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martedì 26 novembre 2024

Giurato numero 2 (2024)

Ho rischiato di non riuscirci, anche a causa di orari tremendi, ma mi sono incaponita e, alla fine, ho visto in sala Giurato numero 2 (Juror #2), diretto dal regista Clint Eastwood


Trama: Justin Kemp è convocato come giurato per un caso di omicidio, proprio mentre la moglie è quasi giunta al termine di una difficile gravidanza. Il caso sembra di facile risoluzione, ma non tutto è come sembra...


Sono andata a vedere Giurato numero 2 non tanto perché sia fan di Clint Eastwood (ho saltato Cry Macho senza troppi problemi e ancora non l'ho recuperato), né perché il film sia stato pubblicizzato come "l'ultimo" del regista, ma perché quasi tutti quelli che lo hanno visto lo hanno incensato come un'opera splendida. Considerato che il courtroom drama è un genere che interessa molto al Bolluomo, ho colto l'occasione per andare al cinema con lui, cosa che non succedeva da almeno un mesetto, ed entrambi siamo usciti dalla sala soddisfatti. Io con lo stomaco chiuso e lui agghiacciato, è vero, ma comunque felici. Forse è troppo arrivare a citare Mystic River, nel descrivere la sensazione di pesantezza ineluttabile, di angoscia che mi ha presa durante la visione di Giurato numero 2, ma sicuramente mi è venuta voglia di riguardarlo e di farlo vedere a Mirco, perché molto di quest'ultimo Eastwood mi ha ricordato quello che, per me, è il suo capolavoro. E, ovviamente, c'è tanto anche di un'opera più recente, Richard Jewell, e almeno una citazione di un film talmente distante dalla cinematografia di Eastwood, da non sembrare nemmeno suo, Mezzanotte nel giardino del bene e del male, che mi sento di dover quotare: "Truth, like art, is in the eye of the beholder. You believe what you choose, and I'll believe what I know". Giurato numero 2 parla di pregiudizi, di ciò che le persone scelgono di credere, e di uno stato che le abbandona, mosso da obiettivi che non sono certo la protezione del comune cittadino. E' un film che si fonda sul dilemma morale di un protagonista che, con pochi elementi ficcanti, ci viene presentato fin da subito come un uomo che ne ha passate tante ed è a pochi giorni dall'ottenere una felicità completa. Tuttavia, Justin, a causa di un tragico errore commesso in buonafede, rischia di perdere di nuovo tutto e l'unico modo per evitare che succeda è lasciare che la "giustizia" faccia il suo corso, abbattendosi su un uomo dal passato peggiore del suo, il quale, però, questa volta è innocente. Per salvare capra e cavoli, sgravandosi la coscienza, Justin combatte contro una giuria già pronta ad emettere un verdetto viziato da pregiudizi (razziali, sessuali, sociali, ecc.) e un avvocato dell'accusa in cerca di voti, consapevole che, per gli stessi motivi, anche la sua verità verrebbe travisata, valendogli la fine di un'esistenza finalmente felice. L'angoscia, in Giurato numero 2, sta nel vedere un uomo normale farsi "mostro" per continuare a vivere. Sta nell'orrore della consapevolezza di non potersi liberare dalle etichette negative, una volta che ci si sono appiccicate addosso. Sta nel realizzare, tristemente, che la giustizia è sì uguale per tutti, ma non è perfetta perché viene lasciata nelle mani di esseri umani che, quel giorno, magari vogliono solo tornare a casa presto, sono stanchi, ti hanno già giudicato colpevole per motivi che esulano dal caso specifico, non hanno voglia di riflettere troppo, nonostante abbiano (a volte letteralmente) la tua vita tra le mani. Umani, appunto, costretti a fare un lavoro divino.


L'angoscia, in Giurato numero 2, sta nella verosimiglianza di ciò che Clint Eastwood racconta, ancor più enfatizzata dal suo stile asciutto. La regia del Grande Vecchio è priva di fronzoli, non mostra niente più di quel che serve per capire, con uno sguardo, i personaggi, ciò che li muove e la posta in gioco; addirittura, le fasi iniziali del processo possono tranquillamente definirsi un esempio di anticlimax, perché non ci sono quelle esagerazioni teatrali tipiche del genere, con arringhe infinite e sottili strategie di avvocati superstar. E' tutto piuttosto banale, direi quasi squallido, e per questo ancora più credibile e "vicino" alla quotidianità del pubblico. Nonostante questo, il dilemma morale di Justin, reso palese dopo pochi minuti di film, viene gestito coi ritmi di un thriller e coinvolge per l'impossibilità di incasellare i personaggi in ruoli predefiniti di "buono" o "cattivo"; naturalmente, l'istinto è quello di parteggiare per Justin, persino di sperare nella sua "vittoria" (se di vittoria si può parlare), ma ci sono momenti in cui la volontà di chiudere gli occhi e far finta di nulla si incrinano davanti ad atteggiamenti e scelte moralmente non condivisibili, soprattutto verso il finale. Geniale, in questo, scegliere di far interpretare Justin a Nicholas Hoult, con quella faccia da bravo ragazzo adombrata da occhi di un azzurro freddo, che a volte gli danno un che di calcolatore ed ambiguo. Dove non c'è incertezza, invece, è nello sguardo di Toni Collette. Ho visto il film doppiato ma, giuro, l'occhiataccia fulminante arrivata al culmine del confronto tra Faith e Justin ha costretto persino me a chinare la testa dalla vergogna di avere anche solo pensato di parteggiare per il protagonista. Scherzi a parte (e chi scherza, sulla maestosa Collette?) Giurato numero 2 è un piccolo miracolo in cui si incastrano alla perfezione tutti gli elementi (narrativi, tecnici, attoriali e registici) che contribuiscono a rendere grande un film. Se questa, come dicono in tanti, sarà l'ultima pellicola di Eastwood, mi sento di affermare che il vecchio Clint ha concluso la sua carriera a testa alta, con un film lucido, attuale e perfettamente coerente con la sua pluriennale poetica. Considerato quanti registi più giovani hanno ormai abbracciato allegramente un rincoglionimento consapevole, c'è solo da ammirarlo ed augurargli di fare Cinema ancora per un po' di tempo, perché ne abbiamo un maledetto bisogno.
 

Del regista Clint Eastwood ho già parlato QUI. Nicholas Hoult (Justin Kemp), Zoey Deutch (Allison Crewson), Toni Collette (Faith Killebrew), Leslie Bibb (Denice Aldworth), J.K. Simmons (Harold), Chris Messina (Eric Resnick), Gabriel Basso (James Michael Sythe), Francesca Eastwood (Kendall Carter) e Kiefer Sutherland (Larry Lasker) li trovate invece ai rispettivi link.


Se Giurato numero 2 vi fosse piaciuto recuperate Richard Jewell, Mystic River e La parola ai giurati. ENJOY!


venerdì 4 agosto 2023

Hanno clonato Tyrone (2023)

Incuriosita da un titolo originale che mi suonava abbastanza sciocchino, ho recuperato su Netflix il film Hanno clonato Tyrone (They Cloned Tyrone), diretto e co-sceneggiato dal regista Juel Taylor.


Trama: lo spacciatore Fontaine, assieme a due improbabili alleati, scopre che nel quartiere dove vive stanno accadendo cose al limite del paradossale e decide di investigare...


Hanno clonato Tyrone
sarebbe stato un film perfetto per le mani d'oro di Jordan Peele, il quale però, stranamente, non ha avuto nulla a che fare con l'opera in questione. Dico questo perché il nuovo film distribuito da Netflix sfrutta un genere "poco nobile" (in questo caso la fantascienza) per esprimere il disagio della comunità afroamericana e sottolineare il persistente stato di oppressione per mano di una classe dirigente formata principalmente da bianchi, ai quali non importano né l'integrazione razziale né la comprensione di una cultura altra, tantomeno una qualche forma di sostegno e sviluppo per quartieri lasciati decadere e trasformati in ghetti. Ciò che importa, di solito, sono mantenimento dello status quo, repressione o controllo capillare e da qui parte la trama di Hanno clonato Tyrone, che (non è spoiler poiché si evince già dal titolo) parla di clonazione e quindi richiama, a tratti, le atmosfere paranoiche de L'invasione degli ultracorpi e di una depersonalizzazione voluta da misteriose e malevole entità governative. A contrastare questa cospirazione c'è un improbabile trio che sembra uscito da una barzelletta, formato da uno spacciatore, un pappone e una prostituta, il che definisce il mood del film virandolo, spesso e volentieri, verso i territori del mistery ironico e volgarotto. L'idea non sarebbe affatto male, non fosse che, come spesso accade, Hanno clonato Tyrone risulta una di quelle pellicole dove le due anime che la compongono, invece di compenetrarsi creando un'opera ricca e sfaccettata, cozzano dando l'idea di vedere due film diversi, uno troppo stupido per l'argomento trattato e l'altro troppo serio per la quantità di gag e battute che contiene. 


Benché abbia del potenziale innegabile, Juel Taylor non è Jordan Peele e, quel che è peggio, è privo del dono della sintesi. Hanno clonato Tyrone ha una durata proporzionalmente elefantiaca per quel che deve raccontare, e si perde in dettagli e ripetizioni reiterate che lo spettatore medio può tranquillamente afferrare in un paio di sequenze; inoltre, una volta scoperto il mistero, la storia perde in qualche modo di fascino e mordente e si trascina stancamente verso la risoluzione finale. Di fatto, è più intelligente l'estetica del film rispetto alla trama, e centra molto di più la questione di fondo. La fotografia è infatti volutamente sgranata e retrò, così come la scelta di rendere incerti i contorni temporali della vicenda, con costumi e scenografie privi di elementi specifici di un determinato periodo storico e, al limite, più virate sul vintage (cosa che fa deliziosamente a pugni coi dialoghi zeppi di citazioni moderne e scompensa lo spettatore) e, soprattutto, sull'idea "bianca" di come dovrebbe vestirsi un afroamericano strettamente legato a un quartiere povero e degradato. Quest'ultimo aspetto si rispecchia anche nelle personalità e nel modo di parlare dei personaggi principali, che abbracciano allegramente stereotipi reiterati nel tempo, con risultati diversi. Jamie Foxx e Teyonah Parris incarnano infatti l'aspetto più ironico della pellicola e sono frizzantissimi, insieme o separati (anche troppo, a tratti sfociano nell'irritante), mentre a John Boyega è toccata la parte del duro muto, con quella faccia un po' così che induce al sonno anzitempo, il che mi fa pensare che anche lui sia uno di quegli attori che necessitano di un buon regista per brillare, pena l'essere mangiati dal resto del più carismatico cast. Per quanto mi riguarda, Hanno clonato Tyrone è l'ennesima occasione sprecata infilata nel cestone Netflix, carica di potenzialità andate perse in un mare di brodo allungato che ha privato di sapore anche quei pochi aspetti originali. 

Di John Boyega (Fontaine), Jamie Foxx (Slick Charles) e Kiefer Sutherland (Nixon) ho già parlato ai rispettivi link. 

Juel Taylor è il regista e co-sceneggiatore del film. Americano, ha diretto un altro film, Actors Anonymous. E' anche produttore e attore.

Teyonah Parris interpreta Yo-Yo. Americana, ha partecipato a film come Se la strada potesse parlare, Candyman e serie quali CSI - Scena del crimine e Wanda/Vision. Anche produttrice, ha 36 anni e due film in uscita tra cui The Marvels, dove tornerà a vestire i panni di Monica Rambeau.


Se Hanno clonato Tyrone vi fosse piaciuto recuperate Get Out e Noi. ENJOY! 


martedì 9 gennaio 2018

Stand by Me - Ricordo di un'estate (1986)

Ormai sono dieci anni che esiste il Bollalmanacco e mi rendo conto che, nell'elenco dei film "recensiti", mancano alcuni capisaldi fondamentali. Uno di essi è Stand by Me - Ricordo di un'estate (Stand by Me), diretto da Rob Reiner nel 1986 e tratto dal racconto Il corpo di Stephen King, contenuto nella raccolta Stagioni diverse.


Trama: quattro ragazzini decidono di intraprendere un lungo viaggio per andare a vedere il cadavere di un loro coetaneo, scoperto dal fratello di uno di loro. Lungo il cammino, tra uno scherzo e un pericolo, alcuni di loro cresceranno e cominceranno a pensare al futuro...



Essendo sempre stata una ragazzina più attratta dalla fantasia e dall'horror più che da altro genere di storie, il mio rapporto con Stand by Me non si è cementato nel tempo come accaduto ad altri miei amici o conoscenti e il film di Rob Reiner non è mai entrato a far parte del mio novero di film cult. Anzi, non vorrei sbagliare ma credo che questa sia stata la seconda volta in cui sono riuscita a vederlo tutto e purtroppo devo ammettere che non ricordo di avere letto il racconto di Stephen King (dev'essere successo quell'estate in cui tra King, Bret Easton Ellis e libri di scuola assortiti devo aver toccato i due/tre titoli la settimana). Trainata dalla visione di It e in cerca di qualcosa di breve da vedere con Mirco, ora che comincio un po' a conoscere i suoi gusti, sono tornata a riguardare Stand by Me dopo decenni e a farmi catturare dalla malinconica avventura di quattro ragazzini in cerca di un cadavere, accompagnati da una delle colonne sonore più belle ed iconiche di sempre. All'età di 36 anni ho finalmente capito perché da bambina il film non aveva fatto presa su di me; tolta la "patina" di commedia in cui i quattro amici scherzano tra loro e si prendono in giro, le loro disavventure non sono quelle dinamiche di un Marty McFly che cerca di mettere a posto la linea temporale o di una Fairuza Balk intrappolata in una Oz da incubo, bensì il compendio di una giornata "qualunque" che porta tutti i protagonisti, consapevolmente o meno, a un crocevia che una bambina non può arrivare a comprendere. Quella che viene mostrata nel film è l'ultima, memorabile "missione" di un branco di perdenti che di lì a poco avrebbero preso tutti strade diverse per non vedersi mai più e l'intera pellicola è permeata da quest'atmosfera "sospesa", di attesa e timore per il futuro, del desiderio di liberarsi da una cittadina che condanna chi rimane ad una vita da sfigato, delle colpe dei padri che ricadono su figli inconsapevoli, di bulli stupidamente crudeli e più penosi delle loro vittime, di bambini che escono di casa per raccogliere mirtilli e incontrano invece la morte. Insomma, più che un'avventura quella di Gordie e compagnia sembra l'ultimo grido disperato di ragazzini che vorrebbero tenersi stretta la loro infanzia, per quanto orribile, e la loro amicizia, prima che esse vengano spazzate via dai problemi e dalle regole dell'età adulta, quelle stesse "convenzioni" che non permetteranno la coesistenza di un gruppo di caratteri così eterogeneo.


"Non ho mai più avuto amici come quelli che avevo a 12 anni. Cristo, chi li ha?" Questa è la frase che chiunque ricorda dopo aver visto Stand by Me e non a caso è quella che racchiude il senso dell'intera vicenda. Gordie, Chris, Teddy e Vern sono una ben strana accozzaglia di mocciosi, ben distanti dal suscitare l'istantanea simpatia dei Goonies, se vogliamo rimanere in tema Feldman; di loro, solo Gordie è dotato di una caratteristica peculiare, il biglietto che, alla faccia del padre che aveva occhi solo per il figlio maggiore defunto, lo porterà via dalla cittadina in qualità di narratore, di creatore di storie, di persona capace di superare i limiti della realtà. Gli altri, poverelli, sono dei perdenti fatti e finiti. Chris è sì il migliore amico di Gordie ma è fatto di una pasta diversa, probabilmente è il più adulto del gruppo e l'unico in grado di vedere le cose per quello che sono, provandone ovviamente un enorme dolore: tuttavia, il ragazzo che dovrebbe essere il peggiore di tutti a causa di una storia familiare poco felice risulta alla fin fine la mente del quartetto, capace di infondere coraggio in chi merita di perseguire i suoi sogni ma anche abbastanza lucido da capire che Teddy e Vern, per quanto amati, per quanto anch'essi amici, sono condannati ad essere lasciati indietro e a vivere l'esistenza della white trash perché troppo stupidi (o, nel caso di Teddy, probabilmente troppo traumatizzati) per crearsi un destino diverso. Eppure tutto questo non conta perché a dodici anni, ovviamente, non ci si pensa e conta solo lo stare bene, il litigare, il cercare un modo per non soccombere alla follia del mondo "adulto", il crearsi inconsapevolmente ricordi che dureranno una vita e che meritano di essere messi su carta per venire magari tramandati ai propri figli. E' proprio da queste sensazioni che non mi riesce di mettere nel post in maniera comprensibile che nasce, da una storia amarissima di Stephen King (non clemente come Reiner nel decretare il destino finale delle proprie creature), un film dolceamaro che ha accompagnato generazioni di spettatori, in miracoloso equilibrio tra commedia, coming of age e dramma, con in più quel tocco di follia capace di renderlo strano ed indimenticabile: come non ricordare, infatti, la terribile vendetta del ciccione alla gara di mangiatori di torte?


In questo periodo di "ritorno agli anni '80" Stand by Me è diventato uno dei film più saccheggiati da produzioni come Stranger Things e il nuovo It, sia per lo stile dei ragazzini protagonisti sia per gli omaggi ad intere sequenze come quella, al cardiopalma, del treno in arrivo, eppure per chi "c'era", per chi 'sti maledetti anni '80 cantati da Raf li ha vissuti, buona parte del fascino della pellicola risiede anche nella bravura di attori dal destino triste quanto quello dei personaggi che interpretano. Più che il Gordie Lachance di Wil Wheaton, chi rimane inevitabilmente nel cuore è il fragile, umanissimo Chris Chambers interpretato dallo sfortunato River Phoenix, ragazzino accusato ingiustamente e messo davanti alla banalità della cattiveria umana e del pregiudizio dal comportamento scorretto di un'insegnante (sfido chiunque a non piangere con lui durante lo sfogo nel bosco), assieme ad un Corey Feldman particolarmente ispirato e complesso; non è da tutti a quindici anni riuscire a dar vita a un personaggio come quello di Teddy, stupido e tragico al tempo stesso, emblema dell'amico cazzone che sicuramente tutti abbiamo avuto eppure talmente segnato dalla follia del padre da spezzare il cuore a un sasso. Se penso che questi due attori dal fulgido futuro sono uno morto per overdose e l'altro condannato a vedersi la carriera distrutta da droga, pedofilia, depressione e quant'altro, Stand by Me diventa automaticamente non solo il ricordo di un'estate ma anche e soprattutto la metafora di un'epoca mitica, che ora tendiamo inspiegabilmente ad idealizzare, ma che nascondeva dentro di sé marciume ed insidie abilmente celate che non tutti sono riusciti a superare per emergerne più maturi e forti. Col senno di poi (e non con la mentalità di una bambina sognatrice, perfettamente a suo agio nella beata ignoranza di un paesino pacifico) Stand by Me ha così finalmente raggiunto anche per me lo status di cult che tutti gli attribuiscono da anni, perché se è vera la frase "non ho più visto film come quelli che ho visto a 12 anni" è altrettanto vero che certe cose si apprezzano al meglio solo invecchiando. Ulteriore conferma, per inciso, che il mio rapporto d'amore col Re è ben lungi dall'essere già privo di sorprese!


Del regista Rob Reiner ho già parlato QUI. River Phoenix (Chris Chambers), Corey Feldman (Teddy Duchamp), Jerry O'Connell (Vern Tessio), Kiefer Sutherland (Asso Merrill), Bradley Gregg (Caramello Chambers), Marshall Bell (Mr. Lachance), Frances Lee McCain (Mrs. Lachance), Richard Dreyfuss (Lo scrittore) e John Cusack (Denny Lachance) li trovate invece ai rispettivi link.

Wil Wheaton interpreta Gordie Lachance. Americano, lo ricordo per film come Giochi stellari, La fattoria maledetta, Scuola di eroi, Flubber - Un professore tra le nuvole e Sharknado 2, inoltre ha partecipato a serie quali Casa Keaton, I racconti della cripta, Star Trek: The Next Generation, Oltre i limiti, CSI - Scena del crimine, Numb3rs, Criminal Minds e The Big Bang Theory; come doppiatore, ha lavorato nel film Brisby e il segreto di Nimh e per serie come The Slayers, I Griffin, Robot Chicken e Teen Titans Go!. Anche sceneggiatore e produttore, ha 45 anni.


River Phoenix aveva fatto l'audizione per il ruolo di Gordie ma il regista lo ha ritenuto più adatto per quello di Chris; quest'ultimo avrebbe dovuto essere interpretato da Corey Haim (amico fraterno di Corey Feldman, per inciso) ma l'attore ha preferito unirsi al cast di Lucas mentre Adrian Lyne ha lasciato il timone a Rob Reiner perché impegnato nelle riprese di 9 settimane e 1/2. Detto questo, se Stand by Me - Ricordo di un'estate vi fosse piaciuto recuperate I Goonies e It (la versione nuova). ENJOY!


mercoledì 29 novembre 2017

Flatliners: Linea mortale (2017)

Dopo avergli tirato pacco con Auguri per la tua morte non potevo non tornare al cinema con l'amico Ale in occasione di Flatliners: Linea mortale (Flatliners), diretto dal regista Niels Arden Oplev e remake di Linea Mortale. Qualche SPOILER opportunamente segnalato in un paragrafo a parte!


Trama: cinque studenti di medicina tentano un esperimento che consentirà loro di morire temporaneamente e sbirciare nell'aldilà. Tornati alla vita di tutti i giorni, tutto sembra andare per il meglio, almeno finché i ragazzi non cominciano a venire perseguitati da terrificanti allucinazioni...



Avevo concluso il post su Linea mortale, classico sovrannaturale anni '90, con queste parole: "Forse Linea mortale è uno di quei film che effettivamente abbisognava di una rinfrescata, soprattutto a livello di trama e personaggi, tuttavia temo che l'imminente remake possa soffrire anche di mancanza di originalità per quel che riguarda la messa in scena e la regia, mentre degli attori nuovi salvo solo Ellen Page, la cui presenza mi farebbe sperare in una svolta più "femminista" della faccenda. Staremo a vedere." Siccome del maiale (ovvero del Bollalmanacco) non si butta via niente, ho deciso che comincerò proprio da qui a parlare di Flatliners, remake aggiornato, riveduto e corretto del film di Schumacher. A livello di trama e personaggi cambia poco e cambia molto. Abbiamo sempre gli studenti di medicina che tentano di squarciare il velo che separa l'aldilà dall'aldiqua ma stavolta le motivazioni, almeno all'inizio, sono molto più "innocenti" rispetto all'originale, più spirituali e meno scientifiche; il personaggio di Ellen Page non è spregiudicato ed amorale come quello di Kiefer Sutherland (non a caso tratti del carattere di quest'ultimo confluiscono in un altro protagonista), assomiglia più alla vecchia Julia Roberts, e lo stesso vale per tutto il codazzo di dottorini sbarbatelli, assai lontani dalla cupezza dei loro "zii" e, va detto, molto meno esperti. L'atmosfera iniziale è quella goliardica e svagata di un teen horror, con caratteri ben definiti che fanno quello che ci si aspetta da loro marciando ignari verso la risoluzione sovrannaturale, e la sceneggiatura si permette persino di citare Limitless, aggiungendo altre motivazioni, oltre alla mera fascinazione, per affrontare un esperimento pericolosissimo. Il resto è preso pari pari da Linea mortale e vengono giusto aggiornate le "colpe" dei singoli personaggi onde aumentare di una tacca l'aspetto horror della pellicola e giustificare una presenza di jump scare di cui l'originale difettava. Se Schumacher giocava d'atmosfera, scegliendo con cura luci ed ambientazioni, Niels Arden Oplev si affida, ben più pigramente, al make up di banalissimi spettri che compaiono alle spalle degli attori, figure che scivolano nell'ombra, spaventi telefonati almeno 20 minuti prima ed espedienti narrativi un po' deludenti (ah, per l'aspetto femminista lasciamo perdere: le tre donne servono a giustificare più storie d'amore e un paio di scene di sesso, punto). Il bello di Flatliners è che non siamo più costretti a vedere un uomo di vent'anni pestato a sangue da un ragazzino di dieci ma è anche vero che la sceneggiatura è ben più facilona, moralista e pure un po' paracula rispetto a trent'anni fa. Se non avete ancora visto il film saltate al paragrafo successivo.


SPOILER:
Tolto che a me 'sta storia delle colpe da scontare ha sempre fatto un po' storcere il naso in quanto trovo assurda la possibilità di venire perseguitati dagli spiriti di persone ancora vive, gli sgallettati anni '90 avevano dalla loro l'innocenza di aver compiuto "cose brutte" da bambini: Sutherland che aveva ammazzato involontariamente l'amichetto, Bacon che aveva preso in giro una ragazzina, il padre della Roberts che si era suicidato dopo essere stato visto dalla figlia mentre si drogava in bagno, l'unico "colpevole" adulto era Baldwin che però, diciamolo, si limitava a portarsi a letto delle donne senza far troppo mistero di essere un porco recidivo e cornificatore. Sceme loro, mi vien da dire. La versione 2017 prevede invece la presenza di stronzi da primato e l'unica a rimetterci, paradossalmente, è quella che ha causato un incidente involontariamente. Lasciando perdere il povero cretino che ha abbandonato una ragazza incinta (lei è morta? Il bambino è morto? No. E allora cosa rompono le balle?), le due grazie che, rispettivamente, hanno a) rovinato la vita alla compagna di scuola spedendo a laqualunque foto che la ritraevano nuda e b) ucciso un paziente ed insabbiato la cosa ALTERANDO i risultati dell'autopsia meritano sputi, schiaffi, insulti e morte, altro che "devi perdonare te stesso". Ma che moralismo orribile, mi volete dire davvero che utilizzare un cellulare alla guida è un crimine peggiore di cyberbullismo e incompetenza medica aggravata da stronzaggine?
FINE SPOILER



La previsione che ho azzeccato, ma ci voleva davvero poco, è che mi sarei trovata davanti un film poco interessante dal punto di vista della regia e della scenografia. Le visioni dei protagonisti sono moscerelle e banali, più volte la cinepresa mostra la soggettiva di un volo rapido oppure spazia in ambienti lugubri dove la presenza della CGI fa paura più di tutto quello che si può nascondere nelle ombre, tuttavia ho molto apprezzato la scelta di ambientare l'esperimento in un luogo luminosissimo ed asettico, in aperto contrasto col salone gotico utilizzato da Schumacher (la cui estetica, peraltro, sottolineava anche l'aspetto religioso della vicenda, totalmente assente dal remake). Gli attori, per carità, fanno il loro lavoro. Quello di Courtney non è il ruolo più memorabile di Ellen Page né quello più significativo, ma l'attrice è indubbiamente la migliore del mucchio ed è l'unica capace di toccare il cuore dello spettatore nell'angosciante flashback a metà pellicola; Diego Luna e Nina Dobrev sono meno peggio di quanto avessi pensato, l'alchimia tra i due c'è e la seconda ha la resting bitch face perfetta per il personaggio aristocratico e competitivo di Marlo, mentre James Norton e, soprattutto, Kiersey Clemons (ma solo a me ricorda una Jessica Alba "colorata"?) sono due gatti di marmo messi lì per far numero e istigare lo spettatore all'odio verso coloro che interpretano, un po' come succedeva con Baldwin negli anni '90 ma senza il simpatico Oliver Platt a fare da spalla. C'è da dire che a me non ha mai fatto impazzire già Linea Mortale, quindi la rilettura di Niels Areden Oplev e compagnia, sempre prodotta da Michael Douglas e benedetta dalla presenza di un Kiefer Sutherland imbiancato ma comunque figo, non mi ha fatto né caldo né freddo: ho visto di molto meglio ma ho visto anche di molto peggio quindi non mi sento di consigliarlo o meno. Fate un po' quel che volete ma ricordate che in sala c'è Detroit e giovedì escono Assassinio sull'Orient Express, Smetto quando voglio: Ad Honorem, l'ultimo film di Haneke, Seven Sisters, persino Riccardo va all'inferno. 'nuff said...



Del regista Niels Arden Oplev ho già parlato QUI. Ellen Page (Courtney), Diego Luna (Rey), Nina Dobrev (Marlo) e Kiefer Sutherland (Dr. Barry Wolfson) li trovate invece ai rispettivi link.


Ovviamente, se Flatliners: Linea mortale vi fosse piaciuto consiglio il recupero di Linea mortale. ENJOY!



domenica 26 novembre 2017

Linea mortale (1990)

In occasione dell'uscita del remake ho deciso di riguardare Linea mortale (Flatliners), diretto nel 1990 dal regista Joel Schumacher.


Trama: un gruppo di studenti di medicina decide di indagare su cosa si nasconda nell'aldilà e, attraverso un pericoloso esperimento, alcuni di loro fermano il proprio battito cardiaco per pochi minuti, di fatto "morendo" prima di venire rianimati. Il ritorno alla vita, però, porta con sé degli strascichi inquietanti...


Linea mortale era uno di quei film che passavano spessissimo in TV quando ero ragazzina ed è figlio dell'ondata di storie sovrannaturali a base di visioni e spettri che imperversavano a fine anni '80. Inquietante ma non particolarmente sanguinolento o pauroso era perfetto per il brivido richiesto dagli spettatori televisivi occasionali e l'abbondanza di bei faccini famosi presenti nel cast probabilmente non guastava, eppure nonostante l'abbia sicuramente visto più di una volta non ricordavo moltissimo della pellicola, tranne forse la bellezza un po' zamarra di Sutherland e Bacon. In effetti, visto oggi Linea mortale ha tanti pregi quanti difetti e risulta un film "medio", forse un po' agée, nonostante parta da un presupposto interessante che, non sto scherzando, quando mi ritrovo a ragionarci su mi tiene sveglia per parecchio; i protagonisti del film vogliono capire cosa si nasconda dietro al velo che separa la vita dalla morte, se ci sono tunnel di luce o angeliche voci guida, mentre io quando ragiono sulla morte trovo difficile agguantare il concetto di "non pensare/esserci più" e della non-consapevolezza del buio, al punto che quando ci penso il mio cervello si ritrova bloccato in un loop, mi vengono i brividi e ciao, devo smettere altrimenti sai che ansia. Ma lasciamo perdere, torniamo a Linea mortale che è meglio. Ovviamente il film la fa più facile e questi bellissimi dottorini dal futuro radioso scoprono che nell'aldilà qualcosa c'è, qualcosa di diverso per ognuno di loro, qualcosa che i poveracci si camallano nell'aldiqua passando poi i giorni cercando di sfuggirgli. Ed è, paradossalmente, proprio l'elemento sovrannaturale/horror a risultarmi moscio dopo vent'anni, oltre che poco sensato, perché se ciò che comincia a perseguitare Sutherland e la Roberts ha un suo motivo per farlo e mette ancora i brividi, così non è per Kevin Bacon e William Baldwin, che tornano in vita portandosi dietro cose che con la morte hanno ben poco a che fare. Le allucinazioni di Baldwin in particolare, per quanto anticipate da una sequenza molto artistica, fanno davvero ridere i polli e danno l'idea di un personaggio (anzi due se contiamo anche la "spalla" Oliver Platt) che lo sceneggiatore non sapeva bene come gestire, inoltre tutte queste aggiunte perplimenti concorrono ad ammosciare il ritmo del film, che da metà in poi comincia a sembrare lunghissimo.


Mi sono accorta che il post sta virando verso la stroncatura ma ho affermato all'inizio che i difetti del film si equivalgono ai pregi quindi parliamo un po' di questi ultimi, interamente legati ad un aspetto prettamente registico e scenografico. Per chi apprezza lo stile gotico-zamarro del Joel Schumacher anni '90 (ve li ricordate i suoi Batman? No, vero? Forse è meglio così...) qui c'è da essere felici. Innanzitutto, gli ambienti universitari dove si muovono i protagonisti sono realizzati con un'interessante commistione tra profano/scientifico e sacro/artistico, pieni di statue di angeli che paiono voler testimoniare il lavoro "blasfemo" dei dottori e di vetrate che ricordano molto il laboratorio di Frankenstein; seconda cosa, le luci molto cariche, quasi al neon, che squarciano l'oscurità in cui spesso si trovano i protagonisti, non sono messe a mo' di mera decorazione ma acquisiscono un significato particolare che solo proseguendo nella visione del film risulterà chiaro. Probabilmente nel tempo le visioni ultraterrene sono diventate un po' kitsch ma le sequenze in cui vengono a poco a poco rivelati l'incubo di Nelson e il passato traumatico di Rachel mettono ancora oggi una discreta ansia e sono girate molto bene. Gli anni passati non hanno nuociuto neppure al carisma degli interpreti, nonostante l'orrore di capigliature che definire inguardabili sarebbe poco. Kiefer Sutherland, Kevin Bacon e Julia Roberts sono bellissimi e, ognuno a modo suo, "maledetti", col primo dotato di un carisma invidiabile e uno sguardo che rende il suo personaggio borderline e spesso ambiguo; i tre vengono affiancati da un Oliver Platt che, pur nei panni di poco carismatico benché simpatico cicciottello, si fa ricordare volentieri mentre il già citato William Baldwin è di una tristezza incredibile, nonostante sia senza dubbio perfetto per il ruolo di tombeur de femmes. Forse Linea mortale è uno di quei film che effettivamente abbisognava di una rinfrescata, soprattutto a livello di trama e personaggi, tuttavia temo che l'imminente remake possa soffrire anche di mancanza di originalità per quel che riguarda la messa in scena e la regia, mentre degli attori nuovi salvo solo Ellen Page, la cui presenza mi farebbe sperare in una svolta più "femminista" della faccenda. Staremo a vedere. Nel frattempo, un recupero dell'originale non fa male anche se ci sono film più iconici per gli anni '90.


Del regista Joel Schumacher ho già parlato QUI. Kiefer Sutherland (Nelson Wright), Julia Roberts (Dr. Rachel Mannus), Kevin Bacon (David Labraccio), Oliver Platt (Randy Steckle) e Hope Davis (Anne Coldren) li trovate invece ai rispettivi link.

William Baldwin interpreta Joe Hurley. Quarto rampollo della famiglia Baldwin, ha partecipato a film come Nato il quattro luglio, Fuoco assassino, Sliver, The Broken Key e a serie quali 30 Rock e MacGyver. Anche produttore e stuntman, ha 54 anni e cinque film in uscita.


Linea Mortale è stato il film che ha fatto innamorare Julia Roberts e Kiefer Sutherland, un fidanzamento durato due o tre anni e rotto dall'attrice che poi avrebbe sposato un altro; e pensare che al posto di Sutherland avrebbe dovuto esserci Val Kilmer e in quello della Roberts una giovane Nicole Kidman. Storie d'amore a parte, se Linea mortale vi fosse piaciuto, nell'attesa di vedere se Flatliners - Linea mortale sia meglio o peggio dell'originale, recuperate L'uomo senza ombra, Ghost - Fantasma e Allucinazione perversa. ENJOY!

domenica 21 maggio 2017

Fuoco cammina con me (1992)

Ci siamo arrivati, finalmente. Oggi in America uscirà la prima puntata della nuova serie di Twin Peaks e io sono talmente in fibrillazione che ho deciso di festeggiare ripassando con Fuoco cammina con me (Twin Peaks: Fire Walk with Me), diretto e co-sceneggiato nel 1992 dal regista David Lynch.


Trama: nella città di Deer Meadows, due agenti dell'FBI indagano sulla morte della giovane Theresa Banks e uno dei due scompare misteriosamente. Un anno dopo, a Twin Peaks, Laura Palmer affronta gli angoscianti ultimi giorni della sua vita...



Pare che David Lynch abbia detto che Fuoco cammina con me sarà fondamentale per la terza stagione della sua creatura televisiva. Buono a sapersi, visto che io, alla veneranda età di 36 anni e al mio quarto recupero dell'intera serie, non avevo ancora avuto modo di guardare lo sfortunato film che fa da prequel all'intera vicenda. Perché dico sfortunato? Beh, perché nel 1992 se l'erano filato in pochi, di Laura Palmer non fregava più nulla a nessuno, per l'undicenne Bolla c'era un simpatico divieto ai minori di 14 anni a bloccare l'ingresso al cinema e al momento del passaggio televisivo i miei pensieri erano già lontani da una serie che avevo concluso solo "per sentito dire", troppo terrificante e complicata per una bambina delle elementari. All'età di 36 anni sono dunque arrivata vergine all'appuntamento con Fuoco cammina con me e me lo sono goduto tutto, dall'inizio alla fine, senza guide, teorie complottistiche, trattati sulle Logge, tomi dedicati a Lynch e quant'altro: me lo sono goduto come il pezzo mancante di una serie che ho imparato ad amare, al netto dei riferimenti Lynchiani e dello stile particolare del regista, cercando risposte a domande che mi porto dietro da più di vent'anni e rimanendo sconcertata davanti all'insorgere di nuovi dubbi. Che fine ha fatto l'agente Desmond? Chi diamine è Judy? E il gigante perché non c'era? Immagino che lo zoccolo duro di fan avrà una risposta a tutte queste domande e mi riderà dietro ma io non leggo da anni Il Diario segreto di Laura Palmer (dietro c'è una storia simpatica ma non voglio annoiarvi), non sono riuscita ad acquistare e leggere The Secret History of Twin Peaks e dubito, purtroppo e pur avendo la fighissima edizione bluray che comprende l'opera omnia TwinPeaksiana, di riuscire a guardare entro domenica Twin Peaks: The Missing Pieces, un'ora e mezza di scene eliminate da Fuoco cammina con me, quindi mi ritrovo persa come un tacchino (gobble, gobble) nel mais o nella garmonbozia, fate voi.


Il limite che, a mio avviso, ha segnato il flop di Fuoco cammina con me è semplicemente quello di essere stato realizzato esclusivamente per chi aveva seguito Twin Peaks all'epoca e di essere non tanto un film DI Lynch quanto un film SU Twin Peaks, impossibile da vedere come pellicola a sé stante e giustamente incomprensibile per lo spettatore occasionale. Siccome ho avuto pietà del Bolluomo e non gliel'ho fatto guardare non saprei definire il valore di Fuoco cammina con me slegato dalla serie televisiva. Probabilmente, preso da solo, come horror psicologico non varrebbe una cicca e risulterebbe, soprattutto nella parte introduttiva legata all'omicidio di Theresa Banks, un'accozzaglia di personaggi, visioni ed elementi inquietanti ma inutili, capaci di scoraggiare il 90% degli spettatori. La seconda parte, quella dedicata agli ultimi giorni di Laura Palmer, è invece più "coerente" e compatta, per quanto anch'essa zeppa di elementi che ad un non fan della serie rischiano di dire poco o nulla. Spogliato da tutti i suoi orpelli, Fuoco cammina con me verte sulla discesa all'inferno di una ragazza costretta a vivere ogni notte un trauma terribile, trascinata lentamente ma inesorabilmente verso un "lato oscuro" che la priva delle sue ultime vestigia di innocenza; Laura fa uso di cocaina, si prostituisce, beve, ferisce chi ama, perverte letteralmente il sogno della reginetta del paese diventando oggetto sessuale per quasi tutti gli uomini che hanno a che fare con lei, tutto per sfuggire a quell'oscurità che inesorabilmente la reclama a sé dall'età di dodici anni. Gli ultimi giorni della ragazza sono un tripudio di angoscia, costellati di goffi tentativi di chiedere aiuto (che piacere rivedere lo sfortunato Harold!) e vaghi attimi di lucidità in cui Laura cerca di allontanare da sé le uniche due persone innocenti che ancora le sono amiche, la fida Donna e l'amato James, troppo ingenui e "puri" per venire sporcati dal male che infesta il corpo e l'anima della bionda antieroina. Come già nella serie, la partita per l'anima di Laura viene giocata sia nella realtà tangibile sia nella misteriosa Loggia Nera, popolata da spiriti dagli scopi imperscrutabili che si nutrono del dolore umano, e queste due dimensioni spesso si incontrano e si annullano, così come accade al tempo e allo spazio, in un modo che solo pochi eletti (Cooper, la signora del ceppo, gli ospiti degli spiriti, solo per fare qualche nome) riescono a cogliere senza comprenderlo nella sua interezza. Ma qui, ovviamente, si sconfina nel lynchiano e nel territorio strettamente legato a Twin Peaks.


Come ho già detto, è durante la prima parte del film che lo spettatore occasionale rischia di arrendersi ed è lì che si annidano le domande più insidiose anche per chi ha seguito la serie. Le beghe interne all'FBI e i misteri che circondano Dale Cooper, Philip Jeffries e Chester Desmond sono apparentemente poco legati al cuore della storia di Laura Palmer (benché anche chi non conosce Twin Peaks possa facilmente intuire che il destino di Cooper andrà prima o poi a scontrarsi con quello della biondona) e rischiano di sembrare un riempitivo messo lì giusto per allungare il già corposo metraggio della pellicola. In realtà, tutto fa parte di un puzzle rimasto incompiuto, persino quel David Bowie che compare per pochissimo e che, da vero Uomo caduto sulla terra, è probabilmente rimasto preso nelle maglie della Loggia Nera così come il povero Chester Desmond, avvicinatosi troppo a misteri dai quali non è riuscito a proteggerlo neppure l'addestramento del peculiare Gordon Cole, agente dell'FBI criptico quanto il regista di cui è l'alter ego (o viceversa). Alter ego, doppi negativi (di personaggi o città, ho adorato come Deer Meadows fosse la versione maligna di Twin Peaks), luce vs tenebra, sogni e visioni, sono tutti temi cari a Lynch che tornano prepotenti in questo Fuoco cammina con me, anche se magari non proprio in maniera coerentissima o limpida, e rendono la pellicola un'opera affascinante benché imperfetta, tanto che alla fine delle due ore pare quasi di riemergere da un mondo altro, molto lontano ma anche incredibilmente vicino, ché il male si annida ove meno ci aspetteremmo. Dopo tutto quello che ho scritto vi parrà strano che abbia preferito la prima parte della pellicola alla seconda ma la verità è che adoro personaggi come Cole e Albert (Ciao Miguel, mi mancherai tantissimo...) e vedere un Kiefer Sutherland in versione Stanlio, timidino e pieno di tic, mi ha ricordato molto le atmosfere ironiche di Twin Peaks, atmosfere di cui questo cupissimo prequel difetta, inoltre per un attimo ho sperato in un bell'approfondimento degli spiriti che infestano la Loggia Nera (chi è la vecchia con la borsa del ghiaccio sull'occhio, tra l'altro?), Mrs. Tremond e nipote in primis. Di Laura Palmer o del suo desiderio di autodistruzione non me ne è mai potuto importare di meno, diciamo la verità, inoltre l'interpretazione di Sheryl Lee, con tutto il rispetto, fa spesso cadere le braccia e nella parte dedicata a Twin Peaks mancano troppi personaggi amatissimi, Audrey Horne e Garland Briggs in primis. Unica nota positiva per quel che riguarda il cast è la sostituzione di Laura Flynn Boyle, che ho sempre trovato inadatta al ruolo di Donna Hayward, con Moira Kelly dai grandi occhi innocenti, perfetta per incarnare l'ingenuità un po' invidiosa e un po' sognatrice della migliore amica di Laura. Avendo già scritto un papiro mi fermo qui anche se ci sarebbero mille altre cose da dire: aspetto di recuperare i Missing Pieces e mi preparo spiritualmente per domenica, magari facendo un po' di meditazione alla Dale Cooper! Daje, Coop!


Del regista e sceneggiatore David Lynch, che interpreta anche Gordon Cole, ho già parlato QUI. Sheryl Lee (Laura Palmer), Ray Wise (Leland Palmer), Mädchen Amick (Shelly Johnson), Dana Ashbrook (Bobby Briggs), David Bowie (Philip Jeffries), Miguel Ferrer (Albert Rosenfeld), Heather Graham (Annie Blackburn), Jürgen Prochnow (l'uomo del legno), Harry Dean Stanton (Carl Rodd), Kiefer Sutherland (Sam Stanley), Grace Zabriskie (Sarah Palmer) e Kyle MacLachlan (Dale Cooper) li trovate invece ai rispettivi link.

James Marshall interpreta James Hurley. Americano, ha partecipato a film come Codice d'onore e a serie quali La signora in giallo, Genitori in blue jeans e CSI - Scena del crimine. Anche produttore, ha 50 anni ed è uno dei membri del cast che tornerà anche nella nuova serie di Twin Peaks.


Frances Bay interpreta Mrs Tremond. Canadese, la ricordo per film come Terrore in cima alle scale, Velluto blu, I gemelli, Cuore selvaggio, Aracnofobia, Il pozzo e il pendolo, Critters 3, Il seme della follia e Inspector Gadget, inoltre ha partecipato a serie quali Il tenente Kojak, I Jefferson, Hazzard, Happy Days, Casa Keaton, Saranno famosi, Santa Barbara, ALF, I racconti della cripta, I segreti di Twin Peaks, Hunter, X-Files, La signora in giallo, Clueless, Seinfeld, E.R. Medici in prima linea, Streghe, Tutto in famiglia, Hannah Montana e Grey's Anatomy. E' morta nel 2011, all'età di 92 anni.


Fuoco cammina con me avrebbe dovuto essere il primo di una serie di film atti ad esplorare la mitologia della Loggia Nera ma lo scarso successo della pellicola (e lo scarso entusiasmo degli attori, visto che persino MacLachlan ha tentennato a presenziare nei panni di Cooper mentre Sherilyn Fenn, Lara Flynn Boyle e Richard Beymer hanno direttamente dato forfait) ha portato Lynch ad abbandonare il progetto. Come ho già accennato nel post, Fuoco cammina con me può essere considerato il prequel di Twin Peaks quindi, se vi fosse piaciuto, recuperate I segreti di Twin Peaks, gli altri film di David Lynch e... preparatevi, che da stasera si ricomincia!! ENJOY!


venerdì 24 giugno 2011

Identità violate (2004)

Normalmente non mi sbatto a cercare e guardare questo genere di film, ma siccome qualcuno mi ha consigliato di vedere Identità violate (Taking Lives), diretto nel 2004 dal regista D.J. Caruso, ecco che mi trovo a doverne scrivere la recensione.



Trama: un’agente dell’FBI viene assegnata ad un caso legato ad un maniaco pluriomicida che si appropria dell’identità delle sue vittime. Un giorno però il killer viene riconosciuto per la prima volta da un testimone che, così, rischia di diventare la prossima vittima…



Come potrete capire dalla trama in Identità violate non c’è niente di troppo innovativo. E’ il classico film americano a base di superagenti dell’FBI che cercano di catturare un malvivente praticamente inafferrabile, con tutto il contorno di inseguimenti, indagini e diffidenza dei poveri sbirri “normali” che fanno il loro lavoro facendo la figura dei fessi davanti all’FBI. In questo caso particolare le atmosfere sono un po’ debitrici da quel capolavoro che è Il silenzio degli innocenti, perché la protagonista principale è donna (e che donna! direbbero alcuni) e la sfida tra lei e il killer affonda le radici proprio in questo e anche nel suo essere agente dotata di caratteristiche non comuni: coglie qualsiasi dettaglio della personalità altrui grazie ad un minimo gesto, si infila nelle fosse per capire com’è stata uccisa una vittima, vive circondata da foto di cadaveri e, ovviamente, è schiva, solitaria e non la da manco a morire pur essendo una strafiga da primato. Ecco, questa è l’unica differenza tra lei e la povera Clarice, che aveva dalla sua solo un cervello della madonna e veniva presa in giro da Hannibal per l’aspetto campagnolo.



Ma tornando su un piano più serio, bisogna dire che, nonostante avessi capito l’identità del killer più o meno verso metà film, Identità violate non è male. Innanzitutto ha un ritmo parecchio sostenuto e non ricorre a mezzucci come sparatorie lunghe delle ore o inseguimenti in macchina che paiono non finire più. Inoltre, l’idea di un “predatore” di identità che viene mostrato da giovanissimo solo nell’incipit iniziale offre la possibilità di creare un senso di angoscia e di pericolo imminente non da poco perché, in effetti, il killer potrebbe essere davvero chiunque. Senza contare che un paio di scene mi hanno fatta saltare dalla sedia, soprattutto nel finale, che mostra una Jolie stranamente vulnerabile, un maniaco anche troppo bastardo e che offre l’unico, vero ed inaspettato colpo di scena dell’intera pellicola. Gli attori in generale non sono malaccio e per una volta non fanno da mero contorno alla sempre bella Angelina, a proposito della quale farei una piccola osservazione femminile: all’interno di un thriller posso quasi capire perché mi ci infili una scena di sesso nemmeno troppo inutile… ma perché lui è talmente vestito che vien da chiedere come faccia a copulare e lei invece è completamente nuda? Alla domanda non viene data risposta, ma pare esista il Director’s Cut dove la scena è talmente lunga e dettagliata che alla buona Jolie si vedono anche le tonsille e non solo, visto che la mostrano pure sotto la doccia. Uomini, ingegnatevi e procuratevela, a me basta la versione normale.



Di Kiefer Sutherland ho già parlato qua, mentre un piccolo excursus della carriera di Angelina Jolie lo trovate qua. Già comparso sul Bollalmanacco anche Tchéky Karyo, più precisamente qua.

D.J. Caruso è il regista della pellicola. Ha diretto episodi di Più forte ragazzi, Dark Angel, Smallville e i film Disturbia e Io sono il numero Quattro. Americano, anche produttore, ha 56 anni.



Ethan Hawke interpreta Costa. Ex marito di Uma Thurman e attore molto attivo e famoso soprattutto negli anni ’90, lo ricordo per film come Explorers, L’attimo fuggente, Alive – Sopravvissuti, Giovani carini e disoccupati, l’inguardabile e tedioso Prima dell’alba e Gattaca – La porta dell’universo. Per la TV ha partecipato a un episodio di Alias e ne ha doppiato uno di Robot Chicken. Americano, anche regista, sceneggiatore e produttore, ha 41 anni e sei film in uscita.



Gena Rowlands interpreta la Signora Asher. Americana, moglie del regista John Cassavetes, la ricordo per film come Qualcosa di cui… sparlare, She’s so Lovely – Così carina, Paulie – Il pappagallo che parlava troppo, Scherzi del cuore, The Skeleton Key. Ha inoltre partecipato a serie come Alfred Hitchcock presenta, Colombo e Numb3rs. Anche sceneggiatrice, ha 81 anni e un film in uscita.



Tra gli interpreti segnalo anche Justin Chatwin, già nominato per quella bruttura di Dragonball Evolution, qui nei panni del bulletto sognatore che compare all’inizio del film. Se Identità violate vi è piaciuto ma cercate comunque un thriller con un colpo di scena davvero degno di questo nome, e volete impazzire per capire l’identità dell’assassino, io consiglierei il bellissimo Identità. E ora vi lascio con il trailer originale del film... ENJOY!!

sabato 12 settembre 2009

Ragazzi perduti (1987)

I vampiri degli anni ’80 hanno lasciato il segno per essere stati leggermente contaminati da una patina di infantilismo trash, che infilava nelle trame elementi di teen movies e commedie avventurose alla Goonies per intenderci. Esempio eclatante è Ammazzavampiri, esilarante horror dove un ragazzino ed una vetusta e disillusa star di un programma horror per ragazzi devono allearsi per sterminare dei veri vampiri. Oppure Scuola di mostri, la cui trama era molto simile, con il branco di ragazzini horrorofili impegnati a salvare la terra da Dracula e compagnia bella. Non si distacca da questi clichè Ragazzi perduti, girato nel 1987 da Joel Schumacher.





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La trama: Michael è un ragazzotto che si trasferisce dal nonno in California con la mamma e il fratellino. Una sera, seguendo una ragazza, viene coinvolto in una sorta di “festino” da una banda di motociclisti guidata dal biondo David. Alla fine della notte brava, dopo essersi scolato una bottiglia di quello che altro non era se non sangue, Michael si risveglia.. vampiro. Con l’aiuto del fratellino e dei fratelli Frog, le massime autorità in fatto di vampirismo di tutta la città, dovrà cercare di tornare normale e di debellare David con tutta la sua banda di succhiasangue.






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Come ho detto all’inizio, questo Ragazzi perduti è un horror un po’ atipico. La trama si concentra più sull’aspetto avventuroso legato alla caccia ai vampiri piuttosto che sulla rappresentazione di come, effettivamente, un ragazzo possa sentirsi se venisse trasformato in un non morto, oppure sulle razzie degli stessi vampiri. Questa è la particolarità ed il difetto principale del film, che non mi ha lasciata molto entusiasta, effettivamente. Diciamo che al posto dei vampiri poteva esserci qualsiasi altro mostro da debellare, visto che loro stessi si vedono poco: David e compagnia vengono rappresentati o come invisibili entità che calano dall’alto sulle vittime ignare, oppure come bikers bulletti e modaioli. Solo in un paio di scene, soprattutto verso la fine, gli effetti speciali si sprecano e la natura vampirica dei nostri si palesa al meglio, regalando anche qualche sano spavento… peccato che nel frattempo la pellicola si sia trascinata lenta e fiacca tra madri disperate in cerca di lavoro, infatuazioni adolescenziali, smorfie deprimenti del patetico fratellino di Michael e gli animali imbalsamati del nonno.



 



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Quello che assolutamente risolleva il film e lo ha reso, nonostante i mille difetti, un cult oltreoceano, sono i due fratelli Frog, interpretati rispettivamente da Corey Feldman, ovvero il “Mouth” dei Goonies, e Jamison Newlander. Questi due personaggi sono meravigliosi, dei nerd che gestiscono un enorme negozio di fumetti grazie ai quali sono diventati i massimi esperti della città sui Vampiri e sui metodi per sconfiggerli. Il modo che hanno di parlare è esilarante, da esperti consumati, veri supereroi senza macchia e senza paura… se nonché le citazioni da geek ci scappano sempre, come quando chiamano il vampiretto “Eddie Munster” o paragonano un altro succhiasangue alle Twisted Sisters... o quando, alla proposta del capovampiro di fare della madre di Michael la madre dei suoi “ragazzi”, uno dei Frog ribatte:”Oh yes, the bloodsucking Brady Bunch!” Due pazzi completi, che incarnano il sapore adolescenziale del film, ma anche la sua parte più interessante.







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Il resto del film, come ho detto, è piuttosto piatto. Merito anche di una realizzazione che molto ricorda i patinati videoclip dell’epoca, l’orribile moda pre Beverly Hills 90210. Persino l’idea di rappresentare i vampiri che calano dall’alto mostrando la loro soggettiva delle vittime non contribuisce a sollevare il piattume generale. Tuttavia gli effetti speciali, non abbondanti a dir la verità, sono molto ben fatti: il trucco di David e dei suoi compagni è sufficientemente inquietante e anche le scene di “volo”, comprese le battaglie aeree tra buoni e cattivi non risentono dell’usura del tempo. Trovo però stupidi sia l’idea di lasciare i mezzivampiri liberi di vagare alla luce del sole solo con un paio di occhiali da sole, sia il finale, talmente sbrigativo che anche la rivelazione prima dei titoli di coda non riesce a lasciare il pubblico stupito. Però ha dato vita ad un seguito uscito solo per il mercato dell’home video, Lost Boys: The Tribe, del 2008. Nel 2010 è previsto un altro seguito, se servisse un’ulteriore prova del fatto che ormai il cinema USA sta davvero raschiando il fondo del barile.

 


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Di Joel Schumacher ho già parlato qui. Kiefer Sutherland, invece, potete trovarlo qua.

 

Jason Patric interpreta Michael. L’attore americano ha cominciato la sua carriera negli anni ’80, ma non è mai diventato troppo famoso, nonostante un paio di film di discreto successo. Tra le sue pellicole ricordo Frankenstein oltre le frontiere del tempo (se la memoria non mi inganna l’ultimo film di Corman…), Sleepers, Speed 2 – Senza limiti. Ha 43 anni e un film in uscita.

 

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Corey Feldman, come ho già accennato, interpreta il folle Edgar Frog. Figlio degenere degli anni ’80, nel senso che dopo moltissimi, storici film, si è impantanato in abusi di droghe e altre stronzate da star demente, è impossibile dimenticare il suo Mouth dei Goonies, quello che terrorizzava la povera colf spagnola con le sue macabre traduzioni. Tra i suoi film ricordo, con assoluta nostalgia due capolavori come Gremlins e Stand By Me – ricordo di un’estate, con un accenno di tristezza invece cose come Venerdì 13: capitolo finale, Venerdì 13: Il terrore continua (ma non doveva essere finito nel capitolo precedente??), il pur esilarante Palle in canna, Il piacere del sangue, The Toxic Avenger IV – Citizen Toxie, Puppet Master vs Demonic Toys, Lost Boys: The Tribe, mentre ha dato la voce alla volpina di Red & Toby nemiciamici e a Donatello in Tartarughe Ninja alla riscossa e Tartarughe Ninja III (nel secondo film Donatello era muto?). Per la TV ha partecipato a La Famiglia Bradford, Mork & Mindy, Love Boat, Casa Keaton, I racconti di mezzanotte. Il nostro ha 38 anni e ben cinque film in uscita.

 

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Dianne Wiest interpreta la madre di Michael, Lucy. L’attrice americana ha vinto due Oscar come migliore attrice non protagonista, uno per Hannah e le sue sorelle e l’altro per Pallottole su Broadway. Tra i suoi altri film ricordo Footlose, Radio days, lo splendido Edward mani di forbice, Il mio piccolo genio, Piume di struzzo, Amori e incantesimi, mentre per la TV ha lavorato in Law and Order. Ha 61 anni e tre film in uscita.






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E ora vi lascio con il trailer originale, giusto per darvi un'idea!! ENJOY!!




 

 

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