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venerdì 21 luglio 2023

Un gelido inverno (2010)

Ho deciso di togliere un po' di polvere alla mia collezione di DVD e uno dei film che non avevo ancora visto né recensito è risultato essere Un gelido inverno (Winter's Bone), diretto e co-sceneggiato nel 2010 dalla regista Debra Granik partendo dal romanzo omonimo di Daniel Woodrell.


Trama: la diciassettenne Ree vive con la madre catatonica e un fratellino e una sorellina molto più piccoli. La loro vita già complicata viene sconvolta dalla notizia che il padre spacciatore è scomparso dopo avere impegnato casa e terreni per pagare la cauzione, quindi Ree è costretta a mettersi a cercarlo affrontando la pericolosa omertà della gente del luogo...


Non ricordo assolutamente perché avessi acquistato Un gelido inverno, se non per qualche mega offerta credo del Libraccio, ma sono contenta di averlo fatto. Un gelido inverno, infatti, è uno di quei thriller poco eclatanti ma interessantissimi, che giocano interamente di atmosfera e traggono tutta la tensione dalla costruzione certosina dei personaggi e dei rapporti che intercorrono tra loro. Non guasta, inoltre, che il film sia ambientato nella regione dei monti Ozark, in un'America rurale che non viene rappresentata spesso nelle opere di finzione se non quando servono mostri o note di colore in aperto contrasto con la "bontà" di personaggi provenienti da zone più ricche; in Un gelido inverno sono tutti poveracci ignoranti scappati di casa, la protagonista in primis, e non c'è modo di distinguere i buoni dai cattivi in una società fatta solo di zone grigie, dove la gente si arrabatta come può per sopravvivere. Ree questo lo sa bene e lei stessa cerca di garantire la sopravvivenza (e una vita per quanto possibile sana e dignitosa) sua e dei fratellini a fronte di una madre malata e di un padre spacciatore, scomparso dopo che qualcuno ha pagato la cauzione per farlo uscire di prigione. In una realtà di vicini e mezzi parenti impegnati in ogni genere di attività illegale, che si prodigano per fornire viveri e a volte anche soldi a Ree e alla sua famiglia, la protagonista arriva a scontrarsi con un'inaspettata omertà proprio nel momento in cui si ritrova ad aver bisogno di rintracciare il padre, pena la perdita di casa e terreni. Il duro rifiuto di queste persone pericolose e schive non scoraggia però Ree che, come "il cane che scava cercando un osso d'inverno" (da qui il titolo originale) si arma di testardaggine e coinvolge lo spettatore in una difficile indagine scandita dalla disperazione di vedere i giorni passare e le opzioni assottigliarsi, così come le speranze di ritrovare Jessup, con l'aggravante di trovarsi davanti dei muri sempre più invalicabili e persino il rischio di perdere la vita a causa di una parola di troppo detta alla persona sbagliata.


La regia di Debra Granik ripropone in toto questo mondo gelido e duro, spesso squallido, attraverso inquadrature prive di fronzoli e degne di un western, perché di fatto Ree è un'eroina solitaria suo malgrado, costretta a duellare con gente infida e imbruttita dalla vita, spesso ai margini di una legge ambigua; anche la fotografia rispecchia alla perfezione il grigiore degli abitanti degli Ozark e il loro legame con la natura difficile dell'ambiente che li circonda, tra tocchi di marrone e verde cupo che richiamano i boschi, le paludi e le montagne in cui Jessup potrebbe nascondersi. Nonostante questa messa in scena non proprio accattivante, l'attenzione dello spettatore viene tenuta desta da dialoghi taglienti, personaggi ben scritti e, soprattutto dagli attori che sfruttano gli ampi silenzi per veicolare più di mille parole. Jennifer Lawrence, che come sapete non è una delle mie attrici preferite, qui offre un'interpretazione giustamente nominata agli Oscar (purtroppo per lei quell'anno c'era la Portman de Il Cigno Nero a regnare incontrastata, impossibile reggere il confronto) e fa di Ree un personaggio fragile ma determinato, riuscendo intelligentemente a non infonderle un'ingannevole aura di superiorità rispetto agli altri; Ree è consapevole di non essere speciale né destinata a un futuro diverso da quello che attende le sue coetanee, ma la vena di durezza che la contraddistingue le consente di mantenersi perlomeno ferma nel proposito di non prendere la via dell'illegalità come il padre e consapevole dell'esistenza di certe regole da rispettare anche all'interno del mondo della criminalità, se non altro per evitare che ci rimetta la sua famiglia. Anche il cast di supporto, tra l'altro composto per buona parte da originari del Missouri senza alcuna esperienza pregressa, offre delle interpretazioni ottime, in primis John Hawkes nei panni del complesso Teardrop ma anche una favolosa Dale Dickey, impegnata in una delle scene più "forti" e stomachevoli della pellicola. Nel complesso, dunque, un film da non perdere. Non aspettate tredici anni come ho fatto io per vederlo, mi raccomando!


Di Jennifer Lawrence (Ree), John Hawkes (Teardrop), Garret Dillahunt (Sceriffo Baskin), Dale Dickey (Merab), Sheryl Lee (April) e Tate Taylor (Mike Satterfield) ho già parlato ai rispettivi link.

Debra Granik è la regista e co-sceneggiatrice del film. Americana, ha diretto film come Down to the Bone e Senza lasciare traccia. Anche direttrice della fotografia, montatrice e produttrice, ha 60 anni. 


Nel 2011 il film è stato candidato a ben quattro premi Oscar, senza vincerne nemmeno uno: Miglior Film (vinse Il discorso del re), Jennifer Lawrence Miglior Attrice Protagonista (vinse Natalie Portman per Il cigno nero), John Hawkes Miglior Attore Non Protagonista (vinse Christian Bale per The Fighter) e Miglior Sceneggiatura Non Originale (vinse The Social Network). ENJOY!





martedì 14 luglio 2020

Le paludi della morte (2011)

Qualche mese fa passavano in TV Le paludi della morte (Texas Killing Fields), diretto nel 2011 dalla regista Ami Canaan Mann, e siccome ai tempi dell'uscita mi intrigava, mi sono messa a guardarlo.


Trama: due detective della omicidi in Texas si ritrovano a indagare sulla scomparsa di giovani ragazze trovate poi morte nelle paludi che circondano la cittadina.



Le paludi della morte si basa su una serie di delitti, in buona parte insoluti e probabilmente compiuti da più di una persona, accorsi nei pressi di Texas City, all'interno dei cosiddetti "killing fields". Zona paludosa dove il cellulare non prende nemmeno per sbaglio, così distante dalla strada che nessuno può sentirti urlare e talmente fitta di vegetazione brulla da far invidia ai bush australiani dove impera Mick Taylor, questa terra di nessuno rappresenta l'habitat ideale per chi ha velleità di serial killer, soprattutto quando la città confinante abbonda di giovani donne ai margini della società e, in generale, impera un'aria di squallore e degrado. Lo sa bene Mike Souder, nato e cresciuto lì, segnato da un'infanzia mai vissuta, a base di ubriaconi e schifo assortito; è costretto ad impararlo sulla sua pelle Brian Heigh, convinto dell'importanza di una fede salvifica e pronto ad aiutare le persone meno fortunate come la piccola Ann, figlia di una prostituta e reduce dal riformatorio. Lo scontro tra i metodi dei due è il cuore del film ma non si tratta di un confronto tra "poliziotto buono e poliziotto cattivo", è più il tentativo di due persone di mantenere la sanità mentale all'interno di una città dove il disagio si spande come un miasma e dove vige un'omertà da far spavento, dove quasi quasi sono guardati con più sospetto i pochi che cercano di fare qualcosa di positivo piuttosto che chi conduce un'esistenza violenta e prospera sulla disperazione altrui. All'interno della trama si incrociano diverse storie di criminalità e perversione, alcune delle quali non avranno risoluzione alla fine del film, e ciò che le accomuna è la mancanza di sensazionalismo: deviati e criminali assortiti, in città si confondono col paesaggio triste e desolato, e sono la quintessenza stessa della banalità, tanto che persino una tranquilla serata passata in casa può avere come conseguenza la morte.


Ami Canaan Mann, degna figlia di tanto padre (Michael Mann è produttore del film), confeziona immagini cupe e violente, spesso ad alto tasso ansiogeno, immerse in una fotografia per l'appunto paludosa, come se l'influenza dei killing fields protendesse una mano artigliata e posasse una cappa di uggia perenne sulla vicina cittadina; ci sono sequenze difficili da dimenticare, come quella al cardiopalma del rapimento improvviso, altre molto interessanti come il pedinamento impedito da alberi provvidenziali, e tutti gli attori, all'interno di di un cast di tutto rispetto, recitano al meglio. Mi mordo le dita, onestamente, per due cose. Primo, non aver guardato Le paludi della morte in lingua originale come avrebbe meritato e, secondo, non aver riconosciuto Sheryl Lee nei panni della madre di Ann, il che dimostra come l'attrice non sia solo un bel faccino e come sia drammaticamente poco utilizzata a fronte delle sue grandi capacità. A una Jessica Chastain ahimé poco sfruttata si contrappongono Sam Worthington e Jeffrey Dean Morgan, entrambi decisamente in forma, e una Chloe Grace Moretz che all'epoca non sbagliava ancora un film, per non parlare di Jason Clarke e Stephen Graham, capaci di lasciare il segno con personaggi distanti dai loro soliti ruoli, soprattutto il secondo. Da brava "cinèfila" mi sto appassionando all'utilizzo di Letterboxd e trovo disarmante la quantità di recensioni negative ottenute da Le paludi della morte. A me è sembrato un thriller affatto banale, ben diretto e ben recitato, capace di lasciare una cappa di inquieta tristezza addosso allo spettatore per parecchio tempo, quindi ve lo consiglio.


Sam Worthington (Mike Souder), Jeffrey Dean Morgan (Brian Heigh), Jessica Chastain (Pam Stall),  Chloë Grace Moretz (Ann Sliger), Jason Clarke (Rule), Annabeth Gish (Gwen Heigh), Sheryl Lee (Lucie Sliger) e Stephen Graham (Rhino) li trovate ai rispettivi link.

Ami Canaan Mann è la regista della pellicola. Inglese, figlia del regista Michael Mann, ha diretto film come Jackie & Ryan e serie quali House of Card, Runaways e Cloak & Dagger. Anche sceneggiatrice e produttrice, ha 51 anni.


All'inizio il film avrebbe dovuto essere diretto da Danny Boyle, con Bradley Cooper nel ruolo di Brian Heigh. Se Le paludi della morte vi fosse piaciuto recuperate Se7en, Zodiac, Il collezionista d'ossa e Il silenzio degli innocenti. ENJOY!

domenica 21 maggio 2017

Fuoco cammina con me (1992)

Ci siamo arrivati, finalmente. Oggi in America uscirà la prima puntata della nuova serie di Twin Peaks e io sono talmente in fibrillazione che ho deciso di festeggiare ripassando con Fuoco cammina con me (Twin Peaks: Fire Walk with Me), diretto e co-sceneggiato nel 1992 dal regista David Lynch.


Trama: nella città di Deer Meadows, due agenti dell'FBI indagano sulla morte della giovane Theresa Banks e uno dei due scompare misteriosamente. Un anno dopo, a Twin Peaks, Laura Palmer affronta gli angoscianti ultimi giorni della sua vita...



Pare che David Lynch abbia detto che Fuoco cammina con me sarà fondamentale per la terza stagione della sua creatura televisiva. Buono a sapersi, visto che io, alla veneranda età di 36 anni e al mio quarto recupero dell'intera serie, non avevo ancora avuto modo di guardare lo sfortunato film che fa da prequel all'intera vicenda. Perché dico sfortunato? Beh, perché nel 1992 se l'erano filato in pochi, di Laura Palmer non fregava più nulla a nessuno, per l'undicenne Bolla c'era un simpatico divieto ai minori di 14 anni a bloccare l'ingresso al cinema e al momento del passaggio televisivo i miei pensieri erano già lontani da una serie che avevo concluso solo "per sentito dire", troppo terrificante e complicata per una bambina delle elementari. All'età di 36 anni sono dunque arrivata vergine all'appuntamento con Fuoco cammina con me e me lo sono goduto tutto, dall'inizio alla fine, senza guide, teorie complottistiche, trattati sulle Logge, tomi dedicati a Lynch e quant'altro: me lo sono goduto come il pezzo mancante di una serie che ho imparato ad amare, al netto dei riferimenti Lynchiani e dello stile particolare del regista, cercando risposte a domande che mi porto dietro da più di vent'anni e rimanendo sconcertata davanti all'insorgere di nuovi dubbi. Che fine ha fatto l'agente Desmond? Chi diamine è Judy? E il gigante perché non c'era? Immagino che lo zoccolo duro di fan avrà una risposta a tutte queste domande e mi riderà dietro ma io non leggo da anni Il Diario segreto di Laura Palmer (dietro c'è una storia simpatica ma non voglio annoiarvi), non sono riuscita ad acquistare e leggere The Secret History of Twin Peaks e dubito, purtroppo e pur avendo la fighissima edizione bluray che comprende l'opera omnia TwinPeaksiana, di riuscire a guardare entro domenica Twin Peaks: The Missing Pieces, un'ora e mezza di scene eliminate da Fuoco cammina con me, quindi mi ritrovo persa come un tacchino (gobble, gobble) nel mais o nella garmonbozia, fate voi.


Il limite che, a mio avviso, ha segnato il flop di Fuoco cammina con me è semplicemente quello di essere stato realizzato esclusivamente per chi aveva seguito Twin Peaks all'epoca e di essere non tanto un film DI Lynch quanto un film SU Twin Peaks, impossibile da vedere come pellicola a sé stante e giustamente incomprensibile per lo spettatore occasionale. Siccome ho avuto pietà del Bolluomo e non gliel'ho fatto guardare non saprei definire il valore di Fuoco cammina con me slegato dalla serie televisiva. Probabilmente, preso da solo, come horror psicologico non varrebbe una cicca e risulterebbe, soprattutto nella parte introduttiva legata all'omicidio di Theresa Banks, un'accozzaglia di personaggi, visioni ed elementi inquietanti ma inutili, capaci di scoraggiare il 90% degli spettatori. La seconda parte, quella dedicata agli ultimi giorni di Laura Palmer, è invece più "coerente" e compatta, per quanto anch'essa zeppa di elementi che ad un non fan della serie rischiano di dire poco o nulla. Spogliato da tutti i suoi orpelli, Fuoco cammina con me verte sulla discesa all'inferno di una ragazza costretta a vivere ogni notte un trauma terribile, trascinata lentamente ma inesorabilmente verso un "lato oscuro" che la priva delle sue ultime vestigia di innocenza; Laura fa uso di cocaina, si prostituisce, beve, ferisce chi ama, perverte letteralmente il sogno della reginetta del paese diventando oggetto sessuale per quasi tutti gli uomini che hanno a che fare con lei, tutto per sfuggire a quell'oscurità che inesorabilmente la reclama a sé dall'età di dodici anni. Gli ultimi giorni della ragazza sono un tripudio di angoscia, costellati di goffi tentativi di chiedere aiuto (che piacere rivedere lo sfortunato Harold!) e vaghi attimi di lucidità in cui Laura cerca di allontanare da sé le uniche due persone innocenti che ancora le sono amiche, la fida Donna e l'amato James, troppo ingenui e "puri" per venire sporcati dal male che infesta il corpo e l'anima della bionda antieroina. Come già nella serie, la partita per l'anima di Laura viene giocata sia nella realtà tangibile sia nella misteriosa Loggia Nera, popolata da spiriti dagli scopi imperscrutabili che si nutrono del dolore umano, e queste due dimensioni spesso si incontrano e si annullano, così come accade al tempo e allo spazio, in un modo che solo pochi eletti (Cooper, la signora del ceppo, gli ospiti degli spiriti, solo per fare qualche nome) riescono a cogliere senza comprenderlo nella sua interezza. Ma qui, ovviamente, si sconfina nel lynchiano e nel territorio strettamente legato a Twin Peaks.


Come ho già detto, è durante la prima parte del film che lo spettatore occasionale rischia di arrendersi ed è lì che si annidano le domande più insidiose anche per chi ha seguito la serie. Le beghe interne all'FBI e i misteri che circondano Dale Cooper, Philip Jeffries e Chester Desmond sono apparentemente poco legati al cuore della storia di Laura Palmer (benché anche chi non conosce Twin Peaks possa facilmente intuire che il destino di Cooper andrà prima o poi a scontrarsi con quello della biondona) e rischiano di sembrare un riempitivo messo lì giusto per allungare il già corposo metraggio della pellicola. In realtà, tutto fa parte di un puzzle rimasto incompiuto, persino quel David Bowie che compare per pochissimo e che, da vero Uomo caduto sulla terra, è probabilmente rimasto preso nelle maglie della Loggia Nera così come il povero Chester Desmond, avvicinatosi troppo a misteri dai quali non è riuscito a proteggerlo neppure l'addestramento del peculiare Gordon Cole, agente dell'FBI criptico quanto il regista di cui è l'alter ego (o viceversa). Alter ego, doppi negativi (di personaggi o città, ho adorato come Deer Meadows fosse la versione maligna di Twin Peaks), luce vs tenebra, sogni e visioni, sono tutti temi cari a Lynch che tornano prepotenti in questo Fuoco cammina con me, anche se magari non proprio in maniera coerentissima o limpida, e rendono la pellicola un'opera affascinante benché imperfetta, tanto che alla fine delle due ore pare quasi di riemergere da un mondo altro, molto lontano ma anche incredibilmente vicino, ché il male si annida ove meno ci aspetteremmo. Dopo tutto quello che ho scritto vi parrà strano che abbia preferito la prima parte della pellicola alla seconda ma la verità è che adoro personaggi come Cole e Albert (Ciao Miguel, mi mancherai tantissimo...) e vedere un Kiefer Sutherland in versione Stanlio, timidino e pieno di tic, mi ha ricordato molto le atmosfere ironiche di Twin Peaks, atmosfere di cui questo cupissimo prequel difetta, inoltre per un attimo ho sperato in un bell'approfondimento degli spiriti che infestano la Loggia Nera (chi è la vecchia con la borsa del ghiaccio sull'occhio, tra l'altro?), Mrs. Tremond e nipote in primis. Di Laura Palmer o del suo desiderio di autodistruzione non me ne è mai potuto importare di meno, diciamo la verità, inoltre l'interpretazione di Sheryl Lee, con tutto il rispetto, fa spesso cadere le braccia e nella parte dedicata a Twin Peaks mancano troppi personaggi amatissimi, Audrey Horne e Garland Briggs in primis. Unica nota positiva per quel che riguarda il cast è la sostituzione di Laura Flynn Boyle, che ho sempre trovato inadatta al ruolo di Donna Hayward, con Moira Kelly dai grandi occhi innocenti, perfetta per incarnare l'ingenuità un po' invidiosa e un po' sognatrice della migliore amica di Laura. Avendo già scritto un papiro mi fermo qui anche se ci sarebbero mille altre cose da dire: aspetto di recuperare i Missing Pieces e mi preparo spiritualmente per domenica, magari facendo un po' di meditazione alla Dale Cooper! Daje, Coop!


Del regista e sceneggiatore David Lynch, che interpreta anche Gordon Cole, ho già parlato QUI. Sheryl Lee (Laura Palmer), Ray Wise (Leland Palmer), Mädchen Amick (Shelly Johnson), Dana Ashbrook (Bobby Briggs), David Bowie (Philip Jeffries), Miguel Ferrer (Albert Rosenfeld), Heather Graham (Annie Blackburn), Jürgen Prochnow (l'uomo del legno), Harry Dean Stanton (Carl Rodd), Kiefer Sutherland (Sam Stanley), Grace Zabriskie (Sarah Palmer) e Kyle MacLachlan (Dale Cooper) li trovate invece ai rispettivi link.

James Marshall interpreta James Hurley. Americano, ha partecipato a film come Codice d'onore e a serie quali La signora in giallo, Genitori in blue jeans e CSI - Scena del crimine. Anche produttore, ha 50 anni ed è uno dei membri del cast che tornerà anche nella nuova serie di Twin Peaks.


Frances Bay interpreta Mrs Tremond. Canadese, la ricordo per film come Terrore in cima alle scale, Velluto blu, I gemelli, Cuore selvaggio, Aracnofobia, Il pozzo e il pendolo, Critters 3, Il seme della follia e Inspector Gadget, inoltre ha partecipato a serie quali Il tenente Kojak, I Jefferson, Hazzard, Happy Days, Casa Keaton, Saranno famosi, Santa Barbara, ALF, I racconti della cripta, I segreti di Twin Peaks, Hunter, X-Files, La signora in giallo, Clueless, Seinfeld, E.R. Medici in prima linea, Streghe, Tutto in famiglia, Hannah Montana e Grey's Anatomy. E' morta nel 2011, all'età di 92 anni.


Fuoco cammina con me avrebbe dovuto essere il primo di una serie di film atti ad esplorare la mitologia della Loggia Nera ma lo scarso successo della pellicola (e lo scarso entusiasmo degli attori, visto che persino MacLachlan ha tentennato a presenziare nei panni di Cooper mentre Sherilyn Fenn, Lara Flynn Boyle e Richard Beymer hanno direttamente dato forfait) ha portato Lynch ad abbandonare il progetto. Come ho già accennato nel post, Fuoco cammina con me può essere considerato il prequel di Twin Peaks quindi, se vi fosse piaciuto, recuperate I segreti di Twin Peaks, gli altri film di David Lynch e... preparatevi, che da stasera si ricomincia!! ENJOY!


venerdì 9 gennaio 2015

Bollalmanacco On Demand: Cuore selvaggio (1990)

Anno nuovo, On Demand nuovo! Oggi esaudirò una richiesta di Arwen Lynch e parlerò di Cuore Selvaggio (Wild at Heart), diretto e sceneggiato da David Lynch nel 1990, partendo dal romanzo omonimo di Barry Gifford. Il prossimo On Demand non riguarderà un film, bensì una miniserie, Angels in America! ENJOY!


Trama: Sailor e Lula, due giovani innamorati, fuggono verso la California per evitare che la madre di lei li separi e anche per fuggire ai detective e ai sicari che la donna ha messo sulle loro tracce..



Cuore selvaggio è una bestia stranissima dalla trama assai semplice, una sorta di Romeo e Giulietta in salsa kitsch che racchiude dentro di sé tutti i "sogni" della provincia americana e tutti i generi cinematografici cari alla cultura pop. Sailor e Lula sono innamoratissimi, anzi, di più: come diceva il titolo di un vecchio telefilm anni '90 sono Innamorati Pazzi e vivono solo per questo amore che li lega, invincibile ed immutabile, fatto di fuoco e fiamme, sesso, violenza, Frasi Storiche e musica sparata a palla. Questo sentimento non convenzionale, neanche a dirlo, è ancor più rinfocolato dall'odio smisurato della madre di Lula (una coguara psicopatica) verso Sailor, reo di averla rifiutata prima, presa poi e anche di aver testimoniato ad un evento passato che non vi sto a dire, due cose che portano la signora a scatenare contro il giovane l'amante psicopatico e tutta la sua rete di ancor più psicopatici sicari. Sailor, duro e puro come il miglior James Dean ma con un pizzico di Febbre del Sabato Sera, e Lula, una Barbie con voglie da maiala, sorella maggiore della ben più sanguinaria Mallory di Natural Born Killers, vivono così questo amore contrastato da film finché, neanche a dirlo, il sentimento s'inceppa non tanto davanti ad assurdi personaggi e ad ancor più assurde circostanze, bensì davanti a cose prosaiche e "normali" come incidenti stradali (veri e propri presagi di sventura!), gravidanze non previste, stasi e noia: il cuore del tenerissimo Sailor è "selvaggio" come il mondo che circonda i due e non sarà facile per il protagonista domarlo ed afferrare il microfono per cantare Love Me Tender, ammettendo finalmente anche a sé stesso che il suo amore per Lula va oltre le pose da duro, il pericolo, la musica, il sesso e le fughe in macchina.


Accanto alla semplicità della storia, ovviamente, c'è lo sbrago di un David Lynch che prende due personaggi a loro modo mitici e li infila nel breviario dell'iconografia americana stessa filtrando il tutto col suo stile onirico e creando, di fatto, l'American Dream (o Nightmare, fate voi) definitivo, il trionfo del kitsch. La madre di Lula diventa la Malvagia Strega dell'Ovest, quella presenza che si fa sentire nel vento ed infesta con orribili presagi la fuga della ragazza e di Sailor, il desiderio di Lula di tornare a casa si concretizza nel batter di tacchi di un paio di scarpette rosse e la bella Glinda compare davanti al ragazzo in tutto il suo splendente fulgore ma questo citazionismo del Mago di Oz è solo la punta dell'iceberg: Elvis, le bande di strada, i gangster, le rapine, l'arte e la poesia americani, Tennessee Williams, i road movies, la gioventù bruciata, la guerra del Vietnam, i dollari d'argento, l'happy ending, insomma ogni elemento di Cuore Selvaggio è contemporaneamente un omaggio a e una presa in giro del Sogno Americano e dei miti che lo hanno accompagnato, non c'è nulla nel film che abbia la pretesa di essere verosimile, anzi. Purtroppo, visto nel 2014 non è neppure verosimile Nicolas Cage, troppo facile ridere oggi davanti ad ogni sua apparizione e ad ogni sua performance nelle vesti di novello Elvis ma mettetevi nei panni di chi ha visto Cuore selvaggio nel 1990 e capirete che non c'era attore migliore per interpretare Sailor, nessuno in grado di annullarsi così totalmente e metterci tutta la follia necessaria; lo stesso vale, ovviamente, per il leppegosissimo Bobby Peru di Willelm Dafoe (osceno, da brividi, mezz'ora scarsa di pura abiezione!), la folle Juana Durango di Grace Zabriskie (la mamma di Laura Palmer, ve la ricordate?) e la mostruosa Marietta di Diane Ladd (nominata all'Oscar come miglior attrice non protagonista), punte di diamante di un cast allo stesso tempo disarmante e perfetto. Due aggettivi che si adattano perfettamente a Cuore selvaggio. Se non avete mai avuto modo di guardarlo vi consiglierei di provare l'esperienza, non ne uscirete indenni, ve lo garantisco!


Del regista e sceneggiatore David Lynch ho già parlato QUI. Nicolas Cage (Sailor Ripley), Laura Dern (Lula Fortune), Willelm Dafoe (Bobby Peru), Crispin Glover (Dell), Isabella Rossellini (Perdita Durango), Harry Dean Stanton (Johnnie Farragut), William Morgan Sheppard (Mr. Reindeer), Pruitt Taylor Vince (Buddy) e Sheryl Lee (la strega buona) ho già parlato ai rispettivi link.

Diane Ladd (vero nome Rose Diane Ladnier) interpreta Marietta Fortune. Americana, madre di Laura Dern, ha partecipato a film come Chinatown, Alice non abita più qui, Qualcosa di sinistro sta per accadere, La vedova nera e a serie come Love Boat, L'ispettore Tibbs, Kingdom Hospital,Cold Case e E.R. - Medici in prima linea. Anche regista, sceneggiatrice e produttrice, ha 82 anni e due film in uscita.


Grace Zabriskie interpreta Juana Durango. Indimenticabile Sarah Palmer della serie Twin Peaks (e dovrebbe tornare nella nuova stagione del 2016!), ha partecipato a film come La bambola assassina 2, Pomodori verdi fritti alla fermata del treno, Fuoco cammina con me, Armageddon, The Grudge e ad altre serie come Santa Barbara, Moonlightning, Dharma e Greg, Streghe. Ha 73 anni e due film in uscita.


Tra gli altri attori segnalo la presenza di parecchi membri del cast di Twin Peaks: Sherilyn Fenn (Audrey Horne nella serie) compare nei panni della ragazza coinvolta nel primo incidente, il mitico Jack Nance (Pete Martell) interpreta 00 Spool mentre David Patrick Kelly (William Horne) è Dropshadow. Cuore selvaggio ha una sorta di "sequel" che sto già cercando di procurarmi, Perdita Durango, diretto nel 1997 dal regista Alex De La Iglesia; se il film vi fosse piaciuto cercatelo anche voi e aggiungete Assassini nati - Natural Born Killers, True Romance (o Una vita al massimo, ma è un titolo che mi fa schifo) e Velluto Blu. ENJOY!

lunedì 12 marzo 2012

Vampires (1998)

Torniamo a due dei miei amori, i vampiri e John Carpenter. Nel 1998 dal connubio tra le due cose nasceva questo pregevolissimo Vampires.


Trama: Jack Crow è il capo di una banda di cacciatori di vampiri riconosciuta dalla chiesa. Quando i suoi uomini vengono quasi tutti sterminati per mano del Maestro Valek, Jack si ritrova solo col fido Montoya ed un prete a cercare di impedire che il Vampiro trovi un’antica reliquia che gli consentirebbe di mietere vittime anche di giorno…


Vampires è sicuramente uno dei miei film preferiti sull’argomento, anche se forse è uno dei meno significativi di Carpenter. Certo, creare una pellicola simile non è da tutti, soprattutto per come mescola (precorrendo i tempi, tra l’altro) vampiri e paesaggi americani quasi western, inserendo i succhiasangue in ambienti decisamente atipici per la loro razza. Come dice Jack al prete, “i vampiri non sono delle mezze checche con accento europeo, sono dei veri mostri”: non c’è nulla di romantico in Vampires (o quasi, ma dovete arrivare fino alla fine per capirlo…), Valek e i suoi cosiddetti “goons”, come vengono chiamati in lingua originale, sono degli esseri sanguinari che di umano hanno giusto solo l’aspetto, più che mordere e succhiare sangue staccano teste e strappano cuori ancora palpitanti, tingendo persino le fontane di rosso, come nella splendida sequenza dell’attacco alla missione. E voi mi direte: ci aveva già pensato Rodriguez due anni prima a darci questa versione del vampirismo. Certo, ma Dal tramonto all’alba era un giocattolone meravigliosamente trash, pieno di effetti speciali e personaggi grotteschi, che partiva come un film di Tarantino e solo da metà in poi inseriva l’elemento horror. Vampires è molto più “serio” e parte come horror fin dall’inizio, inserendo cacciatori di vampiri, preti e manufatti esoterici.


Come la maggior parte dei film di Carpenter, Vampires è un film “maschio” e sovversivo. I cacciatori di vampiri sono tutti uomini, dei mezzi debosciati, sboccati da far paura, dediti all’alcool e alle prostitute ma comunque legati da un saldo vincolo di fratellanza governato da regole ferree. La donna è l’oggetto per eccellenza, giusto un temporaneo divertimento se non addirittura un pericolo; quando Katrina si “insinua” nel gruppo cominciano i guai, perché la ragazza, quasi fosse un virus maligno, intacca a poco a poco la compattezza dello sparuto gruppetto di sopravvissuti. Anche la Chiesa può diventare veicolo di disgregazione, e qui nasce la sovversività del film. I semplici preti sono infatti mostrati come validi alleati, seppur recalcitranti, ma non è così per cardinali e compagnia bella, ormai troppo slegati dalle tradizioni, desiderosi di compiacere i potenti e adagiati nel lusso della modernità.


Per quanto riguarda la realizzazione, Vampires regala immagini da pugno nello stomaco e qualche particolarità. Interessante l’espediente usato dai cacciatori per sterminare meglio gli avversari, un bel paletto legato ad un cavo, così che i vampiri possano essere trascinati sotto i raggi solari e lasciati lì a bruciare, ma le sequenze più devastanti sono quelle delle due stragi perpetrate prima da Valek e poi dal suo gruppo di vampiri e il rituale finale, con un crescendo di tensione e disperazione mica da ridere. E poi, vabbé, io amo la scena del saluto tra Montoya e Jack e tutte quelle che coinvolgono la presenza di Katrina… della serie, anche se detesto Twilight c’è un po’ di bimbaminkia in me. A tal proposito, gli attori sono tutti perfetti, ma il mio aMMore eterno va ad un ispiratissimo Daniel Baldwin: se Jack Crow è il braccio rozzo e spietato della banda, Montoya ne è il pacato e riflessivo cuore. E poi è un figo della madonna, ecco, l’ho detto! Insomma, vampiromani, cosa aspettate? Andate a cercare Vampires, mi ringrazierete.


Del regista John Carpenter ho già parlato qui.

James Woods interpreta Jack Crow. Americano, lo ricordo soprattutto per aver partecipato ad alcuni dei miei film preferiti in assoluto, come Videodrome, C’era una volta in America e Casinò, e ad altri meno belli come Scary Movie 2. Ha inoltre prestato la voce ad Ade nel film Disney Hercules e nella serie animata che ne è seguita, ha doppiato una versione di sé stesso in un episodio de I Griffin e partecipato a uno della serie E.R. medici in prima linea. Anche produttore, regista e sceneggiatore, ha 64 anni e due film in uscita. Ha avuto due nomination all’Oscar: la prima, come migliore attore protagonista, nel 1987 (ha vinto però Paul Newman per Il colore dei soldi), la seconda dieci anni dopo come non protagonista (quell’anno invece ha vinto Cuba Gooding Jr. per Jerry Maguire).


Daniel Baldwin interpreta Montoya. Secondo dei quattro fratelli Baldwin e, almeno per quel che mi riguarda, il più bello in assoluto, lo ricordo per film come Nato il quattro luglio, Harley Davidson e Marlboro Man, Scomodi omicidi e Mosche da bar, inoltre ha partecipato a serie come Casa Keaton, Oltre i limiti e Cold Case. Anche produttore e regista, ha 51 anni e sette film in uscita.


Sheryl Lee interpreta Katrina. Incredibile come un’attrice sia diventata l’icona di un decennio semplicemente entrando in scena… avvolta in un sacco di plastica. E’ così infatti che noi figli degli anni ’80 abbiamo fatto la conoscenza, dieci anni dopo, di quella Laura Palmer la cui morte avrebbe dato il la ad una delle serie più belle ed inquietanti mai concepite, ovvero Twin Peaks. E nei panni di Laura (e della cugina gemella Madeline) c’era proprio Sheryl Lee, che ricordo per film come Cuore selvaggio, Fuoco cammina con me e serie come Senza traccia, Desperate Housewives, Dr. House e CSI: NY. Ha 44 anni.



Tim Guinee (vero nome Timothy Guinee) interpreta padre Adam. Americano, ha partecipato a film come Blade, Iron Man e Iron Man 2, oltre a serie come Oltre i limiti, CSI: Miami, CSI, Senza traccia, Ghost Whisperer, Smallville, 24, Numb3rs, Criminal Minds, Nip/Tuck e CSI: NY. Ha 49 anni e un film in uscita.


Mark Boone Junior (vero nome Mark Heidrich) interpreta Catlin, uno dei cacciatori di vampiri. Caratterista americano, lo ricordo per aver partecipato a film come 58 minuti per morire, Pronti a morire, Se7en, Mosche da bar, The Game – Nessuna regola, Armageddon – Giudizio finale, Incubo finale, La sottile linea rossa, Animal Factory, Batman Begins, 30 giorni di buio, Halloween II. Al momento, è uno dei protagonisti della serie Sons of Anarchy, che prima o poi comincerò a guardare. Anche sceneggiatore, produttore e regista, ha 56 anni e sette film in uscita.


Apparizione speciale del regista Frank Darabont, nei panni del guidatore della Buik. Del film esistono due seguiti, che non sono stati diretti da Carpenter e non presentano nemmeno gli stessi personaggi di Vampires. Uno, Il cacciatore delle tenebre, è comunque prodotto da Carpenter e “vanta” la presenza di Jon Bon Jovi e la regia di Tommy Lee Wallace, già responsabile di It, Ammazzavampiri II e Halloween III: il signore della notte mentre il secondo sposta l’azione dagli Usa alla Thailandia e si intitola Vampires: The Turning.. inutile dire che Carpenter se n’è chiamato definitivamente fuori! Più che guardare questi due filmuncoli, se Vampires vi fosse piaciuto consiglierei la ricerca del geniale Dal tramonto all’alba… e dell’opera omnia di Carpenter, ovviamente. ENJOY!!

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