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martedì 9 settembre 2025

I Roses (2025)

Non so nemmeno io perché ma, spinta da curiosità, lunedì sono andata a vedere I Roses (The Roses), diretto dal regista Jay Roach e tratto dal romanzo La guerra dei Roses di Warren Adler.


Trama: dopo un colpo di fulmine e un matrimonio durato dieci anni, qualcosa si spezza nell'idillio tra la cuoca Ivy e l'architetto Theo, che devono correre ai ripari prima di perdere tutto ciò che hanno di importante...


La guerra dei Roses
è sempre stato uno dei miei film preferiti e lo ricordavo ancora benissimo, anche se non lo avessi riguardato in occasione dell'uscita di questa rilettura del romanzo di Warren Adler. Uso il termine rilettura, perché anche se il succo della vicenda è la stessa, tra una casa contesa e sentimenti che si raffreddano fino a trasformarsi in odio, la sceneggiatura di Tony McNamara (lo stesso di La favorita e Povere creature!) si concentra, fin dal titolo che lascia cadere il termine "guerra", esclusivamente sui Roses. Sulle due individualità che compongono la coppia, sullo sviscerare, senza un attimo di pausa, i rispettivi pensieri, le riflessioni sul proprio carattere, le convinzioni relative all'educazione dei figli, i problemi e le soddisfazioni lavorative. I Roses 2.0 sono figli della generazione Z, che necessita di essere presa per mano e affrontare i conflitti spiegazione dopo spiegazione, anche a costo di ribadire l'ovvio, tanto che la sofferenza dell'architetto Theo, costretto a diventare "mammo" dopo aver perso ogni oncia di prestigio, è costellata di monologhi in cui il personaggio si ammonisce a non essere un maschio tossico ed invidioso, ma non solo. Tra dialoghi e monologhi, quello de I Roses è uno stream of consciousness in cui wit inglese, punzecchiature e pensieri messi in parole danno voce a due persone confuse che la guerra non vogliono proprio farla, ma che a un certo punto decidono che il loro ego è più importante di tutto il resto, e proprio nel momento in cui l'altro avrebbe più bisogno di aiuto. E' il grido disperato di un uomo narcisista che mal sopporta il successo della moglie, e di una donna che vorrebbe tutti i pro di carriera e famiglia e nessun contro, un grido che esplode quando i due, privi di figli e lavoro a distrarli, sono costretti finalmente ad affrontarsi e rivelarsi come due persone fondamentalmente piccine e superficiali, quindi perfette l'uno per l'altro. I Roses è, dunque, un film cerchiobottista che sceglie di appesantirsi stordendo lo spettatore di parole, facendo tutto sommato una satira innocua delle coppie moderne e di alcuni vezzi tutti americani (i figli, in questa versione della storia, sono usati in maniera egregia) e puntando su un registro più demenziale che grottesco, cosa che smorza parecchio l'amarezza e il pessimismo della vicenda originale. 


Fortunatamente, I Roses è anche un film graziato da una coppia di ottimi attori, anche se sarebbe meglio goderseli in lingua originale visto che buona parte dell'umorismo viene dallo scontro culturale tra inglesi e americani. Olivia Colman e Benedict Cumberbatch hanno un'alchimia tutta particolare, risultano affascinanti e carismatici pur non essendo delle bellezze canoniche, e le loro espressioni spesso stralunate fungono da perfetto contraltare ad un mondo di comprimari idioti. Questo però, a mio parere, è un altro difetto del film. Non è che non abbia riso davanti alla coppia formata da Andy Samberg e Kate McKinnon, quest'ultima pazza come non mai, ma tra loro, l'amico architetto stronzo e le due macchiette etniche di Ncuti Gatwa e Sunita Mani, c'erano troppi elementi bizzarri atti a distrarre dal fulcro della vicenda e, soprattutto, molta poca verosimiglianza, visto che sembra di avere avanti delle caricature più che delle persone vere. Apprezzabilissimo, invece, il lavoro svolto a livello di scenografia, arredamento e "cucina". Il gusto della splendida casa che diventa il pomo della discordia è stato aggiornato, diventando il sogno di ogni architetto moderno, e c'è da togliersi il cappello davanti all'abilità dello scenografo Mark Ricker, che ha ricostruito gli ambienti in studio. Il genio e l'ego di Theo vengono così ottimamente rappresentati, mentre l'estro creativo e la volontà di Ivy di essere anticonformista a tutti i costi trovano espressione negli splendidi piatti e nelle particolari torte degustati dai vari personaggi. In definitiva, I Roses non è un film da buttare e, appena sarà disponibile in streaming, credo che lo guarderò in lingua originale sperando di apprezzarlo di più, ma mi ha lasciata tutto sommato abbastanza fredda e in molti punti ho provato persino noia. Fortunatamente, c'è sempre il bluray del film di DeVito, di cui spero di riuscire a parlare nei prossimi giorni. 


Del regista Jay Roach ho già parlato QUI. Olivia Colman (Ivy Rose), Benedict Cumberbatch (Theo Rose), Kate McKinnon (Amy), Andy Samberg (Barry), Sunita Mani (Jane) ed Allison Janney (Eleanor) li trovate invece ai rispettivi link. 


Ncuti Gatwa
, che interpreta Jeffrey, è stato Il dottore delle recenti stagioni di Doctor Who. Se I Roses vi fosse piaciuto recuperate, ovviamente, La guerra dei Roses. ENJOY!

venerdì 10 marzo 2023

Empire of Light (2022)

E' arrivato finalmente al cinema anche Empire of Light, diretto e sceneggiato dal regista Sam Mendes e candidato a un Oscar per la Fotografia.


Trama: in una cittadina balneare inglese di inizio anni '80 si intrecciano i destini dei dipendenti del cinema Empire, tra amori, amicizie, malattie e terribili cambiamenti sociali...


Aspettavo di vedere Empire of Light da quando ho dovuto saltare il TFF di quest'anno, dov'è stato proiettato in anteprima. Purtroppo, ho dovuto accontentarmi di un'occasione molto meno magica, ma l'importante, prima o poi, è riuscire, anche se questa volta Mendes non mi ha conquistata come avrei voluto. Empire of Light racconta la storia di Hilary, dipendente di un enorme cinema (in buona parte in disuso) in una cittadina balneare inglese che, più che vivere, sopravvive soverchiata dalla monotonia di un'esistenza fatta solo di lavoro, solitudine intervallata da insoddisfacenti rapporti sessuali col boss e visite mediche. La vita di Hilary prende una svolta inattesa quando il giovane Stephen, ragazzo di colore che non riesce ad entrare al college, viene assunto al cinema Empire; tra i due nasce un'attrazione reciproca che sfocia in una relazione clandestina, resa difficile non solo dal clima razziale sempre più teso all'interno dell'Inghilterra thatcheriana, ma anche dall'enorme segreto che nasconde Hilary, una donna più fragile di quanto sembri. La fragilità di Hilary viene rispecchiata dalla natura decadente dell'Empire, un rifugio per anime solitarie che diventa una sorta di micromondo per i dipendenti che ci lavorano, il baluardo non solo di tempi più felici e gloriosi, ma anche un mezzo per fuggire da una realtà deprimente che schiaccia i sogni delle persone in modi più o meno violenti. Hilary, dal canto suo, vive l'Empire come un'oasi di normalità, ma rifiuta di entrare in una sala che ritiene riservata agli spettatori paganti, come se il solo pensiero di sedersi e rilassarsi fosse qualcosa che a lei non sarà mai concesso, l'ennesimo "muro" pronto a separarla dal resto del mondo. Il legame tra Hilary e Stephen, per quanto non facile, serve ad entrambi per guardare oltre le loro paure e i loro limiti, li porta a conoscere realtà appena fuori dalla loro portata, ma nonostante questo la sceneggiatura di Empire of Light è il punto debole di un film che vuole mettere tantissima carne al fuoco e lo fa con un po' di superficialità, come se Mendes fosse semplicemente interessato a spuntare tante tacche di una lista comprendente ciò che va di moda di questi tempi: questioni razziali, emancipazione femminile, omaggi al Cinema, revival anni '80, impastati in un modo che non rende giustizia a nessuno di questi temi.


Fortunatamente, a livello di regia, fotografia e attori non c'è invece nulla di superficiale. Ogni singolo frame di Empire of Light è un piccolo capolavoro, una gioia per gli occhi impreziosita dal gusto per le luci, le ombre e i colori caldi di un Roger Deakins giustamente candidato all'Oscar; il desiderio di poter andare tutti i giorni all'Empire, di poter godere della bellezza delle sue sale in disuso dalle quali si vede l'Oceano, di poter penetrare nel sancta sanctorum di Norman e spiare, non vista, gli spettatori ai quali viene regalata la più grande delle magie, sono riusciti a farmi battere il cuore più della vicenda dei due protagonisti e, sicuramente, alcune delle immagini del film mi rimarranno impresse a lungo. Per quanto riguarda gli attori, la Colman si riconferma un mostro di bravura perfettamente a suo agio nei panni di personaggi complessi, sempre sul filo della depressione ma pronti a mostrare una grinta e una decisione insospettabili, e il giovane Micheal Ward (attore giamaicano che non conoscevo assolutamente) riesce a tenerle testa con un'interpretazione misurata e piacevole; tra i due si crea un'alchimia ottima, nonostante la differenza di età, che rende plausibile ed adorabile una coppia che, sulla carta, rischiava di risultare improbabile. Per quanto mi riguarda, però, nonostante la loro presenza sullo schermo avesse un minutaggio inferiore, il cuore è volato a Toby Jones e Tom Brooke, i due colleghi che chiunque meriterebbe di avere nella vita, riservati ma dolci e sempre pronti a dare ottimi consigli, due personaggi che fanno perdonare qualunque ingenuità a livello di sceneggiatura. Quindi sì, nonostante non mi abbia soddisfatta al 100%, consiglio la visione di Empire of Light, possibilmente al cinema, su uno schermo enorme che renda giustizia allo splendido lavoro di Deakins. Non ve ne pentirete!


Del regista e sceneggiatore Sam Mendes ho già parlato QUI. Olivia Colman (Hilary), Colin Firth (Donald Ellis) e Toby Jones (Norman) li trovate invece ai rispettivi link.

Tom Brooke interpreta Neil. Inglese, lo ricordo per film come I Love Radio Rock, Morto Stalin se ne fa un altro e serie quali Il trono di spade, Sherlock e Preacher. Ha 45 anni. 





venerdì 8 aprile 2022

La figlia oscura (2021)

Apparso come una meteora il 31 dicembre su Netflix, dov'è rimasto solo per 24 ore, è uscito ieri al cinema La figlia oscura (The Lost Daughter), diretto e sceneggiato nel 2021 dalla regista Maggie Gyllenhaal a partire dal romanzo omonimo di Elena Ferrante.


Trama: Leda è una professoressa di lingue e traduttrice in vacanza in un'isola della Grecia. Lì, l'arrivo della giovane Nina e della sua famiglia scatena nella donna dolorosi ricordi...


Lungi da me voler fare la splendida, ma non sapevo affatto che La figlia oscura fosse stato tratto da un libro della Ferrante e mi è venuto da ridere quando, guardando il film, ho pensato "sembra uno spin-off de L'amica geniale" solo per poi scoprire che, effettivamente, l'autrice era la stessa. Lungi da me passare anche per esperta di Elena Ferrante, visto che ho letto solo la già citata quadrilogia de L'amica geniale, eppure il modo in cui l'autrice riesce a parlare di donne soffocate dalle convenzioni della società è facilmente riconoscibile e, oserei dire, unico. Come Lina e Lenù, anche Leda è una donna dal passato zeppo di dolore e rimpianto, a cui guarda, in età già matura, dopo l'incontro con la giovane Nina e la figlioletta Elena; giovane promessa della letteratura e della traduzione, Leda ha vissuto gli anni dell'affermazione professionale "schiacciata" dalla presenza di due bambine piccole e di un marito dal futuro promettente ma incerto quanto il suo, in un torbido miscuglio di amore per la famiglia e desiderio di essere libera e affermata senza essere limitata dal ruolo di madre e moglie. Da donna priva di figli e non ancora sposata, non posso che apprezzare il modo in cui la Ferrante (e in questo caso la Gyllenhaal, che ne accoglie il punto di vista riportandolo sullo schermo) tratteggia queste donne che vivono nella vergogna di avere desideri egoistici ai quali si abbandonano con un costante senso di colpa a pungolarle, dolorosamente consapevoli di quello che la società pretende da loro e straziate dall'innegabile sentimento di amore profondo e odio infastidito che alternativamente provano davanti alle creature che hanno messo al mondo; ipocritamente, penso ogni volta "ma guarda tu sta stronza", per poi sciogliermi in lacrime pensando "ma poveraccia, che vita orribile", presa dallo stesso dilemma sociale e morale di queste donne complicate e fragili, dalla psiche spesso appesa a un filo.


La figlia oscura
, a scanso di equivoci, è "solo questo". Nonostante il titolo inquietante, che evoca l'idea di un thriller psicologico, è la storia di una donna in vacanza che commette un solo, grande errore nel corso della stessa, un errore che la distanzia anche da chi vorrebbe la capisse, quella giovane mamma intrappolata da una famiglia che veglia su di lei e sulla sua bambina senza lasciarle un attimo di respiro. La regia evocativa della Gyllenhaal trasforma la rilassante vacanza nell'assolata Grecia in un angosciante limbo all'interno del quale passato e presente si fondono e la fragilità mentale si fa anche fisica, tra sprazzi di vicende che hanno ormai acquisito i contorni di un sogno (o un incubo) e una realtà "nemica", dove ogni cosa può essere fonte di fastidio, se non addirittura di pericolo; il montaggio di Affonso Gonçalves, già abituato a narrazioni simili, rende i passaggi tra presente e passato incredibilmente fluidi e naturali e, nonostante questo, riesce a trasmettere allo spettatore la stessa confusa inquietudine di cui è preda Leda. Il punto di forza de La figlia oscura, tuttavia, sono state per me le interpretazioni. Olivia Colman è da anni una certezza e ho amato tantissimo la fragilità che la sua Leda cerca di dissimulare con un atteggiamento consapevole e spavaldo, le sue chiacchiere "impanicate" e la sua profonda tristezza, ma la sorpresa del film è stata Jessie Buckley, che interpreta Leda da giovane conferendole quel fascino "scazzato" tipico dei personaggi della Ferrante, offrendo il ritratto di una donna carismatica ma dalle profonde insicurezze, capace di grandi gesti di affetto e anche di crudeltà inaudita (lo so, io che non ho figli dovrei stare zitta, ma davanti alla bambina che chiede semplicemente un bacino sul dito tagliato mentre la madre nemmeno la guarda, ho provato l'insana voglia di strozzare Leda). Come avrete capito, La figlia oscura è uno di quei slow burn psicologici in cui succede davvero poco o nulla e che chiede allo spettatore di lasciarsi trasportare dall'atmosfera; a me è piaciuto parecchio ma se non amate questo genere di film state lontani chilometri. 


Della regista e co-sceneggiatrice Maggie Gyllenhaal ho già parlato QUI. Olivia Colman (Leda), Dakota Johnson (Nina), Ed Harris (Lyle), Peter Sarsgaard (Professor Hardy) e Alba Rohrwacher (escursionista) li trovate invece ai rispettivi link.

Jessie Buckley interpreta Leda da giovane. Irlandese, ha partecipato a film come Judy, Sto pensando di finirla qui e a serie quali Chernobyl e Fargo. Anche cantante, ha 33 anni e due film in uscita. 


Oliver Jackson-Cohen interpreta Toni. Inglese, lo ricordo per film come The Raven, L'uomo invisibile e per le serie Hill House, The Haunting of Bly Manor. Ha 36 anni e due film in uscita. 





venerdì 21 maggio 2021

The Father (2020)

E' uscito ieri nelle sale italiane The Father, diretto e co-sceneggiato dal regista Florian Zeller, vincitore di un Oscar per il miglior attore protagonista e per la Miglior Sceneggiatura Non Originale.


Trama: Anthony, ormai anziano, si ritrova a non riconoscere più non solo i suoi familiari ma anche il mondo che lo circonda...


I film che trattano il tema delicato dell'Alzheimer e di tutto ciò che implica questa orribile malattia, per chi ne è affetto e per chi gli sta accanto, nel corso di questi ultimi anni si sono moltiplicati, eppure a me pare che The Father sia il primo a mostrare il punto di vista del malato senza piegarlo al desiderio di comprensione dello spettatore. L'opera di Florian Zeller, tratta da una sua pièce teatrale, ci introduce infatti alle ultime fasi della vita di Anthony, uomo che si ritrova a dipendere sempre più dalla figlia Anne a causa di una malattia degenerativa che lo sta privando, a poco a poco, della lucidità e della memoria; un uomo che si è sempre distinto per umorismo, intelligenza e gusti, fiero della propria indipendenza, arriva a guardare con diffidenza tutto ciò che lo circonda, ritrovandosi spiazzato davanti a persone che non riconosce e luoghi che non sono quello che sembrano. L'inizio del film è trattato come un giallo hitchcockiano, tanto che nello spettatore si insinua la stessa angoscia che comincia a corrompere ancor più la mente di Anthony, soprattutto dal momento in cui anche la dimensione temporale di The Father, la consecutio degli avvenimenti, comincia a privarsi di ordine e logica, lasciando ancora più spiazzati e consapevoli di come dev'essere "perdere le foglie", ritrovarsi come un albero nudo, privi di quella sicurezza che deriva dalla piena coscienza di sé, alla mercé di qualsiasi cambiamento. Quella stessa insicurezza si riversa sullo spettatore, che a un certo punto si chiede se ciò che si vede sullo schermo sia interamente reale o in parte frutto delle percezioni distorte di Anthony, soprattutto nella sequenza più orribile dell'intera pellicola, quella in cui il marito di Anne comincia a picchiare l'anziano suocero che scoppia in lacrime così cocenti e terrorizzate da spezzare il cuore a un sasso.


E lacrime si versano anche davanti ai dubbi di Anne e al suo senso di colpa, ché The Father, nonostante la sua breve durata, riesce anche, con poche pennellate, a delineare la situazione di chi ha a che fare con la malattia da "esterno", vittima non solo del dolore di vedere sfiorire il proprio caro ma anche di quello di diventare bersaglio di esternazioni violente e anche troppo "sincere", soprattutto quando a prendersi cura del malato non è la figlia preferita, come in questo caso. Lo strazio di sentirsi lacerare tra l'affetto per il malato, il senso di dovere filiale, e l'umana fatica di dover sopportare una simile situazione anelando la libertà e la possibilità di vivere un'esistenza normale si leggono in ogni ruga del viso della bravissima Olivia Colman, nei suoi sguardi, in quel groppo alla gola che diventa un riverbero di quello dello spettatore. E quanto è tornato ad essere bravo, finalmente, anche Anthony Hopkins, che in una sequenza affascina e conquista, per poi straziare durante un finale in cui si fatica a non distogliere lo sguardo per il modo in cui viene messa in scena tutta la pena di una malattia che priva le persone dell'indipendenza e della dignità, lasciando solo un fragile guscio vuoto là dove un tempo c'era un essere umano integro e meravigliosamente complesso. Di fronte a questo, The Father non è un film che consiglio a chi dovesse trovarsi in una simile situazione, perché rischierebbe di non essere per nulla catartico e di aumentare la sofferenza, tuttavia è una delle pellicole che ho apprezzato maggiormente nel corso dell'annuale, forsennata rincorsa al recupero pre-Oscar, quindi guardatelo perché merita. 


Di Anthony Hopkins (Anthony), Olivia Colman (Anne), Mark Gatiss (l'uomo), Olivia Williams (la donna), Imogen Poots (Laura) e Rufus Sewell (Paul) ho già parlato ai rispettivi link. 

Florian Zeller è il regista e co-sceneggiatore della pellicola. Francese, è al suo primo lungometraggio. Anche produttore, ha 42 anni.


Se The Father vi fosse piaciuto recuperate Still Alice, lo trovate a noleggio su varie piattaforme. ENJOY!

venerdì 7 maggio 2021

I Mitchell contro le macchine (2021)

Lo aspettavo da quando ancora lo avevano intitolato Connected e finalmente è arrivato su Netflix I Mitchell contro le macchine (The Mitchells vs the Machines), diretto e sceneggiato da Mike Rianda e Jeff Rowe.


Trama: un viaggio in macchina per portare la figlia maggiore al college si trasforma per i Mitchell in un'odissea quando la tecnologia di tutto il mondo improvvisamente impazzisce...


Ma quanto diamine è carino I Mitchell contro le macchine? Definirlo un piccolo miracolo di animazione è riduttivo, ma è così, perché sia nella sceneggiatura che nella realizzazione riesce a mantenere in equilibrio perfetto tutte le anime di cui è composto: coming of age, road movie, parodia, action, commedia demenziale, fantascienza distopica, lungo episodio di Lizzie McGuire, horror, tutto ciò convive all'interno di un film di quasi due ore che non perde di ritmo nemmeno per un secondo e che, in tutto questo, porta persino lo spettatore a commuoversi e riflettere. La famiglia Mitchell, infatti, sarà anche strana ma dentro ognuno di loro ci sono  pezzi di noi. Abbiamo la protagonista, Katie, che vorrebbe scappare da una famiglia che, pur volendole bene, non capisce le sue aspirazioni; un papà, Rick, che con tutte le buone intenzioni e l'amore smisurato per la figlia, non accetta minimamente la deriva tecnologica della società (quanto mi ha ricordato il mio, di padre. Se gli avessero messo in bocca un paio di bestemmie e un bonario "strunsate" davanti ai video girati da Katie, avremmo avuto un perfetto signor Bolla) e si è ormai dimenticato di quando anche lui aveva mille strani desideri di indipendenza e libertà; abbiamo una mamma e un fratellino che cercano di mediare con due caratteri affatto facili, affermando nel frattempo anche le loro personalità peculiari (ed adorabili. Linda è già la migliore madre di sempre, Aaron il fratellino scemo che tutti vorremmo avere nonché uno dei pochissimi bambini animati privo di quelle caratteristiche che pungolano la sindrome di Erode) e ovviamente tutti i problemi di questa famiglia disfunzionale esploderanno e verranno risolti all'interno di un viaggio che li vedrà unici superstiti della razza umana contro la tecnologia che si è finalmente ribellata.


Voi direte, giustamente, che la trama è trita e ritrita, la morale per cui dobbiamo tutti venirci incontro e parlare un po' di più, accettandoci per quello che siamo, già sentita mille volte (e lo sottolinea il film stesso, attraverso la cinica PAL), ma I Mitchell contro le macchine è talmente realistico nella spietatezza con cui sviscera tutti i nostri difetti e scoppiettante nella realizzazione da risultare nuovo e fresco come poche altre opere recenti, perché spesso ciò che serve è solo l'intelligenza di rimescolare elementi noti e ricombinarli in maniera diversa e genuina. E' quello che accade ne I Mitchell contro le macchine, a partire dalla colonna sonora elettronica che fa tanto videogame o episodio di Stranger Things, per arrivare ai già citati momenti di ancor più cartoonesca introspezione alla Lizzie McGuire, durante i quali la realtà viene completamente filtrata dallo sguardo creativo e un po' pazzo di Katie, per non parlare poi dei veri meme o video di Youtube che, a differenza di quella schifezza vile di Jem e le Holograms, qui vengono utilizzati con criterio per rendere il tutto ancora più "empatico" e divertente, come se già non bastassero le bellissime animazioni, efficaci soprattutto nei tic quasi impercettibili che caratterizzano i singoli personaggi. Non starò ad elencare tutti i momenti di pura esaltazione e incredulo divertimento che mi hanno fatto venire voglia di alzarmi dalla poltrona per una standing ovation (dico solo una cosa: Furby. Ma ce ne sarebbero mille altre, in primis tutte le gag legate al cagnolino Monchi) e andare ad abbracciare Rianda e Rowe, vi dico solo di guardare senza indugio I Mitchell contro le macchine perché rischia di essere il motivo principale per farsi un abbonamento a Netflix. Ah, si astengano leghisti, puristi, broflakes, complottisti del "ci stanno facendo diventare gay" e fautori del "Pensiamo ai bambini" visto che Katie è lesbica. E i genitori, guarda un po', la amano lo stesso, anzi, la adorano. Dove andremo a finire, signora mia.  


Di Danny McBride (Rick Mitchell), Maya Rudolph (Linda Mitchell) e Olivia Colman (PAL) ho già parlato ai rispettivi link.

Mike Rianda è il co-regista e co-sceneggiatore della pellicola, al suo primo lungometraggio, inoltre doppia Aaron Mitchell.  Americano, ha 37 anni.

Jeff Rowe è il co-regista e co-sceneggiatore della pellicola, al suo primo lavoro come regista (ma è uno degli sceneggiatori di Disincanto). Americano, doppia il tizio che ama divertirsi. 


Tra gli altri doppiatori originali segnalo il cantautore John Legend (Jim Posey), sua moglie Chrissy Teigen (Hailey Posey), Conan O'Brien (Glaxxon 5000) e persino il famosissimo cane Doug the Pug, che ovviamente doppia il cagnolino Monchi. Se I Mitchell contro le macchine vi fosse piaciuto recuperate Gli Incredibili e Ralph Spaccatutto, entrambi disponibili su Disney + . ENJOY!

lunedì 25 febbraio 2019

Oscar 2019

Buon lunedì a tutti! E' finita da poche ora una notte degli Oscar tra le più molle e deludenti degli ultimi anni, il trionfo della convenzione e della banalità, dei copioni letti senz'anima in assenza di presentatori, della perplessità dentro e fuori dal "glorioso" teatro. Andiamo a vedere che diamine è successo stanotte, senza entusiasmarci troppo. ENJOY!


Alla faccia di chiunque, me compresa, pronosticasse la facile vittoria di Roma come Miglior Film, sul podio è salito invece Green Book. Ora, poteva andare MOLTO peggio ma sinceramente, per quanto mi sia piaciuto il film di Peter Farrelly, avrei preferito un riconoscimento a La favorita o allo snobbatissimo Vice. E' la riprova di come la Academy "apra" alla questione razziale nel modo più convenzionale possibile, premiando film critici ma politicamente corretti, che non pongano allo spettatore domande troppo complesse o scomode come, per esempio, First Reformed di Paul Schrader, ovviamente battuto nella categoria Sceneggiatura Originale proprio da Green Book. Nulla da dire invece su Mahershala Ali premiato come Miglior Attore Non Protagonista, un signore dentro e fuori dal set.


Banale, scontatissima e discutibile la vittoria di Rami Malek come Miglior Attore Protagonista per Bohemian Rhapsody. Se non altro, il buon Rami ha ammesso di "non essere stato forse la scelta migliore per il ruolo di Freddie Mercury" ma tant'è, l'Oscar è arrivato e con esso il dispiacere per il mancato tributo a Viggo Mortensen, Christian Bale e Willem Dafoe, gli ultimi due meritevoli più di chiunque altro. Bohemian Rhapsody porta a casa anche il premio per il Miglior Montaggio (ma La Favorita e Vice, signori?), Miglior Montaggio Sonoro e Miglior Missaggio Sonoro.


Sbaraglia fortunatamente previsioni assolutamente errate la divina Olivia Colman, la quale con la sua interpretazione della Regina Anna in La favorita mette a cuccia sia Glenn Close che, grazie a Dio, Lady Gaga. Purtroppo questo è l'unico Oscar vinto da un film che avrebbe meritato MOLTO di più, al quale peraltro sono stati scippati scandalosamente i premi per Miglior Scenografia e Migliori Costumi, andati a Black Panther. E ne parliamo di sta ca**ata, eh.


Regina King vince il premio per la Miglior Attrice Non Protagonista. Vabbé, non mi è dispiaciuta la sua interpretazione in Se la strada potesse parlare ma è davvero qualcosa di irrisorio rispetto al film in sé. Parliamo della Weisz e della Stone che reggono da sole l'intero film?


Altri premi scontati ma fortunatamente graditi, quelli andati a Cuarón per la Regia e la Fotografia di Roma, risultato anche Miglior Film Straniero. Obiettivamente, anche chi non capisce nulla come me ed è stato costretto a vedere il film su Netflix, riesce a percepire la potenza delle immagini del regista messicano, quindi ben vengano questi premi.


Passando alla sceneggiatura non originale, Spike Lee si è portato a casa il premio con BlacKKKlansman, altro Oscar spinto dall'ormai convenzionale inconvenzionalità "politica" dell'Academy che, se non altro, ha il merito di aver ridimensionato ulteriormente A Star is Born. Ma per un film che viene ridimensionato, ce n'è un altro che ruba Oscar a man bassa, ovvero Black Panther, motivo di scandalo in più di una categoria e vincitore di tre discutibilissimi premi: Miglior Colonna Sonora Originale (contro il Desplat de L'isola dei cani e lo splendido score di Se la strada potesse parlare? Mi prendete in giro??), Migliori Costumi (sacrilegio!!! La favorita, che il Signore vi fulmini! Piuttosto Maria Regina di Scozia, ma dove minchia li avete gli occhi??) e Miglior Scenografia (idem come sopra, ma siete matti? Scenografie cosa, che è al 90% CGI?). Che schifo, aMMisci.


Per il resto, tutto abbastanza prevedibile, almeno per quanto ho potuto capirne dopo il forsennato recupero pre-Oscar. Il povero Vice - L'uomo nell'ombra ha vinto l'Oscar per il Miglior Make Up a mo' di ulteriore presa per i fondelli, A Star Is Born il giusto premio per la Miglior Canzone Originale, unico che effettivamente meritava. A Chazelle e al suo First Man è andato un piccolo contentino nella categoria Migliori Effetti Speciali mentre tra i Lungometraggi Animati Spider-Man - Un nuovo universo ha sbaragliato il meraviglioso l'Isola dei cani e il tenero Mirai, lasciandomi come unica gioia la vittoria del dolcissimo Bao nella categoria Miglior Corto Animato. E con questo chiudo, ad un anno prossimo che, si spera, porterà una ventata di freschezza! ENJOY!

mercoledì 30 gennaio 2019

La favorita (2018)

Approfittando di una miracolosa uscita savonese, lunedì sono corsa a vedere La favorita (The Favourite), diretto nel 2018 dal regista Yorgos Lanthimos e candidato a dieci Oscar: Miglior Sceneggiatura, Miglior Scenografia, Migliori Costumi, Miglior Film, Miglior Regia, Miglior Attrice Protagonista (Olivia Colman), Miglior Attrice Non Protagonista (Emma Stone e Rachel Weisz), Miglior Fotografia e Miglior Montaggio.


Trama: alla corte della regina Anna d'Inghilterra, due cugine lottano per il potere, coinvolgendo le sorti di un'intera nazione.


Sinceramente non so da che parte cominciare a parlare de La Favorita. Il cinèfilo medio dell'internet direbbe che non posso neanche provarci, poiché non ho visto Kinetta e Kynodontas, ma posso inalberarmi con lo stesso scazzo inglese di Rachel Weisz e dire "chissenefrega", andando per la mia strada con lieta ignoranza. La favorita è l'esaltante scontro tra primedonne, una lotta al potere che ha come epicentro una donna tanto ambita e potente quanto fragile e pittima, la morbida, grassissima, floscia regina Anna, che esercita i suoi diritti di sovrana su una grottesca corte del 1700. Le due contendenti sono Lady Sarah Marlborough, arrogante consigliera ad amante della regina, e l'apparentemente innocente Abigail, ex dama caduta in disgrazia e accolta a corte proprio dalla cugina Sarah. Lo scontro tra le due diventa specchio della lotta tra Whig e Tory per il controllo di una regina incapace di decidere da sola e conseguentemente per le sorti degli abitanti della nazione, fiaccati da una lunga guerra contro la Francia che, nelle intenzioni della favorita Sarah, è indispensabile a dare lustro al nome del marito, con sommo scorno della controparte Tory. Cinico e pessimista, nel raccontare questo scontro Lanthimos si affida ad una sceneggiatura non sua che tuttavia rispecchia le sue convinzioni; non c'è infatti un solo personaggio, all'interno de La Favorita, che affronti i propri sentimenti di petto, in maniera sincera, almeno fino a che non è troppo tardi, e tutti hanno un secondo se non un terzo fine, persi in un intrico di complotti tesi all'autodistruzione. Si ride parecchio guardando La favorita, è vero. Anna è indubbiamente un personaggio caricaturale, gli scambi di battute tra i protagonisti sono il trionfo del wit inglese e della cattiveria gratuita, le smorfie di Emma Stone sono da antologia così come gli schiaffi che da e riceve in egual misura, ma di fondo c'è un disgusto estremo per il marciume nascosto in bella vista all'interno del Palazzo Reale, tra ciccioni colpiti da pomodori e le gambe putrescenti di una sovrana affetta da gotta, specchio delle passioni oscure che agitano cortigiani, ministri e semplici servi; il riso si trasforma quindi spesso in amarezza, in un senso di disagio dato dal fatto di non riuscire a provare empatia o pietà per nessuno dei personaggi coinvolti. All'inizio è inevitabile parteggiare per Abigail, la povera, innocente dama decaduta e vessata dalla cugina stronza, poi si comincia a pensare che, in fondo, la ragazza non è tanto diversa da Sarah, anzi, è persino peggio, e si arriva a sperare che la prima favorita la rivolti come un calzino; infine, la stessa Anna è degna sia di pietà per la sua condizione di pupazzo manipolato, sia di disprezzo per il modo in cui continua testardamente a nascondersi nella sua presunta debolezza, godendo dell'esclusività delle attenzioni altrui con un egoismo senza pari.


In questi personaggi grandi e difficili, le tre attrici ci sguazzano e mai come lunedì ho pianto per non aver potuto godere de La favorita in lingua originale, anche se il doppiaggio mi è sembrato valido. Olivia Colman è semplicemente mostruosa, non c'è altro modo di definirla, in senso positivo e negativo. La sua regina Anna muove a tenerezza e disgusto per il suo essere un grottesco involucro di carne decadente con le emozioni di una bambina, e tanto intriga il suo legame con Sarah quanto mette i brividi quello con Abigail; la scena finale, ulteriore esempio di un montaggio magistrale, con le immagini dello sguardo vuoto di Anna e Sarah che si sovrappongono a quelle dei coniglietti tanto amati dalla sovrana, mi ha fatto tornare in mente le ultime parole di Superheroes (And crawling, on the planet's face/ Some insects, called the human race/Lost in time and lost in space and meaning), causandomi una pelle d'oca non da poco. Tra le due favorite, invece, non saprei davvero chi scegliere. Sia Emma Stone che Rachel Weisz sono meravigliose, entrambe a modo loro. La Stone è grottesca per buona parte del tempo, un "mostro buono giusto per spaventare i bambini", persa tra innocenza, ambiguità, raffinatezza e la grazia di un ronzino, una creatura dalle mille facce capace di spiazzare lo spettatore di continuo; la Weisz, di contro, è algida e malvagia, una nobildonna perfetta che rivela dentro di sé un'inaspettato cuore tenero e la grazia di chi, nonostante la lingua di un portuale, sa perdere con una classe e un aplomb invidiabili. Ah, e il mio topolotto Nicholas Hoult nei panni del ministro inglese effemminato e malvagio è adorabile. Ma la cosa più bella de La favorita, come se non fosse già intrigante e bellissimo di suo, è la fotografia di Robbie Ryan, che sfrutta al 90% la luce naturale data dal sole e dalle candele, un po' come accadeva nell'adorato Barry Lyndon di Kubrick, e che rende l'incredibile location di Hatfield House ancora più suggestiva. Alla fine di questa girandola di intrighi, emozioni, dialoghi al fulmicotone resi ancora più stranianti da una colonna sonora inquietante e dal frequente ricorso di Lanthimos al fisheye, alle carrellate sui corridoi e al montaggio alternato, si rimane con la voglia di ricominciare tutto da capo, per godere di un Cinema sicuramente barocco e "strano" ma incredibilmente soddisfacente. Finalmente ho un film per cui tifare all'Oscar, pur sapendo che non vincerà mai nulla.


Del regista Yorgos Lanthimos ho già parlato QUI. Olivia Colman (Regina Anna), Rachel Weisz (Sarah), Emma Stone (Abigail) e Nicholas Hoult (Harley) li trovate invece ai rispettivi link.

Mark Gatiss interpreta Lord Marlborough. Inglese, ha partecipato a film come Shaun of the Dead, Victor: La storia segreta del dottor Frankenstein, Il traditore tipo e a serie quali Little Britain, Sherlock, Il trono di spade e Doctor Who; inoltre ha lavorato come doppiatore in Wallace & Gromit - La maledizione del coniglio mannaro. Anche sceneggiatore, produttore e regista, ha 53 anni.


Joe Alwin, che interpreta Masham, era anche nel cast di Maria, regina di Scozia. Kate Winslet era stata scritturata per il ruolo di Sarah ma alla fine ha rinunciato al film. Detto questo, se La favorita vi fosse piaciuto, recuperate Eva contro Eva. ENJOY!


lunedì 7 gennaio 2019

Golden Globes 2019

Buon lunedì a tutti! Ecco a voi il consueto, rapido riassunto dei vincitori per i Golden Globes 2019, quest'anno meno ignorante del solito, ché qualche film è arrivato in anticipo anche in Italia e giusto in tempo. ENJOY!



Miglior film - Drammatico
Bohemian Rhapsody (USA, 2018)
Era quasi scontato, soprattutto se a competere c'era "roba" come Black Panther, a mio avviso incandidabile come miglior film drammatico. Da recuperare assolutamente BlacKkKlansman, film che non sono riuscita a vedere ma che è finito nel 90% delle classifiche lette on line.

Miglior film - Musical o commedia
Green Book (USA, 2018)
Ho visto ieri sera il trailer al cinema e devo dire che non vedo l'ora che arrivi il 31 gennaio per poterlo guardare. Peccato per Vice - L'uomo nell'ombra, di cui spero di poter parlare domani, perché è davvero bellissimo, mentre sospendo il giudizio per La favorita, anch'esso di imminente uscita.

Miglior attore protagonista in un film drammatico
Rami Malek in Bohemian Rhapsody
Avendo visto solo la sua performance non posso che esserne contenta ma senza esagerare, poiché mi tocca sospendere il giudizio. Fisicamente Malek è davvero perfetto, comunque, e ha molte probabilità di portarsi a casa un Oscar.


Miglior attrice protagonista in un film drammatico
Glenn Close in the Wife - Vivere nell'ombra
Film uscito in Italia che non ho avuto modo di vedere. Anzi, in realtà tutte le attrici candidate erano per me un'incognita, lo ammetto.

Miglior attore protagonista in un film musicale o commedia
Christian Bale in Vice - L'uomo nell'ombra
L'unico motivo che mi ha fatta rimpiangere di non aver visto Vice in v.o. è proprio Christian Bale, con la sua bocca storta ad indicare un difetto di pronuncia o qualcosa di simile, ovviamente assente nel doppiaggio italiano. Impressionante la sua trasformazione in Dick Cheney, davvero. A parte Lin-Manuel Miranda, a mio avviso incandidabile, non ho ancora avuto modo di vedere le performance degli altri candidati ma mi interessano tutti parecchio.

Ringraziare Satana per l'ispirazione: check!
Miglior attrice protagonista in un film musicale o commedia
Olivia Colman in La favorita
Motivo in più per aspettare La favorita, anche se mi piacerebbe molto recuperare Tully. Deliziosa anche la Blunt ne Il ritorno di Mary Poppins ma non abbastanza per un Golden Globe.

Miglior attore non protagonista
Mahershala Ali in Green Book
Premesso che Sam Rockwell nei panni di Bush è qualcosa di spettacolare, sono curiosa di vedere Ali in Green Book, anche se come attore non mi ha mai fatta impazzire molto. E siccome adoro Richard E. Grant dovrò aspettare con ansia anche l'uscita di Copia Originale.

Miglior attrice non protagonista
Regina King in Se la strada potesse parlare
Di tutte le candidate, ha vinto proprio l'unica che non conoscevo. Il film uscirà in Italia a San Valentino ma è un genere (ragazza incinta e problemi assortiti derivanti dalla sua condizione) che proprio non mi attira, peccato. E peccato anche per la bravissima Amy Adams.

Miglior regista
Alfonso Cuarón
Obiettivamente, credo non potesse competere nessuno, ché Roma è pura arte visiva. Quindi, bravo Cuarón!


Miglior sceneggiatura
Nick Vallelonga, Brian Hayes Currie e Peter Farrelly per Green Book
Mi dispiace tantissimo per lo scoppiettante McKay ma non per Cuarón e i suoi ricordi d'infanzia, con tutto il rispetto. Sale tantissimo l'attesa per Green Book, lo ammetto!

Miglior canzone originale
Shallow di Lady Gaga, Mark Ronson, Anthony Rossomando e Andrew Wyatt, per il film A Star is Born
Splendida, premio meritatissimo. Ma le altre canzoni non le ho sentite quindi potrei anche sbagliare.

Miglior colonna sonora originale
First Man - Il primo uomo di Justin Hurwitz
Colonna sonora che nemmeno ricordo, a differenza di quella bellissima de L'isola dei cani e quella deliziosa ma un po' troppo Disneyana de Il ritorno di Mary Poppins.

Miglior cartone animato
Spider-Man: Un nuovo universo (USA 2018)
Ora mi maledico davvero per non aver recuperato quello che è, a detta di tutti, il miglior cartone dell'anno. Peccato per L'isola dei cani e tantissima curiosità per Mirai, che devo assolutamente recuperare!!

Miglior film straniero
Roma (Messico/USA, 2018)
Ne parlerò nei prossimi giorni. Un film che, obiettivamente, cresce dentro lo spettatore e si fa apprezzare col tempo. Da recuperare anche Un affare di famiglia, prima che arrivi la notte degli Oscar.


Due righe anche sulle serie TV, sulle quali come al solito non posso pronunciarmi visto che ne seguo pochissime. Mi perplime parecchio la vittoria di American Crime Story, che alla prima stagione  poteva giusto allacciare le scarpe, soprattutto quando mi si dice che Sharp Objects (ancora da recuperare) sia splendido; quest'ultima serie si è consolata con la vittoria di Patricia Clarkson anche perché, se avesse vinto la terribile Cruz con la sua inquietante Donatella Versace, mi sarei sparata, bene invece per Darren Criss, il cui Andrew Cunanan è la cosa migliore di tutto il bailamme Versaciano. E con questo è tutto... ci si risente per gli Oscar! ENJOY!

martedì 12 dicembre 2017

Assassinio sull'Orient Express (2017)

Con calma (c'era il ponte, ho cazzeggiato, lo ammetto!) arrivo a parlare anche di Assassinio sull'Orient Express (Murder on the Orient Express), diretto da Kenneth Branagh e tratto dal giallo omonimo di Agatha Christie.


Trama: durante un viaggio sull'Orient Express il famoso investigatore Hercule Poirot si ritrova per le mani un caso di omicidio. Una valanga improvvisa blocca la corsa del treno e Poirot ha tempo solo finché non arriveranno i soccorsi e libereranno le rotaie per scoprire l'identità dell'assassino!


Come già scritto nella solita rubrica delle uscite settimanali, ho avuto la (s)fortuna di vedere Assassinio sull'Orient Express di Sidney Lumet solo una volta nella vita, da bambina, e di non avere mai letto il giallo di Agatha Christie. Oltre quindi a non ricordare NULLA relativamente alla risoluzione del caso non ho potuto nemmeno venire sopraffatta dall'effetto nostalgia legato alla pellicola, quella sensazione canaglia che ti prende proprio quando non vuoi e ti porta a rompere le palle alla gente dicendo "eeeeh, ma Albert Finney era un Poirot migliore, eh ma cosa mi significano quei baffoni signora mia, ah ma la Bergman era ben più sopraffina di quel rattu penigu della Cruz!". Posso dire perciò di essere una delle poche persone al mondo che si è approcciata al film di Branagh in totale letizia ed assoluta ignoranza, pronta a godersi un giallo all-star pregando il signoruzzo che la coppia di anziani burini parlanti seduti accanto a lei non spoilerassero il finale durante uno dei loro interminabili dialoghi. In virtù di ciò, mi sento di affermare innanzitutto che Kenneth Branagh dietro la macchina da presa è sempre e comunque un signore. Aiutato da un bel reparto effetti speciali capace di realizzare delle splendide sequenze panoramiche e momenti di pura suspance in mezzo alla neve, quelle belle scene in cui chi (come me) soffre di vertigini rischia di farsi venire un embolo e crepare in mezzo alla sala, lord Branagh confeziona un gioiellino capace di intrattenere innanzitutto gli occhi, assai vivace dal punto di vista delle inquadrature che riescono a dilatare lo spazio ristretto di un treno. La scelta di riprendere le carrozze dall'alto, come se non avessero un soffitto, oppure quella di scomporre l'immagine in tanti prismi illuminati da una calda luce artificiale, piuttosto che l'ennesima citazione di un'opera d'arte sul finale (in Cenerentola c'era Fragonard, qui addirittura Leonardo Da Vinci con L'ultima cena) o i flashback in bianco e nero sono tutti eleganti tocchi di stile che si sommano all'eleganza dei costumi e delle scenografie e rendono Assassinio sull'Orient Express un film di indubbia bellezza "formale". E benché non abbia visto la pellicola in lingua originale mi è sembrato che gli attori fossero tutti molto in parte, soprattutto la splendida Michelle Pfeiffer (la quale mi pare stia vivendo una seconda giovinezza e non posso che esserne felice), e persino Johnny Depp mi è sembrato lontano, per una volta, dalle terrificanti macchiette da lui interpretate negli ultimi tempi. Quindi cos'è che mi ha portata, al termine della visione, a relegare Assassinio sull'Orient Express tra i dimenticabili del 2017?


Il motivo ha un nome e un cognome e non può che essere Kenneth Branagh. Intendiamoci, io andrei a vedere persino una recita parrocchiale se ci fosse coinvolto Kenneth Branagh, però Assassinio sull'Orient Express è già il secondo film di seguito, tra quelli da lui diretti, che mi fa cadere i marroni non tanto per la noia, quanto per la tracotanza che traspare da ogni fotogramma, da ogni singolo pelo di baffo insistentemente messo in primo piano. Poirot non nasce come personaggio simpatico, per carità, però in questa versione è ancora più insopportabile del normale, un mix tra l'investigatore classico e un maestro della deduzione alla Sherlock Holmes (anche dal punto di vista "fisico" visto che riesce a prevedere le mosse del nemico e neutralizzarle come l'Holmes di Guy Ritchie), con la terrificante aggiunta di una passione per gli spiegoni demoralizzanti, filosofici ed aulici: vedere Kenneth Branagh sospirare una mezza dozzina di volte davanti al ritratto dell'amata o perdersi in elucubrazioni sul senso della vita e la natura del male, col faccione preoccupato ad occupare interamente lo schermo del cinema come nemmeno quel bolso di Tom Hanks nel vecchio Il codice Da Vinci visto in prima fila, abbiate pazienza ma mi ha causato un po' di orchite, spezzando il naturale, dinamico andamento della vicenda più volte di quanto non fosse necessario. Per carità, senza questi excursus probabilmente il metraggio del film sarebbe stato ridotto e la trama sarebbe risultata troppo semplice ma sinceramente avrei preferito un po' più di ironia e maggior coesione all'interno delle indagini, talmente prolisse e dispersive da risultare in qualche modo "faticose" da seguire per chi, come me, non era a conoscenza dell'esito finale. E comunque s'è lamentato anche Toto accanto a me quindi se non è piaciuto a lui il film chi sono io per contestare un giudizio ben più affidabile del mio? Che poi, non piaciuto... diciamo che è il solito film senza infamia né lode pompato da un enorme battage pubblicitario che alza le aspettative dello spettatore all'inverosimile per poi deluderle, quindi magari sono stata troppo dura e qualcuno potrebbe invece trovarlo uno dei migliori film dell'anno. Non io, però.


Del regista Kenneth Branagh, che interpreta anche Hercule Poirot, ho già parlato QUI. Penélope Cruz (Pilar Estravados), Johnny Depp (Edward Ratchett), Derek Jacobi (Edward Henry Masterman), Lucy Boynton (Contessa Elena Andrenyi), Marwan Kenzari (Pierre Michel), Michelle Pfeiffer (Caroline Hubbard), Judi Dench (Principessa Dragomiroff), Olivia Colman (Hildegarde Schmidt) e Willem Dafoe (Gerhard Hardman) li trovate invece ai rispettivi link.

Daisy Ridley interpreta Miss Mary Debenham. Inglese, la ricordo per film come Star Wars - Il risveglio della forza e Star Wars - Gli ultimi Jedi. Anche produttrice, ha 25 anni e tre film in uscita.


Josh Gad interpreta Hector MacQueen. Americano, lo ricordo per film come La bella e la bestia; inoltre ha partecipato a serie come E.R. Medici in prima linea e Numb3rs e lavorato come doppiatore per film quali L'era glaciale 4 - Continenti alla deriva, Frozen - Il regno di ghiaccio, Frozen Fever, Frozen - Le avventure di Olaf e serie come American Dad!, The Cleveland Show, Phineas and Ferb e South Park. Anche produttore e sceneggiatore, ha 36 anni e un film in uscita.


Per il ruolo di Caroline Hubbard erano state convocate sia Angelina Jolie che Charlize Theron ma entrambe hanno rinunciato (la Jolie, in verità, pare sia stata estromessa dal progetto a calci in culo a causa delle pretese di riscrivere la parte in base ai propri desideri). Come anticipato nel finale, pare che sia Branagh che la 20th Century Fox siano molto interessati a realizzare un adattamento di Assassinio sul Nilo quindi prepariamoci a more Branagh per il futuro! Nell'attesa, se Assassinio sull'Orient Express vi fosse piaciuto recuperate il film omonimo di Sidney Lumet. ENJOY!

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