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martedì 4 giugno 2019

Rocketman (2019)

Domenica sera sono andata assieme al Bolluomo a vedere Rocketman, diretto dal regista Dexter Fletcher.


Trama: vita di Elton John, dal successo agli eccessi, tra famiglie disastrate, amici sinceri, amanti fasulli e tante canzoni...


Come ho scritto su Facebook, l'unico problema che ho avuto con l'adorabile Rocketman è semplicemente la mia Crassa ignoranza. Se con Bohemian Rhapsody, pur non essendo fan scatenata dei Queen, mi ero ritrovata a conoscere comunque tutte le canzoni riuscendo ad impegnarmi in un sing along, in questo caso ho avuto parecchie difficoltà, perché le canzoni conosciute di Elton John le conto sulle dita delle mani. Inoltre, la struttura dei due film è (fortunatamente, aggiungerei) molto diversa. In Bohemian Rhapsody c'era una storia edulcorata che faceva da vetrina alle canzoni più iconiche dei Queen, ottima operazione commerciale che ha fruttato miliardi ai membri superstiti del gruppo, rilanciandone la carriera in maniera inaudita; Rocketman è invece un musical vero e proprio e la storia, assai poco lusinghiera nei confronti del protagonista, si sviluppa attraverso i testi delle canzoni di Elton John, con realtà e testi delle stesse a compenetrarsi. Inutile dire quindi che, da amante del genere, ho apprezzato molto di più la seconda pellicola, un'opera costantemente a braccetto col kitsch come del resto è, da sempre, il personaggio Elton John, al cui confronto Freddy Mercury era il trionfo della sobrietà. Rocketman si sviluppa come un florilegio di numeri musicali raccontati in prima persona da un Elton ormai al capolinea dopo vent'anni passati ad uccidersi di stravizi (droghe, sesso, alcool, cibo), solo col suo dolore e a un passo dal suicidio; un'infanzia priva di amore da parte dei genitori ma zeppa di soddisfazioni in ambito musicale lascia il passo a un'adolescenza e una giovinezza dove le porte del successo si sono spalancate quasi senza fatica, sotto l'occhio attento ma non troppo dell'amico di sempre Bernie Taupin (ignorant fact #1: credevo che i testi Elton se li scrivesse da solo, invece sono quasi tutta farina del sacco di costui), prima che il legame col manager John Reid trascinasse il giovane cantante in una spirale autodistruttiva (ignorant fact #2: Reid è stato anche manager dei Queen, in Bohemian Rhapsody lo interpretava Ditocorto) fatta di autocommiserazione, solitudine e passi falsi (ignorant fact #3 e poi smetto: Elton John si è sposato con una donna negli anni '80). Fa strano vedere, sul finale, il nome di Elton John come produttore di un film che, in definitiva, è il frutto di una mente allucinata dalle droghe, senza alcuna pretesa di realismo ma anche privo della volontà di santificare il cantante come successo invece a Freddy Mercury. E' vero, anche in questo caso, che il padre e la madre di Elton John sono personaggi molto connotati negativamente, così come John Reid, tuttavia viene spesso sottolineato, assieme al bisogno d'amore di Elton, anche la sua natura di testa di pazzo umorale e mollusco senza spina dorsale, quindi il cantante merita il plauso per aver accettato ed incoraggiato questo ritratto in bilico tra la lusinga e la "critica".


Libero dagli influssi nefasti di un Bryan Singer mai così anonimo, Dexter Fletcher può appropriarsi dell'intera operazione e sfogarsi affiancando all'ispirazione reale tutta una serie di fantasticherie da musical all'interno delle quali le mise stravaganti di Elton John sono la ciliegina sulla torta. Personaggi che ballano in mezzo alla strada, il protagonista che guarda direttamente in camera rompendo la quarta parete, protagonisti che, come in ogni musical che si rispetti, danno voce ai loro sentimenti più nascosti attraverso il potere del canto, numeri musicali che cicciano fuori inaspettatamente, anche nei momenti maggiormente tragici (il tentato suicidio di Elton che diventa, senza soluzione di continuità, l'anticamera dell'ennesimo concerto), sono tutti elementi che catturano lo spettatore e lo mettono nella disposizione d'animo d'ignorare qualsiasi data "sbagliata", qualsiasi libertà storica, godendo della "regina" Elton e del folle florilegio psichedelico della sua mente obnubilata. Taron Egerton, le cui doti canore si potevano apprezzare già nell'esilarante Sing, mette voce e mimica nella "sua" versione del famoso cantante, senza alcuna pretesa di realismo ma con passione da vendere, e il risultato a mio avviso è favoloso; il fanciullo riesce a creare un Elton John alternativamente sexy (mai avrei pensato di definire il baronetto sexy, ve lo giuro!), goffo, esaltante o semplicemente ridicolo; commuove fino alle lacrime durante l'interpretazione di Your Song (o forse sono io che, dopo Moulin Rouge, non riesco più ad ascoltarla senza piangere come un vitello) e fa letteralmente saltare sulla poltrona con le note di Crocodile Rock, solo per citare due dei numeri che più mi sono rimasti impressi. Di più, non ha vergogna di mostrarsi sfatto come un animale e, tra una smorfietta e l'altra, è riuscito persino a portarsi a casa la censura russa per scene omosessuali particolarmente appassionate, altro che i bacetti casti di Bohemian Rhapsody. L'unico difetto di Rocketman, se di difetto si può parlare, è che non avrà mai la medesima risonanza mediatico/commerciale del biopic su Freddy Mercury poiché è di fruizione assai più difficile, soprattutto per un pubblico italiano (le canzoni sono tutte sottotitolate in quanto spesso sostituiscono i dialoghi), e poi perché, diciamocelo, la musica di Elton John non è "popolare" come quella dei Queen (popolare in senso buono. Personalmente, per esempio, preferisco lo stile di questi ultimi) né altrettanto particolare. Se però amate i musical correte al cinema anche se non conoscete a menadito Elton John, non ve ne pentirete!


Di Taron Egerton (Elton John), Jamie Bell (Bernie Taupin), Bryce Dallas Howard (Sheila) e Stephen Graham (Dick James) ho già parlato ai rispettivi link.

Dexter Fletcher è il regista della pellicola. Inglese, ha diretto film come Eddie the Eagle - Il coraggio della follia e Bohemian Rhapsody, subentrando a Bryan Singer quando quest'ultimo è stato licenziato. Anche attore, sceneggiatore e produttore, ha 53 anni.


Richard Madden interpreta John Reid. Inglese, ha partecipato a film come I segreti della mente, Cenerentola e a serie quali Il trono di spade e I Medici. Anche produttore, ha 33 anni e un film in uscita.


Tom Hardy avrebbe dovuto interpretare Elton John ma nel corso degli anni di "gestazione" della pellicola l'attore si è riempito di impegni e ha dovuto rinunciare; altri attori contemplati per la parte erano James McAvoy, Tom Cruise, Daniel Radcliffe e Justin Timberlake, quest'ultimo scelto dallo stesso cantante. Non è la prima volta che Taron Egerton ha a che fare con Elton John: i due avevano partecipato al film Kingsman: Il cerchio d'oro e in Sing l'attore cantava I'm Still Standing. Se Rocketman vi fosse piaciuto recuperate il pluricitato Bohemian Rhapsody e magari aggiungete anche Dietro i candelabri e Billy Elliot. ENJOY!


martedì 10 luglio 2012

50 e 50 (2011)

Mi accade fin troppo spesso, complice la pessima distribuzione italiana o l’assenza di amici desiderosi di immolarsi, di perdere i pochi bei film che approdano nelle nostre sale cinematografiche. Per fortuna esiste l’opzione recupero, però, e in questi giorni sono riuscita a guardare il bellissimo 50 e 50 (50/50) diretto nel 2011 dal regista Jonathan Levine.


Trama: Adam è un ragazzo come tanti altri, ha un lavoro, un migliore amico completamente folle, una ragazza che lo ama e una famiglia. Un giorno scopre di avere una forma avanzata e gravissima di cancro, che gli offre solo il 50% di possibilità di sopravvivere…


Di solito evito i film che parlano di cancro o altre malattie più o meno gravi, perché sono molto ipocondriaca e mi basta sentire parlare di qualcosa per cominciare ad avvertire sintomi simili e vivere con l’ansia per almeno un mese, però questa volta ho fatto un’eccezione perché adoro Joseph Gordon – Levitt e perché di questo 50 e 50 avevo sentito parlare molto bene. Ora, ovviamente, avverto un leggero mal di schiena (cosa ci posso fare..? -.-), ma sono anche contenta di avere visto un film bellissimo, divertente e toccante allo stesso tempo. Il rischio di questo genere di pellicole, infatti, è quello di essere o dei drammoni insopportabili totalmente incentrati sul dolore e sul calvario del malato e dei suoi cari, oppure delle supercazzole superficiali e assolutamente inverosimili, mentre 50 e 50 riesce a trovare un miracoloso equilibrio tra questi due estremi.


La storia di Adam, basata su fatti purtroppo realmente accaduti, viene narrata attraverso un registro sicuramente “leggero” ma anche molto naturale, realistico, e alterna momenti di puro divertimento ad altri di sincera commozione. Si potrebbe dire che 50 e 50 è un film dolceamaro come la vita stessa, fatto di speranze e delusioni, piccole vittorie e grandi sconfitte, personaggi semplici ma dal cuore grande e altri purtroppo banalmente abietti nella loro bassa superficialità; lo sceneggiatore Will Reiser, che si è basato sulla propria esperienza personale per scrivere il film (ha scoperto di avere un cancro ed è stato proprio Seth Rogen ad aiutarlo a superare il dramma), non ci dipinge il cancro come una passeggiata, anzi, ma sceglie di concentrarsi di più sull’aspetto umano della malattia, sul modo in cui Adam e chi lo circonda riescono ad affrontarla o a soccombere alla sua gravità. 50 e 50 non ci mostra quindi “supereroi” o professoroni illuminati, ma esseri umani impacciati, impreparati ad affrontare una cosa devastante come il cancro, problematici e spesso egoisti, talmente vicini alla nostra natura che arriviamo ad affezionarci a loro senza nemmeno rendercene conto.


Le performance degli attori, accompagnate da una colonna sonora molto bella e per nulla “invasiva”,  sono molto naturali e quasi mai sopra le righe: Joseph Gordon – Levitt offre un’interpretazione misurata, che incarna tutta la dignità, la paura, l’insicurezza di un ragazzo troppo giovane per avere il destino ormai segnato da una malattia incurabile, Bryce Dallas Howard si trova ormai estremamente a suo agio nei ruoli di algida stronza®, Anna Kendrick infine è la sua degna controparte, una giovanissima ed impacciata dottoressa che segue alla lettera il protocollo quando deve trattare con i suoi difficili pazienti. Ma il personaggio forse più sfaccettato e sicuramente di maggior impatto è Kyle, interpretato con maestria dal vulcanico Seth Rogen, perché è la fedelissima rappresentazione dell’amico coglione (e scusate il francese), apparentemente superficiale e anche profittatore, ma sicuramente instancabile ed insostituibile, l’unico che non smette di trattare Adam come una persona normale neppure per un istante e gli sta accanto fino alla fine; la faccia da babbalone dell’attore e il suo comico, meraviglioso vocione, offrono allo spettatore i momenti più esilaranti dell’intera pellicola e riescono a sdrammatizzare situazioni delicate come il momento in cui Adam decide di rasarsi a zero, il confronto con Rachael o l’operazione finale. Anche per questo motivo, 50 e 50 è un film che andrebbe assolutamente guardato soprattutto in lingua originale, perché da quando ho visto Paul non riesco assolutamente ad immaginarmi un degno doppiaggio italiano per Seth Rogen. Se non siete “anglofoni”, comunque, non preoccupatevi: l’importante è che riusciate a procurarvi e a guardare questa carinissima, divertente e commovente pellicola.


Di Joseph Gordon – Levitt (Adam), Seth Rogen (Kyle), Bryce Dallas Howard (Rachael) e Matt Frewer (Mitch) ho già parlato nei rispettivi link.

Jonathan Levine è il regista della pellicola. Americano, ha diretto film come All the Boys Love Mandy Lane e Fa la cosa sbagliata. Anche sceneggiatore, ha 36 anni e un film in uscita.


Anna Kendrick interpreta Katherine. Americana, ha partecipato a film come Twilight (con tutti i suoi seguiti) e Scott Pilgrim vs. the World, inoltre ha doppiato un episodio de I griffin. Ha 27 anni e sei film in uscita.


Anjelica Huston interpreta la madre di Adam, Diane. Sicuramente una delle mie attrici preferite, la ricordo per film come Qualcuno volò sul nido del cuculo, Il postino suona sempre due volte, L’onore dei Prizzi (film che le è valso l’Oscar come miglior attrice non protagonista), Chi ha paura delle streghe?, La famiglia Addams, La famiglia Addams 2, Tre giorni per la verità, I Tenenbaum, Le avventure acquatiche di Steve Zissou e Il treno per il Darjeeling; ha partecipato ad alcuni episodi della serie Medium e ne ha doppiato altri di American Dad!. Anche regista e produttrice, ha 61 anni.


Philip Baker Hall interpreta Alan. Americano, lo ricordo per film come Ghostbusters II, Il bacio della morte, The Rock, Air Force One, Boogie Nights – L’altra Hollywood, The Truman Show, Nemico Pubblico, Psycho, Magnolia, Il talento di Mr. Ripley, Una settimana da Dio, Amityville Horror, Zodiac e serie come MASH, Miami Vice, Casa Keaton, La signora in giallo e Millenium. Ha 81 anni e tre film in uscita.


James McAvoy avrebbe dovuto interpretare Adam, ma ha dovuto rinunciare poco prima delle riprese. E’ stato proprio Seth Rogen a proporre Joseph Gordon – Levitt come sostituto, e devo dire che ho preferito quest’opzione alla prima! Detto questo… ENJOY!

giovedì 26 gennaio 2012

The Help (2011)

Dopo la mezza delusione de La talpa, ieri sera sono andata a vedere The Help, diretto dal regista Tate Taylor e tratto dall’omonimo romanzo di Kathryn Stockett, altro film da cui mi aspettavo tantissimo. E questa volta è stato all’altezza delle aspettative!


Trama: Mississippi, primi anni ’60. L’altoborghese Skeeter, spinta dal desiderio di diventare una scrittrice famosa, decide di raccogliere le testimonianze delle cameriere “negre” sfruttate e ghettizzate dalla popolazione bianca del piccolo paesino in cui è nata. Sarà uno scandalo, ancor prima che un successo.


"Tu sei brava. Tu sei carina. Tu sei importante". Quanta meravigliosa dolcezza racchiusa in questo mantra che la cameriera di colore Aibileen ripete alla piccola, biondissima Mae Moblin, per farle e farsi coraggio. Mi viene un groppo in gola ancora adesso. Lo sapevo, infatti, che The Help sarebbe stato uno di quei film che avrei adorato. Innanzitutto, l’ho amato per come affronta con leggerezza un tema difficile e sconcertante come la segregazione razziale, inserendolo ovviamente in un contesto reale e storicamente ben definito, senza scadere nella farsa o nel patetismo. Lo fa grazie ad una sceneggiatura solidissima, che alterna momenti di pura ilarità ad altri di enorme commozione, senza ricorrere al binomio “bianchi cattivi e neri buoni”ma, anzi, confondendo un po’ le carte man mano che il film prosegue. E l’ho amato, ovviamente, per l’assoluta bellezza dei costumi e delle scenografie, degno complemento di interpreti praticamente perfetti, mai sopra le righe o caricaturali.


Non avendo mai letto il romanzo (che però è lì che aspetta sul comodino, speriamo di riuscire a cominciarlo entro la fine della settimana prossima) non posso ovviamente fare confronti con l’opera scritta, ma a prescindere questo The Help è splendido anche preso come film a sé stante. E’ impossibile infatti non affezionarsi a questi testardi, coraggiosi e umanissimi personaggi o non farsi prendere dalla vicenda raccontata. Innanzitutto, la giovane che da inizio a tutta la vicenda, Skeeter, non è affatto una superdonna o chissà quale colta attivista per i diritti dei neri, ma semplicemente una “diversa”, prigioniera di uno stato, di un paesino e di una famiglia dalle vedute assai ristrette, se non addirittura pericolosamente ingiuste. Certo, la sua situazione è ovviamente migliore rispetto a quella delle cameriere (o forse sarebbe meglio dire schiave) Abileen e Minny, ma anche lei è comunque “ghettizzata” in quanto ha preferito andare all’università piuttosto che sposarsi e avere figli come tutte le sue coetanee, capitanate e plagiate dall’”algida stronza”* Hilly (una Bryce Dallas Howards semplicemente fantastica!). La ribellione agli usi e costumi del paesino parte da lei e, come un incendio lento ma costante, si propaga attraverso tutta la comunità nera fino a toccare anche la seconda outsider bianca del luogo, l’apparentemente vanesia Celia, tenuta fuori dal gruppo di signore bene perché rea di avere rubato il fidanzato ad Hilly e di non averci fatto nemmeno un figlio insieme.


Man mano che il film prosegue e davanti ai nostri occhi si alternano momenti esilaranti (la scena dei cessi abbandonati nel cortile di Hilly o l’ormai famigerato “eat my shit” della geniale Minny), drammatici (la fuga di Aibileen dopo l’omicidio del ragazzo di colore da parte del Ku Klux Klan) o profondamente commoventi (quando Aibileen racconta del figlio, quando Celia, in una splendida sequenza ambientata in giardino, rivela allo spettatore il suo triste segreto, per non parlare dello straziante addio tra Aibileen e la meravigliosa, paffutissima, dolcissima Mae Mobley) il libro che da il titolo al film, The Help, prende forma e le storie passate si mescolano a quelle presenti, facendoci a poco a poco scoprire la vera natura dei personaggi, anche di quelli che apparentemente hanno un solo volto o appaiono poco importanti per l'economia della vicenda. Il regista mescola con naturalezza il presente a pochi, mirati flashback che aiutano a capire da cosa derivino la scelta di Skeeter, il suo rapporto con la madre e la particolare tolleranza ed apertura mentale della ragazza, arricchendo la pellicola con altri momenti a dir poco emozionanti e diretti con una sensibilità e un'attenzione invidiabili.


E dopo tutto quello che ho scritto, la cosa più importante, quella che mi ha fatto amare ancora di più The Help, è stata la coraggiosa scelta di optare per un happy ending dal sapore molto amaro, dove la maggior parte delle situazioni si chiudono felicemente, ma non per tutti e non completamente. Come a dire che non basta solo un libro per cambiare le cose, perché l'ignoranza e la stupidità sono dure a morire. Ma l'importante è che riesca a fare soffiare il vento della libertà e a tener viva la speranza. Al momento, la mia sarebbe quella di vedere Viola Davis, Jessica Chastain oppure Octavia Spencer con l'ambito Oscar tra le mani, visto che con tutti i pesi massimi candidati come miglior film sarebbe improbabile (e anche un po' ingiusto in effetti) che The Help vincesse il premio. Aspettiamo e vediamo, dunque. Ma voi non aspettate e fiondatevi al cinema a guardare questa piccola, preziosissima perla.


Di Emma Stone (Skeeter), Bryce Dallas Howard (Hilly), Jessica Chastain (Celia), Sissy Spacek (Missus Walters), Mike Vogel (Johnny) ho già parlato nei rispettivi link.

Tate Taylor è il regista e sceneggiatore della pellicola. Nato nello stato del Mississippi, amico della scrittrice Kathryn Stockett, è al suo terzo film. Anche attore e produttore, dovrebbe avere sui 40 anni.


Viola Davis interpreta Aibileen. Americana, ha partecipato a film come Out of Sight, Traffic, Lontano dal paradiso, Syriana, World Trade Center, Il dubbio (che le è valso la nomination all’Oscar come miglior attrice non protagonista) e Innocenti bugie, oltre a serie come NYPD, CSI e Senza traccia. Anche produttrice, ha 47 anni e due film in uscita, tra cui Molto forte, incredibilmente vicino.


Octavia Spencer interpreta Minny. Americana, ha partecipato a film come Mai stata baciata, Essere John Malkovich, Spider - Man, Babbo bastardo, Drag Me to Hell, Halloween II e a serie come E.R. medici in prima linea, Roswell, X - Files, Malcom, Dharma & Greg, NYPD, CSI: NY, Medium, Ugly Betty, CSI e Dollhouse. Anche regista, sceneggiatrice e produttrice, ha 40 anni e tre film in uscita.


Allison Janney interpreta la madre di Skeeter, Charlotte. Americana, ha partecipato a film come Wolf - La belva è fuori, Tempesta di ghiaccio, Sei giorni sette notti, 10 cose che odio di te, American Beauty, The Hours, doppiato un personaggio di Alla ricerca di Nemo oltre ad alcuni episodi de I Griffin e Phineas and Ferb, infine ha partecipato alle serie Weeds, Due uomini e mezzo e Lost. Ha 53 anni e quattro film in uscita.


Tra gli altri attori coinvolti segnalo Cicely Tyson (Constantine), già apparsa nel bellissimo Pomodori verdi fritti alla fermata del treno e Dana Ivey (Gracie Higginbotham), che interpretava Margaret negli esilaranti film dedicati a La famiglia Addams. ENJOY!!


*copyright: Antro Atomico del Dottor Manhattan

martedì 11 gennaio 2011

Hereafter (2010)

Domenica sono andata a vedere Hereafter, l’ultimo film di Clint Eastwood. Sono andata in fiducia, visto che il buon Clint, come regista, fa sempre dei film molto belli e per nulla banali. Purtroppo la fiducia questa volta non è stata ripagata come speravo…

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Trama: Hereafter racconta l’esperienza con la morte e i defunti di tre personaggi diversi. Marie è una giornalista francese che sopravvive per puro miracolo ad uno tsunami; George è un operaio perseguitato dalla sua capacità di entrare in contatto con l’aldilà; Marcus è un bambino che ha appena perso il gemello in un incidente d’auto.

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Cerchiamo di raccapezzarci un attimo. Non posso dire che Hereafter sia un brutto film. Innanzitutto è girato benissimo. La scena iniziale, dove viene mostrato lo tsunami che si abbatte sull’isola, è di un realismo spaventoso perché si concentra non tanto sulla catastroficità dell’evento, ma sulla sua assoluta imprevedibilità; un minuto prima vediamo i personaggi tranquilli, impegnati in piccoli litigi, nello shopping vacanziero, e un minuto dopo, senza preavviso, l’onda si schianta sulla cittadina travolgendo tutto e tutti, proprio come è successo in Indonesia e ad Haiti neppure troppo tempo fa. Gli attori sono bravissimi, ognuno di loro impegnato al massimo per infondere realismo e sentimento a dei personaggi che ci sono assai vicini per la loro normalità, per il loro essere umani, chi incuriosito, chi spaventato, chi scioccato dalla morte o dalla sua vicinanza. Hereafter ci mostra tre modi di affrontare la morte, che possono essere condivisibili o meno: Marie viene toccata da un’esperienza spaventosa che sconvolge il suo mondo, e la sua forza è quella di cercare di capire e modificare la sua vita di conseguenza, senza tirarsi indietro. George invece cerca di fuggire a quello che lui percepisce non come un dono o una fonte di sostentamento, ma come un handicap che gli impedisce di vivere un’esistenza normale, che lo isola dagli altri. Infine, Marcus cerca di fare fronte come può alla morte del gemello “più grande di pochi minuti”, all’assenza della sua forza, del suo sostegno all’interno di una situazione familiare disastrata, e cerca di trovare un modo per entrare in contatto con lui. Sono tre storie a modo loro commoventi, interessanti, che si snodano mostrandoci la terribile solitudine dei protagonisti e che si intrecciano verso la fine del film, concludendolo con uno spiraglio di speranza per i personaggi, che non sono più costretti a rimanere soli davanti alle loro terribili esperienze, e per lo spettatore.

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Però. Però Herafter è un film noioso. Scusate, mi dispiace dirlo, è un giudizio che non amo dare, ma in questo caso è l’assoluta verità. Per quanto le storie narrate siano a tratti commoventi, a volte anche interessanti, ciò non toglie che ci siano troppi momenti morti nel film e che Hereafter decolli solo verso la fine, quando i destini dei tre personaggi si uniscono. Un po’ poco, visto che nel frattempo è passata un’ora e mezza in cui i protagonisti, in pratica, si limitano a vagare cercando risposte che non trovano. Il secondo però è che certi episodi sembrano creati a tavolino per fare piangere e sfruttano clichè talmente banali che, francamente, non mi aspettavo da Clint Eastwood: in primis, la morte del fratello di Marcus. Ma quanti ragazzini sono morti in questo modo nei film? Ma possibile che ci debbano sempre essere dei bulletti dietro l’angolo che ti fanno andare incontro alla morte senza volerlo? E basta, diamine. Così come non è possibile che ogni “sporco” segreto di fanciulla sia legato ad un’infanzia dove il padre si dilettava ad abusare della figlia salvo poi pentirsi nella morte. E l’ultimo però… il finale. Qualcosa che lascia gli spettatori a fissare lo schermo con un “e quindi…?” sospeso nell’aria, condito da un’infantile visione di un George innamorato e speranzoso di avere una vita felice con Marie, l’unica in grado di capirlo, altro escamotage di una banalità sconcertante. L’impressione finale, insomma, è quella di aver visto un film che, in fin dei conti, non racconta nulla, non emoziona, non meraviglia; qualcosa che rimane “sospeso”, perché secondo me ci sarebbero state molte cose ben più interessanti da dire ancora sui tre personaggi, e soprattutto la reciproca influenza avrebbe dovuto essere analizzata un po’ di più, e resa il fulcro del film. Peccato, davvero peccato.

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Di Matt Damon, che interpreta George, ho già parlato qui. Dell’irriconoscibile (ma brava!) Cecile De France ho scritto qua.

Clint Eastwood è il regista del film. Uno dei più famosi e bravi autori americani, oltre che attore cult, lo ricordo per film come Gli spietati, Un mondo perfetto, I ponti di Madison County, Potere assoluto, Gli Spietati (che ha vinto l’Oscar come miglior film e regia), il bellissimo Mezzanotte nel giardino del bene e del male, lo splendido Mystic River, Million Dollar Baby (che gli ha fruttato l’Oscar per la miglior regia e miglior film) e Gran Torino. Ha 81 anni e un film in uscita, sempre come regista, un biopic su J. Edgar Hoover dove il protagonista sarà Leonardo di Caprio, affiancato da Charlize Theron e Judi Dench.

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Bryce Dallas Howard interpreta Melanie. Figlia del regista Ron Howard, la ricordo per aver interpretato la ninfa in uno dei film più brutti che abbia mai visto, Lady in the Water, oltre che ad aver recitato in Apollo 13, Il Grinch, The Village, e doppiato un episodio de I Griffin. Ha 30 anni e due film in uscita.

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Derek Jacobi interpreta sé stesso, come narratore designato dei racconti di Charles Dickens, di cui George è un grande fan. Famosissimo attore inglese, lo ricordo per film come Otello, Il giorno dello Sciacallo, Hamlet, Il gladiatore e Gosford Park, mentre come doppiatore lo possiamo ascoltare in Brisby e il segreto di Nihm. Ha 73 anni e sei film in uscita.

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E ora un paio di curiosità. Per la gioia mia e di tutti i fan de I Soprano, il cuoco che gestisce il corso di cucina seguito da George altri non è che Steve Schirripa, che nella serie interpretava il dolcissimo (per i canoni di un mafioso, ovvio…) Bobby Baccalieri, detto Baccalà. Personalmente, se cercate un bel film che parla di aldilà e del rapporto dei morti con i vivi, vi consiglierei di vedere Il sesto senso, Amabili resti, Sospesi nel tempo, persino Al di là dei sogni o Ghost se proprio amate le storie “sentimentali”. Al momento non me ne vengono in mente altri, quindi vi lascio al trailer originale dii Hereafter.. ENJOY!

 

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