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martedì 12 dicembre 2017

Assassinio sull'Orient Express (2017)

Con calma (c'era il ponte, ho cazzeggiato, lo ammetto!) arrivo a parlare anche di Assassinio sull'Orient Express (Murder on the Orient Express), diretto da Kenneth Branagh e tratto dal giallo omonimo di Agatha Christie.


Trama: durante un viaggio sull'Orient Express il famoso investigatore Hercule Poirot si ritrova per le mani un caso di omicidio. Una valanga improvvisa blocca la corsa del treno e Poirot ha tempo solo finché non arriveranno i soccorsi e libereranno le rotaie per scoprire l'identità dell'assassino!


Come già scritto nella solita rubrica delle uscite settimanali, ho avuto la (s)fortuna di vedere Assassinio sull'Orient Express di Sidney Lumet solo una volta nella vita, da bambina, e di non avere mai letto il giallo di Agatha Christie. Oltre quindi a non ricordare NULLA relativamente alla risoluzione del caso non ho potuto nemmeno venire sopraffatta dall'effetto nostalgia legato alla pellicola, quella sensazione canaglia che ti prende proprio quando non vuoi e ti porta a rompere le palle alla gente dicendo "eeeeh, ma Albert Finney era un Poirot migliore, eh ma cosa mi significano quei baffoni signora mia, ah ma la Bergman era ben più sopraffina di quel rattu penigu della Cruz!". Posso dire perciò di essere una delle poche persone al mondo che si è approcciata al film di Branagh in totale letizia ed assoluta ignoranza, pronta a godersi un giallo all-star pregando il signoruzzo che la coppia di anziani burini parlanti seduti accanto a lei non spoilerassero il finale durante uno dei loro interminabili dialoghi. In virtù di ciò, mi sento di affermare innanzitutto che Kenneth Branagh dietro la macchina da presa è sempre e comunque un signore. Aiutato da un bel reparto effetti speciali capace di realizzare delle splendide sequenze panoramiche e momenti di pura suspance in mezzo alla neve, quelle belle scene in cui chi (come me) soffre di vertigini rischia di farsi venire un embolo e crepare in mezzo alla sala, lord Branagh confeziona un gioiellino capace di intrattenere innanzitutto gli occhi, assai vivace dal punto di vista delle inquadrature che riescono a dilatare lo spazio ristretto di un treno. La scelta di riprendere le carrozze dall'alto, come se non avessero un soffitto, oppure quella di scomporre l'immagine in tanti prismi illuminati da una calda luce artificiale, piuttosto che l'ennesima citazione di un'opera d'arte sul finale (in Cenerentola c'era Fragonard, qui addirittura Leonardo Da Vinci con L'ultima cena) o i flashback in bianco e nero sono tutti eleganti tocchi di stile che si sommano all'eleganza dei costumi e delle scenografie e rendono Assassinio sull'Orient Express un film di indubbia bellezza "formale". E benché non abbia visto la pellicola in lingua originale mi è sembrato che gli attori fossero tutti molto in parte, soprattutto la splendida Michelle Pfeiffer (la quale mi pare stia vivendo una seconda giovinezza e non posso che esserne felice), e persino Johnny Depp mi è sembrato lontano, per una volta, dalle terrificanti macchiette da lui interpretate negli ultimi tempi. Quindi cos'è che mi ha portata, al termine della visione, a relegare Assassinio sull'Orient Express tra i dimenticabili del 2017?


Il motivo ha un nome e un cognome e non può che essere Kenneth Branagh. Intendiamoci, io andrei a vedere persino una recita parrocchiale se ci fosse coinvolto Kenneth Branagh, però Assassinio sull'Orient Express è già il secondo film di seguito, tra quelli da lui diretti, che mi fa cadere i marroni non tanto per la noia, quanto per la tracotanza che traspare da ogni fotogramma, da ogni singolo pelo di baffo insistentemente messo in primo piano. Poirot non nasce come personaggio simpatico, per carità, però in questa versione è ancora più insopportabile del normale, un mix tra l'investigatore classico e un maestro della deduzione alla Sherlock Holmes (anche dal punto di vista "fisico" visto che riesce a prevedere le mosse del nemico e neutralizzarle come l'Holmes di Guy Ritchie), con la terrificante aggiunta di una passione per gli spiegoni demoralizzanti, filosofici ed aulici: vedere Kenneth Branagh sospirare una mezza dozzina di volte davanti al ritratto dell'amata o perdersi in elucubrazioni sul senso della vita e la natura del male, col faccione preoccupato ad occupare interamente lo schermo del cinema come nemmeno quel bolso di Tom Hanks nel vecchio Il codice Da Vinci visto in prima fila, abbiate pazienza ma mi ha causato un po' di orchite, spezzando il naturale, dinamico andamento della vicenda più volte di quanto non fosse necessario. Per carità, senza questi excursus probabilmente il metraggio del film sarebbe stato ridotto e la trama sarebbe risultata troppo semplice ma sinceramente avrei preferito un po' più di ironia e maggior coesione all'interno delle indagini, talmente prolisse e dispersive da risultare in qualche modo "faticose" da seguire per chi, come me, non era a conoscenza dell'esito finale. E comunque s'è lamentato anche Toto accanto a me quindi se non è piaciuto a lui il film chi sono io per contestare un giudizio ben più affidabile del mio? Che poi, non piaciuto... diciamo che è il solito film senza infamia né lode pompato da un enorme battage pubblicitario che alza le aspettative dello spettatore all'inverosimile per poi deluderle, quindi magari sono stata troppo dura e qualcuno potrebbe invece trovarlo uno dei migliori film dell'anno. Non io, però.


Del regista Kenneth Branagh, che interpreta anche Hercule Poirot, ho già parlato QUI. Penélope Cruz (Pilar Estravados), Johnny Depp (Edward Ratchett), Derek Jacobi (Edward Henry Masterman), Lucy Boynton (Contessa Elena Andrenyi), Marwan Kenzari (Pierre Michel), Michelle Pfeiffer (Caroline Hubbard), Judi Dench (Principessa Dragomiroff), Olivia Colman (Hildegarde Schmidt) e Willem Dafoe (Gerhard Hardman) li trovate invece ai rispettivi link.

Daisy Ridley interpreta Miss Mary Debenham. Inglese, la ricordo per film come Star Wars - Il risveglio della forza e Star Wars - Gli ultimi Jedi. Anche produttrice, ha 25 anni e tre film in uscita.


Josh Gad interpreta Hector MacQueen. Americano, lo ricordo per film come La bella e la bestia; inoltre ha partecipato a serie come E.R. Medici in prima linea e Numb3rs e lavorato come doppiatore per film quali L'era glaciale 4 - Continenti alla deriva, Frozen - Il regno di ghiaccio, Frozen Fever, Frozen - Le avventure di Olaf e serie come American Dad!, The Cleveland Show, Phineas and Ferb e South Park. Anche produttore e sceneggiatore, ha 36 anni e un film in uscita.


Per il ruolo di Caroline Hubbard erano state convocate sia Angelina Jolie che Charlize Theron ma entrambe hanno rinunciato (la Jolie, in verità, pare sia stata estromessa dal progetto a calci in culo a causa delle pretese di riscrivere la parte in base ai propri desideri). Come anticipato nel finale, pare che sia Branagh che la 20th Century Fox siano molto interessati a realizzare un adattamento di Assassinio sul Nilo quindi prepariamoci a more Branagh per il futuro! Nell'attesa, se Assassinio sull'Orient Express vi fosse piaciuto recuperate il film omonimo di Sidney Lumet. ENJOY!

domenica 27 novembre 2016

Robert Altman Day - Gosford Park (2001)


Dopo una lunghissima pausa è arrivata Alessandra di Director's Cult a tirare fuori da letargico torpore il F.I.C.A., gruppetto di blogger sempre pronti ad unirsi per celebrare registi, attori e Cinema in generale. Oggi tocca a Robert Altman, a dieci anni dalla sua morte, finire sotto i riflettori e io ho scelto di riguardare un film che non vedevo dal lontano 2001, Gosford Park, premiato con l'Oscar per la miglior sceneggiatura originale. ENJOY!


Trama: a Gosford Park, tenuta dell'opulenta famiglia McCordle, si riuniscono per un weekend tutti i più alti esponenti del parentado e qualche ospite più o meno illustre, oltre ai membri della relativa servitù. Tra una battuta di caccia e un pettegolezzo ci scapperà anche il morto...



Prima di cominciare il post, l'inevitabile premessa: di Altman avrò visto sì e no un paio di film, ovvero l'adorato M.A.S.H. e il bellissimo America oggi, con qualche spezzone di Popeye - Braccio di ferro da bambina. Ciò che ho guardato di suo mi è piaciuto ma non ho mai elevato il regista americano a feticcio, conseguentemente non mi sono mai documentata molto in merito, nemmeno ai tempi dell'università quando, per svariati motivi, mi è capitato di recuperare le pellicole di cui sopra e, ovviamente, Gosford Park. Visto al cinema, per inciso, non perché diretto da Altman ma semplicemente in quanto ambientato in un'Inghilterra affascinante, fatta di Ladyships e Lordships, dove la divisione tra chi sta al piano di sopra (i padroni) e chi in quello di sotto (i servi) è netta ma permeabile. Sì, lo ammetto, le ambientazioni alla Downton Abbey (che, secondo le intenzioni dello sceneggiatore Julian Fellowes, avrebbe dovuto essere uno spin-off del film poi ha preso tutta un'altra direzione) mi sono sempre piaciute tantissimo e il piglio tra il serio e il faceto con cui Altman ha scelto di affrontare questo ambiente probabilmente a lui sconosciuto è talmente interessante che le due ore e passa di film volano via come fossero mezza. Che poi, in soldoni, Gosford Park è un film fatto "di nulla", all'interno del quale l'unico evento davvero degno di nota è l'omicidio di uno dei protagonisti con conseguente investigazione; eppure, nonostante il fulcro dell'azione sia un delitto, chiunque capirebbe che Altman e compagnia non erano interessati a girare un giallo, quanto piuttosto un "documentario" antropologico imperniato sui rapporti tra servitù e padroni, su due microcosmi separati giusto da una rampa di scale. Logorroico e difficile da seguire, Gosford Park immerge subito lo spettatore in un intrico di parentele, nomi e legami dati per scontati ma che si chiariscono solo mano a mano che la pellicola prosegue, e che costringe a mettersi nei panni del servo che raccoglie spizzichi e bocconi di conversazioni per mettere insieme un quadro generale il più possibile esaustivo e, neanche a dirlo, succulento. Inutile fare domande dirette come il povero ispettore Thompson: in Gosford Park ogni informazione passa attraverso l'attenta e silenziosa osservazione, attraverso il rapporto privilegiato tra padroni e valletti personali, fatto di un amore/odio comprensibile soltanto da chi lo vive quotidianamente sulla propria pelle, attraverso riti e consuetudini che sicuramente a noi risultano ridicoli ma comunque imprescindibili per quel tipo di società.


Spinta dalla necessità di riuscire a cogliere anche il più piccolo sussurro e il più sottile degli sguardi indiscreti, la cinepresa di Altman si sdoppia e non sta mai ferma, sguscia dietro porte socchiuse e diventa parte integrante del fermento presente a Gosford Park in un weekend particolarmente difficile, soffermandosi sui mille lavori in cui sono impegnati cuochi, valletti, camerieri ed autisti e non liquidando alcun gesto come inutile o superfluo, neppure quelli dei nobili indolenti. E le emozioni, in tutto questo? In un mondo severamente regolato come quello di Gosford Park l'emotività è di norma riservata agli aristocratici, che la trasformano in un teatrino con il quale è difficile empatizzare. La sofferenza, quella vera in quanto costretta a rimanere celata, è prerogativa di quella servitù tanto disprezzata quanto necessaria, al punto che le scappatelle notturne si sprecano, come se i padroni cercassero disperatamente qualcosa di "reale" a cui appigliarsi al di là dei freddi rapporti tra pari. E' per questo che Gosford Park trova il suo punto di forza principalmente negli attori, sia nei grandi nomi capaci di mangiare la scena con poche battute che nelle semplici comparse, ancora più genuine ed indispensabili in un film corale come questo. Nella miriade di attoroni che popolano i due piani di Gosford Park ce ne sono alcuni che hanno catturato particolarmente la mia attenzione e che reputo degni di menzione, fermo restando che tutti i coinvolti avrebbero meritato l'Oscar. Cominciamo con sua maestà Maggie Smith, un concentrato di wit, cattiveria, taccagneria e sguardi fulminanti, la vecchia carampana che neppure il capofamiglia vuole avere accanto durante il pranzo, e continuiamo scendendo al piano inferiore, dove si nascondono le vere perle: l'impacciata ma decisa Kelly MacDonald, la compassata Helen Mirren, la magnetica Emily Watson, il miserevole Alan Bates e quella faccia da schiaffi di Richard E. Grant che come servo farebbe venire i brividi persino a Tim Curry sono gli attori che mi hanno colpita più di tutti ma probabilmente l'elenco cambierebbe a seconda dello spettatore, tanto non ce n'è uno che sia meno che bravissimo. In conclusione sono dunque felicissima di aver riguardato Gosford Park e di averlo finalmente potuto vedere in inglese, che persino nel 2001 avevo capito quanto più potente sarebbe stato un film simile in lingua originale, quindi grazie Robert Altman per questo particolarissimo esperimento cinematografico!

Robert Altman ha già fatto capolino sul Bollalmanacco col suo M.A.S.H., racconto anti-militare zeppo di humour nero.


I miei compagni di ventura hanno invece partorito questi post, che vi consiglio di leggere:

Director's Cult - I protagonisti
Non c'è paragone - Nashville
Solaris - Radio America
White Russian - I compari



martedì 24 marzo 2015

Crossposting: Cenerentola (2015)

Dopo aver parlato ieri del Classico originale Disney, il Crossposting con Prevalentemente Anime e Manga dedicato alla bella Cenerella continua con Cenerentola, diretto dal regista Kenneth Branagh.

QUI trovate il post di Acalia! ENJOY!



Trama: il padre della giovane Ella, un commerciante spesso in viaggio per lavoro, decide dopo la morte dell'amata moglie di risposarsi con un'arrampicatrice sociale che porta in dote due figlie sciocche e maleducate. Quando anche il padre muore, Ella viene ridotta a far da serva al trio di megere, che iniziano a chiamarla Cenerentola, finché un giorno la giovane non incontra il Principe...


Anastasia, Genovéffa, salutate la dignità di Branagh, laggiù...!
"Perché no?" Il senso dell'operazione che ha portato su grande schermo un live action sostanzialmente identico al classico Disney Cenerentola potrebbe interamente riassumersi in questa domanda retorica, la stessa che rivolge la protagonista al Principe Keith quando lui, giustamente, le chiede "Perché proprio delle scarpette di cristallo? (Che, povera minchietta, peseranno 27 kg l'una e saranno scomodissime?)". Ovvero, se cercavate nell'ultima opera Branaghiana un film che potesse  gettare una luce moderna o perlomeno razionale sulle dinamiche che governavano il cartone animato, poveri voi. Qualche cambiamento, per quanto minimo, effettivamente c'è, diamo a Cesare quel che è di Cesare: questa nuova Cenerentola aggiusta il tiro rendendo più plausibile sia il modo in cui viene indetto il famoso ballo conferendo un po' di spessore, indipendenza e spirito d'iniziativa ad un Principe che nel cartone originale era giusto un pezzo di carta da parati messo lì per caso, sia quello in cui detto Principe e Cenerentola si incontrano per la prima volta e si innamorano. La sceneggiatura introduce inoltre i sempre graditi intrighi di corte (ciao ciao, simpatico Granduca Monocolao, benvenuto perfido Stellan Skarsgard) e la storia di Cenerentola passa dal raccontare la giusta e legittima riappropriazione dello status sociale da parte di una fanciulla di sangue blu trasformata in servetta, al rappresentare la scalata verso il successo di una borghese sognatrice dall'animo gentile, così che tutte le bambine povere del mondo possano cantare "Ce la farò, io ce la farò" come la vecchia Raffa in TV sperando di riuscire anche loro a fare prima o poi capitolare un calciatore, un attore o un tarro di Geordie Shore. Ma queste, signori, sono quisquilie.

Ma che, davéééro??!!
Se fossi un regista dall'ego smisurato come Kenneth Branagh, non mi accontenterei di questi piccoli cambiamenti! Pretenderei invero una sceneggiatura scespiriana in grado di sviscerare i complessi sentimenti che sicuramente avranno fatto turbinare la testa di Ella non tanto davanti alla bellezza del Principe, quanto piuttosto davanti all'odio irrazionale di Matrigna e Sorellastre; se fossi stata Kenneth Branagh avrei chiesto a gran voce un confronto adulto e sul filo del rasoio tra Ella e la Matrigna, non l'ennesimo "Perché no?" rifilato alla protagonista disperata quando si decide finalmente a chiedere alla madre surrogata il motivo di tanto odio (va bene, il padre di Ella non ti amava quanto la sua defunta moglie ma tu te lo sei sposato per interesse, ti serviva una sguattera perché non potevi mantenere la servitù, la Convenzione di Ginevra nel regno non sanno nemmeno cosa sia, d'accordo, ma la cosa deve finire lì, non puoi infierire in questo modo contro sta poveraccia, a meno che non t'abbia ammazzato il gatto Lucifero!!); se fossi stata Kenneth Branagh avrei chiesto la testa dello sceneggiatore che mi avesse propinato l'ennesima apologia del coraggio e della gentilezza che spalancano le porte all'amore a prima vista, all'io ti amo "perché sì" e tutti allora decidono di cambiare le regole secolari del regno al grido di "perché no?"; se fossi stata Kenneth Branagh avrei concertato una fine spettacolare per matrigna e soprattutto sorellastre, che nella fiaba originale venivano accecate da una colomba per aver osato cercare di rientrare nelle grazie di Cenerentola durante il matrimonio col Principe. Purtroppo, non sono Kenneth Branagh e mi sono trovata così davanti una gradevole ma inutile e dimenticabile fiera del cosplay che, bene o male, ripropone piuttosto fedelmente la vecchia pellicola Disneyana.

We are men, we are men in tights!
L'ego gigantesco di Branagh si è dunque tradotto essenzialmente nella pacchianeria barocca di costumi e scenografie e nella strabordante e virilissima abbondanza di prominenti verghe maschili inguainate in attilate calzamaglie. Che, ti dirò, caro Kenneth, se anche non mi schiaffavi in faccia quegli imbarazzanti rigonfiamenti messi in ogni inquadratura andavo comunque a dormire serena, eh. La strafottente arroganza architettonica del Branagh già si poteva notare in Thor ma qui ha costretto il buon Dante Ferretti a ricostruire quadri rococò come L'altalena di Fragonard e a sfondare il set di lampadari giganteschi e stucchi come se piovessero, con l'aggiunta di orde di putti dorati vomitanti interi palazzi realizzati in CG. Io, da brava bambina, su questo aspetto ho preferito sorvolare perché speravo di rifarmi gli occhi con gli abiti. E invece, anche lì, kitsch a palate. Milena Canonero si è probabilmente data malata, Coleen Atwood si dev'essere ricordata di aver lasciato aperto il gas ed è rimasta "solo" Sandy Powell: il risultato, oltre alle tutine peniche, è stato quello di vedere le due Sorellastre ricoperte da una carta simile a quella dei cioccolatini, Cenerentola ornata di farfalle e strass manco fosse una scolaretta alla sua prima uscita in discoteca e una Fata Madrina spumosa come un Puff al formaggio e altrettanto stucchevole. Per quel che concerne il guardaroba, l'unica che si salva è l'elegantissima, meravigliosa Cate Blanchett ma anche la sua sguaiata matrigna con l'espressione alla "me cojoni" non regge il confronto con la perfida, aristocratica Lady Tremaine del cartone. In generale, c'è da dire che gli attori non sono male, anzi, sono tutti abbastanza in parte e il Principe non è neppure ottuso ed inespressivo come la maggior parte dei suoi colleghi (se ripenso al crétin di Maleficent mi sento male!) ed è un discreto figonzo ma sinceramente quello che a me ha fatto orrore più di tutto sono i cocchieri-Visitors, punta dell'iceberg di un bestiario di creature computerizzate in grado di privarmi di ogni residua poesia: l'oca antropomorfa e i ratti cavallini popoleranno i miei incubi per mesi, ve l'assicuro. Insomma, lì per lì sono uscita dal cinema divertita ma più ci penso più mi rendo conto che Cenerentola è una bella pacchianata. Non è da scomunicare come Maleficent o Biancaneve e il cacciatore, ci mancherebbe, però è fondamentalmente inutile nel suo essere una semplice riproposta "in carne e ossa" di un cartone animato degli anni '50; aggiornarlo un po' nei contenuti (non solo nella simpatica idea di creare un villaggio che è un meltin'pot di razze), magari aggiungendo qualche dettaglio che potesse non già cambiare la storia, ma perlomeno approfondire cose già risapute, non sarebbe stato male. Quel dommage!

Cenerentola sta per essere divorata.
P.S. Prima di Cenerentola c'è il corto animato Frozen Fever, una sorta di breve sequel di Frozen - Il regno di ghiaccio ambientato il giorno del compleanno di Anna. Non aggiunge nulla alla trama principale del film (per quello dovremo aspettare Frozen 2, che probabilmente uscirà a Natale nel 2017) ma è ben realizzato e da in pasto allo spettatore un branco di personaggini deliziosi, oltre a mostrare un'Elsa tenerissima, a proposito della quale avrei una domanda: ma come diavolo fa a creare dal nulla qualsiasi tipo di abito? E' la regina dei ghiacci o delle stoffe? Mah, mistero!


Del regista Kenneth Branagh ho già parlato QUI. Cate Blanchett (la matrigna), Helena Bonham Carter (la fata madrina), Stellan Skarsgård (il Granduca), Holliday Grainger (Anastasia), Derek Jacobi (il Re) e Hayley Atwell (la madre di Ella) li trovate invece ai rispettivi link.

Ben Chaplin (vero nome Benedict John Greenwood ) interpreta il padre di Ella. Inglese, ha partecipato a film come La sottile linea rossa, Lost Souls - La profezia, Birthday Girl e Dorian Gray. Ha 45 anni.


La Cenerentola Lily James fa parte del cast di Downton Abbey (come anche Sophie McShera, alias Genoveffa) e la ritroveremo sul grande schermo verso fine anno con il film tratto da Orgoglio, pregiudizio e zombie, dove interpreterà Elizabeth Bennet mentre il Principe Richard Madden è figlio del Trono di spade e aveva già partecipato al film I segreti della mente. Per la cronaca, il ruolo di Ella era stato offerto a Emma Watson, che lo ha rifiutato preferendo partecipare ad un altro film che sta già procurandomi notevoli incubi, ovvero la versione live action del mio adorato La bella e la bestia, che dovrebbe uscire nel 2017; altre candidate per la parte di Ella erano Imogen Poots, Bella Heathcote e Margot Robbie. Ci sono stati cambiamenti anche dietro la macchina da presa: la prima scelta della produzione era stato il regista di Non lasciarmi, Mark Romanek, che tuttavia ha abbandonato il progetto per "divergenze creative". Detto questo, se Cenerentola vi fosse piaciuto recuperate la Cenerentola di cui abbiamo parlato ieri, La leggenda di un amore - Cinderella, Come d'incanto e Biancaneve di Tarsem. ENJOY!

giovedì 24 novembre 2011

Anonymous (2011)

Dopo qualche settimana di assenza dalle sale cinematografiche, ieri sera mi sono rimessa finalmente in poltrona per vedere Anonymous di Ronald Emmerich.



Trama: noi tutti siamo abituati a considerare William Shakespeare come il Bardo per eccellenza, simbolo dell’era Elisabettiana. Ma se non fosse stato proprio così…? E se il buon Will fosse stato solo un semplice strumento e dietro le sue opere ci fosse stata ben altra mano, come per esempio quella del Conte di Oxford?


Quando ho sentito le due parole Shakespeare ed Emmerich nominate in una stessa frase, lo ammetto, ho avuto un mancamento. Voglio dire, stiamo parlando di un regista che ha girato roba come Independence Day e Godzilla, come minimo mi aspettavo una rumenta dove il Bardo si sarebbe dovuto ad un certo punto confrontare con un duca proveniente da una lontana colonia inglese spaziale, ben deciso a far saltare in aria la gorgera di Sua Maestà la Regina. E invece, come al solito, aspettandosi nulla si ottiene comunque la possibilità di gustarsi di più un film onestamente carino, ben diretto e ben fatto. Eh sì, perché al di là della trama e dell’accuratezza storica, il bello di Anonymous sono proprio la regia e il fluidissimo alternarsi di momenti più statici e riflessivi (assai sontuosi, grazie ai bellissimi costumi e alle splendide scenografie), interessanti rappresentazioni delle opere di Shakespeare che cercano di ricostruire in maniera filologica quello che doveva essere il modo di sentire il Teatro all’epoca, qualche scena d’azione impressionante come l’incendio del teatro all’inizio e la soppressione della rivolta finale, e infine grandiose sequenze come quella del funerale di Elisabetta, con il corteo che sfila in una Londra ricoperta di neve con tanto di Tamigi ghiacciato. Molto azzeccata anche l’idea di girare il film come una “rappresentazione nella rappresentazione”: Anonymous infatti incomincia ai giorni nostri e la storia ci viene introdotta su un palco teatrale dal sempre bravo Derek Jacobi che, con un prologo, comincia a raccontare al suo pubblico quello che poi vedremo anche noi, mentre dietro di lui attori e macchinisti si danno da fare per preparare la rappresentazione. Un primo piano di Sebastian Armesto (alias Ben Jonson) ci consente di passare così, senza soluzione di continuità, dalla finzione del teatro alla realtà della storia narrata. E qui cominciano sia il film che qualche difetto ad esso legato.


La storia raccontata in Anonymous è molto interessante e mette in scena un dubbio che si erano già posti fior di narratori come Dickens: ma com’è possibile che non esistano manoscritti a provare che sia stato proprio Shakespeare a scrivere le sue opere? Inoltre, come diamine ha fatto quest’uomo anche solo a pensare delle trame così colte e complesse se la storia ce lo presenta praticamente analfabeta? Eh, questo è un bel mistero e Anonymous ci da una possibile (per quanto onestamente improbabile) soluzione, che include anche qualche bell’intrigo di corte che appassiona sempre il pubblico. Per chi ha studiato un po’ di storia e letteratura elisabettiana come me e quindi arriva al cinema con un minimo di infarinatura il film non presenta stonature evidenti e, anzi, parrebbe sfruttare al meglio delle verità storiche conosciute e comprovate ma mai ben specificate (per esempio, Marlowe, che pure non dovrebbe essere vivo all’epoca dei fatti narrati, si dice sia morto in una rissa di strada, ma ovviamente nessuno ha mai spiegato il motivo della rissa..), introducendo tanti personaggi realmente esistiti. Se cercate quindi una critica storico/culturale rimarrete delusi, mi manterrò molto più terra terra (ma se volete vi dico che il Globe viene bruciato dopo, che MacBeth è stato scritto durante il regno di Giacomo I e non di Elisabetta, che prima della ribellione di Essex hanno messo in scena Riccardo II e non Riccardo III. Secondo voi, però, queste cose me le sono ricordate al cinema? No.). Onestamente, devo dire che Anonymous si mantiene brillantemente lontano da castronerie varie almeno fin verso il finale: certo, la Regina Elisabetta che ci viene mostrata è ben diversa dalla figura forte e razionale a cui siamo stati abituati dai film a lei dedicati, in Anonymous è più una sorta di isterica Brooke di Beautiful ante litteram e, sinceramente, anche l’idea di mostrare uno Shakespeare cialtrone, ignorante e puttaniere mi ha un po’ spezzato il cuore. Ma il finale colpisce in faccia lo spettatore con un colpo di scena da telenovela talmente gratuito e improbabile che per un attimo ho dimenticato tutto quel che di buono avevo visto fino a quel momento e, lo ammetto, non sono più riuscita a stare seria fino alla conclusione definitiva.



La questione del colpo di scena ha purtroppo influenzato in parte anche il mio giudizio sugli attori. Se, infatti, Rhys Ifans riesce a tenere la testa alta fino alla fine e a mangiarsi tutti gli altri interpreti con un’interpretazione del Conte di Oxford a dir poco magistrale (anche se il già citato Sebastian Armesto nei panni di Jonson e il figlio di Timothy Spall, Rafe, nei panni di Shakespeare sono davvero bravissimi), chi ne fa maggiormente le spese è quella povera crista di Vanessa Redgrave. Per carità, grande attrice, ma in questo film sembra il monumento nazionale alla cartapecora e, soprattutto verso il finale, più che la regina Elisabetta ricorda un incrocio tra E.T. e la trashissima Mahaut interpretata da Jeanne Moreau ne La maledizione dei templari (per dire che la si vede anche urlante in mutande: holy crap!!). Per contro, nel vedere la pur bella figlia Joely Richardson (che interpreta Elisabetta da giovane) mi aspettavo sempre che da dietro al trono comparisse Julian McMahon per bombarsela in qualche strana ed inventiva posizione. Altro neo, gli anonimi, bellocci ed efebici giovinetti usati per interpretare il Conte di Oxford da giovane e il Conte di Southampton, abbastanza privi di personalità, ma voto dieci al mollissimo, scazzato, gobbo e viscido Robert Cecil di Edward Hogg. Altra cosa ottima, e per nulla scontata in un adattamento italiano, è il visibile sforzo portato avanti dai bravi doppiatori che, per una volta, si sono impegnati ad adottare una pronuncia decente dei nomi inglesi. In definitiva, Anonymous è un film che consiglio comunque di vedere, nonostante qualche difetto. Se vi interessa l’argomento e riuscite a sorvolare su qualche espediente da soap opera non rimarrete delusi.


Di Rhys Ifans, che interpreta il Conte di Oxford, ho già parlato qui. Rimanendo sempre in ambito Potteriano, David Thewlis, che interpreta William Cecil, lo trovate qua. Derek Jacobi, che interpreta invece il narratore, è già stato nominato qui.

Roland Emmerich è il regista della pellicola. Tedesco, ha diretto film come Stargate, Independence Day, Godzilla, Il patriota, L’alba del giorno dopo, 10000 AC e 2012. Anche produttore, sceneggiatore e attore, ha 56 anni.
Vanessa Redgrave interpreta Elisabetta da anziana. Attrice inglese, la ricordo per film come Blow – Up, Assassinio sull’Orient Express, Casa Howard, La casa degli spiriti, Mission: Impossible, Wilde e Deep Impact. Ha inoltre doppiato Cars 2 e partecipato alla serie Nip/Tuck, ovviamente nei panni della madre del personaggio interpretato da Joely Richardson, che è la sua vera figlia. Anche produttrice, ha 74 anni e tre film in uscita. Ha avuto sei nomination all’Oscar ma ne ha vinto solo uno, quello come miglior attrice non protagonista per il film Giulia.


Joely Richardson interpreta Elisabetta da giovane. Inglese, figlia di Vanessa Redgrave, come attrice la ricorderò sempre nei panni dell’ammorbantissima Julia della serie Nip/Tuck, ma ha partecipato anche a film come Hotel New Hampshire, La carica dei 101 – questa volta la magia è vera, Il patriota e L’intrigo della collana. Ha 46 anni e tre film in uscita, tra cui l’imminente Millenium: uomini che odiano le donne, dove interpreterà Anita Vanger.


Rafe Spall interpreta Shakespeare. Inglese, degno figlio di tanto padre (ovvero Timothy Spall), ha partecipato a film come Shaun of the Dead, Un’ottima annata, Hot Fuzz e Grindhouse (uno dei pezzi non visti in Italia, ovvero il fake trailer Don’t, diretto da Edgar Wright). Ha 28 anni e due film in uscita.


Jamie Campbell Bower (vero nome James Campbell M Bower) interpreta il Conte di Oxford da giovane. Inglese, ha partecipato a Sweeney Todd: il diabolico barbiere di Fleet Street (nei panni di Anthony), Harry Potter e i doni della morte – parte I e parte II (nei panni del giovane Grindelwald), New Moon e Breaking Dawn – parte I. Ha 23 anni e due film in uscita.


Sebastian Armesto interpreta Ben Jonson. Inglese, ha partecipato a film come Marie Antoniette, Pirati dei Caraibi – Oltre i confini del mare e al telefilm Doctor Who. Ha 29 anni e un film in uscita.

Con questo si conclude la recensione. Sappiate che domani e dopo potrebbero cominciare due nuove rubriche sul Bollalmanacco! Nell'attesa di ciò... ENJOY!!

martedì 22 febbraio 2011

Il discorso del Re (2011)

Tutti gli anni arriva la notte degli Oscar e come ogni anno io arrivo alla fatidica data senza aver visto il 90% dei film in concorso. Quest’anno ho deciso di invertire la tendenza, soprattutto dopo aver sentito parlare benissimo de Il discorso del re (The King’s Speech), che nella mia città è stato passato in sordina per un paio di giorni. Il film, diretto dal regista Tom Hooper, è indubbiamente una piccola perla.

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La trama è basata sulla vera storia del re Giorgio VI, padre dell’attuale regina Elisabetta II, salito al trono negli anni della seconda guerra mondiale, dopo l’abdicazione del frivolo fratello. Affetto sin dall’infanzia da un’imbarazzante forma di balbuzie, il re deve fare i conti con i discorsi ufficiali da trasmettere via radio, e cerca così l’aiuto di un logopedista esperto, l’australiano Logue, con il quale intesse una difficile ed importante amicizia…

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Il discorso del re parte da un tema potenzialmente noioso e quasi ridicolo, la storia vera di un re balbuziente, e lo trasforma in un meraviglioso film capace di divertire, far riflettere e anche emozionare. Il “trucco”, se così si può chiamare, è quello di mostrarci un re assolutamente umano ed imperfetto, che soffre del suo difetto e che si sente schiacciato da doveri ed oneri assai difficili da sopportare per un uomo fondamentalmente semplice ed innamorato della sua patria . E il “trucco” funziona ancora di più per l’assoluto realismo con cui viene rappresentato Giorgio VI e la sua relazione con il particolare Logue. Il regista avrebbe potuto scegliere di dare un taglio più “comico” alla vicenda, calcando la mano sulle bizzarrie di Logue che ci vengono mostrate all’inizio; invece Hopper sceglie di focalizzare, e giustamente, l’attenzione su Giorgio VI e sullo strano legame che si crea tra i due, e che cambia quando Bertie, come viene confidenzialmente chiamato il monarca, diventa re. Quest’ultimo non è affatto un uomo simpatico, è complessato, compassato, inevitabilmente tradizionalista e persino diffidente, ciononostante lo spettatore si ritrova a tifare per lui, riconoscendone la fondamentale bontà e mettendosi nei suoi panni, arrivando a “temere” ciò che il regista subdolamente ci mostra con pochi fotogrammi ben mirati: l’occhio rosso e lampeggiante che segnala l’imminente messa in onda della trasmissione radiofonica, lo sguardo austero dei quadri che ritraggono gli antichi re, tradizionalmente fieri e carismatici, l’altro sguardo, quello perplesso e rassegnato, dei sudditi che si trovano davanti questo strano re balbuziente, schiacciato dalla guerra e dal confronto con i grandi del passato. Al momento del discorso finale, credetemi, sono rimasta con il fiato sospeso come non mi succedeva da tempo e sussurravo tra me “Vai, Bertie! Vai, cavolo!!”.

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La maggior parte del merito va soprattutto agli splendidi attori. Colin Firth è perfetto, non ci sono altre parole per descriverlo. Non ho idea di come sia risultato il doppiaggio italiano e, francamente, non lo voglio nemmeno sapere, ma quest’uomo riesce a fare sentire il “click” della gola che si chiude e gli impedisce di parlare, lo sforzo di spremere due parole in croce… a vederlo provavo davvero pena. Non credo sia facile interpretare un personaggio così senza uscire dalle righe e trasformarlo in una macchietta, ma Firth ce la fa, grazie ad un’interpretazione quasi sottotono e modesta che, a tratti, esplode negli scatti d’ira ai quali è soggetto il collerico e frustrato Bertie. A fargli da degna “spalla” ci sono Geoffrey Rush ed Helena Bonham Carter. Se vogliamo parlare di interpretazioni sottotono, per come sono abituata io a vedere questi due grandissimi attori mangiarsi il resto dei personaggi anche quando non sono protagonisti, fa quasi effetto vedere la Bonham Carter trasformata in una robusta e sbrigativa donnina, dolce e pratico sostegno del marito, e Geoffrey Rush nei panni di un pacato e abile specialista, dotato della pazienza di un santo anche quando Bertie perde la calma. Le immagini finali, dove l’aplomb inglese e l’etichetta di Corte trionfano anche davanti alla gioia, all’amicizia e alla gratitudine, sono l’esempio più emblematico di queste tre meravigliose interpretazioni. In due parole, Il discorso del re è un film che sicuramente dovrete faticosamente cercare nei meandri dei cinema d’essai italiani, ma per una volta vale veramente la pena evitare i multisala incompetenti: non ve ne pentirete.

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Parecchi gli attori già nominati nel mio modestissimo blog. Di Colin Firth, che interpreta Giorgio VI, ho già parlato qui; Geoffrey Rush invece, che interpreta Lionel Logue, è stato nominato in questo vecchissimo post. Qua trovate parecchi post dedicati ad Helena Bonham Carter, ormai presenza fissa del Bollalmanacco, che nel film interpreta la Regina madre, moglie del Re Giorgio. Di Derek Jacobi, ossia l’Arcivescovo Lang, ho parlato qui, ed infine Timothy Spall, che per una volta recita nei panni di un personaggio “buono”, Winston Churchill (personaggio che ha anche “doppiato” in un cartone animato inedito in Italia, Jackboots on Whitehall, del 2010), lo trovate qui.

Tom Hooper è il regista del film. Ammetto che Il discorso del re è l’unico film che io abbia mai sentito nominare di questo regista inglese, che si è fatto le ossa soprattutto in serie televisive. Anche sceneggiatore e produttore, ha 39 anni.

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Michael Gambon interpreta il re Giorgio V. Attualmente sicuramente meglio conosciuto per il suo ruolo di Albus Silente a partire da Harry Potter e il Prigioniero di Azkaban (il terzo episodio della serie, prima ad interpretare il preside di Hogwards era Richard Harris), lo ricordo per altri film come Toys – Giocattoli, Mary Reilly, Il mistero di Sleepy Hollow, Gosford Park, Le avventure acquatiche di Steve Zissou, Harry Potter e il calice di fuoco, The Omen, Harry Potter e l’Ordine della Fenice, Harry Potter e il principe mezzosangue e Harry Potter e i doni della morte. Ha lavorato anche per la tv, in serie come Maigret, lo splendido Angels in America e Doctor Who. Irlandese, ha 71 anni e quattro film in uscita, tra cui, la seconda parte di Harry Potter e i doni della morte.

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Guy Pearce interpreta Edoardo VIII. Originario dell’Inghilterra ma naturalizzato Australiano (lo si può capire dalle partecipazioni alle “mitiche” soap della terra dei canguri, ovvero Home and Away  e Neighbours), lo ricordo per film come Priscilla la regina del deserto, il bellissimo L.A. Confidential e l’altrettanto bello L’insaziabile. Ha 44 anni e sei film in uscita.

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Il discorso del re ha ottenuto ben 12 nomination agli Oscar di quest’anno, tra cui le più importanti: miglior film, miglior attore protagonista, miglior attore non protagonista (Geoffrey Rush), migliore attrice non protagonista (Helena Bonham Carter), miglior regia, miglior sceneggiatura. Inutile dire che spero si porti a casa almeno uno di questi premi principali e che tifo spudoratamente per Colin Firth, mentre come miglior film mi andrebbe bene anche se vincesse il bellissimo Inception. Shame (nel senso di scemo…) on Paul Bettany, a cui era stato offerto il ruolo del protagonista e lo ha rifiutato. Immagino che ora si starà mangiando le mani, ma sono affari suoi. Nota di merito invece allo sceneggiatore del film, David Seidler, che ha rispettato il desiderio della Regina Madre e ha scritto la sceneggiatura dopo la sua morte, per non risvegliare in lei ricordi troppo dolorosi. E ora vi lascio al trailer originale... ascoltate bene, prima ancora di vedere!! ENJOY!

martedì 11 gennaio 2011

Hereafter (2010)

Domenica sono andata a vedere Hereafter, l’ultimo film di Clint Eastwood. Sono andata in fiducia, visto che il buon Clint, come regista, fa sempre dei film molto belli e per nulla banali. Purtroppo la fiducia questa volta non è stata ripagata come speravo…

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Trama: Hereafter racconta l’esperienza con la morte e i defunti di tre personaggi diversi. Marie è una giornalista francese che sopravvive per puro miracolo ad uno tsunami; George è un operaio perseguitato dalla sua capacità di entrare in contatto con l’aldilà; Marcus è un bambino che ha appena perso il gemello in un incidente d’auto.

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Cerchiamo di raccapezzarci un attimo. Non posso dire che Hereafter sia un brutto film. Innanzitutto è girato benissimo. La scena iniziale, dove viene mostrato lo tsunami che si abbatte sull’isola, è di un realismo spaventoso perché si concentra non tanto sulla catastroficità dell’evento, ma sulla sua assoluta imprevedibilità; un minuto prima vediamo i personaggi tranquilli, impegnati in piccoli litigi, nello shopping vacanziero, e un minuto dopo, senza preavviso, l’onda si schianta sulla cittadina travolgendo tutto e tutti, proprio come è successo in Indonesia e ad Haiti neppure troppo tempo fa. Gli attori sono bravissimi, ognuno di loro impegnato al massimo per infondere realismo e sentimento a dei personaggi che ci sono assai vicini per la loro normalità, per il loro essere umani, chi incuriosito, chi spaventato, chi scioccato dalla morte o dalla sua vicinanza. Hereafter ci mostra tre modi di affrontare la morte, che possono essere condivisibili o meno: Marie viene toccata da un’esperienza spaventosa che sconvolge il suo mondo, e la sua forza è quella di cercare di capire e modificare la sua vita di conseguenza, senza tirarsi indietro. George invece cerca di fuggire a quello che lui percepisce non come un dono o una fonte di sostentamento, ma come un handicap che gli impedisce di vivere un’esistenza normale, che lo isola dagli altri. Infine, Marcus cerca di fare fronte come può alla morte del gemello “più grande di pochi minuti”, all’assenza della sua forza, del suo sostegno all’interno di una situazione familiare disastrata, e cerca di trovare un modo per entrare in contatto con lui. Sono tre storie a modo loro commoventi, interessanti, che si snodano mostrandoci la terribile solitudine dei protagonisti e che si intrecciano verso la fine del film, concludendolo con uno spiraglio di speranza per i personaggi, che non sono più costretti a rimanere soli davanti alle loro terribili esperienze, e per lo spettatore.

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Però. Però Herafter è un film noioso. Scusate, mi dispiace dirlo, è un giudizio che non amo dare, ma in questo caso è l’assoluta verità. Per quanto le storie narrate siano a tratti commoventi, a volte anche interessanti, ciò non toglie che ci siano troppi momenti morti nel film e che Hereafter decolli solo verso la fine, quando i destini dei tre personaggi si uniscono. Un po’ poco, visto che nel frattempo è passata un’ora e mezza in cui i protagonisti, in pratica, si limitano a vagare cercando risposte che non trovano. Il secondo però è che certi episodi sembrano creati a tavolino per fare piangere e sfruttano clichè talmente banali che, francamente, non mi aspettavo da Clint Eastwood: in primis, la morte del fratello di Marcus. Ma quanti ragazzini sono morti in questo modo nei film? Ma possibile che ci debbano sempre essere dei bulletti dietro l’angolo che ti fanno andare incontro alla morte senza volerlo? E basta, diamine. Così come non è possibile che ogni “sporco” segreto di fanciulla sia legato ad un’infanzia dove il padre si dilettava ad abusare della figlia salvo poi pentirsi nella morte. E l’ultimo però… il finale. Qualcosa che lascia gli spettatori a fissare lo schermo con un “e quindi…?” sospeso nell’aria, condito da un’infantile visione di un George innamorato e speranzoso di avere una vita felice con Marie, l’unica in grado di capirlo, altro escamotage di una banalità sconcertante. L’impressione finale, insomma, è quella di aver visto un film che, in fin dei conti, non racconta nulla, non emoziona, non meraviglia; qualcosa che rimane “sospeso”, perché secondo me ci sarebbero state molte cose ben più interessanti da dire ancora sui tre personaggi, e soprattutto la reciproca influenza avrebbe dovuto essere analizzata un po’ di più, e resa il fulcro del film. Peccato, davvero peccato.

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Di Matt Damon, che interpreta George, ho già parlato qui. Dell’irriconoscibile (ma brava!) Cecile De France ho scritto qua.

Clint Eastwood è il regista del film. Uno dei più famosi e bravi autori americani, oltre che attore cult, lo ricordo per film come Gli spietati, Un mondo perfetto, I ponti di Madison County, Potere assoluto, Gli Spietati (che ha vinto l’Oscar come miglior film e regia), il bellissimo Mezzanotte nel giardino del bene e del male, lo splendido Mystic River, Million Dollar Baby (che gli ha fruttato l’Oscar per la miglior regia e miglior film) e Gran Torino. Ha 81 anni e un film in uscita, sempre come regista, un biopic su J. Edgar Hoover dove il protagonista sarà Leonardo di Caprio, affiancato da Charlize Theron e Judi Dench.

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Bryce Dallas Howard interpreta Melanie. Figlia del regista Ron Howard, la ricordo per aver interpretato la ninfa in uno dei film più brutti che abbia mai visto, Lady in the Water, oltre che ad aver recitato in Apollo 13, Il Grinch, The Village, e doppiato un episodio de I Griffin. Ha 30 anni e due film in uscita.

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Derek Jacobi interpreta sé stesso, come narratore designato dei racconti di Charles Dickens, di cui George è un grande fan. Famosissimo attore inglese, lo ricordo per film come Otello, Il giorno dello Sciacallo, Hamlet, Il gladiatore e Gosford Park, mentre come doppiatore lo possiamo ascoltare in Brisby e il segreto di Nihm. Ha 73 anni e sei film in uscita.

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E ora un paio di curiosità. Per la gioia mia e di tutti i fan de I Soprano, il cuoco che gestisce il corso di cucina seguito da George altri non è che Steve Schirripa, che nella serie interpretava il dolcissimo (per i canoni di un mafioso, ovvio…) Bobby Baccalieri, detto Baccalà. Personalmente, se cercate un bel film che parla di aldilà e del rapporto dei morti con i vivi, vi consiglierei di vedere Il sesto senso, Amabili resti, Sospesi nel tempo, persino Al di là dei sogni o Ghost se proprio amate le storie “sentimentali”. Al momento non me ne vengono in mente altri, quindi vi lascio al trailer originale dii Hereafter.. ENJOY!

 

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