martedì 11 gennaio 2011

Hereafter (2010)

Domenica sono andata a vedere Hereafter, l’ultimo film di Clint Eastwood. Sono andata in fiducia, visto che il buon Clint, come regista, fa sempre dei film molto belli e per nulla banali. Purtroppo la fiducia questa volta non è stata ripagata come speravo…

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Trama: Hereafter racconta l’esperienza con la morte e i defunti di tre personaggi diversi. Marie è una giornalista francese che sopravvive per puro miracolo ad uno tsunami; George è un operaio perseguitato dalla sua capacità di entrare in contatto con l’aldilà; Marcus è un bambino che ha appena perso il gemello in un incidente d’auto.

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Cerchiamo di raccapezzarci un attimo. Non posso dire che Hereafter sia un brutto film. Innanzitutto è girato benissimo. La scena iniziale, dove viene mostrato lo tsunami che si abbatte sull’isola, è di un realismo spaventoso perché si concentra non tanto sulla catastroficità dell’evento, ma sulla sua assoluta imprevedibilità; un minuto prima vediamo i personaggi tranquilli, impegnati in piccoli litigi, nello shopping vacanziero, e un minuto dopo, senza preavviso, l’onda si schianta sulla cittadina travolgendo tutto e tutti, proprio come è successo in Indonesia e ad Haiti neppure troppo tempo fa. Gli attori sono bravissimi, ognuno di loro impegnato al massimo per infondere realismo e sentimento a dei personaggi che ci sono assai vicini per la loro normalità, per il loro essere umani, chi incuriosito, chi spaventato, chi scioccato dalla morte o dalla sua vicinanza. Hereafter ci mostra tre modi di affrontare la morte, che possono essere condivisibili o meno: Marie viene toccata da un’esperienza spaventosa che sconvolge il suo mondo, e la sua forza è quella di cercare di capire e modificare la sua vita di conseguenza, senza tirarsi indietro. George invece cerca di fuggire a quello che lui percepisce non come un dono o una fonte di sostentamento, ma come un handicap che gli impedisce di vivere un’esistenza normale, che lo isola dagli altri. Infine, Marcus cerca di fare fronte come può alla morte del gemello “più grande di pochi minuti”, all’assenza della sua forza, del suo sostegno all’interno di una situazione familiare disastrata, e cerca di trovare un modo per entrare in contatto con lui. Sono tre storie a modo loro commoventi, interessanti, che si snodano mostrandoci la terribile solitudine dei protagonisti e che si intrecciano verso la fine del film, concludendolo con uno spiraglio di speranza per i personaggi, che non sono più costretti a rimanere soli davanti alle loro terribili esperienze, e per lo spettatore.

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Però. Però Herafter è un film noioso. Scusate, mi dispiace dirlo, è un giudizio che non amo dare, ma in questo caso è l’assoluta verità. Per quanto le storie narrate siano a tratti commoventi, a volte anche interessanti, ciò non toglie che ci siano troppi momenti morti nel film e che Hereafter decolli solo verso la fine, quando i destini dei tre personaggi si uniscono. Un po’ poco, visto che nel frattempo è passata un’ora e mezza in cui i protagonisti, in pratica, si limitano a vagare cercando risposte che non trovano. Il secondo però è che certi episodi sembrano creati a tavolino per fare piangere e sfruttano clichè talmente banali che, francamente, non mi aspettavo da Clint Eastwood: in primis, la morte del fratello di Marcus. Ma quanti ragazzini sono morti in questo modo nei film? Ma possibile che ci debbano sempre essere dei bulletti dietro l’angolo che ti fanno andare incontro alla morte senza volerlo? E basta, diamine. Così come non è possibile che ogni “sporco” segreto di fanciulla sia legato ad un’infanzia dove il padre si dilettava ad abusare della figlia salvo poi pentirsi nella morte. E l’ultimo però… il finale. Qualcosa che lascia gli spettatori a fissare lo schermo con un “e quindi…?” sospeso nell’aria, condito da un’infantile visione di un George innamorato e speranzoso di avere una vita felice con Marie, l’unica in grado di capirlo, altro escamotage di una banalità sconcertante. L’impressione finale, insomma, è quella di aver visto un film che, in fin dei conti, non racconta nulla, non emoziona, non meraviglia; qualcosa che rimane “sospeso”, perché secondo me ci sarebbero state molte cose ben più interessanti da dire ancora sui tre personaggi, e soprattutto la reciproca influenza avrebbe dovuto essere analizzata un po’ di più, e resa il fulcro del film. Peccato, davvero peccato.

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Di Matt Damon, che interpreta George, ho già parlato qui. Dell’irriconoscibile (ma brava!) Cecile De France ho scritto qua.

Clint Eastwood è il regista del film. Uno dei più famosi e bravi autori americani, oltre che attore cult, lo ricordo per film come Gli spietati, Un mondo perfetto, I ponti di Madison County, Potere assoluto, Gli Spietati (che ha vinto l’Oscar come miglior film e regia), il bellissimo Mezzanotte nel giardino del bene e del male, lo splendido Mystic River, Million Dollar Baby (che gli ha fruttato l’Oscar per la miglior regia e miglior film) e Gran Torino. Ha 81 anni e un film in uscita, sempre come regista, un biopic su J. Edgar Hoover dove il protagonista sarà Leonardo di Caprio, affiancato da Charlize Theron e Judi Dench.

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Bryce Dallas Howard interpreta Melanie. Figlia del regista Ron Howard, la ricordo per aver interpretato la ninfa in uno dei film più brutti che abbia mai visto, Lady in the Water, oltre che ad aver recitato in Apollo 13, Il Grinch, The Village, e doppiato un episodio de I Griffin. Ha 30 anni e due film in uscita.

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Derek Jacobi interpreta sé stesso, come narratore designato dei racconti di Charles Dickens, di cui George è un grande fan. Famosissimo attore inglese, lo ricordo per film come Otello, Il giorno dello Sciacallo, Hamlet, Il gladiatore e Gosford Park, mentre come doppiatore lo possiamo ascoltare in Brisby e il segreto di Nihm. Ha 73 anni e sei film in uscita.

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E ora un paio di curiosità. Per la gioia mia e di tutti i fan de I Soprano, il cuoco che gestisce il corso di cucina seguito da George altri non è che Steve Schirripa, che nella serie interpretava il dolcissimo (per i canoni di un mafioso, ovvio…) Bobby Baccalieri, detto Baccalà. Personalmente, se cercate un bel film che parla di aldilà e del rapporto dei morti con i vivi, vi consiglierei di vedere Il sesto senso, Amabili resti, Sospesi nel tempo, persino Al di là dei sogni o Ghost se proprio amate le storie “sentimentali”. Al momento non me ne vengono in mente altri, quindi vi lascio al trailer originale dii Hereafter.. ENJOY!

 

mercoledì 5 gennaio 2011

The Killer Shrews (1959)

Torno nuovamente a magnificare l’utilità di internet, soprattutto per chi, come me, è cinefilo con tendenze trash. E torno a ringraziare il sito horror.it senza il quale, probabilmente, non avrei mai scoperto l’esistenza di una cosa inguardabile come The Killer Shrews, film diretto nel 1959 dal regista Ray Kellogg.


Trama: il Capitano Thorne sbarca su un’isola assieme al suo assistente, per portare provviste agli abitanti in previsione di un tifone che sta per abbattersi proprio lì. Scopre così che l’isola è abitata da cinque persone e da una marea di toporagni che, causa esperimenti condotti dai cinque sconsiderati, hanno raggiunto ormai dimensioni più che ragguardevoli ed una fame in linea con la stazza…


Diciamo che non c’è voluto molto per convincermi a vedere questo The Killer Shrews, è bastata la trama e la convinzione che una cosa più trash di un toporagno killer può giusto essere il killer tomato (che, peraltro, devo ancora guardare, mica ci ho rinunciato!!) e, in mancanza di quest’ultimo, ho divorato il film, vista anche la durata irrisoria. E meno male, perché il trash c’è, ovviamente, ma la prima mezz’ora di film è di una noia mortale, con i personaggi chiusi in una stanza a sfondarsi di wiskey e sigarette come se piovessero. L’unico evento degno di nota è il primo attacco degli shrews ma, capitemi… avviene nel bel mezzo di una foresta, ambiente che solitamente ospita dei lupi… complice lo schermo piccolo, la giornata lavorativa, il bianco e nero della pellicola… beh, lì per lì ho pensato che fosse, appunto, un attacco di lupi.


Non avevo torto, gente!! Insomma, ho trent’anni, riuscirò a capire come si muovono dei cani, quando li vedo! E qui il trashofilo può cominciare a gioire, perché i Killer Shrews, quando vengono ripresi da lontano, altro non sono che cani ricoperti da strisce di pelo posticce e un paio di zanne, ma ci manca poco che scodinzolino. “Migliori” le riprese ravvicinate, dove lo shrew è una marionetta dall’occhio vitreo e dalla bocca spalancata che gli attori scuotono per simulare un attacco. Il problema è che, siccome l’effetto speciale è tristissimo (complice anche l’anno in cui è stato girato il film, per carità di Dio…) e probabilmente all’epoca non si potevano mostrare scene troppo cruente, gli sceneggiatori si sono dovuti inventare non solo una giustificazione per la grandezza spropositata delle bestiole, ma anche un’arma letale, rapida ed utilizzabile anche mostrando piccole ferite: la saliva velenosa, che consente agli shrews di uccidere con un solo morso. Quale sia la causa di tale “potere” e come sia relazionabile alla crescita delle bestie francamente lo ignoro o forse mi sono persa la stupidissima spiegazione, visto che la mia attenzione è stata distratta dal barbatrucco con cui i sopravvissuti cercano di fuggire agli animaletti.


Sì perché la genialata del film è che, nel momento in cui gli shrews stanno per infilarsi in ogni pertugio della casa, arrivando persino a rosicchiare muri fatti, credo, di mollica di pane, il protagonista si arma di fiamma ossidrica (!!) e, lungi dall’utilizzarla per fare fuori i roditori, decide di saldare un paio di bidoni di metallo (che peraltro, se non ho capito male, contenevano liquidi tossici…) e di nascondercisi sotto usandoli come “armatura” per arrivare al mare. Ora, io non l’ho mai fatto ma, presumo, una cosa simile funzionerebbe solo camminando a quattro zampe e strisciando i bidoni a terra cercando di muoverli. Gli attori, invece, recitano dritti con la schiena appoggiata al bidone, simulando una sofferenza degna di Ercole durante le dodici fatiche, il che mi fa pensare che gli imbecilli se la siano fatta a piedi, bidoni in spalla, camminando accucciati!! Gesù, piuttosto mi faccio inghiottire dagli shrews… E detto questo, gente, non vi è ancora venuta voglia di vederlo?

Ray Kellogg è il regista della pellicola. Assai più prolifico come operatore nel campo degli effetti speciali (a suo merito va detto che non ha curato quelli di The Killer Shrews, per sua fortuna), tra i pochi film che ha girato ricordo Berretti Verdi con John Wayne. Americano, è morto nel 1976, all’età di 70 anni. Purtroppo non ho trovato foto alcuna di costui.
James Best (il cui vero nome è Jewel Franklin Guy) interpreta Thorne. Giuro che se non avessi cercato notizie su quest’uomo non lo avrei mai capito, ma l’attore americano ha interpretato per anni una figura che nessuno di noi potrà mai dimenticare, ovvero lo sceriffo Rosco di Hazzard (di cui ha diretto anche un paio di episodi). Tra l’altro, la sua filmografia è sterminata, e comprende partecipazioni a film come Pianeta Proibito e ad altri telefilm famosi come Alfred Hitchcock Presenta, Ai confini della realtà, Perry Mason, L’ispettore Tibbs. Ha 84 anni.



E ora un paio di curiosità. Ken Curtis, che interpreta l’ubriacone Jerry, oltre ad aver partecipato a molti tra i più famosi western ha prestato la voce ad un idolo della mia infanzia, l’avvoltoio Tonto dello splendido Robin Hood della Disney. E per la serie “Non c’è mai fine al peggio”, The Killer Shrews fa parte di una cosiddetta double feature, ovvero una proiezione di due film, e la pellicola prodotta e diretta per fare coppia con siffatto capolavoro è una cosa intitolata The Giant Gila Monster, che parla non già di topi, ma di lucertole giganti. Orrore!! E ora vi lascio al trailer del film... ENJOY!

domenica 2 gennaio 2011

Megamind (2010)

Lo scontro cinematografico di fine anno, almeno per me, non è stato tra i due cinepanettoni che hanno invaso le sale a colpi di wakawaka e starlette seminude, ma tra i due cartoni animati a base di supercattivi, Cattivissimo me e il più recente Megamind, diretto da Tom McGrath. Purtroppo per la Dreamworks, ha vinto il primo, e di lunga misura!

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Trama: Megamind è un alieno “malvagio” impegnato fin dall’infanzia in una lotta contro la sua nemesi naturale, il supereroe Metroman. Quando, inaspettatamente, Megamind riesce a fare fuori il protettore della città, il supercattivo si ritrova privo di uno scopo nella vita e decide di rimediare, creando un nuovo supereroe…

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Sarà che ho adorato Cattivissimo me. Sarà che ero reduce da una giornata massacrante. Sarà che ormai ne ho visti troppi… ma questo Megamind non mi ha convinta più di tanto. Innanzitutto cominciamo col dire che come trama è assai meno originale di Cattivissimo me e si basa molto sul mito e le origini di Superman, quindi si ammanta di quell’alone di “già visto” che fa un po’ storcere il naso (parodie su Clark Kent e compagnia bella ne sono già state fatte a bizzeffe…). Come seconda cosa Megamind è un cattivo molto meno incisivo di Gru: si vede da subito che non ne ha troppa voglia, non è convinto, non è davvero bastardo dentro, quindi anche il suo ovvio cambiamento arriva in modo prevedibile e fin troppo rapido, grazie al tipico personaggio femminile carismatico e fighetto. Terzo, i momenti esilaranti sono troppo pochi, e quasi tutti legati alla strepitosa colonna sonora. Il finale sulle note di Bad di Michael Jackson o la sequenza scandita da Welcome to the Jungle dei Guns’n’Roses sono strepitosi, ma di nuovo: BASTA usare canzoni cool per ravvivare i cartoni animati, è dal primo Shrek che lo fanno, quindi ormai sono quasi dieci anni, diciamo che l’effetto novità è un pochino esaurito.

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Certo, non si può dire che Megamind sia brutto. Il 3D è inutile come sempre ma la grafica strepitosa a tratti ci fa illudere di trovarci davanti ad un telegiornale o ad un film live action: le scene dove Roxanne è in bilico in cima al grattacielo o viene sballottata in aria da Titan mi hanno messo le vertigini, tanto che ho dovuto distogliere lo sguardo e pensare ad altro (non so che farci, mi fanno soffrire certe sequenze…); inoltre la “spalla” del supercattivo che, guarda un po’, si chiama anche lui Minion, è di una dolcezza disarmante ed è sicuramente il personaggio più riuscito dopo il narcisista Metroman ( - Ti amiamo, Metroman! – E io amo TE, cittadino qualunque!!), che con il lungo flashback risolutivo vince indubbiamente la palma d’oro per il personaggio più paraculo dell’anno. Se dovessi trovare un momento preferito, sicuramente è quello in cui viene introdotta la mitica figura del Padrino Spaziale (un nano capelluto che parla come Marlon Brando nel Padrino e che, a ripensarci, potrebbe essere un riferimento ai vecchi film di Superman, dove il compianto Marlon interpretava proprio il padre del supereroe…) accompagnato ovviamente dalla Madrina, un improbabile Minion con parrucca bionda e grembiulino rosa. Insomma, io fossi in voi eviterei di pagare 10 o più euro per guardarvelo al cinema e aspetterei di affittarlo… questo a meno che non siate in crisi da mancanza di cinema e l’alternativa fosse andare a vedere un cinepanettone. Allora, nel dubbio, andate a vedere Megamind, ovviamente!

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Parecchie le guest star tra i doppiatori della versione originale. Brad Pitt, di cui ho già parlato qui, doppia Metroman, mentre Ben Stiller, che trovate qua, presta la voce a Bernard, anche se in origine il ruolo di Megamind era stato offerto proprio a lui (e a Robert Downey Jr., per la cronaca).

Tom McGrath è il regista della pellicola. Tra i suoi altri lavori ricordo Madagascar, Madagascar 2 – Via dall’isola e qualche episodio del geniale The Ren & Stimpy Show. Americano, ha 45 anni.

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Will Ferrell doppia Megamind nella versione originale del film. Uno degli ultimi comici americani ad aver spopolato anche all’estero (e uno di quelli che preferisco di meno…) ha partecipato a film come Austin Powers, Austin Powers – La spia che ci provava, Jay & Silent Bob… fermate Hollywood!, Zoolander, Elf, Starsky & Hutch (dove si profonde in uno splendido cameo XD), il geniale Anchorman: the Legend of Ron Burgundy, Wedding Crashers e Talladega Nights: the Ballad of Ricky Bobby, inoltre ha doppiato serie come Mucca e Pollo, The Angry Beavers e I Griffin. Ha 43 anni e un film in uscita.

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David Cross doppia Minion. Attore americano, lo ricordo per piccoli ruoli in film come Mr. Destiny, Il rompiscatole, Men in Black, Small Soldiers, Ghost World, Scary Movie 2, Men in Black II, Se mi lasci ti cancello ed Alvin Superstar; ha inoltre prestato la voce alla Gru di Kung Fu Panda e doppiato un episodio de I Griffin. Ha 46 anni e due film in uscita, tra cui il seguito di Kung Fu Panda.

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Justin Theroux presta la voce al padre di Megamind. Americano, tra i suoi film segnalo American Psycho, Mulholland Drive, Zoolander e Charlie’s Angels: più che mai, ha inoltre partecipato ai telefilm Alias e Six Feet Under. Ha 39 anni e tre film in uscita.

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Se vi fosse piaciuto il genere, Megamind non è il primo film d’animazione a trattare il tema dei supereroi. Ben più riusciti, a mio avviso, sono Gli Incredibili e Mostri contro alieni, che vi consiglio di cercare e vedere. Un ultimo avviso prima di lasciarvi al trailer originale del film: rimanete almeno fino a metà dei titoli di coda, c’è un simpatico siparietto con Minion e Bernard. E ora.. ENJOY!


lunedì 27 dicembre 2010

A Venezia un dicembre rosso... shocking (1973)

I titoli italiani di alcuni film fanno passare la voglia di vederli. Peccato, perché A Venezia un dicembre rosso... shocking (Don't Look Now) che, lì per lì, farebbe pensare ad uno scadentissimo giallo/thriller, è in realtà uno splendido e raffinato horror diretto nel 1973 dal regista Nicolas Roeg e tratto da un racconto di Daphne Du Maurier, scrittrice inglese già autrice anche di Rebecca e Gli uccelli.


Trama: Laura e John si trovano a Venezia per motivi di lavoro e anche per superare lo shock della morte della figlioletta, annegata davanti agli occhi del padre. Nella città lagunare Laura fa amicizia con due sorelle inglesi, di cui una cieca e dotata di poteri medianici, che apparentemente riesce a vedere lo spirito della piccola. E mentre la moglie si lega sempre più alle due strane vecchie, John diventa sospettoso e paranoico, proprio mentre Venezia è sconvolta da una serie di omicidi...



Don't look now non è un horror comune, colmo di scene splatter, né una storia di fantasmi sui generis. E' piuttosto un thriller che si sofferma molto sui sentimenti, sui legami tra le persone, sul potere del passato e sull'incognita del futuro. E' un film che va seguito con attenzione e rivisto più di una volta perché sicuramente ad una seconda o terza visione si riusciranno a trovare dei particolari, degli indizi che la prima volta sono sfuggiti. Nicolas Roeg infatti ci fa affondare, è proprio il caso di dirlo, in una storia dove nessun'immagine è fine a sé stessa o priva di significato, dove il passato, il presente e il futuro si mescolano senza soluzione di continuità grazie ad un montaggio che definire splendido è davvero riduttivo: basti solo pensare all'inizio, dove la morte della piccola mescola il colore rosso del suo impermeabile alla macchia di colore che viene sparsa da una mano incauta sulla foto della chiesa, o alla famosissima scena d'amore tra Laura e John, dove l'amplesso del presente si unisce ad un futuro nel quale marito e moglie si rivestono ed escono dalla stanza il mattino dopo.


E uno dei fil rouge, è proprio il caso di dirlo, che unisce tutti gli elementi del film e ci offre un percorso da seguire è proprio il colore rosso, che fin dal triste inizio si può ritrovare in mille piccoli particolari più o meno inquietanti, unica illusione di ordine in grado di contrapporsi alla  caotica Venezia. Sia chiaro, la Venezia del film non è caotica perché affollata, ma perché viene utilizzata come luogo labirintico, sinistro, misterioso, colmo di suoni, echi, passi che non si riescono ad identificare, costellato di strade che non portano praticamente da nessuna parte, buie e tutte uguali. E' il protagonista maschile che, in particolare, si perde in questi due elementi: risucchiato dalle stradine di Venezia, colpito da visioni che non riesce a comprendere né a distinguere dalla realtà, richiamato dal colore rosso che tanto gli ricorda l'impermeabile della figlia, vagherà inquieto per tutto il film senza seguire il monito di "non guardare" del titolo originale e, soprattutto, senza riuscire a fare nulla per evitare il proprio destino. Altro non aggiungo, perché nessuna mia parola potrebbe rendere giustizia al film e ai bravissimi interpreti. Segnalo solo la malinconica bellezza delle musiche di Pino Donaggio, che riescono a rendere la pellicola ancora più bella e particolare.



Di Donald Sutherland, che interpreta John, ho già parlato qui.

Nicolas Roeg è il regista della pellicola. Inglese, ha diretto film come L'uomo che cadde sulla terra e Chi ha paura delle streghe?. Ha 82 anni e un film in uscita.


Julie Christie interpreta Laura. Originaria dell'India, l'attrice ha partecipato a film come Fahreneit 451, Dragonheart, Hamlet, Harry Potter e il prigioniero di Azkaban e Neverland - Un sogno per la vita. Ha 69 anni e tre film in uscita, tra cui il gotico Red Riding Hood con Amanda Seyfried.


Del film pare sia in produzione l'ennesimo terribile remake, ma per fortuna il progetto pare ancora così campato in aria che non sono stati nemmeno pensati gli interpreti. Quindi godetevi il trailer originale e, se vi piacciono i thriller "ispirati" e un pò contorti come questo guardatevi Strade perdute di Lynch, Two sisters oppure lo storico Psyco. ENJOY!


lunedì 20 dicembre 2010

5ive girls (2006)

E’ triste rendersi conto, per l’ennesima volta, che non esistono più gli horror di un tempo. Le produzioni americane sono sempre più terra terra, non tanto per la realizzazione, ma per la trama e il film in sé. E’ questo il caso del mediocre 5ive Girls, diretto da un certo Warren P. Sonoda nel 2006.


Trama: Alex è una ragazza “problematica”, dotata di poteri telecinetici. Il padre, esasperato, la fa rinchiudere in un istituto correzionale dove parecchi anni prima una ragazza era scomparsa, rapita da un demone. Demone che non ha mai lasciato l’edificio, e che ora punta ad avere le anime di Alex e delle sue altre quattro compagne di sventura…



5ive Girls è un bel minestrone. Molto probabilmente chi lo ha sceneggiato era un fan del film Giovani streghe, perché l’atmosfera (e solo quella!!) è assai simile. Ci sono cinque ragazze dotate di poteri particolari che, in pratica, li sviluppano stando assieme; c’è chi è solita nasconderli e, nel gruppo, li tira fuori, chi li ha deboli e assieme alle amichette riesce a potenziarli. Peccato che i poteri in questione sono davvero inutili e con la trama c’entrano poco o nulla. Infatti 5ive Girls mescola spudoratamente due cose che hanno poco a che fare l’una con l’altra: la Wicca e il Cattolicesimo. Ora, io non sono un’esperta né dell’una né dell’altro, ma mi pare di rammentare che, ai tempi, le streghe venissero bruciate dalle pie anime cattoliche. Nel film in questione, invece, il prete interpretato da Ron Perlman (mai così sottotono, poveraccio…) fa mettere le ragazzette in piedi sulle cattedre messe a pentacolo per recitare l’Ave Maria, pur lamentandosi, poi, se gli vanno a dire che c’è una presenza che le importuna (ma allora sei scemo!). E mica finisce lì.


Il film, lo ammetto, comincia benissimo, ed i dieci minuti prima dei titoli di testa incuriosiscono e catturano lo spettatore. Poi la cosa si fa imbarazzante e decisamente fiacca. Innanzitutto il demone che perseguita i protagonisti non è mica un diavoletto a caso: stiamo parlando nientemeno del Legione citato nel Vangelo. Ignorate la prima domanda che verrà sicuramente alla mente (ovvero perché diamine Legione dovrebbe starsene rinchiuso nel terzo piano di una scuola…) e fatevene altre: tralasciando la direttrice vacca che ha i suoi motivi per rimanere lì dentro, ma perché mai le altre cinque protagoniste dovrebbero rimanere rinchiuse visto che, di notte, vengono sistematicamente possedute da una melma nera che le decompone a poco a poco (!!) e visto che una è scassinatrice provetta mentre l’altra può diventare intangibile? E uscite di lì dentro, imbecilli! Tra l’altro, non scherzavo quando dicevo che i poteri delle fanciulle sono perlopiù inutili e scarsamente sfruttati dagli sceneggiatori. Delle cinque ragazze una è cieca MA sa leggere i tarocchi (Prevedo che verremo tutte uccise da un Demone. Ah beh, grazie!!), una è talmente esperta di Wicca da riuscire a contrastare il potere di Legione incanalando energia positiva attraverso un cristallo (ma senza cristallo è fottuta. Comodo, che razza di potere è?), un’altra può rendersi intangibile MA non può passare attraverso le porte (comodo pure quello, eh. In pratica l’unico momento in cui si rende intangibile nel film è per non sbattere contro uno spigolo. Babba bia!!), Alex può spostare gli oggetti quando ha paura e, in più, ha fede (… vabbé), e l’unico potere utile è quello della tizia guaritrice (MA solo una mano ha quel potere, se gliela rompono è fottuta tanto quanto la padrona del cristallo). In pratica lo spettatore può solo scuotere il capo sconsolato mentre il famoso demone imperversa tra profluvi di rezzo nero, pentacoli segnati da sangue e pipì (sigh…), esorcismi consistenti nell’urlare il nome del posseduto come faceva un tempo Sandra Milo con il suo Ciro, scritte in aramaico (e quale teenager americana non lo conosce?!) e pochissimo gore. Il tutto prima di un “finalone” a sorpresa che, dopo un film simile, non smuoverebbe un capello nemmeno agli horror fan più accaniti. Passate oltre, gente.


Di Ron Perlman, che interpreta l’ambiguo Padre Drake, ho già parlato qui. Parecchi progetti in vista per quest’attore: la sua presenza è data per certa nel cast del nuovo Conan e nell’ennesimo spin-off legato alla serie La Mummia, ovvero Scorpion King: Raise of the Dead, ma le cose che mi ispirano di più sono una probabile partecipazione all’adattamento de Lo Hobbit e al sequel di Bubba-Ho-Thep, il cui titolo è già una trashata incommensurabile: Bubba Nosferatu – Curse of the She – Vampires, dove lui dovrebbe prendere il posto di Bruce Campbell nei panni di Elvis Presley.

Warren P. Sonoda è il regista del film. Si è fatto le ossa sui videoclip e si vede, visto che lo stile registico di 5ive Girls è tipicamente “cool”, dal montaggio rapido ma pulito, inoltre ha girato un altro paio di film che non conosco e che forse non voglio neppure conoscere. Canadese ma di origine giapponese, ha 41 anni.


Poco da dire sulle varie interpreti femminili, la cui carriera è stata (almeno finora) talmente poco rilevante da non meritare nemmeno il mio solito trafiletto. Jennifer Miller e Jordan Madley (rispettivamente Alex e Mara) hanno entrambe partecipato al quinto film della serie American Pie, distribuito solo in video, mentre Amy Lalonde, che interpreta la stronzissima direttrice, ha recitato nel film Le cronache dei morti viventi. E ora vi lascio con il trailer originale del film... ENJOY!!


lunedì 13 dicembre 2010

Giù al nord (2008)

Dopo aver guardato Benvenuti al Sud, campione d’incassi del mese scorso, mi è venuta una voglia irresistibile di dare un’occhiata al film da cui è stato tratto, Giù al Nord (Bienvenue Chez les Ch’tis), diretto nel 2008 dal regista Dany Boon. Peccato che, una volta conclusa la visione, mi sia passato ogni entusiasmo per il film con Claudio Bisio.

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Trama: Philippe è un impiegato delle poste che spera di fare il salto di qualità e trasferirsi con la famiglia sulla costa meridionale. Per arrivare ad ottenere il trasferimento si finge paralitico, ma viene scoperto e spedito a Nord Passo di Calais, in una sperduta cittadina dove dimorano i cosiddetti Ch’tis, che le leggende vogliono rozzi, ubriaconi ed ignoranti. Ma a poco a poco Philippe scoprirà che a nord non si sta così male…

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Se volessi fare una recensione onesta, andrei a prendere il post relativo a Benvenuti al Sud, lo copierei e lo incollerei cambiando qualche nome e luogo perché, effettivamente, è identico a questo Giù al Nord. Ora, è normale che un film basato su un’altra pellicola riprenda almeno il cinquanta per cento delle scene, magari l’ambientazione, talvolta qualche dialogo, però in generale si cerca un po’ di rinnovare: gli autori italiani invece hanno preso l’intero film e si sono limitati a tradurlo invertendo il Nord e il Sud, cambiando i nomi ed aggiungendo la componente legata al pregiudizio della criminalità meridionale che invece i francesi non hanno, lasciando inquadrature, dialoghi, immagini e gag pressoché identiche all’originale. E quindi devo ovviamente ribadire che Giù al Nord è un bel film, ben diretto, ben recitato (l’anziana mamma del co-protagonista è bravissima ed esilarante quanto la sua versione italiana), dalla trama semplice ma simpatica e anche un po’ ruffiana.

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Non parlerò dunque della realizzazione in sé, ma mi concentrerò sull’adattamento italiano e sulla difficoltà di apprezzare appieno un film simile, così legato alla cultura francese. Purtroppo, infatti, per un italiano Giù al Nord non è poi così divertente. Personalmente ho fatto spallucce sia davanti al terrore di Philippe di recarsi a Nord, visto che le cose “terribili” che gli paventano sono il freddo, la lingua diversa e il fatto che gli Ch’tis bevano (e quindi…?), sia davanti al crescente senso di meraviglia che prova vivendo lì: ora, capisco che gli si apra il cuore davanti allo splendido suono delle campane, ma fare passare per alta cucina una friggitoria beh… parliamone. Avrei capito avessero magnificato la gastronomia e i paeselli Alsaziani, ma l’intera cittadina dove va ad abitare il protagonista è di uno squallore spaventoso. E ci vuole un po’ di tempo anche ad apprezzare il doppiaggio, che inizialmente risulta parecchio ridicolo. Come già era successo, se non sbaglio, per il dialetto “pikey” parlato da Brad Pitt in Snatch, gli adattatori si sono inventati un linguaggio radicato in qualche dialetto regionale italiano ma sostanzialmente diverso. Quello parlato dagli Ch’tis parrebbe un incrocio tra il romagnolo e il pugliese, dove “cosa” diventa “coscia” e “scemo” diventa “schiemo”, con l’aggiunta di abbondanti neologismi quali “pisciotto”, “scrotaiolo”, “vaccapuzza” ecc. ecc; sarebbe forse meglio, quindi, trovarlo in originale con qualche sottotitolo, giusto per farsi un’idea di cosa sia il vero dialetto Ch’tis. Un paio di cose che, comunque, elevano questa pellicola rispetto al remake sono la scomparsa di quell’assurda “confraternita del formaggio” di cui fa parte Bisio (qui è il bastardissimo suocero, invece, a parlare a Philippe della vita del Nord) e, soprattutto, un più corretto utilizzo della pioggia torrenziale che si abbatte sul protagonista appena giunto a Nord: ha più senso che si abbatta su Philippe, dopo che il nord gli è stato descritto come una sorta di Antartide, piuttosto che su Bisio, diretto verso un caldo infernale. Detto questo, consiglio ai cinefili pignoli come la sottoscritta di guardarlo, se non altro per confrontare le due versioni e aprire la mente ad una cultura vicinissima alla nostra.

Dany Boon è il regista della pellicola, nonché interprete nei panni di Antoine. Originario proprio del nord della Francia, come regista ha già girato due film e ne ha un terzo in uscita, mentre come attore ha partecipato a Benvenuti al sud e ad altri film a me sconosciuti. Ha 44 anni e un film in uscita.

Dany-Boon-01

Kad Merad interpreta Philippe. Di origine algerina, l’attore ha partecipato al film Les Choristes – I ragazzi del coro e ad un paio di episodi del Camera Café francese. Ha 46 anni e due film in uscita.

Kad_Merad

A dimostrazione del comunque grande successo del film e dell’universalità della storia (che potrebbe essere davvero applicata a qualunque nazione del mondo, con le opportune modifiche), si vocifera che sia in progetto un remake USA dal titolo Welcome to the Sticks e, tra i papabili interpreti, gira il nome di Will Smith. Attendiamo e vediamo. Nel frattempo beccatevi il trailer originale di Giù al Nord. ENJOY!

martedì 7 dicembre 2010

Abominable (2006)

Navigando sulla rete si riescono a trovare film che sono praticamente considerati già dei cult in America, mentre qui molto probabilmente nessuno li ha mai sentiti nominare. E’ il caso di Abominable, diretto nel 2006 dal regista Ryan Schifrin, che nonostante le premesse non è poi così brutto.


Trama: Preston è un paralitico costretto sulla sedia a rotelle a causa di un incidente di montagna, dove la moglie ha perso la vita. A scopo terapeutico, anche se con estrema riluttanza, torna sul luogo della tragedia con un infermiere, solo per scoprire che i boschi della zona sono diventati il territorio di caccia di una sorta di Bigfoot.


Diciamo che raccontato così fa venire poca voglia di vederlo, per questo ero assai scettica all’inizio. Al pari degli slasher, non è che i film “di mostri” mi entusiasmino tantissimo, e l’idea stessa del bigfoot assassino mi è sempre parsa un po’ una scemenza. Proseguendo con la visione, però, ho scoperto che Abominable, pur con ovvi limiti, non è male come pensavo. Il merito va ad una trama e ad una realizzazione che uniscono clichè del genere (i boschi, la presenza che c’è, si sente, si percepisce ma non si vede) ad un’idea legata interamente al genio di Hitchcock, ovvero quella dell’uomo costretto all’immobilità che si ritrova, impotente, a fare il “guardone” armato di binocolo e a testimoniare eventi inquietanti col rischio di non essere creduto da chi dovrebbe assisterlo. In La finestra sul cortile il bel James Stewart aveva solo una gamba ingessata e sicuramente non aveva a che fare né col Bigfoot né con l’infermiere più bastardo che la storia del cinema ricordi (dopo Annie in Misery non deve morire, ma lì la questione era un po’ diversa…), ma i tempi sono cambiati, il genere anche, quindi gli sceneggiatori hanno dovuto inserire un bel po’ di limiti, esagerazioni e gore (che pure in questo caso è limitato a qualche morso ben dato) in più.


Abominable-37Ovvio che un film simile non è esente comunque da tocchi trash e scemenze assortite. La cosa che salta all’occhio è l’improponibile makeup del mostro, che ha la stessa identica faccia di Gimli ne Il Signore degli anelli ma in più è corredato di zanne e di un’altezza che supera i due metri. L’altra cosa che perplime è la sostanziale idiozia e bastardaggine di tutti i personaggi secondari coinvolti o quasi: oltre al già citato infermiere, che prende a schiaffi ubriaco fradicio il paraplegico solo per farlo smettere di parlare del bigfoot, ci sono uno sceriffo superficiale e menefreghista, un cretino con problemi respiratori che piuttosto che starsene a casa va a caccia nella foresta con la bombola d’ossigeno appresso e dulcis in fundus un gruppo di sgallettate in ritiro per un addio al nubilato messe lì apposta per fungere da carne da macello (e deliziare l’occhio dello spettatore guardone…). Corredano il tutto un paio di nomi “storici” del cinema horror e di genere, guest star come la Dee Wallace de L’Ululato, Lance Henriksen e Jeffrey Combs (protagonista della cultissima serie dei Re – Animator), a completare un cast di attori che nel complesso non sono malvagi. Insomma, Abominable è un filmetto senza pretese ma godibile e divertente, ho visto davvero di molto peggio.


Di Dee Wallace, che compare in un brevissimo cameo all’inizio, ho parlato qui.

Ryan Schifrin è il regista e sceneggiatore del film. Argentino, figlio di Lalo Schifrin (compositore assai famoso, responsabile di pezzi storici come Mission Impossible, giusto per fare un esempio), è al suo primo lungometraggio visto che gli altri tre film che ha realizzato sono dei corti. Ha 37 anni.


Matt McCoy interpreta Preston. Attore americano non troppo famoso in effetti, lo ricordo per film come Scuola di polizia V: destinazione Miami, Scuola di polizia VI: la città è assediata, La mano sulla culla e L.A. Confidential, mentre per la tv ha partecipato a episodi de La signora in giallo, Star Trek: Next Generation, Avvocati a Los Angeles, La tata, Melrose Place, N.Y.P.D., Sabrina – Vita da strega, Six Feet Under, CSI: NY e Senza traccia. Ha 52 anni.


Lance Henriksen compare nei panni del cacciatore Ziegler. Se siete cresciuti nell’epoca in cui X-Files era un must, sicuramente vi ricorderete anche di una serie assai simile ma molto meno duratura e “quotata”, ovvero Millenium, di cui lui era il protagonista. L’attore ha anche un interessante curriculum cinematografico; tra i suoi film ricordo Quel pomeriggio di un giorno da cani, Quinto potere, Incontri ravvicinati del terzo tipo, La maledizione di Damien, Pirahna paura, Terminator, Aliens – Scontro finale, La casa 7, Alien3, Super Mario Bros, Pronti a morire, Scream 3 e Il corpo di Jennifer. Ha lavorato anche come doppiatore nel Tarzan della Disney e ha partecipato a telefilm come A – Team, Racconti di mezzanotte e X – Files. Ha 70 anni e la bellezza di nove film in uscita.


Jeffrey Combs interpreta il commesso con problemi polmonari. Americano e veterano di innumerevoli produzioni horror, lo ricordo per film come il già citato Re – Animator, Re – Animator 2, Love & una 45, lo splendido Sospesi nel tempo, l’orrido Incubo finale, Il mistero della casa sulla collina, Beyond Re – Animator e All Souls Day: Dia de los muertos, mentre per la tv è comparso in Freddy’s Nightmares, Hunter, Flash, Più forte ragazzi, CSI, Masters of Horror, The 4400 e Cold Case. Ha 56 anni e cinque film in progetto, tra cui un ennesimo probabile seguito di Re – Animator dal titolo House of Re - Animator.


1809859054_6140df126fUna curiosità: Christien Tinsley, che interpreta l’infermiere Otis, è stato nominato all’Oscar per il makeup de La Passione, controverso film di Mel Gibson. Vi fosse piaciuto Abominable, consiglio di vedere Cabin Fever (per la paranoia da isolamento, appunto) oppure L’ululato, simile per ambientazioni e genere ma nettamente superiore, anche per la critica sociale che affronta. E ora vi lascio con il trailer del film.... ENJOY!!

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