martedì 9 gennaio 2018

Stand by Me - Ricordo di un'estate (1986)

Ormai sono dieci anni che esiste il Bollalmanacco e mi rendo conto che, nell'elenco dei film "recensiti", mancano alcuni capisaldi fondamentali. Uno di essi è Stand by Me - Ricordo di un'estate (Stand by Me), diretto da Rob Reiner nel 1986 e tratto dal racconto Il corpo di Stephen King, contenuto nella raccolta Stagioni diverse.


Trama: quattro ragazzini decidono di intraprendere un lungo viaggio per andare a vedere il cadavere di un loro coetaneo, scoperto dal fratello di uno di loro. Lungo il cammino, tra uno scherzo e un pericolo, alcuni di loro cresceranno e cominceranno a pensare al futuro...



Essendo sempre stata una ragazzina più attratta dalla fantasia e dall'horror più che da altro genere di storie, il mio rapporto con Stand by Me non si è cementato nel tempo come accaduto ad altri miei amici o conoscenti e il film di Rob Reiner non è mai entrato a far parte del mio novero di film cult. Anzi, non vorrei sbagliare ma credo che questa sia stata la seconda volta in cui sono riuscita a vederlo tutto e purtroppo devo ammettere che non ricordo di avere letto il racconto di Stephen King (dev'essere successo quell'estate in cui tra King, Bret Easton Ellis e libri di scuola assortiti devo aver toccato i due/tre titoli la settimana). Trainata dalla visione di It e in cerca di qualcosa di breve da vedere con Mirco, ora che comincio un po' a conoscere i suoi gusti, sono tornata a riguardare Stand by Me dopo decenni e a farmi catturare dalla malinconica avventura di quattro ragazzini in cerca di un cadavere, accompagnati da una delle colonne sonore più belle ed iconiche di sempre. All'età di 36 anni ho finalmente capito perché da bambina il film non aveva fatto presa su di me; tolta la "patina" di commedia in cui i quattro amici scherzano tra loro e si prendono in giro, le loro disavventure non sono quelle dinamiche di un Marty McFly che cerca di mettere a posto la linea temporale o di una Fairuza Balk intrappolata in una Oz da incubo, bensì il compendio di una giornata "qualunque" che porta tutti i protagonisti, consapevolmente o meno, a un crocevia che una bambina non può arrivare a comprendere. Quella che viene mostrata nel film è l'ultima, memorabile "missione" di un branco di perdenti che di lì a poco avrebbero preso tutti strade diverse per non vedersi mai più e l'intera pellicola è permeata da quest'atmosfera "sospesa", di attesa e timore per il futuro, del desiderio di liberarsi da una cittadina che condanna chi rimane ad una vita da sfigato, delle colpe dei padri che ricadono su figli inconsapevoli, di bulli stupidamente crudeli e più penosi delle loro vittime, di bambini che escono di casa per raccogliere mirtilli e incontrano invece la morte. Insomma, più che un'avventura quella di Gordie e compagnia sembra l'ultimo grido disperato di ragazzini che vorrebbero tenersi stretta la loro infanzia, per quanto orribile, e la loro amicizia, prima che esse vengano spazzate via dai problemi e dalle regole dell'età adulta, quelle stesse "convenzioni" che non permetteranno la coesistenza di un gruppo di caratteri così eterogeneo.


"Non ho mai più avuto amici come quelli che avevo a 12 anni. Cristo, chi li ha?" Questa è la frase che chiunque ricorda dopo aver visto Stand by Me e non a caso è quella che racchiude il senso dell'intera vicenda. Gordie, Chris, Teddy e Vern sono una ben strana accozzaglia di mocciosi, ben distanti dal suscitare l'istantanea simpatia dei Goonies, se vogliamo rimanere in tema Feldman; di loro, solo Gordie è dotato di una caratteristica peculiare, il biglietto che, alla faccia del padre che aveva occhi solo per il figlio maggiore defunto, lo porterà via dalla cittadina in qualità di narratore, di creatore di storie, di persona capace di superare i limiti della realtà. Gli altri, poverelli, sono dei perdenti fatti e finiti. Chris è sì il migliore amico di Gordie ma è fatto di una pasta diversa, probabilmente è il più adulto del gruppo e l'unico in grado di vedere le cose per quello che sono, provandone ovviamente un enorme dolore: tuttavia, il ragazzo che dovrebbe essere il peggiore di tutti a causa di una storia familiare poco felice risulta alla fin fine la mente del quartetto, capace di infondere coraggio in chi merita di perseguire i suoi sogni ma anche abbastanza lucido da capire che Teddy e Vern, per quanto amati, per quanto anch'essi amici, sono condannati ad essere lasciati indietro e a vivere l'esistenza della white trash perché troppo stupidi (o, nel caso di Teddy, probabilmente troppo traumatizzati) per crearsi un destino diverso. Eppure tutto questo non conta perché a dodici anni, ovviamente, non ci si pensa e conta solo lo stare bene, il litigare, il cercare un modo per non soccombere alla follia del mondo "adulto", il crearsi inconsapevolmente ricordi che dureranno una vita e che meritano di essere messi su carta per venire magari tramandati ai propri figli. E' proprio da queste sensazioni che non mi riesce di mettere nel post in maniera comprensibile che nasce, da una storia amarissima di Stephen King (non clemente come Reiner nel decretare il destino finale delle proprie creature), un film dolceamaro che ha accompagnato generazioni di spettatori, in miracoloso equilibrio tra commedia, coming of age e dramma, con in più quel tocco di follia capace di renderlo strano ed indimenticabile: come non ricordare, infatti, la terribile vendetta del ciccione alla gara di mangiatori di torte?


In questo periodo di "ritorno agli anni '80" Stand by Me è diventato uno dei film più saccheggiati da produzioni come Stranger Things e il nuovo It, sia per lo stile dei ragazzini protagonisti sia per gli omaggi ad intere sequenze come quella, al cardiopalma, del treno in arrivo, eppure per chi "c'era", per chi 'sti maledetti anni '80 cantati da Raf li ha vissuti, buona parte del fascino della pellicola risiede anche nella bravura di attori dal destino triste quanto quello dei personaggi che interpretano. Più che il Gordie Lachance di Wil Wheaton, chi rimane inevitabilmente nel cuore è il fragile, umanissimo Chris Chambers interpretato dallo sfortunato River Phoenix, ragazzino accusato ingiustamente e messo davanti alla banalità della cattiveria umana e del pregiudizio dal comportamento scorretto di un'insegnante (sfido chiunque a non piangere con lui durante lo sfogo nel bosco), assieme ad un Corey Feldman particolarmente ispirato e complesso; non è da tutti a quindici anni riuscire a dar vita a un personaggio come quello di Teddy, stupido e tragico al tempo stesso, emblema dell'amico cazzone che sicuramente tutti abbiamo avuto eppure talmente segnato dalla follia del padre da spezzare il cuore a un sasso. Se penso che questi due attori dal fulgido futuro sono uno morto per overdose e l'altro condannato a vedersi la carriera distrutta da droga, pedofilia, depressione e quant'altro, Stand by Me diventa automaticamente non solo il ricordo di un'estate ma anche e soprattutto la metafora di un'epoca mitica, che ora tendiamo inspiegabilmente ad idealizzare, ma che nascondeva dentro di sé marciume ed insidie abilmente celate che non tutti sono riusciti a superare per emergerne più maturi e forti. Col senno di poi (e non con la mentalità di una bambina sognatrice, perfettamente a suo agio nella beata ignoranza di un paesino pacifico) Stand by Me ha così finalmente raggiunto anche per me lo status di cult che tutti gli attribuiscono da anni, perché se è vera la frase "non ho più visto film come quelli che ho visto a 12 anni" è altrettanto vero che certe cose si apprezzano al meglio solo invecchiando. Ulteriore conferma, per inciso, che il mio rapporto d'amore col Re è ben lungi dall'essere già privo di sorprese!


Del regista Rob Reiner ho già parlato QUI. River Phoenix (Chris Chambers), Corey Feldman (Teddy Duchamp), Jerry O'Connell (Vern Tessio), Kiefer Sutherland (Asso Merrill), Bradley Gregg (Caramello Chambers), Marshall Bell (Mr. Lachance), Frances Lee McCain (Mrs. Lachance), Richard Dreyfuss (Lo scrittore) e John Cusack (Denny Lachance) li trovate invece ai rispettivi link.

Wil Wheaton interpreta Gordie Lachance. Americano, lo ricordo per film come Giochi stellari, La fattoria maledetta, Scuola di eroi, Flubber - Un professore tra le nuvole e Sharknado 2, inoltre ha partecipato a serie quali Casa Keaton, I racconti della cripta, Star Trek: The Next Generation, Oltre i limiti, CSI - Scena del crimine, Numb3rs, Criminal Minds e The Big Bang Theory; come doppiatore, ha lavorato nel film Brisby e il segreto di Nimh e per serie come The Slayers, I Griffin, Robot Chicken e Teen Titans Go!. Anche sceneggiatore e produttore, ha 45 anni.


River Phoenix aveva fatto l'audizione per il ruolo di Gordie ma il regista lo ha ritenuto più adatto per quello di Chris; quest'ultimo avrebbe dovuto essere interpretato da Corey Haim (amico fraterno di Corey Feldman, per inciso) ma l'attore ha preferito unirsi al cast di Lucas mentre Adrian Lyne ha lasciato il timone a Rob Reiner perché impegnato nelle riprese di 9 settimane e 1/2. Detto questo, se Stand by Me - Ricordo di un'estate vi fosse piaciuto recuperate I Goonies e It (la versione nuova). ENJOY!


lunedì 8 gennaio 2018

Golden Globes 2018

Buon lunedì a tutti! Piccolo riassunto ignorante (come ogni anno) dei vincitori dei Golden Globes, con un'unica grande gioia (Guillermoooooo aléééééé!!!!!!) e quattro film pigliatutto da attendere col fiato sospeso, non tanto per gli Oscar ma perché si preannunciano davvero bellissimi! Ah, ho già detto "che peccato, niente Dunkirk!"? ENJOY!


Miglior film - Drammatico
Tre manifesti a Ebbing, Missouri (Three Billboards in Ebbing, Missouri, USA, 2017)
E questa è la PRIMA pellicola da vedere assolutamente, consigliata persino da Zerocalcare in persona. Uscirà la settimana prossima, quindi per una volta la distribuzione italiana ci ha preso, e viene descritta nei poster come "il film che i Coen avrebbero voluto girare". Speriamo benissimo!!

Miglior film - Musical o commedia
Lady Bird (USA, 2017)
Coming of age? Io addoro i coming of age, anche quelli ambientati nei primi decenni del secondo millennio, un'epoca un po'... MEH. E poi l'ha scritto Greta Gerwig, altra garanzia di sicura validità! Purtroppo ci sarà da aspettare il giorno del mio genetliaco per vederlo uscire in Italia quindi temo che in occasione degli Oscar bisognerà diventare un po' creativi...

Miglior attore protagonista in un film drammatico
Gary Oldman in L'ora più buia
Molto ma molto bene. L'ora più buia è un film che sarei andata a vedere a prescindere, ora ho un motivo in più e confido che il caro Oldman nei panni di Winston Churchill sia molto convincente. In Italia uscirà il 18 gennaio, altro colpo intelligente della distribuzione, bravi.

Miglior attrice protagonista in un film drammatico
Frances McDormand in Tre Manifesti a Ebbing, Missouri
Oh, ma quanto la amo, da sempre. Non vedo l'ora di ammirarla nei panni di madre coraggio impegnata a risolvere il caso dell'omicidio della figlia, so già che non sarà la solita interpretazione banale.


Miglior attore protagonista in un film musicale o commedia
James Franco in The Disaster Artist
Per quanto mi stia sulle balle da sempre Franco, non si può dire che non metta anima e corpo in tutto quello che fa. Sono molto curiosa di vedere il film sulla "pellicola più brutta di sempre"... e anche, ovviamente, di recuperare ciò da cui tutto ha avuto origine! Purtroppo, data di uscita italiana non ancora pervenuta.

Miglior attrice protagonista in un film musicale o commedia
Saoirse Ronan in Lady Bird
Adorabile Saoirse, sono molto ma molto contenta per questa vittoria e ovviamente aspetto di vedere il film!


Miglior attore non protagonista
Sam Rockwell in Tre manifesti a Ebbing, Missouri
Rockwell è un attore che non mi dispiace ma in questo caso sospendo il giudizio fino alla settimana prossima, anche perché l'unico suo antagonista visto sul grande schermo quest'anno è stato Christopher Plummer e la sua interpretazione di Paul Getty, per quanto valida, a mio avviso non era nemmeno da candidare.

Miglior attrice non protagonista
Allison Janney in I, Tonya
Altra attrice che adoro. Purtroppo I, Tonya, storia della pattinatrice americana Tonya Harding, non ha ancora una data di uscita italiana quindi chissà quando avremo l'onore di vederlo...

Miglior regista
Guillermo del Toro
Non posso che esserne stra-felice. Guillermone sta facendo incetta di premi quindi mi vien da dire che The Shape of Water sarà un capolavoro meraviglioso e quando uscirà sarà una festa per tutti!!


Miglior sceneggiatura
Martin McDonagh per Tre manifesti a Ebbing, Missouri
E niente, questo Tre manifesti ha sbancato. E io non ho mai visto nulla sceneggiato da McDonagh, mannaggia. Conviene mettere in lista Sette psicopatici e In Bruges, giusto per farmi un'idea.

Miglior canzone originale
The Greatest Showman di Benj Pasek e Justin Paul, per il film The Greatest Showman
Boh, io con la musica non ci azzecco nulla e The Greatest Showman non l'ho visto. Accetto il giudizio, anche perché le canzoni di Coco non mi hanno granché entusiasmata.

Miglior colonna sonora originale
The Shape of Water di Alexandre Desplat
Bella regia e colonna sonora evocativa, un connubio che aDDoro e che aumenta ulteriormente le aspettative per il nuovo film di Del Toro!

Miglior cartone animato
Coco (USA 2017)
Non c'era storia, obiettivamente (anche se The Breadwinner vorrei vederlo). Coco è uno splendore e sfido chiunque a rimanere indifferente dopo averlo visto, che piacciano o meno i film d'animazione. Adesso aspetto l'Oscar!

Miglior film straniero
Oltre la notte (Aus dem Nichts, Germania/Francia, 2017)
Storia di vendetta con Diane Kruger come protagonista, il film uscirà in Italia a marzo ma come al solito non sono preparata sui film "stranieri" e non riesco a fare un commento intelligente. Non so neppure se potrebbe essere un film in grado di interessarmi...

La mia reazione davanti al mancato tributo a Dougie!
Due righe anche sulle serie TV, sulle quali come al solito non posso pronunciarmi visto che ne seguo pochissime. Innanzitutto CACCA. Cacca su chi non ha riconosciuto la bravura di Kyle MacLachlan e la natura mitica di Dougie preferendogli Ewan McGregor. Non si fa, signori. Male anche per le mancate vittorie di Susan Sarandon e Jessica Lange in Feud (ma per Feud in generale...) mentre The Handmaid's Tale, che ha portato a casa il Globe come miglior serie drammatica e per la migliore attrice, si riconferma LA serie da recuperare per il 2018, nell'attesa che esca la seconda stagione. E con questo è tutto... ci si risente per gli Oscar! ENJOY!

domenica 7 gennaio 2018

Tutti i soldi del mondo (2017)

Stanotte assegnano i Golden Globe. Dei film in gara ne avrò visto tre e anche per questo sabato ho costretto il Bolluomo ad andare a vedere l'ultimo film di Ridley Scott, Tutti i soldi del mondo (All the Money in the World), da lui diretto nel 2017, tratto dal libro omonimo di John Pearson e candidato a tre Golden Globe (Christopher Plummer Miglior attore non protagonista in un film drammatico, Michelle Williams Migliore attrice protagonista in un film drammatico, Ridley Scott Miglior regista di film drammatico).


Trama: Il nipote del famoso miliardario Paul Getty viene rapito in Italia. La madre e un collaboratore del nonno cercano di recuperare i soldi del riscatto, che il vecchio rifiuta di pagare...


Tutti i soldi del mondo è un film che mi ha scioccata. Non tanto per la visione di Christopher Plummer al posto di Kevin Spacey (ma posso dire che, forse, cambiare attore non è stata nemmeno una brutta cosa? Nei panni del vecchio maledetto ci vedo meglio Plummer piuttosto che Spacey con quel trucco posticcio...) quanto per i ragionamenti del protagonista, perle di ordinaria taccagneria che ogni giorno sento nei corridoi dell'azienda per la quale lavoro. Spesso mi ritrovo a chiedermi, e non sono la sola, perché mai qualcuno zeppo di soldi debba agire costantemente ponendosi nei confronti del proprio interlocutore come se quest'ultimo volesse fregarlo, a prescindere da qualunque argomento si stia discutendo (SPOILER: il film non lo spiega). Mi si è spezzata la matita e vengo a chiederti di poterla cambiare? Viziata, continua col mozzicone! Il soffitto mi sta crollando in testa? Ah, figuriamoci, sembrerà a te! Dovrei andare dal dottore, non sto bene. "Seh, scuse per prendersi un giorno di ferie". Un, guarda il fornitore che mi ha fatto un regalo! "Non è possibile, dove ca**o è il mio???" And so on. Paul Getty uguale. L'uomo più ricco del mondo viene portato sullo schermo da Ridley Scott come un Paperon De' Paperoni afflitto dal terrore di poter prendere una fregatura e quindi sempre pronto ad agire d'anticipo mettendola nello stoppino al prossimo; unici legami sicuri del vecchio barbogio sono gli oggetti d'arte, perenni, immutabili e di facile comprensione, arido conforto di un uomo che nella vita ha sempre tenuto le distanze dagli esseri umani che non fossero suoi dipendenti (e anche questi ultimi avevano vita breve...). Nel momento in cui il "nipote prediletto" viene rapito, il vecchio miliardario ovviamente fa spallucce, riuscendo in tempo zero a svalutare la vita del ragazzo e lasciando che sia la madre dello stesso a togliere le castagne dal fuoco con i soldi che la sventurata non ha, terrificante vendetta per un affronto subito anni prima. Come un novello Mazzarò, Getty identifica figli e nipoti, ovvero il "sangue", con la Roba ma, come per tutti gli oggetti di valore da lui posseduti, il maledetto cerca di tirare sul prezzo anche in condizioni estreme e Scott non esita a mostrarcelo impegnato ad acquistare opere d'arte ed eleganti magioni mentre al nipote viene tagliato un orecchio di fronte all'ennesima "svalutazione" della merce.


Un po' thriller e un po' biografia, Tutti i soldi del mondo ci catapulta in un'Italia anni '70 che non era solo Dolce Vita ma anche rapimenti, camorra e criminalità gestita da gente poco più istruita di un contadinasso qualsiasi e l'ambiente brutto e sporco delle cascine calabresi, arse dal sole, fa da contraltare al cupo e freddo maniero inglese di Getty o dei suoi efficienti uffici, all'interno dei quali si discute di soldi mentre la gente fuori muore. In tutto questo, la povera Gail Harris, nuora di Getty, si ritrova ad essere considerata ricca e priva di scrupoli non solo da un branco di criminali ma anche dalla stampa affamata di scandali, quando la realtà è che dal matrimonio con un rampollo di ricchissima famiglia la donna non ha mai ricavato altro che sofferenza ed umiliazioni; il destino di Gail è quello di vedersi portare via le persone amate a causa della ricchezza, di arrivare ad odiare il denaro e la Famiglia e di ritrovarsi tuttavia sempre più infognata all'interno di un Impero dove chiunque vorrebbe mettere le mani tranne lei. La storia che scorre sullo schermo (la quale, viene specificato più volte, è stata MOLTO romanzata) alterna epiche immagini "alla Scott", con la neve tra le rovine romane, sterminati campi di grano, giornali che si animano quasi volessero attaccare il loro lettore, a quelli che mi sono sembrati azzeccati omaggi al poliziottesco violento e alle atmosfere Sorrentiniane de La grande bellezza ma forse ciò che mi ha colpita di più è la cura riposta nella realizzazione degli interni della magione di Getty, talmente piena di opere d'arte che riconoscere ogni stile ed autore è stato praticamente impossibile, almeno per me. Gli attori mi sono sembrati tutti in parte, Plummer e Michelle Williams in primis benché non da Golden Globe, ma rimpiango di non aver potuto vedere il film in lingua originale perché il ridoppiaggio in italiano di molti attori autoctoni mi ha fatto letteralmente accapponare la pelle tanto mi è parso forzato (forse perché c'è molta differenza tra chi è doppiatore e chi si ritrova in sala doppiaggio per la prima volta?); fortunatamente la cosa non ha inficiato la visione del film, che si conferma solido e capace di intrattenere e far riflettere. Con buona pace dei fan di Kevin Spacey, che vi devo dire.


Del regista Ridley Scott ho già parlato QUI. Michelle Williams (Gail Harris), Christopher Plummer (J. Paul Getty), Mark Wahlberg (Fletcher Chase), Timothy Hutton (Howard Hinge) e Marco Leonardi (Mammoliti) li trovate invece ai rispettivi link.

Nicolas Vaporidis interpreta il Tamia. Nato a Roma, lo ricordo per film come Notte prima degli esami e Notte prima degli esami - Oggi, inoltre ha partecipato a serie quali Carabinieri. Anche produttore, ha 36 anni e un film in uscita.


E' risaputo, e non devo essere io a ricordarlo, che Christopher Plummer ha rimpiazzato Kevin Spacey dopo gli scandali sessuali che hanno coinvolto quest'ultimo; tuttavia, Plummer era già nella rosa di candidati papabili per i ruolo (assieme a Jack Nicholson e Gary Oldman tra l'altro) e, oltre ad avere già letto lo script, aveva anche incontrato Getty ad alcune feste negli anni '60. Quello che forse non sapete però è che il ruolo di Gail Harris era stato offerto prima ad Angelina Jolie poi a Natalie Portman, che hanno entrambe rifiutato. Detto questo, se Tutti i soldi del mondo vi fosse piaciuto potete recuperare The Counselor - Il procuratore anche se a me proprio non è garbato. ENJOY!

venerdì 5 gennaio 2018

Thelma (2017)

Nelle vacanze di Natale ho avuto modo di vedere Thelma, diretto e co-sceneggiato nel 2017 dal regista Joachim Trier nonché film scelto dalla Norvegia come film da proporre nella categoria Miglior Film Straniero ai prossimi Academy Awards.


Trama: Thelma, ragazza molto religiosa, affronta il primo anno di università lontana dai genitori e tutti i cambiamenti che la vita indipendente comporta, soprattutto dal momento in cui la giovane scopre di avere strani poteri...



Mi ha incuriosita e sorpresa, ovviamente in senso positivo, l'idea che la Norvegia potesse proporre all'Academy una pellicola dalle forti basi sovrannaturali come Thelma (ah, spoiler: ovviamente non è finito tra i candidati), soprattutto quando il Belgio non ha avuto lo stesso coraggio nel proporne una come Raw, con la quale il film di Joachim Trier (cognomen omen?) ha molti punti in comune. Anche Thelma è infatti una pellicola in cui l'elemento sovrannaturale o fantastico, in questo caso i poteri latenti della protagonista, non è una mera scusa per introdurre scene zeppe di effetti speciali o splatter, bensì il veicolo attraverso cui il personaggio principale si scopre diverso all'interno di una situazione già di per sé di transizione e cambiamento, quindi potenzialmente difficile, se non addirittura esplosiva. Thelma introduce l'argomento "poteri" in maniera sottile, mascherandoli all'inizio attraverso crisi epilettiche che colpiscono la giovane protagonista; il regista ci da ad intendere che qualcosa in Thelma non vada dal momento in cui il film viene introdotto da un'inquietante sequenza ambientata nel passato di lei ma per il resto la sceneggiatura si concentra sulle paure della ragazza, sul legame morboso coi genitori e sugli stimoli esterni che arrivano a toccare in profondità la protagonista. Il background religioso di Thelma è importante ma stavolta non vengono introdotti i soliti genitori bigotti e violenti che hanno cresciuto una figlia terrorizzata e cattolica a son di descrizioni infernali. Qualcosa, nel passato di Thelma in particolare e in quello della famiglia in generale, ha reso i genitori molto attenti a mantenere attorno a lei un ambiente tranquillo, rilassante e colmo di speranza cercando di raggiungere l'obiettivo attraverso la fede, mentre le costanti telefonate alla figlia sono un modo per capire e, volendo, prevenire eventuali "danni". Il problema è che Thelma, come tutte le ragazze che diventano donne, sta cambiando ed è proprio il cozzare tra i naturali desideri di una persona che diventa adulta e consapevole e i divieti imposti da una fede che la ragazza ha abbracciato inizialmente con gioia a causarle disagio e turbamento, fino a raggiungere le inevitabili conseguenze. Per questo, prima ancora di un film "fantastico" che sul finale sconfina nel thriller/horror (potrei definirlo fiaba nera?) Thelma è il bellissimo e delicato ritratto di una persona che comincia a scoprire sé stessa e gli altri, sviluppando le naturali pulsioni che si concretizzano innanzitutto nel desiderio di amicizia e amore, anche solo per non rimanere soli in un luogo sconosciuto, e che portano inevitabilmente ad allontanarsi dall'infanzia e dalla protezione della famiglia.


La storia di Thelma viene messa su pellicola con una delicatezza senza pari, ricorrendo a sequenze eleganti e poetiche, all'interno delle quali le fredde terre del Nord si alternano a luoghi pieni di calda luce soffusa ma anche a momenti in grado di gelare il sangue nelle vene. In Thelma non si vedono scene "forti" dal punto di vista del gore o dell'effetto speciale ricercato ma i momenti di "rottura" ci sono e sono emozionanti, per non dire da incubo: la concretizzazione delle pulsioni sessuali della protagonista è un trionfo di erotismo allucinato, la scoperta di "cosa" sia successo nel passato di Thelma è raggelante nella sua fredda esposizione mentre gli esami ai quali viene sottoposta per capire a cosa siano dovute le sue crisi epilettiche non avrebbero sfigurato nella clinica de La cura del benessere, questo giusto per citare un paio di scene che mi hanno particolarmente colpita. Personalmente, ho trovato azzeccata anche la scelta della protagonista. Non un "ragnetto" pronta solo a ricevere degli sputi dalle compagne come la povera Sissy Spacek in Carrie ma nemmeno una di quelle attrici pronte a sfoderare il fascino di chi ha preso improvvisamente consapevolezza di un potere devastante, Eili Harboe incarna alla perfezione la ragazza carina ma timida che rischia di passare inosservata, inghiottita da caratteri più esuberanti o inclini all'esibizionismo, eppure regge da sola un intero film con un'interpretazione misurata e in qualche modo "dolce", con la quale non è possibile non empatizzare. Per rimanere sempre in tema Raw, è interessante notare la diversità delle metamorfosi subite dalle due attrici protagoniste: Garance Marillier, impegnata in un film "sanguigno", caricava molto su una graduale trasformazione più "animalesca" del personaggio mentre la Harboe mantiene comunque una sorta di etereo distacco anche nei momenti più concitati, espressione di un potere che deriva dallo spirito e che, se incanalato al meglio, potrebbe anche non essere negativo. Forse. In definitiva, un film da vedere e dispiace che l'Academy abbia mostrato, anche stavolta, una ben scarsa lungimiranza. Speriamo in The Shape of Water, che vi devo dire!

Joachim Trier è il regista e co-sceneggiatore della pellicola. Danese, ha diretto film come Segreti di famiglia. Anche produttore, ha 44 anni.


Come già accennato più volte nel post, se Thelma vi fosse piaciuto recuperate Raw. ENJOY!

giovedì 4 gennaio 2018

(Gio)WE, Bolla! del 4/1/2018

Buon giovedì a tutti e di nuovo buon anno! Primo post del 2018 dedicato alle uscite settimanali, con gli Oscar che si stanno avvicinando e gli strascichi Natalizi che finiscono qualcosina di interessante al cinema c'è, anche a Savona. ENJOY!
Jumanji: Benvenuti nella Giungla
Reazione a caldo: Ehm...
Bolla, rifletti!: Che vergogna. Premettendo che a me Jumanji non ha mai detto più di tanto, ero già lì per lanciare strali contro l'ennesimo remake e... no, niente, per me l'accoppiata Jack Black & The Rock ha cancellato ogni dubbio. Temo andrò a vederlo, anche perché potrebbe essere l'unico film che interessa anche al Bolluomo e con la zampa infortunata necessito di un autista per muovermi!

Tutti i soldi del mondo
Reazione a caldo: Però...
Bolla, rifletti!: Però ovviamente vorrei andare a vedere questo. Sperando che non sia una menata di palle come il maledetto The Counselor - Il procuratore e alla faccia del povero Kevin Spacey, un film di Ridley Scott va visto a prescindere, su.

Il ragazzo invisibile - Seconda generazione
Reazione a caldo: Bastava la prima
Bolla, rifletti!: Ecco l'unico film che proprio non mi interessa vedere. Mi è bastato sentire le voci degli "attori" nel trailer per decidere di dedicarmi piuttosto ad una maratona Runaways, quello sì che è un bel racconto di giovani supereroi!

Al cinema d'élite esce l'unico film che avrei voluto vedere a Natale (assieme a La ruota delle meraviglie, già uscito però al Multisala), proprio quando non posso muovermi per lo zampone infortunato T__T

Dickens - L'uomo che inventò il Natale
Reazione a caldo: Dickens!! Dan Stevens! SbaaaVV!!!
Bolla, rifletti!: Dickens era davvero così figo? Ehm, no, ignoratemi. Il motivo per andare a vedere il film è che adoro Dickens, amo Il canto di Natale, gioisco davanti ai film inglesi in costume, quindi DEVO correre (bella battuta...) a vederlo!!!

mercoledì 3 gennaio 2018

Coco (2017)

Buon 2018 a tutti! Vi faccio gli auguri oggi perché il post di El Bar l'avevo già scritto mesi fa mentre questa è la prima volta che mi metto a scrivere sul blog con l'anno nuovo e spero di non essere arrugginita perché vorrei parlare bene di Coco, diretto e co-sceneggiato nel 2017 dal regista Lee Unkrich e co-diretto (nonché co-sceneggiato) da Adrian Molina. NO SPOILER, ovvio.


Trama: desideroso di diventare un musicista benché osteggiato dalla famiglia, il piccolo Miguel ruba una chitarra dalla tomba del famosissimo Ernesto de la Cruz proprio nel dia de los muertos e, a causa di una maledizione, finisce per rimanere bloccato nell'aldilà...


L'ho già scritto su Facebook ma lo ripeto anche qui: Coco è uno dei film più belli del 2017 e, come ha detto il buon Sauro di Solaris, ha fregato tutti i blogger che, come me, avevano già stilato le loro classifiche. Ben lontano dall'essere una pallida imitazione de La sposa cadavere o, come avrei temuto, del pregevole Il libro della vita, Coco è un'altra vittoria della Pixar, che è riuscita a confezionare l'ennesimo capolavoro non solo di animazione ma anche e soprattutto di sceneggiatura. L'idea di partenza, oltre alla caratterizzazione del protagonista, è in effetti molto simile a quella del film di Gutiérrez; ne Il libro della vita c'era un torero che voleva diventare musicista, qui abbiamo il piccolo rampollo di una famiglia di calzolai che vorrebbe intraprendere la stessa strada ma, mentre Manolo veniva da una stirpe di toreri che con la musica non avevano mai avuto nulla a che fare, Miguel sa che la sua antenata ha espressamente vietato ai propri discendenti di approcciarsi alla musica dopo essere stata abbandonata da un marito spinto dal desiderio di diventare famoso. Coco si apre dunque col triste racconto di Mamá Imelda, prima di una serie di matriarche forti e determinate, molto vicine all'immagine di "donna del sud" sdoganata dai simpatici sketch di Casa Surace, armate di ciabatta e pronte a rifocillare gli amati nipotini ma anche impossibili da contraddire e incredibilmente testarde e fiere, e continua nel modo più bello possibile. Coco infatti non parla solo di contrasti familiari e di desideri di libertà affidati al solito protagonista intraprendente e baciato dal talento ma è soprattutto una pellicola sulla Famiglia con la F maiuscola e su un concetto di morte che è quanto di più distante da quello cupo e disperato sdoganato in anni di animazione per bambini, una diversità che non si limita alla rappresentazione coloratissima di un aldilà da sogno; Coco, per la prima volta da che ricordi, parla della morte con naturalezza rendendola parte dell'inevitabile ciclo vitale e sottolinea l'importanza della commemorazione dei defunti come fonte di forza per chi è rimasto in vita, anche quando sembra che le memorie ad essi legate siano solo negative oppure terribilmente tristi. La testardaggine di Miguel, al quale vanno sin dall'inizio le simpatie dello spettatore, si trasforma nel corso del film in un'arma a doppio taglio che fa riflettere sulla necessità di "ascoltare tutte le campane" senza lasciarsi accecare da rabbia e pregiudizi e, soprattutto, senza allontanarsi da chi, benché sbagliando e per quanto in modo maldestro, ci ha comunque sempre voluto bene.


L'importanza di "ascoltare" e cercare di capire le ragioni degli altri si traduce, ironicamente, in un film a tema musicale che di musica, fortunatamente, ne ha ben poca all'interno. A differenza del corto che precede la pellicola, quel Frozen - Le avventure di Olaf sul quale tornerò più avanti, Coco non è zeppo di numeri musicali, anzi, è molto parco e si riduce a quattro, massimo cinque siparietti assolutamente funzionali alla trama ed importantissimi, brevi e molto accattivanti (senza parlare, ovviamente, dello score "di sottofondo", realizzato da un Michael Giacchino particolarmente ispirato). La musica, d'altronde, ha tenuto la famiglia di Miguel arroccata sulle sue posizioni per decenni e probabilmente ha costretto la maggior parte dei membri a prendere una strada diametralmente opposta alle loro aspirazioni ed è giusto che essa venga dosata con parsimonia nel corso del film, come qualcosa che Miguel, giovane ed entusiasta, deve ancora imparare a gestire... e anche come una magia capace di richiamare ricordi, emozioni e gioia di cantare. Quel che non manca a Coco è invece la bellezza di sequenze animate mozzafiato, all'interno delle quali spicca un aldilà non soltanto coloratissimo e soffuso della magica luce arancione del tagete messicano, ma anche strutturato in modo che ogni cosa all'interno dello skyline vintage della città dei morti (solcato da magnifici spiriti guida) ricordi il volto di un calavera; e se le citazioni a Frida Kahlo, favolosa nume tutelare del film, sono allo stesso tempo esilaranti e bellissime (il numero delle ballerine sulla papaya mi ha uccisa sulla poltrona) e il flashback iniziale realizzato animando i festoni di carta è un piccolo capolavoro, quello che mi ha colpita di più guardando Coco è stata la delicatezza del character design. Con questo non mi riferisco tanto agli eleganti teschi dipinti che popolano il regno dei morti, per quanto comunque bellissimi, ma piuttosto alla verosimiglianza con cui gli animatori hanno riportato in maniera stilizzata i tratti somatici tipici di un popolo fino a creare quel capolavoro di nonnina tutta rughe e lunghe trecce bianche che ha rischiato di strapparmi il cuore dal petto proprio ora che la mia, di nonna, non sta troppo bene; la nonna di Miguel è bellissima, con una faccia tenera tutta da amare come si farebbe con qualunque vecchina veneranda ed è la prima volta che mi capita, sempre in un film per bambini, di vedere la vecchiaia riproposta, pur con tutti i suoi difetti (malattie comprese, ché qui si parla di alzheimer), in maniera così dolce e rispettosa quando di solito gli anziani vengono usati o come delle specie di Yoda o messi a mo' di burberi rompiscatole. Quindi andate, andate a vedere Coco, portatevi manciate di fazzoletti, preparatevi a ridere, emozionarvi e piangere senza ritegno... e, soprattutto, armatevi di santa pazienza prima che inizi.


Sì perché prima di Coco c'è, ahinoi, il "corto" Frozen - Le avventure di Olaf. VENTIDUE MINUTI difficili da sopportare persino per me (che ho adorato Frozen e mi sono divertita anche col corto precedente, Frozen Fever), durante i quali un bambino si è alzato è ha detto al padre "Ma papà, io mi sto annoiando!". E ne hai ben donde, povero patato! Il problema non è che Olaf, il pupazzo di neve con la voce da pittima che "ama i caldi abbracci", sia il protagonista praticamente assoluto, quanto piuttosto che i VENTIDUE MINUTI siano TUTTI cantati. Tutti, santiddio. L'unico momento in cui mi sono esaltata/commossa è stato quando le note di "Do You Want to Build a Snowman?" hanno fatto capolino, per il resto se nel 2019 mi daranno un Frozen 2 interamente cantato e imperniato per l'ennesima volta sulla tristezza derivante dall'infanzia perduta di Elsa e Anna andrò ad impiccarmi a un albero di Natale perché, signore mie, quanto ancora la vogliamo tirare avanti con sta storia di Elsa che si deprime perché per colpa sua Anna non ha mai avuto una famiglia, una festa, un legame fraterno, un chediaminenesò? E basta, dai, tiriamo fuori un po' di palle! Anche perché diverse catene cinematografiche americane hanno ritirato il corto, quindi non devo essermi rotta le scatole solo io... (e poi non avete idea di quanto sia piacevole guardare i colori di Coco dopo venti minuti di toni freddi)


Del regista e co-sceneggiatore Lee Unkrich ho già parlato QUI mentre Cheech Marin (la voce originale del poliziotto che parla con Hector) lo trovate QUA.

Adrian Molina è il co-regista e co-sceneggiatore del film. Americano, è alla sua prima esperienza come regista ma ha già lavorato in casa Pixar come sceneggiatore e animatore in Ratatouille, Monster University e Il viaggio di Arlo. Ha 32 anni.


Gael García Bernal è la voce originale di Hector. Messicano, ha partecipato a film come Amores perros, Y tu mamá también - Anche tua madre, I diari della motocicletta, La mala educación e a serie come Mozart in the Jungle. Anche produttore, regista, cantante e sceneggiatore, ha 40 anni e due film in uscita.


Benjamin Bratt è la voce originale di Ernesto de la Cruz. Americano, ha partecipato a film come Demolition Man, Catwoman, Doctor Strange e La fratellanza mentre come doppiatore ha lavorato in Cattivissimo me 2. Anche produttore e cantante, ha 55 anni.


La voce originale di Papá Julio è quella del regista Alfonso Arau. Se Coco vi fosse piaciuto, potete trovare su internet il corto Dante's Lunch: A Short Tail, avente per protagonista il cane guida di Miguel e, in aggiunta, potete guardare Ratatouille, Inside Out, Il libro della vita e Up. ENJOY!



martedì 2 gennaio 2018

El Bar (2017)

Ultimamente Netflix mi ha fatto una bella sorpresa e ha messo in programmazione El Bar, l'ultimo film diretto e co-sceneggiato dal regista Álex de la Iglesia.


Trama: otto persone rimangono chiuse in un bar di Madrid mentre all'esterno le persone sembrano prese di mira da cecchini invisibili...



De la Iglesia è pazzo, non c'è dubbio. Un pazzo adorabile ed imprevedibile, che parte lento e divertente e finisce lasciando lo spettatore con un'angoscia incredibile. El Bar è, mi si passi il paragone azzardato, il The Mist di de la Iglesia, con una minaccia esterna non meglio identificata (almeno all'inizio) al posto della nebbia e dei mostri assetati di sangue, ma a tratti ricorda anche un altro grande esponente dell'horror spagnolo, l'indimenticato [Rec], soprattutto quando la situazione comincia a farsi più chiara, benché non meno terribile. Perché ho nominato The Mist? Perché il fulcro della pellicola è mostrare cosa succede quando delle persone normalmente civilizzate vengono rinchiuse per lungo tempo all'interno di quattro mura mentre "qualcosa" ne alimenta la paura e mette in pericolo la loro incolumità fisica, privandole persino dei fondamentali appigli di sicurezza presenti nella società attuale: televisione e telefoni cellulari. Gli avventori del bar per prima cosa accendono la TV per vedere se qualcuno sta parlando della situazione esterna e la loro confusione aumenta quando l'apparecchio mostra solo programmi spazzatura ed inquietanti film horror, come se nulla fosse successo nel centro di Madrid; ancora peggio, il 90% dei loro cellulari o è quasi scarico (la vita appesa ad una tacca di batteria, aiuto!) oppure non prende, quindi ricevere notizie dall'esterno o chiedere aiuto è praticamente impossibile. Rimane quindi solo da affidarsi ai compagni di sventura ma come si fa quando la paura comincia a mordere con forza e chiunque potrebbe essere un terrorista, un nemico, un folle pronto a fare una strage? Nella prima parte di El Bar, più commedia surreale che thriller, si rincorrono senza sosta dialoghi atti non solo ad indagare sul mistero esterno all'esercizio ma soprattutto a sottolineare l'incomunicabilità che vige tra gli esseri umani, l'innato disprezzo verso persone di ceto sociale diverso, i pregiudizi verso chi non corrisponde al proprio ideale di "probo cittadino", la strenua volontà di indossare una "maschera" che possa o isolarci dalla società oppure farci spiccare agli occhi delle persone: emblematico è non solo Nacho, con le sue pose da hipster, ma anche la bella Elena che "mai sarebbe entrata in un posto come questo" oppure la sanguigna proprietaria del bar, preoccupata solo della sua pelle. Ironicamente, l'unica voce della verità è quella del folle barbone Israel, che approfitta della situazione non tanto per ricoprire gli astanti con le sue vaneggianti citazioni bibliche ma per svelare a poco a poco, col suo comportamento imprevedibile e violento, la vera personalità di tutti quelli che, dall'alto del loro essere integrati nella società, si credono superiori a lui e meno istintivi o bestiali.


Nella seconda parte del film esplode invece la personalità esagerata di de la Iglesia, quel cinema dell'eccesso sanguinolento e chiassoso che fa un po' da corollario alle opere del regista, anche le più poetiche (come per esempio Ballata dell'odio e dell'amore). Lì il buon de la Iglesia non si risparmia tra momenti di claustrofobia pura, sangue, merda (chiamiamola col suo nome anche perché giuro che a me veniva schifo), violenza, follia e altri scomodi momenti di verità persino commovente (la rivelazione di Trini fa vergognare persino lo spettatore per averla malgiudicata); il montaggio si fa serrato, la regia diventa quella di un incubo, il paragone tra El Bar e un prodotto come [Rec] diventa ancora più calzante (anche se per fortuna qui non abbiamo riprese da found footage) e nonostante l'ambiente cupo di cantine e fogne le immagini sono molto belle e il regista non smette di usare l'ironia, per quanto amara e terribile. Sul finale, non si capisce bene se ciò che viene mostrato sia frutto di sceneggiatura oppure, in parte, sia stato ripreso dal vero, come in una candid camera; nel secondo caso, la direbbe lunga sul punto di degrado raggiunto dalla nostra società, all'interno della quale la gente tende a farsi i fatti suoi anche davanti a persone ridotte quasi a brandelli, e confermerebbe la tesi portata avanti dal regista per tutto il film. La tristezza di un bar dove non solo i proprietari o i dipendenti fingono empatia per attirare i clienti o perché "è il loro lavoro" ma anche di habitué che in realtà non si conoscono, non parlano, non vanno oltre le dicerie, o di persone sole che sembrano lottare con le unghie e con i denti per trovare un minimo di felicità o di empatia nel prossimo ma, in sostanza, sono concentrati esclusivamente su loro stessi. Un piccolo bar di Madrid diventa così metafora del mondo intero e quanto fa male assistere all'ironica, ridicola e geniale scena di dialogo in cui ognuno parla di ciò che lo preoccupa senza nemmeno ascoltare quello che hanno da dire gli altri...


Del regista e co-sceneggiatore Álex de la Iglesia ho già parlato QUI.

Blanca Suárez interpreta Elena. Spagnola, ha partecipato a film come Shiver, La pelle che abito, Gli amanti passeggeri e Mi gran noche. Ha 29 anni e un film in uscita.


Mario Casas interpreta Nacho. Spagnolo, ha partecipato a film come Tres metros sobre el cielo, Tengo ganas de ti, Le streghe son tornate e Mi gran noche. Ha 31 anni e tre film in uscita.


Terele Pávez interpreta Amparo. Spagnola, ha partecipato a film come Il giorno della bestia, Film per non dormire: La stanza del bambino, Ballata dell'odio e dell'amore, Le streghe son tornate e Mi gran noche. E' morta proprio quest'anno, all'età di 78 anni, tuttavia devono ancora uscire tre pellicole che la vedono protagonista.


In El Bar c'è abbondanza di attori che avevano già collaborato con de la Iglesia: Carmen Machi, alias Trini, ha partecipato a Mi gran noche assieme a Jaime Ordóñez (Israel, l'attore è apparso anche in Le streghe sono tornate) mentre Secun de la Rosa, che interpreta Sátur, era nel cast di Le streghe son tornate e Joaquín Climent, ovvero Andrés, è comparso in Ballata dell'odio e dell'amore. Se El Bar vi fosse piaciuto recuperate The Mist e The Divide. ENJOY!


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