mercoledì 28 settembre 2022
Frailty - Nessuno è al sicuro (2001)
venerdì 11 dicembre 2020
The Gentlemen (2019)
Mossa da pietà nei confronti del Bolluomo, nonostante l'uscita di Mank, di cui parlerò nei prossimi giorni, ho preferito dare la precedenza a The Gentlemen, diretto e co-sceneggiato dal regista Guy Ritchie nel 2019.
Trama: il boss della marijuana Mickey Pearson decide di ritirarsi dal giro e andare in pensione ma qualcosa non va per il verso giusto...
A meno che non faccia Scorsese di cognome, quando un regista torna sui suoi passi solitamente viene fuori una camurrìa; nel caso di Burton, per esempio, la camurrìa equivale ad un bollito misto, ma la lista potrebbe continuare. Guy Ritchie, a parer mio, se l'era rischiata molto grossa con Rocknrolla, durante il quale avevo dormito come non mi era successo neppure con Capote, e dopo una serie di film "strani", almeno per lui, come King Arthur e persino Aladdin, santo Cielo, è tornato a fare quello che sa fare meglio: il film di gangster apparentemente cazzoni, quello che per anni ha portato laGGente a salutare Ritchie come il Tarantino britannico prima che i due prendessero strade diametralmente opposte. Laddove Rocknrolla era una tavanata esagerata ed inutilmente pesante, The Gentlemen torna a puntare più sulle caratteristiche divertenti e divertite dei singoli personaggi e sulle loro mille sfaccettature di facce da ca**o e inserisce alla perfezione la storia del boss della droga Mickey all'interno di un discorso metacinematografico, che, mi permettano i cinèfili veri, ho trovato molto più sentito di quello portato avanti da David Fincher in Mank. The Gentlemen, infatti, gioca (a un certo punto letteralmente) con un bel mucchietto di scatole cinesi dove la realtà dei fatti narrati si interseca con la fantasia molto cinematografica di un giornalista, che diventa a un certo punto l'occhio di Guy Ritchie, che senza preavviso si trasforma nella sceneggiatura di The Gentlemen, prima di tornare in men che non si dica alla realtà, il tutto con una chiarezza e una leggerezza piacevolissime e senza mai perdere di vista l'intreccio della storia, che necessita di un inizio, uno svolgimento e una fine (o finale aperto, fate voi!) privi di snodi persi per strada a causa della troppa carne al fuoco. La rocambolesca storia di Mickey e del suo tentativo di "andare in pensione", con tutti i cagnolini a sbavare sopra un lascito criminale troppo grande per non generare doppi giochi a non finire, rimane dunque sempre il fulcro della narrazione pur con tutti i suoi snodi e il "giro intorno al mondo" in cui si imbarca il furbo giornalista Fletcher nel tentativo di rivelarne tutti i segreti, trasformandosi lui stesso, a un certo punto, in elemento fondamentale del racconto davanti all'occhio scoglionato di Ray, braccio destro del boss e incarnazione degli spettatori.
Ritchie si ritaglia un piccolissimo ruolo di produttore cinematografico ma si nasconde idealmente dietro il personaggio di Fletcher, offrendo allo spettatore sprazzi di ciò che va a formare la complicatissima macchina che porta un'idea a diventare film e giocando, di conseguenza, non solo con i generi ma anche e soprattutto con alcuni trucchi del mestiere e con le aspettative del pubblico, unendo il tutto a una raffinatezza formale e a un gusto per il dettaglio e la moda (i completi indossati di Mickey sono commoventi quanto l'arredamento della casa di Ray) che spesso cozzano con la natura "ignorante" del sottobosco criminale mostrato nel film. In tutto questo, a me è parso assai palese che gli attori si siano divertiti e il risultato ne è la dimostrazione. Abituata come sono alla follia di Colin Farrell, il personaggio di Coach è quello che mi aspetterei da lui e gli calza addosso bello comodo, come una delle tute indossate dal personaggio, ma le sorprese risiedono altrove. In Hugh Grant, per esempio, il quale porta a casa una delle sue interpretazioni migliori da anni, diventando mattatore quasi assoluto della pellicola con un personaggio sopra le righe, ironico e a tratti disgustoso, un perfetto contraltare di due gangster "di classe" come McConaughey e Hunnam, entrambi molto misurati, soprattutto il primo, mentre il secondo nasconde più di un'esilarante "segreto". A questi pesi massimi dovete aggiungere un parterre di caratteristi di tutto rispetto, tra habitué dei film di Ritchie e new entry, e il risultato finale è uno dei film più simpatici e rilassanti visti quest'anno, una gioia per gli occhi e il cuore, di questi tempi bui. Lo trovate aggratise su Amazon Prime Video, cosa volete di più?
Del regista e co-sceneggiatore Guy Ritchie, che interpreta anche il produttore, ho già parlato QUI. Matthew McConaughey (Michael Pearson), Charlie Hunnam (Ray), Jeremy Strong (Matthew), Colin Farrell (Coach), Hugh Grant (Fletcher) e Eddie Marsan (Big Dave) li trovate invece ai rispettivi link.
Kate Beckinsale era stata presa per interpretare il ruolo di Rosalind ma all'ultimo ha deciso di lasciare il progetto e le è subentrata Michelle Dockery, già tra i protagonisti della serie Downton Abbey. Eliot Sumner, la figlia del cantante Sting, interpreta invece la tossica Laura. Detto ciò, se The Gentlemen vi fosse piaciuto recuperate Lock & Stock, Snatch - Lo strappo, The Wolf of Wall Street e Quei bravi ragazzi. ENJOY!
venerdì 18 agosto 2017
La Torre Nera (2017)
Trama: un ragazzino newyorkese di nome Jake Chambers ha continui incubi su un uomo in nero, su una torre che crolla e su un pistolero. Trovatosi in pericolo di vita, il ragazzo scopre che i suoi incubi sono reali e che l'intero mondo rischierebbe di venire distrutto se la Torre dovesse crollare...
Può un'opera composta da sette volumi, uno spin-off e rimandi riscontrabili all'interno di mille altri romanzi venire ridotta a un fantasy per ragazzini da un'ora e quaranta minuti? Beh, tenuto conto che Peter Jackson è riuscito a gonfiare Lo Hobbit spalmandolo in tre film da due ore l'uno si potrebbe anche pensare che un'eventualità simile non sarebbe neppure da prendere in considerazione, invece a Hollywood ci sono riusciti e a rimetterci, come sempre, è stata un'opera di Stephen King. Anzi, non proprio una sua creatura a caso, bensì quella a cui il Re si è consacrato più di tutte, raggiungendo talvolta risultati opinabili (soprattutto negli ultimi due libri) ma, in generale, creando un universo pieno di idee e personaggi interessanti, da seguire con l'entusiasmo riservato alle più grandi saghe epiche. D'altronde, parliamo di sette romanzi ispirati da una poesia di Robert Browning, un delirio che mescola metanarrativa, personaggi di altri romanzi kinghiani, riferimenti a cinema e letteratura horror, fantasy e western, qualcosa che virtualmente potrebbe accontentare i gusti di tutti. Sbagliare così clamorosamente impostazione, atmosfere e caratterizzazioni dell'intera operazione era maledettamente difficile, persino lavorando di lima come matti (d'altronde, il primo libro era molto breve e conteneva i personaggi mostrati nel film quindi non era impossibile basarsi su quello e stop), eppure ci sono riusciti anche questa volta, signori miei. E pensare che all'inizio l'intera rete è insorta per la scelta di un attore di colore come Idris Elba, chiamato ad interpretare un personaggio che lo stesso King descrive nei libri come assai somigliante a Clint Eastwood (un neCro nei panni di un bianGo, Signora mia!!). Quando vi dico che Idris Elba è il male minore e che, se il personaggio di Roland Deschain non fosse stato scritto sul retro della lista della spesa degli sceneggiatori, il buon Idris sarebbe stato perfetto, vi prego di credermi, grazie-sai, come direbbero nei libri, perché La Torre Nera è un pasticciaccio brutto realizzato da gente che ha dimenticato non solo il volto dei propri padri, ma pure quello dell'intera loro famiglia. E' un pasticciaccio brutto realizzato da gente paracula, il che è anche peggio, e ora vi spiego il perché.
Caro sceneggiatore, regista e scenografo, che tu scelga di dare il contentino al fan medio di Stephen King piazzando riferimenti casuali e non necessari a It, 1408, Shining, Cujo, Christine - La macchina infernale, Le ali della libertà e Le notti di Salem è già una presa in giro bella e buona ma che tu decida di metterci il carico da undici e aggiungere mille altre citazioni da La Torre Nera senza contestualizzarle o renderle in qualche modo funzionali alla trama, mi fa venire semplicemente voglia di tirarti un colpo di pistola in testa. Non mi servono la Tet Corporation, la Sombra, la Rosa, l'inno al Re Rosso e la vista del Pompelmo di Maerlyn e della Tredici Nera o la battuta scema sul bimbolo Oy per mettermi a sbavare come una cretina e perdonare il fatto che la risoluzione finale della pellicola sia stata presa pari pari dall'episodio Carambola vincente di Lupin III, manco l'Uomo in Nero e la Torre fossero degli elementi accessori, ma stiamo scherzando? Questo è il modo in cui Hollywood è arrivata a considerare i cosiddetti fanZ che dimostrano tanto cervello quanto un Frangitore dopo che è stato prosciugato, gli stessi che vorrebbero l'"orgia" nell'It di Muschietti, tanto per intenderci, e se il futuro degli adattamenti Kinghiani dev'essere un mettersi a 90 per accontentare i "comic book guys" simpsoniani della rete preferisco che non esca più neppure una pellicola tratta da un libro di King. Ciò che non perdono a questa versione de La Torre Nera non è tanto la realizzazione, ché al netto del solito montaggio del menga (atto a guadagnargli un PG-13 in patria per cui il pistolero spara a la qualunque ma non esce una goccia di sangue e i bersagli si limitano semplicemente a volare via) la reimmaginazione del Medio-Mondo è carina e anche gli effetti speciali non sono male, ma proprio la faciloneria con cui una saga epica popolata da personaggi interessanti e complessi sia diventata un BRUTTO fantasy per ragazzini. SPOILER: l'uomo in nero uccide la madre di Jake e quest'ultimo, alla fine di un'esperienza dolorosa e traumatica, va a mangiarsi un hot dog con Roland per poi seguirlo col sorriso sulle labbra nel Medio - Mondo. Cioè, un ragazzino ha appena perso una madre alla quale era molto legato, spende giusto due lacrime ma dimentica tutto per seguire un tizio mai conosciuto e dotato della gamma emotiva di un comodino. E peraltro a fare che, di grazia, visto che è bastato un colpo di pistola per uccidere Walter O'Dim, distruggere l'intero luogo dove venivano sfruttati i Frangitori e magari anche fermare il decadimento di un mondo che "è andato avanti"? Sette libri col finale sospeso? Stephen King, sei proprio scemo, bastava UN COLPO DI PISTOLA. FINE SPOILER
Lo stesso affascinante Walter O' Dim, alias Marten Broadcloak, alias Randall Flagg, alias Matthew McCoso gode giusto del rinnovato fascino ambiguo dell'attore ma si ferma lì. Altro che "L'uomo in nero fuggì nel deserto e il pistolero lo seguì", a me è sembrato più un ritorno del Gabriel de L'ultima profezia, con Christopher Walken in guisa di angelo nero che uccideva le persone intimando loro di stare zitte, al quale è stato aggiunto sul finale un tocco di Doctor Strange per creare un ultimo confronto ai limiti dell'imbarazzante, dove il povero Walter O' Dim è ridotto a muoversi come il Mago Otelma e imporre le mani sul pistolero. Altra scelta sbagliatissima è stata quella di raccontare la vicenda dal punto di vista di Jake, ragazzino Gary Stu al quale mancava solo di saper volare o di avere sangue di Super Sayan per essere semplicemente perfetto, come Milla Jovovich ne Il quinto elemento: è talmente bellino, simpatico, intraprendente, "dotato del Tocco", potente, intelligente e potenzialmente abile con le pistole lui che il Pistolero semplicemente scompare, ridotto ad una figura vendicativa ma comunque in grado di portare quel minimo di sollievo comico necessario a un film per ragazzi. Ah, e una figura paterna, ovviamente. Ché nella saga ci vogliono sei libri per far sì che Jake arrivi a considerare Roland un padre (partendo da una famiglia che non ha alcun interesse per lui, sia ben chiaro) e venga ricambiato dal "brutto muso" ma qui manca soltanto che il Pistolero si travesta da Babbo Natale e gli porti i regali dopo un paio d'ore. Insomma, per chi ha letto la saga de La Torre Nera il film di Nikolaj Arcel si riconferma l'ennesima porcata tratta da un'opera di King, realizzata da gente che o non l'ha letta o l'ha fatto ma ha pensato "cazzumene". Per i "vergini" come il Bolluomo risulterà semplicemente uno dei tanti, dimenticabili fantasy che non fanno nemmeno venire voglia allo spettatore di recuperare la fonte originale. Altro che ka-tet del diciannove, qui ormai i servi del Re Rosso imperano!!
Di Matthew McConaughey (Walter O' Dim), Idris Elba (Roland Deschain), Dennis Haysbert (Steven), Jackie Earl Haley (Sayre) e Fran Kranz (Pimli) ho già parlato ai rispettivi link.
Nikolaj Arcel è il regista e co-sceneggiatore della pellicola. Danese, ha diretto film come A Royal Affair. Anche attore e produttore, ha 45 anni.
Abbey Lee interpreta Tirana. Australiana, la ricordo per film come Mad Max: Fury Road e The Neon Demon. Ha 30 anni e quattro film in uscita.
José Zúñiga interpreta il Dr. Hotchkiss. Nato in Honduras, lo ricordo per film come Alive - Sopravvissuti, Striptease, Con Air, The Hunted - La preda, Constantine e Twilight, inoltre ha partecipato a serie quali Innamorati pazzi, ER - Medici in prima linea, Alias, Bones, 24, Dexter, Prison Break, Numb3rs, The OC, CSI: Miami, Grey's Anatomy, Medium, Nip/Tuck, CSI - Scena del crimine, Ghost Whisperer, Dr. House, Desperate Housewives, 666 Park Avenue, Criminal Minds, Dal tramonto all'alba - La serie, Agents of SHIELD e American Crime Story. Ha 52 anni e due film in uscita.
Nei panni di Lucas Hanson, il bulletto che cerca di rubare l'album da disegno a Jake nella scuola, c'è un giovane attore che tornerà nell'universo Kinghiano come Harry Bowers nell'imminente It, ovvero l'attore Nicholas Hamilton, già apparso nel bellissimo Captain Fantastic. Giusto per fare infoiare ancor più i detrattori di Idris Elba, nella rosa di interpreti papabili per il ruolo di Roland c'erano Viggo Mortensen, Mads Mikkelsen, Daniel Craig, Javier Bardem e Christian Bale. Qualche cambiamento c'è stato anche a livello di regia: il film avrebbe dovuto inizialmente essere diretto da J.J. Abrams, poi da Ron Howard (rimasto in veste di produttore) e infine è arrivato a Nikolaj Arcel, che in teoria dovrebbe occuparsi anche dell'eventuale serie tratta dal film in uscita l'anno prossimo e scritta come prequel de La Torre Nera (prepariamoci quindi a vedere vilipesi personaggi come Susan Delgado, Cuthbert e Alain, per non parlare di Rhea del Coos...). Personalmente non tratterrò il fiato per vedere cosa ne uscirà fuori ma se a voi La Torre Nera fosse piaciuto vi consiglio il recupero dell'intera saga cartacea (così poi magari ne riparliamo). ENJOY!
venerdì 30 giugno 2017
Free State of Jones (2016)
Trama: nel corso della guerra di secessione, il medico da campo Newton Knight decide di disertare per difendere i contadini dalle ingiuste richieste dei Confederati, unendo sotto la stessa bandiera di libertà bianchi e neri...
Quando gli Oscar si avvicinano cominciano a spuntare come funghi film più o meno "patriottici", o comunque legati a doppio filo ad una parte di storia Americana, possibilmente quella scomoda legata a schiavismo, guerre e tensioni razziali. Non è esente da questo cliché Free State of Jones che racconta, come da titolo, la rapida nascita e declino del cosiddetto "Stato libero di Jones", in cui un gruppo di contadini ribelli era riuscito ad affrancarsi dalle ingiuste leggi della Confederazione e a creare una sorta di paradiso dove i poveri potevano tenersi i frutti del loro duro lavoro e dove bianchi e neri collaboravano apparentemente senza conflitti. Apparentemente, ovvio, ché al primo segno di cambiamento presidenziale una delle leggi su cui si fondava lo staterello (o sarebbe meglio dire contea?), ovvero quella che recitava "siamo tutti uomini, senza distinzione", ha cominciato a venire ignorata da quelli che erano fondamentalmente un branco di redneck burini i quali, una volta finita la guerra e riottenuto quello che volevano, hanno mandato al diavolo Knight e tutti i suoi amici di colore, gettando i semi del Ku Klux Clan nella felicissima terra del Mississippi. Nelle quasi due ore e mezza di film, Gary Ross infila quindi tutte le contraddizioni del sud degli Stati Uniti, tra poveracci che combattono i ricconi possidenti e contemporaneamente il nemico nordista, tra contadini che hanno praticamente gli stessi non-diritti degli schiavi di colore e che tuttavia li odiano, offrendo il ritratto di un popolo pavido, umorale e retrogrado (l'eredità razzista del sud si ripercuoterà ottant'anni dopo su un pro-nipote di Knight, per un ottavo di colore, ma l'uomo riuscirà ad evitare il carcere per timore di ritorsioni da parte della Corte Suprema) e di un eroe duro e puro costretto a combattere contro i mulini a vento dell'ignoranza e della paura. La storia funziona, nonostante un senso di "incompletezza" e confusione dato dall'eccessiva attenzione conferita alla parte iniziale, quella in cui i ribelli dimorano in paludi trasformate a poco a poco in zona residenziale, alla quale si affiancano sei o sette postille finali che paiono appiccicate con lo sputo perché "bisognava raccontarle ma non ci stavano più" e perché sono appunto funzionali ai flash forward che mostrano il già citato pro-nipote di Knight.
Incrocio tra Robin Hood, un padre pellegrino e un cowboy, Newton Knight è ovviamente il fulcro della pellicola e nonostante Free State of Jones patisca una lunghezza eccessiva e un punto di vista univoco, non c'è dubbio che il personaggio sia in grado di coinvolgere lo spettatore col suo carisma e col suo sguardo indignato. Questo è quindi uno di quei casi in cui si può ben dire che un attore regge da solo un intero film: in barba alla presenza di un cast composto da ottimi attori e caratteristi, a spiccare su tutti è Matthew McConaughey, convincente sia nei panni del dottore dimesso che in quelli del combattivo proprietario terriero, nei momenti in cui gli tocca anticipare l'occhio spiritato di Randall Flagg e in quelli dove alla foga vendicativa si sostituisce la natura quasi solenne di un padre fondatore. E' anche vero che accanto a Matthew non spiccano altri nomi particolarmente eccellenti, anzi, viene un po' da sorridere perché praticamente mezzo cast di 12 anni schiavo è finito ad ingrossare le fila dei co-protagonisti e buona parte dei discendenti del vero Newton Knight ha ottenuto una particina nel film, comunque Free State of Jones mi è parso ben recitato e nel complesso anche ben diretto, sia nelle parti statiche che in quelle dinamiche, pur essendo privo di sequenze particolarmente memorabili. A mio avviso, il difetto più grande del film (che pur mi è piaciuto) è la sua natura un po' didascalica e, come si diceva sopra, disomogenea, cosa che non mi ha portata ad entusiasmarmi per le vicende narrate, come accade di solito con questo genere di pellicole, né a farmi venire voglia di saperne di più su Newton Knight e questo singolare episodio di storia americana. Sarà mica che dopo Silence pretendo una perfezione e una profondità fuori dal comune? Può essere. A prescindere, se vi piace il genere, un'occhiata a Free State of Jones la consiglio!
Del regista e co-sceneggiatore Gary Ross ho già parlato QUI. Matthew McConaughey (Newton Knight), Gugu Mbatha-Raw (Rachel), Mahershala Ali (Moses) e Sean Bridgers (Will Sumrall) li trovate invece ai rispettivi link.
Keri Russell interpreta Serena. Americana, ha partecipato a film come Tesoro, mi si è allargato il ragazzino, Mission: Impossible III, Dark Skies - Oscure presenze, Apes Revolution - Il pianeta delle scimmie e a serie quali Scrubs. Ha 41 anni.
Se Free State of Jones vi fosse piaciuto recuperate 12 anni schiavo, Lincoln e The Birth of a Nation (che devo ancora vedere). ENJOY!
venerdì 13 gennaio 2017
Sing (2016)
Trama: per salvare il suo teatro ormai cadente e sommerso dai debiti, l'impresario Buster Moon decide di indire un concorso canoro aperto a tutti gli abitanti della città. Un errore di stampa richiama più gente del previsto ma anche una montagna di guai...
Tra le (molte) cose che detesto ci sono i film che raccontano di come giovanotti/e di belle speranze riescano a diventare tra mille traversie delle star del mondo dello spettacolo e, neanche a dirlo, i reality show a tema musicale. I primi li detesto perché sono quanto di più fasullo e banale esista al mondo (solo Chazelle col suo Whiplash è riuscito a conquistarmi, vedremo se riuscirà anche con La La Land!), popolati da personaggi bellocci ma insipidi che, solitamente, sfondano profondendosi in balli e canzoni di dubbio gusto bimbominkiesco che già da soli basterebbero ad uccidermi; i secondi li odio perché fondati sul concetto di "giuria popolare" che di musica non capisce mediamente una mazza e vota in base a simpatie che nulla hanno a che vedere con l'effettiva qualità del cantante in gara, spesso influenzata da giudici che già non si possono definire cantanti, figurarsi esperti di musica. Soprattutto, di entrambi i generi detesto la serietà tipica di chi se la crede tantissimo ed è per questo che, invece, ho adorato Sing, film d'animazione che racchiude in sé la storia di persone che diventano famose unita al concetto "appassionati allo sbaraglio" tipico del reality odierno, arrivando a ricordarmi i bei tempi nostalgici de La corrida, con un koala pasticcione e sognatore al posto di Corrado. La trama di Sing è un pretesto per regalare allo spettatore quasi due ore di scoppiettanti numeri musicali che accompagnano le storie di "ordinaria" quotidianità di personaggi che sentono di poter dare qualcosa in più: accanto a due animali da palcoscenico come il maiale Gunther e il topo Mike ci sono infatti Rosita, casalinga frustrata, la timida Meena, dotata di una voce splendida ma impossibilitata ad esibirsi davanti ad altri, il giovane Johnny, che il padre vorrebbe instradare in una vita criminale, e la ribelle Ash, reduce da una relazione finita male. Ad unirli tutti assieme sotto lo stesso tetto ci pensa Buster, impresario teatrale in pesante odore di fallimento che non è riuscito a tenere in piedi il teatro regalatogli dal padre nonostante l'indubbio entusiasmo e l'amore per il mondo dello spettacolo; tornando al tema reality, i tempi purtroppo cambiano e Buster non è riuscito a cogliere il mutamento dei gusti del pubblico, che al giorno d'oggi vuole le canzonette, lo scontro sul palco e la possibilità di sognare in grande piuttosto che l'aulica bellezza di un'opera o l'aura da gran diva di una primadonna come la pecora Nana.
E così, partendo da questa trama simpatica ma esile, dove persino il messaggio di fondo un po' si perde (bisogna sempre inseguire i propri sogni e fare quello che si ama per riuscire al meglio, va bene, ma non per tutti nella realtà è così quindi la cosa mi pare un po' superficiale: come giustamente ha detto Toto alla fine "Sì ma Buster rimarrà sempre e comunque un impresario incompetente!"), quello che veramente rimane di Sing sono i numeri musicali, a dir poco esilaranti. La colonna sonora comprende la bellezza di ottantacinque canzoni, che spaziano dagli anni '40 ad oggi, più arie di musica classica, brani di colonne sonore e ovviamente pezzi scritti apposta per il film (peraltro molto gradevoli, soprattutto Set it All Free e l'immancabile Faith, che fanno sentire alla radio tutti i giorni), rendendo così Sing una full immersion musicale modellata alla perfezione su ogni personaggio e situazione rappresentata, al punto che persino chi non sopporta i musicarelli non potrà fare a meno di cantare e ballare sulla poltrona del cinema. Per non fare spoiler, non sto ad elencare i numeri e le canzoni che mi sono piaciute di più, anche perché altrimenti scriverei un post chilometrico, dico solo che la palma del miglior personaggio va al già citato Gunther e alla vecchia iguana Miss Crowley, un trionfo di senilità ambulante, ma il gruppetto che meriterebbe uno spin-off o che, perlomeno, avrebbe meritato una scena post credit (che non c'è, alzatevi pure appena i calamari finiscono di cantare Faith) è quello delle tenerissime pandine rosse giapponesi che si infervorano sulle note di Kira Kira Killer, cantata dall'immancabile Kyary Pamyu Pamyu. Un plauso ai responsabili del doppiaggio italiano che, per una volta, non hanno italianizzato nessuna delle canzoni presenti e, soprattutto, non sono ricorsi ad eventuali cantantucoli figli di qualche reality ma hanno scelto di lasciare intatte le performance dei doppiatori originali: Seth MacFarlane è giustamente famoso per la sua imitazione di Sinatra e sarebbe stato un peccato non poterlo ascoltare mentre Scarlett Johansson, Taron Egerton e Tori Kelly hanno delle voci talmente belle e adatte allo stile dei loro personaggi che sostituirle sarebbe stato un delitto. Insomma, Sing è il film ideale per passare una serata in allegria e credetemi quando vi dico che, usciti dalla sala, vi verrà una voglia di cantare inaudita!
Di Matthew McConaughey (voce originale di Buster Moon), Reese Witherspoon (Rosita), Seth MacFarlane (Mike), Scarlett Johansson (Ash) e John C. Reilly (Eddie) ho già parlato ai rispettivi link.
Christophe Lourdelet è il co-regista della pellicola, al suo primo lungometraggio. Francese, è conosciuto principalmente come animatore e, per quanto sia assurdo, non riesco a trovare foto di costui.
Garth Jennings è il co-regista e sceneggiatore della pellicola, inoltre doppia la folle Miss Crawley. Inglese, ha diretto film come Guida galattica per autostoppisti e Son of Rambow. Anche attore, ha 45 anni.
Taron Egerton è la voce originale di Johnny. Inglese, ha partecipato a film come Kingsman: Secret Service e Legend. Ha 28 anni e tre film in uscita tra cui Kingsman: The Golden Circle.
Peter Serafinowicz è la voce originale del padre di Johnny. Inglese, lo ricordo per film come Star Wars: Episodio I - La minaccia fantasma, Shaun of the Dead, Grindhouse, The World's End e Guardiani della Galassia; come doppiatore, ha partecipato a serie quali American Dad!, Adventure Time e South Park. Anche sceneggiatore, produttore e compositore, ha 45 anni e tre film in uscita tra i quali il seguito di John Wick.
L'elefantina Meena è doppiata in originale da Tori Kelly, cantante americana di cui, sinceramente, non avevo mai sentito parlare e pare che nel cast di voci ci siano anche Wes Anderson, Chris Renaud ed Edgar Wright. Se Sing vi fosse piaciuto recuperate Pets - Vita da animali e Zootropolis. ENJOY!
martedì 8 novembre 2016
Kubo e la spada magica (2016)
Trama: il giovane cantastorie Kubo vive assieme alla madre in una grotta, dalla quale esce solo di giorno per recarsi al villaggio ed incantare gli abitanti con i suoi origami semoventi. Il giorno in cui il ragazzo rimane fuori dopo il tramonto, le forze oscure del Re Luna si scatenano contro di lui e lo costringono ad intraprendere la stessa ricerca che costò la vita a suo padre...
Sia benedetta la Laika! Dopo quel mezzo diludendo di Boxtrolls - Le scatole magiche il quale, nonostante tutto, conteneva comunque il particolarissimo gusto "adulto" e per nulla sciocco della casa di produzione, mi ha regalato questo Kubo e la spada magica che prometteva di essere un trionfo fin dal trailer... e così è stato! Avete presente l'adagio orientale che recita di come sia più importante il viaggio per raggiungere la meta piuttosto che la meta stessa? Ebbene, tra un accordo di liuto cinese e una battaglia tra origami, Kubo e la spada magica racconta proprio di una seconda occasione resa sotto forma di "quest", all'interno della quale non contano tanto gli oggetti ottenuti, bensì le prove sostenute per recuperarli e i legami creati assieme ai compagni di viaggio oltre alla Storia (con la S maiuscola, ovviamente) nata dall'esperienza. Kubo è un bambino che il nonno, il malvagio Re Luna, vorrebbe rendere fisicamente cieco affinché gli venga impedito di provare emozioni ed abbassarsi così al rango dei comuni mortali, bloccati in un mondo "vile" pieno di brutture, sofferenza e soprattutto morte; venuta meno la protezione della madre, figlia dello stesso Re Luna, il piccolo Kubo si imbarca, assieme ad una scimmia e un samurai trasformato in scarafaggio, in un viaggio alla ricerca di tre oggetti magici capaci di renderlo il dominatore dei cieli. Tra le mani, Kubo ha un liuto cinese che gli consente di animare la carta ed incanalare il potere della sua magia negli oggetti inanimati, cosa che lo porta ad ammaliare gli abitanti di un villaggio, letteralmente rapiti dalle storie ereditate dal ragazzino per bocca della madre; all'interno delle storie di maghi e samurai si fondono realtà ed immaginazione, almeno finché Kubo non si accorge di stare vivendo una pericolosissima versione dei racconti da lui tramandati e di essere inseguito dagli stessi mostri che davano la caccia a suo padre, colpevole di avere trascinato nel mondo mortale la figlia del Re Luna. Umanità, solitudine, sofferenza, il dualismo vita/morte e la potenza del ricordo, capace di rendere immortali non solo le storie ma anche i loro protagonisti, sono gli importanti temi toccati da un cartone animato che non esita a mostrare al pubblico momenti di indicibile tristezza e malinconia, offrendo una consolazione minima, per quanto assai poetica.
La bellezza della storia viene sostenuta degnamente da animazioni strepitose e una colonna sonora perfetta. E' difficile pensare di avere davanti un film realizzato in stop motion quando le animazioni dei pupazzini sono fluide e perfettamente fuse con gli inevitabili effetti speciali digitali capaci di rendere questa tecnica ancora più affascinante (la scena alla fine del film che mostra com'è stato realizzato lo scheletro gigante, di fatto il pupazzo più grande mai utilizzato per un film simile, fa venire voglia di avere per le mani l'intero backstage della pellicola). A ciò bisogna aggiungere un character design a dir poco spettacolare, ispirato agli anime (la pettinatura e la benda sull'occhio di Kubo ma anche il guardiano scheletrico, che ricorda non poco il Dio della guerra di Nausicaa della Valle del vento), all'arte e iconografia giapponesi, al teatro No (bellissime le maschere delle tremende sorelle) e persino agli animali "simbolo" del giappone, quali la scimmia bianca e gli amatissimi scarabei, character design capace di offrire anche un drago sui generis, assai diverso da quello che mi sarei aspettata, più simile ad un pesce abissale che alle creature del folklore orientale. Protagoniste indiscusse di Kubo e la spada magica, assieme agli artistici origami animati dal protagonista, sono le due corde che gli consentono di incanalare la magia (non a caso il film in originale si intitola Kubo and the Two Strings, titolo che ha una doppia valenza non spoilerabile e che, giustamente, priva di importanza la spada magica che di fondamentale ha ben poco) e ovviamente creare le splendide melodie composte dall'italiano Dario Marianelli, già premio Oscar per le musiche di Espiazione, che qui si sbizzarrisce con un mix tra tradizione giapponese e una concezione del ritmo che apre ad influenze occidentali, fino ad arrivare alla bellissima cover finale di While My Guitar Gently Weeps cantata da Regina Spektor. Riassumendo, Kubo e la spada magica, per realizzazione e storia, vince a man bassa su tutti i cartoni animati che mi è capitato di vedere quest'anno e lo consiglio a chiunque tranne a chi ha bimbi con meno di sei anni, i quali potrebbero spaventarsi e piangere (per contro dai sei anni in su potrebbero fare domande scomode: sta a voi se turbarli con la verità oppure fare come il dolce nonno seduto accanto a me, che sdrammatizzava ogni cosa gabbando il nipotino preoccupato. Rispetto, signore!!!).
Di Charlize Theron (voce originale di Scimmia), Ralph Fiennes (Re Luna), Rooney Mara (Le Sorelle) e Matthew McConaughey (Scarafaggio) ho già parlato ai rispettivi link.
Travis Knight è il regista della pellicola, al suo primo lungometraggio dietro la macchina da presa. Americano, ha lavorato come animatore nei film Coraline e la porta magica, ParaNorman e BoxTrolls - Le scatole magiche ed è anche produttore. Ha 43 anni.
George Takei è la voce originale di Hosato. Americano, famoso per essere stato Sulu nelle serie e nei film dedicati a Star Trek, ha partecipato anche a film come Zohan - Tutte le donne vengono al pettine e serie quali Ai confini della realtà, Missione impossibile, Una moglie per papà, L'uomo da sei milioni di dollari, MacGyver, La signora in giallo, Miami Vice, Hercules, Scrubs, Will & Grace, La vita secondo Jim, Heroes e The Big Bang Theory, inoltre ha lavorato come doppiatore in episodi de I puffi, Futurama, Drawn Together, Kim Possible, Phineas e Ferb, Adventure Time, Robot Chicken, American Dad! , I Simpson e film come Mulan. Anche sceneggiatore e produttore, ha 79 anni e due film in uscita.
Cary-Hiroyuki Tagawa è la voce originale di Hashi. Giapponese, ha partecipato a film come Grosso guaio a Chinatown, L'ultimo imperatore, I gemelli, 007 - Vendetta privata, Mortal Kombat, Vampires, Pearl Harbour, Planet of the Apes - Il pianeta delle scimmie, Elektra, Memorie di una geisha, Hachiko - Il tuo migliore amico, 47 Ronin, The Man With the Iron Fists 2 e a serie come McGyver, I Colby, Miami Vice, Moonlighting, Baywatch, Renegade, Nash Bridges, Sabrina vita da strega, Walker Texas Ranger e Heroes. Anche produttore, ha 56 anni e tre film in uscita.
Pare che una delle fonti di ispirazione di Kubo e la spada magica sia la leggenda giapponese chiamata Hakaba no Kitarou, raccontata negli anni '30 in forma di kamishibai e già trasposta in un manga dal titolo Kitaro dei cimiteri, che non conoscevo ma che pare avere generato un'infinità di anime e film; se Kubo e la spada magica vi fosse piaciuto cercate tutto il materiale al riguardo che riuscirete a trovare in rete e ovviamente non perdetevi Coraline e la porta magica, ParaNorman e BoxTrolls - Le scatole magiche. ENJOY!
venerdì 6 maggio 2016
La foresta dei sogni (2015)
Trama: Arthur decide di andare in Giappone, nella foresta di Aokigahara, per suicidarsi. Lì però incontra Takumi, un uomo che si è perso e non sa come tornare dalla sua famiglia, e decide di aiutarlo prima di compiere l'estremo gesto...
La prima cosa che ho fatto dopo la visione de La foresta dei sogni è stato cercare su Google "A perfect place to die". Come immaginavo, il primo risultato è un link che rimanda alla pagina Imdb dedicata al film A Lonely Place to Die ma subito dopo si comincia a parlare della foresta di Aokigahara, definita come IL posto perfetto per morire nell'opera più famosa di Wataru Tsurumi, Il manuale completo del suicidio. Quindi il luogo descritto da Van Sant nel suo ultimo film esiste davvero, si trova ai piedi del monte Fuji e pare che annualmente moltissime persone scelgano di suicidarsi lì, tanto che si dice che ormai negli alberi dimorino gli spiriti inquieti dei defunti, cosa che rende la foresta ancora più spettrale e in qualche modo "mitica". Questi sono i presupposti da cui parte La foresta dei sogni, che vede l'americano Arthur Brennan imbarcarsi per il Giappone e giungere infine in questo posto zeppo di cartelli, scritti in giapponese ed inglese, che invitano i visitatori a riconsiderare la propria esistenza e trovare almeno UN pensiero felice a cui aggrapparsi prima di ricorrere all'estremo gesto. A quanto pare Arthur pensieri felici non ne ha ed è pronto a farla finita, se non che ad un certo punto incontra Takumi, un uomo che ha scelto di suicidarsi a causa di problemi sul lavoro salvo poi pentirsi, richiamato alla ragione dal pensiero della moglie e della figlia; Arthur, benché riluttante, decide di aiutarlo ma la foresta nasconde più di un'insidia e il viaggio intrapreso per porre fine alla propria vita diventa un estenuante percorso sia fisico che spirituale per capire sé stesso e i sentimenti che lo hanno portato fino lì. La foresta dei sogni è un film che parla di persone imperfette, incapaci di godere della propria felicità e spinte da un insano e costante desiderio di farsi del male, troppo impegnate a coltivare uno sciocco sentimento di rivalsa per abbandonarsi ad un moto di sincerità che rischierebbe di lasciarle deboli e vulnerabili ed è quindi quel tipo di pellicola che un po' ci costringe a guardare dentro di noi e vergognarci dei nostri limiti.
Nonostante i buoni propositi, la trama non è comunque priva di ingenuità e, sebbene alla fine tutto torni in maniera assai poetica, riuscendo persino a risollevare l'animo dello spettatore con un lieve afflato di speranza, qui e là nel corso della pellicola subentrano momenti di noia e, peggio ancora, di tragedia talmente esagerata che non si può fare a meno di alzare gli occhi al cielo (Arthur ha una sfiga fuori dal comune, io ve lo dico). D'altronde, la prima cosa che salta all'occhio se invece di cercare su Google "A perfect place to die" si digita "The Sea of Trees", è la reazione scomposta del pubblico durante la proiezione del film al festival di Cannes, dove a quanto pare la pellicola di Van Sant si è beccata la sua buona razione di fischi. Francamente una reazione simile mi sembra esagerata tanto quanto la scelta di portare La foresta dei sogni sulla Croisette: il film è semplice ma gradevole, regala momenti commoventi e altri di grande riflessione, tuttavia non è così innovativo o sensazionale da meritare una vetrina internazionale così importante. La regia di Van Sant, la cui macchina da presa si concentra a volte sui volti sofferenti degli attori, altre sulla maestosità della foresta di Aokigahara e spesso sulla sua impenetrabilità, non ha purtroppo lo stesso respiro epico di un Iñarritu o un Malick, e lo stesso vale per la fotografia e il montaggio, ma in compenso gli attori sono uno più bravo dell'altro. Quello di Arthur non sarà il ruolo più memorabile di McConaughey (anche per colpa della sceneggiatura di cui parlavo sopra) ma il buon Matthew ci mette impegno e passione, mentre Naomi Watts pare tornata ai vecchi fasti e regala una delle interpretazioni migliori degli ultimi anni. Secondo la mia modesta opinione quindi La foresta dei sogni merita una visione, soprattutto se siete amanti del Giappone e avete voglia di vedere in sala un paesaggio diverso da quello della solita, ormai abusata Tokyo.
Del regista Gus Van Sant ho già parlato QUI. Matthew McConaughey (Arthur Brennan) e Naomi Watts (Joan Brennan) li trovate invece ai rispettivi link.
Ken Watanabe (vero nome Kensaku Watanabe) interpreta Takumi Nakamura. Giapponese, ha partecipato a film come L'ultimo samurai, Batman Begins, Memorie di una geisha, Inception e Godzilla. Anche produttore e regista, ha 57 anni e un film in uscita.
martedì 11 novembre 2014
Interstellar (2014)
Trama: la Terra è flagellata da tempeste di sabbia e da una piaga che sta a poco a poco distruggendo tutte le colture. Alcuni scienziati della NASA, scoperta la presenza di un wormhole vicino a Saturno, decidono di mandare degli astronauti a recuperare altri scienziati partiti per esplorare galassie lontane ed eventuali pianeti abitabili...
Tagliamo la testa al toro? Interstellar mi è piaciuto. Su questo non ci piove. Ho apprezzato il mastodontico lavoro di Nolan, un trionfale mix di regia, montaggio ed effetti speciali in grado di trasportarci su pianeti sconosciuti uno più mozzafiato dell'altro, solleticando la memoria cinefila con omaggi a Kubrick e ghiacciandoci letteralmente il sangue nelle vene davanti alla desolazione dello spazio e dell'ignoto. Ho ovviamente amato il gigantesco cast messo assieme dal regista, per svariati motivi: Matthew McConaughey è un eroe riluttante, "grezzo" e molto umano nel suo desiderio di riabbracciare i figli anche a rischio di sacrificare il futuro della razza umana, Anne Hathaway ha dalla sua una fragilità incredibile e, allo stesso tempo, una forza d'animo fuori dal comune, Jessica Chastain ha la fortuna di interpretare il personaggio più accattivante della pellicola, John Lithgow si vede poco (maledetto Nolan!!) ma è sempre adorabile, come del resto lo è la piccola Mackenzie Foy. La storia mi ha appassionata, o meglio, mi ha appassionata il "cuore" della sceneggiatura. L'idea di una Terra condannata ed afflitta da una piaga, condotta per mano verso la salvezza da una novella Mother Abigail (i riferimenti a L'ombra dello Scorpione non sono pochi) verso la quale puntano dei "segni" e attorno alla quale si riuniscono, inconsapevolmente, tante vite umane, è affascinante quanto il triste destino che attende chi si scontra con la relatività del tempo e quanto le scelte compiute per amore, una forza potentissima in grado di superare le barriere dello spazio e del tempo. Tanti aspetti positivi quindi, penserete, cosa voglio di più? Perché sono uscita dal cinema pensierosa e poco convinta, invece di correre nuda sotto la pioggia urlando al miracolo prima di reinfilarmi, fradicia ed infreddolita, nella sala a rivedere da capo il film?
Perché Interstellar mi ha fatto lo stesso effetto di Super 8. All'epoca ero stata una delle poche a non venire catturata dalla presunta bellezza di questo "ritorno agli anni '80 di Spielberg" e il motivo era stato uno, ed uno soltanto: non mi aveva emozionata quanto avrei voluto. Sotto l'avventura, sotto il vintage, sotto la simpatia degli interpreti e della sceneggiatura respiravo un'aria artefatta, di qualcosa costruito a tavolino. La stessa aria l'ho respirata guardando Interstellar, nonostante mi sia commossa più di una volta (nella fattispecie nel momento clou in cui McConaughey rivede i video mandati dai figli o durante l'incontro con Romilly) e nonostante il destino dei personaggi mi interessasse davvero, soprattutto durante la prima, misteriosa parte, dove viene mostrata una Terra afflitta da questa piaga senza nome. Nel corso della seconda parte ho invece avvertito il desiderio di attaccarsi a vili pretesti narrativi per allungare un film che avrebbe potuto tranquillamente durare mezz'ora in meno (la sequenza che vede protagonista Matt Damon è l'emblema della supercazzola e della gag involontaria, quasi a livello The Walking Dead), per non parlare del pre-finale spiegone e telefonatissimo che è riuscito a distruggere qualsiasi parvenza di poesia; in Inception Nolan ci tirava un bel cazzotto in faccia, con una trottola stretta nel pugno, in Interstellar lo stesso Nolan ci da una carezzina sulla testa, un pacchetto di tarallucci e una bottiglia di vino da consumare durante le inevitabili diatribe su internet. Fortunatamente, l'ultima scena è di una bellezza mozzafiato e mi ha riconciliata con l'oscura speranza che non sia tutto bene quel che finisce bene, ma è un po' poco per farmi urlare al capolavoro. Chris, ricordati che la semplicità non è necessariamente un male per quel che riguarda la sceneggiatura, soprattutto quando ci sono di mezzo i sentimenti e l'Amore. Pensa a Cuarón e provaci ancora, dai!
Del regista e co-sceneggiatore Christopher Nolan ho già parlato QUI. Di Ellen Burstyn (Murph da vecchia), Matthew McConaughey (Cooper), John Lithgow (Donald), David Oyelowo (il preside), Anne Hathaway (Brand), Wes Bentley (Doyle), Michael Caine (Professor Brand), Casey Affleck (Tom), Jessica Chastain (Murph), Topher Grace (Getty) e Matt Damon (Mann) li trovate invece ai rispettivi link.
Bill Irwin è la voce di TARS. Americano, ha partecipato a film come Popeye - Braccio di ferro, Hot Shots!, Sister Act 2 - Più svitata che mai, Sogno di una notte di mezza estate, Il Grinch, Lady in the Water e a serie come Una famiglia del terzo tipo e CSI - Scena del crimine. Anche sceneggiatore, ha 64 anni.
Josh Stewart (vero nome Joshua Regnall Stewart) è la voce di CASE. Americano, ha partecipato a film come Il curioso caso di Benjamin Button, The Collector, Il cavaliere oscuro - Il ritorno, The Collection e a serie come CSI - Scena del crimine, ER - Medici in prima linea, CSI: Miami, Ghost Whisperer, The Walking Dead e Criminal Minds. Anche regista, sceneggiatore e produttore, ha 37 anni e un film in uscita.
La piccola Mackenzie Foy, che interpreta Murph a 10 anni, aveva già partecipato a L'evocazione - The Conjuring e agli ultimi due Twilight. Steven Spielberg, che avrebbe dovuto dirigere il film e che ha ingaggiato Jonathan Nolan per scrivere la sceneggiatura, alla fine si è dedicato ad altri progetti quindi Jonathan ha suggerito di affidare la regia al fratello. Detto questo, se Interstellar vi fosse piaciuto, recuperate senza indugio 2001: Odissea nello spazio, Incontri ravvicinati del terzo tipo, Moon, Solaris e Gravity. ENJOY!
domenica 7 settembre 2014
Mud (2012)
Trama: due ragazzini incontrano su un'isola uno sconosciuto di nome Mud. Affascinati dai suoi racconti e dal sentimento d'amore che lo lega alla bellissima Juniper, i due ragazzi decideranno di aiutarlo a uscire da una situazione assai pericolosa...
Mud è un film particolarissimo che, a tratti, mi ha ricordato le atmosfere degli ultimi romanzi di Joe Lansdale, una strana storia di formazione che non si lascia andare ad eccessiva indulgenza nei confronti dei due giovani protagonisti né punta all'happy ending forzato. Tutto ruota attorno a Mud, un uomo misterioso, imbevuto di strane superstizioni, con lo stesso background dei due ragazzi che un giorno se lo trovano davanti su un'isola, armato di pistola e con una storia da raccontare che mescola amore e morte; impossibile, per Ellis e Neckbone, non rimanere affascinati da questo adulto così diverso da tutti gli altri, ancora in qualche modo bambino ma avvolto da quell'aura mitica che solo gli eroi, i criminali e i gatti randagi possono avere. A rimanere colpito da Mud è soprattutto Ellis, il vero protagonista della vicenda nonché vittima di una situazione familiare che a poco a poco si sta sfaldando. Sua madre e suo padre non si amano più come dovrebbero ed Ellis sta cominciando a capire che nulla è per sempre, che l'amore non è necessariamente eterno così come non lo sono la fanciullezza e i luoghi dove viene vissuta; di fronte a questa incombente consapevolezza il ragazzo si aggrappa a Mud e al sentimento profondo che lo lega a Juniper, donna bellissima e volubile, e si convince che aiutando i due innamorati anche la sua vita troverà il giusto binario e si riaggiusterà come per magia. Jeff Nichols confeziona una pellicola dolceamara, pregna di nostalgia e dal sapore antico, con personaggi che sembrano usciti da un film di Sam Pekimpah e che a tratti sembrano quasi irreali, come se fossero fantasmi del passato per nulla interessati ad adattarsi alla realtà moderna, mentre la vicenda dei due ragazzi ha lo stesso sapore dei libri che leggevamo da bambini, dove l'avventura poteva trovarsi persino nell'angolo subito dietro casa e serbava trionfi e pericoli in egual misura.
Visivamente, quello che colpisce di Mud è una fotografia splendida che racchiude in sé tutti i colori di una fine estate in un luogo di confine che dovrebbe essere l'Arkansas e che invece somiglia tanto alla Louisiana, col sole abbacinante che filtra tra gli alberi e si riflette sulle acque dei fiumi e sulle pelli dei serpenti. Jeff Nichols e la sua macchina da presa celebrano quest'incredibile natura attraverso immagini grandiose (stupenda quella degli uccelli in volo) che si mescolano a quelle più "squallide" dei motel, dei bar e dei piccoli paesi tipici della provincia americana o delle baracche galleggianti dove vivono Ellis e Neckbone, pronte a venire crivellate da colpi di fucile o inghiottite dal progresso che avanza inesorabilmente. Questa commistione di antico e nuovo viene mantenuta da un cast praticamente perfetto. Ai visi freschi ed accattivanti dei due giovani protagonisti si affiancano infatti quelli segnati e in qualche modo irreali di un Matthew McConaughey bello, scapestrato e cialtrone, una Reese Witherspoon talmente "stravolta" nel suo essere bionda e all-american da risultare quasi irriconoscibile e da un pugno di caratteristi schivi, violenti e perfetti, figure leggendarie anche nel loro essere fondamentalmente degli uomini sconfitti dalla vita (come il padre di Ellis, un favoloso Ray McKinnon). Jeff Nichols con Mud era stato nominato nel 2012 per la Palma d'oro a Cannes ed è un peccato che un film simile non abbia vinto questo o altri prestigiosi premi perché sicuramente ciò gli avrebbe concesso una distribuzione migliore e più rapida mentre ora, a ridosso dell'estate, rischia di non essere guardato che da un manipolo di spettatori. Siccome di film così ben fatti ed emozionanti se ne vedono ormai pochi cercate di fiondarvi nei cinema che lo proiettano o recuperatelo per una visione casalinga perché Mud merita davvero!
Di Matthew McConaughey (Mud), Reese Witherspoon (Juniper) e Sarah Paulson (Mary Lee) ho parlato ai rispettivi link.
Jeff Nichols è il regista e sceneggiatore della pellicola. Americano, ha diretto anche il film Take Shelter. Anche produttore e attore, ha 36 anni e un film in uscita.
Sam Shepard (vero nome Samuel Shepard Rogers) interpreta Tom. Americano, ha partecipato a film come I giorni del cielo, Fiori d'acciaio, Il rapporto Pelican, Codice: Swordfish, Cogan - Killing Them Softly, I segreti di Osage County e Il fuoco della vendetta. Anche sceneggiatore e regista, ha 71 anni e due film in uscita.
Ray McKinnon interpreta Senior. Americano, ha partecipato a film come A spasso con Daisy, Sommersby, Cose preziose, Un mondo perfetto, L'ombra dello scorpione, Apollo 13, Fratello dove sei?, Take Shelter e a serie come Roswell, Jarod il camaleonte, Nash Bridges, N.Y.P.D., X-Files e Sons of Anarchy. Anche sceneggiatore, produttore e attore, ha 57 anni.
Michael Shannon interpreta Galen. Americano, ha partecipato a film come Ricomincio da capo, Perl Harbour, Vanilla Sky, 8 Mile, World Trade Center, Take Shelter e L'uomo d'acciaio. Ha 40 anni e un film in uscita.
Tye Sheridan, che interpreta Ellis, era già stato figlio di Brad Pitt in The Tree of Life. Se Mud vi fosse piaciuto recuperate anche Re della terra selvaggia e Stand By Me - Ricordo di un'estate. ENJOY!






















































