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martedì 20 gennaio 2026

Sorry, Baby (2025)

E' uscito in questi giorni in sala Sorry, Baby, diretto e sceneggiato nel 2025 dalla regista Eva Victor, la quale è stata anche candidata agli ultimi Golden Globe come Miglior Attrice Protagonista in un Film Drammatico, per il ruolo di Agnes.


Trama: la vita di Agnes, studentessa universitaria di letteratura inglese, viene sconvolta da un evento traumatico che la segna indelebilmente...


Non conoscevo assolutamente Eva Victor e, non avendo seguito la cerimonia dei Golden Globe, non avevo capito tutto l'hype che ha preceduto l'uscita italiana di Sorry, Baby. In tutta onestà, nemmeno ricordavo che Eva Victor fosse nella rosa di nominati, e se ho guardato il film è solo perché, da mesi, ero stata attirata dalla malinconica locandina in cui la protagonista, Agnes, tiene tra le mani un gattino. Col senno di poi, direi che il mio istinto questa volta ci ha azzeccato, perché Sorry, Baby, nonostante sia un'opera da maneggiare con estrema cautela, è anche un film bellissimo, che spero otterrà dei meritati riconoscimenti ai prossimi Oscar. Sorry, Baby, racconta la storia di Agnes, un'insegnante di letteratura che vive sola in un'enorme casa circondata dalla natura, appena fuori città. Il film inizia quando Lydie, migliore amica ed ex coinquilina dei tempi dell'università, ormai trasferitasi a New York, la va a trovare per il weekend. L'arrivo di Lydie, e un'importante novità legata alla sua vita, scatena in Agnes i ricordi mai sopiti di un trauma terribile, una violenza subita all'ultimo anno di università che ha condannato la protagonista all'immobilità, mentre tutto attorno a lei è andato avanti. Non è che Agnes si sia chiusa in casa senza uscirne, traumatizzata al punto da non potere più avere contatti con le persone, tuttavia la struttura stessa del film, divisa in capitoli cronologicamente sfasati, restituisce l'immagine di una persona spezzata, per la quale il tempo è diventato un susseguirsi di non-giorni nebulosi, intervallati da sporadici eventi "importanti" che,  a prescindere siano positivi o negativi, rimandano inevitabilmente alla violenza subita. Sorry, Baby è dunque un'opera che racconta un dolore insuperabile, ma lo fa in maniera misurata, senza mai ricorrere ai toni del melodramma o della tragedia, preferendo piuttosto appoggiarsi ad un'amara ironia che porta la protagonista a rifuggire da qualsiasi forma di pietismo. 


Sorry, Baby
focalizza anche l'attenzione sull'amicizia, su come essa evolva nel corso del tempo, dandone un ritratto assai realistico. Il trauma subito da Eva la costringe a rimanere indietro rispetto agli altri, la priva della volontà di avere dei legami, una famiglia, dei figli; eppure, queste "mancanze" possono essere sperimentate anche da chi non ha mai subito violenze, da chi vive una vita tutto sommato serena, e vede legami d'amicizia che un tempo sembravano assoluti affievolirsi in favore di "altro". Un matrimonio, un trasferimento, un figlio, sono tutte cose che, inevitabilmente, scalzano l'amicizia dal primo posto all'interno delle priorità e, nel caso di Agnes, la privano di un punto fermo, una solida roccia alla quale aggrapparsi per non affondare nel marasma di pensieri negativi che la soffocano. Lydie, all'interno del film, è l'unica persona che non definisce Agnes solo in base al trauma, ma la appoggia senza giudicare né compatirla, venendole persino in soccorso quando le fredde, impersonali parole di chi dovrebbe aiutarla suonano più come una condanna che un aiuto (la sequenza dell'esame dal ginecologo è angosciante). A un certo punto Lydie se ne va per cominciare il suo percorso di vita, ma nonostante ciò il profondo sentimento di amicizia verso Agnes non viene mai meno, e lo dimostra il cameratismo condiviso dalle due anche dopo un anno di separazione. L'"anello debole" della coppia, cristallizzata nel tempo e nello spazio, è Agnes, la quale è incapace di scrollarsi di dosso il desiderio di creare un legame ancora più forte con Lydie, che la possa mettere sullo stesso piano della compagna con la quale sta per avere una figlia. Non si tratta di "amore", almeno non di quello che implica anche una componente di desiderio sentimentale o sessuale, e proprio questa mancanza di un nome, di una giustificazione, lo rende un sentimento ancora più frustrante e doloroso, che rischia di aumentare ulteriormente il senso di tremenda solitudine ed inadeguatezza provato dalla protagonista. 


Per trattare temi assai seri, Eva Victor sceglie la via della leggerezza, portando sullo schermo una quotidianità talvolta un po' artefatta (soprattutto per quanto riguarda i dialoghi) ma non inverosimile. La scelta di ambientare il film in un paesino di provincia, all'interno del microcosmo universitario, in un contesto meteorologico fatto di giornate serene ma gelide, è perfetta per l'atteggiamento schivo ma anche ironico della protagonista, la quale indossa quel mezzo sorriso come un'armatura nei confronti di un mondo che non sa come gestirla. Le grandi dimensioni della casa in cui vive Agnes, unite alla scelta di utilizzare un guardaroba semplice, al limite del dimesso, accentuano la solitudine del personaggio e danno l'idea del grande sforzo che la protagonista deve fare ogni giorno per vivere un'esistenza normale, per scacciare pensieri innominabili e scendere dal letto, e questi dettagli mi hanno fatto apprezzare ancora di più il film (ciò non giustifica però, porca miseria, che né Lydie né Agnes si siano degnate di mettere una cavolo di tenda in casa, almeno in bagno, visto che Agnes ha il gabinetto davanti a una finestra enorme!) e l'interpretazione di Eva Victor. E' raro che un'attrice riesca ad esordire con un'opera prima così potente, dovendo ricoprire anche il ruolo di sceneggiatrice e regista, eppure l'interpretazione di Eva Victor è divertente, affascinante, commovente senza mai diventare patetica. Persino io che sono una frignona mi sono spesso ritrovata a sorridere della caustica ironia di Agnes, e l'unico momento in cui ho  pianto davvero, oltre allo splendido finale, è stato durante il confronto con John Carroll Lynch, più che altro per il modo delicato con cui la protagonista si apre all'inaspettata gentilezza altrui, entrando in risonanza con uno sconosciuto privo di fronzoli, rustico ma sincero. Adorando John Carroll Lynch, non posso che essere grata ad Eva Victor per averlo voluto in un ruolo breve ma intenso, il che indica un ottimo fiuto anche per gli attori: Naomi Ackie, Lucas Hedges e persino la perfida Kelly McCormack (per non parlare di quel buco nero incarnato da Louis Cancelmi, il perfetto esempio di come si possa mettere efficacemente in scena una "cosa brutta" senza che diventi il fulcro visivo di un film) sono il perfetto complemento dell'interpretazione della Victor, ulteriore valore aggiunto di un film splendido, che vi consiglio di non perdere!    


Di Naomi Ackie (Lydie), Lucas Hedges (Gavin) e John Carroll Lynch (Pete) ho già parlato ai rispettivi link.

Eva Victor è la regista e sceneggiatrice del film, inoltre interpreta Agnes. Francese, al suo primo lungometraggio dietro la macchina da presa, è conosciuta principalmente come attrice. Anche produttrice, direttrice della fotografia e montatrice, ha 32 anni.


Louis Cancelmi
interpreta Preston Decker. Americano, ha partecipato a film come The Irishman, Gli occhi di Tammy Faye e Killers of the Flower Moon. Ha 48 anni e due film in uscita, tra cui La sposa!


Kelly McCormack
, che interpreta Natasha, era nel cast di Un piccolo favore e Un altro piccolo favore. Se Sorry, Baby vi fosse piaciuto recuperate Aftersun e The Fallout. ENJOY!

venerdì 16 gennaio 2026

KPop Demon Hunters (2025)

Spinta dai due Golden Globe ricevuti, uno per il miglior film d'animazione e l'altro per la miglior canzone, ho finalmente recuperato KPop Demon Hunters, diretto dai registi Chris Appelhans e Maggie Kang (anche co-sceneggiatrice), disponibile su Netflix.


Trama: Rumi, Mira e Zoey sono le tre componenti del gruppo di idol Huntrix. La loro è però un'attività di facciata, che cela il loro vero compito, quello di impedire che i demoni invadano la nostra dimensione. Il loro successo sembra scontato, almeno finché non compare sulla scena la boyband Saja Boys...


Un sacco di persone che conosco e di cui mi fido avevano speso parole di elogio per questo KPop Demon Hunters, ma lo avevo messo un po' da parte, presa da altre priorità. Ora posso dire di essere felicissima di averlo recuperato, perché il film di Chris Appelhans e Maggie Kang è davvero bellissimo e divertente, fruibile anche da chi, come me, di KPop non sa nulla. Siccome sono intrisa di cultura nipponica e sono totalmente ignorante in materia Corea, sarò costretta ad usare analogie a me familiari, cercate di non odiarmi. Rumi, Mira e Zoey, ovvero il gruppo di idol Huntrix, hanno una doppia vita come ogni majokko che si rispetti; vivono nel mondo scintillante della musica e della moda, ma lo fanno perché, attraverso la loro voce (soprattutto quella di Rumi) riescono a scaldare e unire i cuori degli esseri umani, creando l'energia che da vita a una barriera per tenere a bada i demoni ed impedir loro di invadere la Terra. Oltre a fungere da scudo, le ragazze sono anche delle guerriere, delle cacciatrici, e tra una canzone e l'altra non ci mettono molto a uccidere i demoni che tentano di attaccarle. Soprattutto, però, Rumi, Mira e Zoey sono giovani ragazze come tante. Hanno i loro segreti, i loro problemi, le loro paure, imperfezioni che nel mondo dorato degli Idol non devono esistere, perché i fan esigono che i loro idoli, appunto, siano emblemi di eccellenza ideale; questa stessa eccellenza, inoltre, vale anche per la loro attività di cacciatrici e guardiane della barriera. Il lato oscuro dell'industria dello spettacolo coreana (condiviso, in generale, da tutto l'Oriente) è lo spunto da cui si dipana la trama di KPop Demon Hunters, consentendogli di veicolare un necessario messaggio positivo. Più che ricercare una solitaria perfezione, odiando, senza capirlo, tutto ciò che ci fa paura o risulta "strano", l'invito è quello di aprirsi a chi abbiamo vicino, guardare oltre le apparenze, trasformare i difetti in una forza travolgente in grado di aprirci gli occhi sul mondo. Questo messaggio viene trasmesso senza pedanteria né sdolcinatezza, sfruttando in maniera assai divertente i cliché dei KDrama e dell'universo KPop e concedendo spazio anche a momenti più seri e drammatici, nel corso dei quali la protagonista Rumi diventa qualcosa di più di un bel faccino dotato di una voce angelica. 


Il punto di forza di KPop Demon Hunters, assieme alla trama interessante e al messaggio potente che rivolge agli spettatori, è il mix tra una visione moderna della Corea e le leggende che ne caratterizzano la cultura. Il character design dei Saja Boys è un'esilarante mix dei cliché di ogni boyband mai esistita al mondo, e va a braccetto con la bellezza di ciò che si nasconde dietro gli apparenti ragazzi, ovvero degli splendidi messaggeri di morte che seguono l'iconografia moderna dei Jeoseung Saja, con quel loro tipico cappellaccio nero. Non parliamo poi di quanto siano meravigliose la gazza con tre occhi e la tigrotta azzurra, due spiriti complementari usciti dritti dai dipinti della tradizione coreana e pronti ad entrare nel novero delle mascotte animate più amate di sempre. Anzi, per quanto mi riguarda, i personaggi secondari o gli antagonisti sono anche più belli delle Huntrix, le cui animazioni mi hanno ricordato anche troppo lo stile delle Totally Spies, serie di cui non ho mai apprezzato l'inserimento di espressioni comiche e deformed vicine allo stile degli anime, che ho sempre trovato forzato in quello stile di disegno. Nulla da dire, però, sulla regia e l'animazione delle scene di combattimento o dei numeri musicali, coinvolgenti le prime e tremendamente accattivanti i secondi. Accattivante è anche l'unico aggettivo che mi viene in mente per descrivere brani che ti costringono a muoverti a tempo al primo ascolto, o ti catturano grazie alla bellissima voce della cantante Arden Cho, la doppiatrice originale di Rumi; il brano Golden ha giustamente vinto un meritato Golden Globe, ma le canzoni sono tutte belle e, soprattutto, perfette per i temi e le atmosfere del film. L'unico vero difetto di KPop Demon Hunters, almeno per me, è la mancanza di approfondimento delle due compagne di Rumi, la burbera Mira e l'entusiasta Zoey, ma so che sarebbe stato impossibile dare a tutte le ragazze lo stesso spazio. Per questo, spero nell'uscita di un sequel, dove magari si accenni al passato delle cacciatrici e si approfondisca di più il legame con la loro mentore, Celine, altro personaggio potenzialmente interessante ma mal utilizzato. Aspetto fiduciosa, nel frattempo credo che ascolterò in loop la colonna sonora del film!


Di Ken Jeong (voce originale di Bobby), Lee Byung-hun (Gwi-ma) e Daniel Dae Kim (dottor Han) ho già parlato ai rispettivi link.

Chris Appelhans è il co-regista della pellicola. Americano, ha diretto Il drago dei desideri. Anche animatore, sceneggiatore e produttore, ha 46 anni.


Maggie Kang
è la co-regista e co-sceneggiatrice della pellicola, al suo primo lungometraggio, inoltre doppia anche un paio di personaggi minori. Sudcoreana, come animatrice ha lavorato a Shrek terzo, Shrekkati per le feste, Madagascar 2, Shrek 4: e vissero felici e contenti, Il gatto con gli stivali, Le 5 leggende, Kung Fu Panda 3, Il Grinch Minions 2 - Come Gru diventa cattivissimo. Ha 45 anni.


Ji-young Yoo
, che doppia Zoey, era nel cast di Until Dawn - Fino all'albaKPop Demon Hunters vede anche la reunion di due amatissimi interpreti di Lost, che nella serie interpretavano marito e moglie, ovvero il già citato Daniel Dae Kim Yunjin Kim, qui doppiatrice di Celine. Nell'attesa che esca un sequel già annunciato, se KPop Demon Hunters vi fosse piaciuto recuperate Over the Moon - Il fantastico mondo di Lunaria, Belle, Red, Kubo e la spada magica e Nimona. ENJOY!

venerdì 6 maggio 2022

Gli Stati Uniti contro Billie Holiday (2021)

Dopo "solo" un anno di rinvii, è uscito finalmente ieri in Italia Gli Stati Uniti contro Billie Holiday (The United States vs. Billie Holiday), diretto nel 2021 dal regista Lee Daniels.


Trama: all'apice del successo ma già vittima della dipendenza dalle droghe, la cantante Billie Holiday viene letteralmente perseguitata dall'FBI per colpa della controversa canzone Strange Fruit.


Inutile dire che, come già successo mille altre volte nell'accingermi alla visione di film biografici, di Billie Holiday, anche detta Lady Day, non sapevo assolutamente nulla prima di cominciare Gli Stati Uniti contro Billie Holiday. Non penso onestamente di avere nemmeno mai sentito una delle sue canzoni, anche perché non nutro una passione particolare per la musica, benché ovviamente sapessi chi fosse la cantante; in realtà, cosa ancora più grave ma stavolta non per colpa mia, non sapevo neppure che in America il linciaggio fosse ancora consentito, perché di base, nel corso degli anni, tutti i vari bill (proposte di legge) in merito non si sono mai concretizzati e la pratica è, di fatto, ancora legale. Non stupisce quindi che negli anni '50 Billie Holiday sia stata perseguitata da tale Harry J. Anslinger, capo della divisione narcotici dell'FBI, non tanto per la tossicodipendenza dichiarata della donna, utilizzata come mera scusa per arrestarla e metterle agenti alle calcagna, quanto piuttosto per avere cantato la canzone Strange Fruit, portandola a conoscenza di un pubblico molto vasto. Lo "strano frutto", per la cronaca, con le radici e le foglie fatte di sangue, che cresce prevalentemente nelle regioni del Sud, non è altro che il cadavere di un uomo di colore appeso dopo essere stato linciato e, come ben sapete, un conto è farle le cose, un altro è che vengano messe nero su bianco, che i poveri razzisti vengano esposti per le loro nefandezze, scandalizzando l'opinione pubblica che finge di non sapere. 


Strange Fruit
, assieme alla tossicodipendenza di Billie Holiday, è il fulcro del film di Lee Daniels, che ritrae una cantante incredibilmente carismatica ed "eroina" suo malgrado, già propensa all'autodistruzione (fisica e sentimentale) senza che arrivasse l'FBI a metterci il carico a coppe; a fianco del racconto biografico, la pellicola mostra una società "di colore" logorata da povertà, droga e violenze, dove spesso il successo del singolo deriva dalla strumentalizzazione dei bianchi desiderosi di mettere i neri uno contro l'altro, con "famiglie" non di sangue ma composte da temporanei alleati, sempre allo sbando. La stessa fama e ricchezza di Billie Holiday hanno una natura effimera, tanto da diventare strumenti perfetti non solo per l'FBI ma per tutti coloro che decidono di vivere sulle spalle della cantante, mariti e amanti compresi, ai quali si contrappone l'amore puro dell'agente di colore Jimmy Fletcher, realmente esistito anche se non ha mai dichiarato di essere stato il vero amore della cantante. Le beghe sentimentali, per inciso, sono quelle che "annacquano" un po' il film, che spesso mette in secondo piano le questioni legate a Strange Fruit per offrire un ritratto di Billie Holiday che parrebbe quasi stereotipato, tracciato nel solco del cliché della fanciulla carismatica che prende a schiaffi il vero amore sentendosi indegna di tale fortuna, ma a differenza di quanto accadeva per esempio in Judy, dove la Garland era ritratta come una matta da prendere a schiaffi e ogni minima oncia di empatia derivava dalla presenza di co-protagonisti ancora più odiosi di lei, Lady Day è impossibile da odiare ed è dotata di un fascino e un'umanità innegabili. Si capisce dunque il perché del Golden Globe alla bravissima e bellissima Andra Day, che non solo canta divinamente ma offre anche un'interpretazione fisica ed emotiva di grande livello, con due sequenze che sono riuscite a mettermi i brividi, una su tutte la risata finale in faccia ad Anslinger. Ciò nonostante, Gli Stati Uniti contro Billie Holiday non è un film che riguarderei o che mi ha colpita particolarmente in qualche modo; è molto gradevole ed interessante per il tempo della sua durata, spinge a voler conoscere meglio il personaggio che ritrae, ma rimane poco più di un bel lavoretto acchiappaOscar, non a caso sarebbe dovuto uscire l'anno scorso proprio a ridosso della cerimonia.


Del regista Lee Daniels ho già parlato QUI. Leslie Jordan (Reginald Lord Devine), Natasha Lyonne (Tallulah Bankhead) e Garrett Hedlund (Harry Anslinger) ho già parlato ai rispettivi link.

Andra Day (vero nome Cassandra Monique Batie) interpreta Billie Holiday. Più conosciuta come cantante che attrice, ha partecipato a film come Marcia per la libertà. Ha 37 anni.


Erik LaRay Harvey
, che interpreta James Monroe, era il Diamondback della serie Luke Cage. Se Gli Stati Uniti contro Billie Holiday vi fosse piaciuto potreste recuperare La signora del blues. ENJOY!

mercoledì 17 febbraio 2021

Ma Rainey's Black Bottom (2020)

Sempre perché era disponibile e sempre a fronte di un paio di nomination ai Golden, ho recuperato su Netflix Ma Rainey's Black Bottom, diretto nel 2020 dal regista George C. Wolfe. 


Trama: Ma Rainey, la "madre del Blues", si ritrova in una calda giornata d'estate a registrare un disco a Chicago. Le tensioni tra lei, i proprietari dello studio di registrazione e un giovane trombettista si andranno ad acuire sempre più...


Invecchiando, ormai arrivata a diversificare un po' i film che guardo, sono giunta alla conclusione di avere sicuramente un paio di "nemesi cinematografiche". Tra gli attori ci sono in primis Joel Edgerton e Mark Duplass, che mi provocano orchite quasi subitanea, mentre tra i vari registi e sceneggiatori, questi ultimi assai più infidi, figurano Derek Cianfrance, Dan Gilroy e, a quanto pare, anche la bonanima di August Wilson, autore teatrale di cui Denzel Washington (produttore di Ma Rainey's Black Bottom) ha deciso di portare su grande schermo tutto il cosiddetto Ciclo di Pittsburgh, una serie di dieci opere teatrali ambientate ognuna in un diverso decennio del novecento, atte a descrivere la vita delle persone di colore nel giro di un secolo. Denzel ha cominciato con Barriere, che, nonostante l'odio provato per il personaggio da lui interpretato, non avevo disprezzato più di tanto anche in virtù del suo essere prepotentemente teatrale, e ha continuato con Ma Rainey's Black Bottom, che invece ho proprio mal sopportato, sia per i personaggi che per l'incredibile tedio provato guardandolo. Il teatro a tema "vita del popolo Afroamericano" evidentemente non è il mio genere, soprattutto quando viene riportato su grande schermo senza un minimo di guizzo formale, come una serie di scenette mal raccordate unite dal labile fil rouge di un giorno sprecato a incidere un disco, tra gli scazzi della madre del blues Ma Rainey e quelli di Levee, giovane trombettista pieno di ambizioni e boria, pronto a scattare alla minima provocazione. 


Prima che scattino tutti coloro che hanno adorato il film: sì, Viola Davis e Chadwick Boseman sono immensi, addirittura larger than life, e la visione del film vale solo per testimoniare la loro immensa bravura e, nel caso di Boseman, piangere tutte le occasioni perdute a causa della morte prematura del giovane attore. La Davis si annulla in un personaggio orribile, sgradevole all'orecchio e alla vista, dotato per sua fortuna di un dono per il canto e il ritmo ma troppo impegnato ad affermarsi come donna e come afroamericana per concedere anche solo il beneficio del dubbio a chi si immolerebbe per lei, mentre i due monologhi di Boseman, soprattutto quello in cui Levee racconta la sua infanzia, riescono ad ipnotizzare lo spettatore e farlo piombare, per alcuni minuti, non solo nel caldo scantinato di uno studio che accetta solo i neri famosi e dove l'unica porta dà verso un muro di mattoni, ma anche nelle squallide campagne razziste dove la violenza dei bianchi sui neri è all'ordine del giorno. Il resto, spiace dirlo, ma oscilla tra noia e perplessità, ché onestamente c'è un limite anche agli aneddoti raccontati tra personaggi e all'antipatia di questi ultimi; lunga vita allo scazzo di Ma, e se invecchierò spero davvero di diventare così stronza, scostante e superiore verso chicchessia, ma se mai dovessi trovarmi davanti una come lei o uno come Levee, confido mi vengano anche dei pugni di ferro per prenderli a schiaffi come meritano. Loro e Denzel Washington con la sua balzana idea di diffondere il "decalogo" di Wilson, da cui cercherò di tenermi più lontana possibile d'ora in avanti. 


Di Viola Davis (Ma Rainey), Chadwick Boseman (Levee), Colman Domingo (Cutler) e Glynn Turman (Toledo) ho già parlato ai rispettivi link.

George C. Wolfe è il regista della pellicola. Americano, ha diretto film come Qualcosa di buono. Anche attore, sceneggiatore e produttore, ha 65 anni.


Se Ma Rainey's Black Bottom vi fosse piaciuto recuperate Barriere (lo trovate gratis su Prime Video). ENJOY!

martedì 7 gennaio 2020

Golden Globes 2020

Con un ritardo dovuto a un inizio anno già non dei migliori, ecco a voi due opinioni sugli ultimi Golden Globes assegnati domenica notte. Potevo anche evitare, ma sono pignola, Tarantino andava celebrato e la programmazione rimpolpata quindi... ENJOY!


Miglior film - Drammatico
1917 (USA, 2019)
A sorpresa, quatto quatto, l'ultimo film di Sam Mendes (che in Italia arriverà il 23 gennaio) si è portato a casa i premi per miglior film drammatico e miglior regia, con sommo scorno di chi, come me, sperava in una vittoria di The Irishman di Scorsese, grandissimo snobbato della serata. Sono molto curiosa, a questi punti, di vedere un film che già mi attirava dal trailer e più che felice di aver visto rimanere a bocca asciutta sia Joker che Storia di un matrimonio.

Miglior film - Musical o commedia
C'era una volta a... Hollywood  (USA, 2019)
Gioia, gioia, gioia. Il primo dei tre premi a firma del mio aMMore Tarantino, uscito trionfante dalla serata. Non ho ancora visto JoJo Rabbit ma, onestamente, direi che con gli altri candidati non c'era gara, per quanto alcuni mi siano piaciuti parecchio.


Miglior attore protagonista in un film drammatico
Joaquin Phoenix in Joker
Vittoria telefonatissima e meritata, anche perché l'interpretazione di Phoenix è di quelle che non si dimenticano, anche se io stavolta tifavo per Adam Driver.

Miglior attrice protagonista in un film drammatico
Renée Zelweger in Judy
Da noi uscirà il 16 gennaio e io non vedo l'ora di vederlo, a prescindere dall'interpretazione della Zelweger che ha sbaragliato una concorrenza assai agguerrita. Ovvio, il mio cuore va a prescindere a Piccole donne ma non essendo ancora uscito non posso davvero giudicare le varie interpretazioni.

Miglior attore protagonista in un film musicale o commedia
Taron Egerton in Rocketman
Dispiacere grande per Leonardo Di Caprio, a mio avviso fenomenale nel film di Tarantino e ben più meritevole del pur bravo collega Brad Pitt, però Egerton in Rocketman è favoloso. Non vincerà mai l'Oscar ma almeno il Globe è meritato!


Miglior attrice protagonista in un film musicale o commedia
Awkwafina  in The Farewell - Una bugia buona
Onestamente, è un'attrice che non conosco ma devo ammettere che quest'anno non c'era molto di che essere entusiasti tra le varie candidature. Forse, tra tutte le performance viste, la migliore era quella di Ana de Armas ma visto l'argomento di The Farewell immagino che Awkwafina portasse un po' più di spessore.

Miglior attore non protagonista
Brad Pitt in C'era una volta a Hollywood
Ebbravo Bradano ma questo, con tutto il rispetto, era l'unico Globe che davvero non avrei consegnato, non quando c'erano Joe Pesci e Al Pacino da premiare in coppia per le magnifiche interpretazioni in The Irishman. Eddai, su.


Miglior attrice non protagonista
Laura Dern in Storia di un matrimonio
E' l'unica che ho potuto vedere ed è meravigliosa, quindi ben venga un Globe alla sempre amatissima Laura!


Miglior regista
Sam Mendes
Maddai, affanculo. Non a Mendes, al quale voglio bene da sempre, ma a chi assegna i Golden. Grazie a Dio non hanno dato premi a Todd Phillips, ma almeno quello a Scorsese!! Dai, cazzo!

Miglior sceneggiatura
Quentin Tarantino per C'era una volta a... Hollywood.
Tutta la vita. Più Globes e Oscar a Quentin vanno, più sono felice, anche perché la sceneggiatura del suo ultimo film è esaltante, commovente, poetica e bellissima.


Miglior canzone originale
I'm Gonna Love Me Again di Elton John e Bernie Taupin, per il film Rocketman
Ottima scelta, anche se a me è piaciuta parecchio anche Into the Unknown di Frozen II.

Miglior colonna sonora originale
Joker di Hildur Guanadottir
E chi se la ricorda? Molto meglio, a mio avviso, quella di Motherless Brooklyn.

Miglior cartone animato
Missing Link (USA 2019)
La Laika è sempre un'enorme garanzia di qualità ma questo film, porca miseria, è missing in action. Speriamo che la vittoria dia un calcio alla distribuzione italiana perché qui urge un pronto recupero!!

Miglior film straniero
Parasite (Corea del Sud, 2019)
Vittoria strameritata per un film bellissimo e attuale. Peccato per Ritratto della giovane in fiamme, di cui parlerò nei prossimi giorni, perché è splendido, particolarissimo e (senza forse) mi ha toccata assai più di Parasite.


Due righe anche sulle serie TV, sulle quali come al solito non posso pronunciarmi visto che ne seguo
pochissime. Stavolta, ho puntato su uno dei cavalli giusti, ovvero Chernobyl, che ha vinto sia come miglior miniserie sia con Stellan Skargard, mentre Emily Watson è stata battuta dalla Patricia Arquette di The Act, serie che non conosco assolutamente, e lo stesso vale per Jared Harris, che ha lasciato il posto a Russell Crowe. Da segnalare, infine, il premio Cecil B. De Mille per la carriera a Tom Hanks e il Carol Burnett Award per la carriera televisiva a Ellen DeGeneres. E con questo è tutto... ci si risente per gli Oscar! ENJOY!

lunedì 7 gennaio 2019

Golden Globes 2019

Buon lunedì a tutti! Ecco a voi il consueto, rapido riassunto dei vincitori per i Golden Globes 2019, quest'anno meno ignorante del solito, ché qualche film è arrivato in anticipo anche in Italia e giusto in tempo. ENJOY!



Miglior film - Drammatico
Bohemian Rhapsody (USA, 2018)
Era quasi scontato, soprattutto se a competere c'era "roba" come Black Panther, a mio avviso incandidabile come miglior film drammatico. Da recuperare assolutamente BlacKkKlansman, film che non sono riuscita a vedere ma che è finito nel 90% delle classifiche lette on line.

Miglior film - Musical o commedia
Green Book (USA, 2018)
Ho visto ieri sera il trailer al cinema e devo dire che non vedo l'ora che arrivi il 31 gennaio per poterlo guardare. Peccato per Vice - L'uomo nell'ombra, di cui spero di poter parlare domani, perché è davvero bellissimo, mentre sospendo il giudizio per La favorita, anch'esso di imminente uscita.

Miglior attore protagonista in un film drammatico
Rami Malek in Bohemian Rhapsody
Avendo visto solo la sua performance non posso che esserne contenta ma senza esagerare, poiché mi tocca sospendere il giudizio. Fisicamente Malek è davvero perfetto, comunque, e ha molte probabilità di portarsi a casa un Oscar.


Miglior attrice protagonista in un film drammatico
Glenn Close in the Wife - Vivere nell'ombra
Film uscito in Italia che non ho avuto modo di vedere. Anzi, in realtà tutte le attrici candidate erano per me un'incognita, lo ammetto.

Miglior attore protagonista in un film musicale o commedia
Christian Bale in Vice - L'uomo nell'ombra
L'unico motivo che mi ha fatta rimpiangere di non aver visto Vice in v.o. è proprio Christian Bale, con la sua bocca storta ad indicare un difetto di pronuncia o qualcosa di simile, ovviamente assente nel doppiaggio italiano. Impressionante la sua trasformazione in Dick Cheney, davvero. A parte Lin-Manuel Miranda, a mio avviso incandidabile, non ho ancora avuto modo di vedere le performance degli altri candidati ma mi interessano tutti parecchio.

Ringraziare Satana per l'ispirazione: check!
Miglior attrice protagonista in un film musicale o commedia
Olivia Colman in La favorita
Motivo in più per aspettare La favorita, anche se mi piacerebbe molto recuperare Tully. Deliziosa anche la Blunt ne Il ritorno di Mary Poppins ma non abbastanza per un Golden Globe.

Miglior attore non protagonista
Mahershala Ali in Green Book
Premesso che Sam Rockwell nei panni di Bush è qualcosa di spettacolare, sono curiosa di vedere Ali in Green Book, anche se come attore non mi ha mai fatta impazzire molto. E siccome adoro Richard E. Grant dovrò aspettare con ansia anche l'uscita di Copia Originale.

Miglior attrice non protagonista
Regina King in Se la strada potesse parlare
Di tutte le candidate, ha vinto proprio l'unica che non conoscevo. Il film uscirà in Italia a San Valentino ma è un genere (ragazza incinta e problemi assortiti derivanti dalla sua condizione) che proprio non mi attira, peccato. E peccato anche per la bravissima Amy Adams.

Miglior regista
Alfonso Cuarón
Obiettivamente, credo non potesse competere nessuno, ché Roma è pura arte visiva. Quindi, bravo Cuarón!


Miglior sceneggiatura
Nick Vallelonga, Brian Hayes Currie e Peter Farrelly per Green Book
Mi dispiace tantissimo per lo scoppiettante McKay ma non per Cuarón e i suoi ricordi d'infanzia, con tutto il rispetto. Sale tantissimo l'attesa per Green Book, lo ammetto!

Miglior canzone originale
Shallow di Lady Gaga, Mark Ronson, Anthony Rossomando e Andrew Wyatt, per il film A Star is Born
Splendida, premio meritatissimo. Ma le altre canzoni non le ho sentite quindi potrei anche sbagliare.

Miglior colonna sonora originale
First Man - Il primo uomo di Justin Hurwitz
Colonna sonora che nemmeno ricordo, a differenza di quella bellissima de L'isola dei cani e quella deliziosa ma un po' troppo Disneyana de Il ritorno di Mary Poppins.

Miglior cartone animato
Spider-Man: Un nuovo universo (USA 2018)
Ora mi maledico davvero per non aver recuperato quello che è, a detta di tutti, il miglior cartone dell'anno. Peccato per L'isola dei cani e tantissima curiosità per Mirai, che devo assolutamente recuperare!!

Miglior film straniero
Roma (Messico/USA, 2018)
Ne parlerò nei prossimi giorni. Un film che, obiettivamente, cresce dentro lo spettatore e si fa apprezzare col tempo. Da recuperare anche Un affare di famiglia, prima che arrivi la notte degli Oscar.


Due righe anche sulle serie TV, sulle quali come al solito non posso pronunciarmi visto che ne seguo pochissime. Mi perplime parecchio la vittoria di American Crime Story, che alla prima stagione  poteva giusto allacciare le scarpe, soprattutto quando mi si dice che Sharp Objects (ancora da recuperare) sia splendido; quest'ultima serie si è consolata con la vittoria di Patricia Clarkson anche perché, se avesse vinto la terribile Cruz con la sua inquietante Donatella Versace, mi sarei sparata, bene invece per Darren Criss, il cui Andrew Cunanan è la cosa migliore di tutto il bailamme Versaciano. E con questo è tutto... ci si risente per gli Oscar! ENJOY!

martedì 23 gennaio 2018

L'ora più buia (2017)

Un altro piccolo passo verso gli Oscar, su, che oggi ci sono le nomination. Nel weekend ho visto L'ora più buia (Darkest Hour), diretto nel 2017 dal regista Joe Wright e vincitore del Golden Globe per il Miglior Attore Drammatico.


Trama: nell'ora più buia della seconda guerra mondiale, Winston Churchill diventa primo ministro e si ritrova a dover arginare l'inarrestabile avanzata di Hitler...


Avvertenza: il post è scritto da una persona che non studia storia dal 2005, anno dell'esame di Storia Contemporanea, per l'appunto, quindi tutto ciò che leggerete viene desunto dalla visione del film e dalla lettura di un articolo su Wikipedia dedicato alla Battaglia di Gallipoli. La cosa che ho maggiormente apprezzato de L'ora più buia, al di là dell'interpretazione di Oldman sulla quale tornerò, è la scelta di non raccontare la vita di Churchill, bensì il momento più critico per lui, per l'Inghilterra e per l'Europa intera. Un momento storico ben definito che ha rischiato di consegnare il Vecchio Mondo nelle mani della folle dittatura nazista, cosa non avvenuta per qualcosa che non esiterei a definire "botta di culo" piuttosto che "geniale scelta tattica delle forze avversarie"; ben lontano dall'essere fine stratega, il Churchill presentato al pubblico del 2017 è una figura controversa, quasi un po' fastidiosa, un uomo coraggioso e testardo ma anche rabbioso e dalle idee in qualche modo discutibili se considerate senza il senno di poi, con gli occhi di chi è stato abbandonato a Calais o di chi auspicava sicuri trattati di pace onde fermare battaglie e morti inutili. Sul Churchill de L'ora più buia pesa ancora l'esito terrificante della Campagna di Gallipoli, praticamente "decisa" dall'allora primo Lord dell'Ammiragliato (in realtà, come spesso accade, pare che Churchill fosse diventato il capro espiatorio ma la colpa della disfatta andrebbe attribuita anche ad altri membri del governo dell'epoca...), pesano allo stesso modo l'età non più giovanissima, la diffidenza degli altri membri del governo, una vita passata a rinunciare all'umanità in favore di cose più "materiali" (simpatiche ma anche angoscianti le interazioni con la moglie e i figli), la consapevolezza di avere tra le mani la vita di valenti soldati e di un'intera nazione e ovviamente è per questo che alla fine si arriva a parteggiare per lui in quanto "tutto è bene quel che è finito bene", alla faccia di Re Bertie, Halifax e tutti quelli che non la pensavano come il primo ministro. Detto questo, non bisogna pensare che L'ora più buia sia un film semplice o con un unico punto di vista, anzi. Mi è sembrato piuttosto che la sceneggiatura stesse bene attenta a bilanciare l'elemento storico e quello umano senza propendere troppo per l'uno o l'altro, assecondando ovvie scelte di "spettacolarizzazione" soprattutto nel prefinale e scegliendo pochi interlocutori dotati di uno sguardo privilegiato verso i dubbi dell'uomo Churchill (la moglie, la segretaria e Re Giorgio VI), anche perché per focalizzare tutta l'attenzione su di lui basterebbe "solo" la grande interpretazione di Gary Oldman.


Ammetto sinceramente che senza la performance di Oldman il film sarebbe poco più di un divertissement storico, da dimenticare il giorno dopo la visione. La regia di Joe Wright, tolte un paio di sequenze emozionanti concentrate nel primo discorso via radio di Churchill, il famigerato confronto all'interno della war room e il triste destino dei soldati a Calais, non è esaltante come mi sarei aspettata, nonostante la cura profusa nelle scenografie e la scelta di una bella fotografia, capace di illuminare anche gli ambienti soffocanti del consiglio di guerra. Per contro, Gary Oldman si mangia un cast non particolarmente memorabile (salvo forse l'elegante Kristin Scott Thomas nei panni di Clementine Churchill), inghiotte tutto ciò che lo circonda non già in virtù di un trucco prostetico fatto bene e capace di renderlo irriconoscibile ma per merito dei suoi occhi tormentati, lo sguardo penetrante che spunta sotto quel trucco da vecchio ciccione; all'interno della "maschera" di Churchill c'è un attore capace di renderlo vivo con una fisicità fatta di tic e tirate compulsive di sigaro e, soprattutto, con un terrificante lavoro sulla voce. Il Churchill di Oldman passa nel giro di pochissimo dall'essere un politico sanguigno (e probabilmente sanguinario, chissà) dotato di una voce roboante, capace di trascinare collaboratori e masse in una missione praticamente suicida, all'essere un vecchio balbettante, smarrito nelle incertezze di una responsabilità attesa ma giunta probabilmente troppo tardi, proprio nel momento in cui mente e fisico non sono nella loro forma migliore, al punto da fare quasi tenerezza. Per questo, senza nulla togliere ai doppiatori italiani (in questo caso abbiamo quello di Tony Soprano e Walter White, Stefano De Sando, abbonato quindi a ruoli di uomini ruvidi e non più di primo pelo), consiglierei la visione de L'ora più buia in una sala che lo proietti in lingua originale, altrimenti rischiereste di perdervi tutto ciò che fa della pellicola di Joe Wright un film imperdibile e meritevole di almeno un Oscar.


Del regista Joe Wright ho già parlato QUI. Gary Oldman (Winston Churchill), Ben Mendelsohn (Re Giorgio VI), Lily James (Elizabeth Layton) e Ronald Pickup (Neville Chamberlain) li trovate invece ai rispettivi link.

Kristin Scott Thomas interpreta Clemmie. Inglese, ha partecipato a film come Quattro matrimoni e un funerale, Mission: Impossible, Il paziente inglese e Gosford Park. Anche regista, ha 57 anni e tre film in uscita.


Triste ironia: John Hurt, malato di cancro, avrebbe dovuto interpretare un personaggio che ha condiviso il suo triste destino, Neville Chamberlain, ma stava talmente male che non è riuscito a filmare neppure una scena. L'anno scorso, per la cronaca, è uscito un altro film sul primo ministro inglese, ancora inedito in Italia, ovvero Churchill, dove il personaggio titolare è interpretato da Brian Cox , affiancato da Miranda Richardson; non so dirvi come sia ma se L'ora più buia vi fosse piaciuto potete provare a recuperarlo assieme a Dunkirk e Il discorso del re. ENJOY!

lunedì 8 gennaio 2018

Golden Globes 2018

Buon lunedì a tutti! Piccolo riassunto ignorante (come ogni anno) dei vincitori dei Golden Globes, con un'unica grande gioia (Guillermoooooo aléééééé!!!!!!) e quattro film pigliatutto da attendere col fiato sospeso, non tanto per gli Oscar ma perché si preannunciano davvero bellissimi! Ah, ho già detto "che peccato, niente Dunkirk!"? ENJOY!


Miglior film - Drammatico
Tre manifesti a Ebbing, Missouri (Three Billboards in Ebbing, Missouri, USA, 2017)
E questa è la PRIMA pellicola da vedere assolutamente, consigliata persino da Zerocalcare in persona. Uscirà la settimana prossima, quindi per una volta la distribuzione italiana ci ha preso, e viene descritta nei poster come "il film che i Coen avrebbero voluto girare". Speriamo benissimo!!

Miglior film - Musical o commedia
Lady Bird (USA, 2017)
Coming of age? Io addoro i coming of age, anche quelli ambientati nei primi decenni del secondo millennio, un'epoca un po'... MEH. E poi l'ha scritto Greta Gerwig, altra garanzia di sicura validità! Purtroppo ci sarà da aspettare il giorno del mio genetliaco per vederlo uscire in Italia quindi temo che in occasione degli Oscar bisognerà diventare un po' creativi...

Miglior attore protagonista in un film drammatico
Gary Oldman in L'ora più buia
Molto ma molto bene. L'ora più buia è un film che sarei andata a vedere a prescindere, ora ho un motivo in più e confido che il caro Oldman nei panni di Winston Churchill sia molto convincente. In Italia uscirà il 18 gennaio, altro colpo intelligente della distribuzione, bravi.

Miglior attrice protagonista in un film drammatico
Frances McDormand in Tre Manifesti a Ebbing, Missouri
Oh, ma quanto la amo, da sempre. Non vedo l'ora di ammirarla nei panni di madre coraggio impegnata a risolvere il caso dell'omicidio della figlia, so già che non sarà la solita interpretazione banale.


Miglior attore protagonista in un film musicale o commedia
James Franco in The Disaster Artist
Per quanto mi stia sulle balle da sempre Franco, non si può dire che non metta anima e corpo in tutto quello che fa. Sono molto curiosa di vedere il film sulla "pellicola più brutta di sempre"... e anche, ovviamente, di recuperare ciò da cui tutto ha avuto origine! Purtroppo, data di uscita italiana non ancora pervenuta.

Miglior attrice protagonista in un film musicale o commedia
Saoirse Ronan in Lady Bird
Adorabile Saoirse, sono molto ma molto contenta per questa vittoria e ovviamente aspetto di vedere il film!


Miglior attore non protagonista
Sam Rockwell in Tre manifesti a Ebbing, Missouri
Rockwell è un attore che non mi dispiace ma in questo caso sospendo il giudizio fino alla settimana prossima, anche perché l'unico suo antagonista visto sul grande schermo quest'anno è stato Christopher Plummer e la sua interpretazione di Paul Getty, per quanto valida, a mio avviso non era nemmeno da candidare.

Miglior attrice non protagonista
Allison Janney in I, Tonya
Altra attrice che adoro. Purtroppo I, Tonya, storia della pattinatrice americana Tonya Harding, non ha ancora una data di uscita italiana quindi chissà quando avremo l'onore di vederlo...

Miglior regista
Guillermo del Toro
Non posso che esserne stra-felice. Guillermone sta facendo incetta di premi quindi mi vien da dire che The Shape of Water sarà un capolavoro meraviglioso e quando uscirà sarà una festa per tutti!!


Miglior sceneggiatura
Martin McDonagh per Tre manifesti a Ebbing, Missouri
E niente, questo Tre manifesti ha sbancato. E io non ho mai visto nulla sceneggiato da McDonagh, mannaggia. Conviene mettere in lista Sette psicopatici e In Bruges, giusto per farmi un'idea.

Miglior canzone originale
The Greatest Showman di Benj Pasek e Justin Paul, per il film The Greatest Showman
Boh, io con la musica non ci azzecco nulla e The Greatest Showman non l'ho visto. Accetto il giudizio, anche perché le canzoni di Coco non mi hanno granché entusiasmata.

Miglior colonna sonora originale
The Shape of Water di Alexandre Desplat
Bella regia e colonna sonora evocativa, un connubio che aDDoro e che aumenta ulteriormente le aspettative per il nuovo film di Del Toro!

Miglior cartone animato
Coco (USA 2017)
Non c'era storia, obiettivamente (anche se The Breadwinner vorrei vederlo). Coco è uno splendore e sfido chiunque a rimanere indifferente dopo averlo visto, che piacciano o meno i film d'animazione. Adesso aspetto l'Oscar!

Miglior film straniero
Oltre la notte (Aus dem Nichts, Germania/Francia, 2017)
Storia di vendetta con Diane Kruger come protagonista, il film uscirà in Italia a marzo ma come al solito non sono preparata sui film "stranieri" e non riesco a fare un commento intelligente. Non so neppure se potrebbe essere un film in grado di interessarmi...

La mia reazione davanti al mancato tributo a Dougie!
Due righe anche sulle serie TV, sulle quali come al solito non posso pronunciarmi visto che ne seguo pochissime. Innanzitutto CACCA. Cacca su chi non ha riconosciuto la bravura di Kyle MacLachlan e la natura mitica di Dougie preferendogli Ewan McGregor. Non si fa, signori. Male anche per le mancate vittorie di Susan Sarandon e Jessica Lange in Feud (ma per Feud in generale...) mentre The Handmaid's Tale, che ha portato a casa il Globe come miglior serie drammatica e per la migliore attrice, si riconferma LA serie da recuperare per il 2018, nell'attesa che esca la seconda stagione. E con questo è tutto... ci si risente per gli Oscar! ENJOY!

lunedì 9 gennaio 2017

Golden Globes 2017

Buon lunedì a tutti! Come ogni anno, siamo arrivati all'assegnazione dei fatidici Golden Globe e mai come quest'anno li affronto con ignoranza e un fastidioso presagio di diludendo e banalità per quel che riguarda la notte degli Oscar... ENJOY!


Miglior film - Drammatico
Moonlight (USA, 2016)
Noi italiani non ne sapremo nulla fino a marzo ma la storia di un giovane ragazzo di colore nei bassifondi di Miami ha sbaragliato una concorrenza sulla quale, lo ammetto, non ero preparata affatto. Attendiamo marzo, che dire.

Miglior film - Musical o commedia
La La Land (USA, 2016)
Com'era prevedibile, il film di Chazelle sbaraglia gli avversari, confermandosi il Must See del 2017. Dispiace per Sing Street ma con Deadpool e Florence non c'era obiettivamente gara.

Miglior attore protagonista in un film drammatico
Casey Affleck in Manchester by the Sea
L'unico attore su cui avrei potuto pronunciarmi era il bravissimo Viggo Mortensen, mandato a casa da Affleck Jr. per un film che vedremo solo a febbraio.

Miglior attrice protagonista in un film drammatico
Isabelle Huppert in Elle
La superfavorita Natalie Portman si vede soffiare il Golden Globe dalla Huppert che, nell'ultimo film di Verhoeven, cerca di rintracciare l'uomo che l'ha stuprata. Da Verhoeven mi aspetto ogni cosa ma purtroppo Elle non ha ancora una data di uscita italiana quindi chissà quando riusciremo a goderci l'interpretazione della vincitrice.


Miglior attore protagonista in un film musicale o commedia
Ryan Gosling in La La Land
Ennesimo premio per il film di Chazelle, telefonatissimo quanto probabilmente meritato, anche se io tifavo Hugh Grant. Imbarazzanti le candidature di Jonah Hill per Trafficanti e di Ryan Reynolds per Deadpool: davvero non c'erano altri contendenti migliori?

Miglior attrice protagonista in un film musicale o commedia
Emma Stone in La La Land
Idem come sopra, premio telefonato da settimane. Almeno la Streep ce la siamo risparmiata, dai!

Miglior attore non protagonista
Aaron Taylor-Johnson in Animali Notturni
Finalmente è arrivato il PRIMO ed unico Golden Globe che capisco e approvo in toto perché questo ragazzo in Animali notturni è semplicemente favoloso. Aspettiamo l'Oscar con trepidazione!


Miglior attrice non protagonista
Viola Davis in Fences
Siccome non ho visto nessuno dei film per i quali le fanciulle erano candidate, tocca rimanere in silenzio e aspettare il 23 febbraio, quando Barriere, storia di una famiglia di colore ambientata negli anni '50, uscirà in Italia.

Miglior regista
Damien Chazelle
Avevate dubbi? Io no! Perdonatemi però se spendo una lacrima per l'elegantissimo Tom Ford.


Miglior sceneggiatura
Damien Chazelle per La La Land
E ma che due marroni!! Di nuovo, lasciatemi spendere una lacrima per Tom Ford e il suo Animali notturni e persino per Hell or High Water, che mi si dice fosse bellissimo.

Miglior canzone originale
City of Stars di Justin Hurwitz, Benj Pasek e Justin Paul, per il film La La Land
Oh, ammazzatemi ma a me piaceva quella bulicceria di Can't Stop the Feeling e anche Faith. How Far I'll Go fa troppo Frozen, non era neppure candidabile.

Miglior colonna sonora originale
La La Land di Justin Hurwitz
Ok, sta diventando imbarazzante!!!

Miglior cartone animato
Zootropolis (USA 2016)
Sul serio? Vergognatevi. Non nego che fosse un film carinissimo ma Kubo e la spada magica era mille volte superiore, per tutta una serie di motivi che spaziano dalla realizzazione alla trama. E devo ancora vedere Una vita da zucchina e Sing!

Miglior film straniero
Elle (Elle, Francia, Germania, Belgio 2016)
Come al solito, davanti al film straniero rimango in silenzio perché non ne conosco neppure uno. Come ho detto sopra, però, aspetto Verhoeven con gioia.


Due righe anche sulle serie TV, sulle quali come al solito non posso pronunciarmi visto che ne seguo pochissime. L'adorata Stranger Things è stata ovviamente snobbata, ennesima conferma di come Golden Globes e Academy non amino avere a che fare con tutto ciò che tocca anche solo lontanamente l'horror (oppure non ne capisce nulla, si veda l'anno scorso il premio a Lady Gaga): al suo posto è stato preferito The Crown, che ha visto vincitrice anche Claren Foy come miglior attrice protagonista. Tommolino Hiddleston vince come miglior attore in una miniserie (e dopo questa dovrà recuperare The Night Manager, che vede vincitori anche Hugh Laurie e Olivia Colman) e fortunatamente anche gli adoratissimi Sarah Paulson e American Crime Story sono stati celebrati con un degno premio, altrimenti avrei urlato al diludendo. E con questo è tutto... ci si risente per gli Oscar! ENJOY!

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