martedì 3 maggio 2022
Visioni dall'Udine Far East Film Festival 2022
domenica 4 luglio 2021
Visioni dall'Udine Far East Film Festival 2021 (parte 2)
Venerdì si è concluso il Far East Film Festival e anche il tempo per vedere i film disponibili online ma un paio di titoli erano rimasti ancora fuori dai miei post, quindi parliamone un po', sia mai che vi capitasse di recuperarli in altro modo! ENJOY!
Opera prima del regista indonesiano Cornelio Sunny, qui anche in veste di attore protagonista e co-sceneggiatore, è un horror che, come spesso accade nella filmografia di genere di quel Paese, prende il via dallo scontro tra presente e passato, coi protagonisti giovani e ormai abituati alla città che tornano nei paesaggi rurali della loro infanzia, fonti di ricordi ma anche di disgusto verso l'arretratezza mai superata. Questi luoghi spesso celano mali ancestrali e, in questo caso, i giovani cittadini sono costretti ad affrontare una maledizione che spinge le persone ad impiccarsi e che è strettamente legata alla famiglia del protagonista. Death Knot non è folgorante come gli horror visti sempre al FEFF l'anno scorso, anche perché ha un ritmo assai lento, almeno nella prima parte, poi però deflagra con una serie di sequenze sempre più inquietanti (le espressioni di chi ha deciso di uccidersi mettono i brividi) e concitate che lo rendono una visione parecchio interessante. Il finale poi, almeno per me, è stato da applauso, così come l'attore che interpreta il laido, odiosissimo zio dei protagonisti.
Spassosissima commedia horror coreana che, nonostante il titolo internazionale, non parla di zombi bensì di alieni decisi a colonizzare il nostro pianeta partendo dalla Corea del Sud. Protagonista del film è una giovane sposina che, un giorno, scopre che il suo fantastico maritino, oltre a farle portare palchi di corna pressoché infiniti, ha delle abitudini di vita decisamente discutibili, assimilabili a quelle di un superuomo (o supercriminale). La situazione, ovviamente, precipita quando lo sposo comincia a manifestare velleità omicide nei confronti della mogliettina, cosa che consente di aggiungere alla già spassosa coppietta di perfettini un nutrito cast di comprimari, tra amici e parenti, uno più esilarante dell'altro. I dialoghi sono spesso al limite del nonsense e lo stesso vale per molte delle interazioni tra personaggi ma il film risulta un divertimento piacevolissimo anche grazie alle citazioni di X-Files (uno degli agenti ha lo stesso naso di Fox Mulder, per dire) e alla colonna sonora che mescola il Nessun dorma della Turandot alla calzantissima Bad Guy di Billie Eilish. L'ideale per una serata senza pensieri!
venerdì 2 luglio 2021
Time (2021)
Un altro splendido film dell'Udine Far East Film Festival che merita un post a sé è Time, diretto dal regista Ricky Ko.
Trama: un sicario ormai anziano e i suoi due assistenti decidono di mettere al servizio le loro arti per chi, stufo della vita e vinto dalla vecchiaia, vorrebbe suicidarsi. Tutto si complica quando una ragazzina incrocia la loro strada...
Anche Time era uno dei film che avevo in elenco e che mi avevano attirata per la trama e anche questo è schizzato in cima alle priorità grazie al consiglio di Nicola su Facebook. Che dire, Nicola non sbaglia un colpo, perché Time è una di quelle pellicole per nulla banali che riconciliano col mondo e fanno riflettere tra un'emozione e l'altra, un film difficile da incasellare solo come commedia o dramma, perché come spesso accade nella cinematografia asiatica le due cose vanno a braccetto intrecciandosi con mille altri generi. Time, nella fattispecie, comincia come un'omaggio divertentissimo alle trame, allo stile e agli attori del cinema action anni '60/'70 di Hong Kong e mostra l'indiscussa figaggine di un trio di assassini giovani, belli e letali; quegli stessi assassini ci vengono riproposti ai giorni nostri, ormai invecchiati ed impegnati ad attendere che la loro vita finisca tra una triste giornata e l'altra. Di più, i tre vengono trattati come dei pesi da una società cambiata troppo velocemente e non riescono a stare al passo coi tempi, neppure chi, come Fung, ha comunque un figlio che dovrebbe volerle bene e che invece vive come un parassita alle sue spalle, inutile e fancazzista marito di di un'altra sfaccendata con bimbetto a carico che viene utilizzato come leva per ottenere soldi dalla madre. La vita dei tre ex sicari è una continua battaglia contro la società menefreghista, l'inadeguatezza, la solitudine e i rimpianti per il passato ed è questo che li spinge a diventare gli "angeli" di chi soffre come loro, a praticare una clemente eutanasia per chi è nelle loro stesse condizioni, raggranellando nel farlo anche qualche soldo. Questa sorta di status quo dura finché Chau, il braccio del terzetto, non incappa in una ragazzina che gli si accozza per motivi che è bello scoprire guardando il film e che riuscirà, non senza difficoltà, a fare breccia nella gelida facciata di chi era già morto dentro da anni e che aveva rinunciato, pur essendo un killer, ad uccidere il suo nemico più importante.
La storia di Chau e dei suoi compagni viene raccontata con una grazia incredibile, una magica alternanza di momenti genuinamente esilaranti ed altri molto amari, che riportano sullo schermo tutta la tristezza di chi viene messo da parte o sottovalutato solo perché anziano; l'amarezza viene spesso bilanciata dal messaggio di speranza che muove tutto il film, ovvero un invito a riconoscere chi merita di diventare davvero parte della nostra Famiglia nonostante la mancanza di legami di sangue, a trovare persone che meritano davvero il nostro aiuto e il nostro tempo perché, a modo loro, riescono a salvarci in qualunque situazione e a rendere le difficoltà della vita molto più sopportabili. In tutto questo, si muovono tre attori bravissimi (vecchie glorie del cinema di Hong Kong che purtroppo, nonostante la filmografia sterminata, non conoscevo), capaci di dare vita a tre personaggi ognuno più indimenticabile dell'altro e di adattarsi ai diversi stili di racconto; Yin Tse, che interpreta Chau, è credibilissimo nei panni del killer glaciale ed è a tratti anche molto tenero e fragile nel suo essere un anziano che ha perso la via, mentre i suoi due compari Bo-Bo Fung e Suet Lam, chiamati spesso ad incarnare la parte "comica" della vicenda (soprattutto il secondo con la sua stazza enorme e le sue voglie insaziabili), hanno una dignità umana talmente grande che non è possibile provare altro che rispetto e affetto nei loro confronti. Time è graziato non solo dalla trama e dagli attori ma anche dalle scene action le quali, benché siano poche, sono coreografate benissimo e mettono una voglia folle di rivedere in azione il terzetto di sicari e si alternano a momenti "musicarelli" (affidati per intero alla bella voce di Bo-Bo Fung) che non stonano nemmeno un po' e vengono ripresi nel singalong dei titoli di coda, che vi consiglierei di guardare. Lo so che avete solo fino a mezzanotte per recuperare i film dell'Udine Far East Film Festival ma sarebbe un peccato perdervi sia Limbo che Time, quindi cercate di fare gli straordinari!!
Tsz Pun Ricky Ko è il regista della pellicola. Nato ad Hong Kong, è al suo primo film come regista ma ha alle spalle una carriera di aiuto regista ed è stato anche attore.
mercoledì 30 giugno 2021
Limbo (2021)
Al momento in cui scrivo questo post il film più bello dell' Udine Far East Film Festival 2021 è per me Limbo, diretto dal regista Soi Cheang.
Trama: un giovane ed integerrimo poliziotto viene affiancato ad un veterano dai modi spicci per indagare su un serial killer che uccide e mutila le donne. Nel corso delle indagini, l'incontro con una giovane sbandata complicherà ancor più la situazione...
Parallelamente alle indagini dei due poliziotti, infatti, c'è l'angosciante storia di vendetta e redenzione del detective Cham e della giovane Wong, sui cui dettagli sorvolerò perché il rischio spoiler è altissimo, che dà il via ad alcune delle scene di violenza e sopraffazione più terribili che abbia mai visto, nonché ad un paio di inseguimenti al cardiopalma, a piedi e in auto, che da soli varrebbero la visione del film e farebbero impallidire il 90% delle sequenze d'azione di pellicole ben più famose. Tutta questa adrenalina inchioda alla poltrona e tiene desta l'attenzione dello spettatore per tutte le quasi due ore di durata del film ma preparatevi perché Limbo non è una pellicola da guardare a cuor leggero; al di là dell'aspetto thriller e di un whodunnit che, certo, coinvolge e mette parecchia ansia, quello che rapisce è tutto l'intreccio di relazioni umane e di emozioni negative fortissime che strattonano i personaggi spingendoli a compiere anche azioni autolesionistiche, sporcandoli e immergendoli nel putridume al punto che al killer basta solo allungare le mani per poterli prendere e trascinare nel suo folle mondo. Come sa chi segue la mia pagina Facebook, Limbo non mi ha lasciata indenne. Razionalmente, l'ho trovato formalmente ineccepibile, bellissimo, zeppo di soluzioni visive molto interessanti (talvolta i personaggi risultano "doppi", come se le loro emozioni faticassero a venire contenute dal corpo degli attori, ma sono suggestive ed inquietanti anche le panoramiche dall'alto delle discariche, all'interno delle quali le persone si muovono come cavie in un labirinto), ma alcune scene sono davvero difficili da sopportare per il tasso di violenza fisica e psicologica e il pianto che mi sono fatta alla fine non era solo di commozione, ma di liberazione da tutto l'orrore passato sullo schermo. Tenetelo a mente quando lo recupererete, perché dovete assolutamente guardare Limbo, al momento già in un'ideale top 5 di fine anno.
Soi Cheang è il regista della pellicola. Nato a Macao, ha diretto film come Dog Bite Dog, Accident e Motorway. Anche attore, produttore e sceneggiatore, ha 48 anni.
martedì 29 giugno 2021
Visioni dall'Udine Far East Film Festival 2021 (parte 1)
Finalmente il primo festival on line dell'anno è arrivato! L'Udine Far East Film Festival, che per primo l'anno scorso aveva tentato di superare il delirio da covid trasformandosi completamente in un evento via streaming, per la sua ventitreesima edizione ha assunto una forma ibrida, per la gioia di chi, come me, tra lavoro e scarsi mezzi di locomozione Udine non riuscirebbe a vederla nemmeno dipinta. Ecco la prima parte dei frutti del mio abbonamento Web Snake! ENJOY!
Il mio viaggio nell'Est quest'anno è cominciato con un tuffo nella Corea del Sud degli anni '80, attratta dalla riedizione di quello che dovrebbe essere un classico dell'horror di quelle zone. La descrizione del FEFF prometteva "paura dall'inizio alla fine", in realtà Suddenly in Dark Night mette ansia solo nei 20 minuti finali, visivamente pazzeschi, frenetici e davvero paurosi; il resto del film è una versione sovrannaturale de La mia peggiore amica, dove una giovinetta viene assunta come governante da una famiglia benestante formata da marito entomologo, moglie casalinga e pargola che ai fini della trama conta quanto il due di coppe a briscola. Peculiarità della giovinetta è quella di essere figlia di una sciamana e conseguentemente "posseduta dallo spirito della NONNA del Dio del Mare", incarnato in una statuetta dall'aspetto minaccioso da cui la ragazza mai si separa, ma la sua caratteristica principale è quella di essere giovine e bella, cosa che scatena nella moglie dell'entomologo una gelosia che potrebbe essere legittima come no, fomentata da paranoia oppure dall'inequivocabilità delle azioni delittuose della ragazza e di quelle del marito brutto come il peccato ma infoiato a letto. Mettendo da parte le orride scene di amplessi tra belle donne e un uomo mostruoso, la regia di Young Nam Ko è apprezzabile sia per i colori vividi delle sequenze più allucinate che per i "filtri" piazzati sulla cinepresa, uno assimilabile a un fondo di bottiglia che distorce le immagini, l'altro, più classico, in guisa di caleidoscopio. Ciò detto, vista l'abbondanza di film del festival e dato il poco tempo in cui rimarranno disponibili on line, il mio consiglio è quello di evitare o, se avete un abbonamento "flat" come il mio, di guardarvi gli ultimi 20, deliranti minuti.
Commedia horror che getta un po' di luce sulla difficile realtà delle produzioni cinematografiche di Hong Kong, tra produttori cialtroni, superstar e mestieranti che cercano di farsi un nome. La trama ruota su quattro ragazzi costretti a lavorare praticamente gratis per trasformare un edificio realmente infestato in un'attrazione commerciale, così da procurarsi i soldi per realizzare un film proprio basato sul cosiddetto "studio di Sugar Street", e su ciò che si nasconde dietro la storia di un clown divenuto folle per essere stato rifiutato da un'attrice. Per essere una commedia, Sugar Street Studio non fa granché ridere, anche se alcuni personaggi sono esilaranti (in primis il produttore), inoltre l'opera è carente anche dal punto di vista dell'horror, ché i fantasmi non sono mai inquietanti, anche per colpa di un trucco molto teatrale e posticcio, esacerbato da effetti computerizzati abbastanza invasivi. Il film sul finale è riuscito comunque a commuovermi (!) e in generale regia e fotografia non sono male, così come gli attori; considerata la sua natura di opera prima non posso che essere indulgente anche se vale quanto detto per Suddenly in Dark Night relativamente all'abbondanza di film e al poco tempo da sfruttare al meglio.
Questo era uno di quegli eventi dalla durata limitata, a differenza della maggior parte dei film che rimangono online per tutta la durata del Festival. Esempio di quelle assurde commedie trash giapponesi totalmente sopra le righe, Office Royal racconta cosa succederebbe se il mondo delle office ladies giapponesi seguisse le regole di quelle truzzissime bande di teppisti da strada che spesso popolano i manga, con le coloratissime, sboccate e zarre impiegate che decidono il destino delle rispettive aziende attraverso zuffe senza esclusione di colpi. Dentro Office Royale c'è un po' di Aggretsuko, un po' di manga a tema teppaglia, un po' di shonen da combattimento con tanto di allenamenti per diventare sempre più forti e boss di fine livello, ci sono persino dei travestiti che farebbero l'invidia di Frank'n'Furter e una colonna sonora che più tabozza non si può, quindi aveva tutte le carte in regola per diventare lo (s)cult del festival. Ciò detto, nonostante abbia riso spesso e trovato alcune delle idee molto simpatiche, pensavo di divertirmi molto di più e onestamente ho patito la palese volontà di buttare tutto in caciara fin dalle prime sequenze. Evidentemente, One Cut of the Dead mi ha viziata.
martedì 7 luglio 2020
Far East Film Festival 2020: The Closet - Detention
Altra ghost story ambientata stavolta a Taiwan, durante gli anni del terrore bianco, e tratta da un videogioco, parla di una scuola da incubo dove due studenti si ritrovano bloccati al confine tra sogno e realtà, vita e morte. Molto interessante dal punto di vista storico e culturale, soprattutto per chi, come me, non aveva idea che a Taiwan la gente venisse condannata a morte a causa (tra le altre cose) di un enorme indice di libri proibiti, dal punto di vista horror il film è abbastanza lento e pieno di momenti morti, imperniato su un mistero che lo spettatore scafato o mediamente intelligente rischia di avere già risolto dopo una ventina di minuti. Non ho amato particolarmente i mostrilli in CGI che popolano le mura della scuola, probabilmente presenti già nel videogame, e onestamente non ricordo sequenze particolarmente degne di nota, ma anche in questo caso il finale è abbastanza commovente, così come tutto quello che si nasconde dietro l'aspetto horror del film, e il messaggio dell'intera pellicola è positivo, quindi è stata comunque una bella visione. Detention, per la cronaca, pur essendo prodotto dalla divisione taiwanese della Warner Bros. è stato bandito in Cina, quindi chissà se verrà mai distribuito dalle nostre parti.
domenica 5 luglio 2020
Far East Film Festival: Chasing Dream (2019)
Trama: Tigre è uno sbalestrato campione della MMA, che si ritrova quasi involontariamente ad aiutare la bella Cuckoo quando quest'ultima, per vendetta nei confronti del suo ex, decide di partecipare al talent-show Perfect Diva.
Conoscevo Johnnie To di fama, come tutti quelli che, amando Tarantino, hanno imparato anche i nomi dei registi a lui più cari. Tuttavia, poiché all'epoca in cui vivevo di pane e Quentin e avevo molto più tempo da dedicare al cinema ero anche priva di mezzi per coltivare la mia passione, non sono mai riuscita a procurarmi e guardare uno dei film di Johnnie To. Così, sono arrivata vergine all'appuntamento con un regista famoso per il genere noir e gli action violenti, che da tre anni non dirigeva più una pellicola, e posso solo dire di essere rimasta più che perplessa: Chasing Dream è infatti un folle ibrido che nulla ha a che fare coi due generi che hanno portato il regista ad essere conosciuto in occidente e l'unica cosa a cui potrei vagamente paragonarlo è a un film di Takashi Miike nel caso in cui quest'ultimo avesse deciso di bombarsi di acidi e di spararsi una maratona di Uomo Tigre e X-Factor. Chasing Dreams racconta infatti la storia di Tigre, voracissimo campione della MMA che lavora anche come riscossore di crediti per il suo boss, e Cuckoo, appunto indebitata fino al collo col boss di Tigre e determinata a vendicarsi del suo ex fidanzato, diventato un vip dopo averle rubato i testi e le melodie delle sue canzoni; quando Cuckoo scopre che l'ex è nella giuria del talent-show Perfect Diva, la ragazza costringe Tigre ad aiutarla a passare i provini, così da sputtanare in cinovisione il fighetto fedifrago. Le vicende dei due personaggi, come nelle migliori storie d'amore, scorrono in parallelo partendo da una situazione di reciproca mal sopportazione, per poi sfociare in una mutua dipendenza che in Chasing Dream viene ancora più esacerbata dalla natura dei sogni dei protagonisti, per i quali è importantissimo avere dei fan che credono ciecamente in loro, perché il T.I.F.O., come diceva la Mariko Konjo di Ranma 1/2, è Amore. E questo è quanto vi basta sapere della trama, tenendo conto che gli sceneggiatori e il regista sono riusciti ad unire (lo so, sono una otaku, non ho altri termini di paragone) due generi di anime in uno stesso film e a creare un perfetto crossover tra Rocky Joe e L'incantevole Creamy, senza una sbavatura che sia una.
Questo perché Johnnie To mescola i registri con una fluidità tale da rasentare una sfacciataggine che, probabilmente, non si vedrebbe nemmeno al trashissimo Euro Vision Song Contest. Premesso che i due personaggi cominciano a prendersi sul serio giusto verso la fine, e che per almeno un'ora abbondante di film sembrano due esilaranti cartoni animati (Jacky Heung ha una faccia da scemo indimenticabile mentre Wenwen Yu, nonostante sia bellissima, si presta a parecchie sequenze di impagabile demenza), Chasing Dreams è connotato da un montaggio serratissimo che consente alla regia di passare serenamente dalle violente sequenze di lotta sui ring della MMA, con lottatori sempre più mostri, al regno patinato ma ugualmente violento dei talent-show, con fanciulle pronte ad esibirsi nei numeri più improbabili (preparatevi a piegarvi in due dalle risate) davanti a giudici elegantissimi e spietati. Se pensavate che calci volanti, sangue e sudore non potessero mescolarsi al musicarello probabilmente non avete mai visto The Happiness of the Katakuris, quindi avrete sicuramente di che meravigliarvi nel momento esatto in cui vedrete i due mondi scontrarsi e fondersi e Johnnie To profondersi in due splendide sequenze danzate e cantate che vi faranno venire voglia di alzarvi e ballare a ritmo o, perlomeno, battere le mani senza vergogna, perdendovi nelle zarrissime immagini di una Cina filtrata dai colori dei sogni di gloria, dove copiare dev'essere un'arte, non un imbroglio, e dove tutto deve comunque essere fatto col cuore, con rispetto e con coraggio. Onestamente, l'unica cosa che rinfaccio a Chasing Dreams è quella di avere un finale buttato lì, concluso nel più prevedibile dei modi e "sospeso", nel senso che avrei voluto una sorta di catarsi anche per un altro paio di personaggi, non solo per gli adorabili protagonisti, ma a parte questo l'ho trovato veramente splendido ed emozionante. Anche questo film ha ottenuto l'approvazione del Bolluomo, quindi non spaventatevi davanti al mix assurdo di registri e generi e guardatelo senza indugio!
Johnnie To è il regista della pellicola. Nato a Hong Kong, ha diretto film come The Mission, PTU, Election, Mad Detective e Drug War. Anche produttore, attore e sceneggiatore, ha 65 anni e un film in uscita.
venerdì 3 luglio 2020
Far East Film Festival: Exit (2019)
Trama: durante i festeggiamenti per i settant'anni della mamma, Yong-Nam e la sua famiglia si ritrovano bloccati all'interno di un edificio, mentre all'esterno un gas velenosissimo minaccia l'intera popolazione...
Dopo i due horror di cui ho parlato sul blog, Impetigore e Soul, ho avuto modo di guardare The Closet, carino ma non entusiasmante, e avevo quindi pensato di fare un post riassuntivo delle ultime visioni, anche perché il Far East Film Festival finirà domani. Tuttavia, Exit mi ha presa tantissimo e vorrei spendere due parole su questa commedia action firmata, a sorpresa, da un esordiente. Exit è uno di quei film che meriterebbero di approdare in sala come si deve e di venire distribuiti anche in Italia e non come fondi di magazzino; certo, la trama a tratti rasenta il surreale (ma vogliamo paragonarlo a Fast & Furious, giusto per fare un titolo? E dai!) ma vi assicuro che non riuscirete a staccare gli occhi dallo schermo davanti alle peripezie del povero Yong-Nam, disoccupato, single impenitente che vive ancora coi genitori, la "vergogna" della famiglia, ritrovatosi a dover festeggiare il compleanno di mammà in mezzo a gente che palesemente lo ritiene un cretino. Non bastasse il disagio familiare, si aggiungono la presenza della bella Eui-Joo, che anni prima lo aveva respinto, e un attentato terroristico a base di gas venefico, che in pochissimo tempo trasforma la città in un inferno e ogni edificio in una potenziale trappola per topi, visto che il gas sale e l'unica via di scampo sono i vertiginosi tetti dei grattacieli. Fortunatamente, in mezzo a tutto il suo carico di sfiga, Yong-Nam ha dalla sua una pregevolissima preparazione come scalatore quasi professionista, fulcro delle sequenze più al cardiopalma di Exit, roba che, spesso, mi costringeva a distogliere lo sguardo dallo schermo visto il mio atavico terrore davanti a scene che prevedono dei personaggi penzolanti nel vuoto (sapete che mi dà fastidio persino Spider-Man, vero?). E ce ne sono parecchie di queste scene, tutte dirette alla perfezione, concitate ed insieme dilatate all'infinito, dove la fisicità dell'attore Jung-Suk Jo si unisce a tecniche digitali e di regia che non sfigurerebbero davanti ai cosiddetti "blockbuster" occidentali: la scalata del primo edificio trasmette una tensione insostenibile e la corsa finale fa letteralmente saltare sulla sedia e in tutto questo Sang Jeun Lee, anche sceneggiatore, riesce persino a dare spessore ai personaggi.
All'aspetto action si affianca, infatti, un cuore di commedia familiare a tratti esilarante. Ogni membro della famiglia di Yong-Nam è tratteggiato con pochi tocchi che lo rendono subito riconoscibile e "tipico" nel suo modo di essere, unito agli altri nel suo far parte di un sistema da cui Yong-Nam, almeno in apparenza, è tagliato fuori a causa delle mille convenzioni sociali che regolano la vita in Corea (tutta la lunga introduzione è splendida, tra nipotini che fingono di non conoscere lo zio "strano" ed esempi di ordinaria e gretta pochezza in cui genitori e parenti vari mostrano di non essere poi così perfetti, vittime dei loro peccati veniali); i dialoghi, di una spietatezza estrema, strappano spesso delle grasse risate e lo stesso vale per i flashback in cui il protagonista rimembra la triste storia con Eui-Joo, altro personaggio interessante, dalla dura scorza di professionalità che tenta disperatamente di nascondere un animo umanissimo e fragile. A tal proposito, si ride molto in Exit ma c'è anche spazio per magoni sconfinati e ci sono sequenze in cui la commedia si mescola inestricabilmente ad un senso di tragedia e tristezza imminente, in un equilibrio miracoloso che mi è capitato poche volte di vedere in questo genere di film. A questo, dovete aggiungere una bella colonna sonora (non conosco il titolo della canzone che accompagna i titoli di coda ma è perfetta, sembra la sigla di un anime), un ottimo comparto tecnico in grado di scodellare le immagini e sequenze più impensabili, arrivando persino, a un certo punto, a farmi pensare a un film di fantascienza, e un cast di attori uno più bravo dell'altro. Della serie, credevo fosse una supercazzola, scelta giusto per non ammorbare il Bolluomo, invece mi sono ritrovata a guardare il film più entusiasmante del festival: certo, mi mancano ancora una trentina di titoli che non riuscirò mai a recuperare, ma per il tempo che ho avuto posso dire di essere rimasta decisamente soddisfatta! Incrociamo le dita per una futura distribuzione italiana.
Sang Geun Lee è il regista e sceneggiatore della pellicola, sudcoreano, al suo primo lungometraggio.
In-hwan Park, che interpreta papà Jang-Soo era il prete di Thirst. ENJOY!
mercoledì 1 luglio 2020
Far East Film Festival: Soul (2019)
Trama: una madre e i suoi due figli vivono isolati nella giungla malese. Un giorno, ricevono la visita di una strana bambina...
Dopo i classici fantasmi di Joko Anwar, la visione di Soul è stata una sfida affascinante ed impegnativa, introdotta da un paio di versetti del Corano ove si parla dell'odio di Satana nei confronti di chi è stato "creato con la creta", quell'essere umano così fragile, credulone ed imperfetto. Anche in questo caso il film è ambientato ai margini di una foresta lussureggiante, dove vivono una madre e i suoi due figli, un maschio e una femmina, nell'attesa che torni il padre scomparso da tempo. Non ci viene spiegato perché questo piccolo nucleo familiare sia così isolato, considerato che oltre il fiume esiste un villaggio, ma probabilmente tutto risiede nella condizione di possibile vedovanza della madre, che sarebbe costretta a prostrarsi per ottenere aiuto, affidarsi alle cure (e non solo) degli uomini e confermare la propria inferiorità, mentre in questo modo riesce a condurre una vita assai frugale ma più o meno serena. Questo equilibrio già difficile da mantenere viene tuttavia sconvolto quando alla porta della catapecchia in cui risiedono si palesano tre sconosciuti: una bambina muta, ricoperta di terra e sangue, un'anziana donna esperta di misteriose arti magiche e un uomo armato di lancia. Questi tre elementi di disturbo scateneranno una serie di tragici eventi, all'interno dei quali si mescolano leggende del folklore locale, superstizione, religione e la naturale propensione dell'essere umano a non andare oltre le apparenze, affidandosi ad un istinto fatto di preconcetti e paure che diventano terreno fertile per tutto ciò che al mondo vi è di malvagio, non solo gli spiriti. "Gli spiriti non possono farti direttamente del male ma sfruttano gli esseri umani, quindi non fidarti ciecamente di nessuno". Un saggio consiglio che viene impartito nel corso del film e che cade, ovviamente, inascoltato, soffocato da sentimenti squisitamente umani.
Nel corso della visione di Soul mi è venuto spesso in mente The VVitch per il senso di isolamento palpabile e l'inquietudine progressiva che si viene a creare, data non solo dai vari personaggi ma anche e soprattutto da una foresta lussureggiante fotografata in maniera vivida e splendida, all'interno della quale gli alberi sembrano osservare di nascosto i patetici esseri umani di passaggio e racchiudere oscuri segreti pronti a distruggerli. Anche in questo caso, l'elemento sovrannaturale viene centellinato per buona parte della durata del film, poiché la sceneggiatura punta molto su una situazione di disagio familiare già esistente (la madre viene dipinta come una donna rude e poco incline a mostrare affetto verso i figli, il ragazzino anela al possibile ritorno del padre, la ragazzina più grande è dolorosamente consapevole dei molti segreti celati dalla madre e cova il risentimento comportandosi nella stessa maniera rude della donna), ma quando si tratta di cominciare a "fare sul serio" Emir Ezwan non si tira indietro. Immagini sempre più terrificanti spazzano via con un soffio il precario equilibrio dei protagonisti, soprattutto quando il sole cala e i personaggi si trovano immersi in incubi ad occhi aperti, quando una banale febbre potrebbe celare una possessione demoniaca e il confine tra reale e immaginario diventa sempre più labile, fino a deflagrare in un finale rivelatorio ma comunque complesso e allegorico, che meriterebbe a Soul ben più di una visione. Onestamente, se anche non riuscissi a guardare altri film mi verrebbe da dire che quello di Emir Ezwan varrebbe da solo il prezzo dell'abbonamento al Festival, quindi ve lo consiglio spassionatamente.
Emir Ezwan è il regista e co-sceneggiatore della pellicola. Malaysiano, anche tecnico degli effetti speciali, è al suo primo lungometraggio.
Se Soul vi fosse piaciuto recuperate The VVitch. ENJOY!
martedì 30 giugno 2020
Far East Film Festival: Impetigore (2019)
Trama: dopo essere sopravvissuta all'attacco di un uomo, la giovane Maya scopre che nel suo passato si celano dei segreti e decide di andare nel villaggio sperduto dove hanno abitato i suoi genitori per indagare...
Domenica ho miracolosamente guardato due horror di fila. Uno era Soul, di cui parlerò prossimamente, l'altro era questo Impetigore, molto apprezzato a una prima visione ma uscito sconfitto dal confronto impari col suo collega, assai più raffinato. Detto ciò, anche Impetigore è molto interessante, benché d'impianto più "classico"; la sceneggiatura, infatti, è interamente imperniata sul passato, orribile e segreto, di una ragazza in apparenza normale che, a un certo punto, si ritrova vittima delle mire omicide di un uomo in una sequenza di apertura tra le più concitate viste di recente. Dopo l'attacco, Maya scopre che qualcosa non va, non solo in un presente in cui lei e la migliore amica si arrabattano per sopravvivere, ma anche nel passato, al quale Maya si avvicina non solo per curiosità ma anche attirata dalla possibilità di avere in eredità un'enorme villa in stile occidentale, possibile panacea di tutti i suoi problemi economici. L'azione si sposta dunque dalle caotiche città della Malesia a uno sparuto villaggio fatto di sentieri battuti nelle foreste e piccole casette che paiono stare in piedi con lo sputo, un villaggio che farebbe invidia alla sfigatissima cittadina di Dead Silence, dove una misteriosa maledizione ha messo in ginocchio gli abitanti e un abile burattinaio spadroneggia indisturbato assieme alla madre. Ovviamente, Maya e l'amica si ritroveranno invischiate in un'inquietante atmosfera fatta di diffidenza, odio e superstizione, là dove gli spiriti irrequieti dei morti popolano case e foreste, cicciando fuori quando uno meno se lo aspetta; se non altro, Anwar è onesto e gioca più di suggestioni che di jump scare, senza lesinare sequenze più gore e altre immagini di rara crudeltà, soprattutto nel momento in cui la trama comincia a svelare la natura della maledizione calata sul villaggio.
Nonostante il film venga dalla lontana Malesia, ad accomunare Impetigore agli horror occidentali c'è l'idea del villaggio isolato dal quale è impossibile uscire, con gli abitanti tanto gentili e tanto onesti in apparenza ma pronti a tirare fuori coltellacci affilati; la sequenza finale, che vede la protagonista correre strillante nei boschi per poi saltare su una provvidenziale camionetta, richiama alla mente quella di Non aprite quella porta mentre altre scene si portano sulle spalle lontani echi di Hostel e simili, benché le attrici siano molto meno cagne (anzi, in un paio di occasioni mi hanno messo il magone, anche perché Anwar si impegna a renderci subito simpatiche sia Maya che Dini, caratterizzandole con tratti molto umani). Accanto a questi elementi più "universali" ve ne sono però altri più particolari, che rendono Impetigore molto affascinante. Al di là della raffinatezza efferata degli spettacoli dei burattini (in realtà silhouette di carta che proiettano ombre su uno schermo) c'è anche da considerare l'aspetto sociale rappresentato, che non fa molto onore alla Malesia. Le due ragazze vengono a trovarsi in un contesto di isolamento e arretratezza, in un villaggio in cui il valore della donna è essenzialmente legato alla sua capacità o meno di procreare e dove si fa presto ad abbandonare i deboli e gli svantaggiati, ma la situazione in città non è migliore, basti vedere quante volte si faccia riferimento alla violenza sessuale nel film, a come sia Maya che, soprattutto, Dini, siano consapevoli di essere un anello debole e poco tutelato (sentire una terrorizzata Dini dire "non sono vergine quindi non mi opporrò, ma non fatemi male" mi ha agghiacciata), costantemente prese di mira da uomini che le vedono essenzialmente come oggetto sessuale. Onestamente, nonostante l'indiscutibile potenza di una vecchia malvagia, questa concezione di donna mi ha fatto più orrore dell'intero film, che comunque consiglio in quanto validissimo esponente del genere, se vi piacciono le intricate storie di fantasmi condite da un po' di gore.
Del regista Joko Anwar ho già parlato QUI.
Tara Basro (Maya) e Marissa Anita (Dini) sono anche nel cast del secondo film di Joko Anwar presente al festival, il supereroico Gundala, che chissà se riuscirò a guardare. Detto ciò, se Impetigore vi fosse piaciuto consiglio la visione di Satan's Slaves, altro horror dello stesso regista. ENJOY!






































