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martedì 26 novembre 2024

Giurato numero 2 (2024)

Ho rischiato di non riuscirci, anche a causa di orari tremendi, ma mi sono incaponita e, alla fine, ho visto in sala Giurato numero 2 (Juror #2), diretto dal regista Clint Eastwood. 


Trama: Justin Kemp è convocato come giurato per un caso di omicidio, proprio mentre la moglie è quasi giunta al termine di una difficile gravidanza. Il caso sembra di facile risoluzione, ma non tutto è come sembra...


Sono andata a vedere Giurato numero 2 non tanto perché sia fan di Clint Eastwood (ho saltato Cry Macho senza troppi problemi e ancora non l'ho recuperato), né perché il film sia stato pubblicizzato come "l'ultimo" del regista, ma perché quasi tutti quelli che lo hanno visto lo hanno incensato come un'opera splendida. Considerato che il courtroom drama è un genere che interessa molto al Bolluomo, ho colto l'occasione per andare al cinema con lui, cosa che non succedeva da almeno un mesetto, ed entrambi siamo usciti dalla sala soddisfatti. Io con lo stomaco chiuso e lui agghiacciato, è vero, ma comunque felici. Forse è troppo arrivare a citare Mystic River, nel descrivere la sensazione di pesantezza ineluttabile, di angoscia che mi ha presa durante la visione di Giurato numero 2, ma sicuramente mi è venuta voglia di riguardarlo e di farlo vedere a Mirco, perché molto di quest'ultimo Eastwood mi ha ricordato quello che, per me, è il suo capolavoro. E, ovviamente, c'è tanto anche di un'opera più recente, Richard Jewell, e almeno una citazione di un film talmente distante dalla cinematografia di Eastwood, da non sembrare nemmeno suo, Mezzanotte nel giardino del bene e del male, che mi sento di dover quotare: "Truth, like art, is in the eye of the beholder. You believe what you choose, and I'll believe what I know". Giurato numero 2 parla di pregiudizi, di ciò che le persone scelgono di credere, e di uno stato che le abbandona, mosso da obiettivi che non sono certo la protezione del comune cittadino. E' un film che si fonda sul dilemma morale di un protagonista che, con pochi elementi ficcanti, ci viene presentato fin da subito come un uomo che ne ha passate tante ed è a pochi giorni dall'ottenere una felicità completa. Tuttavia, Justin, a causa di un tragico errore commesso in buonafede, rischia di perdere di nuovo tutto e l'unico modo per evitare che succeda è lasciare che la "giustizia" faccia il suo corso, abbattendosi su un uomo dal passato peggiore del suo, il quale, però, questa volta è innocente. Per salvare capra e cavoli, sgravandosi la coscienza, Justin combatte contro una giuria già pronta ad emettere un verdetto viziato da pregiudizi (razziali, sessuali, sociali, ecc.) e un avvocato dell'accusa in cerca di voti, consapevole che, per gli stessi motivi, anche la sua verità verrebbe travisata, valendogli la fine di un'esistenza finalmente felice. L'angoscia, in Giurato numero 2, sta nel vedere un uomo normale farsi "mostro" per continuare a vivere. Sta nell'orrore della consapevolezza di non potersi liberare dalle etichette negative, una volta che ci si sono appiccicate addosso. Sta nel realizzare, tristemente, che la giustizia è sì uguale per tutti, ma non è perfetta perché viene lasciata nelle mani di esseri umani che, quel giorno, magari vogliono solo tornare a casa presto, sono stanchi, ti hanno già giudicato colpevole per motivi che esulano dal caso specifico, non hanno voglia di riflettere troppo, nonostante abbiano (a volte letteralmente) la tua vita tra le mani. Umani, appunto, costretti a fare un lavoro divino.


L'angoscia, in Giurato numero 2, sta nella verosimiglianza di ciò che Clint Eastwood racconta, ancor più enfatizzata dal suo stile asciutto. La regia del Grande Vecchio è priva di fronzoli, non mostra niente più di quel che serve per capire, con uno sguardo, i personaggi, ciò che li muove e la posta in gioco; addirittura, le fasi iniziali del processo possono tranquillamente definirsi un esempio di anticlimax, perché non ci sono quelle esagerazioni teatrali tipiche del genere, con arringhe infinite e sottili strategie di avvocati superstar. E' tutto piuttosto banale, direi quasi squallido, e per questo ancora più credibile e "vicino" alla quotidianità del pubblico. Nonostante questo, il dilemma morale di Justin, reso palese dopo pochi minuti di film, viene gestito coi ritmi di un thriller e coinvolge per l'impossibilità di incasellare i personaggi in ruoli predefiniti di "buono" o "cattivo"; naturalmente, l'istinto è quello di parteggiare per Justin, persino di sperare nella sua "vittoria" (se di vittoria si può parlare), ma ci sono momenti in cui la volontà di chiudere gli occhi e far finta di nulla si incrinano davanti ad atteggiamenti e scelte moralmente non condivisibili, soprattutto verso il finale. Geniale, in questo, scegliere di far interpretare Justin a Nicholas Hoult, con quella faccia da bravo ragazzo adombrata da occhi di un azzurro freddo, che a volte gli danno un che di calcolatore ed ambiguo. Dove non c'è incertezza, invece, è nello sguardo di Toni Collette. Ho visto il film doppiato ma, giuro, l'occhiataccia fulminante arrivata al culmine del confronto tra Faith e Justin ha costretto persino me a chinare la testa dalla vergogna di avere anche solo pensato di parteggiare per il protagonista. Scherzi a parte (e chi scherza, sulla maestosa Collette?) Giurato numero 2 è un piccolo miracolo in cui si incastrano alla perfezione tutti gli elementi (narrativi, tecnici, attoriali e registici) che contribuiscono a rendere grande un film. Se questa, come dicono in tanti, sarà l'ultima pellicola di Eastwood, mi sento di affermare che il vecchio Clint ha concluso la sua carriera a testa alta, con un film lucido, attuale e perfettamente coerente con la sua pluriennale poetica. Considerato quanti registi più giovani hanno ormai abbracciato allegramente un rincoglionimento consapevole, c'è solo da ammirarlo ed augurargli di fare Cinema ancora per un po' di tempo, perché ne abbiamo un maledetto bisogno.
 

Del regista Clint Eastwood ho già parlato QUI. Nicholas Hoult (Justin Kemp), Zoey Deutch (Allison Crewson), Toni Collette (Faith Killebrew), Leslie Bibb (Denice Aldworth), J.K. Simmons (Harold), Chris Messina (Eric Resnick), Gabriel Basso (James Michael Sythe), Francesca Eastwood (Kendall Carter) e Kiefer Sutherland (Larry Lasker) li trovate invece ai rispettivi link.


Se Giurato numero 2 vi fosse piaciuto recuperate Richard Jewell, Mystic River e La parola ai giurati. ENJOY!


martedì 22 settembre 2020

La babysitter - Killer Queen (2020)

So che l'etichetta cinèfila avrebbe voluto che guardassi prima Sto pensando di finirla qui invece di La babysitter - Killer Queen (The Babysitter: Killer Queen), diretto e co-sceneggiato dal regista McG, ma amici mi hanno sconsigliato di approcciarmi all'ultimo film dell'adorato Charlie Kaufman in questo momento di umore nero, così ho preferito buttarmi sulla supercazzola.


Trama: Cole è cresciuto ma è sempre lo stesso sfigato e, soprattutto, nessuno gli crede quando racconta che tre anni prima la sua babysitter Bee è scomparsa dopo aver cercato di usarlo come sacrificio umano assieme ad altri ragazzi ora morti. La situazione ovviamente peggiora quando il culto satanico di tre anni prima torna a cercarlo...


La babysitter, uscito su Netflix nel 2017, aveva due meriti: uno, quello di avere attirato l'attenzione sulla bionda e bellissima Samara Weaving, due, non prendersi mai sul serio nemmeno per sbaglio. A dire il vero ci sarebbe anche un terzo merito, quello di essere uno dei film più splatter sul catalogo Netflix, non fosse che quello di La babysitter era un gore così cartoonesco da non turbare neppure gli stomaci deboli, quindi rimaniamo concentrati sui primi due punti. Purtroppo, il sequel La babysitter - Killer Queen ha l'unico, enorme difetto di privarsi del punto uno, mentre per il resto rimane fedele al secondo per tutta la sua durata, anzi, se possibile è ancora più cazzone e cretino del primo capitolo. Cole è cresciuto, non ha più bisogno di una babysitter, ma è rimasto comunque un liceale sfigato e weird, reso ancora più disadattato dagli eventi che lo hanno visto potenziale vittima sacrificale della babysitter Bee e dei suoi amici, tutti peraltro morti per mano sua o quasi; come nelle migliori tradizioni horror, infatti, nessuno gli crede, i genitori preoccupati lo considerano pazzo e persino la migliore amica d'infanzia, Melanie, finge che non sia accaduto nulla e gli consiglia di fare altrettanto. Tutto cambia durante una serata di libertà in cui Cole, trascinato da Melanie e dai suoi amici, non decide di smettere di fare il bravo ragazzo e decide di andare a una festa privata sul lago (notoriamente pessimi posti per gli horror), ritrovandosi così davanti il suo peggior incubo. E qui mi fermo, perché Killer Queen nasconde tantissime sorprese che vi lasceranno alternativamente scioccati e piacevolmente stupiti se avete voluto anche solo un po' di bene a La babysitter. Tra personaggi amatissimi che ritornano ancora più in forma di prima, altri ai quali viene concesso più spazio (i padri snaturati di Melanie e Cole) e nuovi arrivi, in tutta onestà, non particolarmente carismatici, anche questa volta Cole avrà il suo bel daffare per sopravvivere a quell'innocenza che pare essere nettare prelibato per il diavolo e, ovviamente, per dimostrare di non essere lo sfigato che tutti credono.


Quanto alla realizzazione, se conoscete un po' McG sapete bene che il regista non è uno dei più raffinati, anzi, realizza buona parte dei suoi film come se avesse per le mani un cartone animato di inizio nuovo millennio e non risparmia citazioni a piene mani (il Bolluomo s'è commosso per il momento Street Fighter, per esempio), ralenti, flashback trattati col metodo "grindhouse", scritte in sovrimpressione, momenti pop come se piovessero e bagni di sangue con morti splatterosissime. Personalmente, durante la visione di Killer Queen sono rimasta estasiata davanti alla sequenza/metafora sessuale più trash ed esilarante di sempre, con tanto di balletto retrò ad accompagnare il tutto, qualcosa che non avrebbe sfigurato in capolavori del nonsense come Una pallottola spuntata o Hot Shots!, per intenderci. La sequenza è accompagnata da una canzone di cui non conosco assolutamente il titolo, parte di una colonna sonora bellissima che trionfa sul finale con l'ovvia ma perfetta Killer Queen dei Queen e che fa venire voglia di recuperare altre hit citate ma, ahimé, non utilizzate come Can't Touch Me o Ice Ice Baby, giusto perché di trash dal sapore anni '90 non ce n'è mai abbastanza. Molto valido, ovviamente, anche il cast: Judah Lewis si diverte palesemente molto nel ruolo di Cole ma mai quanto Bella Thorne, Andrew Bachelor e Robbie Amell, tra i quali non saprei scegliere chi mi fa più ammazzare dalle risate, e la strana coppia Ken Marino-Chris Wylde stavolta dà letteralmente il bianco, così come l'esilarante Carl McDowell. Io non so se faranno il terzo La babysitter ma, per una volta, mi auguro proprio di sì e che la squadra vincente non si cambi, perché sarebbe come l'appuntamento annuale con Sharknado ma senza la vergogna di dire "ca**o, non vedo l'ora che esca il prossimo Sharknado!". Cole, sarai anche sfigato ma ti si vuole bene.


Del regista e co-sceneggiatore McG ho già parlato QUI. Samara Weaving (Bee), Emily Alyn Lind (Melanie), Bella Thorne (Allison), Ken Marino (Archie) e Leslie Bibb (Phyllis) li trovate invece ai rispettivi link.

Judah Lewis interpreta Cole. Americano, ha partecipato a film come La babysitter e Summer of '84. Ha 19 anni.


Ovviamente, se La babysitter - Killer Queen vi fosse piaciuto recuperate anche La babysitter. ENJOY!

martedì 17 ottobre 2017

The Babysitter (2017)

Ottobre è il mese di Halloween e, nell'attesa della seconda serie di Stranger Things, Netflix ha tirato fuori dal cilindro la commedia horror The Babysitter, diretta dal regista McG.


Trama: Cole è un ragazzino timido e pauroso che, alla veneranda età di 13 anni, ha ancora bisogno della babysitter, la bellissima e sensuale Bee. Una sera Cole decide non dormire quando la babysitter lo mette a letto e scopre così che la bella Bee nasconde un terrificante segreto...


The Babysitter è la seconda commedia horror (che io sappia) prodotta e distribuita da Netflix dopo Little Evil, film che ho già visto ma di cui non ho ancora parlato. A differenza della storia del "figlio di Satana", carina all'inizio ma un po' moralista da metà in poi, The Babysitter non smette mai di essere ciò che appare all'inizio, ovvero un'esageratissima supercazzola dalle tinte sanguinolente, assai divertente e molto godereccia, che non perde mai di vista l'assurda cattiveria del suo assunto iniziale e offre allo spettatore la presenza di personaggi assurdi e ben caratterizzati. Il protagonista, innanzitutto. Cole frequenta le scuole medie e ha paura di qualsiasi cosa, questo nonostante abbia dei genitori che gli permetterebbero di fare parecchie esperienze che farebbero la gioia di un ragazzino della sua età (guidare la macchina in primis); conciato come un piccolo Kingsman, ovviamente vessato dal novanta per cento dei compagni di scuola, non si capisce se Cole sia davvero uno sfigato oppure se ci marci sopra per poter continuare ad avere come babysitter la bionda Bee. Quest'ultima è caratterizzata come il sogno proibito di ogni uomo e donna del pianeta e non ha un difetto che sia uno: bionda, gnocca, simpatica, intelligente, sensualissima, persino dotata di enorme cultura nerd e cinematografica, è indubbiamente la compagna di giochi ideale per un ragazzino che comunque si trova nella delicata fase prepuberale e quindi non è totalmente indifferente alle grazie della signorina. La prima parte del film è interamente realizzata come una commedia che potrebbe sfociare nel coming of age, con Cole costretto ad affrontare i suoi problemi, Bee che gli fa da allegra spalla, il cucuzzaro di assurdi personaggi che circondano il protagonista ognuno impegnato a svolgere al meglio il proprio ruolo (bulletto, amici del bulletto, ragazzina carina della porta accanto, genitori in crisi matrimoniale impegnati a ravvivare il loro rapporto, ecc. ecc.) e la scommessa di rimanere sveglio per vedere cosa succede di notte dopo che la babysitter l'ha mandato a letto (ci saranno "prostate"? "Orge"? Chissà...)... poi però la situazione cambia e subentra l'elemento horror. Molto splatter. Come si evince dal trailer, da protetto Cole diventa vittima sacrificale e la bella Bee un mostro spietato, quindi il ragazzino deve superare la sua natura paurosa e cercare di sopravvivere alla notte più difficile della sua vita, tramutatasi all'improvviso nel più classico degli home invasion, una roba che quella del povero Kevin McCallister, al confronto, era una natalizia passeggiata di salute.


Dopo la lunga introduzione dal sapor di commedia, dunque, The Babysitter sconfina in campo horror eppure non smette mai, nemmeno per un secondo, di divertire lo spettatore. Tra battute esilaranti, personaggi incredibilmente stupidi, equivoci e carnefici che si prendono tutto il tempo di fare anche da mentore alle proprie vittime, il regista McG trova anche l'occasione di prendersi in giro citando una delle scene iconiche del primo Charlie's Angels e fa inorridire lo spettatore con tarantole giganti, secchiate di sangue e un bodycount abbastanza alto per questo genere di pellicola. Intendiamoci, non si ha mai davvero paura guardando The Babysitter, eppure ci sono un paio di jump scare efficaci e un'ottima gestione dei momenti più thriller, durante i quali McG dimostra di non essere l'ultimo streppone che si è ritrovato in mano una macchina da presa per caso; fortunatamente, il regista non dimentica neppure le sue origini pop e i momenti topici vengono evidenziati con divertentissime scritte in sovrimpressione, finestre tipiche dei giochi di ruolo e altre amenità dosate con parsimonia così da non risultare fastidiose. Ma io posso anche stare qui a scrivere delle ore su quanto mi sia divertita guardando The Babysitter, tanto so benissimo che l'unico motivo per guardarlo sta nell'incredibile bellezza di Samara Weaving, quella maledetta sgnoccolona australiota. La sua presenza scenica non può passare inosservata e durante il gioco della bottiglia tra lei e Bella Thorne il Bolluomo ha rivalutato in tempo zero il valore culturale della cinematografia horror (non potevo neppure tirargli una gomitata nei denti...) ma, al di là dell'innegabile bellezza stratosferica che le fate madrine le hanno donato, mi è parso che la biondina sapesse anche recitare, cosa che mi porta ad augurarle una fulgida carriera. Il resto del cast non è magari così memorabile, per quanto sia composto da almeno un paio di facce conosciute, ma per il valore che ha The Babysitter portano tutti a casa la pagnotta, sia ragazzini che adulti, con menzione speciale a una Bella Thorne che ho trovato molto più in parte qui rispetto all'abominevole Amityville: Il risveglio. In soldoni, Netflix ha tirato fuori una pellicola perfetta per una serata ignorante a base di pop corn e brividelli allouìni, adatta anche a chi non ha il coraggio di affrontare un Horror con l'H maiuscola ma vuole comunque farsi trasportare dall'atmosfera stagionale, quindi consiglio senza remore una visione disimpegnata.


Di Bella Thorne (Allison), Leslie Bibb (la mamma di Cole) e Ken Marino (il papà di Cole) ho parlato ai rispettivi link.

McG (vero nome Joseph McGinty Nichols) è il regista della pellicola. Americano, ha diretto film come Charlie's Angels, Charlie's Angels - Più che mai e Terminator Salvation. Anche produttore, regista e sceneggiatore, ha 49 anni e un film in uscita.


Samara Weaving interpreta Bee. Nipote di Hugo Weaving, ha partecipato a serie quali Home and Away e Ash vs Evil Dead. Australiana, anche regista e sceneggiatrice, ha 25 anni ed è tra le protagoniste dell'imminente serie Picnic ad Hanging Rock.



lunedì 24 ottobre 2011

Trick'r Treat (2007)

Tutte le volte che penso che l’horror USA sia ormai morto e sepolto, spuntano fuori chicche che mi portano a dargli ancora qualche speranza, come questo bellissimo Trick’r Treat, diretto nel 2007 dal regista Michael Dougherty. E siccome il film è bello e tra poco è Halloween... perché non approfittarne?



Trama: mentre una piccola cittadina americana festeggia la notte di Halloween, per le strade e nelle case si intrecciano diverse storie, sotto lo sguardo attento di un misterioso bimbo incappucciato. Una ragazza vorrebbe togliere le spettrali decorazioni anzitempo; un preside cerca di insegnare ad un suo alunno il rispetto delle tradizioni; dei bambini vanno ad esplorare un luogo che, anni prima, era stato teatro di una terribile tragedia; una ragazza deve trovare un accompagnatore per la festa, senza sapere che in città circola un vampiro assetato di sangue; un vecchio misantropo solitario riceve visite inaspettate.



Era da parecchio che un horror non mi entusiasmava tanto come è riuscito a fare Trick’r Treat. Il fatto è che adoro i film composti da più storie in qualche modo collegate le une alle altre, soprattutto di questo genere, ovviamente, e a parte i vecchi Creepshow o I delitti del gatto nero (che tuttavia sono ancora diversi in quanto a struttura…) spesso e volentieri i risultati sono deludenti. Trick’r Treat invece è praticamente perfetto, e riesce a mantenere alto l’interesse, la tensione e la sorpresa dall’inizio alla fine, seguendo un unico, sanguinoso e saggio fil rouge: in una notte “magica” come quella di Halloween non è consigliabile farsi beffe delle tradizioni o non conoscerle, perché nulla è quello che sembra. Scavando un po’ più a fondo, troviamo anche una sana critica alla commercializzazione di feste che hanno radici antichissime e che col tempo si sono banalizzate a tal punto che nessuno o quasi ricorda da cosa deriva la tradizione di intagliare zucche e farne lanterne, oppure di richiedere un dolcetto per evitare lo scherzetto… male!, perché i protagonisti del film ne pagheranno le conseguenze.



Parlando della struttura e delle storie di Trick’r Treat, diciamo che le più inquietanti sono l’introduzione e quella finale, mentre le altre puntano un po’ di più sul grottesco e l’ironico, tranne quella dedicata ai bambini che invece è più crudele e malinconica. A me sono piaciute molto tutte, a dir la verità, non riesco a dire onestamente quale sia la mia preferita (forse servirebbe una seconda visione), ma la cosa bella è che in ognuna c’è un rimando alle altre e che seguirle, nonostante svariati salti temporali e didascalie che ci portano indietro nel tempo, non è affatto difficile. La realizzazione dell’intero film, poi, è decisamente di qualità superiore. L’introduzione ci mostra dapprima un piccolissimo schermo anni ’50 dove scorrono immagini che ci raccontano la storia del vero Halloween, subito sommerse dai titoli animati di Trick’r Treat, che ci presentano elementi di tutti gli episodi contenuti nel film come se fossero parte di quelle vecchie raccolte di fumetti horror. Da lì in poi è un trionfo di nero ed arancione, i colori della festa di Ognissanti, che avvolgono una fotografia pulitissima e nitida, regalandoci immagini da fiaba dark popolate da zucche, lumini e nebbia, con l’unica eccezione di un flashback diurno, dai toni ammorbiditi e quasi sgranati tipici di una vecchia pellicola casalinga.



Gli effetti speciali ci sono, sono molto belli ma vengono anche usati con parsimonia. Spettacolare il finale della storia di “Cappuccetto Rosso” (anche grazie all’utilizzo della Sweet Dreams di Marilyn Manson, una colonna sonora azzeccatissima!), dove gli artisti del makeup hanno davvero dato il bianco, come si suol dire, e delizioso anche il Jack O’Lantern dell’ultimo episodio, assolutamente inquietante. Quanto agli attori, per una volta non sono affatto irritanti, né stupidi, né banali, neppure quelli “adolescenti”, per così dire. Voto dieci al vecchio leone Brian Cox e anche all’attore Dylan Baker, che interpreta il personaggio più ambiguo ed esilarante di tutta la pellicola. Aggiungo il personale apprezzamento per la scelta di abbondare con l’ironia nera, tanto da rendere Trick’r Treat una sorta di ibrido in perfetto equilibrio tra la black comedy e l’horror tout court. Consigliato spassionatamente, e non solo ad Halloween!



Di Brian Cox, qui nei panni di Mr. Kreeg, ho già parlato qua.

Michael Dougherty è il regista e sceneggiatore della pellicola che è anche il suo primo (e per ora unico) film. Americano, anche sceneggiatore, attore e produttore, ha 37 anni.



Anna Paquin interpreta Laurie. Canadese, ha conquistato l’Oscar come miglior attrice non protagonista giovanissima, con lo splendido Lezioni di piano, e poi è finita nel cast dei primi tre X – Men a vestire i panni di uno dei personaggi più amati dai fan, la sfortunata Rogue. Tra gli altri suoi film ricordo Jane Eyre, Bugie, baci, bambole & bastardi, La 25esima ora e Scream 4 (che devo ancora vedere!!). Anche produttrice, ha 29 anni e tre film in uscita.  



Dylan Baker interpreta Steven. Americano, ha partecipato a film come The Cell – La cellula, Era mio padre, Spider Man 2 e Spider Man 3, oltre a serie come Miami Vice, Oz, CSI, Ugly Betty e Dr House. Ha 52 anni e tre film in uscita.



Leslie Bibb interpreta Emma. Americana, ha partecipato a film come Talladega Nights: The Ballad of Ricky Bobby, Iron Man e Iron Man 2, oltre a serie come Quell’uragano di papà, E.R. Medici in prima linea, Nip/Tuck e CSI: Miami. Anche produttrice, ha 37 anni e due film in uscita.



Tra gli attori, segnalo la presenza di Tahmoh Penikett, che interpreta uno dei due fidanzati nell’introduzione (era lo sbirro che si alleava con Echo nella serie Dollhouse). Se Trick’r Treat vi fosse piaciuto, consiglierei la visione di un'altra divertente pellicola “a tema”, Giovani diavoli. Intanto, io vi lascio con un inquietante corto animato diretto dallo stesso regista, Season’s Greetings, del 1996, da cui è stato tratto il film recensito (che mi pare passassero tempo addietro o su MTV o su quel contenitore di corti che, di tanto in tanto, trasmettevano su Italia Uno...). ENJOY!!!

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