno sguardo dietro le quinte, cogliere alcuni dei meccanismi che influenzavano la televisione dell'epoca, "annusare" delle dinamiche relazionali non proprio positive tra attori, sceneggiatori, registi, produttori e finanziatori di ogni genere e persino di avere dei flash relativi al processo creativo di una perfezionista come la Ball. Anzi, considerato che Sorkin riesce a condensare in una settimana problemi e vicende che, nella realtà, sono durati mesi se non addirittura anni, e ad aggiungere anche degli agevoli recap del rapporto tra Desi e Lucille e della loro carriera comune, bisogna dire che Being the Ricardos mette anche troppa carne al fuoco e a volte lascia a bocca asciutta, con la voglia di approfondire questioni magari appena accennate e poi lasciate cadere (personalmente ho trovato molto interessante anche la crisi di Vivian Vance e il rapporto di "cordiale" odio tra lei e il suo marito nella finzione, Frawley, altro bell'elemento da sbarco, ma vengono entrambi usati come meri accessori alla vicenda principale), con l'aggravante di prediligere le vicende inventate alla bisogna (la telefonata di Hoover) a quelle reali.


Forse anche grazie a queste "licenze poetiche", l'autore riesce facilmente nell'intento di fare affezionare a Lucille e Desi e di offrire un ritratto quanto più possibile interessante di due personaggi non comuni, entrambi dotati di carisma da vendere e di un carattere complicato, che certamente hanno rivoluzionato la televisione dell'epoca lasciando un'eredità ai posteri non indifferente. Ci riesce grazie alla sceneggiatura, che brilla nei battibecchi tra personaggi, soprattutto quando in scena c'è Lucille (mentre la regia è purtroppo un po' anonima nonostante gli intelligenti inserti che mescolano le ricostruzioni in bianco e nero degli episodi di I Love Lucy alle riflessioni dell'attrice protagonista), e ci riesce grazie alla bravura degli attori, sui quali forse è il caso di spendere due righe in più, visto il Globe vinto. Non conoscendo il personaggio di Lucille Ball, non saprei dire se la Kidman sia riuscita a catturarne l'essenza; posso solo dire che, a livello di gestualità e voce, mi è piaciuta parecchio, purtroppo però non riesco più a ritrovare nell'attrice la bellezza di un tempo e ogni volta mi dà una sgradevole sensazione di "finto", di espressività cancellata dalla pialla di un chirurgo folle che l'ha resa una bambola di porcellana, sensazione peggiorata, in questo caso, dal trucco pesante usato per farla assomigliare a Lucille. La sua interpretazione non mi ha lasciata dunque molto convinta, nonostante eclissi quella del pur bravo Javier Bardem, e c'è da dire che quando compare J.K.Simmons anche la Kidman viene messa in ombra da un attore che dà sempre il meglio di sé nei ruoli di stronzo con un pezzetto di cuore, quindi, se posso permettermi, il Globe mi è parso assai sprecato. Quanto a Being the Ricardos, è il "tipico" film da vedere in periodo da Oscar: gradevole per il tempo della visione, interessante nella misura in cui fa venire voglia di documentarsi di più sugli argomenti che tratta, dimenticabile già dopo un paio di giorni. Avanti il prossimo!


Del regista e sceneggiatore Aaron Sorkin ho già parlato QUI. Nicole Kidman (Lucille Ball), Javier Bardem (Desi Arnaz), J.K. Simmons (William Frawley), Tony Hale (Jess Oppenheimer), Alia Shawkat (Madelyn Pugh), Clark Gregg (Howard Wenke) e Ronny Cox (Bob Carroll anziano) i trovate invece ai rispettivi link. 

Nina Arianda interpreta Vivian Vance. Americana, ha partecipato a film come Midnight in Paris, Florence, Stanlio & Ollio, Richard Jewell e a serie quali 30 Rock e Hannibal. Ha 38 anni e un film in uscita. 


Per qualche tempo si è pensato che Cate Blanchett avrebbe interpretato Lucille Ball ma alla fine il ruolo è andato a Nicole Kidman, mentre online molte persone si sono schierate a favore di Debra Messing, la Grace di Will & Grace, che in una puntata della serie aveva omaggiato la sit com I Love Lucy; la puntata in questione è We Love Lucy, il sedicesimo episodio dell'undicesima stagione, quindi se siete curiosi potete sempre guardarlo! ENJOY!

lunedì 10 gennaio 2022

Golden Globes 2022

Alla faccia di quel famoso medico dei VIP che diceva di no, il Coviddo è tornato a mordere, e ciò, assieme a mille (probabilmente giuste) polemiche ha fatto sì che i Golden Globe di quest'anno fossero particolarmente sottotono, senza cerimonia neppure a distanza, senza nulla. Per la solita pignoleria, anche se ho visto davvero pochissimi dei candidati, facciamo un breve recap, anche per capire cosa recuperare in vista degli Oscar, che si terranno il 27 marzo. ENJOY!



Miglior film drammatico
Il potere del cane  (Inghilterra/Canada/Australia/Nuova Zelanda 2021)

Non cominciamo proprio benissimo, diciamo. Il tanto atteso ultimo film di Jane Campion l'ho trovato bellissimo a livello di regia e fotografia, ottimi gli attori, ma mi è mancato il trasporto emotivo necessario per apprezzarlo in pieno. Purtroppo, oltre a Dune, che immaginavo non avrebbe visto un globe nemmeno da lontano in quanto, oRore!, film di fantascienza, non ho avuto modo di recuperare nessun altro candidato, quindi non saprei fare paragoni. 


Miglior film - Musical o commedia
West side Story (USA, 2021)

Vittoria facile per l'ultimo film di Spielberg, che infatti ha portato a casa un sacco di premi. Anche in questo caso, però, mi è mancato qualcosa, forse perché non avevo mai avuto modo di guardare West Side Story, in nessuna delle sue versioni, e, mi perdonino i fan, ho trovato la trama un po'... ingenua (grazie, Bolla, è un musical con un po' di anni sulla schiena...)? Non so se è l'aggettivo giusto, comunque nulla da dire sulla messinscena, strepitosa, e le coreografie, ovviamente. Mentirei, però, se non dicessi che avrei preferito Don't Look Up, più nelle mie corde.  



Miglior attore protagonista in un film drammatico
Will Smith in King Richard

Lo so, sono una brutta persona, ma a me Will Smith sa sulle balle da sempre, quindi non mi fionderò al cinema a vedere King Richard e lo recupererò giusto se sarà tra i candidati all'Oscar, con calma. Per quanto riguarda gli altri candidati, ho avuto modo solo di apprezzare l'intensa interpretazione di Cumberbatch, quindi, anche in questo caso, non posso fare confronti.


Miglior attrice protagonista in un film drammatico
Nicole Kidman in Being the Ricardos

Adoro i film biografici su celebrità a me sconosciute, e Being the Ricardos, disponibile su Prime, era già da settimane sul mio radar. Ora, ovviamente, non posso fare altro che metterlo in cima alla lista dei recuperi, sperando mi piaccia visto che le recensioni lette sono parecchio tiepide. Per il resto, sono molto felice di un mancato premio a Lady Gaga, con tutto il bene che le voglio, e aspetto trepidante di poter vedere Kristen Stewart nei panni di Diana, anche se, ahimé, l'uscita italiana di Spencer è stata rimandata a data da destinarsi.

Miglior attore protagonista in un film musicale o commedia
Andrew Garfield in Tick, Tick... Boom!

Altro film biografico, altro musical, però questo non mi ha attirato fin dal principio. Dovrò dargli una chance, anche perché è da settimane disponibile su Netflix. Peccato per Di Caprio, la cui interpretazione tragicomica di uno scienziato costretto a diventare VIP per essere creduto in una situazione da fine del mondo è decisamente calzante.


Miglior attrice protagonista in un film musicale o commedia
Rachel Zegler in West Side Story

Bravissima cantante, perfetto musino innocente e acqua e sapone, ma posso dire che a me 'sta Maria spueia mi ha detto davvero poco? Certo, forse è andata comunque bene così: quello in Don't Look Up non è uno dei ruoli più memorabili di Jennifer Lawrence, ed Emma Stone in Crudelia è strepitosa, ma forse non degna di un Globe. 



Miglior attore non protagonista
Kodi Smit-McPhee in Il potere del cane

Da una parte ho avuto fortuna, perché perlomeno ho avuto modo di guardare la performance del vincitore, dall'altra mi mancano tutte le altre interpretazioni. Mi viene da dire che al buon Kodi è stato riservato un ruolo assai difficile, un personaggio ermetico con il quale non è semplice empatizzare, e la sua recitazione mi è parsa assai buona, quindi posso ritenermi soddisfatta.



Miglior attrice non protagonista
Ariana DeBose in West Side Story

Al momento, questo è l'unico premio che mi convince davvero, perché la passionale Anita risplende come una stella all'interno di West Side Story ed è il personaggio che mi ha coinvolta di più, sia nei momenti faceti che in quelli drammatici. Se la ragazza portasse a casa un Oscar non mi dispiacerebbe affatto!



Miglior regista
Jane Campion per Il potere del cane

Nulla da dire, davvero, il premio per la miglior regia è ovviamente meritato. Ma sarebbe stato meritatissimo anche (forse di più) quello a Villeneuve per Dune.

Miglior sceneggiatura
Kenneth Branagh per Belfast

Il film biografico di Branagh è uno di quelli che aspetto di più, peccato che fino a Marzo noi italiani ci stra-attacchiamo al *bip*. Peccato per Adam McKay, ma obiettivamente la sceneggiatura di Don't Look Up! è leggermente derivativa, per quanto l'abbia apprezzata molto, mentre chi ha letto Il potere del cane mi dice che il romanzo è molto più emozionante del freddo adattamento, quindi nessun vilipendio alla Campion, in questo caso.


Miglior canzone originale
No Time to Die di Billie Eillish e Finneas O'Connel, per il film No Time to Die

Ammetto di non conoscere nessuna delle canzoni tranne Dos oruguitas di Encanto, che mi era piaciuta molto, quindi mi adeguo. 

Miglior colonna sonora originale
Dune di Hans Zimmer

Mi cito: "E per mesi, probabilmente, ascolterò la colonna sonora di Hans Zimmer, talmente evocativa ed esotica da risultare quasi ipnotica, uno score emozionante come non mi capitava di sentire da tempo in un "blockbuster", per quanto d'autore" Direi che stavolta ci ho visto giusto, ma mi sono piaciute molto anche le colonne sonore di The French Dispatch ed Encanto.



Miglior cartone animato
Encanto (USA 2021)

Per questione di orgoglio ligure avrei preferito la vittoria di Luca. E, pur non avendo visto gli altri film candidati e pur avendo apprezzato molto Encanto, non si tratta di uno dei prodotti migliori o più indimenticabili della Casa del Topo, quindi temo si sia trattato di un Globe leggermente paraculo, per venire incontro a questioni di minoranze ecc.


Miglior film straniero
Drive My Car (Giappone, 2021)

Ne avevo già sentito parlare come di uno dei film più belli dell'anno scorso, è arrivato il momento di metterlo in cima alla lista dei recuperi. Con tutto il rispetto per E' stata la mano di Dio, che mi ha convinta poco.

Quest'anno con le serie TV va malissimo. Tra quelle nominate ho visto solo Wanda/Vision e Squid Game e l'unico vincitore che conosco è, per l'appunto, Oh Yeung-su, l'adorabile, commovente vecchino della serie Netflix coreana. Al momento, le uniche che potrei recuperare sono Hacks, Dopesick, La ferrovia sotterranea e Omicidio a Easttown che constano di una sola stagione, il resto per me è pura utopia, non ci provo neppure! E con questo è tutto... ci si risente per gli Oscar! ENJOY!

venerdì 27 marzo 2020

Bombshell - La voce dello scandalo (2019)

Sarebbe dovuto uscire ieri, già in vergognoso ritardo, e ora chissà quando uscirà, Bombshell - La voce dello scandalo (Bombshell), diretto nel 2019 dal regista Jay Roach.


Trama: dopo essere stata licenziata da Fox News la giornalista Gretchen Carlson decide di far causa al direttore Roger Ailes per molestie sessuali, portando diverse altre colleghe a fare altrettanto.



L'eco del movimento #metoo è arrivato fino a qui, "grazie" a quel vecchio suino di Harvey Weinstein e al coinvolgimento di molte attrici famose, ma già nel 2016 qualcosa si era smosso ai piani alti di uno dei posti più impensabili del mondo, ovvero la sede di Fox News, sentina di repubblicani duri e puri, conservatori e Trumpiani della peggior specie. Che lì in mezzo, e perdonatemi se ragiono per stereotipi, non si nascondano i peggio maschilisti e maiali sulla faccia della terra mi parrebbe un po' improbabile e infatti, alla faccia dei mille volti femminili che quotidianamente bucano lo schermo, qualcosa di marcio è venuto fuori. Bombshell è la storia di quel marciume che risponde al nome di Roger Ailes, vero e proprio numero uno, secondo giusto a Rupert Murdoch all'interno della piramide di potere della Fox, e delle donne che hanno scelto di farsi sentire e rivelare la mondo la sua natura di predatore seriale. Una scelta non facile, ovviamente, e non solo per questioni di carriera, reputazione o soldi, ma proprio per quella perversa malattia intrinseca delle persone, che tendono sempre a porre la stessa domanda idiota: "E come mai lo accusa proprio ora? Non poteva dirlo prima?". No, non si può, o almeno non sempre. Lo spiega alla perfezione il personaggio di Kaya Pospisil, uno dei pochi inventati per l'occasione, in un dialogo telefonico che spezza il cuore e conferma Margot Robbie, se ancora ce ne fosse bisogno, come una delle attrici più brave in circolazione. Il motore che spinge le donne a mantenere il silenzio è, semplicemente, la vergogna. Quel dubbio che comincia a rodere e che ti porta non solo a rivivere mille volte momenti disgustosi e dolorosi ma anche tutto quello che c'è stato prima (comportamenti, frasi, abiti, sguardi: e se fossi stata io ad incoraggiarlo, in effetti?), alimentando un senso di colpa inesistente e annullando ogni speranza di indulgenza o di riuscire a reagire e a cercare una qualche forma di giustizia. La colpa, certo, è di una società e di posti di lavoro dove il maschilismo ancora impera, ma spesso le nemiche più agguerrite delle donne sono altre donne, senza contare che non sempre questi enormi atti di coraggio pagano (in senso letterale e figurato), non nell'immediato almeno, e servono spalle enormi per sopportare critiche, insulti o minacce.


La vicenda di Bombshell viene quindi narrata da tre punti di vista prettamente femminili, a partire da quello di Megyn Kelly, probabilmente la donna più potente del network, invidiabile e sicura di sé al punto da poter addirittura osare dare addosso a Trump (pagandone le conseguenze, ovviamente; è interessante vedere come la vicenda di Ailes venga preceduta dallo scontro tra la Kelly e il futuro presidente USA, che contestualizza l'intera situazione e mostra come le giuste critiche mosse da una donna famosa, potente ed intelligente possano diventare in tempo zero il punto di partenza per slut shaming e altre orribili pratiche); Megyn è il vertice apparentemente "neutro" di un triangolo che vede presenti anche Gretchen Carlson, la "scarpa vecchia" da sostituire e trattare come una matta visionaria, e la già citata Kayla, giovane ed inesperta, potenzialmente la più malleabile del trio. Un trio di donne che scatenerà, ognuna a modo suo e ognuna coi suoi tempi, uno tsunami che andrà ad influenzare non sono i personaggi principali di questa scandalosa vicenda ma anche quelli secondari, che si ritrovano ad incrociare il cammino delle tre anche solo per poco tempo. La quantità di vite "toccate" dallo scandalo si rispecchia in una scrittura e in una regia veloci ed accattivanti ma comunque pregne, dove è un attimo perdersi la battuta o il dialogo fondamentali (soprattutto in lingua originale) e dove star dietro alla frenetica attività di Fox News non è facilissimo, tra momenti di dramma e altri in cui Bombshell diventa quasi una commedia, con tanto di quarta parete infranta e narratori esterni. Uno stile che forse riesce a gestire meglio Adam McKay, laddove Jay Roach a tratti pare un po' perdersi e lasciare che sia la grandezza delle tre attrici protagoniste a governare il ritmo della pellicola, ma comunque un modo di fare cinema che a me piace parecchio, soprattutto quando racconta storie importanti come questa sottolineando, con amara ironia, quanto ancora sia lunga la strada per un mondo più equo e giusto per tutti.


Del regista Jay Roach ho già parlato QUI. Charlize Theron (Megyn Kelly), Nicole Kidman (Gretchen Carlson), Margot Robbie (Kayla Pospisil), John Lithgow (Roger Ailes), Allison Janney (Susan Estrich), Malcom McDowell (Rupert Murdoch), Kate McKinnon (Jess Carr), Mark Duplass (Doug Brunt), Jennifer Morrison (Juliet Huddy), Ashley Greene (Abby Huntsman) e P.J. Byrne (Neil Cavuto) li trovate invece ai rispettivi link.

Connie Britton interpreta Beth Ailes. Americana, ha partecipato a film come Nightmare e a serie quali Ellen, 24, American Crime Story e American Horror Story; come doppiatrice ha lavorato ne I Griffin e American Dad!. Anche produttrice, ha 53 anni e due film in uscita.


Liv Hewson, che interpreta Lily Balin, era Abby Hammond in Santa Clarita Diet mentre Madeline Zima, che interpreta la truccatrice Eddy, era la piccola Gracie Sheffield de La tata. Alcuni degli eventi raccontati nel film sono stati riportati anche nella miniserie TV The Loudest Voice, che recupererò il prima possibile. ENJOY!

domenica 7 luglio 2019

Aquaman (2018)

L'avevo perso al cinema e ora ho recuperato Aquaman, diretto nel 2018 dal regista James Wan.


Trama: nato dalla Regina di Atlantide e da un essere umano, Arthur conduce la sua tranquilla vita da supereroe "per caso", finché gli atlantidei non cominciano ad attaccare il mondo di superficie...



Cosa ho visto, santo Cielo. No, aspettate, non è mica una critica. Cioé, lo sarebbe anche ma, boh, ho il cervello talmente pieno di roba che non so come farò a scrivere il post. E io che pensavo che Thor: Ragnarok fosse zamarro e sfacciato. Ingenua, non avevo pensato che Aquaman avrebbe preso la creatura di Taika Waititi e le avrebbe riso in faccia per quasi tre ore che scorrono come se fossero mezza, unendo una marea di cretinate a livello di sceneggiatura (ci si sono messi in quattro, se non sbaglio, a scriverla, bastavano le mie due cuginette o anche solo la più piccola) a un delirio visivo continuo. E quando dico continuo intendo che non c'è un solo momento di stasi riflessiva, ogni tanto sullo schermo accadono settanta cose contemporaneamente, per almeno due ore la gente salta in aria, si mena, spara, nuota e corre come se non avesse un domani; quando questo non succede arrivano mostri marini, delfini, mante, cavallucci cavalcabili, aragoste (aramostre) e persino il polpo Paul bonanima a suonare i bonghi manco fossimo sul set live action de La sirenetta (Spoiler: la Disney non riuscirebbe a creare un mondo sommerso così nemmeno a impegnarsi mille anni), per non parlare di luci al neon, improbabili architetture subbaQue, vestitini fatti di meduse sbrilluccicanti e tridenti d'oro. Insomma, poteva uscire fuori una cafonata ed effettivamente lo è, ma è una cafonata che (in qualche modo che ancora non riesco a capire) James Wan è riuscito a gestire in modo talmente fluido che non mi è nemmeno venuto da vomitare o da strapparmi gli occhi per la sovrabbondanza di computer graphic utilizzata, anzi. Non si fa neppure in tempo a pensare "macheccazz, quello è Dolph con la parrucchetta ross..." che esplode qualcosa, arriva un cavalluccio marino a morderti le chiappe e tu ti sei già dimenticato la castroneria di piazzare un tridente in mezzo al deserto del Sahara. O La Banca di Fiducia nell'Italia più da cartolina ever, per dire.


Tutto questo perché Aquaman è un film cucito interamente addosso a Jason Momoa, lo one man show di un uomo buffo, nescio, incredibilmente gnocco nella sua zamarreide e nessuno ha fatto nulla per gettarlo in mezzo a qualcosa di meno cafone... tranne affidarlo a un regista che sa fare il suo mestiere e che, quindi, è riuscito a regolare la zamarraggine dandole paradossalmente un senso. Come si fa a non parteggiare, tra l'altro, per questo Aquaman compagnone, che salva il mondo tra una pinta di birra e l'altra, che piscerebbe sui monumenti della sua gente e lascia lì i nemici a morire senza troppi complimenti, che se deve diventare re vabbé, magari è divertente, cazzucene, l'importante è poter limonare con la rossa Amber Heard e far casino? Non si può resistere, perché Aquaman è ignorante quanto Sharknado ma realizzato benissimo, zeppo di attori con le palle che hanno accettato di finire all'interno della parodia di un episodio dei Power Rangers o dei Cavalieri dello Zodiaco EPPURE non hanno perso la loro dignità. Perché l'unica cosa davvero orrenda del film, alla fine, è quel terrificante filtro computerizzato messo in ogni inquadratura subacquea, un'offesa agli occhi che se la gioca con l'ancora più orribile "filtro piallante" che ringiovanisce Willem Dafoe, Nicole Kidman e rende il solitamente adorabile Patrick Wilson una maschera di cera (a tratti, davvero, non sembra nemmeno lui).  Ma poi, honestly, chissenefrega del filtro pialla? Jason Momoa è seminudo per buona parte del metraggio, abbiamo davvero bisogno di altri motivi per guardare Aquaman e farci esplodere la psiche? I don't think so.


Del regista James Wan ho già parlato QUI. Amber Heard (Mera), Willem Dafoe (Vulko), Patrick Wilson (Re Orm), Nicole Kidman (Atlanna), Dolph Lundgren (Re Nereus), Graham McTavish (Re Atlan), Leigh Whannell (Pilota del cargo), Julie Andrews (voce di Karathen), John Rhys-Davies (voce di Re Brine) e Djimon Hounsou (voce di Re Ricou) li trovate ai rispettivi link.

Jason Momoa interpreta Arthur. Hawaiiano, ha partecipato a film come Batman vs Superman: Dawn of Justice, The Bad Batch, Justice League e a serie quali Baywatch Il trono di spade; come doppiatore ha lavorato in Lego Movie 2: Una nuova avventura. Anche produttore, regista e sceneggiatore, ha 40 anni e un film in uscita, Dune.


Aquaman era già comparso in Batman vs Superman: Dawn of Justice e Justice League, quindi se il film vi fosse piaciuto recuperateli. ENJOY!


giovedì 20 giugno 2019

Nicole Kidman Day: La donna perfetta (2004)


Oggi cade il compleanno di Nicole Kidman, splendida benché rifattissima cinquantaduenne, e col solito gruppetto di Blogger cinèfili abbiamo voluto omaggiarla. Scartabellando la filmografia della bella hawaiana ho scelto La donna perfetta (The Stepford Wives), diretto nel 2004 dal regista Frank Oz e remake de La fabbrica delle mogli, già tratto dal romanzo omonimo di Ira Levin.


Trama: dopo essere stata licenziata dal network per cui lavorava, Joanna ha un crollo nervoso e il marito decide di abbandonare la città e trasferirsi nei sobborghi, a Stepford. Lì i mariti sono felici e le mogli perfette, tutto sembra idilliaco ma qualcosa comincia ad insospettire Joanna...



Correva l'anno 2004 e Nicole Kidman, diventata una star internazionale nonché una delle attrici più quotate grazie a film come Moulin Rouge!, Eyes Wide Shut, The Hours e The Others, grazie ai quali sembrava che la sua stella non dovesse tramontare mai... cominciava la sua parabola discendente, impantanandosi per parecchi anni in filmetti dimenticabili. Tra questi ultimi farei rientrare anche La donna perfetta e non perché non mi sia divertita molto durante la visione ma perché, passatemi il termine, è "indegno" di un'attrice come la Kidman e probabilmente avrebbe funzionato lo stesso anche con un'altra protagonista. Al momento in cui scrivo queste righe non ho mai guardato né La fabbrica delle mogli né letto il romanzo di Ira Levin quindi non posso fare confronti tra le varie opere (vista la produzione travagliata di La donna perfetta credo sia meglio così o probabilmente avrei odiato questo film visto anche l'abbandono totale della natura horror della storia) ma, da quello che ho colto relativamente alle prime due, mi par di aver capito che Frank Oz abbia optato per un approccio più da commedia satirica, tirando spesso il freno all'inevitabile inquietudine causata da questa cittadina dove tutte le donne sono perfette e servizievoli, mentre i mariti si riuniscono a tessere misteriosi complotti. La mano di Paul Rudnick, sceneggiatore di quelle piccole meraviglie di In & Out, La famiglia Addams 2 e Sister Act è riconoscibilissima grazie al suo gusto per il grottesco, per i personaggi caricati, per l'esagerazione di situazioni e relazioni "normali", che vengono stressate fino a risultare pura fantascienza (quasi) e che puntano il dito su follie e idiosincrasie realmente esistenti all'interno della nostra società; gli improbabili reality creati da Joanna (improbabili per il 2004, ora sono stati praticamente sdoganati identici), il rapporto tempestoso tra Bobbie e il suo stupido marito, la gaiezza al limite della parodia di Roger, sono tutti elementi che sconfinano nel nonsense ma sembrano quasi "normali" se confrontati alla realtà di Stepford, dove le mogli si piegano davanti ad ogni irragionevole richiesta di mariti che a definirli infantili si farebbe loro un complimento.


La donna perfetta non è però una critica al maschilismo imperante, anzi. La sceneggiatura di Rudnick ne ha per tutti: per l'uomo molle e senza palle che non riesce a trovare una sua dimensione nel mondo e passa il tempo a dar le colpe alla moglie nemmeno fossimo rimasti negli anni '50, per la società che costringe le donne o a rimanere ancorate ad un modello retrogrado oppure ad annullarsi come persona per dimostrare di valere tanto quanto un uomo (portando avanti una lotta tra sessi che, di fatto, non dovrebbe nemmeno esistere visto che siamo tutti sulla stessa triste barca che affonda), per le donne che abbracciano completamente questo stile di vita imposto trasformandosi in schiacciasassi prive di sentimento. La perfezione, come si dice alla fine del film, non esiste. Né per l'uomo, né per la donna, né per la coppia (gay o etero che sia) e il segreto di una vita felice o perlomeno "umana", normale, è comprendersi, venirsi incontro e sopportarsi, oltre che sUpportarsi a vicenda, senza pretendere di imporsi sul partner al punto da annullarlo completamente. E questo, ovviamente, vale per donne e uomini in egual misura. Queste riflessioni scaturiscono da un tourbillon di eventi che non lascia allo spettatore neppure un tempo morto durante il quale annoiarsi, tra dialoghi al fulmicotone, situazioni al limite del paradossale, una bella colonna sonora, immagini coloratissime e un mix vincente di costumi, make-up e scenografie capaci di trasformare Stepford nel sogno di ogni desperate housewife che si rispetti, di ogni amante del kitsch e nell'incubo di chiunque pensi anche un minimo fuori dal coro, come i poveri Joanna, Bobbie e Roger.


A proposito di questi tre personaggi. Nicole Kidman nei panni della moglie in carriera prima e trasandata poi è onestamente poco credibile. Troppo bella per essere sciatta, troppo perfetta e signorile per non risultare caricaturale in questa sua interpretazione, anche se in un parterre di macchiette riesce in qualche modo ad amalgamarsi. C'è da dire che lei, assieme a Matthew Broderick e allo stesso Frank Oz ("reo" di essersi messo a novanta davanti alla Paramount e di aver lavorato essenzialmente col pensiero fisso di non scontentare i produttori, tanto da arrivare a litigare con mezzo cast), hanno dichiarato in seguito di essersi pentiti di avere partecipato al film e purtroppo si vede come anche durante le riprese non fossero molto convinti. Tolto Broderick che è praticamente un gatto di marmo, la Kidman è infatti spesso eclissata da una Bette Midler esilarante (la sequenza del Natale mi ha uccisa dalle risate), una Glenn Close perfettamente a suo agio nei panni del boss delle mogli e uno scoppiettante Roger Bart, talmente sissy nel suo essere gay da far vergognare persino il Jack di Will & Grace. Non pervenuto il povero Christopher Walken, ancora più gatto di marmo di Broderick e incapace di conferire al personaggio di Mike quel tocco luciferino che avrebbe meritato e che mi sarei aspettata dall'attore. A parte gli innegabili difetti, comunque, La donna perfetta è un film che mi ha divertita parecchio. Come ho detto, questo "entusiasmo" nasce dal fatto di non aver mai visto La fabbrica delle mogli oltre che dall'amore per lo stile di scrittura di Paul Rudnick, altrimenti penso non sarei stata così indulgente, nemmeno con la festeggiata Nicole.


Nicole Kidman è già comparsa parecchie volte sulle pagine del Bollalmanacco, ecco l'elenco dei post:

Scendi Zac Efron che lo piscio: imbarazzante in The Paperboy (2012)


Elegantissima e angosciante in Stoker (2013)


Altro scivolone: Paddington (2014)


Dimenticabile in La famiglia Fang (2015)


Fuori di testa in Genius (2016)


Dolcemente materna in Lion - La strada verso casa (2016)


Intensa in L'inganno (2017)


Il ritorno recente al cinema con le palle: Il sacrificio del cervo sacro (2017)


Di nuovo madre, di nuovo a lottare per il figlio in Boy Erased - Vite cancellate (2018)


Combattente spaccaculi in Aquaman (2018)


Qui invece trovate l'elenco degli altri omaggi alla brava attrice:

La bara volante - Da morire
Pensieri Cannibali - Destroyer
Non c'è paragone - Il sacrificio del cervo sacro
La fabbrica dei sogni - Il matrimonio di mia sorella
Director's Cut - Moulin Rouge
La stanza di Gordie - The Others
Una mela al gusto pesce - Amori e incantesimi
Stories. - Big Little Lies (stagione 1)

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