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martedì 16 giugno 2026

Disclosure Day (2026)


Sabato sono corsa al cinema a vedere Disclosure Day, l'ultimo film diretto dal regista Steven Spielberg.

Trama

Mentre un ragazzo ruba dei video secretati dalla ditta per cui lavora ed è costretto a fuggire assieme alla fidanzata per non essere ucciso, la meteorologa di una stazione televisiva comincia a mostrare strani poteri telepatici legati proprio ai segreti nascosti nei video...

RECENSIONE

Nel 1986 usciva Fievel sbarca in America, co-prodotto dalla Amblin, casa di produzione di Spielberg. All'interno del film, che ricordo ancora abbastanza bene, la famiglia di topolini russi protagonisti decideva di emigrare in America perché, come diceva il testo di una delle canzoni, "Non ci son gatti in America". L'America è da sempre stata una terra mitologica per noi che non ci viviamo, un luogo dove i cattivi sono davvero molto cattivi e pronti a fare il male dell'umanità, come scopriva a sue spese il povero Fievel (i gatti c'erano eccome), ma dove esistono anche i buoni, per di più buoni "speciali", se non addirittura gli eroi che alla fine salveranno il pianeta. E' un'idea confortante, benché sia stata sbugiardata dalla realtà non solo ora che il presidente degli USA è un imbecille arancione ma già dai tempi della fondazione degli Stati Uniti, e che ci riporta a quando eravamo bambini, innocenti, rapiti da film che, in sostanza, ci propinano da sempre la stessa visione delle cose. Tutto questo giro intorno al mondo mi è balenato in testa quando ho cercato di capire perché Disclosure Day mi abbia lasciata spesso a bocca aperta, rapita dalla narrazione, talvolta in lacrime, soprattutto nel corso del terzo atto, quando invece, razionalmente, mi rendo conto che la sceneggiatura, scritta a quattro mani da David Koepp e dallo stesso regista, presenti più di un'incongruenza e tanti momenti WTF. La risposta di Lucia, Spielberghiana di ferro, è stata "Perché è un'opera d'arte", ma io sono bimba di Scorsese, non di Spielberg, e non ritengo affatto Disclosure Day un'opera d'arte. L'unica cosa che mi è venuta in mente, dunque, è che Spielberg sia riuscito a ricreare la magia che ci avvinceva da bambini, quella che nasce dallo spingere il cuore dello spettatore verso un afflato di ingenua speranza, verso la convinzione che non siamo soli nell'Universo e che, lassù tra le stelle, Qualcuno è incuriosito dalla nostra presenza sulla Terra. Qualcuno che, ovviamente, punta lo sguardo solo sull'America, ed estrae a sorte poche persone speciali in un luogo zeppo di entità governative o private che non hanno il minimo interesse a riferire al mondo messaggi di pace, e che scelgono di tenere la conoscenza per sé, perché troppo pericolosa. Qualcuno che sceglie l'empatia come fondamentale mezzo di salvezza per un'umanità condannata, offrendo doni che possano abbattere le differenze e fornirci una maggior comprensione di noi stessi e di coloro che ci circondano, anche se quel primo contatto può rappresentare un trauma e rischia di venire percepito come un'invasione. Spielberg è l'unico che, da Incontri ravvicinati del terzo tipo, riesce a convincere lo spettatore che tutto questo possa succedere davvero, anzi, a dargli la speranza che possa succedere, perché la sua è una fantascienza che parte innanzitutto dall'uomo e dai suoi complessi sentimenti.

All'interno di una trama radicata nell'attualità, che vede un mondo alle soglie della terza guerra mondiale, Disclosure Day punta l'attenzione su persone che hanno perso loro stesse, prive di uno scopo nella vita oppure asservite a quella che credono sia la loro missione. Il film è interamente filtrato dal punto di vista di Daniel e Margaret, pedine fondamentali alle quali mancano tutti i pezzi del puzzle o quasi, ed è attraverso il loro cammino verso la progressiva conoscenza che anche noi spettatori arriviamo a farci un quadro più o meno chiaro della situazione. Il percorso dei due protagonisti non è privo di dilemmi morali, e un altro aspetto interessante del film è la mancanza di una polarizzazione netta tra bene e male, in quanto Noah, connotato come villain, condivide gli stessi dubbi e paure di Jane, la ragazza di Daniel, su quanto sia opportuno per l'umanità venire a conoscenza di segreti alieni proprio nel momento di massima incertezza geopolitica. Se l'atteggiamento dei due personaggi è diametralmente opposto, anche in virtù di un diverso background (Noah è un razionale e freddo burocrate, Jane un'ex novizia che ha perso la fede), la natura dei loro dubbi risiede in una fondamentale e legittima sfiducia verso l'umanità che, inevitabilmente, riverbera nello spettatore. L'aspetto geniale di Disclosure Day, per quanto mi riguarda, è proprio il modo in cui umanizza talmente i due protagonisti, Daniel e Margaret, da illuderci di potere essere loro, quando la realtà è ben diversa, e lo dimostra il ribaltamento finale: noi non siamo i veicoli della "rivelazione", bensì gli utenti finali, il pubblico che deve mettersi seduto in silenzio a testimoniare una meraviglia, un orrore, davanti ai quali non ci sono parole. E ognuno di noi è chiamato a reagire secondo la propria coscienza, perché non ci sono concesse né istruzioni chiarificatrici né messaggi di qualche entità superiore; possiamo solo riflettere, una volta riaccese le luci in sala, su cosa faremmo se davvero un "Disclosure Day" arrivasse a ribaltare tutte le nostre convinzioni. Forse è per questo che sono uscita dal cinema in lacrime, per la paura che un giorno così io non lo vedrò mai, o forse per il terrore che, qualora succedesse, mi mancherebbe il coraggio di affrontare la verità.

Le scene finali di Disclosure Day, infatti, sono molto difficili da sostenere senza farsi venire la tachicardia. Spielberg coniuga una regia meticolosa, che si serve di ottimi effetti speciali, a un montaggio eccelso, atto a trasmettere tutta l'urgenza derivante da una notizia epocale; i filmati di archivio ricreati si alternano alla concitazione dell'interno di una sala di regia, a una sufficienza pratica ma un po' scocciata che lascia spazio a un'incredulità reverenziale, a maschere di professionalità che vanno in frantumi per rivelare persone spaventate e prive di mezzi per descrivere ciò a cui stanno assistendo. Gli ultimi minuti di Disclosure Day sono un capolavoro di tecnica cinematografica, in grado di stare in piedi anche senza l'ausilio di bravi attori. Tutto ciò che viene prima, per quanto bello e tecnicamente ineccepibile, si regge invece sulle spalle di due attrici incredibili, una praticamente sconosciuta, l'altra una garanzia. Emily Blunt qui è semplicemente magnifica. Nulla da togliere a Josh O'Connor, ma il cuore di Disclosure Day è Margaret, così umana, così impreparata ad accogliere un dono potentissimo, spesso buffa e nevrotica, a tratti così schiacciata dal peso della (non) conoscenza da spezzare il cuore. Ho cominciato a piangere nel momento stesso in cui Margaret torna "a casa" ma la sequenza che mi ha annientata, probabilmente, annullando tutte le mie barriere emotive, è stata quella, di poco precedente, dell'attacco di panico, così vicina e così reale che ho rischiato di averne uno assieme alla Blunt. Se, come ho scritto su, non avevo alcun dubbio sulla bravura della Blunt, la sorpresa del film è stata la nepo baby Eve Hewson. Bellissima e delicata, la Hewson si fa carico dell'aspetto "religioso" del film senza esacerbarlo, tiene testa a un attore come Colin Firth rivelandosi perfetta per un futuro nel genere horror, e si fa portavoce dei poveri spettatori "normali", uscendo a testa alta da una vicenda più grande di lei. Se siete arrivati a leggere fin qui, vi sarete resi conto che Disclosure Day mi ha messa in seria difficoltà, perché ancora adesso, a mente fredda, non riesco a capire il motivo per cui abbia avuto una così grande presa emotiva su di me. Razionalmente mi rendo conto che non è affatto un capolavoro (il Bolluomo è rimasto ben poco colpito, per esempio), pertanto non pretendo di convincere i miei sparuti lettori ad andarlo a vedere, ma mi piacerebbe sapere qual è stata la vostra reazione al film per parlarne nei commenti, quindi recuperatelo in qualche modo!

CAST

Del regista Steven Spielberg ho già parlato QUI. Emily Blunt (Margaret Fairchild), Josh O'Connor (Dr. Daniel Kellner), Colin Firth (Noah Scanlon), Colman Domingo (Hugo Wakefield), Wyatt Russell (Jackson) e Elizabeth Marvel (Sorella Maura) li trovate invece ai rispettivi link. 

CURIOSITà

Chavo Guerrero Jr. compare nelle scene iniziali come l'arbitro del match di wrestling. Se Disclosure Day vi fosse piaciuto recuperate Incontri ravvicinati del terzo tipo e E.T. L'extraterrestre. ENJOY!


  

martedì 23 dicembre 2025

Wake Up Dead Man: Knives Out (2025)


Considerato che la mia idea era andare a vedere Avatar - Fuoco e cenere durante le feste di Natale, l'ultimo film recente di cui parlerò quest'anno è Wake Up Dead Man: Knives Out (Wake Up Dead Man), diretto e sceneggiato dal regista Rian Johnson.

Trama

Il detective Benoit Blanc viene chiamato ad indagare su un caso di omicidio avvenuto in una chiesa e, ad affiancarlo, c'è padre Jud, accusato proprio dello stesso omicidio...

RECENSIONE

Avevo adorato il primo Knives Out e mi era piaciuto molto anche Glass Onion, due esempi di gialli ironici, molto ben realizzati e popolati da ottimi attori. Avevo quindi grandissime aspettative per Wake Up Dead Man, ed effettivamente la prima parte mi ha catturata. Attraverso la voce narrante di un prete imperfetto ma sincero, l'ex pugile Padre Jud, ci viene presentata la piccola congrega di una parrocchia governata con pugno di ferro da Monsignor Wicks, uomo al quale non importa nulla all'infuori del potere, non esclusivamente spirituale, esercitato su un pugno di fedeli. Questi ultimi rappresentano un'umanità varia ma, in definitiva, si tratta di persone altoborghesi con problemi lavorativi, familiari e di salute, per i quali il Monsignore rappresenta non solo una fonte di salvezza spirituale, ma anche l'uomo attorno al quale ricostruire una sorta di "élite" di cui far parte e vivere di importanza riflessa; alla cerchia appartengono anche una perpetua e un tuttofare ex alcolista, depositari delle confidenze e dei segreti del Monsignore ma, tutto sommato, trattati come subalterni compiacenti. All'interno di questo microcosmo, Padre Jud ci arriva dopo avere usato i pugni invece della parola, e trova subito un clima ostile nei suoi confronti, in primis da parte dello stesso Monsignore, un rozzo bastardo che cerca in ogni modo di far sentire il giovane parroco in difetto perché troppo "mite" nel diffondere la parola di Dio. Là dove Padre Jud cerca compassione, bontà e una paziente mano sempre pronta ad accogliere e confortare, il Monsignore ritiene più opportuno abbracciare una religione fatta di fuoco purificatore ed intolleranza, e rispondere alla violenza del mondo con durezza. Quando, inevitabilmente, ci scappa il morto, Padre Jud diventa il primo indiziato e sta al detective Benoit Blanc impedire che il giovane prelato finisca in carcere, come vorrebbero sia i parrocchiani che la stessa polizia, tutti convinti della sua colpevolezza. E' qui, paradossalmente, che ho cominciato a fare moltissima fatica a venire coinvolta da Wake Up Dead Man, che sostituisce la scoppiettante battaglia tra Padre Jud e il Monsignore con una didascalica indagine atta a scoprire la dinamica di un delitto perfetto letteralmente da manuale, anzi, da romanzo, e poco si cura di personaggi potenzialmente interessanti, relegati a mero contorno. L'unico ad essere ben delineato dall'inizio alla fine è Padre Jud, attraverso il quale Blanc si riconcilia con una spiritualità consapevolmente ignorata (per non dire disprezzata), ma il rovescio della medaglia di questo aspetto è che persino il detective risulta stereotipato e vuoto.

A differenza dei primi due film, ho fatto fatica a seguire Wake Up Dead Man perché mi sono annoiata al punto da avere difficoltà a rimanere sveglia, persa nel cervellotico autocompiacimento di un protagonista che, in precedenza, avevo adorato. Il desiderio di svelare i meccanismi di una perfezione che sfocia nel miracolo ha fatto sì che mi perdessi più volte, e solo nel corso della rivelazione definitiva sono arrivata commuovermi, sempre grazie al Padre Jud di Josh O'Connor, il quale meriterebbe un film a sé, altro che il nostro Don Matteo. A differenza dei precedenti Knives Out, mi è sembrato che qui anche i meccanismi dietro il delitto e le sue conseguenze fossero "di comodo", molto faciloni, in primis un dettaglio della rivelazione finale che a me sa tanto di "perché sì", assieme al dubbio sortomi sul perché un determinato personaggio dovesse tenersi in casa un complemento d'arredo allucinante. Mi è dispiaciuto molto non riuscire né a divertirmi né ad appassionarmi perché, come sempre, per quanto riguarda scenografie ed oggetti particolarmente importanti per l'indagine, Wake Up Dead Man è di altissimo livello e ho trovato simpatici anche un paio di espedienti narrativi, come il "video nel video" o la lunga introduzione scritta, per non parlare delle doppie narrazioni che, attraverso l'uso di un secondo punto di vista, rivelano la triste realtà di eventi passati. Mi è mancata, purtroppo, la critica sociale corrosiva dei primi due capitoli. Non che qui sia assente, ma l'ho trovata banale, affidata a personaggi talmente superficiali da essere caricature ben poco efficaci, il che si riflette anche nella performance degli attori, non particolarmente entusiasmanti. Chi ne esce a testa altissima è un Josh O'Connor sempre più bravo, e anche Glenn Close e Josh Brolin, che ho faticato a riconoscere, sono degni di nota, mentre mi è parso che Daniel Craig, pur essendosi palesemente divertito, abbia scelto stavolta di interpretare Benoit Blanc inserendo il pilota automatico, lasciando spazio al giovane co-protagonista. Tre anni fa speravo in un crossover coi Muppet, forse sarebbe stato meglio, perché per quanto mi riguarda, e lo dico con sommo dispiacere, Wake Up Dead Man: Knives Out è un film dimenticabilissimo, tanto che non spero neppure ci sia un ennesimo seguito, se i risultati sono questi.

CAST

Del regista e sceneggiatore Rian Johnson ho già parlato QUI. Daniel Craig (Benoit Blanc), Josh O'Connor (Padre Jud Duplenticy), Glenn Close (Martha Delacroix), Josh Brolin (Mons. Jefferson Wicks), Mila Kunis (Capo Geraldine Scott), Jeremy Renner (Dr. Nat Sharp), Kerry Washington (Vera Draven), Cailee Spaeny (Simone Vivane), Thomas Haden Church (Samson Holt), Jeffrey Wright (Vescovo Langstrom) e Joseph Gordon-Levitt (è la voce del telecronista di baseball) li trovate invece ai rispettivi link.

CURIOSITà

Lindsay LohanTom Hardy erano stati contattati per partecipare al film, ma i loro ruoli sono andati a Mila Kunis e Jeremy Renner. Se Wake Up Dead Man: Knives Out vi fosse piaciuto recuperate, ovviamente, Cena con delitto - Knives Out e Glass Onion - Knives Out. ENJOY!

venerdì 3 maggio 2024

Challengers (2024)

Domenica ho costretto il povero Bolluomo ad accompagnarmi a vedere Challengers, diretto dal regista Luca Guadagnino.


Trama: due ex amici, entrambi tennisti, si scontrano durante un torneo Challenger, sotto lo sguardo della donna amata e contesa tra i due sin dai tempi del college...


Inizio il post col solito disclaimer. La mia natura di bradipo mi impedisce di amare ogni genere di sport, e credo che poche cose mi annoino quanto vedere delle partite di tennis in TV, quindi immaginate quanto avessi paura che rotolassero le mie, di palle (più quelle del Bolluomo), durante la visione di Challengers. A discapito di questi timori, Guadagnino non mi è mai dispiaciuto e il trailer mi ha intrigata, quindi ho deciso di dare al film una chance, cosa di cui non mi sono pentita. In totale onestà, non credo di averlo capito al 100%, perché la mia natura spiccia e "pane e salame" ha opposto una strenua resistenza all'idea che due ragazzotti con un promettente futuro davanti decidano di consacrarsi anima e corpo, per tutta l'esistenza, a una come Tashi Duncan, il cui unico pregio è essere inconfutabilmente gnocca, ma per il resto talmente vanesia, antipatica, spocchiosa ed egoista da far venire voglia di prenderla a racchettate. Non che i due baldi fanciulli siano meglio: due servi della gleba a testa alta, uno dotato della vitalità di un'ameba, l'altro spocchioso quasi quanto Tashi, due tennisti che non sono mai riusciti a raggiungere il loro pieno potenziale, ognuno per motivi non meglio specificati o comunque discutibili. In mezzo, per l'appunto, Tashi Duncan. Brillante tennista la cui carriera finisce bruscamente per colpa di un incidente, fulcro di un triangolo che nasce come gioco adolescenziale e si evolve in una partita a tennis lunga decenni, alla perenne ricerca di quel momento perfetto di agonismo e passione pura, in cui contano solo il gioco e i due contendenti, quella sensazione orgasmica che fa urlare per la gioia. Ha il ritmo di un thriller, Challengers. Per quanto i protagonisti siano insopportabili, c'è ovviamente la curiosità (morbosa?) di capire quali saranno i risultati delle macchinazioni di Tashi e chi, tra i due giocatori, vincerà non solo la partita, ma anche il cuore della bella stronza che, apparentemente, è duro ed impenetrabile come l'acciaio. Si crea, inevitabilmente, un preferito per cui tifare (non vi dirò mai per chi ho parteggiato!) e, di conseguenza, si sviluppano tutti i meccanismi che rendono il gioco, se portato avanti bene, degno di essere seguito con attenzione, a costo di farsi venire il torcicollo come succede agli spettatori sugli spalti.


La struttura stessa del film è quella di una partita a tennis, cadenzata dalla truzzissima colonna sonora di Trent Reznor e Atticus Ross (so che tanti l'hanno odiata, io l'ho adorata, non riuscivo a smettere di andare a tempo con la testa). La pallina del tempo va avanti e indietro, senza fermarsi mai, rimbalzando tra il presente e i flashback di un passato sempre meno remoto, costringendo lo spettatore a concentrarsi per non perdere dei pezzi. Come in una partita a tennis cambia la tecnica dei giocatori, qui si fa vario uso di tecniche registiche. Guadagnino sperimenta, soprattutto durante le riprese dei match, con la go-pro che riflette il punto di vista dei due giocatori, e addirittura la simulazione della percezione della pallina, oppure attraverso lastre trasparenti che ci permettono di "diventare" il campo da tennis; sprazzi di originalità che non privano di importanza il fulcro della narrazione, ovvero le inquadrature di corpi atletici sempre più nervosi e sudati, i primi piani di sguardi che celano inquiete tempeste emotive, ferite che, come quelle fisiche, lasciano cicatrici e indeboliscono animi e corpi che non torneranno mai più freschi come un tempo. A proposito di corpi freschi. Zendaya è bellissima, non le serve altro. La sua faccetta naturalmente scazzata è perfetta per il personaggio di Tashi, con lo sguardo colmo di spregio e quel labbrino sempre in giù; peccato per le babbucce di Chanel, l'unico capo orrido di un guardaroba altrimenti stupendo, che la fa ulteriormente spiccare rispetto alla massa (fate caso alle scene "corali". Zendaya è sempre circondata o da uomini o da donne più vecchie, brutte e mal vestite di lei. Guadagnino, non ce n'era bisogno, giuro). I due fanciulli comunque non stanno a guardare. Pur penalizzati dalla necessità di interpretare uomini dall'occhio spento e il viso di cemento, Josh O'Connor Mike Faist non se lo fanno menare e i loro duetti, sia da amici che da rivali, sono uno spettacolo, tanto che avrei gradito molto la svolta seriamente omoerotica in un film che è pieno di allusioni gay neppure tanto sottese. Probabilmente, Challengers non sarà la cup of tea di molti, soprattutto se vi aspettate qualcosa di artistico e cerebrale come The Dreamers (citato da troppi, in realtà la somiglianza si ferma in superficie, al triangolo iniziale), ma a me è piaciuto molto, nonostante fosse un film potenzialmente inadatto alla sottoscritta. Dategli un'occhiata!
 

Del regista Luca Guadagnino ho già parlato QUI mentre Zendaya, che interpreta Tashi Donaldson, la trovate QUA.

Josh O'Connor interpreta Patrick Zweig. Inglese, ha partecipato a film come Cenerentola, Florence, Emma. e a serie quali Doctor Who e The Crown. Anche sceneggiatore e produttore, ha 34 anni e un film in uscita. 


Mike Faist
, che interpreta Art Donaldson, aveva partecipato al West Side Story di Steven Spielberg; per il suo ruolo, inizialmente si era pensato ad Austin Butler e Timothée Chalamet, mentre per quello di Patrick Zweig era in lizza anche Jacob Elordi. Lo sceneggiatore del film, Justin Kuritzkes, è il marito della regista e sceneggiatrice Celine Song. ENJOY!

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